L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
(...informazioni di servizio: gli eventi accelerano, le cose da fare sono tante. Io voglio fare campagna elettorale, e la farò. Considerando che due settimane fa nemmeno pensavo di candidarmi, vi immaginate la mole di lavoro. In particolare, sto mettendo su un comitato elettorale - quindi altri passaggi dal notaio, altra giusta e santa burocrazia, ecc. - in modo che chi desidera sostenere la mia attività politica possa farlo, nel rispetto della normativa vigente, e ovviamente senza interferire con il sostegno che desideriate eventualmente dare - o smettere di dare! - all'attività di ricerca di a/simmetrie. Quest'ultima non è, né può essere, il mio comitato elettorale, per il semplice motivo che, per quanto siano minoritari, fra quelli che l'hanno sostenuta, permettendoci di presentare e pubblicare in sedi prestigiose ricerche su temi quali l'impatto della svalutazione sul saldo commerciale o sul prezzo della benzina, la relazione fra ingresso nell'euro e declino dell'economia italiana, le conseguenze macroeconomiche di un'uscita dall'euro, le tendenze oggettive alla disintegrazione dell'eurozona, bene: fra quelli che hanno contribuito a finanziare queste ricerche c'è certamente qualcuno che disapprova la mia scelta, con argomenti più o meno propri - molti la disapprovano con gli argomenti dei media, e in quel caso il lutto si autoelabora in un attimo! In ogni caso, io sono tenuto a rispettare la loro sensibilità, e se anche non volessi farlo, me lo imporrebbe la legge. La prossima settimana chi desidera contribuire alla mia campagna avrà istruzioni chiare su come farlo - e io avrò idee più chiare dei costi. Nel frattempo, vorrei condividere con voi una lettera che ricevo da uno dei miei collegi - non vi posso dire quale. La scrive un nemico del popolo, un imprenditore! Ovvove! Ma ormai sono nemico del popolo anch'io... Per fortuna, però, c'è chi il popolo lo difende, come apprenderete leggendo. Dagli amici mi guardi Iddio...)
Buon giorno Alberto,
Ho aspettato un po’ a scriverti, ma non posso
esimermi dal dirti che sono felicissimo della tua candidatura. Capisco
benissimo quanto possa esserti costato candidarti con una forza “di
destra” che però in questo momento porta avanti istanze
e proposte politiche che dovrebbero essere appannaggio della
“sinistra”, il discorso è stato sviscerato mille volte sul blog e non mi
sento di aggiungere nient’altro a quanto già detto.
Volevo solo farti presente che la famosa
cooperativa Deflattori&Co., già oggetto di una mia mail due anni fa, si è rifatta avanti
riproponendomi di accogliere in azienda stranieri extracomunitari
tirocinanti con il solo obbligo per me di fornire loro il vitto.
Dopo due anni la situazione economica della mia
azienda non è certo migliorata e la proposta di avere persone
extracomunitarie che lavorano gratis, pagate una miseria con fondi
pubblici, mi sembra ancora moralmente oscena, come due anni
fa, con la differenza che il punto di non ritorno per le aziende si sta
avvicinando e la necessità potrebbe in futuro, avere la meglio sulle
categorie morali… si mi vergogno a scrivere queste cose, preferirei
mangiare pane e acqua che cedere a questo tipo
di lavoro semischiavistico, ma per quanto ancora potremo resistere?
E poi se lo stato Italiano ha queste risorse a
disposizione perché non le usa per l’inserimento al lavoro dei nostri
giovani? Io ho appena effettuato dei colloqui di lavoro e prevedo di
inserire due giovani in azienda per la prossima
stagione a stipendio pieno ed assunzione stagionale con contratto
nazionale di lavoro, però mi chiedo: se lo stato utilizzasse i fondi
destinati agli extracomunitari entrati in maniera irregolare in Italia,
per favorire l’inserimento dei nostri giovani, magari
ne avrei potuti assumere tre invece di due. Ed ancora se i miei
concorrenti invece utilizzeranno le “risorse” extracomunitarie a costo
quasi zero, non finiranno per buttare me ed i due giovani appena assunti
fuori mercato? Ed allora l’uso di categorie morali
nelle scelte economiche si rivelerà un lusso che non ci potremo più
permettere, i nostri giovani perderanno il lavoro e saranno costretti ad
emigrare per non morire di fame e saranno sostituiti da giovani
extracomunitari disperati, disposti a lavorare per
un tozzo di pane. Il tutto con il plauso e l’incoraggiamento di quella
che fu la sinistra e che oggi è diventata la serva del grande capitale,
ai cui ricatti ed imposizioni si inchina sempre, pronta a servire e
riverire in cambio del tozzo di pane dello sfruttamento
del business dell’accoglienza e delle ONG.
Se perderemo queste elezioni per noi non ci sarà
più speranza e la nostra amata patria, l’Italia, tornerà ad essere
un’espressione geografica dando così ragione postuma a Metternich.
Milioni di morti per l’indipendenza della Patria,
della nostra Italia, si rivolteranno nelle tombe, il loro sacrificio
negletto ed inutile sarà la nostra eterna vergogna, lo zio di mio padre
sarà morto invano, in seguito ai maltrattamenti
subiti in un lager nazista, per non aver voluto cedere dopo l’8
settembre e non essersi voluto arrendere ai nemici della nostra patria.
Prima della fine della guerra, stremato per le privazioni e le torture
subite, riuscì comunque a fuggire ed attraversando
tutta l’Europa a piedi, a tornare a casa dove è morto pochi mesi dopo, a
causa di ciò che aveva dovuto patire, ma stando a ciò che mi ha
raccontato mio padre, morì felice perché era tornato a casa sua,
liberata dai nemici invasori, aggiungo io anche per merito
suo e del non essersi voluto arrendere e sottomettere. Ha tenuto la
schiena dritta ed ha pagato con la vita.
Per questo oggi ti dico grazie per esserti speso ed
esposto in prima persona, per questo continuerò a sostenerti ancora più
convintamente di quanto abbia fatto finora ed a tutti quelli che ancora
fanno distinguo e non si sentono di votarti
e votare la Lega che ti ha candidato vorrei dire che noi siamo in
guerra ed in guerra bisogna decidere da che parte si sta.
Se siete ITALIANI ed avete a cuore la difesa di ciò
che è la nostra PATRIA per la quale milioni di persone si sono
sacrificate allora non potete, non dovete tirarvi indietro. Questa è
l’ultima chiamata, l’ultima occasione, le anime belle,
i sepolcri imbiancati pensino ai loro vecchi ed a ciò che hanno fatto e
patito per realizzare quello che adesso viene così allegramento
distrutto e svenduto dalla cosiddetta sinistra e dagli stessi cinque
stelle che ormai, gettata la maschera, sono totalmente
appiattiti sull’eurismo delle elite.
Non svendete il nostro paese, onorate i nostri
morti e date il vostro pieno sostegno ad Alberto Bagnai ed alla Lega che
lo ha voluto fra le sue file.
Forse mi sono lasciato un po’ andare, ma siamo in
campagna elettorale e dopo molti anni abbiamo di nuovo la possibilità di
dire la nostra con il nostro voto, non sprechiamo questa oppurtunità,
perché potrebbe essere l’ultima.
