Come avrete notato, in un momento in cui il Parlamento, e quindi la politica, sembra riacquistare una certa centralità, in diretta conseguenza del fatto che la mancanza di una maggioranza definita impedisce di confinarlo a quella funzione meramente notarile, di ratifica degli atti governativi, cui viene dato il rassicurante nome di governabilità, sono partiti sui vari media attacchi tesi a delegittimarlo. Noi politici, si dice, staremmo scaldando la poltrona: ci saremmo guadagnati il primo stipendio senza far nulla, ecc.
Non entro (perché non ho tempo) in tutto quello che ho fatto in questo mese: se vi interessa, farò un post a parte. Non entro nemmeno (per lo stesso motivo) in quanti soldi mi sono entrati in tasca: ricordo solo che il buon Serendippo parlava di un incremento del 600% del mio stipendio (che avrebbe significato, a spanna, arrivare a 20.000 netti al mese). Posso rassicurarlo: siamo molto al di sotto di questo obiettivo. Mi chiedo solo perché chi si preoccupa tanto degli stipendi dei politici non si preoccupi altrettanto di quelli degli eurocrati o dei funzionari di altre organizzazioni sovranazionali, che svolgono funzioni di indirizzo politico senza essere stati eletti da nessuno e senza pagare tasse a nessuno (ogni riferimento a nomine recenti è puramente intenzionale), o di quelli dei consiglieri delle società pubbliche partecipate, o di quelli dei magistrati (gli unici sfuggiti al congelamento delle retribuzioni nel comparto della pubblica amministrazione per il semplice motivo che erano gli unici a poter dare ragione a se stessi in un tribunale, come qui spiega un collega).
Chissà perché questa attenzione (o, se volete, disattenzione) selettiva?
Già, chissà...
In effetti, oltre a tutto il resto, in questi giorni sto anche chiudendo alcuni lavori che ho ereditato dalla mia vita precedente. In uno (veramente, in due, ma nell'altro ho due coautori) mi sto preoccupando del solito problema: dell'impatto sulla nostra produttività di un cambio sbagliato per la nostra economia. L'argomento non è nuovo ai lettori di questo blog. Lo introdussi in un post di quasi cinque anni fa, da cui trassi svariati articoli scientifici: il primo, del 2016, ha avuto l'onore di essere citato da Zingales, il secondo è qui, e il terzo (l'unico ad accesso libero per i non addetti ai lavori - cioè per i non iscritti alle riviste specializzate) è qui. Nel lavoro che sto concludendo modifico leggermente approccio: invece di considerare l'impatto sulla produttività del tasso di cambio, considero quello dello scostamento del cambio dal proprio valore di equilibrio.
Il modello post-Keynesiano si basa sull'idea che la domanda stimoli l'offerta: sono le aspettative di domanda (e non il tasso di interesse) a indurre gli imprenditori a investire (cioè ad acquistare macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto ecc.), ed è il "tiro" della domanda a stimolare la produttività: un'idea vecchia quanto l'economia, visto che come voi sapete (e i miei colleghi, anche quelli che si scoprono il capo ostentando deferenza al nome di Sylos-Labini, non sanno) è stata introdotta in letteratura da Adam Smith. Ora, se il tasso di cambio cresce, normalmente questo deprime la domanda: i prodotti nazionali diventano più cari per gli acquirenti esteri, le esportazioni rallentano, e la produttività ristagna, in un processo di causazione circolare e cumulativa. Tuttavia, può anche capitare che la crescita del cambio sia associata a (o causata da) una crescita della produttività (questa è l'obiezione di Zingales al mio lavoro). Se il cambio sale, ma sale anche la produttività, la competitività di prezzo in linea di principio potrebbe restare invariata: infatti, è vero che per l'acquirente estero, a parità di prezzo nazionale, il bene nazionale costa di più, ma è anche vero che siccome i lavoratori sono diventati più produttivi, il costo del lavoro per unità di prodotto scende (uno stesso salario si "spalma" su più prodotti) e quindi il prezzo del bene nazionale in valuta nazionale può scendere. Può quindi darsi che questa discesa del prezzo in valuta nazionale sul mercato interno compensi l'aumento del prezzo della valuta per l'acquirente estero, dando come risultato un uguale prezzo in valuta estera sui mercati internazionali.
La morale di questa favola (per chi non si è perso: ma siccome a nessuno fa piacere far brutta figura, farete tutti finta di aver capito cosa è successo...) è che più che i movimenti in alto o in basso del cambio, contano gli scostamenti dall'equilibrio. Un paese con forte produttività può essere competitivo anche con un cambio "alto" (o in crescita), e un paese con debole produttività può essere non competitivo anche con un cambio "basso" (o in calo). Ovviamente, nel calcolare gli scostamenti del cambio dall'equilibrio si tiene conto, appunto, del divario fra la produttività del paese e quella dei suoi concorrenti, e di un paio di altre cosucce, come abbiamo visto un paio di anni or sono. Nell'articolo sull'uscita dell'Italia dall'eurozona avevo applicato uno di questi approcci (il BEER) per stimare di quanto si sarebbe apprezzata o deprezzata la nuova valuta italiana in seguito a uno sganciamento dall'euro. Nel frattempo, un gruppo di colleghi francesi che lavora presso il CEPII ha redatto EQCHANGE, un database che riporta le serie degli scostamenti del cambio dal proprio valore di equilibrio per oltre cento paesi, a partire dal 1973. Se vi interessa, potete iscrivervi e scaricarlo.
