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martedì 10 aprile 2018

La porta principale

Credo ricordiate la mia prima audizione parlamentare:


che divenne il mio post di fine anno del 2013. La facile previsione espressa (l'Italia non sarebbe riuscita a ottenere nulla dal tanto strombazzato semestre di Presidenza dell'UE) si è poi realizzata ad abundantiam (basti pensare che è in quel periodo che i nostri solerti governanti negoziarono la BRRD, cioè, per gli amici, il bail in, che tante soddisfazioni ci ha dato...), ma non era di questo che volevo parlarvi.

Alla fine dell'audizione, come forse vi avrò detto, o forse no, il commesso che mi aveva accompagnato nell'aula della Commissione, e che aveva assistito a tutta l'audizione, mi riaccompagnò all'ingresso secondario dal quale ero entrato. Con inatteso fervore, e con quella familiarità, quella lunga consuetudine, che mi unisce ai miei lettori, e che consente loro, quando mi vedono, di entrare in argomento come si riprende una conversazione da poco interrotta, mi si rivolse dicendo più o meno così: "Professore, la ringrazio, sono felice che finalmente i parlamentari abbiano potuto sentire le cose come stanno: è una cosa molto importante. Io leggo quello che lei scrive, e le posso dire che la prossima volta lei entrerà dalla porta principale". E io, che a tutto pensavo tranne che a quale porta avessi varcato, rimasi colpito da questa sua convinzione così profonda, e dall'intensità del suo auspicio. Cominciavo a misurare quanto diffuso e profondo fosse il consenso verso le cosiddette "mie" tesi, cioè verso il pensiero scientifico, in chi vedeva ogni giorno di più sfilacciarsi la trama del pensiero magico piddino. Cominciavo ad avvertire il peso della responsabilità che mi ero assunto aprendo gli occhi a tante persone, fornendo loro un quadro interpretativo coerente della realtà, il disegno che univa i puntini (quel momento epifanico che tanti di voi mi hanno descritto, qui, o privatamente), ma certo mai avrei pensato, all'epoca, che questa responsabilità potesse, e anzi, inevitabilmente, dovesse, concretizzarsi in un mandato parlamentare.

Lui lo aveva capito prima e meglio di me.

Capire le cose, naturalmente, non significa sempre prevederle con assoluta precisione. In effetti, prima di passare dalla porta principale entrai alla Camera da ingressi secondari in almeno due altre occasioni: questa


e questa:


Oggi, per coordinarmi con un collega deputato sul da farsi a fronte di una delle ultime infinite infamie piddine, mi sono offerto di andare a trovarlo alla Camera, tornando dal convegno del CUB (dove pensavo di trovare Fassina, e invece ho trovato il mio marxista dell'Illinois preferito) e... sono entrato dall'ingresso principale: in effetti, io, per me, sarei sempre Alberto, ma per qualcuno ora sono il senatore Bagnai.

Avrei voluto cercare il commesso, ma la Camera è vasta, caotica, e piena di gente che conosco: non mi sono addentrato (un'idea di dove trovarlo ce l'avrei).

Gli avrei detto (e certamente prima o poi gli dirò): "Aveva ragione lei".

Non mi capita spesso di doverlo dire: il che rende questo compito tanto più piacevole quanto più raro.

Così, ai nostri nemici, scotterà dover dire, non una, ma tante volte, che avevamo ragione noi.

Amen.



(...per chi si fosse distratto: i tedeschi hanno ammesso che l'euro non è irreversibile, e il simpatico vicepresidente portoghese nostro beniamino, per aver confermato nel 2013 l'assunto di partenza di questo blog, ha confermato oggi in audizione anche la reversibilità dell'euro, sostenendo anche che la Bce è in grado di farvi fronte - emettendo moneta, se necessario! Le cose vanno avanti, e vanno avanti perché voi ci state rafforzando. Continuate così...)

domenica 12 marzo 2017

Gli olandesi sono contenti?

Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.

Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).

Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.

Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.

(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)

La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?

Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.

Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.

Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.

Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.

Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:

Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.

Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:


(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).


Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.

Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).

Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:

ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.

Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.

Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).

Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):


Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:

Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.

Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:


Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:


Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).

Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:

Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.

Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:


E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.

Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.

Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.

Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:

Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.

Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.

Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.

Che conclusioni trarre da tutta questa storia?

Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.

Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.

Si apra la discussione...

martedì 20 dicembre 2016

QED72: il salvataggio (di MPS) che non ci salverà

Vi ricordate di quanto ci dicevamo un anno fa? Qui c'è una buona sintesi:


Ora che gli italiani hanno dato prova di essere meno stupidi di quanto certe aziende e certi organi di vigilanza pensavano che fossero, e pare quindi stiano evitando di immolarsi sull'altare della conversione "spintanea" delle loro obbligazioni in azioni, naturalmente interviene lo Stato.

Il fatto che lo Stato intervenga ci dice una cosa ovvia: che può intervenire, e che quindi sarebbe potuto intervenire prima, evitando le massicce perdite del comparto bancario che avevamo in qualche modo delineato qui.

Resta poi una facile previsione: questo salvataggio non ci salverà.

Intanto, esso viene proposto e gestito all'interno della logica imposta dall'abbandono della sovranità monetaria: la logica della guerra fra poveri. Ci diranno che il contribuente ha salvato il risparmiatore. Già, proprio quello stesso contribuente al quale si chiede, anzi, si impone, di salvare uno stato che non ne ha bisogno, per il semplice motivo che è sufficientemente "austero", quello stesso contribuente che si vuole immolare sull'altare di un obiettivo la cui inutilità è chiaramente disvelata dal moralismo di cui si ammanta, diventa improvvisamente specie protetta, soggetto da tutelare, nel momento in cui si delinea il collasso (in questo caso vero) della finanza privata. Voi direte: bè, meno male! Invece no, non esattamente. Porre il problema in termini di antagonismo fra contribuente e risparmiatore, due soggetti che, fra l'altro, largamente coincidono, serve solo a fomentare un conflitto insensato per nascondere quello che fino a pochi anni fa era ovvio: il prestatore di ultima istanza del sistema bancario dovrebbe essere la banca centrale, la sua banca centrale, sua di lui, sua di quel sistema bancario. Siamo al sovvertimento totale della logica economica, così macroscopico da passare inosservato, quello che Claudio Borghi descrive così: siamo passati da un sistema in cui la Banca centrale garantiva il risparmio salvando le banche, a un sistema nel quale i cittadini salvano le banche coi loro risparmi, che sono sempre di meno perché la Banca centrale crea deflazione!