Grazie Alberto
Mario Bianchi (o Paolo Rossi)
(...le considerazioni da svolgere sarebbero tantissime. Vorrei partire da quella che mi sta più a cuore. Nel mondo esistono anche i profughi e i perseguitati, cioè le persone che hanno diritto allo statuto giuridico di rifugiati secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce una serie di giuste tutele, inclusa quella che in determinati casi l'entrata illegale nel territorio del paese ospitante non può essere sanzionata. L'aspetto più disumano delle politiche prima fatte, e poi rinnegate, dall'attuale establishment, è appunto quello di rendere eccessivamente oneroso discriminare fra chi ha diritto alle tutele previste dai trattati e chi non lo ha. L'ingiustizia verso i veri bisognosi di rifugio è enorme. Poi, c'è un ulteriore problema, quello dell'integrazione, parola che nel vocabolario ha un significato (assimilazione di un individuo in un ambiente sociale), e nel linguaggio dei politici spesso pare abbia il significato diametralmente opposto (portando a farseschi, ma inquietanti, casi di eccesso di zelo). Ora, capite bene che l'integrazione non si può fare coi metodi che la cooperativa Deflattori&Co. mette in pratica, per il semplice motivo che l'esito di un simile percorso non è l'integrazione, in nessuno dei sensi che questo termine assume, ma la guerra fra poveri, che è una cosa diversa, ed è in effetti il vero scopo del gioco del capitale. Il punto, molto semplice, è che se importi forza lavoro in un paese in cui la disoccupazione U6 è a livelli stellari - il che significa, per parlare spiccio, che se tecnicamente è senza lavoro circa un decimo della forza lavoro, praticamente un terzo della forza lavoro non ha un lavoro che gli consenta di campare una famiglia - poi l'integrazione la devi fare con questi metodi evidentemente malsani, che falsano la concorrenza, mettendo fuori mercato gli imprenditori con una maggiore sensibilità etica, e anche più efficienti (visto che riescono a stare a galla nonostante gli oneri che gravano sulle assunzioni regolari). Del resto, lo stesso Stiglitz, nel suo libro, ci ammonisce: dovete far diminuire la disoccupazione, altrimenti poi gli immigrati non si trovano bene - ricordate la recensione? E qui si arriva al nodo, al solito nodo: l'Europa ci impone fardelli, come quello dell'accoglienza, che poi non ci mette in condizioni oggettive di sostenere (la prima condizione sarebbe un'economia sana, libera da regole assurde e naturalmente nel pieno possesso della sovranità monetaria), fardelli che si guarda bene dal condividere, e che alleggerisce di tanto in tanto per motivi elettoralistici, quando teme che la pentola a pressione possa esplodere. Vedete ora affollarsi palinodie e notizie più o meno credibili: Themis al posto di Triton cambierà tutto... per non cambiare nulla! Ma intanto il titolo è fatto, e il popolo si placa.
Ammirate l'eterogenesi dei fini! Questa sinistra composta da intellettuali così attenti, da giovani, a criticare il dogma liberista della perfetta mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si è poi convertita. Le liberalizzazioni sono diventate "di sinistra" perché il mercato ha sempre ragione, anche quello degli schiavi. Io pensavo che fosse possibile far capire alle sedicenti élite progressiste come lasciare la briglia sul collo al capitale finanziario non porti né alla prosperità né alla pace sociale. Non ci sono riuscito, nonostante una crisi bancaria piuttosto evidente. Per fortuna il popolo ha capito da solo che la perfetta mobilità dell'altro fattore di produzione, il lavoro, non è sempre cosa buona e giusta, e il 4 marzo se ne ricorderà...)
(...chiudiamo l'anno con questo contributo di un nostro nuovo amico...)
Michael Schotensack ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'intervista": Gentile professore, qualche giorno fa ho inviato un commento non pubblicato. Non so se perché era critico o perché x mancanza di know-how è partito anonimo o si è perso da qualche parte nell'etere. Ci riprovo: Sono grato e ammirato per il lavoro che sta facendo per stimolare una riflessione che vada oltre Striscia la Notizia o il pensiero unico. Essendo tedesco capirà forse che trovo difficile da digerire e incompatibile con il livello della discussione i repentini attacchi di razzismo ai quali è soggetto (cyclon b e simili). Inoltre il mio livello di expertise in economia è dilettantistico, si tratta quindi del punto di vista di un "uomo della strada". In sintesi trovo indegno di un grande paese come l'Italia continuare a puntare il dito contro la Germania come causa di tutti i propri guai. Non è, direi, colpa della Germania se i trattati europei, pur essendo in contrasto con la Costituzione di questo paese, siano stati firmati, accettati all'unanimità dal parlamento, senza, mi pare, contestazioni da parte di chi è deputato a vigilare il rispetto della Costituzione. Non è colpa della Germania se nell'81 i "grandi statisti" Andreatta e Ciampi hanno perpetrato un colpo di stato senza incontrare alcun'opposizione, soprattutto a sinistra. Non è colpa della Germania se in Italia si utilizza soltanto una minima fetta dei fondi europei, e quella per di più male (per non parlare delle solite cose di mafia, sprechi, corruzione e un livello alto di disonestà - vedi ultimamente le casette per i terremotati). Ha del patetico lamentarsi che la Germania esporti troppo quando il ministro del lavoro (sì, del LAVORO!)si fa scarrozzare in BMW, Berlusconi gira in Audi, Visco in Mercedes, la polizia italiana più che altro in Skoda e BMW, ecc,ecc. Anche la Deutsche Bank mi pare abbia una serie di sportelli che funzionano in questo paese. Non è colpa della Germania se l'Italia esprime una classe politica inetta e senza fierezza, non è colpa della Germania se nessun partito politico al governo ha le palle per stampare biglietti di stato per la ricostruzione post catastrofe o semplicemente per rilanciare l'economia domestica (cosa secondo Galloni e Contini assolutamente compatibile con i trattati senza bisogno di uscire dall'€), invece di piangere per la rubata sovranità monetaria (per non parlare delle possibilità date in questo senso dal lancio di una cryptovaluta, se si superano i problemi energetici). Infine non capisco dove sta scritto che gli italiani debbano fare o subire tutto ciò che viene in mente ai tedeschi! È o non è un paese sovrano? Con tutto ciò ovviamente non voglio dire con la solita arroganza tedesca che da noi tutto vada bene, che abbiamo il monopolio della verità (anche se spesso siamo convinti del contrario), sono anche consapevole dei vari scandali Siemens, Volkswagen ecc. Mi sembra semplicemente un enorme peccato che l'eventuale arroganza tedesca non incontri nessuna resistenza seria. Anche questo vuol dire colludere con un europa deludente, anche questo vuol dire non dare il proprio contributo, morale soprattutto. Postato da Michael Schotensack in Goofynomics alle 27 dicembre 2017 20:17
Caro Michael,
passato l'iniziale urto di nervi per il tuo piagnisteo sul non esser stato pubblicato (non ci sono più i tedeschi di una volta!), ecco che finalmente posso dedicare un po' di tempo alla tua lettera, della quale ti sono grato perché mi permette di chiarire la mia posizione (che è quella di molti altri lettori del blog), e anche di legare in un ragionamento coerente una serie di contributi sparsi nel flusso di questo blog, operazione particolarmente salutare a fine anno.
Comincio col rassicurarti: il tuo primo commento, qui, non è mai arrivato. Temo che tu abbia fatto qualche errore nell'inviarlo, una eventualità che tu stesso con molta onestà consideri e che un italiano "medio" (o mediocre, come un qualsiasi giornalista) escluderebbe a priori. "Come!" (direbbe il mediocre: ce ne sono ovunque, anche qui, come tu ci ricordi con solidarietà) "Un tedesco, un figlio di quel popolo che ha fatto della precisione (ma gli orologi sono svizzeri, Ndr) e della tecnologia (ma la VolksWagen è tedesca, come tu stesso ammetti) un vanto, avrebbe commesso un errore nell'effettuare un compito tanto banale quanto inviare un commento a un blog! Questo non è possibile! In Germania i treni arrivano in orario (ma gli aeroporti no, Ndr), quindi se il commento non è stato pubblicato, vuol dire solo che Bagnai censura perché ha paura del confronto!"
