Visualizzazione post con etichetta cambio flessibile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cambio flessibile. Mostra tutti i post

domenica 7 gennaio 2018

Il saccheggio del Made in Italy

(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)





Caro Alberto,

l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25 anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.

Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo intervento al goofy6:


Dalla mia credo di avere un lungo periodo di esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese. Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.

Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno, giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di cercare un minimo comune denominatore.

Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:


Come sottolineato in un tweet, Brazzale si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.

Si focalizza infatti, in particolare, sul tema della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.

Il fattore differenziale non risiede infatti nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia. Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero, apprezza e compra.

Intestardirsi, come continuano a fare Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività. Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.

Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in Moldavia.

In Turchia, il settore della pasta sta avendo un forte sviluppo negli ultimi anni.  Stanno comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia, stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma, soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore vuole mangiare italiano, a prescindere.

Non voglio dire che Brazzale solleva un problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale manca di cogliere è purtroppo un altro.

Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200 giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una discriminante e penalizzasse i piccoli?

Quanti studi farlocchi che dimostravano la insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale? Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.

Quanti fondi di private equity abbiamo visto all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare, tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?

Un’ultima riflessione, non specificamente legata al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo, distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.







(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)

domenica 27 agosto 2017

Dagli Appennini all'Atlante: propaganda, cambio e autorazzismo

Come sapete, uno dei temi portanti della mia ricerca, forse il più rilevante in chiave di riflessione politica, è l'indagine sulle cause dell'autorazzismo: quella porca rogna italiana di autodenigrarsi, autentico cancro che corrode la nostra capacità di elaborare strategie coerenti sia sul piano interno, che su quello internazionale. Ci ho scritto un libro (L'Italia può farcela), ne ho discusso qui con voi, a lungo, senza giungere a conclusioni definite. D'altra parte, un fenomeno così devastante non ci si può aspettare che abbia un'unica causa: più facile che abbia molte concause. Col passare del tempo, visto anche la particolare pervicacia dello schieramento progressista nell'aggredire indiscriminatamente gli italiani tout court (inclusa quindi quella maggioranza di lavoratori che i progressisti pretendono di tutelare), mi ero fatto un'idea su quale potesse essere la causa prevalente. L'Italia, va detto, è uno strano paese: il paese in cui una parte degli abitanti si gloria di aver vinto una guerra che in effetti il paese ha perso (sì, parlo della Seconda Guerra Mondiale). Ora, è chiaro che questa mitologia (oggi si dice "narraFFione") non può sostenersi che sulla asserita superiorità etnica dei vincitori rispetto al resto della popolazione, gli sconfitti. D'altra parte, i pretesi vincitori erano partiti bene, dando dei "mandolinisti" alla compagine nazionale. Come volete che finisse?

Questa spiegazione credo abbia una parte di verità, e ve lo dice uno nato e cresciuto nel mito della Resistenza (cioè della vittoria di una guerra persa).

Ora, immagino l'indignazione di molti: "Che bestemmia in cattedrale! Proprio quello che ci si può aspettare da un rossobruno fasciopopulista nazionalxenofoboleghista come Bagnai!" Eh, che ci vuoi fare: purtroppo noi qui siamo così. Tanto nazionalisti siamo, e tanto chiusi e provinciali, che noi, a differenza degli europeisti (quei personaggetti che in giro per l'Europa cercano gli spaghetti lamentandosi perché sono scotti...), un'idea di cosa accada nel resto del mondo ce l'abbiamo. Ve ne fornisco subito un esempio, regalatomi da "uno de passaggio", uno dei (troppo pochi) imprenditori fasconazionalxenofobichiusiallaglobalizzazione che ci frequentano e ci sostengono, e che ho recentemente incontrato in una delle sue rare apparizioni sul territorio nazionale (esporta in qualche decina di paesi dall'Ecuador alla Tailandia, e se li gira regolarmente tutti: lui, quando parla del resto del mondo, sa di cosa parla, a differenza dei gazzettieri...).

Di ritorno dal Marocco, "uno de passaggio" mi ha fornito una copia del locale Sole 24 Ore: in Marocco si chiama L'Economiste. Poche pagine che mi hanno aperto un mondo di riflessioni.



Parto da un giudizio complessivo: il giornale è scritto bene, in un eccellente francese, con una qualità, in termini di competenza e di argomentazioni, che qui da noi ci sogniamo (potrete apprezzarla anche voi fra breve). In questo senso, il livello della nostra stampa specializzata è decisamente inferiore a quello della corrispondente stampa marocchina: documentato, fattuale, ma anche esplicito nel fornire la propria legittima linea editoriale correttamente individuandola come tale, fra L'Economiste e i nostri quotidiani "economici" è impossibile non percepire un solco profondo, un differenziale culturale e antropologico che, ahimè, dobbiamo registrare a nostro svantaggio, o meglio: a svantaggio di chi qui pretende di informarci. Certo, per percepirlo bisogna sapere la lingua: bisogna, insomma, essere europei e non europeisti.