Qui mi limito a riportare un grafico costruito con due serie estratte dal database:
Nel grafico vedete gli scostamenti del tasso di cambio dal proprio valore di equilibrio per due paesi: Germania e Italia. La linea orizzontale (per gli amici: le ascisse) corrispondono a zero scostamento, cioè a una situazione di equilibrio. Sotto l'equilibrio la valuta è sottovalutata (cioè favorisce indebitamente le esportazioni), sopra è sopravvalutata (e quindi penalizza indebitamente le esportazioni). Com'è andata mi pare si capisca. Secondo queste stime, negli anni '70 l'Italia aveva una valuta piuttosto sottovalutata (intorno al -15%) e la Germania relativamente sopravvalutata (attorno al 5%). L'adesione allo SME nel 1979 ci riporta in equilibrio, e lo SME "credibile" (quello senza periodiche revisioni della parità) ci porta in territorio positivo: una sopravvalutazione cui rimediamo con la svalutazione del 1992. Il resto è piuttosto ovvio: con l'entrata nell'euro, la nostra valuta (appunto: l'euro) diventa progressivamente sempre più forte per noi, toccando punte di sopravvalutazione del 15%, fino alla gigantesca "svalutazionecompetitiva" predisposta da Draghi nel 2014, della quale ora paghiamo le conseguenze (sapete che qui abbiamo previsto l'una e le altre) sotto forma di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La situazione tedesca è quasi speculare. Dico "quasi", perché in effetti per capire come si sono sviluppati i rapporti fra noi e la potenza egemone conviene prendere lo scarto fra le due serie, cioè lo scostamento fra gli scostamenti dall'equilibrio:
Qui si vede meglio cosa sta succedendo. La tendenza "secolare", interrotta dal riallineamento del 1992, è quella di un indebolimento relativo del marco/euro rispetto alla lira. Anche alla fine della storia, quando noi ci troviamo sottovalutati (come si vede nel primo grafico), la Germania è più sottovalutata di noi, e quindi resta "sottoprezzata" per sul mercato italiano. Certo: per la Germania l'euro è debole perché la Germania è forte (in un certo senso che i lettori qui hanno imparato a comprendere). Ma il punto resta! Il fatto che questo grafico, invece di oscillare attorno allo zero, manifesti una tendenza negativa ci dice, di per sé, che un mercato non sta funzionando: quello della valuta, che oggi non funziona... perché non c'è! Ci siamo chiesti mille e una volta perché i "libbbberali" vedano nell'abolizione di un mercato una cosa buona e giusta. Forse perché sono scemotti a libro paga, che di Smith hanno solo sentito il nome in qualche corso di Istituzioni di economia politica di qualche facoltà minore (se pure...). In ogni caso, il punto di fondo è sempre lo stesso, e tale resta: accordi irrazionali non sono benefici per nessuno. E se ne volete una riprova, considerate che Deutsche Bank si è fumata in pochi anni oltre 10 miliardi di aumenti di capitale e non gode di ottima salute.
Anche i ricchi piangono, a quanto pare, soprattutto perché sono poveri.
Quindi, a chi mi chiede se usciremo dall'euro, io continuo a ripetere quello che dissi a un giornalista particolarmente poco piacevole la prima volta che andai in televisione, molti anni fa: questo è un falso problema, perché sarà l'euro a uscire da noi. I numeri per una soluzione politica ad oggi non ci sono, ma stanno diventando sempre più grandi, esattamente come stanno diventando sempre più grandi le cifre necessarie per tenere insieme la baracca. Non ci voleva quel genio di Stiglitz per suggerirci che un giorno i costi supereranno i benefici.
Intanto, godiamoci il seguito della telenovela...
(...ah, fedele allo spirito di questo blog, come vedete, non vi parlo di cronaca, ma una cosa ve la dico: sono umanamente - prima che politicamente - molto contento...)
(...ovviamente questa modifica metodologica, che tiene conto dell'osservazione di Zingales, non altera in nulla i risultati dei precedenti studi: la sopravvalutazione - rispetto all'equilibrio - deprime la dinamica della produttività. Non c'è niente da fare: se una moneta è sbagliata, è sbagliata...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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lunedì 30 aprile 2018
venerdì 29 dicembre 2017
Ad Andrea Mazzalai sul cambio (dei lettori)
Andrea Mazzalai ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgime...":
Intervengo solo perché mi è stato segnalato da alcuni lettori... Non credo che Alberto si riferisce al sottoscritto usando la parola cialtrone ricordo solo che post Trump il dollaro è passato da 1.13 a 1.03 il che mi scuso con i lettori se non si è trattato della parità esatta! Per il resto la verità è figlia del tempo e in un ambiente così complesso come quello valutario dove si transano più di 4 trilioni di dollari al giorno al sottoscritto interessa più il medio o lungo termine come si comporta il dollaro a fronte di shock finanziari e via dicendo Buina giornata Andrea
Postato da Andrea Mazzalai in Goofynomics alle 29 dicembre 2017 09:55
Caro Andrea,
tu sei del mestiere più di me (non scherzo) e quindi questo te lo ricorderai:
e ovviamente dal layout sai riconoscere di chi è. Mi ci gioco una, anzi, due palle (di biliardo) che ricordi anche questo:
del quale altresì ricorderai l'autore. Ma prima ancora, almeno tu (a differenza di qualche mio e tuo lettore diversamente acuto), ricorderai questo famoso grafico:
Inutile dire che chiunque abbia come noi interesse alle vicende monetarie, anziché a rompere i coglioni, può con una immediata ricerca trovare, che so, questo, e tanto altro.