(...notache ti ho messo un link in tedesco perché io, che sono ingenuo, do per scontato che tu sia quello che dici, cioè tedesco, nel qual caso sei molto colto perché la tua lettera è scritta molto bene, e anche anziano, perché nella tua lettera c'è memoria, e una certa saggezza - ovviamente, pro domo tua, il che non è un male, anzi...)
Noi, qui, abbiamo fatto opera di verità, e siamo quindi stati i primi a dire due cose che oggi tutti ammettono (almeno nella letteratura scientifica, e sui giornali tedeschi: quelli italiani no per i motivi che anche tu stigmatizzi): ovvero che il relativo successo tedesco non era dovuto a una strategia di politica industriale basata su importanti investimenti in infrastrutture e ricerca e sviluppo (qui è un esempio di dove lo dicevo io, qui un esempio di dove lo dite voi, e qui un esempio di dove lo dicono i nostri padroni: nostri: miei e tuoi... Per inciso: il problema era chiaro a voi prima che a tutti gli altri, come le date dei link dimostrano), ma piuttosto a una suicida politica di "moderazione" salariale (ne parlo più avanti).
Anche tu (lo dico con simpatia), in coerenza con la non-politica industriale del tuo paese hai inviato il tuo primo commento prima di investire in conoscenza: e così è andato perso. Poi, però, in coerenza con una qualità del tuo popolo, alla quale cerco di ispirarmi, la tenacia, hai insistito: ed eccoti qui, in prima pagina!
Ho poco tempo: mi attende una serata piddina (forse non sai di cosa si tratti, i miei lettori lo sanno e mi piangono), e quindi non potrò dar corso a tutti gli stimoli che la tua lettera propone (ma se vorrai ci sarà un seguito). Parto da due presupposti metodologici: uno riguarda la Germania, e uno riguarda l'Europa.
Mi rendo conto che il mio modo un po' brusco di ricordare un certo passato possa essere urticante per un tedesco e mi dispiace. D'altra parte, credo che l'alternativa, cioè dimenticarselo, non sia molto valida. In questo momento abbiamo molto bisogno di memoria: una pessima memoria è meglio di nessuna memoria, proprio perché il potere insiste nel cercare di convincerci che "questa volta è diverso". La Bayer, nella sua lunga storia, non ha prodotto solo insetticidi, o, per meglio dire: i suoi prodotti non sempre sono stati destinati all'uso per il quale erano stati concepiti. Ricordarlo può essere inopportuno, ma non è razzismo. Peraltro, la storia italiana non è molto più gloriosa. Ma l'esercizio della conta dei morti a me non interessa, lo trovo squallidamente disumano. Il punto è che dobbiamo convivere, io e te, col fatto che né la nostra, né la vostra storia è stata scritta da noi, per il semplice fatto che i nostri paesi hanno perso una guerra, per essere subito dopo coinvolti in un'altra, "vinta" nel 1989. Quello che però vorrei ti fosse chiaro è che io non sono animato da un pregiudizio antitedesco. Tutt'altro! Leggi, leggi questa pagina, dove presentavo ai miei lettori (che sono un po' ruspanti, ma brave persone, in fondo), una grande pagina della nostra (mia e tua, dal 2013 anche loro) letteratura, una pagina mirabile sulla libertà di Dio, una pagina che utilizzo ogni giorno della mia vita, e nel farlo dicevo come sarebbe andata a finire (e in questi giorni abbiamo visto quanto avessi ahimè ragione). Quella pagina io l'ho scritta quattro anni fa: sono quattro anni, quattro fottuti anni, capisci, che sto dicendo che gli "europeisti" italiani, quelli che, come tu giustamente appunti, ci hanno condotto in Europa senza leggere (o facendo finta di non saper leggere) i Trattati, avrebbero rinnegato le loro responsabilità nella catastrofe che hanno concorso a preparare accusando voi, i tedeschi, di aver "tradito" un'idea tanto bella, che era bella perché, guarda un po', l'avevano avuta loro (i padri nobili italiani).
Io sono l'unico italiano ad aver chiarito ai suoi concittadini che la via di fuga degli "europeisti" sarebbe stato il fomentare un pericoloso sentimento antigermanico, e qui, su questo blog, che tu lo sappia (o lo capisca) o meno, ho cercato di fare una difficile, ma in alcuni casi proficua, opera di mediazione culturale per convincere i miei lettori, e gli italiani tutti, di quanto sbagliata fosse questa operazione.
Tuttavia, caro Michael, anche dando per scontato che tu, razionalmente, capisca e condivida questo mio sforzo nello smascherare le distruttive strategie delle nostre élite, devo dirti, con molto rispetto, che almeno sotto un profilo non sei molto migliore di loro. Perché, vedi, in fondo il tuo approccio è speculare e antisimmetrico al loro: anche tu sostieni che gli italiani dovrebbero opporsi all'arroganza tedesca, e questo, se non capisco male, per rendere l'Europa (che tu scrivi con la minuscola: ipercorrettivismo, o lapsus? Ma Freud era austriaco...) meno "deludente". Insomma: anche per te l'"Europa", cioè l'Unione Europea (che non è l'Europa: l'Europa siamo io e te, e poche altre persone), sarebbe un progetto valido, che però è reso deludente non (solo) perché i tedeschi sono arroganti, ma soprattutto perché gli italiani non si oppongono.
Ora, tu dai prova di un certo senno e di una certa sensibilità. Non ti viene quindi da ridere, rileggendo la tua lettera, che comincia accusandomi di razzismo (e quindi di fomentare con argomenti particolarmente inappropriati un conflitto fra le nostre culture), e termina sostenendo che la colpa è nostra perché... non vi combattiamo abbastanza!? Cosa può andare storto in un progetto comune che va male non perché i suoi partecipanti non cooperano abbastanza, ma perché non ci combattono abbastanza?
Vedi, tu naturalmente metti le mani avanti, dici, con umiltà (o con modestia, che non sono la stessa cosa), di non intendertene di economia, ecc. I soliti disclaimer che (perdonami) ho ascoltato mille volte, e sempre in contesti che mi hanno fatto dubitare della loro sincerità (ma tu sarai senz'altro sincero, ce lo dirà il seguito del dialogo, se ci sarà). Io però ti ho appena fatto capire quello che tu stesso ci hai detto, forse senza una completa Bewusstsein: non c'è alcun bisogno di accedere alla tecnica economica per capire che questo progetto non funziona e non può funzionare. La sua irrazionalità, quella di essere un progetto che per funzionare deve fomentare il conflitto, non dipende, in prima istanza, dall'arroganza tedesca, o dalla vigliaccheria italiana: non sono le qualità morali dei nostri popoli, che fra l'altro differiscono meno di quanto si creda (il che mi permette di essere sufficientemente a mio agio in Germania) a costituire il problema. Il problema è altrove: nelle intenzioni politiche, che sono state, come i miei lettori sanno, in primo luogo intenzioni classiste. L'euro è un episodio particolarmente acuto di lotta di classe, una cosa scoperta, pensa un po', da un tedesco (anche lui ebreo, guarda tu...). La sua natura è quella di imporre come unica valvola di aggiustamento macroeconomico il taglio dei salari (questo gli economisti lo sapevano e fin dall'inizio feci vedere che ne erano perfettamente coscienti), creando, fra l'altro, le condizioni politiche perché questa scelta politica si presenti come ineluttabile, come dato di natura (e di questo ho parlato tante volte, ma più organicamente qui).
