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giovedì 21 dicembre 2017

L'intervista


Era il 6 luglio del 2012. Millenovecentonovantaquattro giorni dopo, il 21 dicembre 2017:


La situazione, non dobbiamo nascondercelo, non è migliorata.


In questo grafico del Pil italiano trimestrale ho segnato in rosso l'ultimo trimestre del 2011, quello in cui aprii il blog, e in giallo il terzo trimestre del 2012, quello in cui rilasciai la prima di queste due interviste. Dopo di essa il Pil continuò a precipitare, e ci vollero tre anni interi per recuperare questa ulteriore perdita. Ci sono invece voluti sei anni per tornare al livello del Pil registrato nel trimestre di apertura del blog (autunno 2011): ci siamo tornati (a malapena) nel trimestre scorso (estate 2017).

Siamo ovviamente a distanze siderali dai livelli di Pil pre-crisi, come il grafico dimostra, e vi risparmio il resto.

Eppure, nonostante sia ormai evidente che un simile shock al nostro tenore di vita non verrà probabilmente mai recuperato, soprattutto se si prosegue nell'applicazione delle stesse terapie (cioè, se si continua ad aderire supinamente al cosiddetto "progetto" europeo), mi sembra chiaro che siamo ancora lontani dalla rottura rivoluzionaria della quale abbiamo bisogno. Credo sia molto vero quanto dice Porcaro nel suo saggio sull'etica di Lenin:

"il proletariato non è affatto naturalmente rivoluzionario, e [...] non è quindi sufficiente dimostrare la natura moderata della socialdemocrazia, dato che questa corrisponde alla natura moderata delle masse stesse. [...] Perché l’aspetto rivoluzionario del proletariato possa emergere sono necessari almeno due fattori: una crisi generale della società, dell’economia e dello stato, ed una mobilitazione che aggiunga alle motivazioni economiche (che da sole potrebbero giustificare anche comportamenti opportunistici) la motivazione della difesa del proprio mondo vitale: della vita contro la guerra, della casa contro la miseria e l’invasione, del lavoro contro lo sfruttatore, della libertà contro l’oppressione. Soltanto le identità vissute come non negoziabili conducono alla rivoluzione, e quindi solo il formarsi progressivo di queste identità (e non la ripetizione di rivendicazioni economiche) prepara le condizioni soggettive di un rivolgimento."

Ci sarebbe, insomma, quel dettaglio che magari trascuriamo, ovvero che il movimento che iniziò un secolo fa, creando un sistema antagonista a quello capitalistico, e regalandoci, a noi happy few europei, le Trentes glorieuses, poté sorgere perché in Europa c'era la guerra: un processo sociale che mette in prima linea (in tutti i sensi) la meno negoziabile delle identità vissute come non negoziabili: la propria sopravvivenza fisica. Quindi, per una vera svolta, ci manca ancora un elemento determinante.

Ma, tranquilli: l'attesa non sarà lunga. Stiamo invadendo la Polonia, e il resto seguirà.

Ah, a proposito: buon Natale!

lunedì 13 novembre 2017

Enrst Stavro Bagnai

Giornata uggiosa, traffico. Ascoltando PUDE Pagina.

Radio: "...In Polonia... nazionalisti... bla bla bla... manifestazione... bla bla bla... governo di destra... bla bla bla... xenofobi... bla bla bla... slogan..."

Io: "Sentito quanto sò cattivi i polacchi? Sò tremendi! Dev'essere per questo che mi hanno invitato..."

Er Palla: "In effetti, ora lo studio da cattivo ce l'hai. Ti manca solo il gatto. Peccato che sei allergico..."




(...a/simmetrie come la Spectre! Varrebbe la pena di imbottirsi di antistaminici. Bisognerebbe anche fare un investimento: comprare l'appartamento al piano di sotto, e adibirlo a piscina per gli squali. Ci penseremo, anche se per predisporre questa infrastruttura occorrerebbero sponsor di un certo peso. Volgendo lo sguardo dal futuro al presente, questa settimana è successa una cosa molto importante, che, come al solito, tutti hanno guardato e quasi nessuno ha visto. Mi riferisco a questo articolo del FT, segnalato in newsletter ai soci, del quale tutti hanno parlato, ma nessuno mi sembra abbia detto la cosa essenziale. Quello non è un articolo: è una lapide sull'idea cialtrona e superficiale che i costi e i benefici dell'euro si debbano valutare sul piano economico. Un'idea che, per uno dei tanti strani paradossi di questa vicenda assurda, viene affermata con forza da persone che per lo più di economia non sanno niente - ma veramente niente - e se ne fanno un vanto, facendosi usbergo del "primato della politica". Solo che, poi, e qui sta il paradosso, quando si parla di euro, questi stessi personaggi in cerca di editore preferiscono, chissà perché, imbarcarsi in analisi economiche spannometriche, nel tentativo di sottrarsi al punto politico fondamentale, ovvero al fatto che chi sta nell'euro è esposto al ricatto della Bce, per cui quest'ultima può fare e disfare governi in giro per l'Eurozona, pur non avendo alcuna legittimazione democratica. Uno strano caso di indipendenza antiriflessiva: la Bce si vuole indipendente dal potere politico (e anche da quello giudiziario), che non possono né indirizzarla né controllarla; d'altra parte, la Bce i processi politici li condiziona e come, chiudendo i rubinetti quando non è contenta (come in Grecia)! Ma questo non turba gli imbecilli che "il primato della politica", anzi! Di paradosso in paradosso, proprio gli stolti che si esibiscono in liturgiche esaltazioni di questo primato sono anche supinamente subalterni a un sistema che la politica la abroga, perché è nato per abrogarla. Sfugge poi, a questi pensatori, un altro paradosso, analizzato in un recente post su l'Ungheria e l'euro: quello in virtù del quale, pur agendo al di fuori di una vera legittimazione democratica, l'euro e l'Europa (cioè la Bce e l'UE) vengono invocati come baluardi della rule of law (una cosa che non si sa bene cosa sia, tant'è che in italiano nessuno sa come tradurla), e degli universali principi europei (l'ossimoro c'è e si vede). Insomma, tanto per capirci: come un manganello da suonare in testa a quei fascisti di Visegrad per costringerli a essere democratici a modo nostro, con le  buone, o con le cattive - ritorsione fiscale compresa (una vecchia idea che sta tornando in auge)! Quanta ottusa supponenza, quanta incapacità di pensiero logico, e anche quanta schietta ipocrisia, in questo atteggiamento! Loro, gli eurocrati, sanno, loro sono democratici, loro possono, loro dispongono. Loro bombardano la Libia, loro sponsorizzano i nazisti in Ucraina, loro fomentano e sostengono i flussi migratori verso il nostro paese, loro concludono accordi separati con dittatori in giro per il mondo, o magari decidono di toglierseli dagli zebedei, sempre rigorosamente senza il parere dei paesi sulla cintura esterna: Polonia, Ungheria, Italia, sui quali poi le tensioni geopolitiche fatalmente si scaricano, e loro puntano il ditino accusatore se in questi paesi il malcontento popolare si fa visibile - ma loro lo liquidano come populista, o come nazista: come ci si permette di deflettere dal solco tracciato dalla loro spada? Questa ipocrisia mi rivolta, e so di non essere solo. So anche come inizierà la mia allocuzione agli amici polacchi: "I nostri media vi dipingono come pericolosi fascisti, quindi sono venuto qui, da progressista, con la certezza di poter dire quello che penso di fronte a un governo conservatore, cosa che in Italia tutti, ma soprattutto i progressisti, hanno cercato di impedirmi con qualsiasi mezzo, senza molto successo fino ad ora"...)

lunedì 23 ottobre 2017

Media, democrazia, sinistra

(...o anche: le solite parole al vento. "Quasi nulla di nuovo", come commenta Alessandro in calce al video. Ma, almeno, questa volta ero in piacevole compagnia, e in un posto stupendo, perché ce ne sono, a Roma, di posti stupendi...)




(...il problema principale, quello dei media, è irrisolvibile, o forse no: occorre una seria informazione pubblica, che, però, potrà essere pluralista solo a valle di un sistema politico articolato sul proporzionale. Perché a cosa serva il maggioritario qui l'abbiamo capito, e mandiamo un forte abbraccio a chi si rende ridicolo in pubblico cercando di spiegarcelo - come è accaduto in un'altra circostanza, per la quale vi rinvio a un post che non avete capito, e forse ora comincerete a capire - quelli che c'erano sabato credo capiranno. La buona educazione comincia quando si impara a non fare domande delle quali la risposta è scontata: quindi, regolatevi. Si apra la discussione...)

domenica 18 giugno 2017

QED 76: Euro e democrazia (Macron)

...scusate: vi ho detto che non avevo altro da aggiungere, ma non era vero. Avrei da dire una cosa che in realtà non aggiunge nulla di sostanziale alle nostre conoscenze (è l'ennesimo punto allineato lungo la solita retta, del quale potremmo fare anche a meno: a molti di voi saranno bastati i primi due!), ma ha il pregio di legare in modo elegante i due ultimi post ricordandoci che l'eurismo non è solo incoerente (cioè incompatibile con la logica): è anche incompatibile con la democrazia.

In effetti, molti di voi hanno notato la sbalorditiva sicumera con la quale il professor Guerrieri si attende una palingenesi dell'Europa (cioè, ricordiamolo ogni tanto: dell'Unione Europea) dal giovine Macron. Apro e chiudo una parentesi per esortarvi ad essere meno urticanti, ma tant'è: chi intraprende un certo percorso deve avere o farsi una scorza dura, come è dura la testa dei fatti.

Ora, i fatti che Macron deve prendere in considerazione noi li avevamo squadernati in questo post: un compitino nel quale siamo andati a verificare se Hollande avesse mantenuto le promesse che nel decimo QED avevamo detto non avrebbe mantenuto. Ovviamente Hollande ha fallito, e la logica dell'unione monetaria, come ormai nessuno, nemmeno i più farisaici fra gli euristi, rinnega, implica che il suo successore dovrà tagliare salari. Basta andare a rileggersi il principe dei nuovi farisei, De Grauwe, nel dibattito sul Sole 24 Ore. Il passo chiave è questo:


De Grauwe dice che è essenziale che in una unione monetaria un paese che perde competitività attui una svalutazione interna: Grecia, Irlanda e Spagna sono state brave e lo hanno fatto, noi no. E cosa sarebbe la svalutazione interna? "Politiche finalizzate a ridurre i salari". Perché anch'io (come Platone) non credo nella democrazia - ma non ci giro intorno col dialogo? (A beneficio delle maestrine con la penna nera, chiarisco che lui non credeva nella sua e io non credo nella mia, come dovrebbe essere sufficientemente ovvio). Ma è semplice. Perché le parole di De Grauwe a voi, che siete qui da tempo, possono sembrare banali: voi infatti sapete grazie a me che questo è materiale standard dei manuali di macro. Tuttavia, in un paese conforme al modello teorico di democrazia che ci viene raccontato, il fatto che il principale quotidiano economico nazionale pubblichi (senza renderne conto) qualcosa che suona come: "siete in un sistema nel quale per sopravvivere dovete accettare di impoverirvi, e siete peggio di greci e spagnoli che ci sono riusciti meglio di voi", dovrebbe suscitare una rivolta! Queste parole dovrebbero essere dirompenti, dopo che per anni ci è stato detto il contrario (cioè che l'euro ci avrebbe reso prosperi, e che la rigidità del cambio era una opportunità e non richiedeva sacrifici).

Invece niente.

Questo, naturalmente, può dipendere da un fatto molto più banale: la gente si rivolterebbe, se leggesse quelle parole, che però non legge perché... il quotidiano in questione ha perso lettori dicendole, come dire, un po' fuori tempo massimo! Gli auguriamo ogni bene, ma il punto resta.

Perché dico che De Grauwe è farisaico? Ma perché non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di notare che l'Italia ha rispettato scrupolosamente le regole europee ed è ora in surplus di partite correnti, mentre la Francia no. Questo significa che la svalutazione interna, cioè le "politiche finalizzate a ridurre i salari", ora toccano a lei, e le toccano sia se la sua classe dirigente è collaborazionista (Macron come Pétain), sia se è vittima della propria sicumera che già in passato le ha dato l'illusione di poter controllare il capitalismo tedesco (Macron come Mitterrand). Non importa cosa soggettivamente pensi il fantoccio che la guida: la Francia è su quel binario.

