Ieri ero un po' impegnato, e non ho quindi potuto farvi notare che correva il
sesto anniversario dell’apertura di questo blog: un evento che ha cambiato la
mia e le vostre vite, e che festeggeremo insieme il 2 e 3 dicembre prossimi.
Prima di parlarvi di questi festeggiamenti, sorvolando l’Europa volevo fare con
voi un bilancio di questi sei anni, articolato sulla dimensione della quale
grazie a me avete imparato ad apprezzare l’utilità: quella dei fondamentali
macroeconomici. Come ricorderete, il blog iniziò (e tuttora inizia) con un
articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per il duplice motivo che era
il QED di un precedente articolo che lavoce aveva pubblicato, e che per i due
punti individuati da questi articoli passava la retta del fallimento di Monti
(col quale lavoce.info aveva ed ha un ovvio rapporto organico).
A distanza di sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati originali è questo). Segue una breve visita guidata.
A distanza di sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati originali è questo). Segue una breve visita guidata.
Nel 2011 il Pil
italiano fu di 1613,77 miliardi di euro ai prezzi del 2010. Nel 2017, se si
avvereranno, come sembra plausibile, le rosee previsioni del governo di
crescita all’1,5%, dovremmo chiudere a 1592,33 miliardi. Sono 21,44 miliardi in
meno di beni e servizi prodotti, e quindi di redditi percepiti dai cittadini.
In termini pro capite il Pil, misurato in valuta nazionale ai prezzi del 2010,
è diminuito di 710,70 euro a testa all’anno (sarebbero una sessantina di euro
al mese), ovvero del 2.64% rispetto al 2011.
Il calo del Pil,
ovviamente, è molto più “drammatico” se lo esaminiamo, come fanno i cialtroni,
in dollari a prezzi correnti. In questo caso il calo è di 357
miliardi, da 2278 a 1921 miliardi di dollari. Ma questa valutazione, come
sapete, è insensata: ci dice solo che è calata del 15.67% la
quantità di beni e servizi che possiamo acquistare negli Usa con gli stipendi
che percepiamo in Italia. Siccome nessuno di noi va ogni mattina a fare la
spesa a Manhattan, questo indicatore non vuol dire assolutamente nulla, come
testimonia, del resto, la nullità di chi se ne serve (da Squinzi –
un presidente di Confindustria che oggi rimpiangiamo – in giù). Tuttavia, ci tenevo
a evidenziarvelo, per sottolineare la prima legge fondamentale dell’uscita
dall’euro: tutto quello che uno sciocco vi dice che accadrebbe uscendo
dall’euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà restando dentro l’euro. In
questo caso, la cosa accaduta è il calo del Pil italiano in dollari nominali
(dato che, come anticipato da noi, per tenere i cocci insieme Draghi ha dovuto
svalutare l’euro).
Avendo menzionato
la svalutazione, viene naturale verificare cosa è successo alla variabile che
gli sciocchi le associano: l’inflazione. Con sorpresa degli sciocchi, ma in
perfetta coerenza con la letteratura scientifica, la grande svalutazione
dell’euro non ci ha minimamente regalato inflazione, anzi! Dal 2011 a oggi
anche questo indicatore è peggiorato, passando dal 2.94% all’1.41%: un calo di
1.53 punti percentuali che segnala una situazione di deflazione strisciante in
molti settori dell’economia, e che, fra le tante cose, ha una sua importanza
nel determinare la situazione di stress delle banche: sappiamo tutti che
l’inflazione svantaggia i creditori e avvantaggia i debitori, ma non
riflettiamo mai abbastanza sul fatto che la deflazione svantaggia i debitori e
svantaggia i creditori, perché i primi sono talmente svantaggiati che i secondi
(cioè le banche) fatalmente rischiano di non vedere indietro il becco di un
quattrino. Ma questo è il mondo che loro (le banche) si sono costruite a
propria immagine e somiglianza: non perderei quindi troppo tempo a
compiangerle.
Naturalmente, se
il discorso degli sciocchi è incoerente, quello scientifico invece è coerente.
Un calo dell’inflazione, in termini scientifici, deve essere accompagnato da un
aumento della disoccupazione, che infatti riscontriamo puntualmente nei dati.
Berlusconi ci lasciò un’Italia con l’8,39% di disoccupazione (e a noi piace
ricordarlo così, piuttosto che per le abominevoli scemenze che sta twittando in
questi giorni), mentre Monti ha fatto sì che, quattro anni dopo la sua
dipartita, il tasso di disoccupazione è ancora all’11,38%: un aumento di 3 punti
(2,99 per i precisazionisti), che è ovviamente coerente con la diminuzione
dell’inflazione ed è altrettanto ovviamente un segno di deterioramento delle
nostre condizioni: non solo sono diminuiti i redditi pro capite: è diminuito
anche il numero di chi li percepisce.