Insomma: come noi sappiamo, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Non ho idea del perché i miei lettori ti abbiano chiamato in causa. Può essere che anche tu abbia emesso in un qualche periodo uno scenario nel quale vedevi ulteriori indebolimenti dell'euro, o magari la sua parità col dollaro? Mi sembra che uno dei miei collaboratori me ne abbia parlato verso l'inizio di quest'anno. Non ho avuto tempo di approfondire, e nemmeno di chiedergli come abbia gestito i suoi dollari. Io, se avessi dei soldi, li affiderei a te. Tuttavia, come il mio risicato staff sa, quando mi venne fatto vedere questo grafico fui piuttosto scettico. In effetti, ora siamo a 1.2, non a 1, e quindi ho avuto ragione.
Ci possono essere mille e una ragione per prevedere un indebolimento o un rafforzamento di un valuta, e in assenza di un orizzonte temporale specifico queste previsioni possono sempre essere dichiarate corrette o sbagliate. Anch'io, come te, mi occupo più di medio che di breve periodo, il che mi costringe ad aspettare un po' prima di vedere se le cose sono andate come pensavo dovessero andare. L'atteggiamento scientifico è sempre quello di analizzare gli errori, cosa più immediata se il modello di riferimento è formale (matematico) anziché concettuale (e anche questo lo sappiamo). Le previsioni di Goldman Sachs non solo sono sbagliate, ma rivelano anche un profondo non capire un cazzo di un cazzo di come stanno le cose (a mio sommesso avviso) e questo per un motivo molto semplice: perché se già con un cambio a 1.2 abbiamo le tensioni che abbiamo (surplus estero dell'Eurozona - cioè della Germania - alle stelle, tensioni intrazona determinate dall'insofferenza tedesca verso i bassi tassi che mandano in sofferenza il loro sistema bancario, ecc.: le cose che tu sai e che i cretini farebbero meglio a ripassare, anziché metter zizzania), con un cambio a 1 avrem(m)o (avuto) molte ma molte più tensioni (scegli quali parentesi mettere o togliere).
Lo scenario di Goldman era, io credo, uno scenario politico. Un misto di wishful thinking, probabilmente connesso in modi che non riesco compiutamente ad analizzare all'idea che Trump non ce l'avrebbe fatta. Se ci andiamo proprio con l'accetta, e per semplificare diciamo che Hillary sarebbe stata il presidente di Wall Street (la comunità finanziaria cui il dollaro forte fa comodo perché rafforza la credibilità del sistema e attrae investimenti finanziari esteri), mentre Trump quello di Main Street (l'economia reale, cui un dollaro debole fa comodo per rilanciare le esportazioni), possiamo in effetti leggere la previsione errata di G&S come un pio desiderio.
Ma i sogni non si avverano, soprattutto quando di mezzo c'è l'Europa. Gli Usa hanno, nei fatti, scelto un diverso percorso di sviluppo. Dopo il deterioramento dei conti esteri subito a causa della svalutazione dell'euro:
(lo si vede bene qui dal 2014 al 2016) hanno deciso di concedersi il sottile piacere di rendere la pariglia. L'amore non è bello se non è litigarello.
Come finirà non lo so, ma so che lo vedremo. Molto probabilmente, non finirà. Non esiste, secondo me, un mondo in cui un paese con un surplus di 400 miliardi di dollari possa svalutare moltissimo, soprattutto se un paese più cazzuto di lui ha bisogno di riprendere a crescere sul serio prima che sia troppo tardi (ed è già troppo tardi: tu lo sai meglio di me). Questo dilemma si può risolvere in due modi: o si rinuncia alla quotazione (cioè il cambio non va a 1) o si rinuncia al paese (cioè l'eurozona esplode). Resta inteso che questa valutazione molto schematica è venduta as is, ovvero rebus sic stantibus. Esistono mille e uno elementi più o meno utopistici che potrebbero compensare le tensioni create da un cambio totalmente disallineato rispetto ai fondamentali del paese egemone: quest'ultimo potrebbe decidere di sostenere gli altri paesi membri (#DAR), oppure una vigorosa (#DAR) crescita proveniente dal resto del mondo potrebbe dare ossigeno a tutti (ma ne darebbe sempre di più a chi ha la testa fuori dall'acqua), oppure 6 miliardi di esseri umani potrebbero impazzire e cominciare a considerare la valuta un bene di Giffen... la fantasia è l'unica cosa, ma proprio l'unica, che non deve avere confini!
Però, allo stato attuale, mi viene da dire che se alla GS avessero letto gli stessi libri di macroeconomia che ho letto io... avrebbero fatto le stesse previsioni ridicole che hanno fatto loro, perché le loro non erano previsioni: erano un programma politico!
