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venerdì 17 novembre 2017

Six ans après

(...sperando che non diventino venti...)



Ieri ero un po' impegnato, e non ho quindi potuto farvi notare che correva il sesto anniversario dell’apertura di questo blog: un evento che ha cambiato la mia e le vostre vite, e che festeggeremo insieme il 2 e 3 dicembre prossimi. Prima di parlarvi di questi festeggiamenti, sorvolando l’Europa volevo fare con voi un bilancio di questi sei anni, articolato sulla dimensione della quale grazie a me avete imparato ad apprezzare l’utilità: quella dei fondamentali macroeconomici. Come ricorderete, il blog iniziò (e tuttora inizia) con un articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per il duplice motivo che era il QED di un precedente articolo che lavoce aveva pubblicato, e che per i due punti individuati da questi articoli passava la retta del fallimento di Monti (col quale lavoce.info aveva ed ha un ovvio rapporto organico).

A distanza di sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati originali è questo). Segue una breve visita guidata.



Nel 2011 il Pil italiano fu di 1613,77 miliardi di euro ai prezzi del 2010. Nel 2017, se si avvereranno, come sembra plausibile, le rosee previsioni del governo di crescita all’1,5%, dovremmo chiudere a 1592,33 miliardi. Sono 21,44 miliardi in meno di beni e servizi prodotti, e quindi di redditi percepiti dai cittadini. In termini pro capite il Pil, misurato in valuta nazionale ai prezzi del 2010, è diminuito di 710,70 euro a testa all’anno (sarebbero una sessantina di euro al mese), ovvero del 2.64% rispetto al 2011.

Il calo del Pil, ovviamente, è molto più “drammatico” se lo esaminiamo, come fanno i cialtroni, in dollari a prezzi correnti. In questo caso il calo è di 357 miliardi, da 2278 a 1921 miliardi di dollari. Ma questa valutazione, come sapete, è insensata: ci dice solo che è calata del 15.67% la quantità di beni e servizi che possiamo acquistare negli Usa con gli stipendi che percepiamo in Italia. Siccome nessuno di noi va ogni mattina a fare la spesa a Manhattan, questo indicatore non vuol dire assolutamente nulla, come testimonia, del resto, la nullità di chi se ne serve (da Squinzi – un presidente di Confindustria che oggi rimpiangiamo – in giù). Tuttavia, ci tenevo a evidenziarvelo, per sottolineare la prima legge fondamentale dell’uscita dall’euro: tutto quello che uno sciocco vi dice che accadrebbe uscendo dall’euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà restando dentro l’euro. In questo caso, la cosa accaduta è il calo del Pil italiano in dollari nominali (dato che, come anticipato da noi, per tenere i cocci insieme Draghi ha dovuto svalutare l’euro).

Avendo menzionato la svalutazione, viene naturale verificare cosa è successo alla variabile che gli sciocchi le associano: l’inflazione. Con sorpresa degli sciocchi, ma in perfetta coerenza con la letteratura scientifica, la grande svalutazione dell’euro non ci ha minimamente regalato inflazione, anzi! Dal 2011 a oggi anche questo indicatore è peggiorato, passando dal 2.94% all’1.41%: un calo di 1.53 punti percentuali che segnala una situazione di deflazione strisciante in molti settori dell’economia, e che, fra le tante cose, ha una sua importanza nel determinare la situazione di stress delle banche: sappiamo tutti che l’inflazione svantaggia i creditori e avvantaggia i debitori, ma non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che la deflazione svantaggia i debitori e svantaggia i creditori, perché i primi sono talmente svantaggiati che i secondi (cioè le banche) fatalmente rischiano di non vedere indietro il becco di un quattrino. Ma questo è il mondo che loro (le banche) si sono costruite a propria immagine e somiglianza: non perderei quindi troppo tempo a compiangerle.

Naturalmente, se il discorso degli sciocchi è incoerente, quello scientifico invece è coerente. Un calo dell’inflazione, in termini scientifici, deve essere accompagnato da un aumento della disoccupazione, che infatti riscontriamo puntualmente nei dati. Berlusconi ci lasciò un’Italia con l’8,39% di disoccupazione (e a noi piace ricordarlo così, piuttosto che per le abominevoli scemenze che sta twittando in questi giorni), mentre Monti ha fatto sì che, quattro anni dopo la sua dipartita, il tasso di disoccupazione è ancora all’11,38%: un aumento di 3 punti (2,99 per i precisazionisti), che è ovviamente coerente con la diminuzione dell’inflazione ed è altrettanto ovviamente un segno di deterioramento delle nostre condizioni: non solo sono diminuiti i redditi pro capite: è diminuito anche il numero di chi li percepisce.

Tutto questo è il risultato di politiche che erano sì sbagliate (come fin dall’inizio abbiamo con molta chiarezza illustrato), ma, obiettivamente, erano anche le uniche che si potessero fare per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti in un contesto di cambi fissi: le politiche di austerità. Non spendo nemmeno una parola sugli sciocchi (o sui furbi) che, ignorando o dimenticando una delle più basilari leggi dell’economia, continuano a non capire che l’austerità c’è perché c’è l’euro. L’impossibilità di aggiustare i prezzi non è una condizione necessaria perché l’aggiustamento avvenga tramite i redditi: ma è una condizione sufficiente. I cretini che obiettano “eh, ma l’austerità c’è stata anche in Podcarpazia, gnè gnè gnè” hanno qualche difficoltà a mettere a fuoco un punto: dove il cambio è flessibile, l’aggiustamento tramite taglio dei redditi e riduzione delle importazioni è una scelta. Dove il cambio è fisso, invece, diventa una necessità (che ovviamente scaturisce dalla scelta politica preliminare di fissare il cambio, cioè dalla decisione che in futuro tutti gli aggiustamenti di bilancia dei pagamenti debbano scaricarsi sui redditi).