La guerra fasulla fra contribuente e risparmiatore è inutile, e la fomenta chi vuole farci dimenticare questa semplice verità.

Se, come diceva un anno fa Barbagallo nell'audizione della quale il post linkato sopra riporta ampi stralci, dal 1936 in Italia non succedeva un disastro simile, è perché la Banca d'Italia, finché è stata la Banca d'Italia, fra mille inavvedutezze che la stanno rendendo un'istituzione poco credibile manteneva però la possibilità di emettere moneta per salvare gli istituti di credito. Nessun risparmiatore ha mai perso una lira, e nessun contribuente ha mai dovuto salvare nessun risparmiatore, finché la Banca centrale ha potuto svolgere questa sua funzione essenziale.

Ma ora non può.

Intervenendo tempestivamente, cosa che si può fare se si opera a livello nazionale, non se si dipende dalla sovrastruttura corrotta e inefficiente chiamata impropriamente Europa (in realtà, Unione Europea), si spende molto meno. Un anno fa sarebbero bastati tre miliardi (che erano stati stanziati, e che la Commissaria Vestager ci impedì di spendere per mantenere in piedi la finzione del "mercato" moralizzatore e disciplinatore, fustigatore del moral hazard...), un anno fa sarebbero bastati tre miliardi (che c'erano) per evitare il disastro delle quattro banche. Ora venti miliardi, da trovare nel bilanco pubblico (perché Bankitalia non è più liquida nella sua moneta), saranno appena sufficienti per dare un calcio al barattolo (come dicono gli anglofili), cioè per tirare a campare un altro po'.

Ma il problema non è risolto, il salvataggio non ci salverà, per un problema di struttura, che fra quattro anni tutti riconosceranno (perché tanti ce ne sono voluti a Giavazzi per riconoscere che il debito pubblico non c'entrava, e altrettanti glie ne occorreranno per riconoscere che invece l'euro c'entra).

Le regole europee, quando non sono destabilizzanti (come quel bail-in del quale qui parlammo fra i primi, e che ora, prima delle elezioni che la Merkel rischia di perdere e la Le Pen rischia di vincere, nessuno vuole applicare - dopo averlo sperimentato su un pensionato di Civitavecchia trattato con meno umanità di una cavia in laboratorio, della quale, per lo meno, non si insulta la memoria accusandola di non aver avuto il patentino per la sperimentazione!), queste regole sono comunque soffocanti. Il problema delle sofferenze non si risolve espropriando denaro, e non si risolverebbe nemmeno "stampando" (come dicono i cialtroni) denaro ad hoc. Si risolve solo con la crescita, e non ci può essere crescita all'interno di un sistema caratterizzato da rigidità nominale, dove qualsiasi shock esterno deve essere curato con l'austerità, cioè con il taglio della domanda, come ho detto in Commissione Finanze (a proposito: anche quell'audizione meriterebbe un QED, perché in effetti il governo non è riuscito a combinare nulla durante il suo semestre di presidenza europea, come andai a dire agli onorevoli).

Siamo nella spirale descritta da questo bel disegnino:




e per uscirne c'è solo una cosa da fare.

Quale sia lo sanno tutti, inclusi i traditori e ovviamente esclusi gli imbecilli.

Nel frattempo la gente può tranquillamente crepare, e i nostri governanti si fanno Mengele del nuovo nazismo, andando di esperimento in esperimento. L'ultimo esperimento è stato il bail-in. Il prossimo pare sarà il burden sharing. Cos'è? Voi, che siete informati, conoscerete meglio di me i dettagli.

Io, che sono solo un intellettuale, semplicemente, so.

Io so.

Io so che quando un governo si rivolge al suo popolo nella lingua di un altro popolo, quel governo ha tradito. La fiducia e i sacrifici di intere generazioni sono state tradite da una classe politica apertamente collusa con interessi estranei a quelli dei nostri concittadini, indipendentemente da colore politico e ceto sociale.

Mi sembra anche stupido insistere sui dettagli tecnici che a voi piacciono tanto. Accomodatevi presso la voce del padrone, se volete abbeverarvene: questo è il sito dove trovate il testo della BRRD. Io non entrerò in tanti dettagli, e chiuderò su un'osservazione semplice. Da millenni la moneta è attributo del sovrano: sulle antiche monete troviamo le effigi dei monarchi. Finché il sovrano è stato espressione diretta e esplicita dei potentati economici (sotto la simpatia formula della "grazia di Dio"), tutto è filato liscio. Poi sovrano è diventato il popolo, e improvvisamente quello che era dato per pacifico, cioè l'esercizio della sovranità monetaria, è stato demonizzato, dalla destra come dalla sinistra, finché non si è riusciti ad estirparlo dal perimetro del controllo democratico degli elettori, per riporlo "al riparo del processo elettorale". Così, i potentati economici hanno ripreso il sopravvento, e le decisioni di un popolo, che siano il referendum contro l'austerità in Grecia, o la scelta di utilizzare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare le quattro banche in Italia, sono soggette al loro sindacato, al loro ricatto.

Credo non ci sia altro da aggiungere. Queste parole per voi sono superflue, perché sapete benissimo di cosa sto parlando, e per gli altri sono inutili, perché non lo vogliono sapere. Finché un politico non vi parlerà di abolire il dogma dell'indipendenza della Banca centrale dal governo, cioè quello strano principio per cui Draghi può dire a noi cosa dobbiamo fare, ma noi non possiamo dirgli nulla se non riesce a fare quello che deve fare (tenere l'inflazione al 2%), potete fare anche a meno di ascoltarlo.

Lo snodo centrale per il ripristino di un barlume di democrazia è questo, e la vicenda del Monte dei Paschi (che è appena all'inizio) ce ne darà infinite conferme.

Sono stanco di scrivere QED, ma questo sporco lavoro, purtroppo, uno solo può farlo...


(...bè, questa è esagerata: sapete che siamo in tre, e sapete che gli altri due sono, in ordine alfabetico, Claudio e Vladimiro. Un liberista, un keynesiano e un marxista si incontrano... comincia come una barzelletta, ma purtroppo non lo è!...)

(...sì, l'ho detto: alla fine usciremo dall'euro e nazionalizzeremo le banche. Se sono dello stato le banche tedesche, perché le nostre non possono esserlo? Vedrete, un giorno se ne ccorgerà anche Giavazzi...)

domenica 18 settembre 2016

La pagliuzza MPS e la trave DB

(...da Charlie Brown. Che non sono io, perché lui non è me. Quindi non da me, che non sono Charlie Brown, perché io non sono lui...)