Eh già: loro possono permetterselo!
Noi no.
C'è però un lusso che possiamo permetterci, e io me lo permetto subito: quando qualche poraccio che non gioca nel nostro campionato viene a dirmi cosa tizio o caio hanno detto di me, io lo blocco subito. Posso farlo perché a me un lettore in meno non toglie nulla, anzi! Soprattutto se è di questa risma, eliminarlo mi restituisce il bene più prezioso: quel famoso tempo dal quale io e te aspettiamo la verità (e qualche soddisfazione l'abbiamo avuta).
Ora torno al post dove ho trovato il tuo commento e filtro al trash chi semina zizzania. Tu fai come vuoi: non avresti avuto bisogno di precisare, e non ce lo avrei avuto nemmeno io, visto che ci conosciamo e ci stimiamo. Tuttavia, visto che siamo seguiti da una minoranza di persone intelligenti (Cipolla rules), ho pensato che a loro questo scambio, che poi, in effetti, è un backstage nella monnezza che quotidianamente ci tocca leggere, sarebbe stato utile.
Ti mando un forte abbraccio e un sincero augurio di buon 2018. Come forse ti ho detto, le mie vicende personali non mi portano più dalle tue parti. Spero però di creare io un'occasione di incontro e di scambio di idee, magari qui a Roma, magari in a/simmetrie.
Auguri!
Alberto
P.s.: eh, in effetti no: non mi rivolgevo a te. Come tu sai, e i segati non sanno, il mio obiettivo era un altro, leggermente più grosso (sparo a quelli grossi perché ho una cattiva mira e mi spiace non colpire il bersaglio...).
Intervengo solo perché mi è stato segnalato da alcuni lettori... Non credo che Alberto si riferisce al sottoscritto usando la parola cialtrone ricordo solo che post Trump il dollaro è passato da 1.13 a 1.03 il che mi scuso con i lettori se non si è trattato della parità esatta! Per il resto la verità è figlia del tempo e in un ambiente così complesso come quello valutario dove si transano più di 4 trilioni di dollari al giorno al sottoscritto interessa più il medio o lungo termine come si comporta il dollaro a fronte di shock finanziari e via dicendo Buina giornata Andrea
Postato da Andrea Mazzalai in Goofynomics alle 29 dicembre 2017 09:55
Caro Andrea,
tu sei del mestiere più di me (non scherzo) e quindi questo te lo ricorderai:
e ovviamente dal layout sai riconoscere di chi è. Mi ci gioco una, anzi, due palle (di biliardo) che ricordi anche questo:
del quale altresì ricorderai l'autore. Ma prima ancora, almeno tu (a differenza di qualche mio e tuo lettore diversamente acuto), ricorderai questo famoso grafico:
Inutile dire che chiunque abbia come noi interesse alle vicende monetarie, anziché a rompere i coglioni, può con una immediata ricerca trovare, che so, questo, e tanto altro.
Insomma: come noi sappiamo, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Non ho idea del perché i miei lettori ti abbiano chiamato in causa. Può essere che anche tu abbia emesso in un qualche periodo uno scenario nel quale vedevi ulteriori indebolimenti dell'euro, o magari la sua parità col dollaro? Mi sembra che uno dei miei collaboratori me ne abbia parlato verso l'inizio di quest'anno. Non ho avuto tempo di approfondire, e nemmeno di chiedergli come abbia gestito i suoi dollari. Io, se avessi dei soldi, li affiderei a te. Tuttavia, come il mio risicato staff sa, quando mi venne fatto vedere questo grafico fui piuttosto scettico. In effetti, ora siamo a 1.2, non a 1, e quindi ho avuto ragione.
Ci possono essere mille e una ragione per prevedere un indebolimento o un rafforzamento di un valuta, e in assenza di un orizzonte temporale specifico queste previsioni possono sempre essere dichiarate corrette o sbagliate. Anch'io, come te, mi occupo più di medio che di breve periodo, il che mi costringe ad aspettare un po' prima di vedere se le cose sono andate come pensavo dovessero andare. L'atteggiamento scientifico è sempre quello di analizzare gli errori, cosa più immediata se il modello di riferimento è formale (matematico) anziché concettuale (e anche questo lo sappiamo). Le previsioni di Goldman Sachs non solo sono sbagliate, ma rivelano anche un profondo non capire un cazzo di un cazzo di come stanno le cose (a mio sommesso avviso) e questo per un motivo molto semplice: perché se già con un cambio a 1.2 abbiamo le tensioni che abbiamo (surplus estero dell'Eurozona - cioè della Germania - alle stelle, tensioni intrazona determinate dall'insofferenza tedesca verso i bassi tassi che mandano in sofferenza il loro sistema bancario, ecc.: le cose che tu sai e che i cretini farebbero meglio a ripassare, anziché metter zizzania), con un cambio a 1 avrem(m)o (avuto) molte ma molte più tensioni (scegli quali parentesi mettere o togliere).