Questa è una grande differenza, ma... ci sono anche analogie!

Prendiamo ad esempio l'editoriale: "Aggiramento" (contournement). Nadia Salah (è parente?) commenta il parere delle organizzazioni multilaterali sull'economia marocchina. I loro rapporti, dice, sono delle autorevoli tabelle di marcia (ormai in italiano si dice roadmap), utili perché la Costituzione, che ha affidato ai partiti la maggiore responsabilità nella guida del paese, non si è ugualmente preoccupata di potenziare le loro competenze economiche:


Quindi, dice Nadia, le organizzazioni internazionali servono ad aggirare l'incapacità e le resistenze dei corpi intermedi (partiti e sindacati). "L'aggiramento, un tratto della cultura politica marocchina...".

Attacco alla Costituzione, elogio del vincolo esterno, autorazzismo... Tutto il mondo è paese, viene da dire. Non so se anche una parte dei marocchini pensi di aver vinto una guerra che il Marocco ha perso (non so nemmeno se il Marocco abbia perso una guerra). Mi è allora venuto in mente che forse l'autorazzismo, che troviamo anche a quelle latitudini, possa avere un motivo più semplice e più generale. Vedete? Lì, come qui, un giornale dei padroni attacca il popolo denigrandone la "cultura politica", allo scopo esplicito di delegittimare i sindacati e i partiti come "ignoranti", e di imporre soluzioni elaborate in un circuito "tecnico" sovranazionale, sottratto allo scrutinio democratico ma non indipendente da interessi e collusioni con le élite locali (quelle che pagano certa stampa).

Mi viene quindi da pensare che l'autorazzismo sia la norma nei sistemi più o meno "democratici", quelli in cui chi governa deve comunque, per mantenersi al potere, strizzare l'occhio alla maggioranza concedendole qualcosa. Questo qualcosa è sempre troppo per i pochi che controllano l'economia e quindi i media: ne consegue che i media sono istruiti ad attaccare la classe politica e ad addossare all'intera compagine nazionale la colpa di voler praticare il principio di autodeterminazione. Ovunque nel mondo lo scopo principale dei media è spiegare ai cittadini che questi non possono permettersi di esprimere un governo, perché non ne sono in grado, e che quindi non bisogna disturbare il manovratore sovranazionale.

Visto in questa ottica, rivedo la mia impressione (condivisa peraltro da Dominick Salvatore) sull'anomalo autorazzismo italiano. In effetti, in un mondo nel quale l'estetica della democrazia esige che la vittima voti il proprio carnefice, i media devono insufflare autorazzismo nei dominati, e l'autorazzismo diventa quindi la regola, non l'eccezione. Eccezione la fanno i paesi che ne sono (per ora) privi, come la Francia, e sono eccezioni spiegabili con il percorso storico di questi paesi: grandi potenze coloniali, che l'agenda la dettano (via bombardamenti, o ONG, o entrambi) e non la subiscono.

Riflessione che possiamo consolidare addentrandoci nelle pagine de L'Economiste, il quale riferisce degli esiti di una missione del Fmi. E chi è il misso dominico? Tal Nicolas Blancher. Che strano, vero? Con tutti gli indonesiani, i canadesi, i giapponesi, gli americani, gli ugandesi che hanno a disposizione, il Fmi a guida francese chi ti estrae dal cilindro per guidare una missione in un ex protettorato francese? Un samoiedo? Uno uiguro? No: un francese. Certo che il mondo della finanza è creativo solo quando si tratta di scaricare su di noi il rischio creato da lui. Nelle altre scelte è di un prevedibile, ma di un prevedibile...


Ora, sarete forse sorpresi (o forse no) di sapere che la questione dibattuta in Marocco è il passaggio del dirham a un regime di cambio flessibile. Sì, perché anche se non fa parte delle ex colonie francesi d'Africa (quelle cui venne e viene imposto il franco CFA, come sapete), in quanto (ex?) protettorato il Marocco ha avuto diritto al suo bell'aggancio valutario. Ovviamente, con l'euro, a una parità attorno agli 11 dirham per euro, come vedete qui:


il che significa, ovviamente, che rispetto al dollaro il dirham ha seguito le vicissitudini dell'euro, indipendentemente dal fatto che questo gli convenisse o meno (cosa sulla quale non mi soffermo).

Certo, ora qualcuno tanto contento non deve più esserlo (non so se a Washington, a Parigi o a Rabat), tant'è vero che si sta parlando di lasciar fluttuare il cambio. Più dell'analisi macroeconomica, mi interessa farvi vedere in che modo questa proposta viene presentata ai marocchini, e quali sono le conseguenze che il Fmi prevede.

Sul modo in cui la flessibilità viene proposta, è esplicito l'occhiello dell'articolo: "Lasciar evolvere il cambio più liberamente è segno di capacità di assorbire shock esterni e di stabilità".