(...e ora aspetto il diversamente intelligente che "bravo, professore!"...)




Il recente giro di poltrone a MPS dà il senso di un tram vicino al capolinea.

Non si esce da una situazione patrimoniale e reddituale così compromessa in assenza di un intervento pubblico.


MPS è un microbo rispetto al gigante malato Deutsche Bank, passibile di una meritatissima multa Made in USA di 14 miliardi a fronte di una capitalizzazione di soli 18Mè meglio per MuttiMerkel e per il suo mentore Clinton-Bama  puntare il faro mediatico sulla pagliuzza senese facendo così passare inosservata la trave DB. 


Ormai però il faro è stato acceso (anche grazie ad una vigilanza europea del tutto asimmetrica) ed agli italiani tocca metterci una pezza. Altrimenti, data l'interdipendenza percepita tra banche, ci sarà sempre qualche solone eurista pronto a pontificare su come il povero gigante di Francoforte non sia "picchiato" per problemi di salute suoi proprima per un brutto virus contratto a Siena.


Occorre quindi Salvare il Soldato MPS.  E per far ciò aggirando l'insuperabile scoglio della "no-bail-out-doctrine"  (le bugie della Vestager non bastano più) diversi chef finanziari stellati propongono alla cricca regnante ricette di alta gastronomia derivata. Ma ben vedere più che di stelle Michelin si dovrebbe parlare di gioco delle tre campanelle.


I vari "piani" infatti hanno due componenti di base:


1) uno smembramento della banca in due  parti, la prima della quale ripartirebbe miracolata da una nuova verginitàmentre per la parte malata "si vedrà";


2) un trasferimento al mercatopezzettino per pezzettinodei rischi collegati ai crediti marci e marcescenti della banca tramite la cosiddetta "finanza derivata" .

"Dottò, dov'è la perdita?  Dov'è?  Qui no, là neanche…"


Ora la componente (1) equivale ad una bancarotta legalizzata [ndc: mannò, che dici! È una bedbenk...] mentre la componente (2) equivale ad una operazione di mimetismo per vendere "a' sola" a una vasta platea di soggetti ignari tramite l'industria del cosiddetto wealth management.


Obiettivamente è il meglio che si possa fare, visto che in finanza vige la legge dell'additività del valore. Puoi tagliare un'impresa in tutti i pezzi che vuoi e venderli in tutti i modi che vuoi, ma il valore totale non cambia. Se è negativo resta negativo.


Due  cose andrebbero capite, e capite bene:


1)  I soldi persi dalle banche italiane sono persi per sempre.


2) Quei soldi sono stati persi per sempre dalle imprese affidate principalmente poiché la nostra economia è stata azzoppata da una crisi importata dagli USA e dalla Germania (per mezzo del sullodato wealth managemente non ha i mezzi di politica economica e monetaria per risanarsi (grazie al beneamato euro e a tutto ciò che ci va dietro).


Finché saremo nell'euro e soggetti ai vari diktat "lato offerta" l'economia italiana non ripartirà, e si perderanno altri soldi. Nessuno quindi investirà a valori equi in imprese bancarie prive di prospettive. Si potrà svendere ma non risanare il nostro sistema creditizio. E poiché un paese industriale non può crescere  senza un sistema creditizio sano, la "cura" sarà di fermare tutto e spremere il malato come un limone: il salasso di antica memoria (oggi "Troika"). Si riparte poi, dopo molto tempo e molte lacrime, in gran parte in mani straniere: i frutti dei sacrifici fatti si accumulano largamente altrove.


Son cure queste che si applicano paesi falliti i quali  non hanno la dimensione economica e le risorse umane e  tecniche dell'ItaliaCure che quindi da noi rappresenterebbero un non-senso politico, economico, ed eticoa meno che non si persegua la distruzione della nostra sovranità economica e politica.  Cure che, se si vogliono davvero evitaresi evitano solo reintroducendo nell'equazione lo Stato, in tutte le sue dimensioni e nella sua piena libertà monetaria.


Fantasie?


Assolutamente no.


Sul piano meramente bancario si pensi all'efficace  salvataggio pubblico inglese di Barclays e RoyalBank of Scoltand (i cui manager non erano di certo meglio dei nostri). Si pensi poi ai costosissimi salvataggi teutonici delle varie Landeschifezzen, feudi dei politicanti locali: salvataggi fatti alla spiccia senza tante storie  (come lo sarà probabilmente quello della comatosa Deutsche Bank)

Mai come ora questa opzione per la sovranità economica e monetaria è attraente per l'Italia, essendo maturate la condizioni globali politiche e finanziarie per un distacco soft dall'area Euro e della sue (per noi) insane leggi.

 

Occorre solo guardare in faccia la realtàE agire!

 

 

sabato 19 dicembre 2015

Ci siamo! Feld sull'esproprio (con backstage e un abbraccio ai veneti)

(...pubblico al volo. Ci saranno refusi...)


L'intervista rilasciata oggi a Fubini (tanto nomini...) da Lars Feld chiarisce finalmente una volta per tutte qual è il bivio di fronte al quale siamo. Feld dice chiaro e tondo che dobbiamo rivolgerci alla Troika per ricapitalizzare le nostre banche.

Il ragionamento passa per alcuni semplici e prevedibili snodi:

1) le banche italiane sono in crisi ("restano correzioni da fare nei bilanci delle banche");

2) questi problemi devono essere risolti col bail-in perché così prevede l'Unione Bancaria (è il SRM, Single Resolution Mechanism, secondo pilastro dell'unione);

3) l'Unione Bancaria prevede anche un fondo di garanzia europeo (è l'EDIS, European Deposit Insurance Scheme), ma quello la Germania non lo vuole perché "sarebbe un modo di esternalizzare i problemi delle banche di certi paesi verso altri paesi" (leggi: i tedeschi non vogliono pagare);

4) resta quindi solo la strada del bail-in, leggi esproprio;

5) il bail-in però rischia di provocare una crisi di panico (e in Italia siamo appena all'inizio), con la connessa instabilità finanziaria: sfiducia diffusa nelle banche, bank run (quello vero, non quello degli influencer minori), e contagio, perché manca il meccanismo europeo di garanzia (l'EDIS);

6) ma Feld ci rassicura: il meccanismo c'è, è l'ESM (European Stability Mechanism), cioè il MES. Chiede il buon Fubini: "Vuol dire che l'Italia dovrebbe chiedere aiuto al MES, ossia alla Troika, se fa un bail-in che provoca contagio finanziario?" Feld risponde: "Sì".