Lo scenario di Goldman era, io credo, uno scenario politico. Un misto di wishful thinking, probabilmente connesso in modi che non riesco compiutamente ad analizzare all'idea che Trump non ce l'avrebbe fatta. Se ci andiamo proprio con l'accetta, e per semplificare diciamo che Hillary sarebbe stata il presidente di Wall Street (la comunità finanziaria cui il dollaro forte fa comodo perché rafforza la credibilità del sistema e attrae investimenti finanziari esteri), mentre Trump quello di Main Street (l'economia reale, cui un dollaro debole fa comodo per rilanciare le esportazioni), possiamo in effetti leggere la previsione errata di G&S come un pio desiderio.
Ma i sogni non si avverano, soprattutto quando di mezzo c'è l'Europa. Gli Usa hanno, nei fatti, scelto un diverso percorso di sviluppo. Dopo il deterioramento dei conti esteri subito a causa della svalutazione dell'euro:
(lo si vede bene qui dal 2014 al 2016) hanno deciso di concedersi il sottile piacere di rendere la pariglia. L'amore non è bello se non è litigarello.
Come finirà non lo so, ma so che lo vedremo. Molto probabilmente, non finirà. Non esiste, secondo me, un mondo in cui un paese con un surplus di 400 miliardi di dollari possa svalutare moltissimo, soprattutto se un paese più cazzuto di lui ha bisogno di riprendere a crescere sul serio prima che sia troppo tardi (ed è già troppo tardi: tu lo sai meglio di me). Questo dilemma si può risolvere in due modi: o si rinuncia alla quotazione (cioè il cambio non va a 1) o si rinuncia al paese (cioè l'eurozona esplode). Resta inteso che questa valutazione molto schematica è venduta as is, ovvero rebus sic stantibus. Esistono mille e uno elementi più o meno utopistici che potrebbero compensare le tensioni create da un cambio totalmente disallineato rispetto ai fondamentali del paese egemone: quest'ultimo potrebbe decidere di sostenere gli altri paesi membri (#DAR), oppure una vigorosa (#DAR) crescita proveniente dal resto del mondo potrebbe dare ossigeno a tutti (ma ne darebbe sempre di più a chi ha la testa fuori dall'acqua), oppure 6 miliardi di esseri umani potrebbero impazzire e cominciare a considerare la valuta un bene di Giffen... la fantasia è l'unica cosa, ma proprio l'unica, che non deve avere confini!
Però, allo stato attuale, mi viene da dire che se alla GS avessero letto gli stessi libri di macroeconomia che ho letto io... avrebbero fatto le stesse previsioni ridicole che hanno fatto loro, perché le loro non erano previsioni: erano un programma politico!
Eh già: loro possono permetterselo!
Noi no.
C'è però un lusso che possiamo permetterci, e io me lo permetto subito: quando qualche poraccio che non gioca nel nostro campionato viene a dirmi cosa tizio o caio hanno detto di me, io lo blocco subito. Posso farlo perché a me un lettore in meno non toglie nulla, anzi! Soprattutto se è di questa risma, eliminarlo mi restituisce il bene più prezioso: quel famoso tempo dal quale io e te aspettiamo la verità (e qualche soddisfazione l'abbiamo avuta).
Ora torno al post dove ho trovato il tuo commento e filtro al trash chi semina zizzania. Tu fai come vuoi: non avresti avuto bisogno di precisare, e non ce lo avrei avuto nemmeno io, visto che ci conosciamo e ci stimiamo. Tuttavia, visto che siamo seguiti da una minoranza di persone intelligenti (Cipolla rules), ho pensato che a loro questo scambio, che poi, in effetti, è un backstage nella monnezza che quotidianamente ci tocca leggere, sarebbe stato utile.
Ti mando un forte abbraccio e un sincero augurio di buon 2018. Come forse ti ho detto, le mie vicende personali non mi portano più dalle tue parti. Spero però di creare io un'occasione di incontro e di scambio di idee, magari qui a Roma, magari in a/simmetrie.
Auguri!
Alberto
P.s.: eh, in effetti no: non mi rivolgevo a te. Come tu sai, e i segati non sanno, il mio obiettivo era un altro, leggermente più grosso (sparo a quelli grossi perché ho una cattiva mira e mi spiace non colpire il bersaglio...).
giovedì 28 dicembre 2017
L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgimento.
(...lasciamo perdere gli invasati che "tu non ami li piccini": lo spettacolo di una torma di sottoproletari che tifa per i propri carnefici è istruttivo, ma anche ributtante. Forse è il caso di tornare ad occuparci di struttura economica, anche se in questo caso lo spettacolo, proprio perché intellettualmente appagante, rischia di essere molto più noioso, almeno per me. Ma so che voi vi divertite così...)
Sapete bene che una delle mie principali critiche all'attuale assetto europeo è che l'alleanza con la Germania da esso determinata ci spinge fatalmente a combattere una guerra economica contro gli Stati Uniti, un paese che sarebbe meglio non avere come avversario. Questo a voi è noto perché ne parlavo nel Tramonto dell'euro. Mi riferisco, fra gli altri, al passo che inizia a p. 373 della prima edizione:
Da allora, questo scenario è stato sostanzialmente confermato. Le tensioni fra Stati Uniti e Germania sono andate crescendo, come abbiamo più volte commentato in questo blog, e questo per motivi assolutamente oggettivi. Ci aiuta a capirli (o quanto meno a seguirne la scansione temporale) questo disegnino:
Si tratta, come molti di voi vedono immediatamente, del tasso di cambio euro/dollaro (in notazione certo per incerto: quanti dollari compri con un euro; una diminuzione del cambio implica una svalutazione dell'euro, cioè il fatto che con lo stesso euro compri meno dollari, che ovviamente equivale a una rivalutazione del dollaro).