Ecco: chi conosce il Pedante non avrà difficoltà a riconoscere in questo il modulo comunicativo del #chicelafa. Le decisioni del potere vengono presentate sempre e comunque ai sottoposti come sfida, come obiettivo che solo i migliori possono permettersi di raggiungere. Sarebbe divertente e istruttivo vedere come e perché a noi viene presentata come sfida, come prova iniziatica per assurgere al consesso dei grandi, il cambio rigido (sotto forma di moneta unica), mentre ai marocchini viene presentato esattamente negli stessi termini il cambio flessibile. Qui mi interessa solo sottolineare due cose: che la strategia comunicativa è sempre la stessa (e il suo simpatico corollario è che così il Fmi si porta avanti col lavoro in caso di fallimento: se poi non funziona, potrà dire ai marocchini che la colpa era loro, esattamente come ha fatto con i greci), e che applicata in contesti diversi questa strategia obbliga gli espertoni di turno a dire cose diametralmente opposte (da noi che la stabilità è un portato del cambio rigido, e in Marocco che la stabilità sarebbe assicurata dal cambio flessibile).

Quindi? Quindi le organizzazioni multilaterali tutto sono tranne che organismi tecnici. Sono, come le ONG, strumenti per imporre un'agenda politica maturata al di fuori di un processo democratico, agenda che trae la propria legittimità dalla denigrazione del popolo che deve subirla (osservate che bel lavoro di comunicazione stanno facendo Unicef, MSF, ecc.).

"Uno de passaggio" attirava la mia attenzione su questo passaggio esilarante. Il giornalista chiede al pretoriano del capitale finanziario: "Neno, scusa, dimme, noi se semo fumati 38 mijardi de riserve in du' mesi, e li prezzi de 'e materie prime stanno a cresce. Sei sicuro che sta flessibbilità se la potemio permette?"


E l'ineffabile espertone: "Certo, l'economia marocchina dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e dalle fluttuazioni del prezzo del barile. La crescita dei prezzi nel 2012 e nel 2014 ha lasciato tracce nelle finanze pubbliche. Ma tipicamente sono shock di questo genere che una accresciuta flessibilità permetterebbe di assorbire meglio".

Come come come?

Cosa cosa cosa?

Prima mi fai il "materieprimista" come un Oscaretto qualsiasi, e poi cosa mi dici? Che se un paese dipende dalle materie prime, è la flessibilità, non la rigidità del cambio, che può proteggerlo?

Una logica, come sapete, c'è, ed è contenuta nella frase sibillina che chiude la risposta: "Prevediamo che le esportazioni continuino a diversificarsi". In altre parole, se le materie prime costano di più, quello che ti salva è guadagnare di più con le esportazioni (per poter saldare la bolletta energetica), non "pompare" il valore della tua moneta nel tentativo di pagare di meno il petrolio, distruggendo però il reddito delle tue imprese esportatrici (che col "dirhamone" forte smetterebbero di esportare).

Resta da capire come mai questa ricetta il Fmi vada a proporla a un paese la cui base industriale deve ancora diversificarsi, e non la propone a un paese come il nostro, che ha già una base industriale diversificata. Io un'idea del perché lo faccia ce l'ho, e ce l'avete anche voi. Oggi ci siamo piacevolmente intrattenuti sul come fa a farcelo accettare: con la complicità dei media che preferiscono fallire piuttosto che smettere di inondarci di fango.

Concludo con un grande classico del giornalismo (e di quel covo di influencer privi di responsabilità politica e fiscale che è l'OCSE): acoruzzzzione! Riferendo del rapporto dell'OCSE, L'Economiste ci informa che se la crescita è solo (!) al 4%, anziché al 7% che sarebbe necessario lì (come qui) per rianimare l'occupazione, la colpa di che cosa è?


Ma è ovvio: della corruzione!

Io ne ho anche abbastanza di questi tetri Eichman che mentre ti impongono le loro ricette quasi sempre sbagliate invariantemente ti insultano per sottrarsi preventivamente alle responsabilità dei loro prevedibili fallimenti.

E voi?

Ecco, se ne avete abbastanza, sappiate che non potete fare molto, ma qualcosa sì: una piccola cosa che potreste e dovreste fare è votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione ai Macchia Nera Award 2017 (seguendo bene le istruzioni), per il semplice motivo che quello che trovate qui, non lo trovate da nessuna altra parte, e che questo semplice gesto può portare qui altre persone...

domenica 26 febbraio 2017

Interrogazione: Francia e Germania

(...che fa rima con Melensone, e forse pure con te...)

(...da Roissy, tornando finalmente a casa...)

Il professore cattivo vi ha mortificato perché ha un caratteraccio? Cose che capitano. Vi viene offerta una opportunità di riscatto. Adesso farò vedere anche a voi (perché anche? Perché fatevi i fatti vostri!) un paio di disegnini, dove il massimo che farò sarà darvi la definizione delle variabili.

La storia la racconterete voi. Compito a casa, naturalmente: siete quasi 4000, e interrogarvi assicurandomi che non sbirciate nei fogliettini mi costerebbe un po' troppo...