Ora, come anche sapete, la Francia è un paese lacerato da mille altre tensioni: eredita dal passato coloniale una serie di paesi satellite fornitori di materie prime, ma anche di problemi di integrazione e quindi di malcontento sociale diffuso che puntualmente saltano fuori. Fare "svalutazione interna" in Francia è come fare un barbecue in una polveriera: cosa può andare storto? Ma il professor Guerrieri ha fiducia, e lui è uomo d'onore (e noi siamo qui per seppellire Macron, non per lodarlo, e lo abbiamo già fatto...).

La bottom line (come dicono quelli fichi) resta la solita: quello che il fariseo non capisce (o finge di non capire: altrimenti, che fariseo sarebbe!?) è che purtroppissimo i salari da ridurre sono il reddito della maggioranza, che non ha alcunissima intenzione di farseli ridurre, dal che consegue che in democrazia puoi fare svalutazione interna solo sospendendo i diritti civili e a lungo andare anche quelli politici (che per lo più si autosospendono con l'astensione) dei cittadini.

Against this backdrop (come dicono quelli fichi) qualche giorno fa mi sono imbattuto su Twitter in un tweet veramente efficace, questo:


Non ho idea di chi sia questo signore né se i numeri che dava fossero esattissimi, ma le cose stavano (e stanno, perché oggi c'è il secondo turno) andando più o meno così. Tuttavia, anche se magari il suo autore è un piddino che non capirà mai cosa c'entrino certe dinamiche politiche da lui tanto icasticamente stigmatizzate con certe dinamiche economiche (la necessità di evitare che i poveri difendano i propri interessi), il tweet mi era piaciuto così tanto che lo avevo rilanciato così il giorno dopo:


riprendendo un concetto espresso in tante tristi circostanze. Ora, non sapevo che Macron aveva già pensato a quello cui non si poteva non pensare. Le Monde del giorno successivo infatti ci spiegava che "la futura legge antiterrorismo rispetterà lo stato di diritto". Eh già! Perché il 7 giugno il governo aveva presentato un disegno di legge che de facto isttuzionalizza lo stato di emergenza.

Il QED era già arrivato (a mia insaputa)! 

A cosa serva lo stato di emergenza lo si era visto lo scorso anno (magari voi no, ma io con la Francia ho una certa consuetudine per lavoro): a impedire di manifestare contro la riforma del mercato del lavoro. Certo, anche in Francia (come in Italia) c'è una Corte Costituzionale che, un anno dopo (perché la Corte Costituzionale, un po' ovunque, tranne che in Germania, arriva dopo) fa sapere che in effetti non è proprio correttissimo l'uso dello stato di emergenza contro i diritti dei lavoratori.

Ma le Corti Costituzionali, a buon bisogno, si possono anche imbavagliare. E questo il professor Guerrieri lo sa bene, visto che lui è il secondo firmatario del Ddl S 1952 "Modifiche alla legge 11 marzo 1953, n. 87, e alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, in materia di istruttoria e trasparenza dei giudizi di legittimità costituzionale" (il fascicolo è qui), il cui scopo, come illustra Vladimiro Giacché alle pagine 72 e seguenti del suo testo Costituzione italiana contro trattati europei, è sostanzialmente quello di permettere al governo di applicare à sa façon (cioè di non applicare) sentenze della corte costituzionale, laddove l'Ufficio Parlamentare di Bilancio (che è un posto in cui lavorano economisti convinti che il moltiplicatore sia 0.4!) faccia una sua relazione, beninteso tecnica e indipendente (ma senza peer review perché nessuna rivista pubblica più roba simile!) affermando che la sentenza della suprema Corte viola l'art. 81!

Non ci credete? Ma io vi ho dato il fascicolo: leggete Giacché, o leggete il fascicolo, dove troverete che:


Come dite? Il disegno è abortito? Meno male. Resta il fatto, rilevato da Giacché, che la Corte Costituzionale, intimorita da questo tentativo di imbavagliarla, se con la sentenza 70/2015 di aprile aveva smantellato retroattivamente alcuni pezzi della riforma Fornero, quando poi si è trattato di pronunciarsi sulla legittimità del blocco dei contratti del pubblico impiego, a pochi giorni dalla presentazione del disegno di legge (avvenuta il 9 giugno 2015) ha preferito, chissà perché (certo non perché era il 24 giugno 2015!) non parlare di retroattività.

Ora, io su questa storia sono in conflitto di interessi (e anche il professor Guerrieri, ma solo in quanto docente universitario: solo che ora è senatore...), quindi può essere che abbia preso un po' d'aceto. Luciano Barra Caracciolo ha dedicato al tema ampie riflessioni, chiarendoci che sentenze simili o sono retroattive, o non sono, perché se chi governa sa di poterti danneggiare economicamente... pardon: di poter rispettare il sacro principio (dis)economico del pareggio di bilancio, e poi tanto alla fine "abbiamo scherzato" e lui i tuoi soldi se li tiene invece di ridarteli, è chiaro che farà sempre così, e che noi passeremo una vita a invocare sentenze perennemente tardive, vedendo le nostre vite slittare verso l'indigenza.

Quindi, ricapitolando: alle Corti Costituzionali si arriva a un'età in cui abbonda la saggezza, ma difetta il coraggio. In Francia la Corte costituzionale ha manifestato opposizione all'uso fatto dello stato di emergenza (determinato dai noti fatti terroristici) per reprimere il dissenso dei lavoratori (determinato dai noti fatti economici). Ora starà a Macron minacciarla, e vedremo come reagirà. Chissà: forse la fiducia del professor Guerrieri nel fatto che Macron riuscirà a abbassare i salari in casa propria (perché questo è quello che deve fare: per favore, non prendiamoci in giro con la fanfaluca secondo cui lui sarebbe tanto smanioso di incrementare gli investimenti a casa altrui!), forse questa fiducia deriva dal fatto che quando lui è corso in sostegno del suo governo, la Corte Costituzionale ha fatto un passo indietro, e i cittadini sono stati buoni, perché abbindolati da sindacati collaborativi, e perché non leggono la migliore stampa economica.

Forse lui sa qualcosa che noi non sappiamo: e in effetti mi ha detto che sarò stupito, e che si vedrà entro febbraio se l'Europa dirà di no a Macron. Il termine lo ha posto lui: sono solo pochi mesi.

Ora vi lascio, che questa sera devo fare un barbecue: non in una polveriera, come Macron, ma in terrazzo. In ogni caso, serve combustibile (e quello, come avrete capito, in Francia non manca)...


lunedì 5 dicembre 2016

Il NO ai media

Credo mi corra l'obbligo di commentare una vittoria annunciata (in fondo a questo post: "E comunque il Cazzaro perde").

Credo anche che il modo migliore di farlo, per quanto possa sembrare eccessivamente egotista, sia quello di metterla in relazione a un'altra vittoria annunciata, la nostra seconda vittoria consecutiva ai MIA.

Non pretendo di stabilire alcuna relazione causale fra le due. Non siamo certo stati noi a far perdere Renzi: qualsiasi sconfitta è sempre ed ovunque merito dello sconfitto (anche se lui tende legittimamente a vederla in un altro modo), così come del resto non è certo stato Renzi a far vincere noi. Diciamo che queste due increspature distanti e incorrelate del gran mare dell'essere sono però epifenomeni dello stesso vento: il vento della SStoria, e sono entrambe rivelatrici, ognuna à sa façon, di quale sia oggi il principale problema, di chi sia oggi il più temibile nemico della nostra democrazia e del nostro benessere.

Si suole dire che quello della prostituta sia il mestiere più antico del mondo. Ma questa asserzione è palesemente errata, e a smentirla basta la Genesi. Adamo ed Eva vivevano nel Paradiso terrestre, dove non avevano bisogno di lavorare col sudore della fronte (e nemmeno di partorire con dolore): un mondo privo di ostetriche e di capufficio, un mondo di innocenza e serenità, così come ce lo restituisce la Vulgata: "Erant autem uterque nudi, Adam scilicet et uxor eius, et non erubescebant."

Dove cominciano i problemi? Nel capitolo 3 (come il parametro di Maastricht, ma anche come il numero pitagorico della Vollendung, per chi può capirmi: gli altri sono europeisti...). Compare, in quel capitolo, il primo professionista della storia:


1 Et serpens erat callidior cunctis animantibus agri, quae fecerat Dominus Deus. Qui dixit ad mulierem: “Verene praecepit vobis Deus, ut non comederetis de omni ligno paradisi?”.
2 Cui respondit mulier: “De fructu lignorum, quae sunt in paradiso, vescimur;
3 de fructu vero ligni, quod est in medio paradisi, praecepit nobis Deus, ne comederemus et ne tangeremus illud, ne moriamur”.
4 Dixit autem serpens ad mulierem: “Nequaquam morte moriemini!
5 Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut Deus scientes bonum et malum”.

Il serpente si rivolge a Eva per propagandarle il mito di un mondo senza confine alcuno ("Verene praecepit vobis Deus..."), assistito in questo suo compito mortifero dal poter vendere a Eva l'illusione di accedere, accettando acriticamente questo mito scisso da alcuna reale esigenza ("De fructu lignorum vescimur..."), ad una élite culturalmente e quindi antropologicamente superiore ("Eritis sicut Deus").

Io non sono un esegeta, ma... questa storia vi ricorda qualcuno o qualcosa?

(...Riccardo: se mi leggi, mi perdonerai, e poi mi darai una penitenza. Ma S. Agostino ancora non l'ho letto: in trincea mi si infangherebbe. La trinità la capirò quando sarà venuto il momento...)

Eh già... Il mestiere più antico del mondo non è la prostituta: è la presstitute, il gazzettiere al servizio di una disumana élite globalista. Insomma, il giornalista con la "s" di serpente, ma anche con la "s" di...

Le due vittorie, quella nostra e quella del "no" (che è anch'essa, soggettivamente, una vittoria nostra perché qui tutti auspicavamo una sconfitta del "sì"), sono entrambe, in diversa misura, una sconfitta delle presstitutes, l'ultima di una lunga serie che non si arresterà qui, come hanno capito pochi ma buoni.

Ha cominciato Marco Palombi, sul Fatto Quotidiano del 23 novembre:



distanziandosi in modo risentito e incisivo dal più triste dei nuovi farisei: Rampini, autore di una ipocrita e tardiva palinodia che non meritava nulla di diverso dalle poche, veementi parole che Palombi gli ha dedicato. Quello che Marco dice a Rampini è appunto: "Caro Federico, "eritis sicut Deus" lo hai detto tu, non io, quindi parla per te!"

Certo, Palombi è bravo e coraggioso. Ma basterà un Palombi a salvare l'onore della professione?

Forse no, come del resto non basterò io a salvare l'onore della mia (nonostante abbia iniziato con cinque anni di anticipo a fare nella mia il lavoro che Marco sta facendo nella sua).

Stanno però arrivando i rinforzi.

Marco Travaglio, un giornalista al quale non si può disconoscere uno sfolgorante talento, anche se mi è capitato di polemizzare spesso con lui per la sua visione dell'economia fattualmente incoerente con quei principi liberali cui egli stesso dichiara di ispirarsi (ricorderete l'ironica legge di Travaglio, sulla quale ma non c'è mai stato tempo per un confronto approfondito), ieri sera ha magistralmente scacciato i mercanti dal tempio:


Ecco, Marco, tu sei abituato alla solitudine (dici), ti meravigli della sorpresa altrui, e ti indigni per il tradimento dell'intellighenzia...

Benvenuto nel mio mondo.