Nel grafico vedete due puntini rossi. Il primo è in data 19 maggio 2014, corrispondente al giorno in cui scrissi che l'Italia correva un maggior rischio di drastica svalutazione sotto l'euro che in caso di ipotetico ritorno alla lira, per il semplice motivo che se l'euro non si fosse pesantemente svalutato l'eurozona sarebbe andata in frantumi (dato che un cambio vicino al valore di equilibrio per la Germania penalizzava fortemente - in quanto troppo alto - i paesi del Sud, che quindi alla lunga sarebbero stati costretti dalla recessione a uscire). Ovviamente per noi la svalutazione sotto l'euro (cioè la svalutazione dell'euro) sarebbe stata maggiore di quella stimata in caso di ritorno alla lira, per il semplice fatto che nel primo caso ci saremmo dovuti far carico non solo e non tanto della nostra "debolezza", quanto della fragilità finanziaria ed economica di paesi come la Grecia e il Portogallo. Insomma: mentre in caso di uscita la valuta italiana sarebbe tornata a un valore di equilibrio compatibile con l'economia italiana (cioè con la seconda potenza manifatturiera dell'Eurozona), in caso di permanenza l'euro sarebbe dovuto scendere a un valore vicino a quello di equilibrio per il paese più a rischio geopolitico di uscita, la Grecia (messa decisamente peggio di noi).
Il grafico mostra che quanto annunciavo si è puntualmente verificato, con una svalutazione della nostra valuta nazionale pari a circa il 30%, e con le conseguenze che avevo previsto: nessun incremento dell'inflazione (che secondo gli imbecilli, molti dei quali ancora in giro, sarebbe dovuta aumentare del 30%, cosa che questo nostro studio, in compagna di infiniti altri, smentiva), e nessun particolare beneficio addizionale al saldo delle partite correnti, per i motivi chiariti in questo policy brief (poi pubblicato qui).
Il secondo puntino rosso è in data 26 ottobre 2016, quando, prima dell'elezione di Trump, vi suggerivo che eravamo di fronte a un "Nixon moment": ovvero, all'elezione di un presidente repubblicano che avrebbe indebolito il cambio del dollaro per porre rimedio a una situazione di debolezza strutturale dei conti esteri, in questo caso esacerbata dalla svalutazione competitiva praticata dalla Germania, per interposta Bce, non tanto per promuovere il proprio surplus commerciale, quanto, come specificato sopra, per tenere insieme i cocci del giocattolo "Eurozona". Purtroppo, un cambio vicino ai fondamentali dei paesi deboli (tale cioè da aiutarli a sopravvivere), è per forza di cose lontano dai fondamentali del paese forte (e in quanto tale lo avvantaggia indebitamente, costituisce un autentico dumping valutario).
Anche questa previsione si è sostanzialmente avverata. Dopo una prima fase di ulteriore cedimento, l'euro si è rafforzato (cioè il dollaro indebolito), recuperando circa metà della svalutazione avvenuta tre anni prima. I cialtroni, nel 2016, parlavano di un dollaro a parità con l'euro. Ora è a 1.2.
La fine del QE, e quindi il rialzo dei tassi europei, del quale la Germania ha bisogno, richiamerà capitali nell'eurozona spingendo al rialzo il tasso di cambio dell'euro (cioè ulteriormente al ribasso quello degli Usa), cosa della quale la Germania ha bisogno per non litigare con gli Usa, ma... non ha bisogno se vuole tenere insieme i cocci (cioè se non vuole generare tensioni economiche politicamente insostenibili nei paesi periferici).
Tutto non si può avere, e chi vuole tutto, spesso, non ottiene nulla. La Germania, in particolare, ogni tanto viene riportata dalla storia alla casella di partenza: il gioco dell'oca al passo dell'oca.
Queste sono le logiche sulle quali i nostro governanti dovrebbero riflettere e farci riflettere, perché da queste dipende anche la nostra possibilità di ridiventare attori politici ed economici importanti, e quindi, fra l'altro, di articolare una politica efficace nei riguardi dei paesi in via di sviluppo. Invece, i nostro politici preferiscono promuovere una riflessione totalmente fake sul dramma del povero piccino che non potrà giocare nella nostra nazionale. Questo ci dice una sola cosa: che negli Stati Uniti non si è ancora delineata una linea strategica nei riguardi dell'Eurozona (pur nella consapevolezza che il gioco non durerà), o che, se una linea sta prevalendo, è quella che vuole l'Europa balcanizzata dalle conseguenze distruttive di un accordo monetario infelice, voluto dai governanti locali per le sue conseguenze di classe (schiacciamento dei salari), e da quelli esteri per le sue conseguenze geopolitiche (indebolimento degli stati europei). Se andate a leggere le biografie di chi vi distrae con dibattiti di piccolo momento, vedrete come queste siano radicate in certi ambienti statunitensi: quelli che verosimilmente sognano un'Europa balcanizzata, da usare come "ammortizzatore sociale globale" per i costi finanziari e umani delle guerre a bassa ed alta intensità scatenate dagli Stati Uniti in giro per il mondo, in ossequio a un principio vecchio quanto noi: divide et impera. Il partigiano Joe è il loro volto presentabile, e poi ci sono i volti meno presentabili, e quelli che non vedremo mai.