Ora, tu ci racconti una Germania arrogante perché vincitrice e vincitrice perché arrogante.
Ma se tu fossi un vincitore, non perderesti tempo con me. La verità è che la Germania non esiste, come non esiste l'Europa. O, per meglio dire: non esistono la Germania e l'Europa della quale tu parli nella tua lettera. L'Europa esiste, ed è ormai confinata in questo blog e in poche altre sacche di resistenza: è memoria e esercizio del nostro patrimonio culturale, della nostra identità condivisa, della nostra feconda diversità. Insomma, è una cosa così (dove, per inciso, mi occupavo di uno che come te, e per i tuoi stessi motivi, mi aveva dato del razzista: perché non lo ero abbastanza col mio popolo). Non è l'Unione Europea, progetto fallimentare e nazista condannato dagli uomini e dalla storia. La Germania, qui, abbiamo imparato che non esiste. Non c'è una signora bionda, con l'elmo, che mangia crauti, produce macchine, e pensa solo a fottere il vicino. Ci sono tanti attori sociali, tanti interessi, tante aspirazioni, e tante classi sociali, che cercano, faticosamente, un equilibrio, una convivenza, in un processo faticoso, che i vostri governanti, tanto quanto i nostri, spesso ostacolano più che favorire (guarda ad esempio questo bel risultato!).
Ma il segreto dell'Unione Europea, il più accuratamente nascosto da quelle autentiche merde (perdona la caduta di stile, tu che sei così sensibile: è un giudizio statistico, ammette un 5% di eccezioni) che sono i nostri giornalisti (ma anche i vostri non scherzano: magari un giorno ci faremo spiegare da voi come risolvere il problema), il segreto più tremendo dell'Unione, perché se rivelato sarebbe più distruttivo, è che il paese vincitore, lungi dall'essere un monolite, è profondamente lacerato e pieno di perdenti, e lo è per il semplice motivo che in assenza di investimenti (vedi sopra), la superiorità competitiva è stata raggiunta distruggendo diritti e salari dei lavoratori. Io, questo, lo dico nel mio blog da tanti, tanti anni (ad esempio qui), e ne parlavo, con accenti di sincera solidarietà per i lavoratori tedeschi, nel mio primo bestseller (sai, il vantaggio di vivere in un paese di ignoranti è che ci vuole poco a scrivere un bestseller...). Non sai quanti insulti mi sono preso (senza querelare, perché allora non querelavo) da centinaia di persone: tutti italiani! Eppure, oggi quello che dicevo io lo dice, farisaicamente e in ritardo, un tedesco non da poco (per gli addetti ai lavori).
Capisci quindi qual è il problema? Se i nostri governanti hanno firmato i Trattati, un motivo c'è, e ce lo ha spiegato tanto bene Kevin Featherstone (ne parlo nel mio secondo bestseller, se vuoi te lo mando): il loro problema (delle élite italiane, quelle che oggi "i tedeschi sò tanti cattivi, signora mia!") era vincere la lotta di classe in casa loro, creando un sistema che schiacciasse i salari dei loro lavoratori (degli italiani). Non hanno capito una cosa molto semplice: che i lavoratori tedeschi stavano (meritatamente) meglio in termini relativi, e che quindi mettendosi sulla strada della compressione dei salari e della domanda le élite periferiche giocavano a un gioco al quale il paese avrebbe perso: perché un conto è tagliare del 10% un salario tedesco, e un altro conto tagliare della stessa percentuale un salario italiano. A simple as that: come vedi, non c'entra nulla il carattere, la morale, il moralismo: c'entra il perseguire i propri interessi in modo miope, che, se vuoi, è la definizione stessa di politica, in Italia come in Germania (tant'è che ogni tanto il resto del mondo si coalizza contro di voi e vi pialla, cosa della quale non sono particolarmente contento, e che temo presto succederà di nuovo). Naturalmente, il gioco al ribasso è per sua natura un gioco al quale tutti perdono: Armut, Ungleicheit, e fatalmente, se le cose stanno così, e ovvio che si cerchi un'Alternative.
Ai poveri voglio bene, per carità... ma i tedeschi poveri sono più pericolosi di quelli ricchi!
Tutto il resto sono dettagli. Certo che alla fine, prima o dopo l'esplosione inevitabile di questo sistema irrazionale, dovremo anche disobbedire alle norme dei Trattati. Tutte le opzioni che ci proponi per "opporci" sono in effetti violazioni dei Trattati: lo è stampare la propria moneta, lo è non indire un bando europeo per una fornitura pubblica, ecc. Non lo sapevi? Ma il vero problema è: possiamo continuare a vivere in un sistema nel quale il nostro unico orizzonte politico è lottare con i nostri alleati più ferocemente che con i nostri pretesi nemici (la Cina, la Russia, ecc.)?
E la risposta è ovvia, ed è: nein.
Ecco: questo è il primo cortese ma fermo nein che un tedesco sente da un italiano in tanti anni. Se capiterà, se la mia vita me ne darà l'opportunità, ne andrò a dire qualcun altro a qualche tedesco più importante di te e di me. Ma non lo dirò per "salvare" un progetto "deludente". Lo dirò per terminare un accordo irrazionale. Sono due cose diverse, e spero che questa breve chiacchierata ti abbia dato qualche elemento per valutare apprezzare la differenza.
E ora, buon anno, e buona fortuna. Io abito Roma, e a Roma è andata meglio che a Dresda. So che sono inopportuno a ricordarlo, ma alla fine il problema resta sempre quello: per un italiano allearsi con un tedesco significa essere costretti a fare la guerra agli americani (se ne parlava poco fa). Anche questo non è molto razionale: il minimo che si possa dire è che non ha funzionato. Spero che questa volta non si arrivi a tanto, e, ne sono sicuro, tu lo speri più di me.
Ieri ero un po' impegnato, e non ho quindi potuto farvi notare che correva il
sesto anniversario dell’apertura di questo blog: un evento che ha cambiato la
mia e le vostre vite, e che festeggeremo insieme il 2 e 3 dicembre prossimi.
Prima di parlarvi di questi festeggiamenti, sorvolando l’Europa volevo fare con
voi un bilancio di questi sei anni, articolato sulla dimensione della quale
grazie a me avete imparato ad apprezzare l’utilità: quella dei fondamentali
macroeconomici. Come ricorderete, il blog iniziò (e tuttora inizia) con un
articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per il duplice motivo che era
il QED di un precedente articolo che lavoce aveva pubblicato, e che per i due
punti individuati da questi articoli passava la retta del fallimento di Monti
(col quale lavoce.info aveva ed ha un ovvio rapporto organico).
A distanza di
sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per
farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e
considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati
originali è questo). Segue una breve visita guidata.
Nel 2011 il Pil
italiano fu di 1613,77 miliardi di euro ai prezzi del 2010. Nel 2017, se si
avvereranno, come sembra plausibile, le rosee previsioni del governo di
crescita all’1,5%, dovremmo chiudere a 1592,33 miliardi. Sono 21,44 miliardi in
meno di beni e servizi prodotti, e quindi di redditi percepiti dai cittadini.
In termini pro capite il Pil, misurato in valuta nazionale ai prezzi del 2010,
è diminuito di 710,70 euro a testa all’anno (sarebbero una sessantina di euro
al mese), ovvero del 2.64% rispetto al 2011.