Sai, su questo tradimento io qualche parola l'ho spesa (penso al capitolo 5 de L'Italia può farcela), il fenomeno l'ho studiato, e posso dirti che questo tradimento delle élite ha un nome, un nome che tu, per motivi che non mi spiego, non vuoi pronunciare. Se e quando vorrai farlo, quello sarà un vero punto di svolta per il nostro paese, perché con un alleato come te al suo fianco la verità, che già a mani nude se la cava benissimo (come i risultati di ieri dimostrano) liquiderebbe immediatamente la menzogna. Se invece vorrai continuare a ripetere come un Gutgeld qualsiasi che "il problema dell'Italia è l'Italia", noi continueremo comunque a volerti bene per le tue parole di ieri sera.

Quelle parole hanno messo a nudo, di fronte al circolo dei nuovi farisei (il cui principe infatti ha immediatamente sviato il discorso) quale sia oggi la questione politica cruciale, perché è cruciale per il nostro ordinamento politico democratico: quella di un giornalismo che è totalmente appiattito di fronte ai grandi interessi economici, che è puro veicolo di propaganda e non di lecita espressione di opinioni, che è showbusiness e non laboratorio di elaborazione e confronto di idee, che è completamente privo di qualsiasi rappresentatività rispetto a una società civile cui non solo non dà voce, ma della quale denigra e combatte le voci migliori per mezzo di sicari prezzolati, che si costituisce, in tal modo, come ostacolo alla democrazia impedendo la maturazione della coscienza dei lettori, e che però, proprio per questo, si sta avvitando su se stesso, e constata con uno stupore commovente (ma inquietante) la propria crescente incapacità di incidere sull'opinione pubblica, la propria vertiginosa perdita di credibilità e di autorevolezza.

Qualche sera fa, a cena con uno degli esponenti del più prestigioso fra questi megafoni del potere, a valle della mia osservazione che un certo articolo sulle banche che sarebbero fallite a causa del no era lievemente impreciso (se avesse vinto il sì, voi oggi comprereste azioni MPS, nonostantestiano per ovvi motivi recuperando mentre scrivo!?), raccoglievo con commossa e partecipe solidarietà le sue parole: "Ma tanto oggi non contiamo più nulla, la gente non legge noi, legge il Daily Mail...". Lo sanno che si stanno condannando all'irrilevanza, come lo scorpione sa che annegherà, al punto che usano questa crescente coscienza della propria incapacità di raggirare i lettori come meccanismo autoassolutorio: "Possiamo dire qualsiasi scemenza ci venga chiesto di dire da chi ci paga, tanto non siamo più in grado di far danno perché non siamo più credibili". E dormono sonni tranquilli (agli Hamptons).

Ma attenzione, non è affatto un bene che i media si stiano palesando per quello che sono: meri strumenti di propaganda unidirezionale, nemici del pluralismo, nemici della democrazia, apertamente ostili al suffragio universale, pronti a denigrare (al netto degli ipocriti mea culpa à la Rampini) gli elettorati che si pronuncino in modo contrario agli interessi percepiti dei propri editori, i quali, a loro volta, non sembrano poi tanto in grado di percepire quali siano i loro reali interessi, come la vicenda fallimentare del Sole 24 Ore dimostra. Il metodo fascista dei media, quello che ho chiamato in tempi non sospetti "il fascismo dell'opinione" (a pag. 283 de "L'Italia può farcela), il metodo consistente nel presentare come fatti le porche e disinformate opinioni dei loro mestieranti (Lombroso reconnaitra les siens...), sta determinando due derive pericolosissime, dalle quali tutti, loro per primi, rischiamo di venire schiacciati.

La prima pericolosa deriva  è quella di aver disabituato i cittadini a ragionare in termini di fatti, in particolare di serena e fattuale valutazione del dato economico, e di quanto esso incida sui propri e sugli altrui interessi. Nel mondo dell'opinione totalizzante, i fatti diventano fattoidi, e chiunque può costituirsi fonte statistica nel dibattito, tenendo sempre aperta la porticina del "l'economia non è una scienza", da usare come uscita di sicurezza nel caso in cui venga messo di fronte alle proprie responsabilità e alla propria incompetenza. Se l'economia non è un scienza, chiunque può parlarne, giusto? Parlare di medicina senza averne titolo può costituire reato, mentre di economia chiunque può parlare, come di calcio, perché... non sono scienze! Eppure la cattiva economia uccide quanto e più della cattiva medicina: uccide i corpi, ma soprattutto le anime: priva di futuro, di prospettiva, di speranza...

Lo scopo di chi si costituisce epistemologo della domenica è esattamente questo: accreditare nel dibattito opinioni totalmente infondate, partendo dal presupposto (falso) che tanto una valga l'altra, che un economista non sia più legittimato a pronunciarsi in materia economica di un simpatico laureato in lettere. Va notato un paradosso: i centri dai quali parte questa denigrazione della dignità scientifica dell'economia sono, come chi è nel dibattito sa bene, esattamente quelle grandi università connesse alle reti transnazionali di elaborazione del pensiero unico, i cui aderenti sono così puntigliosi nel rivendicare e nel pretendere scientificità (da misurare secondo parametri autoreferenziali). Sì, insomma, paradossalmente i bocconiani della pirreviù sono anche quelli de "l'economia non è una scienza". Ma il paradosso è solo apparente: loro, infatti, sono quelli che più hanno mentito, e che quindi più di tutti, perfino più dei giornalisti, hanno necessità di potersi assolvere, portando avanti l'idea che le loro menzogne sarebbero state ininfluenti, perché, dato che l'economia "non è una scienza", dire a un governo che in recessione l'austerità fa bene non è come dire a un adolescente che fumare fa bene.

Purtroppo non è così: il nesso causale esiste, è stabilito dalla letteratura scientifica, e un economista che porta avanti certe tesi smentite dalla sua stessa scienza è del tutto equivalente a certi medici dal comportamento poco scrupoloso. Questo blog è testis fidelis ac verus del fatto che l'economia è una scienza, perché quanto abbiamo scritto o si è già realizzato (a partire dalle crisi di Finlandia e Francia) o si realizzerà (e qui sapete di cosa parlo), e questo è il motivo del suo successo (e del fallimento altrui).

Torniamo ad occuparci di media...

Le idiozie profferite da questi ultimi in tema di "svalutazzioneinflazzionebbrutto" (di cui qui vi ricordo un esempio) sono solo la punta di un iceberg che galleggia perché fatto non di ghiaccio, ma di un'altra materia dallo scarso peso specifico (e dall'odore più penetrante). Questo simpatico iceberg marrone, a differenza del dirigibile cui ci parla Elio, un'elica e un timone ce l'ha: il suo scopo è molto trasparente, e l'ho descritto qui: costruire una società orwelliana dove il controllo del passato, da parte di chi controlla il presente, sia strumento di controllo del futuro (non è un caso se Elio parla di "Nubi di ieri sul nostro domani odierno": l'arte, se è arte, ci parla dell'uomo e quindi della società più di intere legioni di "scienziati").

Sì: i media, o meglio i loro editori, vogliono farci credere che quando ieri ci autodeterminavamo stavamo peggio di oggi, perché è loro intento negarci ulteriore autodeterminazione domani.

Dobbiamo opporci, e ieri lo abbiamo fatto, in assoluta coerenza con un lavoro che qui stiamo portando avanti da cinque anni.

La seconda deriva che i media, i "fascisti dell'opinione", hanno messo in moto, è ancora più pericolosa. Presentando opinioni come fatti, hanno talmente screditato il diritto alla libertà di opinione, che se una deriva autoritaria si manifestasse (come potrebbe) e mettesse un bavaglio a questi che ormai sono collettivamente percepiti come servi cialtroni, l'opinione pubblica accoglierebbe questa decisione non con preoccupazione, ma con sollievo. La reazione sarebbe: "Ci avete mentito per anni, mentito sui dati fattuali (quanto fosse la disoccupazione nel 1977, quanto fosse l'inflazione nel 1992), ci avete mentito sugli scenari, riportandone di totalmente scissi dai risultati della ricerca scientifica (ad esempio sulla Brexit): se ora vi mettono un bavaglio, ce ne faremo una ragione!". Sbaglierebbe, certo, chi pensasse così, e non condivideremmo, come non condividiamo, nessun vincolo al diritto di opinione come ad altri diritti costituzionalmente garantiti.

Ma una domanda dobbiamo pur porcela: oggi è realmente possibile esercitare in modo sostanziale, non puramente formale, questo diritto?

Sui media, oggi, non esiste alcun confronto di opinioni. Attuare la Costituzione oggi vorrebbe dire, prima di ogni altra cosa, garantire una rappresentazione equilibrata delle opinioni prevalenti nella società civile. Non è così. Mentre in Europa si procede a tappe forzate verso una criminalizzazione del dissenso degna delle migliori teocrazie (da quella pontificia a quelle orientali), qui, nella periferia, i merdia continuano ad articolare trasmissioni basate sull'uno contro tutti, dove, per di più, l'uno viene estratto da un insieme di cardinalità due: o è il sottoscritto, o è Claudio Borghi (che se con la sua scelta politica, che rispetto, ha tatticamente guadagnato diritto di tribuna, d'altra parte ha anche prestato il fianco alle critiche degli imbecilli che "quello non lo ascolto perché è leghista"). Con le uniche tre eccezioni che conoscete (Il Fatto Quotidiano, TgCom24, e le trasmissioni di Andrea Pancani su La7), sui media oggi di opinioni ne esiste una sola, la loro, e una delle possibili voci di dissenso, la nostra, è stata sistematicamente denigrata e conculcata, nonostante fin dall'inizio fossimo stati molto scrupolosi nel mettere in evidenza come essa, al netto del delirio dei servi cialtroni che infestano anche la mia, di professione (come sopra ho ricordato), fosse scientificamente solida e condivisa dagli esponenti più autorevoli della scienza economica. Il j'accuse di Marco (uno dei due) mette in evidenza, non so quanto volontariamente, questo dato. Soprattutto Travaglio lo dice esplicitamente: nella società si agitavano altri conflitti, altre esigenze, e voi non avete saputo dar loro voce, non avete saputo rappresentarli.

La verità è che forse non hanno voluto, ma il risultato è comunque lo stesso: così facendo, i fascisti dell'opinione si stanno condannando all'irrilevanza e questo, purtroppo, non è un bene. Loro, e chi li paga, possono riprendere il sopravvento solo alzando i toni dello scontro, a costo di esplicitarne il contenuto reale, ovvero la regressione a una società neofeudale. Questo è quello che ormai non hanno paura di dirci, a partire dai guitti locali, tutto sommato irrilevanti nel loro patetico provincialismo,per arrivare a esponenti più rilevanti della fabbrica del falso. Guardate ad esempio questi due: la simpatica consulente della McKinsey che vorrebbe che le politiche pubbliche fossero certificate da agenzie "indipendenti" (come la sua):

(McKinsey, la patria di Yoram "il problema è l'Italia" Gutgeld, by the way...) e alla quale mi è occorso ricordare l'abbecedario della democrazia:


e il simpatico collega di Cornell:


Dopo averci tolto una parola che non ci hanno mai dato, vogliono toglierci un diritto di voto che la maggioranza non ha mai avuto reali opportunità di esercitare con consapevolezza.

Ecco cosa lega le due vittorie che mi proponevo di commentare: il rifiuto di questo metodo, la resistenza a questa aggressione. Le vittorie dimostrano che la Storia è con noi. Ma questi sono momenti terribili, pericolosi. Esorto tutti alla calma. La deriva autoritaria è alle porte, visibile nei documenti della Commissione che vi ho citato, e in tutte le riverite opinioni che vi ho documentato. La nostra risposta è efficace, ma potrebbe esserlo di più con più mezzi (e questo è un altro problema, del quale parleremo in altra sede). Intanto, ci sia di ausilio nella nostra lotta l'aver individuato il nemico immediato e prossimo della nostra: il sistema dei media. Dobbiamo contrastarlo con gli strumenti che ci offre non tanto la democrazia, che con questi media, appunto, non può esistere (non ci può essere democrazia sostanziale dove predomina il fascismo dell'opinione), quanto il capitalismo, quello sì reale, perché condannato a esserlo dalla sua stessa logica interna, quella del profitto.