L'austerità era la risposta giusta alla domanda sbagliata (la crisi di debito pubblico che non c'era). La risposta però era giusta, perché chi la dava (Monti) sapeva che così avrebbe corretto i conti esteri, anche se forse non si immaginava un simile sfacelo nei conti pubblici (noi sì). Dal 2011 il rapporto debito/Pil è aumentato di 16.51 punti, arrivando al 133%. Non c'è male come risultato per aver fatto tutto quello che ci chiedeva l'Europa! Questo, notate bene, con un aumento delle entrate pubbliche di 1.10 punti di Pil, e una diminuzione della spesa pubblica di 0.39 punti di Pil (alla faccia di quelli che l'austerità non c'è stata: quattro anni dopo siamo ancora così)! Ed ecco il grande mistero che la dottoressa De Romanis (come ricorderete) non sa spiegare: il peggioramento di 16.5 punti del rapporto debito/Pil è avvenuto mentre il rapporto deficit/Pil migliorava di 1.49 punti, passando da -3.71 a -2.23, bene all'interno del parametro di Maastricht. Per noi questo paradosso non è tale, perché la sua semplice logica vi venne spiegata tanto tempo fa.

Naturalmente (e anche questo lo sapete bene), rispetto ai conti esteri la manovra il suo effetto lo ha fatto: il saldo delle partite correnti, ecco, lui sì che è migliorato! Di ben 5.76 punti: da -3.01 a 2.75. Ora... voi sapete che CA = S-I. Quindi torna lecito chiedersi: ma questo miglioramento è dovuto a un aumento del risparmio, o a una diminuzione degli investimenti?

La risposta dovrebbe essere facile, visto quello che ci siamo detti sull'andamento del Pil: in un paese dove si guadagna di meno, è difficile che si risparmi di più. E infatti, coerentemente con il buon senso, i dati statistici ci dicono che il risparmio nazionale lordo è aumentato, ma di soli 2.15 punti, mentre l'investimento nazionale lordo è diminuito di -3.61 punti, scendendo al 16.85% del Pil.

Ecco.

Sei anni dopo l'Italia è così: più povera, più indebitata, più fragile. E sta per arrivare un altro shock, del quale tutti dicono, per mettere le mani avanti, che farà impallidire il precedente.

Si sarebbe potuto evitare? Certo, e abbiamo detto tante volte (non da soli) in che modo. Ma abbiamo anche detto (questo l'ho detto io, ma non è una cosa molto profonda: nella storia dell'umanità altri l'avranno detto, e voi certo li conoscerete) che le colonie non hanno statisti. Noi, certo, statisti in questo momento non ne abbiamo. Il povero Berlu, che si impappina sul cambio irrevocabile, fa anche un po' tenerezza: certo, è un problema, ma soprattutto per se stesso (un po' anche per chi gli sta intorno). I 5 stelle che esultano per una vicepresidenza al Parlamento Europeo, con Di Maio che va a prestare giuramento di fedeltà all'euro negli Usa, sono ormai l'ipostasi del QED. La sinistra inutile nemmeno la menziono.

La domanda successiva, quindi, è scontata: ha ancora senso combattere?

E la risposta la tolgo dalla lettera con cui ho risposto a un giovine di sinistra che, onusto di ottime intenzioni, mi invitava alla solita inutile, liturgica passerella, dalla quale, lo so, tornerò avendo stretto mani che non volevo stringere (se non in una pressa idraulica), e mi sarò infervorato ed estenuato per il solo piacere sterile di sentire con me una platea che il giorno dopo sarà di qualcun altro:

io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.

(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)

Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.

Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.

E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere.

Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno.

Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati.

Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT).

Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e...

Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà).

Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla).

Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...).

Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro.

Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa.

Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi).

Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin).

E dopo pranzo?

Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante.

E Scamarcio?

Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come!

La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.

Sta a noi segnalare dove può essere trovata.

E ora buona notte: parto domani per località imprecisata con la mia amante per festeggiare il suo compleanno. Se mi incontrate fate finta di non riconoscermi...

sabato 24 settembre 2016

Occasioni sprecate

(...la sintesi del post precedente è che ognuno si incarta come crede. Io tiro dritto. Ora passiamo ad altro: cose che sicuramente voi sapere, e che mi vengono segnalate da un amico e lettore - e anche studente attempato pro tempore. Ho fatto un copia e incolla a futura memoria, anche se non tutto mi convince - ad esempio, De Benedetti...)

Caro Alberto
 


Inizio sunto (Ndc: l'editore mi scuserà se gli faccio un po' di pubblicità):

Agli inizi degli anni sessanta, l’Italia vantava alcuni poli di eccellenza scientifico-tecnologici che il mondo le invidiava in quattro settori strategici: informatico, petrolifero, nucleare, medico. Oggi, in pieno terzo millennio, è il fanalino di coda tra i paesi più sviluppati proprio per scarsità d’innovazione e ricerca. Perché? Un libro inchiesta ricostruisce per la prima volta la storia di quattro casi emblematici del modello di sviluppo avviato e smantellato in quegli anni a tempo di record, evidenziando il filo rosso che li lega e che spiega perché ciascuna di quelle esperienze è fallita. Il caso Olivetti, il caso Mattei, il caso Ippolito e il caso Marotta, vale a dire nascita e morte della rivoluzione informatica che ha portato alla progettazione del primo pc e dei primi microprocessori del mondo; inizio e fine dell’autonomia energetica del paese, oltre che della competizione col monopolio angloamericano del petrolio; soppressione del Cnen, che ci aveva portato al terzo posto per produzione di energia elettrica di origine nucleare; decapitazione dell’Istituto superiore di sanità, che fece dell’Italia uno dei primi tre produttori di penicillina grazie anche all’invenzione del microscopio elettronico. Quattro incubatrici di un modello di sviluppo economico e sociale basato sulla ricerca scientifica, gettate alle ortiche tra le faide politiche interne e le pressioni e i sabotaggi internazionali in piena guerra fredda. Attraverso la cronaca, la stampa, la letteratura, e una serie di interviste a testimoni diretti e a esperti, il libro offre un angolo visuale tutto nuovo da cui guardare alle radici del declino attuale.