Il calo del Pil,
ovviamente, è molto più “drammatico” se lo esaminiamo, come fanno i cialtroni,
in dollari a prezzi correnti. In questo caso il calo è di 357
miliardi, da 2278 a 1921 miliardi di dollari. Ma questa valutazione, come
sapete, è insensata: ci dice solo che è calata del 15.67% la
quantità di beni e servizi che possiamo acquistare negli Usa con gli stipendi
che percepiamo in Italia. Siccome nessuno di noi va ogni mattina a fare la
spesa a Manhattan, questo indicatore non vuol dire assolutamente nulla, come
testimonia, del resto, la nullità di chi se ne serve (da Squinzi –
un presidente di Confindustria che oggi rimpiangiamo – in giù). Tuttavia, ci tenevo
a evidenziarvelo, per sottolineare la prima legge fondamentale dell’uscita
dall’euro: tutto quello che uno sciocco vi dice che accadrebbe uscendo
dall’euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà restando dentro l’euro. In
questo caso, la cosa accaduta è il calo del Pil italiano in dollari nominali
(dato che, come anticipato da noi, per tenere i cocci insieme Draghi ha dovuto
svalutare l’euro).
Avendo menzionato
la svalutazione, viene naturale verificare cosa è successo alla variabile che
gli sciocchi le associano: l’inflazione. Con sorpresa degli sciocchi, ma in
perfetta coerenza con la letteratura scientifica, la grande svalutazione
dell’euro non ci ha minimamente regalato inflazione, anzi! Dal 2011 a oggi
anche questo indicatore è peggiorato, passando dal 2.94% all’1.41%: un calo di
1.53 punti percentuali che segnala una situazione di deflazione strisciante in
molti settori dell’economia, e che, fra le tante cose, ha una sua importanza
nel determinare la situazione di stress delle banche: sappiamo tutti che
l’inflazione svantaggia i creditori e avvantaggia i debitori, ma non
riflettiamo mai abbastanza sul fatto che la deflazione svantaggia i debitori e
svantaggia i creditori, perché i primi sono talmente svantaggiati che i secondi
(cioè le banche) fatalmente rischiano di non vedere indietro il becco di un
quattrino. Ma questo è il mondo che loro (le banche) si sono costruite a
propria immagine e somiglianza: non perderei quindi troppo tempo a
compiangerle.
Naturalmente, se
il discorso degli sciocchi è incoerente, quello scientifico invece è coerente.
Un calo dell’inflazione, in termini scientifici, deve essere accompagnato da un
aumento della disoccupazione, che infatti riscontriamo puntualmente nei dati.
Berlusconi ci lasciò un’Italia con l’8,39% di disoccupazione (e a noi piace
ricordarlo così, piuttosto che per le abominevoli scemenze che sta twittando in
questi giorni), mentre Monti ha fatto sì che, quattro anni dopo la sua
dipartita, il tasso di disoccupazione è ancora all’11,38%: un aumento di 3 punti
(2,99 per i precisazionisti), che è ovviamente coerente con la diminuzione
dell’inflazione ed è altrettanto ovviamente un segno di deterioramento delle
nostre condizioni: non solo sono diminuiti i redditi pro capite: è diminuito
anche il numero di chi li percepisce.
Tutto questo è il
risultato di politiche che erano sì sbagliate (come fin dall’inizio abbiamo con
molta chiarezza illustrato), ma, obiettivamente, erano anche le uniche che si
potessero fare per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti in un
contesto di cambi fissi: le politiche di austerità. Non spendo nemmeno una
parola sugli sciocchi (o sui furbi) che, ignorando o dimenticando una delle più
basilari leggi dell’economia, continuano a non capire che l’austerità c’è
perché c’è l’euro. L’impossibilità di aggiustare i prezzi non è una condizione
necessaria perché l’aggiustamento avvenga tramite i redditi: ma è una
condizione sufficiente. I cretini che obiettano “eh, ma l’austerità c’è stata
anche in Podcarpazia, gnè gnè gnè” hanno qualche difficoltà a mettere a fuoco
un punto: dove il cambio è flessibile, l’aggiustamento tramite taglio dei
redditi e riduzione delle importazioni è una scelta. Dove il cambio è fisso, invece, diventa una necessità (che ovviamente scaturisce dalla scelta politica preliminare di
fissare il cambio, cioè dalla decisione che in futuro tutti gli aggiustamenti
di bilancia dei pagamenti debbano scaricarsi sui redditi).
L'austerità era la risposta giusta alla domanda sbagliata (la crisi di debito pubblico che non c'era). La risposta però era giusta, perché chi la dava (Monti) sapeva che così avrebbe corretto i conti esteri, anche se forse non si immaginava un simile sfacelo nei conti pubblici (noi sì). Dal 2011 il rapporto debito/Pil è aumentato di 16.51 punti, arrivando al 133%. Non c'è male come risultato per aver fatto tutto quello che ci chiedeva l'Europa! Questo, notate bene, con un aumento delle entrate pubbliche di 1.10 punti di Pil, e una diminuzione della spesa pubblica di 0.39 punti di Pil (alla faccia di quelli che l'austerità non c'è stata: quattro anni dopo siamo ancora così)! Ed ecco il grande mistero che la dottoressa De Romanis (come ricorderete) non sa spiegare: il peggioramento di 16.5 punti del rapporto debito/Pil è avvenuto mentre il rapporto deficit/Pil migliorava di 1.49 punti, passando da -3.71 a -2.23, bene all'interno del parametro di Maastricht. Per noi questo paradosso non è tale, perché la sua semplice logica vi venne spiegata tanto tempo fa.
Naturalmente (e anche questo lo sapete bene), rispetto ai conti esteri la manovra il suo effetto lo ha fatto: il saldo delle partite correnti, ecco, lui sì che è migliorato! Di ben 5.76 punti: da -3.01 a 2.75. Ora... voi sapete che CA = S-I. Quindi torna lecito chiedersi: ma questo miglioramento è dovuto a un aumento del risparmio, o a una diminuzione degli investimenti?
La risposta dovrebbe essere facile, visto quello che ci siamo detti sull'andamento del Pil: in un paese dove si guadagna di meno, è difficile che si risparmi di più. E infatti, coerentemente con il buon senso, i dati statistici ci dicono che il risparmio nazionale lordo è aumentato, ma di soli 2.15 punti, mentre l'investimento nazionale lordo è diminuito di -3.61 punti, scendendo al 16.85% del Pil.
Ecco.
Sei anni dopo l'Italia è così: più povera, più indebitata, più fragile. E sta per arrivare un altro shock, del quale tutti dicono, per mettere le mani avanti, che farà impallidire il precedente.
Si sarebbe potuto evitare? Certo, e abbiamo detto tante volte (non da soli) in che modo. Ma abbiamo anche detto (questo l'ho detto io, ma non è una cosa molto profonda: nella storia dell'umanità altri l'avranno detto, e voi certo li conoscerete) che le colonie non hanno statisti. Noi, certo, statisti in questo momento non ne abbiamo. Il povero Berlu, che si impappina sul cambio irrevocabile, fa anche un po' tenerezza: certo, è un problema, ma soprattutto per se stesso (un po' anche per chi gli sta intorno). I 5 stelle che esultano per una vicepresidenza al Parlamento Europeo, con Di Maio che va a prestare giuramento di fedeltà all'euro negli Usa, sono ormai l'ipostasi del QED. La sinistra inutile nemmeno la menziono.
La domanda successiva, quindi, è scontata: ha ancora senso combattere?
E la risposta la tolgo dalla lettera con cui ho risposto a un giovine di sinistra che, onusto di ottime intenzioni, mi invitava alla solita inutile, liturgica passerella, dalla quale, lo so, tornerò avendo stretto mani che non volevo stringere (se non in una pressa idraulica), e mi sarò infervorato ed estenuato per il solo piacere sterile di sentire con me una platea che il giorno dopo sarà di qualcun altro:
io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.
(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)
Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.
Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.