A posto così.

Ora spero che tutti capiscano.

Vi faccio notare un paio di fallacie di questo argomento: non ci si interroga sul perché le banche italiane siano in crisi, e non si tengono in nessun conto le modalità con cui gli altri paesi hanno salvato le loro, di banche.

Il primo punto sfugge a Fubini, per ovvi motivi. Il secondo no. Un Fubini insolitamente informato chiede: "La Germania ha offerto circa 250 miliardi di aiuti di Stato alle proprie banche. Se il bail-in è un'idea così giusta, perché non l'ha mai applicato?"

La risposta di Lars è esilarante (dopo gli scrivo per fargli i complimenti): "All'epoca non aveva senso colpire i risparmiatori perché il contagio finanziario era già realtà. C'era una crisi finanziaria, come forse ricorda. Questa volta è diverso. Non sappiamo se ci sarà contagio oppure no, quindi non ha senso rinviare la ristrutturazione e il bail-in".

Mandiamo un ciaone a quelli che "però i tedeschi hanno l'etica protestante"! Questo è puro gesuitismo, come chiunque vede. Dobbiamo rivolgerci alla troika per evitare il contagio che ci sarà, però non possiamo salvare le banche per evitare il contagio (come hanno fatto i tedeschi) perché forse non ci sarà.

Spettacolo!

Almeno avesse detto: "noi potefamo zalfare banken perké noi afere pikkolo tepito puppliko, foi non potere perké afere krante tepito puppliken!". L'argomento dei vari venduti italiani, insomma (quelli che nessuno si compra: non faccio i nomi perché li sapete). Ma Lars è uno scienziato e quindi sa di non poter usare questo argomento, che ormai solo i cialtroni usano. Questo perché ormai la comunità scientifica, in un tentativo di salvare la faccia che faremo di tutto per rendere fallimentare, ammette ormai che il debito pubblico con la crisi non c'entra. Cosa che noi affermammo in un articolo censurato da quegli stessi economisti che oggi vengono a dirci che le cose stanno proprio così: il debito pubblico non c'entra!

Ora, ad alcuni di voi sarà sfuggito un dettaglio, che evidenzio alla vostra attenzione.

È chiaro che se si vuole almeno far finta di essere "uniti" si devono avere istituzioni che gestiscano in comune i problemi (e compartiscano in comune i profitti) del comune progetto. Feld dice: "che problema c'è! L'istituzione esiste, ed è il MES". Ma qual è la differenza fra il MES e l'EDIS? Semplice! Che il MES applica il principio della condizionalità: strict conditionality, addirittura! Significa una cosa molto semplice: io i soldi te li do se fai quello che dico io. Significa, cioè, che i risparmiatori vengono prima espropriati dei soldi, e poi della loro sovranità, cioè dei loro diritti politici (come la Grecia ha dimostrato). Tutto questo, si badi bene, per prendere misure che hanno fallito ovunque (se della Grecia non si parla un perché c'è, ed è che i problemi sono tutt'altro che risolti), misure la cui logica economica è ormai sconfessata perfino dai cialtroni che nella mia professione l'avevano rivendicata come l'unica possibile, misure che sono giustificate unicamente da una logica di carattere predatorio.

E non so se ci fate caso, ma l'intervista di Lars (er mejo amico di Federico Nero: noi abbiamo radici profonde nei poteri forti...) fa strame una volta per tutte di un altro argomento dei cialtroni nostrani, anche quelli titolati, che insegnano in prestigiose università, ovvero che il MES servisse a salvare gli Stati. Lars lo dice chiaro e tondo: il ricorso al MES serve a evitare una crisi del settore finanziario privato, evitando contagio sistemico. Insomma: vale quanto Claudio Borghi (ed io) da tempo sosteniamo, ovvero che i 60 miliardi di euro da noi corrisposti per "salvare gli Stati" in crisi attraverso vari veicoli (prestiti bilaterali, EFSF, MES), dei quali qui vi riporto il noto disegnino:



in realtà sono andati a sedare i dolori di pancia delle banche tedesche. Per gli smemorati, qui c'è l'articolo dove Mouzakis descrive il giro che i soldi hanno fatto nel caso della Grecia.

Quindi "salva Stati" una sega! Salva banche dello Stato che comanda, come peraltro persone di media cultura, che a scuola transitano per Machiavelli (magari senza fermarsi abbastanza, purtroppo) dovrebbero facilmente intuire.

La strada è tracciata, e del resto Draghi lo aveva detto: c'è il pilota automatico!

Perderemo tutto: dopo il nostro lavoro, le nostre case, il cui esproprio è salutato con concorde assenso da economisti "de destra" e "de sinistra"; i nostri risparmi, il cui esproprio dal 1° gennaio farà un salto di qualità, come ha detto Carmelo Barbagallo in Commissione Finanze (ricordate? "Liquidazione atomistica", aggressione della "massa non protetta"... Ve ne ho parlato qui, e Quarantotto ha approfondito qui).

Ma soprattutto perderemo, definitivamente, la nostra dignità.

E chi è l'autore di questo bel capolavoro?

Il backstage
Uno de passaggio ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "QED 61: Black Monday?":

“Me, me! Adsum qui feci”: senza responsabilità decisionali e con altri colleghi ho seguito il negoziato dell’Unione Bancaria, ho pianificato la risoluzione delle quattro banche e, da ultimo, ho contribuito alla predisposizione dell’intervento di Barbagallo (nel quale ho cercato di impiantare alcuni timidi elementi di critica all’assetto istituzionale europeo, forse colti nel suo post).

Le sono grato, tra le altre cose, per aver chiarito che, dati gli attuali livelli di recessione e lo stock di NPLs è un miracolo che non siano avvenute crisi bancarie di proporzioni più vaste. Ma ovviamente altre crisi sicuramente seguiranno e di dimensioni più importanti.

Aggiungo qualche osservazione su come queste crisi saranno gestite in conseguenza del nuovo quadro europeo.