Fine sunto.


Ti segnalo anche un altro libro, che restringe l’attenzione su due dei quattro campi sopra indicati, e che tratta anche di Mani Pulite:


Inizio sunto

Enrico Mattei e Adriano Olivetti davano fastidio agli Stati Uniti. Andavano fermati. Il primo insidiava il monopolio delle "Sette sorelle" sul petrolio. Il secondo non solo proponeva un nuovo modello sociale - immaginando un'impresa che facesse proprie le istanze del bene comune - ma aveva portato l'azienda di Ivrea ad essere protagonista nelle ricerche sui calcolatori. L'eredità di Mattei e Olivetti è stata gettata alle ortiche e dissipata nella lunga sbornia liberista che ha attraversato il Paese. Dal 1991 al 2001 sulla Penisola si scaraventa una valanga di privatizzazioni (banche e imprese). E non può non saltare agli occhi la "coincidenza" temporale di questa svendita con la stagione di Mani Pulite, un'operazione politico-giudiziaria, sostengono gli autori in questo saggio, "certamente incoraggiata dagli Usa", e che tolse di mezzo gli imprenditori e i politici che avevano contribuito al rafforzamento dell'economia italiana. Con la liquidazione dell'ENI e dell'IRI si riportava l'Italia alle condizioni del dopoguerra: quelle di un Paese minore nel contesto internazionale. Amoroso e Perrone si mettono sulle tracce dei liquidatori dell'interesse nazionale, senza nostalgie per il passato ma mossi da un bisogno di verità e chiarezza sulle ragioni del declino italiano.

Fine del sunto (Ndc: su Olivetti ho idee un po' diverse, maturate dalla lettura di alcuni contributi che mi ha segnalato Bertani, ma passons...).

Aggiungo che, non troppo tempo dopo la morte di Adriano Olivetti, avvenuta in treno, e` morto, in un incidente stradale, l’ingegner Mario Tchou, che era la principale mente direttiva delle attivita` di ricerca in campo informatico della Olivetti, che allora era avanzatissima (la Hewlett Packard copio` delle idee della Olivetti edovette pagare una multa).

De Benedetti ha affermato, in una intervista, che all’epoca della scomparsa di Adriano Olivetti e Mario Tchou, i restanti quadri nella Olivetti erano convinti che quelle morti fossero state provocate dai servizi segreti statunitensi (un infarto puo` essere indotto per via farmacologica).

Infine, ti segnalo un libro di Antonio Venier dal titolo “Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione”, presentazione di Bettino Craxi, pp. 160, Padova, Edizioni di Ar, 2000.

Eccone la recensione, scritta da Salvatore Verde

Inizio recensione:

In totale dissenso dalla vulgata propagandistica di "Mani pulite", questo libro espone un’analisi non convenzionale degli avvenimenti italiani succedutisi nell’arco di tempo 1992-1998. Il silenzio dei grandi economisti di questo paese -non solo di quelli che fanno la spola fra la cattedra e gli incarichi politici, ma anche di quelli che si dicono professori ‘puri’, cioè privi di ambizioni politiche e di aspirazioni alle consulenze del settore pubblico- su un tema di fondamentale importanza qual è quello della eliminazione del settore pubblico (e di buona parte di quello privato) dall’‘ancoraggio’ nazionale (ossia dal mantenimento di buona parte dell’economia italiana in mano italiana), sarebbe sorprendente se il veleno liberista, che tanto colpisce oggi la classe politica e quella imprenditoriale, non fosse asceso all’empireo del dogma pseudoscientifico. Quell’empireo, che vanamente i vari Adam Smith e David Ricardo cercarono di scalare nel XVIII secolo, allo scopo di permettere all’industria inglese di dominare il mondo e di impedire l’industrializzazione tanto dell’Europa continentale quanto dei neonati Stati Uniti d’America. Creatosi, con il crollo dell’Unione Sovietica, il clima adatto, sulle basi gettate dalla ’scuola’ monetarista di Milton Friedman e da tutti i ragionieri-’economisti’ allevati nelle varie banche centrali di emissione, BRI, Banca Mondiale, oltre che nel FMI e nel GATT (1), era inevitabile che la classe politica si arrendesse a discrezione, se questo era (e lo era) il prezzo da pagare. Un prezzo che essa ha puntualmente pagato, o meglio, che ha pagato il popolo che bovinamente le aveva - e le ha - affidato il proprio avvenire.
Si è tanto parlato, a proposito dell’industria di Stato, di “carrozzoni” di cui l’IRI rappresentava l’esempio maggiore.
Nessuno discute la necessità di risanare quel pozzo senza fondo, in cui si scorgeva una gestione catastrofica sopra tutto di Finsider e Finmare. Ma una cosa è il risanamento, ben altra cosa, invece, è la liquidazione. Era possibile risanare?
Riguardo all’Italsider, se si tiene conto che i deficit erano causati sopra tutto da gravosissimi oneri bancari, da approvvigionamenti a prezzi eccessivi e dalla pletora di mano d’opera, la risposta deve essere affermativa: certo, era possibile risanare. Per azzerare gli oneri bancari, sarebbe stato sufficiente fornire alla gestione i mezzi necessari al normale funzionamento, a interesse zero. Eventualmente -come già si usava praticare nei confronti degli Enti Locali- tramite la Cassa Depositi e Prestiti, dato che la grande liquidità (proveniente dal risparmio postale) di quest’ultima lo avrebbe facilmente consentito. Per ridurre fino al 50% gli oneri del personale, sarebbe bastato attrezzare con le ultime applicazioni tecnologiche gli impianti e la movimentazione, nonché eliminare le assunzioni clientelari e le assurde remore interne imposte da sindacati ebbri di demagogia. Per approvvigionarsi a prezzi di mercato, sarebbe stato opportuno operare mediante aste trasparenti, anziché agire sulla base di tangenti. Inoltre si sarebbe dovuto, da una parte, puntare maggiormente sui nuovi processi di produzione e sugli acciai speciali; dall’altra, diversificare ulteriormente le fonti, acquistando magari le migliori ‘maniere’ estere. (Giappone docet). Anche per quel che riguarda il gruppo Finmare la risposta non può che essere affermativa. Per riportare ordine nei suoi conti sarebbe bastato -in difetto di idee originali- copiare il “know how” e la tecnologia giapponesi -e/o quelli della cantieristica norvegese- tanto in materia di organizzazione del lavoro quanto in fatto di flessibilità di rotte, di gestione dei container, di riduzione dei tempi morti di permanenza nei porti o in navigazione; si sarebbe inoltre potuto curare una migliore dinamica nell’acquisizione degli ordinativi e nello sfruttamento dei volumi di carico. Tutto ciò, senza dimostrare alcuna sudditanza nei riguardi di committenti eccellenti o di clienti politicamente protetti. In entrambi i casi (Finsider e Finmare), una immediata  essa in disponibilità dei fondi di dotazione avrebbe fatto risparmiare -con o senza il ricorso alla Cassa Depositi e Prestiti- migliaia di miliardi di interessi passivi.  Il medesimo discorso vale, mutatis mutandis, per le altre imprese del Gruppo IRI. A quel punto, ovvero a risanamento ottenuto, si sarebbe anche potuto vendere -però, a imprese o a consorzi italiani (o a maggioranza nazionale), con notevoli ricavi per l’Erario e, quindi, per il contribuente, mantenendo così in Italia la “cabina di pilotaggio”. Ma tant’è... Attraverso Mario Sarcinelli (2), Bankitalia aveva evidentemente già promesso (3) agli uomini della Finanza internazionale la svendita del patrimonio degli Enti di Stato -quindi....bisognava ottemperare!
Nel suo saggio, il Venier sintetizza alcuni aspetti del disastro dell’industria italiana, rivelando nella propria agile ricognizione una lucidità e una acutezza che di rado si riscontrano pure nelle rare analisi anticonformistiche di questo tema. Di ciò, tutti gli italiani -o meglio tutti gli italiani che, pensando, rimangono pensosi di fronte alla sorte di questa Nazione- debbono essergli grati.  La materia, in realtà, meriterebbe un’analisi più vasta e articolata, attraverso uno studio complessivo, munito di tabelle a confronto e -elemento, questo, non meno importante- integrato da un ‘libro bianco’ (o ‘nero’?), redatto dai principali protagonisti della galassia IRI. Un ‘libro bianco’scritto sopra tutto da coloro che, fra questi ultimi, non furono pedissequi esecutori di ordini politici e di ‘ukase’ della Finanza.
Certo, sarà vano attendersi un testo siffatto da uomini come Romano Prodi che, dopo aver rappresentato in Italia gli interessi della “Goldman & Sachs”, venne nominato presidente dello stesso
IRI: con quei risultati -a suo dire- “straordinari”, che tuttavia non impedirono la liquidazione del Gruppo a condizioni catastrofiche non solo per l’erario ma anche per l’indipendenza industriale e navale nazionale, per le maestranze, e per una miriade di professionalità irrecuperabili. Possa quindi questo saggio di Antonio Venier essere il primo di una più ampia letteratura specializzata. E siano resi al medesimo autore la simpatia e l’omaggio che meritano i pionieri della ricerca, in campi dove chi si avventura deve combattere non solo contro i muri di  gomma ma, sopra tutto, contro l’ostilità ostinata di chi sapendo non osa parlare.