Sarebbe così bello se ve la smetteste di guardare trasmissioni di merda alzando la loro share e portandole nei trending topic! Quando capirete questo, avrete cominciato a votare col portafoglio, e avremo fatto un piccolo passo avanti. Sarebbe così bello se smetteste di comprare i giornali che vi mentono! Quando cominceranno a fallire, dedicheremo loro un commosso e partecipe epicedio, e ci diremo che quando si spegne una delle tante voci che ripetono la stessa menzogna, il pluralismo si arricchisce e la democrazia ne guadagna. Sarebbe così bello se ve la smetteste di assumere sui social media toni esagitati che si rivelano infallibilmente un boomerang! Ora che sono loro, i servi delle élite, ad assumerli, nel loro smarrimento, voi servitevi a piene mani del nostro dizionario, marcando così lo scarto antropologico che esiste fra un uomo libero e un servo, fra un patriota e un verme, fra un partigiano e un repubblichino. La metà delle persone che ho bloccato su twitter (si parla di parecchie migliaia) erano cretini che credevano di stare dalla mia parte e che invece, pagati o meno, mi stavano oggettivamente mettendo in difficoltà.


Bene: questo deve essere il fulcro della nostra riflessione politica: come riappropriarci di reale rappresentatività politica. Mi sembra chiaro che il discorso non è circoscritto ai media e al loro tentativo fascista di soffocare la nostra voce, ma investe il ruolo di tutti gli altri corpi intermedi: sindacati, partiti, associazioni di categoria.

Il tempo a mia disposizione, però, è scaduto, e vi lascio con una nota biografica: per la prima volta da parecchi, troppi anni, ieri sono riuscito a dormire. Eppure, quella di ieri non è assolutamente una vittoria definitiva: è solo l'inizio di una lotta da combattere con un nemico più insidioso e più pericoloso perché sa che ora il suo avversario (la democrazia, noi!) ha dalla sua la pericolosa illusione di poter cambiare le cose col proprio voto. Ci volevano sfiduciati, sconfitti.

Abbiamo ritrovato fiducia.

Estote ergo prudentes sicut serpentes...

venerdì 2 dicembre 2016

QED69: Tu l'as voulu François Dandin...

Tanti tanti anni or sono, avevo una regazzetta del Villaggio Olimpico. Lei non era rustica, ma le sue amiche abbastanza. Ricordo un giorno una di loro chiedere a un'altra: "Che profumo hai messo?" Et l'autre de repondre: "Anè Anè".

Ignorava, la rustichella, che sulle "i" va sempre messo un puntino, anche (e soprattutto) quando le "i" sono tante (una cosa tipo 888. A proposito, com'era quella cosa dell'euro che ci difende dai fire sales?), ma qualche volta ne vanno messi due, e la scelta non è casuale. So che non ci crederete, ma non corressi la rustichella. Detesto l'abuso di posizione dominante, anche quando è la mia. E poi, fra un intellettuale e una rustichella si sa bene chi domini. La rustichella.

Ignoravo l'esistenza di Anè... pardon: Anaïs Ginori fino a questa mattina, pour la simple et bonne raison che non leggo il giornale sul quale scrive, ritenendolo schierato e inattendibile. Eppure questa persona che non ho mai visto, che mai conoscerò, mi ha regalato oggi un momento di intenso piacere, questo.

Grazie, Anè!

Ma anche grazie Grazia Graziella...

Che il simpatico porco mandato a difendere "da sinistra" gli interessi del grande capitale finanziario (un po' come Blanchard, l'economista "tanto cheinesssiano signora mia!", che ha dato er tuist de sinistra a l'FMI, approvando la Strafexpedition dei creditori francesi contenente un colossale errore tecnico: quello che il moltiplicatore fosse pari a 0.5, e agendo quindi in spregio della deontologia, come vi ho dimostrato qui), che il simpatico trombatore di attricette avrebbe fallito era nei dati e qui ce lo siamo detti il giorno stesso della sua elezione, mentre i giornali inattendibili esultavano.

Dedichiamo a questa conferma il numero che Apollinaire qualificava come erotico. Sia di buon auspicio al futuro pensionato...

Ammetto che ci potesse essere un minimo, ma veramente un minimo, di alea circa le modalità con le quali il fallimento politico si sarebbe manifestato a valle del fallimento economico che era invece assolutamente certo. Poteva anche andare alle elezioni e farsi sconfiggere! Ma la sua sconfitta era talmente certa, nei sondaggi, che questo sarebbe stato atto di follia. L'unica cosa che poteva fare era ritirarsi.

Ora la sinistra un candidato non ce l'ha, per il semplice motivo che, come chi ci legge dall'inizio sa bene, non c'è più una sinistra. Ormai siamo arrivati al punto che nei seminari della sinistra ci si guarda in faccia e ci si dice: "Abbiamo un problema: ci chiamiamo sinistra, e la gente questa parola non vuole più sentirla". E certo, e chissà perché! Sarebbe stato possibile ridarle un senso, non dico cinque anni fa, quando l'avevo chiesto io, non essendo nessuno, ma un paio di anni fa, combattendo dalla parte giusta l'ultima battaglia che avesse un senso di classe, quella sul jobs act. E invece no, per i motivi che vi ho tanto spesso dettagliato: la paura che Renzi vincesse (delle vittorie di Renzi avremo presto un esempio)...

Diciamo che il tempo, che è galantuomo, ha reso giustizia a una verità tanto semplice, quanto terribile, quanto profonda: i regimi presidenziali/maggioritari, al tempo della globalizzazione finanziaria, offrono all'elettore la scelta fra due destre. Questa verità la si può nascondere mandando avanti un fantoccio, un Bersani, un Hollande (ma anche un Renzi), a fare il lavoro sporco. Tuttavia la verità è come il sughero (diciamo così): è nella sua natura venire a galla, e lo sta facendo ovunque in Europa. In Italia non ancora, va detto, come va anche detto che la differenza la fanno gli uomini e le donne. Marine Le Pen ha studiato. Chi ha avuto come me l'opportunità di lavorare per anni in Francia lo ha visto. Partiva già avvantaggiata rispetto alla destra de noantri per il fatto di vivere in un paese la cui identità nazionale non è sistematicamente vilipesa dai media e dai politici corrotti (cioè al soldo di interesse esteri, tanto per esser chiari). Ma questo non sarebbe bastato, perché il giusto orgoglio di essere francesi è un bene diffuso in Francia, ed è quindi abbastanza difficile farne una bandiera politica. Bisognava anche capire come funziona la globalizzazione e in che modo l'euro l'aiuta, e questo è stato studiato e capito, e quindi ora può essere fatto capire, dalla destra francese, con un'efficacia e un'immediatezza della quale vorremmo tanto che la sinistra si riappropriasse.

Ma questo è impossibile perché la sinistra ha difeso il progetto imperialista e globalista europeo, e non sa come sganciarsene. Ed è per questo che nei seminari di sinistra ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che "la transizione la gestirà la destra". Oddio, se lo dicono fra di loro, con quell'atteggiamento dei nobili dell'Ancien Régime avviati alla ghigliottina, quell'atteggiamento di composta ed elegante rassegnazione che faceva sclerare Stendhal, e che oggi fa sclerare Luciano. Quando c'è di mezzo la pelle, forse l'eleganza la si può tenere un momento da parte, no?

Quindi ora in Francia la scelta è fra Fillon e Le Pen. Difficile che si presenti un candidato "de sinistra" credibile. Per essere tale dopo anni di menzogna dovrebbe difendere l'Europa, cioè lo schiacciamento dei salari, e per arrivare almeno al ballottaggio ora che la menzogna è stata svelata dovrebbe difendere i salari. Ma c'è la contradizion che nol consente...

Ero a Bruxelles un paio di giorni fa, a pranzo coi vincitori (che sarebbero quelli che ho fatto di tutto per non far vincere: quindi io ero lo sconfitto, ma di sconfitta me ne basta una). Certo, anche loro di strada da fare ne hanno. Fillon è il loro Monti, e loro non sanno quali disastri abbia fatto Monti in Italia! Ma qualcuno gli ha fatto vedere due dati semplicissimi, che ignoravano: tredici trimestri di recessione continua con l'applicazione dell'austerità "thatcheriana", e tredici punti di rapporto debito/Pil in più. Due tredici non esattamente fortunati. Credo che nella campagna elettorale francese questi esempi verranno citati spesso.

Dopo di che, non è detto che questo basti a portare all'Eliseo il Front National, e comunque considero una sconfitta umiliante il doverlo auspicare, come peraltro ho già fatto pubblicamente nel famoso video in cui mandavo al posto suo Guy Verhofstadt, esplicitandone il motivo: questa vittoria sarebbe l'unica possibilità di dare una scossa alle nostre classi dirigenti per costringerle ad occuparsi dei nostri problemi.

Sì, perché poi alla fine diciamocelo molto francamente: l'idea che la compagna Marine, o il compagno Trump, si mobilitino per sollevare le sorti degli sconfitti della globalizzazione fa un po' sorridere, non è vero? Prendiamo ad esempio il compagno Trump. Oggi tutti fanno la semplice riflessione che qui abbiamo sempre fatto: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può essere un outsider, è un pezzo dell'establishment, e ne difenderà gli interessi. Sentite ad esempio in che modo Rick Wolff, l'autore del grafico che spiega tutto, ci racconta la Trumponomics: "Sì, dicono che quello tirerà su il muro, ma è evidentemente una scemenza, perché controllare le frontiere è come mettere una legge sul salario minimo. Poi dove li trovano, gli imprenditori americani, dei poracci disposti a lavorare per un tozzo di pane? Quindi non è credibile che deporterà così tanti clandestini..." Io ho fatto una sintesi, ma se vi ascoltate la sua intervista vedrete che viviamo in un mondo in cui i marxisti americani dicono quello che dicono i fascisti francesi, e in cui i "democratici" proseguono la costruzione dei muri avviata dai "repubblicani".

Dobbiamo preoccuparci?

Sì, certo, dobbiamo preoccuparci del fatto che chi fa certe promesse di giustizia sociale sia proprio chi ha tutto l'interesse (di classe) a disattenderle. D'altra parte, il capitalismo ha dimostrato di trovarsi sempre e ovunque perfettamente a suo agio con gli uomini (o le donne) forti al comando: quando non li ha espressi direttamente lui, questi personaggi, li ha comunque catturati. Mi sembra piuttosto ovvio che è più semplice catturare (che sarebbe il termine tecnico per corrompere) un singolo governante, un dittatore o dittatorello, un presidente padrone, piuttosto che una intera e variegata assemblea parlamentare nella quale i multiformi interessi di una collettività siano tutti proporzionalmente rappresentati, no? Se il numero di telefono è uno solo, chiamare costa meno. Non è un caso se si fa tanto per ridurre gli spazi nei quali i cittadini sono chiamati a esprimersi, come ho spiegato nel mio ultimo working paper, facendo i nomi dei tanti giuristi competenti e onesti che di questo fenomeno si preoccupano.

Ma dovremmo comunque preoccuparci molto di più, qui e ora, di un altro fatto: al di là delle dinamiche che nel lungo periodo possono portare la destra a difendere gli interessi della destra (oggi così efficacemente difesi dalla sinistra), resta il dato pesante come un macigno che in questa Europa, che è l'unica Europa possibile, quella che esprime i rapporti di forza definiti da una storia centenaria, e che vedono il prevalere del capitalismo tedesco, insomma: in un'ipotetica Europa unita, non c'è spazio per la democrazia, anzi, direi che non c'è spazio proprio per la politica "tout court". Il motivo è semplice: non ci può essere polis né demos senza logos, e il logos europeo non c'è, quindi non c'è il demos, e i tentativi di crearlo sono esperimenti di ingegneria etnica a confronto dei quali il nazismo è una passeggiata di salute (e questo gli etnografi lo vedono e lo capiscono).