1) Concentrazione dei capitali. L’applicazione del principio secondo cui i creditori della banca concorrono ad assorbirne le perdite farà sì che i creditori si rivolgeranno alle banche più solide, ancora troppo grandi per fallire o con sede in Stati che non le lasciano fallire; le altre saranno spinte fuori dal mercato a colpi di spread sui tassi di raccolta. I più grandi si mangeranno i più piccoli secondo il modello della centralizzazione dei capitali. Ne avremo presto una prova, quando si tratterà di comprare le quattro bridge bank ripulite delle attività deteriorate.

2) Idealismo e Unione Bancaria. Chi ha negoziato l’Unione Bancaria confidava in due circostanze:
 

i. L’Italia avrebbe continuato a gestire le proprie crisi bancarie in house, tramite gli interventi del FITD. Non avevano fatto i conti con la Commissione Europea, che ha fatto leva sulla disciplina degli aiuti di stato e imposto l’assurda equazione secondo cui le risorse delle banche sarebbero da assimilare a risorse pubbliche, solo perché è una normativa - per di più, europea – ad imporre alle banche di fornire queste risorse. Tra l’altro la disciplina sugli aiuti di Stato non è contenuta nel pacchetto sull’Unione Bancaria (che anzi, consente gli interventi del FITD) né è mai stata validata “democraticamente”, essendo contenuta nei Trattati e in una serie di Comunicazione non vincolanti della Commissione;
 
ii. il Single Resolution Mechanism, la seconda gamba dell’Unione Bancaria, era stata pensata per mutualizzare i costi della risoluzione a livello europeo. Sulla carta, l’Italia aveva di che beneficiarne, visto la quantità di NPLs nelle sue banche; in cambio avrebbe ceduto la competenza su queste questioni al Single Resolution Board. Sennonché, anche qui – come nel caso del divieto di aiuti di stato alle banche - è prevalsa una politica dei due tempi sfavorevole ai nostri interessi: le competenze si accentrano oggi; i costi si mutualizzerano tra otto anni, ossia mai o fuori tempo massimo per risolvere la crisi in atto.
 

Scarsa capacità negoziale, connivenza dei negoziatori a danno degli interessi nazionali, o utopismo? “Non possum scribere in eum qui potest me proscribere”

3) Conseguenze geopolitiche. Ci sono tutti i presupposti affinché la principale vittima del nuovo quadro normativo sia l’Italia. Gli altri paesi periferici hanno già da tempo avuto la loro dose di crisi bancarie. Per l’Italia serviva un apparato normativo-istituzionale sufficientemente robusto. Risolto il problema, i tempi saranno maturi per rivedere il funzionamento del bail-in.

4) Il QE come piano B dell’Europa. La BCE conserva la possibilità di acquistare il debito delle banche nell’ambito del QE, anche se per ora i rischi ricadono per l’80% sulle banche centrali nazionali e sono esclusi gli NPL. Non è da escludere, però, che qualora il processo sopra descritto risulti incompatibile con la dinamica politica (leggi, Marine Le Pen sopra il 40%), questi limiti possano essere rimossi, in modo da addossare parte dei costi sulla BCE via QE (è il punto di Munchau sul FT di oggi).
 

In sintesi: la risoluzione delle prossime crisi bancarie sarà decisa a Bruxelles; pagheranno i risparmiatori italiani; le banche tedesche si impossesseranno di quello che resta; la BCE continuerà a giocare il gioco del good cop.

Epimeteo 


Postato da Uno de passaggio in Goofynomics alle 14 dicembre 2015 16:56


(...prima osservazione. Epimeteo ovviamente non è uno de passaggio, e il carattere antifrastico del suo nick è rivelato non tanto da quello che ci racconta di sé, quanto da un dettaglio: a differenza degli imbecilli, ha pazientemente aspettato per cinque giorni che il suo commento restasse in coda senza petulanti querimonie a base di "perché non pubblichi il commento di io?" Di questo lo ringrazio, ma l'intelligenza, come il coraggio, non è in effetti un merito, bensì una labile distrazione di Natura matrigna, che di tanto in tanto dimentica di non elargire ai mortali quello che da loro non possono darsi...)

(...seconda osservazione. Siamo ovunque. Ma veramente ovunque. Ovunque italiani che tengono alla propria dignità, occupando posti di rilievo, seguono questo blog. Questo non dimenticatelo. Quando saremo stanchi, basterà unire non solo i punti, ma anche le persone. Ma anche per questo, come per lo sblocco dei commenti, il momento lo decido io, e chi non lo capisce è un coglione - o Lenny, al quale non si può non voler bene...)

(...seguono le osservazioni meno importanti. Che lo scopo sia l'esproprio, noi qui non abbiamo bisogno che vengano a dircelo. Siamo partiti da questo presupposto! Ci sono però simpatici scopi - o magari anche semplici conseguenze - collaterali. Ad esempio, il fatto che l'Unione Bancaria favorisca la concentrazione monopolistica nel settore bancario. E quello che Epimeteo pone come problema, ovviamente i rampolli delle auguste dinastie piddine ce lo propongono come soluzione nei talk show di seconda linea - ancora non a Porta a porta, ma ci arriveremo. Ah, naturalmente questa è l'Europa di quel fascista di Spinelli, quello che voleva sospendere il metodo democratico durante le crisi - ma cazzo: perché parlate di Gelli? Parlate di Spinelli! È il suo piano che stanno realizzando. Gelli ha solo rubato qualche idea - e che voleva, ciliegina esilarante su una torta di merda "combattere efficacemente" le tendenze monopolistiche! (leggere per credere) Se non sapessimo che era finanziato dai servizi americani, dovremmo pensare che si stia rivoltando nella tomba...)

(...che l'aggressione abbia per oggetto l'Italia, anche questo non ci stupisce. Ricordate cosa vi ho fatto vedere a Pescara? La battaglia politica, in Europa, segue un asse orizzontale Parigi-Berlino, ma quella economica necessariamente un asse verticale, Berlino-Roma, e questo perché Italia e Germania hanno la stessa struttura di vantaggi comparati rivelati. Le loro imprese competono - ancora per poco - sui mercati esteri negli stessi settori, come ci ricorda il CEPII:


Il concorrente sul manifatturiero siamo noi, non la Francia, il cui vantaggio comparato nell'industria era declinato già negli anni '80 e il cui punto di forza è l'esportazione di servizi - punto di debolezza dell'economia tedesca. Noi dovevamo essere fatti fuori, e anche questa non è una novità. 

Quello che pare sfuggire a tutti è che la condizione necessaria per essere espopriati di ricchezza è che questa ricchezza - case, attività finanziarie - ci sia, e in Italia questa ricchezza c'è, ed è stata messa su, in gran parte, proprio nel deprecabile periodo in cui "stampavamo moneta", per parlare come i cialtroni...)