Disegnino uno: recessioni americane e disoccupazione francese e tedesca

Sono dati annuali, le barre indicano il tasso di variazione del PIL statunitense, la linea arancione il tasso di disoccupazione francese, quella grigia il tasso di disoccupazione tedesco.

Tasso di cambio reale bilaterale franco-tedesco

Per le barre, vedi sopra. Per il tasso reale bilaterale, l'ho approssimato come rapporto fra i tassi di cambio effettivi reali della Francia e della Germania. Se volete ne parliamo, ma il senso è che la variabile misura, come dovreste sapere, il prezzo relativo dei beni francesi in termini di beni tedeschi (vi ricordate dove ho spiegato il tasso di cambio reale? Ce l'avete Gooooooooooooogle? E allora siete a posto...

Tasso di cambio reale franco tedesco e scarto fra i tassi di disoccupazione di Francia e Germania

Qui la linea arancione corrisponde a quella gialla del grafico precedente (è il cambio reale bilaterale franco tedesco), cosa che molti di voi avranno visto a colpo d'occhio, ma attenzione: cambia il significato delle barre, che non sono più il tasso di crescita del Pil americano, ma la differenza fra il tasso di disoccupazione francese e quello tedesco (cioè lo scarto fra le linee arancione e grigia del primo grafico).

...e la morale è?
Ah, io non lo so, me lo dovete dire voi. Melensone è assente giustificato, passa il giorno a leggere le lettere anonime che gli arrivano da Vichy o da Casal Bertone. Valerio, per favore non fare il secchione (neanche sotto falso nome, tanto ti tano) perché non è il caso! Gli altri si sentano liberi di esprimersi: tanto, dopo quello che vi ho detto ieri, oggi la strada è tutta in discesa... cioè in salita!


(...sentite: io vi voglio bene e si capisce. Non si capisce perché, ma non è importante. Quello che mi dà molto fastidio non è la lieve dissonanza cognitiva che alcuni di voi dimostrano e confessano - casi di scuola: Nat e Antonello - quando si tratta di spiegare perché hanno capito. E chi se ne frega! Il problema è che però, una volta capito, ci si dovrebbe regolare di conseguenza. La prima cosa che vi esorterei a fare, se potessi pensare di essere ascoltato e quindi capito, è evitare di farvi ventilatori di tanta roba che c'è in giro. Chiedere a me, a un professionista, di confutare per vostro conto le tesi di un dilettante è una mancanza di rispetto. Ai dilettanti pensateci voi, anzi, no... non pensateci! Se in qualche modo, in qualsiasi modo - valutandone l'insussistenza dei titoli scientifici, rilevandone l'incoerenza delle argomentazioni, constatandone la piccineria - vi siete accorti che una persona è inaffidabile, mi volete spiegare qual è la porca rogna che vi porta a regalargli contatti e attenzione? Li trovate divertenti? A me i film dove la gente inciampa e cade nella fontana non fanno ridere. Questa comicità triste, che ci è stata tramandata da un periodo triste - la grande crisi del XX secolo - a me non fa ridere. Su questo temo che non ci incontreremo mai. Quindi scrivermi per chiedermi di confutare il simpatico e certamente dotato sarto di provincia che il 12 aprile 2013 mi chiamava per spiegarmi che le aziende del suo distretto avevano uno scarto di competitività di prezzo del 10% con il prodotto cinese di analoga qualità, e che sarebbe bastato tanto poco per mettere le cose a porto, e che la rigidità dell'euro era una iattura, e mi tampinava per avermi nel suo simpatico distretto industriale a convincere quelli che lui non riusciva a convincere, mentre oggi che l'euro gli ha risolto il problema crollando di quasi il 40%, improvvisamente, è diventato proeuro, abile e arruolato nell'armata Brancaleone... Ma devo occuparmene io? Siete proprio sicuri? La storia di cosa fa l'euro in termini economici è nei tre disegnini che precedono. Quella di cosa fa l'euro in termini umani è nell'aneddoto che vi ho regalato - io conservo tutto. Ma sappiamo tutti che il problema non è questo. Il problema è politico. Il problema è che un burocrate non eletto può mettere in ginocchio un paese come la Grecia, o può ingiungere - magari senza riuscirci, dati i diversi rapporti di forza - a un paese come l'Italia di abolire le province, la cui utilità diventa improvvisamente evidente quando arrivano due metri di neve, e alle strade provinciali non ci pensa nessuno, o può decidere che il tasso di cambio deve scendere per tenere i cocci insieme, anche a costo di mandare il tasso di interesse a livelli tali da portare persone non esattamente tolleranti al potere - il legame fra tasso di interesse basso e destra al potere è spiegato qui e comunque ne abbiamo parlato, e via discorrendo. Questi sono i problemi che l'euro crea. Che il simpatico Melensone non voglia capirli, o che il brillante operatore tessile di provincia voglia accantonarli ora che riesce a stare a galla - talento in alcuni naturale - lo posso anche capire. Che voi non facciate, nel dibattito, l'unica operazione salutare e corretta, che è quella di riportarlo nei suoi giusti termini - quelli politici - ecco, questa cosa mi dà un po' più ai nervi, e anche a quel che resta dei corpi cavernosi, ma tant'è: né io né voi scriveremo né orienteremo la storia. Però non avvicinate alle mie auguste narici ecc. ecc. mai. Grazie. E ora al lavoro: avete da scrivere la storia che i tre grafici eloquentemente raccontano. Io mi imbarco, non ho tempo di rileggere: fate voi anche questo...).

giovedì 5 gennaio 2017

Rivalutare l'euro: io non sono un economista ma...