E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere. Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno. Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati. Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT). Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e... Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà). Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla). Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...). Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro. Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa. Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi). Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin). E dopo pranzo? Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante. E Scamarcio? Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come! La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.
Sta a noi segnalare dove può essere trovata.
E ora buona notte: parto domani per località imprecisata con la mia amante per festeggiare il suo compleanno. Se mi incontrate fate finta di non riconoscermi...
Difficile immaginare due località più diverse di Halle e Maratea. Tanto orizzontale la prima, adagiata a 87 metri di altezza sull'Hallesches Ackerland, una delle tante pianure alluvionali lungo il basso corso della Saale, quanto verticale la seconda, aggrappata a 300 metri di altezza sul Monte S. Biagio, dirimpetto ai 1505 metri del Coccovello (che è sulla mia todo list da un due o tre anni). Lì barbabietole, e un glorioso passato, nel quale si annovera non solo il cicccione (who can be against us?), ma anche altro (das alte Jahr vergangen ist); qui pini, fichi d'india, bougainvillee, olivi, viti, palme, e un passato dal quale trarre, se non ispirazione, esempio. Lì un orizzonte che ti soffoca non per la sua angustia, ma per la sua insignificanza: la terra trascolora nel cielo, e sono due sfumature di grigio fuse dalla bruma del Nord, quella bruma che un tempo mi fu cara (ma erano altri tempi); qui, scorto da altezze vertiginose, incassato nel triangolo di valli scoscese, un Tirreno di cobalto, che la lontananza fa sembrare immoto come la campitura di uno stemma, ma del quale si intuisce il lavorio, la perenne ripresa: la mer toujours recommencée, che puoi guardare e ascoltare per ore, come guardi e ascolti per ore il fuoco del caminetto... ma non, appunto, la terra delle barbabietole...
Insomma: due mondi completamente diversi: orizzontale contro verticale, terra contro acqua, nebbia contro sole.
Eppure, per uno strano caso, la settimana scorsa mi è toccato dire, in questi due posti diversi, e a interlocutori completamente diversi, esattamente la stessa, stessissima cosa.
La prima volta venerdì, a Halle. Un seminario molto interessante all'IWH, su "Sfide e implicazioni della dinamica inflazionistica". Di cose da raccontarvene ne avrei tante, ma il tempo e la salute sono limitati, quindi vado al punto. Che meraviglia ascoltare tutti questi funzionari della Bce, della Buba, della Banque de France, preoccuparsi per l'inflazione... "Quale inflazione!?", direte voi. Appunto! Questa è la meraviglia! Per uno come me, che ha passato la maggior parte della propria esistenza a vedere economisti e opinionisti stracciarsi le vesti per il pericolo dell'elevata inflazione, che, si sa, rovina la vedova e l'orfano (che tanto stanno a cuore ai banchieri centrali, come anche si sa), quale Wunder osservare questo conciliabolo di tecnici, assolutamente ortodossi e molto preparati, in gramaglie perché l'inflazione è bassa, è below target: pensate, fra tre anni in Europa sarà ancora all'1.8%, anziché al 2%.
Ne hanno viste di cose questi occhi...
Che poi, alla fine, a me, che non sono cattivo (mi dipingo così), venivano quasi i lucciconi, e mi veniva da consolarli.
Avrei potuto dire loro: "Dai, su, non preoccupatevi. Alla fine i modelli che usate sono una cacata pazzesca poggiano su basi epistemologicamente discutibili, quindi magari fra tre anni saremo tornati al 2%: di previsioni ne avete sbagliate tante, se vi va bene sbagliate anche questa!" Ma sarebbe stato indelicato.
Forse avrei potuto dire: "Sì, vabbè, magari restiamo sotto al 2%, ma questo obiettivo che valore ha? Nessuno. La sua logica fasulla, descritta a p. 205 del Tramonto dell'euro, era un misto di wishful thinking (una crescita reale del 2.5% all'anno nell'Eurozona) e pessima teoria economica (la teoria quantitativa della moneta, quella secondo cui la moneta causa i prezzi). Ma prima della crisi la crescita reale è stata del 2.1% (uno scostamento di 0.4 punti che non preoccupava nessuno)! Se contiamo anche gli anni della crisi, si arriva all'1.3%... e questo nonostante che durante la crisi voi abbiate stampato 2000 miliardi di euro che non hanno causato alcuna inflazione! Quindi fatti e teoria sui quali l'obiettivo si basa sono risultati del tutto errati, e visto che l'obiettivo non è iscritto in alcun trattato, ma ve lo siete dati da soli, se proprio non vi riesce di raggiungerlo potete cambiarlo: dite che il mondo è cambiato, che oggi (per esempio) c'è la Cina, e che il nuovo obiettivo di inflazione è l'1.8%, così fra tre anni avrete risolto!". Ma sarei sembrato inopportuno.
Avrei anche potuto dire: "Sì, ma chi se ne frega se l'inflazione media dell'Eurozona è di 0.2 punti sotto al target! Il problema non è questo: il problema è che non ha senso parlare di inflazione dell'Eurozona! Quello che ci ha mandato per aria non è lo scostamento dell'inflazione dal suo obiettivo (scostamento che prima della crisi non c'è stato), ma lo scostamento dell'inflazione tedesca dall'obiettivo: quello che dicevo nel 2012, oggi lo dice anche Bofinger (che è un consigliere del capo). Quindi state sereni: il problema non è la mancata convergenza dell'inflazione media all'obiettivo, ma, caso mai, la mancata convergenze delle inflazioni dei paesi membri alla media. La crisi non ha migliorato le cose: lo scarto quadratico medio fra i tassi di inflazione nazionali non è molto diminuito dal 1999 (i dati sono qui), e magari dovreste preoccuparvene un po' di più...". Ma dire questo sarebbe sembrato un po' troppo corrosivo, perché questo argomento portava ad un'unica conclusione: che l'unica Bce buona è quella... bè, lo sapete!
Allora, per cercare di farli contenti, ho seguito un'altra strada: "Scusate! Ma, come vi ho fatto notare, io qui sono l'unico italiano, behind the enemy lines, e quindi posso darvi una prospettiva diversa sul mistero dell'inflazione scomparsa. Mi ricordo che nel 2011 l'allora governatore della Bce, Trichet, mandò al governo italiano una lettera che chiedeva riforme i cui effetti sarebbero stati sostanzialmente deflazionistici - in particolare attraverso la riforma del mercato del lavoro, che mirava a agevolare la flessibilità dei salari verso il basso rendendo i lavoratori più ricattabili. Il PD poi ha attuato quelle riforme. Ora, non capisco la vostra frustrazione! L'inflazione non c'è più perché avete consigliato delle riforme che la eliminassero, e queste riforme hanno funzionato. Quindi, perché essere mogi?"
Questa osservazione è stata trovata interessante, e il discorso si è spostato su altri temi: la colpa, signora mia, è delle aspettative: non sono ben ancorate, perché laggente non sono razionali (dopo anni passati a imporre politiche di tagli alla spesa pubblica giustificandoli col fatto che laggente sono razionali e quindi capischeno che se tagli la spesa oggi li tassi meno domani... Anche qui, quale Wunder!).