Noi, intanto, avremo avuto la soddisfazione di aver fatto due previsioni giuste. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'economia (che è una scienza, tranne quando chi la pratica è pagato per sputtanarla).
Sapete bene che una delle mie principali critiche all'attuale assetto europeo è che l'alleanza con la Germania da esso determinata ci spinge fatalmente a combattere una guerra economica contro gli Stati Uniti, un paese che sarebbe meglio non avere come avversario. Questo a voi è noto perché ne parlavo nel Tramonto dell'euro. Mi riferisco, fra gli altri, al passo che inizia a p. 373 della prima edizione:
Da allora, questo scenario è stato sostanzialmente confermato. Le tensioni fra Stati Uniti e Germania sono andate crescendo, come abbiamo più volte commentato in questo blog, e questo per motivi assolutamente oggettivi. Ci aiuta a capirli (o quanto meno a seguirne la scansione temporale) questo disegnino:
Si tratta, come molti di voi vedono immediatamente, del tasso di cambio euro/dollaro (in notazione certo per incerto: quanti dollari compri con un euro; una diminuzione del cambio implica una svalutazione dell'euro, cioè il fatto che con lo stesso euro compri meno dollari, che ovviamente equivale a una rivalutazione del dollaro).
Nel grafico vedete due puntini rossi. Il primo è in data 19 maggio 2014, corrispondente al giorno in cui scrissi che l'Italia correva un maggior rischio di drastica svalutazione sotto l'euro che in caso di ipotetico ritorno alla lira, per il semplice motivo che se l'euro non si fosse pesantemente svalutato l'eurozona sarebbe andata in frantumi (dato che un cambio vicino al valore di equilibrio per la Germania penalizzava fortemente - in quanto troppo alto - i paesi del Sud, che quindi alla lunga sarebbero stati costretti dalla recessione a uscire). Ovviamente per noi la svalutazione sotto l'euro (cioè la svalutazione dell'euro) sarebbe stata maggiore di quella stimata in caso di ritorno alla lira, per il semplice fatto che nel primo caso ci saremmo dovuti far carico non solo e non tanto della nostra "debolezza", quanto della fragilità finanziaria ed economica di paesi come la Grecia e il Portogallo. Insomma: mentre in caso di uscita la valuta italiana sarebbe tornata a un valore di equilibrio compatibile con l'economia italiana (cioè con la seconda potenza manifatturiera dell'Eurozona), in caso di permanenza l'euro sarebbe dovuto scendere a un valore vicino a quello di equilibrio per il paese più a rischio geopolitico di uscita, la Grecia (messa decisamente peggio di noi).
Il grafico mostra che quanto annunciavo si è puntualmente verificato, con una svalutazione della nostra valuta nazionale pari a circa il 30%, e con le conseguenze che avevo previsto: nessun incremento dell'inflazione (che secondo gli imbecilli, molti dei quali ancora in giro, sarebbe dovuta aumentare del 30%, cosa che questo nostro studio, in compagna di infiniti altri, smentiva), e nessun particolare beneficio addizionale al saldo delle partite correnti, per i motivi chiariti in questo policy brief (poi pubblicato qui).
Il secondo puntino rosso è in data 26 ottobre 2016, quando, prima dell'elezione di Trump, vi suggerivo che eravamo di fronte a un "Nixon moment": ovvero, all'elezione di un presidente repubblicano che avrebbe indebolito il cambio del dollaro per porre rimedio a una situazione di debolezza strutturale dei conti esteri, in questo caso esacerbata dalla svalutazione competitiva praticata dalla Germania, per interposta Bce, non tanto per promuovere il proprio surplus commerciale, quanto, come specificato sopra, per tenere insieme i cocci del giocattolo "Eurozona". Purtroppo, un cambio vicino ai fondamentali dei paesi deboli (tale cioè da aiutarli a sopravvivere), è per forza di cose lontano dai fondamentali del paese forte (e in quanto tale lo avvantaggia indebitamente, costituisce un autentico dumping valutario).
Anche questa previsione si è sostanzialmente avverata. Dopo una prima fase di ulteriore cedimento, l'euro si è rafforzato (cioè il dollaro indebolito), recuperando circa metà della svalutazione avvenuta tre anni prima. I cialtroni, nel 2016, parlavano di un dollaro a parità con l'euro. Ora è a 1.2.
La fine del QE, e quindi il rialzo dei tassi europei, del quale la Germania ha bisogno, richiamerà capitali nell'eurozona spingendo al rialzo il tasso di cambio dell'euro (cioè ulteriormente al ribasso quello degli Usa), cosa della quale la Germania ha bisogno per non litigare con gli Usa, ma... non ha bisogno se vuole tenere insieme i cocci (cioè se non vuole generare tensioni economiche politicamente insostenibili nei paesi periferici).
Tutto non si può avere, e chi vuole tutto, spesso, non ottiene nulla. La Germania, in particolare, ogni tanto viene riportata dalla storia alla casella di partenza: il gioco dell'oca al passo dell'oca.
