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giovedì 7 dicembre 2017

Lettera aperta agli imprenditori

(...sto partendo per Praga dove, come vi ho detto a Montesilvano, interverrò a un seminario della CNB come keynote speaker, insieme a Wilfried Steinheuer. Perlerò del mio ultimo paper su Monetary integration vs. real disintegration, e posso presumere che non saremo d'accordissimo su tutto. Se interessa, qui ci sono le slide del mio intervento. Vale la pena di aggiungere che sono stato invitato da Mojmir Hampl, e che la possibilità di confrontarmi con interlocutori di questo livello e in sedi di questo tipo è in parte il risultato della mia adesione al Manifesto di solidarietà europea , la cui esistenza mi era stata segnalata da Claudio Borghi, e suscitò in passato tante sciocche polemiche - Bagnai libbberistaaaa! Hai traditooooooo! Non fai sul serioooooo! Pinochettianooooooo! Ve li ricordate questi cretini? Sono ancora fra noi, btw - e in parte il risultato dell'operazione egemonica che a/simmetrie sta conducendo. Insomma: merito anche vostro che lo scorso anno, col vostro sostegno, mi avete permesso di invitare Hampl al nostro convegno annuale. Ve lo ricordo perché so - e ricordo - le sciocche polemiche contro il direttore di banca centrale libberista, sul perché non lo avessi blastato, ecc. Allora: voglio chiarirvi una cosa: io voglio blastare la Merkel - o chi sarà al posto suo - e lo farò con voi o senza di voi - mi dispiace per chi se ne sarà andato nel frattempo. Ma questo non è un incontro di calcetto: è una partita a scacchi. Qualche pedone bisognerà pur sacrificarlo: bisognerà arretrare: non bisognerà aprire - da soli, in minoranza, senza l'appoggio dei media - troppi fronti, ecc. Insomma: lebbasi. Eppure c'è chi non le capisce, e mi scrive per insultarmi, per dirmi che "sono solo un economista, e che la scienza senza passione civile non serve a nulla, e che io devo..." Io devo? Che cazzo devo io? E chi cazzo sei tu per chiedermelo? Che fatica...)

(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)




Caro Roberto Brazzale,

permettimi di darti del tu. Indosso la stessa “divisa” (nel settore alimentare), seppure di una” taglia” minore alla tua. Ho molto apprezzato la sincerità del tuo intervento a Montesilvano, la vivacità intellettuale e imprenditoriale che esprimi. Hai detto molte cose giuste. Hai espresso - e di questo ti ringrazio- il senso di quello che facciamo: organizziamo fattori produttivi.

C’è una grande responsabilità in questo, forse non compresa fino in fondo da altri “parti sociali” (e purtroppo, da qualcuno in sala). C’è anche, nel nostro lavoro, un forte elemento di creatività che molti sottovalutano: un bravo imprenditore non unisce solo puntini. Li unisce in un disegno che nessuno ha visto. Vediamo unicorni dove altri vedono conigli. Poi cerchiamo testardamente di avere ragione, perché la nostra “arte” vale qualcosa solo se diventa “oggetti di fatturazione” stabili nel tempo.

Perché allora la platea si agitava a Montesilvano? Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che “organizzare fattori produttivi” è quello che facciamo. Non è quello che siamo. Tra le cose che siamo c’è n’è una, fondamentale, che definisce e colloca quanto facciamo nello spazio e nel tempo. Siamo ITALIANI. È così scontato che a volte lo dimentichiamo.

Tutto quello che hai detto riguardo alle più varie provenienze delle componenti di prodotto, dei materiali, dei macchinari sono incontestabili. Ma, anche dopo tutto questo, il MADE IN ITALY esiste, caro Roberto. È un gusto, uno sguardo sulle cose, un modo di fare impresa. Lo riconoscono più all’estero di quanto siamo disposti a fare noi, lo sai. Sono convinto che (buona?) parte del tuo successo d’imprenditore sia imprescindibile dal tuo essere, prima di tutto, ITALIANO. Più prosaicamente è presumibile che le tue produzioni estere beneficiano di una rete commerciale, di contatti, di reputazione che si fondano sul tuo essere produttore di buoni cibi italiani.