Fine recensione

Ho capito, grazie a te che, sapendo, osi parlare, che la moneta unica e` un altro strumento dello stesso gioco. Grazie.

A presto.


(...a beneficio dei cretini, che essendo la maggioranza in democrazia regnano, ricordo che uso il font Courier New quando riporto brani altrui...)

sabato 23 gennaio 2016

Con tutto il rispetto...

Questa è una slide della mia presentazione al Goofy4:


e questi sono alcuni tweet che avrei preferito non leggere (dopo dico perché a chi non lo capisse subito):




Cominciamo dal primo.

Come: "Cosa c'è sulle ordinate?" (per i diversamente matematici, le ordinate sono l'asse verticale). Ma cazzo santo, c'è scritto nel titolo del grafico: è il rapporto fra il Pil dei due paesi considerati (Italia e Germania, lo dice la legenda) e la media dell'Eurozona. Le ordinate quindi sono il rapporto fra il reddito dei paesi rappresentati (Italia e Germania, lo dice la legenda) e la media dell'Eurozona, il che significa che il grafico rappresenta il rapporto fra il reddito dei paesi rappresentati (Italia e Germania, lo dice la legenda) e la media dell'Eurozona, forse a causa del fatto che nel suo titolo c'è scritto rapporto al Pil dell'Eurozona.

I rapporti si esprimono in percentuale, sapete? Avete mai sentito parlare di "regola del 60% del rapporto debito/PIL"? Mai? Allora in quale cazzo di pianeta vivete?

Quello che il grafico rappresenta è un "pattern" che se mi seguite avete visto migliaia di volte. Se non mi seguite, non seguitemi. Mica ve l'ho chiesto io.

Bene.

Quale PIL?

Bè, ovviamente quello pro capite, non è che ci voglia Adam Smith per capirlo. Mi spiego: quando la linea della Germania arriva al 130%, significa che il Pil pro-capite tedesco era superiore del 30% al Pil pro capite (medio) dell'Eurozona. Non significa, ovviamente, che il Pil tedesco fosse del 30% superiore al Pil dell'Eurozona, per lo stesso semplice motivo per il quale se pesate 80 chili un vostro braccio non può pesare 104 chili. Chiaro? Devo anche spiegarvi questo? Ma io lo faccio volentieri, mica mi costa niente. Me l'avete chiesto voi. Poi se non ci fate bella figura, sono anche problemi vostri.

Capirei (a fatica) se, da lettori relativamente assidui, mi aveste chiesto quali fossero le fonti (quelle, effettivamente, in figura potevo metterle). Non le ho messe perché sono le solite: il WEO, citato nella pagina Per cominciare di questo blog.