Il predominio della governance (cioè dell'idea che chi ci guida debba semplicemente assicurare il rispetto di regole eteronome, sottoscritte ma non condivise né tantomeno elaborate democraticamente dalle comunità che a esse sono assoggettate) sulla politica non è solo una stortura rettificabile di un progetto complessivamente sensato, ma temporaneamente sottoposto alle forzature di una minoranza di dissennati. No, no, le cosa stanno in un altro modo! La politica ha il suo horror vacui: la filosofia politica della governance si insinua e si espande in un vacuum politico creato, più o meno deliberatamente, da chi ha preteso di creare uno spazio politico laddove non esisteva, perché non poteva esistere, uno spazio nazionale. Sì, cari amici "de sinistra": purtroppissimo in democrazia non ci può essere politica senza nazione. L'alternativa alla nazione, nella grammatica politica, è l'impero, che ha una simpatica dimensione coloniale non del tutto compatibile con l'esercizio pieno della sovranità democratica del popolo. Lo stiamo vedendo in questi giorni, con i simpatici pizzini che dallo zio Tom a er cariòla tutti gli esponenti dei poteri forti ci stanno recapitando...

L'idea di una governance delle regole che assicura la pace abolendo lo spazio nazionale è consustanziale all'idea che la distribuzione del reddito sia un fatto tecnico, dipenda dalle produttività marginali dei fattori di produzione. Insomma: i compagni che vogliono l'Europa vivono in un delirio neoclassico, quello nel quale il conflitto non c'è perché non ci sono rapporti di classe ma c'è solo il mercato, che sa quello che deve fare, e che quindi deve essere lasciato libero di esercitare la sua sovranità tecnica, visto che la sovranità "politica" delle nazioni è stata foriera di conflitti. Ovviamente il dettaglio che sfugge, la mucca nel corridoio, come direbbe un famoso perdente complice del progetto, è che il mercato fallisce (ma ha sufficienti soldi per assoldare una schiera di gazzettieri che compatti diano la colpa allo stato corotto cò du ere...). Sfugge anche il dettaglio storico che abolire i luoghi di conflitto, cioè di mediazione degli interessi, non è il modo migliore per prevenire esplosioni di violenza. Direi piuttosto il contrario, e questo i nostri amici tedeschi lo sanno:

"Damals erlebte ich, was ich jetzt begreife: jene schwere, massive, verzweifelte Zeit. Die Zeit, in der der Kuß zweier, die sich versöhnten, nur das Zeichen für die Mörder war, die herumstanden. Sie tranken aus demselben Becher, sie bestiegen vor aller Augen das gleiche Reitpferd, und es wurde verbreitet, daß sie die Nacht in einem Bette schlafen würden: und über allen diesen Berührungen wurde ihr Widerwillen aneinander so dringend, daß, sooft einer die schlagenden Adern des andern sah, ein krankhafter Ekel ihn bäumte, wie beim Anblick einer Kröte." (qui)

L'Europa che ci dà la pace abolendo le nazioni che hanno posto fine alle guerre di religione in effetti ci sta consegnando a un periodo storico nel quale, nonostante la NATO che ci ha dato la pace (perché sarebbe paradossale andare a bombardare una base americana in Germania facendo decollare in aereo americano da una base americana in Italia, no?), si sta aprendo un periodo pesante, duro, disperato, una nuova stagione di guerre di religione, combattute in nome di un nuovo dio: l'euro. Come tutte le divinità, anche l'euro ha la venerazione delle sue vittime. La musica quindi non credo cambierà, prima di eventi molti traumatici, ma nel frattempo il potere che ci opprime, per tirare a campare ancora un po', cambierà ovunque i suonatori.

Perché, come spiegavo ieri ad alcuni simpatici investitori in un ristretto, elegante e cordiale roadshow, "carissimi: noi siamo l'élite, giusto? Bè, sapete che c'è? Abbiamo un problema. Qualcuno sta insegnando agli elettori la lotta di classe. E quel qualcuno sono i fascisti (all'estero), per di più in un momento in cui (da noi) si fa la legge Acerbo...".

Sorrisetto di circostanza, ma capire hanno capito (e qualcuno ha anche ringraziato).

Intanto, e per concludere, dedichiamo un (QED) sessantanove al nostro amico François, che ha così degnamente onorato il suo paese. Un paese che amiamo, nonostante sia all'origine dei nostri problemi più della tanto vituperata (dalle élite) Germania, e dal quale è estremamente probabile che presto arrivi una scossa...

lunedì 28 marzo 2016

Perché esiste l'euro?

Dott. Grande ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Unioni monetarie, aka colonie":

@tafazzi
Non puoi salvare chi non vuole essere salvato, non puoi liberare chi non vuole essere libero. Il grande inquisitore de “I fratelli Karamazov” sosteneva che l'uomo non vuole la libertà, ma desidera autorità, mistero e miracolo. Il noto blogger del primo secolo fu tentato 3 volte: la prima volta fu sfidato a trasformare una pietra in pane, ma egli voleva che gli uomini fossero capaci di procurarsi il pane da soli (non è libero chi dipende da un altro che gli da il pane – o il reddito di cittadinanza – e che all'occorrenza può anche toglierglielo e che mantiene il mistero su come si fa il pane); poi fu sfidato a mostrare la sua potenza librandosi nel vuoto, ma egli voleva che la fede fosse una scelta interiore fondata su una ricerca personale e non che fosse fondata su dei miracoli esteriori; poi gli furono offerti tutti i regni della terra, ma egli non voleva che gli uomini fossero sottomessi ad un'autorità ma li voleva capaci di autodeterminarsi, capaci di scegliere da soli le regole alle quali sottostare. Il noto blogger del primo secolo resistette alle tentazioni poiché voleva fare un dono agli uomini, il dono della libertà: ma per molti la libertà non è un dono ma un fardello insopportabile rispetto al quale preferire autorità, mistero e miracolo. Molti desiderano un'autorità di fronte alla quale inginocchiarsi, che decida per loro e che li deresponsabilizzi. Molti desiderano che l'autorità agisca nel mistero, che non renda di dominio pubblico i meccanismi interni alle proprie decisioni. Molti vogliono che l'autorità li illuda di essere in grado di compiere miracoli. L'euro ha privato i popoli della libertà e della democrazia, dandogli in cambio autorità, mistero e l'illusione del miracolo.

Il miracolo, il grande sogno europeo: l'illusione che l'adesione alla moneta unica, idolatrata custode di poteri miracolosi e semidivini, avrebbe risolto tutti i nostri problemi. L'euro esiste perché c'è chi non vuole essere libero.


(...impeccabile. E ora fate er partito...)

sabato 26 marzo 2016

Stendhal vs. Renzi: democrazia, privatizzazioni e corruzione

(...i grandi classici...)

(...per quello che vuole portarmi sul delta: oggi ho fatto la lunga, ma sono sceso a 6,6, dai 6,8 dell'altra volta. Lì come va? Tutto bene? Tieniti leggero a Pasqua...)

"Je m'ennuierais en Amérique, au milieu d'hommes parfaitement justes et raisonnables, si l'on  veut, mais grossier, mais ne songeant qu'au dollar [...] Faire la cour aux hommes du peuple, comme il est de nécessité en Amérique, est au-dessus de mes forces. Il me faut les moeurs élégantes, fruit du gouvernement corrompu de Louis XV..."



Viva la sincerità! Stendhal era un progressista, come forse saprete, quindi fottutamente aristocratico, come capita spesso agli amici dell'umanità (amici sì, purché stia a casa sua...), ma almeno si rendeva conto delle sue contraddizioni e non si nascondeva dietro a un dito. Cosa della quale oggi ci sarebbe tanto bisogno.

Mi tornavano in mente ieri queste parole, e anche delle altre, che ora non riesco a trovare (ma voi che sapete tutto sono sicuro che mi aiuterete): quando dice che in fondo fra monarchia e democrazia la seconda offre una certezza: quella di essere comunque il governo dei bottegai. La monarchia, viceversa, soggiace al caso: un re può nascere bischero (da noi in effetti è andata sempre così), oppure no, nel qual caso, magari, le cose vanno meglio con una monarchia costituzionale (la carta del 1830) che con una democrazia ammeregana (la Merika essendo allora il termine di paragone, la democrazia realizzata di inizio XIX secolo...).

Ci pensavo un po' perché, come sapete, a Giovinia c'è del fermento: i giovini vogliono darsi un governo, e io li incoraggiavo a scegliere un regime democratico. Ma, come avrete visto, loro sono piuttosto intenzionati ad estrarre a sorte i propri governanti. Una proposta, faceva notare Silvia, non molto originale, ma comunque con fondamenti nelle scienze politiche (ad esempio ne parlano Del Savio e Mameli in un articolo contro il Parlamento Europeo che vi ho indicato tempo addietro, e che sviluppa il loro concetto di democrazia antirappresentativa come antidoto alla cattura dei politici da parte delle oligarchie), e anche nella letteratura: in fondo, Stendhal preferisce la monarchia (costituzionale) proprio perché gli consente di affidarsi al caso, alla lotteria della genetica.

Ci pensavo anche perché a Parigi, in trasmissione (una trasmissione che dovrebbe andare in onda ai primi di aprile, mi hanno detto), parlavo a Jacques Sapir della crisi bancaria italiana, e facevo questa riflessione che qui molti di voi hanno fatto prima e meglio di me: abbiamo privatizzato il sistema bancario a metà anni '90 per moralizzarlo sottraendolo alla politica, e invece, alla fine, gli intrecci con la politica sono diventati ancora più perversi (non dico incestuosi altrimenti mi querelano: mi riferirei eventualmente al fatto che la politica è figlia dell'economia...). Partendo da questa riflessione, gli spiegavo il paradosso di avere un capo del governo che comincia a difendere gli interessi del paese nel momento in cui una crisi finanziaria privata, nella quale è coinvolto per relazioni in qualche modo legate al suo percorso politico, lo tocca personalmente, costringendolo ad alzare i toni per consolidare il consenso interno (parlare a Merkel perché piddino intenda).

Si conferma così che l'antinomia "pubblico-corrotto"/"privato-incorrotto" non funziona proprio, e l'abbiamo visto (esempio preclaro, in altre settore e altre paese: il caso VW). Un pezzo del problema è che con le "privatizzazioni" la politica cacciata dalla porta rientra dalla finestra, diventando più evanescente, più sottratta ai normali meccanismi di controllo giurisdizionale preventivo e politico successivo (qualcuno ha capito cosa sono le fondazioni bancarie?). Poi direi che anche qui si applica la lotteria di Stendhal: se la genetica aiuta, può anche darsi che un politico, per altruismo, per narcisismo, devii ogni tanto dal porco comodo suo e faccia magari per sbaglio l'interesse collettivo. Ma un privato ci offre sempre e solo un'unica certezza: quella che, se gli si lasciano le briglie sul collo, si farà sempre e comunque prima i fatti suoi, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo - purché sostenuto dagli altri!

E, se ci pensate, questo spiega tanti problemi "sistemici". In termini aulici lo chiamiamo fallimento del mercato...



(...e si conferma anche la legge di Bagnai: nei grandi classici è meglio entrare dalla porta di servizio. Spesso gli autori sono più veri dove sono più umani, cioè meno grandi...)

mercoledì 13 gennaio 2016

La sovranità monetaria in tre tweet

Da Il tramonto dell'euro, p. 262 e quarta di copertina:

"Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l'unico metodo per opporci è rifiutare l'euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi fallimenti".

Quattro anni dopo forse preciserei meglio: oltre a essere un simbolo (il che ne fa un obiettivo politico), l'euro è anche, ovviamente, uno strumento di oppressione. Per capire perché, vi propongo un disegnino sufficientemente espressivo:


Chiaro, no?

Se non hai l'euro, Draghi (il quarto potere di cui al post precedente, quello che chi per lavoro studia i poteri dello Stato non vede) non può chiuderti il rubinetto degli euro. Per chiudere quello degli zloty deve entrare coi carri armati, come ai bei tempi. 

Ma finché i carri armati non sono entrati, puoi permetterti quello che Renzi non potrebbe permettersi nemmeno se volesse (e a marzo vorrà). Questo:



(http://www.eunews.it/2016/01/12/polonia-ue-timmermans-lettera/47964).



giovedì 16 luglio 2015

Io, l'Alzheimer e l'uscita dall'euro

(da Marco Basilisco - ma anche se non ve lo dicessi lo riconoscereste - ricevo e volentieri pubblico, mentre mi accingo a fare le mie tre ore di lavoro socialmente utile assistendo alcuni malati...)