A Maratea, ancor meglio. Dibattito in piazza con Pizzuti, Ciccone e Dal Conte, che non conoscevo, ma era più importante di tutti gli altri messi insieme (compreso il vostro umilissimo) essendo che aveva scritto materialmente il jobs act, la più strutturale delle riforme strutturali. Persona civilissima e simpaticissima (amico di D'Antoni, che ha un passato bocconiano ma è tanto una brava persona), che ha poi sopportato sportivamente le mie punzecchiature: e questo va senz'altro a suo merito. Ma, anche qui, ascoltandolo provavo un certo senso di straniamento. "Le riforme, si sa, sono ardue da fare, soprattutto se strutturali: laggente non le vogliono, perché è più facile comprare consenso dando un reddito a chi è in difficoltà, anziché facendo politiche attive del lavoro, cioè insegnando a un barbiere di Catania come diventare piastrellista a Udine. Ma questo governo ha avuto il coraggio..." "Di riprendersi gli 80 euro coi quali aveva comprato il consenso?" direte voi che siete irriverenti, che non capite la solitudine e il travaglio (con la minuscola) del riformista.... No: il discorso di Dal Conte era più articolato: "Questo governo ha avuto il coraggio di fare riforme impopolari, anche sapendo che poteva mettere a rischio il proprio consenso".
E lì, di esitazioni su cosa dire, ne ho avute molto poche: sostanzialmente, quello che avevo detto a Halle. "Scusa: mi racconti ancora questa storia di Renzi che viene da te e ti dice: aiutami a perdere consenso! Perché io mi ricordo una cosa diversa: mi ricordo che a metà 2011 arrivò dalla Bce una ben precisa agenda di governo, che elencava, ex multis, alcuni provvedimenti specifici in ambito giuslavoristico, fra cui la riforma della contrattazione collettiva, la revisione delle norme che regolano il licenziamento dei dipendenti, e naturalmente, perché no, la vecchia, stantia solfa delle politiche attive che favoriscano la riallocazione del lavoro - una solfa che, peraltro, deriva a sua volta da un altro diktat, questa volta dell'OCSE. Ora, io non ho motivo di dubitare: Renzi, basta guardarlo in faccia e lo si capisce, è senz'altro uno statista disposto a mettersi in gioco per il bene del paese, quindi sicuramente sarà venuto a chiederti come perdere consenso all'uopo. Solo che... io lì non c'ero. La lettera della Bce, invece, l'hanno letta tutti, e tutti hanno visto in quale modo pedissequo il PD l'ha eseguita. Quindi, io, nel dubbio, preferisco pensare che questa ansia da riforma sia indotta, sia esogena, anziché essere spontanea, endogena...".
E ci siamo lasciati da buoni amici, perché, esattamente come non si può voler del male a chi, in Bce, preferisce che la Bce sopravviva, anche se questo distrugge l'Europa, a maggior ragione non si può volerne a un giurista di non aver presenti alcuni limiti intrinseci delle riforme strutturali, e questo soprattutto se frequenta economisti pre-keynesiani, quelli che voi, in modo irriverente, chiamate "bocconiani".
Certo, il giurista, a casa sua, non vive in un mondo pre-keynesiano! Se sta male, anziché farsi fare un salasso (quello che i suoi amici consigliano a noi) prende un antibiotico, e le notizie non le ascolta da una radio a valvole termoioniche, ma magari guardando la televisione. Post-keynesiano per sé, il giurista però diventa pre-keynesiano per gli altri, traducendo in leggi i precetti di un'economia logicamente fallace perché vetusta. Alla base delle riforme strutturali, e del loro fallimento, c'è infatti l'idea un po' bislacca che il cosiddetto mercato del lavoro funzioni come il mercato di Val Melaina, dove io spunto sempre prezzi bassi perché ci passo tornando dalla scuola der Palla, a tarda ora, quando l'eccesso di offerta sul bancone fa scendere i prezzi di qualsiasi bene.
Ma il lavoro non è un bene qualsiasi: il lavoro sono uomini, e questo chiunque dovrebbe percepirlo: indebolire le tutele del lavoro significa indebolire le tutele dell'umanità. Ma di questo uno potrebbe anche battersene. Resterebbe però un altro problema, un problema che negli altri mercati, caso strano, non si presenta. Sì: se a fine giornata la zucchina, o lo sgombro, o il moscato di Terracina, restano sul banco, il venditore può abbassarne il prezzo, per invogliare gli acquirenti. A parità di reddito degli acquirenti, la decisione del fruttarolo di deflazionare aumenta il potere di acquisto degli acquirenti stessi, e magari la frutta non finisce al cassonetto.
Ora, inutile girarci intorno: lo scopo del gioco delle riforme strutturali (tutte) è quello di rendere i salari flessibili al ribasso. Una ottima descrizione la trovate qui. Nel contesto dell'Eurozona sappiamo bene che questa è una scelta obbligata: abbiamo costruito un mondo nel quale viene impedito ai cambi di flettersi perché si flettano i salari. L'euro è lotta di classe, fatta, con efficacia, dal capitale contro il lavoro. Ma anche nel resto del mondo l'idea che i salari sopportino il peso dell'aggiustamento macroeconomico, che se c'è disoccupazione non sia lo Stato a dover investire di più, ma i lavoratori a chiedere di meno, ha ampio corso, come immaginate, visto che i ricchi e potenti, i capitalisti, pagano giornali e università (avendo i soldi per farlo).
Il fatto è che con la flessibilità dei salari verso il basso il problema non si risolve, ma anzi si aggrava. E a capirlo non ci vuole molto.
Con curve di domanda negativamente inclinate, la diminuzione del prezzo causa un aumento della quantità richiesta. Anche l'imprenditore, se scende il prezzo del lavoro, cioè il salario, aumenterà la quantità di occupati richiesti, e questi quindi non saranno più in eccesso di offerta (cioè disoccupati). Così ragionano i pre-keynesiani. Ma questo ragionamento è stupido: si basa su una premessa assurda, che essi rivendicano come suggello di scientificità, con una ingenuità (o una impudenza) che lasciano veramente senza parole! La premessa (assurda) è che valga per la collettività quello che vale per il singolo individuo. Loro, questa premesse demente, la chiamano "microfondazione". Noi la chiamiamo fallacia di composizione. Va la spieago con un paio di slides che ho mostrato ai giovini della scuola MADEurope di Maratea, dove sono stato invitato da un ospitalissimo ed efficientissimo Realfonzo.
Vedete, per gli economisti pre-keynesiani il mercato del lavoro replica esattamente la logica con la quale il singolo imprenditore sceglie quanti lavoratori assumere. Il grafico (se aiuta) è questo:
C'è una curva di domanda di lavoro, in rosso, che dipende negativamente dal salario reale (cioè dal rapporto fra salari e prezzi, insomma: dal potere d'acquisto erogato al lavoratore) e positivamente dal prodotto (perché se vuoi produrre di più ti occorrono più lavoratori). Poi c'è una curva di offerta di lavoro, in blu, che ho immaginato, per semplicità, verticale (anche se potremmo pensare a una sua inclinazione positiva, a indicare che più alto è il salario e più aumentano le persone disposte a lavorare: i salari bassi scoraggiano). Con un salario reale al livello (W/P)0 (misurato sull'asse verticale), le imprese assumono solo A lavoratori (misurati in orizzontale). Ma in A domanda (rossa) e offerta (blu) non si incontrano: c'è un gap, e quel gap sono i disoccupati: persone che vorrebbero lavorare a quel salario, ma che l'imprenditore non vuole assumere a quel salario.
Come si risolve il problema per il pre-keynesiani?
Ma è semplice: con le riforme strutturali! Indebolisco il potere contrattuale dei lavoratori introducendo forme di precariato, aumentando il potere di ricatto del datore d lavoro (ad esempio facilitando i licenziamenti), e vedrai che i salari scendono! Insomma, nel mondo pre-keynesiano le riforma strutturali servono a realizzare una cosa simile:
Basta poco, che cce vò? Il salario reale scende dal livello (W/P)0 al livello (W/P)1, ci si sposta da A a E ed ecco che, in E, domanda e offerta di lavoro si incontrano: a quel salario l'imprenditore è disposto a dare lavoro a tutti quelli che lo chiedono, dato il livello di produzione Y che massimizza il suo profitto.