Questo è lo screenshot del foglio dove ho fatto i calcoli:


Ora vado da quelli che fanno finta.

Voi nel frattempo vergognatevi con calma, e poi io deciderò cosa fare.

Non scrivetemi lettere insulse o vi mando veramente a fare in culo.

Qui bene amat bene castigat.


Addendum di ritorno da quelli che fanno per finta (su cui vi intrattengo dopo)

Siccome in dubio pro reo, ho voluto dare una scusante ai due buontemponi del primo tweet riportato qua sopra, e mi sono detto: "Forse se vengono a rompermi i coglioni per un dettaglio evidente, se osano usarmi come loro segretaria (dimenticandosi che io sono purtroppo per loro privo di un importante dettaglio: diciamo che ho un moderato surplus laddove la segretaria dovrebbe avere un moderato deficit...), sarà perché nell'esporre il contenuto di quella slide a Pescara ho omesso di dire di cosa si trattasse. Orsù, son giovini, forse dovrei essere indulgente: fammi verificare...".

E con la scusa del garantismo, mi sono dedicato all'attività che più adoro al mondo: ascoltarmi. A voi magari piacerà di meno, e quindi vi evito tutta la pappardella. Favorite però ascoltare il seguente video dal minuto 24:36 (cioè da quando chiedo: "Qualcosa è cambiato quando?" - per inciso, avrete notato il grassetto nell'audio):


Cazzo, lo dico cos'è sta roba! Lo dico! Il rapporto fra il Pil pro capite italiano e quello europeo. E nella slide successiva, quella riportata qua sopra, specifico che si tratta delle stesse grandezze, ma misurate a PPA (chi non sa cos'è per oggi si attacca).

Allora, io dico: sapete da dove viene quella slide.

Debbase, ma chi vi credete di essere per chiedere a me una spiegazione che potete trovare da voi? Un conto è chi arriva qui da fuori: si può essere più o meno indulgenti (secondo me su quest'arca di Noè siamo anche troppi, e a me la biodiversità delle opinioni cretine interessa fino a un certo punto - credo anzi che Nostro Signore avesse fatto un certo lavoretto per contenerla un po'; Gen. 6,11), ma con chi sta qui dentro, con chi addirittura è socio e si è proposto di aiutare, non si può essere indulgenti se abusa di un secondo del mio tempo per chiedermi una cosa che

(a) è evidente e

(b) gli ho già detto.

Ecco, ora che ci penso, torno un attimo su Twitter a bloccare il Previti (sarà la trentesima volta...).


Ora gestisco rapidamente gli altri due tweet che non avrei voluto leggere.


Bruno, da ingengngngniere certificato, ne spara una enorme! Ma come cazzo il rapporto fra i tassi di crescita!? Ma come!? Oh, i tassi di crescita possono essere positivi, ma anche negativi, e quando capita anche nulli! Certo, in teoria la probabilità che un numero reale sia esattamente uguale a zero - ipotizzando una distribuzione di probabilità continua - quanto è?

(...vediamo chi lo sa...)

Ma il fatto è che siccome è abbastanza impossibile riportare un dato con infiniti decimali, si tronca, si arrotonda, e quindi la distribuzione di probabilità di fatto è discretizzata, dal che consegue che un valore nullo può uscire. Insomma, può benissimo essere che in un dato anno il tasso di crescita di un paese risulti 0, o magari 0,0, o anche 0,00, anche se in realtà è 0,00000000000000000002000000000000000000000600000000000000001000000000000000000452394209830495680495860459y7809234233523445000000000000000000333333332349874534587983453450000000000000000000656456908904359860459680984560.

Chiaro?

Bene, allora in quell'anno se facciamo il rapporto fra il tasso di crescita del paese che cresce poniamo al 3% e quello del paese che cresce a zero cosa otteniamo?

0,03/0,00

E che faccio? Uso la formula di de l'Hopital dopo che la calcolatrice mi ha mandato al diavolo?

Ma io dico: ma come minchia vi viene in mente! Il rapporto fra due tassi di crescita non si può fare (come non si può prendere, poniamo, il logaritmo del saldo delle partite correnti, soprattutto in Italia).


LEBBASI, CAZZO!

Vabbè, Bruno, ti grazio perché devo incistarmi da te in Transilvania, una volta, prima di morire (e possibilmente a febbraio, quando fa fresco...).

Anche Mons Colombo non ne esce benissimo, però alla fine quello che dice ha meno nonsenso di quello che dicono gli altri.


E ora lo capite, vero, perché siamo spacciati?


Perché persone che mi seguono da anni non riescono a interpretare un grafico banale che ho mostrato loro (in forme sostanzialmente identiche) decine di volte, stante che esso è il segno più evidente del nostro declino e della nostra vergogna.

Perché persone che in teoria mi vogliono bene in pratica mi vogliono al loro servizio, mi vogliono per segretaria, dimenticando quella cosetta del surplus e del deficit, ovvero non hanno la benché minima voglia di fare un minimo sforzo in prima persona. Tanto c'è Bagnai che risponde...

Ma che cazzo di rispetto è?

Ecco.

Pensate a quante volte qui qualcuno ha detto: "Famoerpartito". Bene. Famolo. Così poi alle tre di notte mi chiamerete da Pordenone, o da Enna, per chiedermi come si mette la colla sui manifesti!

Fatelo voi.

Poi quando avete il 51% io se mi chiamate vengo (ma solo se mi date il ministero degli interni).

Dall'Australia, ovviamente...


(...p.s.: la colla è meglio metterla sul muro, e poi ci appiccicate i manifesti. Almeno, a me questa sembra la prassi più sicura. Io non sono un politico, quindi...)

lunedì 4 gennaio 2016

Indici della produzione industriale: il manifatturiero

Forse è meglio lasciarci alle spalle certe cose brutte e mettere in prospettiva quanto sta succedendo. Ne approfitto anche per chiarirvi un paio di concetti sugli indici, che non mi pare siano chiari a tutti.