Da italiano non puoi non notare che organizzi fattori produttivi in un sistema di regole europee che penalizza il nostro tessuto produttivo, la sua tipicità, la sua storia. Se questo sistema ti induce a produrre all’estero io sarò sempre al tuo fianco nel difendere la tua scelta razionale di imprenditore e sarò felice di applaudire il tuo successo. Nessuno può chiedere a un imprenditore di non cogliere opportunità.

Esiste però un tema più grande e non possiamo far finta di non saperlo: le scelte razionali del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una irrazionalità collettiva. Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la nozione di comunità di riferimento. O peggio: sembra averne scelta una diversa, più sfumata, inesistente, socialmente instabile. Senza dircelo.

Ecco perché - ai miei occhi, sempre di più - il cuore di quanto Alberto e Asimmetrie portano avanti non è macroeconomico: è politico. E avrà, prima o dopo, un chiaro riflesso politico, in un senso molto più alto del famerpartitismo. (Alberto: grazie. Per Montesilvano. Per tutto.)

Sono ragionevolmente sicuro che tu – e molti altri imprenditori – sapresti far vivere e prosperare imprese in Europa, qualunque regole economico/sociali questa Europa decidesse di darsi. Ciò vale per più imprenditori di quanto generalmente si crede, ma per MOLTI MENO di quanti crediamo noi, Roberto. E per molti meno di quanti ne servono al Paese perché i cittadini possano avere un lavoro degno di questo nome. Per la grande maggioranza degli imprenditori italiani è vitale poter produrre e vendere qui. Ecco perché è vitale difendere la specificità produttiva del MADE IN ITALY. Un tessuto imprenditoriale fatto di una miriade di piccolissime e piccole aziende, poche medie e pochissime grandi ha bisogno di politiche economiche e industriali attente e specifiche.

Il problema è che noi imprenditori, quando cadiamo, non cadiamo da soli. Quando chiude un’azienda il domino ha sempre una certa, triste lunghezza anche se l’azienda è piccola. Questa responsabilità ce la assumiamo, lo sai. E quindi, anche se fare l’imprenditore significa avere il senso del rischio ottuso (sperabilmente solo quello), abbiamo l’obbligo (professionale, prima che civile) di RIDURRE IL RISCHIO. Dovessimo fare una scelta basata sulla sola razionalità economica, i numeri sembrano spingere la nostra categoria verso una più decisa presa di posizione in favore di scelte politiche che difendano gli interessi del sistema italiano e delle sue specificità.

Io sono nato italiano, caro Roberto. Morirò italiano, non europeo. Forse i miei nipoti saranno europei, cittadini di un’Europa che (spero e credo) non sarà questa. Io e te, Roberto parliamo italiano, pensiamo italiano. I risultati imprenditoriali che cogliamo e coglieremo sono inestricabilmente -e fammi dire: fortunatamente- legati a questo Paese.

Di mestiere organizziamo fattori produttivi, come hai correttamente sintetizzato per astrazione. Un altro modo di esprimere il problema del paese oggi è, forse, dire che l’Italia ha bisogno di “organizzare fattori sociali” in un assetto più benefico per gli italiani e, di conseguenza, per le imprese italiane.

Forse i migliori di noi potrebbero contribuire a riorganizzare il Paese così che gli attori sociali siano allineati verso un maggior bene comune. Se prendessimo sul serio l’essere italiani prima dell’essere imprenditori, potremmo contribuire a disegnare assetti sociali più giusti, più degni, più umani per i nostri concittadini. E da li agire, gradualmente e con coerenza, per cerchi concentrici.

Alcune di queste riflessioni non ti sono estranee, ne sono convinto. Grazie ancora.