Alberto,

diciamoci tutto. 

Tu eri troppo ottimista all’inizio, quando hai aperto il blog. 

Pensavi che l’uscita dall’euro si sarebbe verificata in tempi più brevi. E speravi che che nelle vicinanze dell’evento alcune forze politiche della sinistra europea avrebbero avuto la forza e l’intelligenza di dire “ci siamo sbagliati” coagulando una buona parte dell’elettorato di sinistra.

Hai sbagliato, ammettilo. Certo avevi degli argomenti solidi dalla tua parte, inutili richiamarli qui. Anzi, i pazzeschi sviluppi economici e politici di questi anni dimostrano, ogni giorno di più, come la costruzione della moneta unica fosse un progetto folle e insostenibile. Crollerà.

Ma mentre tu pensavi a un ictus, un colpo secco e via, poi magari si può ripartire, qui si tratta di Alzheimer. Il malato con questa patologia scende la lunga scala verso la tomba senza saltare un gradino. Prima le piccole dimenticanze che fanno salire l’ansia, poi la mancanza di orientamento, a un certo punto non si riconoscono più i figli, cominciano le allucinazioni, le crisi psicotiche, poi non si riconosce più il coniuge, arriva il pannolone, e si percorrono tutti i gradini e tutte le patologie della lungodegenza, le piaghe da decubito, i sondini, la maschera a ossigeno …

Ecco, i creatori delle antidemocratiche istituzioni europee, personalità chiaramente sadiche, non molleranno l’osso tanto facilmente e ci faranno percorrere tutta la scala che conduce fuori dalla democrazia e verso la guerra, un gradino alla volta, se necessario facendo delle piccole soste. Non ci sarà risparmiato niente.

Sto facendo un trasloco e sfrutto le ore notturne per spostare scatoloni, troppo caldo. Pochi minuti fa ho avuto il piacere di ascoltare Barisoni con Da Rold in collegamento da Atene. Da Rold ci fa sapere che Tsipras ha perso la votazione nel comitato centrale di Syriza: 109 su 211 hanno votato contro la sua proposta. Dopo di ciò Barisoni e Da Rold (ripeto: Barisoni e Da Rold) si sono fatti beffe del cosiddetto accordo “proposto” alla Grecia descrivendolo, in sintesi, come un capestro da cravattari (“usurai" per i diversamente romani) le cui previsioni economiche, per esempio sugli introiti delle privatizzazioni sono semplicemente ridicole. Tenendo conto delle dichiarazioni di Paolo Ferrero che ho avuto il dispiacere di ascoltare in diretta stamattina (sempre facendo scatoloni) per il quale l’importante è stare con Tsipras anche se accetta le imposizioni della Troika non possiamo non concludere che:

FERRERO E TSIPRAS SI COLLOCANO A DESTRA DI BARISONI E DA ROLD.

Non ci sarà risparmiato niente.
(...esatto! Va però detto che io non vi ho mai detto il contrario...)

mercoledì 15 luglio 2015

Il male della banalità: la sinistra nell'epoca del sogno europeo

(da tre amici...)


In questi drammatici giorni, la Grecia ha dimostrato, nella maniera più tragica, l’impossibilità per qualsiasi forza della cosiddetta “sinistra” di affrancarsi dalla gabbia dell’euro e di prendere pienamente coscienza che l’Unione Europea, e il coacervo di trattati sui quali si fonda, sono espressione del più becero neoliberismo, dal quale è assente ogni sia pur tenue traccia di democrazia.

In questi giorni stiamo assistendo, una volta di più, allo smascheramento del vero volto di quest’istituzione totalitaria e del suo braccio armato, la BCE che, come volgari strozzini di una qualsiasi organizzazione mafiosa ricattano un governo nazionale, legittimamente eletto, e pretendono di sostituirlo con una tecnocrazia di proprio gradimento. Operazione che è paragonabile, pur se non effettuata con mezzi esplicitamente violenti ai golpe etero diretti avvenuti nei paesi i cui governi erano sgraditi alle èlites economico-finanziarie sovranazionali.

È ormai evidente che quest’Unione Europea è totalmente irriformabile perché incompatibile con la democrazia: non si pone più alcuna questione su quali cambiamenti siano necessari per renderla migliore.

Fanno sorridere gli appelli delle variopinte anime belle delle varie sinistre movimentiste sulla necessità di ridisegnare le regole europee, i parametri e i patti di stabilità, allo scopo di contrastare le politiche di austerità, visto che nella gabbia della moneta unica e dei trattati europei non c’è possibile redenzione. Il ricorso ad improbabili iniziative referendarie od elettoralistiche, su queste basi, è quindi destinato all’irrilevanza.

[continua...]

sabato 27 giugno 2015

Il tramonto dell'euro?

Il gioco delle menzogne incrociate ha condotto la situazione a un'impasse. Gli statisti del Sud, che hanno fatto dell'euro una bandiera di riscatto nazionalistico, possono liberarsene solo a patto di farsi cacciare. Quelli del Nord, che hanno privatizzato i profitti, non possono più di tanto essere accomodanti col Sud cui hanno accollato tutta la colpa per socializzare le perdite. La fine dell'euro e dell'UE, che abbiamo preconizzato, irridendo i pagliacci dell'irreversibilità, si avvicina di gran carriera, lungo la faglia, che tante volte abbiamo descritto, fra queste due placche di bugie. Se anche le istituzioni europee avessero l'intelligenza tattica di rimandare la palla nel campo di Tsipras, dandogli quello che dice di volere (haircut e euro senza austerità), ormai lo strappo è difficile da ricucire. Tutti hanno capito quanto dicevamo nel 2012: che l'euro non è una moneta ma un metodo di governo. Perfino questo gesuita!


Tutti ormai sanno che l'euro è l'austerità. Giacché ieri mi ha fatto notare che perfino il rapporto dei cinque presidenti lo ammette (ne parlo oggi sul Fatto Quotidiano). E ormai è anche chiaro quanto Kaldor diceva nel 1971: che le tensioni sociali causate dall'euro rischiano di distruggere l'Europa. 

Ma, come spiego nel lavoro che sto completando per Fusaro, proprio il fatto che tutti sapessero tutto da prima ci pone di fronte al vero, insormontabile problema politico dell'euro: l'ignavia, la pochezza umana, l'impreparazione tecnica delle classi politiche che ce l'hanno imposto, e che ora, in tutta evidenza, non sanno come gestirne l'inevitabile tramonto...

giovedì 28 maggio 2015

Il QE è un diversivo

(...diciamoci tutto: in sincerità e amicizia, e col massimo rispetto per la vita biologica altrui, desidero significarvi per l'ultima volta una cosa che ho spiegato molto chiaramente nel mio primo libro (ma anche nel mio primo articolo sul Manifesto, poi ripreso qui). L'euro è un confine, il confine fra la possibilità di una democrazia e la certezza del fascismo, inteso come regime classista e paternalista - astenersi storici e politologi dilettanti: nella mia politica more geometrico demonstrata uso le definizioni che mi pare e mi mantengo coerente ad esse. Ora, voglio chiarirvi una cosa: io sono cresciuto in tempi apparentemente meno sereni di quelli attuali. Per strada si urlava "uccidere un fascista non è un reato". E questa è una solenne scemenza. Ma è anche una solenne scemenza, chiedo scusa in anticipo, starlo ad ascoltare, un fascista. Voglio dire una cosa ben precisa, che poi è una delle tante cose nette e a fuoco che ho sentito dire a Sergio Cesaratto - questa la disse al #goofy3: oggi chi non ha ancora capito è inutile. A me non interessa perché chi è rimasto dall'altra parte del confine, dalla parte del "portare le decisioni importanti al riparo dal processo elettorale", dalla parte della Bce ai cui funzionari manca solo la licenza di uccidere - ma forse ce l'hanno, solo che noi non possiamo saperlo, perché l'accesso ai suoi atti è precluso alla magistratura, dalla parte della libertà sfrenata dei movimenti di capitale, dalla parte dello strumento principe della pax americana, insomma, dalla parte dell'euro, c'è rimasto. Sono fondamentalmente fatti suoi. Solo che lui ora è lì, io sono qui, in mezzo c'è un muro di propaganda che si sta trasformando in un muro di odio, io quello che potevo fare per farmi ascoltare l'ho fatto, non posso ogni volta riavvolgere il nastro da capo e ricominciare a spiegare il perché e il per come politico ed economico di questo regime fascista, e se chi sta dall'altra parte ha l'eguccio fragile e non gli va di studiare, sapete che c'è? Cazzi suoi. Io ho altro da fare, vi assicuro. Gioco in un altro campionato, e lo faccio con onestà intellettuale. Leggo i libri di cui devo parlare -

NESSUNO DI QUELLI CHE SON STATI CHIAMATI A PARLARE DEI MIEI LIBRI LO HA MAI FATTO

- controllo i dati che pubblico, cerco di scrivere in modo comprensibile, documento le mie asserzioni, e faccio il possibile per mettere in contatto le persone di buona volontà e dar loro strumenti per incidere nel dibattito.

Punto.

Questo è il lavoro di un intellettuale, del resto. Dopo di che, se devo perdere tempo con uno, prima voglio sapere da che parte del confine sta. Il mio principio è che collaboro con chiunque voglia ripristinare la democrazia. Il ripristino della democrazia passa per lo smantellamento dell'euro. Un altro euro - un euro "democratico" - non è possibile. Questo non vuol dire che eliminare l'euro significhi ripristinare automaticamente la democrazia. Significa però che chi non vede oggi quale vulnus per la democrazia sia l'euro - cioè, in buona sostanza, la banca centrale indipendente come potere costituzionalmente sovraordinato agli altri poteri dello Stato - non sarà nemmeno in grado domani di cooperare a un progetto di ricostruzione del paese su basi partecipate e democratiche. Tutti quelli che vi parlano di prezzo della benzina, o di technicalities apparentemente meno futili - e i derivati? E il debito under foreign law? E la rava? E la fava? - in realtà stanno perdendo pericolosamente di vista il punto.

Allora, io mi scuso con l'amico che riportava la senz'altro utile lezioncina di Losurdo su cosa sia il vero impegno politico. Se lui (Losurdo) lo sa, cosa sia l'impegno politico, fa bene a dirlo: a qualcosa servirà. Ma se io, prima di ascoltare una persona, voglio sapere da che parte del confine sta, ho le mie ragioni, che sono tante, e una delle prime è che le persone che appartengono alla galassia cui questo astro appartiene altro non hanno fatto che irridermi, insultarmi, diffamarmi, ostacolarmi, fraintendermi, distorcere il mio messaggio... e potrei continuare per pagine, perché non sono uno scrittore "de borgata", quindi una certa tecnica la ho - salvo poi fare un bel "cut and paste" del Tramonto dell'euro o de L'Italia può farcela, quando capita, e scoprire l'acqua calda per il beneficio di quei tre gatti che li seguono - sempre però con l'idea che noi, cioè io e voi, siamo degli appestati, dobbiamo essere guardati con sospetto, se non con riprovazione, perché abbiamo avuto una colpa che nessuno ci potrà mai perdonare: quella di aver capito dopo tantissimi altri, ma prima di loro, e di esserci espressi meglio di tutti. Questo non gli andrà mai giù. Ma naturalmente quello "non egemonico" e "divisivo" sono io, s'intende... Eppure se in questo paese un dibattito c'è, e tante scimmie cominciano a cadere dall'albero, credo che dipenda essenzialmente da quello che ho fatto, e soprattutto da come l'ho fatto: mettendo a nudo non il mio pisello o quel che ne rimane, ma il mio cuore, secondo una tradizione europea, e rendendovi intellettualmente ed emotivamente partecipi della mia disperazione e della mia solitudine. Questo non ci perdonano, lo capite? Lo vedete? Non ci perdonano di esserci incontrati e di esserci riconosciuti, e di averlo fatto in base a valori di umanità che trascendono le loro liturgie stantie, il loro linguaggio polveroso, quel linguaggio e quelle liturgie che sono state per loro il principale ostacolo a un percorso di comprensione che si svolgesse in tempi politicamente efficaci, per il fatto stesso di essere lo stendardo del loro unico valore politico: l'appartenenza.