Un abbraccio ai veneti
Ai cari amici imprenditori del Veneto, dai quali sarei dovuto andare oggi, ma mi sono rifiutato di farlo quando ho visto che l'evento prendeva una piega non costruttiva, mi limito a dire una cosa.

Voi avete difeso finora l'euro per due motivi: uno etnico e uno economico.

Il motivo etnico: purtroppo voi veneti prendete il meglio delle altre regioni italiane: siete spocchiosi come un fiorentino (prendete me ad esempio), e piagnoni come un napoletano. Voi credete veramente che se non vi avesse rovinato Campoformio (pianto), a quest'ora potreste competere da pari a pari con la Germania (spocchia), e quindi che se siete costretti a chiudere le vostre aziende la colpa non è del fatto che l'euro soffoca l'economia italiana, ma dello Stato ladro, dei terroni, ecc.

Preciso subito una cosa: voi non siete la Germania (perché non avete il suo peso geopolitico): siete meglio della Germania, e lo avete dimostrato tutte le volte che avete avuto le mani libere. E allora perché avete difeso un sistema che vi legava le mani?

Subentra il motivo economico: purtroppo voi imprenditori (rectius: i meno brillanti di voi) siete entrati nel simpatico schema Ponzi che qui descrive un vostro collega: le banche, pare, vi finanziavano se voi partecipavate alla loro ricapitalizzazione. Non è mica una novità, succede dappertutto. Sarà la magistratura a accertare i fatti e la loro rilevanza giuridica. Quella economica la si può intuire.

Ora, cari amici, vorrei farvi notare una cosa. Per anni avete creduto che, una volta entrati in questo giro, l'euro vi tutelasse, e questo perché persone prezzolate dal grande capitale (che non siete voi, e che è vostro nemico) vi dicevano che recuperare sovranità monetaria vi avrebbe fatto perdere dall'oggi al domani il 20% del vostro capitale. Una cosa che non è mai successa: mai e da nessuna parte una svalutazione è stata accompagnata da un pari crollo della ricchezza in termini reali (motivo e dati per l'Italia sono qui).

Lo capite ora che è l'euro che distrugge i vostri risparmi, e non il ritorno alla lira? Perché se lo capite, vi consiglio di dare un cenno concreto di appoggio a questo progetto. Se invece ancora non lo capite, mi dispiace, ma vale per voi quello che vale per gli altri: vi meriterete quello che vi accadrà. E vi accadrà, purtroppo per voi, per i vostri dipendenti, e per noi.

Questo dovevo dirvi, e per dirvelo non ho bisogno di ascoltare le supponenti menzogne di Brunetta. A voi documentarvi. Qui gli elementi li avete. Senza il vostro sostegno il paese non può liberarsi. Quelli che creano il valore di cui le banche altrui vogliono appropriarsi siete (anche) voi. Siete veramente sicuri che farsi espropriare da uno Stato altrui per odio ideologico verso il proprio Stato sia un'ottimissima idea? Perché se avete accettato l'euro è per questo: perché pensavate che avrebbe costretto lo Stato ladro a disciplinarsi (e per tutelare il valore nominale di quei risparmi che ora i tedeschi vi hanno detto in faccia che si prenderanno).

Amici: avete fatto una grossa stupidaggine.

Qualsiasi imprenditore ne fa: solo chi non fa non sbaglia.

Ma solo i grandi ammettono l'errore e si adattano alle mutate circostanze.

L'intervista di Feld è uno spartiacque: sta a voi capirlo e reagire con quella flessibilità che dal Brennero a Lampedusa è stata la vera ricchezza del nostro paese e che ci ha consentito di essere concorrenti temibili del paese che ora ci vuole morti (e anche questo ve l'ho documentato in mille modi).

Ve lo dico in un altro modo: un vostro sostegno a questo progetto di divulgazione e al think tank a/simmetrie è una delle poche speranza che avete di salvare la pelle della vostra azienda, e forse anche la vostra e quella dei vostri figli, perché non so se è chiaro: quella dell'amico Lars è una dichiarazione di guerra economica. Ovviamente non penso che verranno schierati i carrarmati sul Brennero, va da sé. Ma se non si capisce la violenza delle parole di Feld, si perde un pezzo importante del quadro. Non finirà bene, questo dovete cacciarvelo in testa, e, lo ripeto, ormai non sono più il solo a dirlo.

Per favore, rientrate in voi e capite chi è il vostro nemico.

Non l'impiegato al quale chi sapeva di poter facilmente eludere questa misura di vigilanza ha imposto i tornelli. Il grande capitale finanziario che ha distorto il mercato del credito inducendovi ad indebitarvi come se non ci fosse un domani e consentendo a inetti di entrare nei vostri rispettivi mercati, perché tanto le banche li finanziavano. Questo è il nemico, e di questo nemico solo io vi sto parlando in modo sufficientemente stentoreo da essere ascoltato. Quello che dicevo quattro anni fa oggi lo dice la Bocconi, che però continua a dire che dobbiamo piegare la schiena.

Siete d'accordo?

Tutti i gusti son gusti...

lunedì 7 dicembre 2015

Marine and the euro (I told you so).

(...to the international reader: you will find below the translation of my article published on August 23, 2011, on the pseudo-leftist journal "Il Manifesto". Here the Italian version in the pseudo-leftist blog "Sbilanciamoci" - a "Manifesto" spin-off. This article, written in response to the nonsensical blabbering of Rossana Rossanda (an icon of the Italian left), after providing four years in advance what is nowadays considered the consensus view on the causes of the crisis, forecast in an extremely accurate way a number of events that were considered extremely unlikely at that time: the substitution of Berlusconi with a "technical" government, the failure of this technical government, the failure of the German model, and, of course, the extraordinary success of the right-wing parties all across Europe, starting from France. ISIS has nothing to do with it: it's the euro, stupid!

An economist is an expert who will know tomorrow why the things he predicted yesterday did not happen today.

I am definitely not an economist.

Enjoy!)




The soon-coming Euro exit


One year ago (in 2010, translator's note), I had been speaking with Aristide, a left-wing economist, when I asked a question similar to Ms. Rossanda's. Why do the Italian Left lay such a proud paternity claim over the Euro: couldn't they see how antagonistic it was to their constituency's interests?