(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)

(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)

martedì 31 ottobre 2017

Convergenza

Un giovane e volenteroso collega mi invita a un dibattito sull'uscita. Io, un po' écoeuré dall'ultimo dibattito cui ho partecipato, declino, e lo invito affettuosamente a pensare alla salute. Per farvi capire cosa intendo, allego disegnino:


Quando pensavo (se mai l'ho pensato) che potesse essere un assalto alla baionetta, alla salute ci badavo meno. Ma dopo aver constatato quanti volenterosi imbecilli remano contro, ho compreso che questa è una guerra di logoramento, e ho modificato le mie abitudini. Se con 82 chili avevo i trigliceridi a 370 e con 77 chili li ho a 170, a quanto devo scendere per rispettare i parametri di Maastricht?

Ci vediamo fra un paio di chili!

(...sarà la prima volta che arrivo al goofy con un fisico minimamente in forma...)

martedì 6 dicembre 2016

La semplice economia del referendum

Chicco Testa, dopo aver detto che bisognava votare sì (immagino per non votare come quei razzisti dei leghisti), a spoglio ultimato ha implicitamente detto se avete votato no è perché siete terroni:


(salvo poi cancellare il tweet, da vero Riccardo Cuor di Leone da Tastiera; ma ci ha pensato un regazzetto sveglio...).

Rettifica: mi dicono che il tweet è ancora lì, oggetto di esegesi alquanto interessanti. Se vi va, andate a vedere. Grim è stato bloccato...

D'altra parte, si sa, è del piddino non solo il sapere di sapere, ma anche il ritenersi legibus solutus: quello che detto da altri sarebbe hate speech, detto da lui è contenuta espressione di una giusta passione civile, quello che detto da altri sarebbe insinuazione razzista, detto da lui è fine analisi sociologica.

Ne propongo una alternativa, che mi arriva da una persona familiar with the matter e che stimo molto. A me risulta che abbiano votato no i (giovani) disoccupati, e questo è anche quello che dicono i dati:

Mi sembra un ottimo esempio della differenza fra correlazione e causazione. Indubbiamente il "no" ha prevalso al sud, ma il problema non è etnico: direi piuttosto che è macroeconomico. Quanto due variabili y (il voto) e x (la terronitas) si muovono insieme, la colpa potrebbe essere di una terza variabile z (la disoccupazione). Questo, almeno, era scritto nel manuale dove studiai e col quale insegnai econometria.

Stando così le cose, mi sembra evidente che il referendum, come ho sempre detto, è stato sulla Bce (che ha perso), piuttosto che su Renzi (che non ha vinto). Prima che qualche altro intellettuale organico si addentri in categorie che non gli appartengono, magari dicendo che la mia analisi non vale niente, perché l'euro è solo una moneta e se al sud non lavorano è perché non hanno voglia di lavorare (o consimili analisi da bar), quindi è la terronitas a causare la disoccupazione (e il conseguente voto "di protesta"), mi affretto a far notare che il disastro del Mezzogiorno è sì endemico, e se ne potrebbe parlare a lungo, ma certamente è stato aggravato dalle politiche di austerità prese in nome dell'Europa. Lo si vede se si analizzano gli indici del Pil delle quattro macroregioni italiane (prendendo come base il 1995, primo anno per il quale i dati sono disponibili sul database del'Istat):



Ci siamo? Fino alla crisi i tassi di crescita erano relativamente omogenei. Poi, con lo shock del 2008, i tracciati si discostano: il Nord perde di più, ma recupera anche di più. Sud e Isole perdono di meno, ma non recuperano, e dall'arrivo di Mario A. Monti (dove A. sta per "alriparodelprocessoelettorale"), si vede bene come il tracciato del loro Pil diverga verso il basso da quello di Nord e Centro, che invece blandamente recuperano.

Occorre altro?

Sì.

Occorrerebbe che chi si pronuncia su temi economici sapesse l'economia, e magari, se vuole proprio parlare della nostra crisi (cosa che nessun medico gli prescrive), prima studiasse la teoria delle aree valutarie ottimali. Nei suoi progressi recenti questa teoria fornisce mille e un motivo per il quale una moneta unica favorisce la divergenza economica fra paesi e aree partecipanti (non ci torno: chi mi segue lo sa, e chi vuole saperlo mi segua).