Ormai senza grosse scosse non se ne uscirà. Il pareggio di bilancio in Costituzione è la fine della democrazia italiana, è la definitiva obliterazione dei principi economici della nostra carta costituzionale, e questo lo sapete meglio di me grazie a Quarantotto. Mentre questa cosa succedeva, il PD avallava il raccontino del "fate presto", e i fenomeni "de sinistra" che facevano? Discutevano se ero (eravamo) abbastanza marxista (marxisti), prendevano cappello se andavo da Tizio o da Caio, si sorvegliavano l'un l'altro nel terrore che una loro parola potesse uscire dal ristretto recinto della purezza etnica marZiana... E intanto noi ci logoravamo a spiegare le cose, e condividevamo la nostra frustrazione nel non riuscirci, o le piccole soddisfazioni nell'essere riusciti a seminare un po' di consapevolezza fra la gente, quella gente che intanto, nell'indifferenza dei marZiani puri e duri, moriva. Dovremo perdonarli, certo, ma non so se potremo farlo. Per quel che mi riguarda, e qui concludo, chi vuole avvicinarsi deve prima dire da che parte sta, e gli consiglio di scriverlo su una bandiera bianca - perché su quella rossa rischio di vederlo male. E anche se blocco a vista chi parla di Norimberghe, sia chiaro che qui qualcuno dovrà delle scuse, e gli interessi stanno già decorrendo, perché nel 2015 siamo già in mora da un pezzo. Questo vale anche e soprattutto per i colleghi che poi si sveglieranno, dopo avermi lasciato per x anni a fare da solo il lavoro sporco.

A questo proposito, però, permettetemi anche di aprire e chiudere un altro discorso. Ultimamente questo blog ha ripreso la consuetudine di ospitare terzi che scrivono sotto pseudonimo. Una volta c'era istwine, ce ne son stati altri - ad esempio kthrcds - c'à stato Agenor, che scrive sotto pseudonimo sullo Sbilifesto, per anni nel giornale degli utili idioti ha scritto sotto pseudonimo Galapagos, ecc. Mi spiegate cosa cazzo vi è preso nell'ultimo post? Perché non vi va bene che Charlie Brown si firmi così? Qual è il problema? Che ne sapete voi del perché non vuole firmarsi? Volete insegnare a me chi devo o non devo ospitare nel blog? Molti di voi si sono fatti andar bene un economista che appellava a manetta semplicemente perché la sua posizione in un gruppo bancario gli impediva di dire quello che tutti - lui compreso - sanno, per poi tornare nel dibattito intervenendo a spalare merda sul nostro lavoro, proponendo articoli con dati truccati. Quello era bravo, andava bene, era de sinistra, ci metteva la faccia. Ah, mi fa piacere! Sentite, qui non siamo in democrazia. No. È molto meglio. Siamo in autocrazia. Voi siete autocrati del vostro PC. Avete un cazzo di mouse in mano, no? Bene: qua sotto c'è il link a un articolo di Charlie Brown su a/simmetrie. È piaciuto a Brigitte Granville e a Peter Oppenheimer. Se non piace a voi me ne batto il belino a manetta. Cliccate altrove, ma non fatemi lezioncine di etica o di comunicazione o di filosofia dei fenomeni sociali o di sociologia dei fenomeni filosofici o del cazzo che avete studiato e che credete di sapere, perché a me non me ne frega niente e non sono disposto a perdere tempo. Se qui è rimasto un pugno di persone per bene è perché ho cordialmente invitato quelle per male ad andarsene, e hanno dovuto farlo. Le mie scelte su come gestisco il blog non sono materia di discussione: sono materia di voto. Se vi sta bene è così, se non vi sta bene andatevene, quando sarò rimasto solo deciderò se parlare al muro o chiudere il blog, ma finché il blog è aperto cosa, chi, come, e quando si pubblica lo deciderò io e non gradirò - per usare un eufemismo - commenti sull'ordine dei lavori. Saranno invece sempre graditi e bene accetti commenti sul merito, come quelli che hanno dato vita a una interessante - e animata - discussione in coda al post precedente.

E ora, se vi interessa, qua sotto c'è spiegato perché il QE è semplicemente un modo per prender tempo. Alcune di queste cose le abbiamo già discusse, altre no, ma i due articoli sotto pseudonimo, quello di Agenor e quello di Charlie Brown, forniscono un quadro esauriente della situazione). 


Giochiamo a unire i puntini...

lunedì 18 maggio 2015

Sono fra noi

A parte l'occhiale démodé, voi rabbrividireste se un signore con tali fattezze si sedesse accanto a voi in metropolitana?



Credo di no, non ce ne sarebbe particolare motivo. Del resto, su questa riflessione è stato scritto un libro importante. Il fatto è che stiamo vivendo in una psicosi collettiva, e quelli che la alimentano, i responsabili di questa pericolosa ventata di irrazionalità (e quindi di repressione della democrazia), non vengono da un altro pianeta: sono in mezzo a noi, sono persone "normali", qualche volta anche piacevoli: genitori premurosi, coniugi esemplari (su questo non entro), lavoratori scrupolosi.

Ma eseguono gli ordini.

L'ordine, ormai esplicito, è: smantellate la democrazia, perché costa. Del resto, costava anche negli anni '30, motivo per il quale le centrali finanziarie dell'epoca (che poi sono le attuali) plaudirono all'avvento di Hitler e Mussolini, salvo poi toglierseli di torno quando l'etica dell'austerità aveva avvitato il mondo in una spirale deflattiva che poteva essere risolta solo con una energica manovra keynesiana: la II Guerra Mondiale. 

Ma tranquilli... Io ogni tanto mi pongo serie domande sulle persone che incontro, su certe coincidenze, su certi percorsi, e poi mi dico che la storia non si ripete...

La SStoria però sì. 

mercoledì 29 aprile 2015

Ad Ascanio, detto Iulo

(...perché nessuno, dopo, possa dire di non sapere. Come ho scritto a Landini, così scrivo ad Ascanio, detto Iulo...)


Caro Ascanio,

ieri un lettore di questo blog mi ha segnalato questo ennesimo manifesto di regime, la consueta accozzaglia di proclami luogocomunisti:

[1] l'euro pilastro del mercato unico (scemenza: per avere un mercato unico non occorre una moneta unica, e lo prova il fatto che a questo mercato aderiscono paesi che non sono nell'euro, nei quali sia il reddito che il commercio si sono sviluppati di più che nei paesi aderenti all'euro. Va anche detto che è una colossale scemenza vedere nel "commercio" un bene in sé: cosa c'è di intrinsecamente positivo nel mangiare un'arancia spagnola anziché siciliana? La visione liberista che fa del commercio un feticcio si scontra con il buonsenso e anche con la ricerca scientifica, ma di questo parleremo solo se vorrai...)

[2] l'Europa che ci ha dato la pace (scemenza: la pace ce l'hanno data le basi Nato, cioè il fatto che, volens nolens, avendo perso la Seconda guerra mondiale, i paesi dell'Europa continentale sono stati ricostruiti coi soldi degli Usa e quindi posti sotto tutela - in base al principio "pago pretendo!" - per costituire un blocco coeso che si opponesse al blocco sovietico, come credo tu abbia notato e possa ricordare);

[3] il rigore necessario per affrontare la crisi del debito (scemenza: la crisi che stiamo vivendo non nasce dal debito pubblico, come ho dimostrato fin dal primo, profetico, articolo di questo blog, e come due anni dopo - cioè due anni fa - ammise perfino il vicepresidente della Bce! L'auterità, intesa come taglio della spesa pubblica o aumento delle imposte, è quindi stata la risposta sbagliata, come avevo previsto, e infatti ha portato a un deterioramento dei conti pubblici, con un rapporto debito/Pil che è aumentato di 13 punti! Risposta tanto più sbagliata in quanto l'Italia non ha un problema di spesa pubblica eccessiva, come i dati dimostrano - e questa è solo una delle menzogne del potere, che smonto nei miei libri. L'attacco ideologico al debito pubblico è condotto allo scopo di sottrarre allo Stato il ruolo di intermediario del risparmio, che svolge gestendo pensioni, sanità, istruzione, ecc., costringendo i cittadini a rivolgersi ad assicurazioni private per permettersi sanità, pensioni e istruzione, cioè a mettere i propri risparmi nel circuito della finanza privata, come ho spiegato in Crisi finanziaria e governo dell'economia, e con maggior dettaglio tecnico, se interessa, qui. La nostra è quindi una crisi di debito privato, determinata da uno squilibrio nella distribuzione del reddito - i ricchi guadagnano sempre di più e i poveri sempre di meno, e quindi devono indebitarsi; una crisi amplificata dall'adozione di una moneta unica che ha avuto effetti distorsivi pesantissimi, come ho spiegato al Parlamento europeo e al Parlamento italiano - questi due discorsi sono a prova di politico, quindi credo che dovresti ascoltarli, se ce l'hanno fatta loro ce la puoi fare anche tu...).

Inutile dire che questa immonda silloge di scemenze è firmata dai soliti noti.

Spicca, ad esempio, l'adesione di Romano Prodi, la persona che, come ricordo nel mio blog e nei miei libri, ha apertamente confessato (sul Financial Times!) di essere consapevole del fatto che l'adozione della moneta unica in Europa avrebbe portato a una crisi, ma che la violenza di questa crisi sarebbe stata motore di una dinamica politica positiva, perché avrebbe condotto i cittadini europei a chiedere "più Europa". Ti accordo il beneficio del dubbio, e quindi per tua comodità accludo il link alla confessione di Prodi, uno dei potenziali fondatori di un improbabile "nuovo Ulivo" (daje a ride...).

Che la violenza economica fosse da considerare un instrumentum regni legittimo, che le tante vite spezzate, private di futuro, fossero da considerare, nelle eloquenti parole di Keynes, an inevitable incident in the scheme of progress, Prodi (sì, il tuo cofirmatario, caro Ascanio) lo pensava e lo diceva, e forse tuttora lo pensa (se non lo pensasse sarebbe libero di dissociarsi da se stesso), ma non è certo stato lui il primo a teorizzarlo. Come ho scoperto, grazie ai lettori di questo blog, che è un laboratorio di pensiero critico e di resistenza unico in Europa, l'uso della violenza economica era stato apertamente teorizzato dai cosiddetti "federalisti europei": un pugno di reazionari pagati dalla CIA prima, e dalla Commissione Europa dopo, per proporre (o, se del caso, imporre) ai paesi europei il modello statunitense di "Stati Uniti d'Europa": modello funzionale agli interessi del paese che ci teneva sotto tutela, si intende, ma non ai nostri, e questo per l'ottimo motivo che da noi, questo modello, non può funzionare.

Gli Stati Uniti d'America, infatti, non sono una federazione, ma una nazione. Noi non potremo mai essere una federazione, se non a patto di reprimere la democrazia, perché non abbiamo la possibilità di evolvere verso un modello di integrazione politica sovranazionale realmente partecipato, dato che ci manca uno strumento essenziale della dialettica politica: una lingua comune. E infatti quelli che propugnavano gli Stati Uniti d'Europa sono anche quelli che ci hanno detto in faccia che questo percorso politico serviva a porre le scelte economiche cruciali "al riparo dal processo elettorale". Del resto, tutte le federazioni "di successo" sono residui dell'esperienza coloniale britannica: Usa, Australia, Canada, India... dove la colonizzazione, quando non ha fatto tabula rasa delle culture indigene (Usa, Australia, Canada), ha comunque livellato culturalmente le élite al potere, dando loro un minimo comune denominatore culturale (la formazione nelle università britanniche: India). Ormai, che il Parlamento europeo sia il paradiso dei lobbisti e l'inferno della democrazia lo dicono tutti, non sono più solo...

Credo tu stia piano piano capendo cosa hai firmato, vero?

Bene.

Tu non mi conosci, e io ti conosco.