Aristide’s answer made my blood run cold: "Dear Alberto, the costs of the Euro, as you imply, are well known. All textbooks clearly illustrate them. Our politicians have been well aware of them, but they could not reveal them to their supporters: for if their constituents had been able to weigh the costs and benefits, they would have never accepted the Euro. By keeping everyone in the dark they could act freely: they put all of us into a deadlock we would never be able to come out of, unless they did the right thing, that is, progress towards the complete fiscal and political union of Europe.” In short, they say: "The people don’t know what their interests are, however fortunately the Left does and will do what it sees just regardless of the people’s will". Or rather: I know that you can't swim and that, if I throw you in the water, you will drown. Therefore your only choice is to "freely decide" to do the right thing, namely, learn to swim. You can make this decision after a fair debate, based on the fact that I will take you unaware and push you in the water from behind.
Nice show of democracy for a liberal thinker!

Such chilling paternalism may seem more characteristic of Christian Democrats, but this isn’t so. "Worth is a kingdom, however acquired", says King Desiderius. I suppose the Catholic-bred Romano Prodi only read Manzoni's tragedy Adelchi up to here. Had he read any further, he would have found out that for the Catholic-bred Manzoni the Realpolitik has a tragic demise: the end does not justify the means after all.

The idea that "more Europe" is the solution to all evils is the real nemesis here. Yet, we cannot fully appreciate the futility of this claim without first analysing the true nature of the current crisis.

Public debt has nothing to do with it
The unanimity the Right and Left have shown in continuing to concentrate on public debt is quite disconcerting. Coming from the Right, this is no surprise: an ideological position opposing State intervention in the economy is at the core of theircounter-reformationthat followed the fall of the Berlin wall. This is clear to Ms. Rossanda. What she might have forgotten is that, before the Maastricht Treaty, no single economist had ever stated that the sustainability of a monetary union required compliance with public debt parameters (the 60% she mentioned). The “fiscal convergence” debate was born after Maastricht – reiterating that such parameters are nonsense. Maastricht is an ideological manifesto: less State (ergo, more market). But why even here (within the Left) does no one object to Maastricht? This conundrum is something Ms. Rossanda doesn't seem to notice nor question. If public debt had been the issue, from 2008 the crisis would have first hit Greece (with 110% debt/GNP ratio), then Italy (106%), Belgium (89%), France (67%) and Germany (66%) since other Eurozone countries had lower public debts. Instead, the crisis broke out first in Ireland (debt 44% of GNP), Spain (40%), Portugal (65%), and then only later in Greece and Italy. What did these countries have in common? Not public debt (it was lowest in the first affected countries and highest in the last ones), but inflation. The ECB had already warned in 2006 that inflation in Portugal, Ireland, Greece and Spain was not converging towards that of "virtuous" countries. The PIIGS were a different kind of club, apart from the Deutsche mark club (Germany, France, Belgium, etc.). And yes, here is the real problem: economists have known for a long time that different inflation rates in a monetary union will lead to a crisis of foreign debt (mostly private).

Inflation and foreign debt
If prices in country X rise faster than its partners’, X's exports will shrink and imports will soar – causing a balance of payments deficit. X's currency, required to buy X's goods, will be less in demand and its price will drop, that is, X devalues: its goods become affordable again, and the imbalance is relived. Countries in surplus are equally effected by this: their currency becomes scarce and revalues. However, if X is bound to its partners in a monetary union, currency prices cannot restore an external equilibrium, leaving only two options open: either X deflates, or its partners in surplus inflate. In Keynes' view both mechanisms are reciprocal: it is imperative to meet halfway, as surplus and deficit are two sides of the same coin (you can't be in surplus if nobody is in deficit). Cutbacks in deficit countries must be matched by the expansion of demand in surplus countries. The prevailing view is however asymmetrical: the only good inflation is zero inflation; surplus countries are "good" and it is the "bad" deficit countries that need to deflate in order to  converge towards the good ones. What if, like the PIIGS, they can't? Export revenues fall and imports must be financed with foreign debt. Countries with higher inflation rates have also been the ones that have accumulated the most foreign debt from 1999 to 2007: Greece (+78 GDP points), Portugal (+67), Ireland (+65) and Spain (+62). Along with debt, interest rates rise and the downward spiral begins: countries accumulate foreign debts to pay for foreign interests; imbalances swell and the crisis begins.

The spectre of 1992
So what about Italy? Ms. Rossanda says: "our debt is mostly domestic". That is no longer true. Do you really think markets care about who sleeps with Mr. Berlusconi? Do you think they worry if our public debt is too "high"? Our public debt has been over 100% for 20 years, and our public officials, though less colourful, have often been more unstable. These are not the markets' concerns: what is worrying is that today, like in 1992, our foreign debt is growing, and this growth, like in 1992, is driven by rising interest payments on foreign debt, which, for the most part, is private debt, incurred by families and enterprises (65% of foreign liabilities in Italy are from private sources).

Cui Prodest?
The political choice to remove exchange rate mechanisms, combinied with the asymmetrical ideologies of mercantilism ("good guys" should not co-operate) and monetarism (zero inflation), becomes a vehicle for class struggle. If the exchange rate is fixed, the burden of adjustment is dumped on the prices of goods, which can be lowered by either reducing costs (mainly labour costs, since that of raw materials is not up to us) or by increasing productivity. Job insecurity and wage reductions are just around the corner.

I pity any Leftist that supports the Euro but rejects Marchionne.

Those who fail to deflate the accumulation of foreign debt lead their country into crisis. Furthermore due to this external gap, the State will have to take on more debt (which is converted into public debt) in order to avoid the banks' collapse. Privatisation of profits is followed by the socialisation of losses, with the additional advantage of blaming the government's budget a posteriori. The choice is not whether to deflate, but how soon. It is a limited choice, but only because ideological idiocy focuses on the symptom (i.e. the public deficit – which can only be corrected by cutbacks), instead of the cause (external deficit – which could be corrected by co-operation). So the answer to Ms. Rossanda's question, "did we make a mistake?" is the one she gives herself: no, we didn't. The intended objective, namely "taming" the workforce, has been accomplished: it doesn’t sound very "left-wing", but if you are of the habit of labelling technocratic governments led by Christian Democrats as "left-wing", than go ahead. It's even stated in Acocella's manual: a "strong exchange rate" fosters discipline in workers' unions.