Sì, tutto bello e tutto giusto, ma c'è un problema. Voi direte: "Certo! Il problema è che magari al nuovo livello di salario reale il lavoratore non sopravvive!". No, amici, siete fuori strada. Il problema non è biologico, ma logico (e quindi di ordine superiore).
Il fatto è che il singolo imprenditore, nel fare le sue scelte, può anche ragionare per un dato livello di produzione. In concorrenza perfetta, infatti, lui fronteggia una curva di domanda di beni infinitamente elastica, che poi significa che per definizione tutti i beni messi in vendita al prezzo che il mercato ritiene "giusto" (cioè di equilibrio) saranno venduti. Quindi, in qualche modo, a livello del singolo imprenditore ha senso ragionare come se il salario reale W/P non influenzasse la produzione ottimale Y, perché in effetti a livello del singolo imprenditore è così. Se il fruttarolo abbassa il prezzo del moscato, corre il rischio di guadagnare meno lui, ma la sua decisione non fa guadagnare di meno me, e siccome l'uva la compro io...
Il punto, però, è che i nostri amici pre-keynesiani menano vanto dall'applicare all'intero sistema economico (cioè su scala macroeconomica) quel grafico e quel ragionamento che funziona (se funziona) a livello del singolo imprenditore (cioè su scala microeconomica). Ma a scala macroeconomica, quando cioè consideri la decisione di tutti gli imprenditori di far riformare il mercato del lavoro in modo da distribuire meno potere di acquisto, ecco che le cose cambiano. Quello che va bene se lo fa uno solo (alzarsi in piedi allo stadio per vedere meglio, tagliare i salari ai propri dipendenti), non va più bene se lo fanno tutti: se tutti si alzano, vedono tutti come prima, e se tutti tagliano?
Se tutti tagliano succede questo:
Dato che se tutti tagliano, dall'altra parte tutti hanno meno soldi per comprare, le aspettative di domanda (cioè l'idea che il produttore si fa di quanti beni potrà vendere) calano, e quindi cala la domanda di lavoro (cioè il produttore assume di meno perché sa che venderà di meno). Insomma, non ci si sposta dal punto A, fuori dall'equilibrio, al punto E, dove le due curve si incontrano, ma al punto B, che è anche lui fuori dall'equilibrio, perché è su una nuova curva di (minor) domanda di lavoro da parte del sistema imprenditoriale. Chiaro, no?
Ed ecco anche spiegato perché le riforme, soprattutto se strutturali, non sono mai abbastanza! Di fatto, la deflazione logora chi la fa: soprattutto se ha successo, la flessibilità dei salari verso il basso allontana, anziché avvicinarlo, l'obiettivo di ridurre la disoccupazione. Tutto quello che si riesce a ottenere per questa via è una crisi di domanda (effettiva), ovvero una situazione in cui circolano talmente pochi soldi che il desiderio di acquistare beni non si traduce effettivamente in domanda per mancanza, appunto, di liquidi! Certo, sappiamo che a questo si può ovviare indebitandosi. Ma ora che le banche saltano una dietro l'altra, sappiamo anche dove questa storia porti: a una crisi finanziaria.
Questo, per voi, non è niente di nuovo, o almeno spero. Ve lo racconto oggi solo per ricordarvi che avete ancora 24 ore per votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione ai MIA17, cosa che potete fare seguendo le istruzioni su questa pagina (per favore non fate come il simpatico Nardelli, che mi ha scritto un paio di email assolutamente deliranti perché temo abbia confuso la pagina per la votazione - dove Goofynomics compare nella categoria 27, e dovete esprimere un voto in almeno 10 categorie - con la scheda per la nomination: strano che certe semplici logiche sfuggano proprio a voi che la televisione la guardate - per lamentarvene, ma la guardate...).
Dovreste farlo, perché non credo che abbiate trovato altrove spiegazioni del perché le riforme strutturali sono destinate a fallire (o meglio: del perché il loro scopo è fallire)! Se volete che altri leggano queste spiegazioni, anche votare ai MIA17 può essere un modo. Voi potrete pensare che sia cosa futile: in effetti, lo è. Ma attenzione, ricordatevi una cosa: le riforme le scrivono i giuristi, e i nostri giuristi sono affetti da quella piddinitas che tante volte abbiamo stigmatizzato. Facciamo finta che siano in buona fede: in questo caso, portare a loro, come a tanti altri, il semplice argomento di questo post forse qualcosa può cambiare. Voglio pensare che chi sembra una brava persona lo sia. Nel mercato delle patate ci si può spostare lungo la curva di domanda, da A a E. In quello del lavoro, la variazione del prezzo (del salario) sposta la curva di domanda (a salari bassi laggente non comprano e gli imprenditori quindi non assumono). La differenza fra pre-keynesiani e post-keynesiani è tutta qui: nel prendere atto di questo semplice dato contabile: i soldi che non circolano non si possono spendere, e alterare la distribuzione del reddito con riforme che danneggino i lavoratori alla fine fa crollare tutta la baracca, anche se a queste riforme viene appioppato il rassicurante epiteto di "strutturali". Si sa, le riforme sono strutturali, esattamente come le olive sono... Come sò ste olive?
E così le riforme: noi cominceremmo a essere un po' riluttanti, ma i tanto Mario Brega dei media e della politica insistono: sò strutturali!
E ce le spingono nel gozzo...
Mi faceva un po' tenerezza il giurista che diceva: "Ma sai, noi scontiamo una certa subalternità culturale, magari abbiamo fatto il classico perché non ci piaceva la matematica, poi arriva l'economista con le sue regressioni e ci dice che il mondo funziona così...". Ecco, Keynes non aveva bisogno di regressioni (pur essendo economista quantitativo) per spiegare come va il mondo, e così non ne ho avuto bisogno io. Aggiungo anche che quello che vi ho detto qui, cioè che le riforme strutturali non funzionano perché deflazionistiche, ormai se lo dicono anche i pre-keynesiani, con il loro linguaggio (non comprensibile ai giuristi, in questo caso) e con argomenti diversi (non tutti stupidi). Ma perché una persona dovrebbe dar retta a chi gli parla un linguaggio che non capisce, anziché a chi gli parla un linguaggio comprensibile? Alla fine, l'archetipo della professione giuridica è l'Azzeccagarbugli: ci vuole così tanto a intuire quando chi si ha di fronte usa le formule come il latinorum?
Insisto sul fatto che chi ha una formazione classica, se ce l'ha, dovrebbe diffidare instintivamente dai tentativi di proporre una scienza umana come scienza naturale. Se non diffida, avrebbe fatto meglio a far ragioneria: questa, almeno, gli sarebbe servita a capire che i soldi che non circolano non possono essere spesi, cioè a maneggiare con scioltezza la parte tecnica della fallacia pre-keynesiana. Ma è la parte etica ed epistemologica quella più grave in termini politici, e più apparente a chi abbia avuto un contatto non fugace con le humane lettere.
Il che ci ricorda che non amare la matematica è forse una condizione sufficiente per scegliere il classico, ma non per capire quanto ivi si insegna, e che se la scienza giuridica richiede ragionamento (cosa della qual i giuristi si gloriano, a ragione), non è per questo che la scienza economica possa o debba essere considerata come un sudoku per diversamente letterati privi di capacità logiche.
C'è un grande lavoro di mediazione culturale da fare (visto che la buona fede si presume). Ci stiamo attrezzando per farlo meglio. Intanto, votate Goofynomics ai MIA17. Poi, vi parlerò dei nostri prossimi appuntamenti...