Ho sentito il dibattito su Radio3 di oggi. Quando ha iniziato a parlare tal Ferrera ho pensato "Ma questo ci tiene a premettere di non essere un economista e poi centra tutto il suo discorso pro Euro su argomenti prettamente economici? Mah, è come dire non so di cosa sto parlando ma voglio dire la mia lo stesso! Spero glielo facciano notare". Poi c'è stata la tua replica, e ho sorriso.

Se posso avrei tre domande: 
1) capisco bene che gli USA vogliono un euro più forte per vendere i loro prodotti sul mercato europeo, e che quindi non sono contenti che l'europa (leggi Germania) non rivaluti? Se ho capito bene sorge la domanda
 
2) Che strumenti di pressione hanno gli USA sulla Germania per ottenere una rivalutazione dell'euro?

3) Se ce la fanno vorrà dire che in Europa per recuperare la competitività perduta in seguito a rivalutazione si dovranno svalutare ancora di più i salari o mi sbaglio?

Ciao e grazie

Massimo

---
Massimo Turatto PhD
Professor
Center for Mind/Brain Sciences (CIMeC)
University of Trento




Credo che la risposta sia molto semplice. Gli USA già con Obama hanno esperito tutte le possibili strade aperte alla moral suasion: prima hanno inserito la Germania nella lista dei paesi manipolatori di valute, poi hanno fatto scoppiare una serie di scandali tirando fuori segreti di Pulcinella vari assortiti (da VW a DB), poi hanno fatto parlare il partigiano Joe, ma la Germagna gnente: sta lì, convinta (come lo erano tutti i miei interlocutori odierni) che chi esporta è bravo, e che quindi al mondo tutti dobbiamo essere esportatori netti.

Verso dove?

Non si sa, ma il punto è che dobbiamo essere tutti sopra la media, come competitività, e quindi sotto la media, come prezzo. Il prezzo medio di un chilo di qualcosa è 3 euro? Dobbiamo tutti esportare, e quindi dobbiamo tutti produrlo a 2.5 euro al chilo.

Sì, c'è un problema, lo so. Ma i tedeschi non lo sanno.

Ecco, forse il problema del professor Ferrera, se posso, non è tanto di "non sapere l'economia ma" volerne parlare ricorrendo all'auctoritas di persone che questa auctoritas non hanno (come ha dimostrato Mario Nuti sul Manifesto e come ho puntualizzato io sul Fatto Quotidiano, smontando i loro scenari bufala quando ancora non si parlava di debunking), quanto il fatto di non rendersi conto che la media fra 3 e 2 non può essere 1 (vi risparmio la dimostrazione). Il professor Ferrera potrebbe allora dirmi di "non essere nemmeno un matematico quindi", e allora io resterei sconsolato a constatare che i politologi non hanno ancora voluto prendere in considerazione una cosa che sta sul libro di mio figlio (nel triennio delle superiori), cioè la relazione fra mercantilismo e imperialismo.

Un naturalista che non riconoscesse un elefante quando lo incontra avrebbe la mia solidarietà, nel senso che lo accompagnerei da un oculista. Ma una volta accertato di aver rimediato ad eventuali deficit percettivi (e su questi Massimo ci è stato maestro), fermo restando il rispetto che si deve a tutte le persone e a tutte le opinioni, tenderei a non prenderlo in considerazione qualora mi trovassi a decidere se l'animale che ho davanti è un cobra o un cerbiatto.

Lo stesso vale per un politologo che non riconoscesse, quando lo incontra, un progetto imperialista sul quale molti suoi colleghi hanno seri e motivati dubbi, e si baloccasse con l'idea che un progetto difeso con le unghie e coi denti dalla grande finanza internazionale sia stato concepito a beneficio degli umiliati e offesi...

Sed de hoc satis.

Il professore mi era sembrato persona equilibrata: difendere l'euro in nome dei redditi della povera gente mentre il paese è distrutto dalla deflazione necessaria per riportarci in surplus non collima esattamente con questa mia impressione. Devo ammettere di essermi sbagliato, elaboro il lutto e tiro avanti.