Quando poi questa divergenza economica fatalmente si traduce in divergenza politica, sta a ognuno reagire secondo le proprie capacità: ci sarà chi profferirà altezzose oscenità razziste, e ci sarà chi umilmente fornirà dati.

Il tempo è galantuomo (ma è anche poco).

giovedì 12 novembre 2015

Il Portogallo

No, non voglio parlarvi di politica. Voglio parlarvi di crescita. Per i cialtroni anche il declino del Portogallo avrebbe certo radici antiche, da rinvenire negli anni '70 (o forse risalendo alla morte di Vasco da Gama). Il suo tasso di crescita infatti, come abbiamo visto un paio di post or sono, fa così:


più o meno come il nostro, che, come ricordate, fa così:


Fateci caso: i coefficienti angolari delle due rette sono molto simili. In entrambi i paesi la crescita è diminuita in media di 0.112 punti all'anno. L'interpolazione in Portogallo è peggiore perché la recessione del 1975 è stata catastrofica (portò la crescita da quasi il 10% a quasi il -10%), e la varianza di questa oscillazione ciclica così violenta ovviamente non può essere captata da un trend lineare: ma queste sono cose che gli statistici apprezzeranno anche senza che gliele dica, il giovine Baroni non capirebbe nemmeno se gliele spiegassi (egli ostenta "umanesimo"), e gli altri chissà...

Comunque, che i due disegnini, oltre ai colori, abbiano qualcos'altro in comune penso lo vediate un po' tutti. Quindi anche in Portogallo daje de coruzzzzione, de familismo amorale, de "scarsa spesa in ricerca e sviluppo", ecc., giusto?

Bè, direi di no!

Abbiamo visto che un profilo simile lo tiene anche la Germania: anche lì il tasso di crescita è andato diminuendo progressivamente, e il fenomeno è fisiologico: con funzione di produzione strettamente concava, la convergenza verso lo stato stazionario avviene a tassi di crescita progressivamente smorzati. Quindi, eventualmente, il problema è capire se il rallentamento è maggiore o minore di quello altrui, e così a occhio non si capisce benissimo.

Sempre parlando di convergenza, però, abbiamo visto che in effetti l'economia portoghese fra 1960 e 1995 era collocata più o meno dove ci saremmo aspettati di trovarla:


A sinistra (perché paese inizialmente più povero) e in alto (perché paese che, in quanto più povero, era cresciuto più rapidamente degli altri, seguendo un fisiologico percorso di convergenza, con tassi di crescita fisiologicamente smorzati).

Quindi tutto bene?

Insomma...

Perché la convergenza, volendo, la si può andare a vedere in dettaglio, anno per anno: basta fare il rapporto fra il reddito pro capite del paese, e quello medio del gruppo di paesi considerati (nel nostro caso, evidentemente, l'Eurozona). Se facciamo così, otteniamo il seguente grafichetto, piuttosto esplicito:


Che ci dice? Che nel 1960 il reddito pro capite del Portogallo era il 40% di quello medio del gruppo di paesi corrispondenti alla futura Eurozona, ma è visibile una tendenza al recupero, che, se pure interrotta dalla catastrofica recessione del 1975, conduce il Portogallo al 59.5% del reddito dell'Eurozona nel 1999. Un risultato in piena coerenza con quello del grafico precedente, che ci indica appunto che il Portogallo, fra 1960 e 1995, aveva avuto una crescita media coerente con un processo di fisiologica convergenza.

E poi?

E poi, dopo il 1999, l'ultimo grafico ci mostra che il processo di convergenza si arresta, e inizia una moderata, ma inesorabile, divergenza (verso il basso): dal quasi 60% della media europea conquistato, si ritorna a scendere verso il 50%.

E il motivo c'è!

Come tutti ricorderete, nel 1999 Macao è stata restituita alla Cina. La perdita dell'ultima colonia ha soffocato lo slancio dell'economia portoghese.

O no?


(...ne parliamo domenica mattina, ma temo di non aver grosse sorprese per voi...)