More Europe?
According to economic theory, a monetary union can stand without a wage crisis only if countries are fiscally integrated, as this facilitates the transfer of resources from those in expansion to those in recession. A downstream "solution" is to relieve the symptoms without curing the cause (external deficits). This is the notorious "more Europe" solution. For example: this year we celebrate the 150th anniversary of the monetary, fiscal and political union of Italy. We have had plenty of time to experience the "more Italy" approach, don't you think? Well, 150 years later, price convergence among the different regions is still incomplete, and the South holds a structural foreign debt 15% higher than its GDP, that is, it lives off of capital imports from the rest of the world (actually, from the rest of Italy). Fifty years of fiscal integration in a (monetarily) united Italy have brought us the green shirts in Padania. Give us ten years of fiscal integration in the Eurozone, maybe "Eurobonding" the whole way through, and we might see the brown shirts in Germany again. Fiscal integration is not politically sustainable because nobody likes paying for others, especially when the media, subordinate to the ideological asymmetry, keeps blasting the message that the others are lazy and unproductive and everything "is their fault". Whether they are Greeks, Turks or Jews, we know how it ends when it is somebody else's fault.

Deutschland über alles
If "downstream" solutions to external deficits are politically unsustainable, so are "upstream" ones. Cohabitation with the Euro would require abandoning the asymmetrical mercantilist ideology. Symmetrical incentives to realign should be envisaged for any country that deviates upwards or downwards from a given inflationary target. The co-ordination referred to by Ms. Rossanda should be built around this target. But the weight of "virtuous" countries won't allow it. Because the Euro is the result of two historical processes. Ms. Rossanda sees the first –capital's counter-attack to regain its slippage, caused by the postwar New Deal –but not the second: Germany's centuries-old struggle to secure a market for itself. Right and left, people are entranced by Germany's success, Europe's "driving force", which feeds its growth by intercepting demand from emerging countries. But what does the data say? From 1999 to 2007, Germany's surplus increased by 239 billion dollars, 156 billion in Europe alone, while its trade balance with China worsened by 20 billion (from a -4 deficit to a -24 one). Newspapers kept telling us that Germany’s exports to the East were sustaining our growth. Yet the data says otherwise. It was European demand, doped by a fixed exchange, which has been sustaining German growth. And Germany will not easily give up an asymmetry upon which it is fattening up. The question is, why were "peripheral" governments taken in by Germany? The answer is in Gandolfo's textbook: a single currency favours an "economic policy illusion", thus allowing public officials to pursue politically unacceptable objectives by saying they are imposed by superiors (how many times have we heard "Europe asks us...?). The end (class struggle in reverse) justified the means (becoming dependent on Germany).

Devaluation leads to blindness
It's a film we've already seen. Do you remember the "credible" EMS? From 1987 to 1991, European exchange rates were fixed. Inflation in Italy rose from 4.7% to 6.2%, while oil prices were dropping (wait, weren't fixed exchange rates supposed to restrain inflation?). Germany was cruising on at a 2% average. Italy's competitiveness was dwindling, foreign debt was growing, and, after the 1991 US recession, Italy was forced to devalue. Devaluation! Try saying this word to a left-wing intellectual. He will blush with outraged virginal modesty. It's not his fault. For decades he's been bombarded with the message that devaluation is one of those dirty things that cause a temporary, sterile relief, and horrible long-term damages. It's no wonder that a German-led system should stand on Goebbles' principle: repeat a lie often enough and it will become truth. What actually happened after 1992? Inflation dropped half a point in '93 and another half in '94. The foreign debt/GDP ratio halved in five years (from -12 to -6 GDP points). The energy bill improved (from -1.1 to -1.0 points). After an initial shock, Italy grew an average 2% from 1994 to 2001. The warnings against the use of devaluation (it generates inflation, it only causes temporary relief, we cannot afford it because we are oil importers…) are false.

Irreversible?
It is said that devaluation can’t be the solution and that no exit procedures are provided, so... So what? Who is so naive as not to see that the lack of exit procedures is just a rhetorical device whose purpose is to entrench in the public the idea that what is occurring is "natural" or "technical" while in fact, it is just a political choice made by humans (and therefore reversible by definition)? Sure, with devaluation foreign currency debts would be more burdensome. But we would also turn from being foreign debtors to being foreign creditors, thus generating sufficient resources to pay off debts – like what happened in 1992. And if this wasn't enough, we would still have the option to default. Mr. Prodi wants "major institutional investors" to foot part of the bill? Well, the most direct way to do it is not issuing Eurobonds or “socialising” losses to Germany's benefit (with the brown shirts looming in the background), but to declare, if necessary, default, as many countries have done before without being erased from the world economic map. It's already happened and it will happen again. "The markets will punish us, we will be crushed!" Nonsense. Italy has grown for decades without resorting to foreign savings. Only thanks to the Euro, which crushed families' incomes and therefore savings, has our country been forced to run up foreign debts. Gross national savings, stable around 21% from 1980 to 1999, have been constantly dropping since then, reaching 16% of income. In the same period, financial liabilities of households have doubled from 40% to 80%. Remove the Euro, and Italy will need outside markets less, while these same markets will continue to need 60 million Italian consumers.

Let not the Left-wing do what the Right-wing doeth
We will exit the Euro, because in the end Germany will saw off the branch on which it is sitting. It is up to the Left to realize and manage this process, lest it ends up getting crushed. I'm not talking about the next elections. Berlusconi will go: ten years in the Eurozone have created such tensions that now the social butcher shop must start working at full capacity. And this blood splatter will clash less with a red apron. The Realpolitik Left will once again be allowed to manage the situation, because according to another economic policy illusion, typical right-wing policies are more acceptable if done by professed lefties. But citizens are starting to realize that the social butcher shop can only be closed by exiting the Euro. Dear Ms. Rossanda, workers are not "upset", as you say: they are just discerning. "Sin, shame, evil — they cannot be hidden!", says the evil spirit to Gretchen. Thus, after twenty years of Realpolitik, left-wing politicians find themselves again treading water in the deep end, squeezed between the need to revere finance, and to justify to their constituency a fascist choice, not so much for its class consequences, but rather for the condescending way in which it was imposed. Furthermore, they expose themselves to the encroachments of the various Marine Le Pens coming forward in more mature democracies, and soon also in ours. Because, in the long run, right-wing policies only benefit the Right. That said, I am under the opinion our current politicians won’t have so much heartache, both right and left, in a country where serving just one legislative term is enough to win you a golden pension. That might explain the unanimity of views.


(...you've made your euro. Now you sleep with Marine...)