Ora ti spiego come e quando ho deciso di espormi. Ho deciso di farlo, io, che sono un membro delle élite, che ho appena salutato il consigliere economico della signora Merkel, che parlo quattro lingue europee, che vivo ai Parioli, che ho un lavoro tutelato, che ho fatto consulenza per banche e governi, che scrivo sulle riviste scientifiche del mainstream, ho deciso di espormi quando un mio collega, che decisi di chiamare Aristide, mi fece un certo discorsetto: "Sai, il popolo non sa dove dovrebbe andare, ma noi lo sappiamo, e abbiamo scelto l'euro per costringerlo a fare la cosa giusta". Insomma: il discorsetto di Romanone e dei federalisti europeo. Lo raccontai nel 2011 in un articolo sul Manifesto, articolo che molti presero come uno schiaffo in faccia: lo schiaffo che ti dà chi vuole che tu riprenda i sensi.

E molti hanno ripreso i sensi.

Molti hanno capito, grazie a me, quello che io stesso ho capito troppo tardi: che l'euro non è una moneta, ma un metodo di governo, un metodo fascista, perché antidemocratico (cioè funzionale alla compressione della democrazia) e classista (cioè funzionale alla compressione dei salari).


Ora, tu sei uno che per lavoro dà voce alle vittime di questa epocale strage di Stato: la recessione più catastrofica dell'intera (intera) storia italiana, che ci ha riportato indietro di diciotto anni (noi lo dicevamo alcuni anni fa: oggi cominciano ad accorgersene tutti: ti chiedo nel tuo interesse di apprezzare questo dettaglio). Alcuni lettori si sono quindi stupiti nel vedere la tua adesione a questa robaccia, che stravolge la verità storica, che mistifica la spiegazione che della crisi danno perfino i più autorevoli organi ufficiali, che propone delle non soluzioni ad esclusivo uso e consumo di quelle élite criminali per le quali la violenza economica era uno strumento lecito di coercizione politica, per le quali l'Europa è un'opportunità in quanto consente di sottrarre al controllo democratico della maggioranza dei cittadini le scelte dalle quali dipende il loro benessere.

Ma come! Io, che sono un fottuto aristocratico, mi trovo paradossalmente a combattere gli interessi del potere cui mi sarebbe così comodo appartenere, mentre tu, figlio del popolo (o presunto tale, non conosco la tua biografia), firmi i manifesti del potere?

Scusami se sono malizioso, ma sai, io non sono uno di quelli "der popolo", che tu difendi. Da fottuto aristocratico ho letto tanti libri senza figure, e ne ho anche scritto qualcuno, che sta cambiando la testa di tante persone: ho letto troppo Proust, troppo Balzac, e quindi l'apparente paradosso di un intellettuale che si indigna per i call center ma sta muto sull'euro non mi ha stupito più di tanto (mentre avrai visto lo stupore, la costernazione dei miei 20 - mila - lettori!).
 
Perché certo, è vero: per le persone insieme alle quali hai festeggiato il 25 aprile chi si schiera dalla parte del popolo è populista, a meno che, però, non lo faccia con le debite forme...

Chi potrebbe non commuoversi sentendoti raccontare, col tuo talento di attore, le vicende degli umiliati e offesi? Se non piangi, di che pianger suoli? Le tue pittoriche (e un po' buoniste, if I may) descrizioni del sintomo, fanno la gioia dei simpatici e repleti borghesucci piddini, cui un po' di indignazione, di sera, smuove la bile, facilitando la loro digestione, e placando le loro coscienze. Al "penso quindi sono" hanno sostituito il "mi indigno quindi sono di sinistra", e tu in questi li aiuti, oh, come li aiuti! I tuoi racconti sono perfetti: c'è tutto: nessuno come te sa esprimere lo squilibrio di forze fra oppressi ed oppressori. Oddio, per la precisione dovrei dire che c'è quasi tutto. Una cosa in effetti manca. Tu aderisci, e fai aderire, emotivamente, alle vicende degli umiliati e offesi, ma manca, nel tuo racconto, un qualsiasi accenno alle cause delle offese e delle umiliazioni. Cosa rende così mortifero e devastante questo capitalismo? Cosa ha distrutto, qui in Italia, il tessuto industriale e la speranza di intere generazioni?

Su questo, sulle logiche del capitale, su quanto l'integrazione finanziaria (cioè la possibilità accordata al capitale di fare il porco del comodo suo senza alcun controllo né amministrativo né politico) stia opprimendo il lavoro, non mi sembra che tu ti esprima, forse perché se lo facessi passeresti dalla cistifellea al cervello dell'ascoltatore, con risultati potenzialmente destabilizzanti per il potere, che quindi non ti accoglierebbe più a braccia (semi)aperte, ma tenderebbe ad emarginarti, come sta provando (senza riuscirci) a fare con me

Perdonami, sarò sincero, anche al rischio di essere repellente (nel senso di repulsivo)! Vedi, io di quelli come te, che si commuovono per le sorti degli umili dalle televisioni dei potenti, ho sempre diffidato un pochino. Mi perdoni, vero, questo atteggiamento sospettoso? Se ho torto lo riconoscerò: mi succede così di rado che farlo mi costa molto poco. Sarei lieto di poter ammettere il mio torto: mi eviterebbe di litigare con la mia compagna, che ti ammira tanto e che tu conosci! Ma il potere, chi ha letto libri senza figure, lo sa come funziona, e non è che ci voglia poi molto a capirlo: basta pensare che ogni monarca ha il suo giullare, al quale è permesso di dire cose scomodissime, purché resti dentro al recinto.

È uno scambio vantaggioso per entrambi: il potere canalizza il dissenso, e il giullare monetizza il dissenso.

Nei libri che ho letto c'è scritto che il potere traccia un recinto, e nei libri che ho scritto spiego che oggi il recinto è l'euro.

Se hai avuto la bontà di leggere il materiale che ti ho linkato credo che anche tu, come decine di migliaia di italiani, sarai d'accordo con me.

Ora, io sono fortemente avverso all'uso della categoria di "buona fede" o di "sincerità", per almeno un paio di motivi. Il primo è la mia forma mentis scientifica: a me interessa ciò che è misurabile. Le intenzioni non lo sono, i risultati sì. Il secondo è la mia umiltà, che è ben nascosta, lo ammetto, ma c'è: la buona fede riguarda Dio. Quindi, a me, sinceramente, se tu abbia firmato quella merda coscientemente o incoscientemente, se tu sia organico al potere che ci opprime per motivi venali o per intimo convincimento, non interessa, non mi sembra rilevante.

Quello che invece è rilevante è che tu sei, per tanti motivi, un'icona di quella poltiglia buonista che si ritiene "di sinistra" e che, avendo le terga sufficientemente protette (per ora, perché fra un po' la scure della crisi si abbatterà su di lei) evita di mettere in discussione le proprie certezze ideologiche, e assiste imperterrita al massacro dei suoi prossimi, dei suoi concittadini, pensando che tanto a lei non toccherà mai, inveendo al grido di "Fascista! Populista! Nazionalista!" contro chiunque dica ciò che è nei libri di economia, ovvero che l'esperimento di integrazione monetaria europea, antistorico e distopico, è stato e sarà foriero di morte fino a quando non si deciderà di porvi fine.

Il problema non è se, ma quando e come, e quanto democratico sarà il "come" dipende da quanto gli intellettuali avranno saputo contribuire a creare una coscienza di classe.

Ripeto, caro Ascanio: tu sei, per tuo merito (cioè perché sei bravo), un'icona (dentro al recinto, certo, ma pur sempre icona), e in quanto tale incombe su di te una responsabilità morale: quella di essere coerente con te stesso e di passare dalla compassione per le vittime alla denuncia dei carnefici.

Io su Twitter mi sono espresso in modo un po' sommario, affidandomi al mio pregiudizio, che raramente falla, ma posso aver fallato, e allora, caro Ascanio, se sei veramente disposto a metterti in gioco, come mi ci sono messo io, per difendere i più deboli, dovresti fare due cose.

La prima l'hai già fatta (anche se, forse, si potrebbe fare di più): dissociarti da quella merda nella quale ti hanno coinvolto "a tua insaputa". Una frase un po' alla Scaiola, ma insomma, se è stato incastrato DSK, puoi essere stato incastrato anche tu. Ora però sei di fronte al tribunale dei social: il paese è piccolo, la gente mormora...

La seconda è un classico: RTFM, ovvero Read The Fucking Manual. Dai una letta, caro Ascanio, al Tramonto dell'euro, e a l'Italia può farcela. Qualcuno te li porterà. Poi starà a te decidere cosa fare. Tu hai un grande potere, e da un grande potere derivano grandi responsabilità. Se tu volessi contribuire al progetto di questo blog, quello di aprire gli occhi agli italiani, incontreresti enormi difficoltà, cercherebbero di massacrarti, ma avresti anche, ti assicuro, enormi soddisfazioni. Perderesti, forse, l'ospitalità della Dandini di turno (ma questo sistema non può tenere, Ascanio, fidati, e quindi la tua eclissi durerebbe poco): acquisteresti però la stima di decine di migliaia di italiani i quali hanno bisogno che qualcuno, a sinistra, dica cose di sinistra.

Certo, prima bisogna capire, bisogna studiare.

Non è stato facile nemmeno per me, che sono del mestiere e che avevo intuito decenni or sono che la fregatura c'era (e l'avevo anche scritto, come tanti altri prima e dopo di me). Convincere Fassina è stato relativamente facile: lui viene dalla Bocconi e dal Fmi, sono sicuro che aveva capito tutto prima di me, anche se non poteva dirlo, e comunque ora si sta esprimendo. Ancora più facile è stato convincere i tanti umili, quelli le cui vicende tu narri. Ti faccio questo esempio per farti capire che tendenzialmente io sarei "de sinistra", come te, capisci? Per rassicurarti, insomma. Se dopo aver letto i miei libri (e dopo essere state sconfitte politicamente) queste persone non ce la fanno più a mentire, questo qualcosa vorrà pur dire, no? Ad esempio, vorrà dire che per chi decidesse di cominciare a dire la verità ci sarebbero spazi, per ora risicati, ma in futuro sempre più ampi, di copertura politica.

Te lo dico solo nel caso che ti interessi...

Con una cosa come questa, caro Ascanio, si può fare un ottimo spettacolo. Io so scrivere e tu sai leggere: ci sono spazi per una collaborazione proficua.

Pensaci.

Non fare l'errore che fanno i politici. Loro pensano che siccome la crisi sembra finita (ma non lo è) questo non sia il momento per parlare di economia. Non è vero. Proprio ora, e proprio perché i toni si sono abbassati, questo è il momento per costruire capitale politico, per intervenire nel dibattito rinnovando le categorie culturali, aprendo a chi ci ascolta - e sono tanti - nuove prospettive. Il potere ha abbassato la guardia, proprio perché pensa di aver sedato i moti. Approfittiamo di questa finestra di relativa tranquillità per esprimerci: quando i nodi verranno al pettine, noi, da intellettuali, avremo la coscienza a posto, avremo la consapevolezza di aver fatto il possibile per far maturare i nostri concittadini, per favorire il processo democratico; loro, i politici, se avranno parlato chiaro adesso potranno dire dopo, appunto, di averlo fatto (e non sarà vantaggio da poco rispetto a chi ancora oggi, contro ogni evidenza, continua a mentire, proponendo un modello economico, politico e sociale distopico).

La vera battaglia per la democrazia, caro Ascanio, non è politica, è culturale, e in questa battaglia gli intellettuali sono arruolati per definizione, che piaccia loro o meno.

Io e te siamo in guerra, carissimo, e stiamo già combattendo, anche se magari non sempre ce ne rendiamo conto.

Tu da che parte stai?

La risposta la daranno i fatti.

Tuo,

Alberto


P.s.: questo è stato l'ultimo compleanno del mio blog, così ti fai un'idea. Se vuoi partecipare al prossimo, credo che molti ne sarebbero lieti. Sentirti leggere Il romanzo di centro e di periferia, o magari Eurodelitto ed eurocastigo, o, perché no, Il trotzkista e il liberista, sarebbe, appunto, un fatto. Nota bene: non ti sto chiedendo di farlo aggratise! Io ho pagato molto, di persona, per la mia battaglia, ma grazie a Dio posso pagare chi lavora per noi...