Tutto questo è il
risultato di politiche che erano sì sbagliate (come fin dall’inizio abbiamo con
molta chiarezza illustrato), ma, obiettivamente, erano anche le uniche che si
potessero fare per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti in un
contesto di cambi fissi: le politiche di austerità. Non spendo nemmeno una
parola sugli sciocchi (o sui furbi) che, ignorando o dimenticando una delle più
basilari leggi dell’economia, continuano a non capire che l’austerità c’è
perché c’è l’euro. L’impossibilità di aggiustare i prezzi non è una condizione
necessaria perché l’aggiustamento avvenga tramite i redditi: ma è una
condizione sufficiente. I cretini che obiettano “eh, ma l’austerità c’è stata
anche in Podcarpazia, gnè gnè gnè” hanno qualche difficoltà a mettere a fuoco
un punto: dove il cambio è flessibile, l’aggiustamento tramite taglio dei
redditi e riduzione delle importazioni è una scelta. Dove il cambio è fisso, invece, diventa una necessità (che ovviamente scaturisce dalla scelta politica preliminare di
fissare il cambio, cioè dalla decisione che in futuro tutti gli aggiustamenti
di bilancia dei pagamenti debbano scaricarsi sui redditi).
L'austerità era la risposta giusta alla domanda sbagliata (la crisi di debito pubblico che non c'era). La risposta però era giusta, perché chi la dava (Monti) sapeva che così avrebbe corretto i conti esteri, anche se forse non si immaginava un simile sfacelo nei conti pubblici (noi sì). Dal 2011 il rapporto debito/Pil è aumentato di 16.51 punti, arrivando al 133%. Non c'è male come risultato per aver fatto tutto quello che ci chiedeva l'Europa! Questo, notate bene, con un aumento delle entrate pubbliche di 1.10 punti di Pil, e una diminuzione della spesa pubblica di 0.39 punti di Pil (alla faccia di quelli che l'austerità non c'è stata: quattro anni dopo siamo ancora così)! Ed ecco il grande mistero che la dottoressa De Romanis (come ricorderete) non sa spiegare: il peggioramento di 16.5 punti del rapporto debito/Pil è avvenuto mentre il rapporto deficit/Pil migliorava di 1.49 punti, passando da -3.71 a -2.23, bene all'interno del parametro di Maastricht. Per noi questo paradosso non è tale, perché la sua semplice logica vi venne spiegata tanto tempo fa.
Naturalmente (e anche questo lo sapete bene), rispetto ai conti esteri la manovra il suo effetto lo ha fatto: il saldo delle partite correnti, ecco, lui sì che è migliorato! Di ben 5.76 punti: da -3.01 a 2.75. Ora... voi sapete che CA = S-I. Quindi torna lecito chiedersi: ma questo miglioramento è dovuto a un aumento del risparmio, o a una diminuzione degli investimenti?
La risposta dovrebbe essere facile, visto quello che ci siamo detti sull'andamento del Pil: in un paese dove si guadagna di meno, è difficile che si risparmi di più. E infatti, coerentemente con il buon senso, i dati statistici ci dicono che il risparmio nazionale lordo è aumentato, ma di soli 2.15 punti, mentre l'investimento nazionale lordo è diminuito di -3.61 punti, scendendo al 16.85% del Pil.
Ecco.
Sei anni dopo l'Italia è così: più povera, più indebitata, più fragile. E sta per arrivare un altro shock, del quale tutti dicono, per mettere le mani avanti, che farà impallidire il precedente.
Si sarebbe potuto evitare? Certo, e abbiamo detto tante volte (non da soli) in che modo. Ma abbiamo anche detto (questo l'ho detto io, ma non è una cosa molto profonda: nella storia dell'umanità altri l'avranno detto, e voi certo li conoscerete) che le colonie non hanno statisti. Noi, certo, statisti in questo momento non ne abbiamo. Il povero Berlu, che si impappina sul cambio irrevocabile, fa anche un po' tenerezza: certo, è un problema, ma soprattutto per se stesso (un po' anche per chi gli sta intorno). I 5 stelle che esultano per una vicepresidenza al Parlamento Europeo, con Di Maio che va a prestare giuramento di fedeltà all'euro negli Usa, sono ormai l'ipostasi del QED. La sinistra inutile nemmeno la menziono.
La domanda successiva, quindi, è scontata: ha ancora senso combattere?
E la risposta la tolgo dalla lettera con cui ho risposto a un giovine di sinistra che, onusto di ottime intenzioni, mi invitava alla solita inutile, liturgica passerella, dalla quale, lo so, tornerò avendo stretto mani che non volevo stringere (se non in una pressa idraulica), e mi sarò infervorato ed estenuato per il solo piacere sterile di sentire con me una platea che il giorno dopo sarà di qualcun altro:
io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.
(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)
Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.
Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.
E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere.
Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno.
Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati.
Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT).
Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e...
Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà).
Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla).
Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...).
Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro.
Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa.
Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi).
Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin).
E dopo pranzo?
Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante.
E Scamarcio?
Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come!
La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.
io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.
(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)
Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.
Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.
E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere.
Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno.
Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati.
Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT).
Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e...
Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà).
Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla).
Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...).
Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro.
Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa.
Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi).
Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin).
E dopo pranzo?
Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante.
E Scamarcio?
Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come!
La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.
Sta a noi segnalare dove può essere trovata.
E ora buona notte: parto domani per località imprecisata con la mia amante per festeggiare il suo compleanno. Se mi incontrate fate finta di non riconoscermi...