Il sito dell'Eurostat ci fornisce i dati degli indici della produzione industriale a partire dall'inizio degli anni '90. Qui confrontiamo quelli del settore manifatturiero per Italia e Germania:


Alcune riflessioni immediate:

1) una cosa come quella che è successa nel 2008 non si è mai vista. Qui la colpa non è tanto dell'eurone, quanto dell'entità dello shock arrivato dagli Stati Uniti.

2) In Italia non si è nemmeno mai vista una cosa come quella successa nel 2011, e qui la colpa invece è dell'eurone, perché il secondo crollo della produzione industriale, dopo una ripresa sostanzialmente in linea con quella tedesca, è in diretta connessione con le politiche di austerità, cioè con l'euro (come spiego ad esempio qui).

3) Ci vuole un occhio un po' esperto per notarlo, ma, se ci fate caso, la dinamica della produzione tedesca si arresta a partire dal 2011. L'austerità che la Germania ha imposto ai suoi satelliti al fine di far risanare le sue banche dai loro contribuenti non le ha molto giovato in termini di sviluppo.

4) Un occhio ancora più esperto vedrà quello che è successo fra 1992 e 1994.

Una notazione metodologica. Voi lo capite, vero, che questo grafico non dice che negli anni '90 l'Italia produceva più della Germania? Gli indici rappresentano la dinamica di un fenomeno, la sua maggiore o minore velocità. In altre parole, quello che il grafico ci dice è che la produzione industriale in Germania è cresciuta più rapidamente (anche se la sua crescita negli ultimi anni si è arrestata).

Forse per occhi inesperti è meno ingannevole un grafico nel quale si prenda come anno base il primo del campione, che in questo caso è il 1991. La figura si presenta così:


e qui in effetti si capisce meglio cosa è successo all'inizio degli anni '90, e si vede anche quando inizia il declino dell'economia italiana (sostanzialmente, intorno al 1997 per i motivi che vi ho spiegato senza peer review qui e con peer review qui, suscitando una certa attenzione). Nota che dopo la batosta presa con il riallineamento del 1992-93, la produzione industriale tedesca ricomincia a crescere sostanzialmente dal 1997 (chissà perché...) e la sua dinamica accelera dal 2004 (chissà perché...).

Ma, come vi ho detto da subito, la Germania avrebbe segato il ramo sul quale siede. Sì, naturalmente è riuscita a riprendersi, parassitando i paesi circonvicini, mentre noi rimaniamo sostanzialmente inchiodati al minimo storico raggiunto nel 2009, al quale ci ha ricondotto l'austerità di Monti. Ma, come vi dicevo prima, e come qui si vede meglio, da quando ha recuperato, la sua produzione industriale ha comunque smesso di crescere.

Per crescere, la produzione industriale tedesca ha bisogno di una Europa florida e dall'aiutino di un cambio sottovalutato. Oggi ha solo la seconda cosa, ma non la prima. Truccare le carte indebolendo la valuta non la aiuta moltissimo, perché chi le sta intorno (ma, come vedremo, anche chi non le sta proprio a un tiro di schioppo) di soldi non ne ha più.

Altra precisazione per i nuovi arrivati.

Indebolire la valuta è fisiologico se sei in deficit. Diventa truccare le carte se sei in surplus (come la Germania e l'Eurozona sono nei riguardi del resto del mondo). Chi è in surplus dovrebbe rivalutare: la valuta dell'esportatore è richiesta per acquistarne i beni (per inciso, e di riflesso, questo meccanismo causa l'indebolimento della valuta dell'importatore). Ma se l'euro si rivalutasse, soffrirebbero le imprese del Sud che esportano verso i paesi emergenti (ad esempio in Italia), e questo accrescerebbe le tensioni centrifughe dei paesi "periferici" dell'Eurozona. La BCE, ovvero la Banca centrale indipendente da un governo che non c'è (quello europeo) ma dipendente da un governo che c'è (quello tedesco) sta quindi manovrando, anche attraverso il QE, per far indebolire l'euro con manovre finanziarie che contrastano quelle che sarebbero le naturali tendenze al rialzo determinate dalle dinamiche commerciali. Sostanzialmente, sta facendo scendere a zero i tassi di interesse, e quindi sta indirizzando gli investitori su titoli definiti in altre valute - e questo abbandono dell'euro per motivi finanziari si riflette sulla sua quotazione, nonostante l'euro sia domandato per motivi commerciali, cioè per acquistare i prodotti tedeschi.

È chiaro che agli occhi degli USA (ma non solo) la Germania, così facendo, sta truccando le carte perché svaluta pur essendo in surplus estero.  Questo però non le giova per almeno un paio di motivi:

1) perché il resto del mondo non sta lì a guardare, e reagisce. Abbiamo visto quest'estate (prima di tanti altri) come la svalutazione del cambio cinese fosse nient'altro che il comprensibile desiderio di restituire al mittente (cioè a noi) il pacco che avevamo rifilato alla Cina svalutando rispetto al dollaro (e quindi anche rispetto a lei).

2) perché gli impatti della svalutazione sui paesi periferici (in particolare, sull'Italia) sono meno propizi di quanto si sperava, come noi avevamo ampiamente motivato e previsto.

E quindi? E quindi la Germania riesce per la terza volta in un secolo a portare l'Europa in guerra contro gli Stati Uniti, senza alcun particolare costrutto per se stessa, ma anzi mettendosi in difficoltà. Perché, come avrete capito, per svalutare l'euro bisogna far scendere i tassi di interesse europei (che in Germania ormai sono negativi). Ma se i tassi di interesse scendono, gli accantonamenti ai fondi pensione non rendono nulla, e quindi il firtuoso sistemen pensionistiken tetesken si rivela insostenibile, pur essendo a capitalizzazione e non a ripartizione, semplicemente perché quando non ce n'è per nessuno, non ce n'è per nessuno. Farebbe molto più comodo alla Germania vivere in un mondo nel quale il denaro avesse un costo non drogato dalla necessità di tenere i cocci insieme, e dove però i titoli di Stato potessero essere considerati investimenti sicuri (perché garantiti dalla Banca centrale di ogni singolo Stato, anziché dalla BCE che cerca di fare gli interessi di uno solo di essi).