Tornando al punto, con le buone gli USA ci hanno provato, ed era ovviamente loro interesse tentare prima questa strada perché, come ho chiarito svariate volte, è chiaro che l'uscita avrà costi anche e soprattutto per il Nord, e che il sistema finanziario statunitense è così legato a quello tedesco da voler rinviare il redde rationem, nel quale ci sarebbero costi anche per le banche USA. Ancora più importanti sono i risvolti politici. Diciamo i "democratici" non vedevano un particolare interesse nel far scoppiare un disastro prima delle elezioni USA, né ora credo nessuno lo veda nel farlo scoppiare prima delle elezioni francesi. Poi ci sono quelle tedesche (prima ci saranno state quelle olandesi) e a quel punto sai come si fa a far rivalutare l'euro dei tedeschi? Lo si fa ridiventare il marco! Molto dipende, naturalmente, da come andranno le cosa in Francia.

Ma anche su questo stiamo lavorando: c'è tanto da studiare, per chi desideri farlo con umiltà ed onestà intellettuale.

Se le cose andranno così, questo vorrà dire, ovviamente, che i tedeschi non potranno più esportare deflazione salariale. Il loro surplus commerciale si tradurrà in un apprezzamento della loro valuta, e non nella necessità per i loro "competitori che però sono anche compagni di squadra" (ben strano ruolo) di svalutare i propri salari. Si tratta insomma del meccanismo che Meade auspicava nel 1957 (sessanta anni or sono) e che ho descritto a p. 389 de "Il tramonto dell'euro": non impedire ai tedeschi di rivalutare. Naturalmente molto dipende da come la cosa verrà gestita, e anche su questo il mio testo del 2012 è piuttosto esplicito. Chi non lo ha voluto leggere con onestà intellettuale, sproloquiando di uscita a sinistra, ha regalato al capitale cinque anni di tempo per fare il porco comodo suo, anni che il capitale ha usato per tagliare le pensioni, fare il Jobs Act, ecc. Fra questi non c'è il professor Ferrera, che però occorrerebbe riflettesse sul fatto che la sua giusta preoccupazione per i deboli è un pochino fuori tempo massimo: bisognava preoccuparsene prima che arrivasse Monti...

Ovviamente ci saranno anche dei problemi di transizione: ad esempio, nell'imminenza del botto il dollaro diventerà un bene rifugio e quindi, invece di deprezzarsi per la rivalutazione attesa del marco, tenderà ad apprezzarsi perché visto come un safe haven.

Questo è come la vedo io, tenendo presente che sarebbe meglio avere un governo amico di Trump piuttosto che nemico della Merkel, per il semplice motivo che in ogni caso Trump e Merkel (o chi per lei) devono mettersi d'accordo per spartirsi i costi dell'operazione, e i tedeschi vogliono le nostre case e il nostro oro, come hanno chiarito a più riprese.

Perdonatemi se non metto molti link, ma vado veramente per uno. Quando saprete perché mi perdonerete se per una volta non ho potuto essere la vostra segretaria.



(...a proposito: spettacolare Daveri che liquida il "dividendo dell'euro"! I tassi ora sono scesi a causa di tendenze globali, non della moneta unica! Stranamente è quello che noi abbiamo sempre detto, perché era scritto nella letteratura scientifica. Ma il suo discorso richiede un commento più approfondito: ora devo occuparmi di altre persone che lui stesso non esiterebbe a riconoscere come meritevoli di più immediata attenzione. Con immutata stima...)

mercoledì 13 luglio 2016

IMF's willing executioners (aka the "what-have-we-learned boys")

C'è una cosa che non riesco a sopportare, che proprio non mi va giù, che trovo moralmente ripugnante, intellettualmente squallida, politicamente subdola, umanamente censurabile e scientificamente inconsistente: l'atteggiamento di chi, avendo gestito la crisi in nome di interessi particolari facilmente leggibili, e avendola, per questa specifica ragione, trasformata in un disastro con pochi precedenti nella storia economica recente, ora se ne esce lellero lellero a spiattellarci le "lezioni" che la crisi ci avrebbe insegnato.

La verità è un'altra.

La crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già, compreso il fatto che il suo verificarsi era inevitabile, come gli economisti post-keynesiani avevano ampiamente previsto - un riferimento fra tanti è qui.

Cosa sarebbe mai successo durante la crisi che non fosse stato descritto prima della crisi in un qualsiasi libro del primo anno?

Le politiche procicliche (i tagli, l'austerità in recessione) hanno aggravato la crisi!

È una sorpresa?

No, assolutamente no: che politiche procicliche aggravino la crisi lo troverete in qualsiasi libro di testo. Questo perché il moltiplicatore keynesiano è maggiore di uno, e quindi, se tagli di uno la spesa, tagli di più di uno il Pil, e i rapporti al Pil di deficit e debito aumentano!

È una sorpresa?