Le farebbe comodo cioè darci autonomia e quindi ossigeno, perché se non cresciamo noi, poi non cresce nemmeno lei. Ma loro non vogliono crescere: vogliono predare. Son fatti così, bisogna volergli bene, non possono cambiare, vanno presi come sono e aiutati a non sbagliare troppo. Ovviamente è un compito impossibile e quindi ci aspettano gravi tensioni internazionali (ma questo lo sapete).

Bene.

Abbiamo fatto un po' di informazione. Non è il nostro lavoro, ma visto che chi dovrebbe farlo non lo fa, spero che non si lamenti se lo abbiamo surrogato, visto che invece a noi riesce piuttosto bene (nonostante non ci paghino per farlo). Naturalmente, se l'articolo vi è piaciuto, sapete cosa fare.

martedì 10 novembre 2015

I cialtroni del declino

Scusate, ho un discreto numero di domande di grande qualità riferite al post precedente alle quali devo ancora dare risposta. Lo farò in coda al post, approfondendo la presentazione del modello, il cui messaggio principale, però, credo dovrebbe esservi arrivato: la legge dei rendimenti decrescenti - la prima legge dell'omodossia, secondo Bagnai (2011) - implica che paesi relativamente arretrati (in termine di capitale e quindi di reddito pro capite) crescano più in fretta di paesi relativamente più sviluppati.

Ora, vorrei che lasciassimo un momento da parte il bar sport ingengngnieristico sulla eventuale forma della funzione di produzione (ogni funzione concava darà lo stesso risultato), o quello decrescistico-luddista sulla produttività, o quello keynesian-murgiastico sul "eh, ma la domanda conta!" (e lo vieni a dire a me?). Per favore: cercate di venirmi incontro sul significato culturale dell'operazione che sto compiendo, che è un'operazione estremamente semplice, e per questo solo alla mia portata, ma anche alla vostra se smetterete di misurarvelo col righello, va bene?

Perché tanti economisti più bravi di me non sono riusciti ad attivare un dibattito, nonostante sapessero tutto meglio e prima di me? Semplice! Perché si sono rifiutati di usare il modello sbagliato, quello degli "altri". Purtroppo un dialogo fra sordi è un dialogo nato morto. Molto più divertente e distruttivo utilizzare il modello degli "altri" per mostrare agli "altri" che sono dei coglioni secondo il loro modello!

Segue esempio, che spero vi aiuti a capire cosa sto cercando di fare, e vi invogli quindi a sobbarcarvi la tediosissima algebra (che però, una volta digerita, vi apre interminati orizzonti di "daje a ride", come passo a illustrarvi).

Il problema principale degli euristi è negare che l'euro abbia inferto un colpo decisivo alla crescita economica del nostro paese. Per questo motivo l'eurista standard vi dirà: "Eh, ma non è vero che il declino in Italia comincia dal 1997 (aggancio della lira all'ECU, secondo quanto spiegato qui)! Il declino comincia dagli anni '70!" (in alternativa: dagli anni '60, dagli anni '50, dal Congresso di Vienna, dal Trattato di Westfalia, dal Würmiano, ecc.)

Ci siamo?

Avete capito chi intendo, no?

Ce n'è più d'uno. Siccome io devo dargli dei pirla, non farò il loro nome, ma il loro grafico però sì.

I pirla che vogliono dimostrare che l'euro non c'entra nulla, e che l'Italia è in declino da sempre, per una sua atavica inadeguatezza strutturale, perché è un paese cattolico (come la Baviera), o corrotto (come il Baden-Wurttemberg), o quel che l'è (una cazzata vale l'altra), normalmente usano questo grafico:


Dai, non ditemi che non avete mai visto un grafico del genere! Sono i dati AMECO del tasso di crescita, dal 1961 (primo anno disponibile, perché la serie in livelli inizia nel 1960) a oggi, interpolati con una tendenza lineare (la retta tratteggiata in rosso). Il commento in genere è una cosa del tipo:

"Ma che euro! Vedete? Il declino inizia già negli anni '60! Si vede che, al netto di qualche oscillazione ciclica, il tasso di crescita italiano è fin da allora su un sentiero decrescente. Vedete il valore dell'R2? Ben 0.47! Quasi la metà della variazione della crescita (in negativo) è spiegata semplicemente dallo scorrere del tempo. Nel campione osservato, ogni anno la crescita si è ridotta in media dello 0.08, e quindi, visto che consideriamo un cinquantennio, nel totale la riduzione è stata di 0.08x50=4 punti percentuali di crescita. E inizia da lontano, dagli anni '60. L'euro non c'entra nulla, basta con queste scuse che vengono messe avanti per impedirci di affrontare il nostro vero problema: il familismo amorale..."

Mai sentito fare questo discorso? 

Ora, cosa c'è di sbagliato in questo ragionamento?




















































Be', intanto il paese.

































































Infatti, come i più esperti di voi (cioè nessuno) avranno intuito a colpo d'occhio, i dati precedenti non si riferiscono all'Italia, ma alla Francia. Il grafico per l'Italia, se interessa, è questo, ed è, ovviamente, molto simile (altrimenti non ci sareste cascati):


L'R2, nel caso dell'Italia, è di 0.48, anziché 0.47 (chi sta sghignazzando ha evidentemente studiato statistica, gli altri possono intuire che una differenza di 0.01 non è enormissimamente determinante), il che in pratica significa che l'accostamento della retta ai dati è ugualmente buono (o cattivo) in entrambi i casi. Quindi, se vogliamo usare questo grafico per affermare che il declino italiano ha radici antiche, legate al nostro familismo amorale (o alla nostra corruzione, o al nostro stato fascioborbonico, e via vaneggiando), allora dobbiamo riconoscere che anche in Francia i problemi hanno radici ugualmente antiche (e d'altra parte i Borboni da dove vengono?). Insomma: mal comune mezzo gaudio?

No.

Un terzo di gaudio, perché questo è il grafico relativo al virtuoso (si fa per dire) Belgio:


che, caso strano, ha esattissimamente lo stesso andamento! In questo caso l'accostamento della retta ai dati è un po' peggiore. Lo scorrere del tempo spiega solo il 35% della variazione del tasso di crescita dell'economia. Meno che in Francia e Italia, ma, lo dico per gli esperti e per gli espertoni, credo sappiate tutti che con un R2 simile il coefficiente del trend è ancora ampiamente significativo (ricavatevi la F di Fisher dall'R2, prendetene la radice quadrata e confrontatela con la distribuzione di una t di Student con 55 gradi di libertà - il valore soglia al 5% è 2, caso mai ve lo foste dimenticato... Nel caso in questione vi dovrebbe uscire una t di 5.4. Se sbaglio mi correggerete...).

Ma guarda un po'...

Tre paesi così diversi, e tutti così corrotti fin nel midollo...

Ci dev'essere qualcosa di sbagliato.

Sì, c'è, ma non è in loro, nei paesi, ma nei pirla che applicano categorie moralistiche all'economia, negli improvvisati sociologi da bar. Scusate, ma alla luce del post di ieri, c'è qualcosa di strano nel fatto che economie che nel corso di un cinquantennio hanno conosciuto un discreto sviluppo, alla fine del periodo crescano meno che all'inizio?

Direi di no, nel senso che questo è esattissimamente quello che il modello neoclassico prevede: se tornate all'ultimo grafico di ieri, vedrete che fra il tempo 0 e il tempo 1 l'economia cresce di più che fra il tempo 2 e il tempo 3. Insomma: quello che ci viene spacciato come l'"eccezione italiana" da parte di economisti acriticamente supini al pensiero economico neoclassico, altro non è che una banale e assolutamente generale implicazione del modello economico neoclassico.

Perché economisti neoclassici non riconoscono il modello neoclassico quando lo incontrano? Ma è semplice: perché sono accecati dall'odio ideologico verso il loro paese, che è anche il vostro. Per un economista neoclassico, lo ripeto, il fatto che un paese, sviluppandosi, manifesti tassi di crescita progressivamente più contenuti non dovrebbe essere causa di invettive dantesche, ma, al più, di una blanda, distratta, e lievemente annoiata soddisfazione. "Sì, vabbè, il modello funziona, dov'è la novità?"

E infatti guardate cosa succede in giro per il mondo?






Più o meno la stessa cosa: all'inizio la crescita è forte, poi si diventa più ricchi e si cresce di meno.

E guardate anche dove non succede questa cosa:




Guarda caso, in paesi come il Regno Unito, la Svezia, o la Svizzera: tutti paesi a reddito pro capite elevato e comunque, nel dopoguerra, più sviluppati (semplicemente perché relativamente meno distrutti) degli altri paesi che abbiamo visto sopra. Anche qui la retta ha una tendenza decrescente, ma statisticamente non è significativa (spiega meno dell'8% della variabilità della crescita - per gli statistici, la t del coefficiente del trend è minore di due in valore assoluto).

Questi, possiamo pensare, sono paesi che hanno già raggiunto lo stato stazionario. Quelli sopra erano paesi che dovevano ancora arrivarci, e che quindi crescevano non solo per effetto di demografia e progresso tecnico, ma anche dell'adeguamento dello stock di capitale: erano cioè paesi in fase di catch-up, lungo la dinamica di transizione verso lo steady state.

Ora, vorrei che ci capissimo: non sto dicendo, con questo, che il modello neoclassico sia quello giusto, perché il mondo sembra comportarsi come esso prevede.

Sto dicendo una cosa diversa.

Sto dicendo che chi crede nel modello neoclassico, nel momento in cui ci presenta come una anomalia dovuta alla nostra dissolutezza quella che invece è una implicazione assolutamente standard del modello nel quale lui crede, o è un dilettante, o è un disonesto.

Ci siamo?

Spero di sì.

Ma torneremo sull'argomento con maggiore profondità, perché il problema non è solo quello di distinguere le dinamiche transizionali (come quelle dei primi otto grafici) dagli steady state (come quelli degli ultimi tre). Il problema è anche capire se l'intensità delle dinamiche transizionali è compatibile con le condizioni iniziali del sistema. Chi sa (tipo il giovine Zacchia, che a differenza del giovinastro Baroni mi dà tante soddisfazioni) ha già capito che sto parlando di beta convergence.

Gli altri spero bene stiano svegli tutta la notte a pensare: "Ma cosa avrà voluto dire il nostro guru?"

Io intanto ci dormo sopra.



Addendum: avete chiesto di vedere altri paesi. Io intanto per fare questo post ho dormito solo cinque ore e mi aspettano quattro ore di lezione. Non so se vi rendete conto. Comunque, i grafici sono questi:






 (...e il risultato - scontato - è che nella metrica cialtrona la virtuosa Germagna declina anche lei! Ma guarda un po'. Ripeto però a beneficio dei righellisti:

1) il mio scopo non è ragionare sulla validità del modello neoclassico, ma sulla validità dei ragionamenti di chi lo usa;

2) grafici come questi non sono - appunto - necessariamente indicativi di un fenomeno patologico, e in particolare di una patologia italiana che data dal Medioevo o dalla fine dell'Impero romano. In linea di principio, possono essere anche espressione di dinamiche fisiologiche, e in ogni caso andamenti simili a quelli italiani si presentano quasi ovunque, con l'eccezione di alcuni paesi dove, in fondo, non ci aspetteremmo di trovarli...

Spero che sia chiaro, e comunque lo diventerà un po' di più quando, dopo che qui vi ho dimostrato perché sono insensati certi grafici - più esattamente: è insensato utilizzarli per veicolare il concetto di "declino" - vi mostrerò grafici meno insensati, nel senso che aiutano effettivamente a capire se un paese sta "catching up" o sta "falling behind".

D'altra parte, l'economia piace a voi, mica a me...)