No, assolutamente no: quando il Fmi, guidato da una francese e con un capo economista francese è intervenuto strozzando, pardon, salvando la Grecia (pesantemente esposta verso le banche francesi) lo ha fatto perché ha preso una decisione politica, smentita da tutta la letteratura scientifica: quella di ipotizzare che il moltiplicatore della Grecia fosse pari a 0.5, per cui tagliando la spesa di uno il Pil sarebbe diminuito solo di un mezzo, e i rapporti al Pil di deficit e debito sarebbero diminuiti. Ma, come vi ho dimostrato per tabulas, quando il Fmi prendeva questa decisione politica, la letteratura scientifica concordemente affermava che il moltiplicatore della Grecia era (molto) superiore a uno, per cui l'austerità sarebbe stata controproducente: ogni taglio di spesa avrebbe comportato un taglio di reddito multiplo, rovinando le famiglie e le imprese, cioè l'economia.

Era tutto noto, era tutto chiaro, era tutto scritto.

Ecco, io devo dire la verità: quando poi mi trovo a convegni come quello di Villa Mondragone, dove Luigi Paganetto ha avuto la gentilezza di invitarmi, mi capita di trovarmi a disagio. Immaginatevi ad esempio di ascoltare un economista del Fmi, come l'ottimo Jonathan Ostry, che interviene, e in modo molto scientifico, distaccato, accademico, racconta che bè, sapete che nuova c'è? Abbiamo scoperto che la disuguglianza è un problema. Sì, in effetti è un problema perché certo, ci sarebbe anche un problema etico, ma soprattutto noi avremmo bisogno di crescita, e la disuguaglianza frena la crescita. Il risultato è statisticamente significativo: viene confermato anche dalle stime panel, e rimane tale anche se si utilizza lo stimatore GMM con errori standard corretti per l'autocorrelazione e l'eteroschedasticità dei residui, e si considerano gli effetti della qualità delle istituzioni, degli shock alle ragioni di scambio...

Come se qualcuno ti spiegasse che sì, in effetti, usando uno spettrofotometro, in condizioni ambientali controllate, si è riusciti ad accertare, su un numero ampiamente rilevante di campioni, che l'aceto contiene acido acetico, e quindi si ritiene che in linea di principio potrebbe anche essere usato per rimuovere quelle antiestetiche macchie bianche che il calcare lascia sul lavello della cucina, dato che, reagendo con la parte alcalina di esse, genererebbe anidride carbonica (tralasciamo i problemi per il riscaldamento globale) e un sale solubile in acqua (ma su questo non abbiamo ancora sufficienti evidenze).

Insomma, le conclusioni cui nostre nonne erano arrivate con minor dispendio di mezzi.

E poi, perché la disuguaglianza frena la crescita?

"Ah, questo ancora non lo sappiamo!"

Noi invece sì, e lo abbiamo anche detto (peraltro, senza pretendere di essere originali): perché la disuguaglianza determina indebitamento eccessivo, e questo causa crisi finanziarie, che alla crescita bene non fanno. Anche questo, per carità, ora cominciano a dirlo, lo avete visto tutti. Ma la domanda è: mentre la Grecia (per dire l'ultimo paese) veniva massacrata, voi dove eravate? A stimare tre panel coi GMM? Ma se mi chiamavate, vi distaccavo Christian (magari ci dividevamo le spese del biglietto) e la chiudevate in quattro giorni, così avreste potuto gettare un occhio distratto a quello che stava succedendo sotto le vostre finestre, o magari sareste potuti andare in biblioteca, a leggere qualche vecchio paper, come quelli che ricordavo nel post del primo maggio.

Ecco, questo "risvegliarsi" per scoprire l'acqua calda lo trovo il modo più sistemicamente controproducente di sfuggire alle proprie responsabilità politiche. Non ho nulla contro Ostry: lavora bene, e il problema non è lui. Ma i "what-have-we-learned boys" come categoria dello spirito proprio non posso sopportarli, perché inducono nell'opinione pubblica un'idea totalmente falsa della scienza economica, facendola passare per una "non-scienza" vagamente assimilabile all'astrologia o all'alchimia, che può essere colta di sorpresa in qualsiasi momento dalla dura realtà del dato (cosa che alle scienze asseritamente "dure" non potrebbe mai accadere). Invece non è così. Gli errori non sono stati tali: sono state scelte politiche. Gli strumenti tecnici per capire come intervenire c'erano, ma non li si è voluti usare perché questo avrebbe inciso appunto sulla distribuzione del reddito (riducendo la disuguaglianza, che è tanto brutta, signora mia, ma non quando sei dalla parte dei creditori e pagato per fare i loro interessi). Insomma: queste persone che preferiscono passare per ciarlatani, o quanto meno per ritardatari, anziché prendersi le loro responsabilità, tirare virilmente una riga e andare avanti, creano una enorme esternalità negativa, diffondendo la falsa percezione che le crisi economiche siano un dato ineluttabile, che non può che coglierci impotenti. Domani ci sarà un'altra crisi, e avremo altre lezioni da apprendere, perché è tutto nuovo, siamo in uncharted waters (altra espressione che mi dà un potente urto di nervi) e quindi chissà, magari intanto facciamo il contrario di quello che abbiamo studiato a scuola, poi se non funziona avremo ucciso qualche migliaio di persone e però sapremo che quello che era scritto nei libri era giusto.

Portare qualche migliaio di morti al tavolo di Econ101... ma con grande delicatezza, e naturalmente coi GMM!

Perché ci penso oggi?

Perché ieri Vladimiro ha conferito l'#allanimadelimortaccisua del giorno al compagno Wolfgang, che come sapete è vivo ed è anche l'unico a lottare se non insieme, quanto meno senz'altro per noi (perché come lo fa saltare lui l'euro, nessuno mai...).

Io ho stilato una relazione di minoranza, sostenendo che invece andava assegnato a questo simpatico personaggio, il quale, con grande delicatezza, ci dice che la prima lezione che il Fmi ha imparato dalla crisi è che se il tasso di cambio non è flessibile le crisi durano più a lungo, il che crea un problema. No, non alle popolazioni: al Fmi, perché potrebbe doversi "prepare for longer programs with more financing".

Ma io dico! Che la flessibilità del tasso di cambio sia uno strumento indispensabile per risolvere in fretta i problemi causati da shock macroeconomici esterni è scritto in ogni e qualsiasi libro di testo! Ma come si fa a dire che è una lezione dalla crisi? Ma dove cazzo avete studiato? Per stare al Fmi a prendervi palate di dollari pagando tasse a nessuno verosimilmente dovrete aver preso un dottorato in qualche prestigiosa università statunitense. E non sono stati in grado di dirvi quello che io a Pescara insegno nel corso di economia aziendale?

Siamo sicuri?

È credibile?

No che non lo è!

E infatti il volenteroso membro del Fmi lo confessa apertamente che questa cosa si sa, la si è sempre saputa, ed è sempre stata vera, quando dice che "an old truth re-emerged: adjusting the economy smoothly and quickly is much harder to achieve when the nominal exchange rate is not available to help, such as in currency union members" (traducetelo da voi che io già mi incazzo a leggerlo, figuratevi a tradurlo)!

Ma come "è riemersa"?

Questa vecchia verità è riemersa perché voi l'avete affondata. Il problema non è quello che la crisi ci ha insegnato. Il problema è quello che voi avete voluto dimenticare, e far dimenticare, affinché la disuguaglianza della quale oggi vedete i limiti, perché temete che vi travolga, potesse affermarsi, nell'interesse della forza sociale dominante, alla quale obbedivate.

Ma io non ce l'ho con voi, amici del Fmi, così come non ce l'ho con gli amici tedeschi, per altri versi. Alla fine, voi, come loro, avete eseguito gli ordini. Sì: preferirei che per salvare la vostra onorabilità non spalaste letame sulla scienza che pratico, ma capisco che voi avete comunque fatto il vostro lavoro, quello che vi chiedevano di fare, che eravate pagati per fare, e che avevate scelto, perché vi piaceva, e magari anche perché era pagato bene.

In questo non c'è nulla di male.

La mia riprovazione più profonda andrà sempre a quelli "de sinistra": a quelli la cui missione sarebbe stata tutelare il lavoro, tutelare i deboli, e che invece hanno disappreso prima e meglio di voi quello che prima e meglio di voi avevano appreso, come ho spiegato qui.

I "what-have-we-learned boy" mi indispongono, ma in fondo ci sono sempre stati, e la loro provenienza li rende in qualche modo meno pericolosi: che il Fmi possa essere il novello Robin Hood nessuno dovrebbe aspettarselo, e nemmeno chiederglielo (anche se magari due domande sul perché stia facendo finta di esserlo dovremmo porcele tutti). Gli "uscisti da sinistra" invece sono pericolosi: se qui in Italia ancora non è potuta maturare una coscienza di classe sufficientemente focalizzata sulla natura dei problemi che ci troviamo ad affrontare, questo dipende unicamente dalla loro opera di disinformazione. Sarà solo e soltanto colpa loro se decenni di politiche di destra alla fine gioveranno alla destra, se l'esito della crisi sarà una svolta autoritaria, e se per rimettere in soffitta lo stantio e polveroso principio di indipendenza della banca centrale dovremo passare per il calvario di un conflitto.

Ma questo, se siete qui, lo avete capito da tempo...


(...oggi ho chiuso due cose: [1] con Christian la versione delle simulazioni di uscita da sottoporre a #pirreviù - uno splendore, ma non ve ne parlo oltre, se non per ringraziarvi sempre del vostro sostegno ad a/simmetrie, del quale non dovrete pentirvi, e per dire agli eventuali inglesi o assimilati in ascolto che la presenterò a Manchester in questo convegno - [2] con Marta e Federico il programma del goofy5. Di quest'ultimo posso dirvi le date: 12 e 13 novembre a Montesilvano, e il titolo: "C'è vita fuori dall'euro (?)" La risposta non la so: sto stimando un panel coi GMM, ma le risposte sono ambigue. Forse dovrei controllare per "acoruzzzione", o provare a calcolare gli standard error col bootstrap, o magari prendermi un aereo, andare a Budapest, e vedere se una volta sceso dalla scaletta dell'aereo incontro essere viventi. A proposito: farò anche questo...)