Queste sono le logiche sulle quali i nostro governanti dovrebbero riflettere e farci riflettere, perché da queste dipende anche la nostra possibilità di ridiventare attori politici ed economici importanti, e quindi, fra l'altro, di articolare una politica efficace nei riguardi dei paesi in via di sviluppo. Invece, i nostro politici preferiscono promuovere una riflessione totalmente fake sul dramma del povero piccino che non potrà giocare nella nostra nazionale. Questo ci dice una sola cosa: che negli Stati Uniti non si è ancora delineata una linea strategica nei riguardi dell'Eurozona (pur nella consapevolezza che il gioco non durerà), o che, se una linea sta prevalendo, è quella che vuole l'Europa balcanizzata dalle conseguenze distruttive di un accordo monetario infelice, voluto dai governanti locali per le sue conseguenze di classe (schiacciamento dei salari), e da quelli esteri per le sue conseguenze geopolitiche (indebolimento degli stati europei). Se andate a leggere le biografie di chi vi distrae con dibattiti di piccolo momento, vedrete come queste siano radicate in certi ambienti statunitensi: quelli che verosimilmente sognano un'Europa balcanizzata, da usare come "ammortizzatore sociale globale" per i costi finanziari e umani delle guerre a bassa ed alta intensità scatenate dagli Stati Uniti in giro per il mondo, in ossequio a un principio vecchio quanto noi: divide et impera. Il partigiano Joe è il loro volto presentabile, e poi ci sono i volti meno presentabili, e quelli che non vedremo mai.
Noi, intanto, avremo avuto la soddisfazione di aver fatto due previsioni giuste. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'economia (che è una scienza, tranne quando chi la pratica è pagato per sputtanarla).
domenica 29 ottobre 2017
Della Vedova e le esportazioni (Treccani #1)
(...esaurita una serie di impegni più importanti, torno a occuparmi di un evento che ha suscitato in alcuni di voi una reazione emotiva tanto forte quanto ingiustificata. Le tesi sostenute da certi relatori durante il convegno de cujus non meritano tanto astio, ma solo una risata, o al massimo un'alzata di spalle, per quanto sono vetuste e apodittiche. Tuttavia, dato che certe cose sono state dette in una istituzione che si propone come scientifica, mi corre l'obbligo, da membro della comunità scientifica, di rettificare qui le più rilevanti imprecisioni. Lo faccio costruttivamente, da italiano che crede nel proprio paese e da cittadino dotato di senso civico, anche allo scopo di marcare la distanza dai politici ostili al proprio paese e scevri da senso di responsabilità. Della Vedova è il primo della mia personale shortlist...)
"...tu vai sul territorio e vedi che dal vino al formaggio ai macchinari sofisticati ai robot del distretto di Pisa un problema di euro sull'export, che sta crescendo al passo tedesco... In una cosa abbiamo tenuto il passo tedesco nel periodo della crisi: le esportazioni, in euro! Sia nell'area euro, che sono cresciute, sia fuori. Quindi, che all'Italia siano venuti danni, nel core business dell'export, su cui credo che questi governi abbiano investito con politiche importanti, io credo che non è così...".
(al minuto 2:20:35, anacoluti e congiuntivi del relatore).
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale che, come le precedenti e le successive (finché starà in piedi il carrozzone di Bruxelles), farà "tremare l'Europa" (come dicono i gazzettieri), perché verterà, inevitabilmente, sull'Europa (nonostante i tentativi dei politici e dei gazzettieri di divertere l'attenzione del pubblico). Faccio questa premessa perché sto per darvi plastica rappresentazione di come i politici siano informati sull'Europa e sulle sue conseguenze: da qui capiremo quale potrà essere la qualità del dibattito che ci attende.
Altra premessa essenziale: do per scontato che vi rendiate conto di come la provenienza di Della Vedova da un partito fortemente filo-atlantico (i radicali) lo induca a difendere a spada tratta il più ambizioso progetto dell'imperialismo liberista USA: l'Unione Europea. Insomma: cosa Della Vedova voglia non è poi un mistero, né deve esserlo. Dato che lui è un politico, direi che il fatto che ciò che desidera sia noto mi sembra il requisito minimo perché chi lo voti sappia se i propri interessi saranno rappresentati! Against this backdrop, ci possono essere modi più o meno disinformati di difendere le proprie opinioni. Chi è affezionato a un minimo di onestà intellettuale dovrebbe chiedere ai politici, e in particolare ai propri politici, quello che abbiamo rinunciato a chiedere ai giornalisti, ovvero di esercitare sì il diritto alla propria opinione, ma senza arrogarsi il diritto ai propri dati. Questo sarebbe doveroso sempre, ma tanto più in dibattiti condotti in sedi scientifiche, perché in caso contrario si riverberebbe su queste ultime il discredito che affermazioni infondate necessariamente emettono.
L'imbarbarimento del dibattito italiano, dovuto in primo luogo alla scarsa deontologia professionale dei giornalisti (come qui mille volte abbiamo rimarcato), ha fatto delle importanti vittime collaterali, fra cui spiccano prestigiose istituzioni scientifiche, spesso onuste di tradizioni secolari, che sono scadute a livelli di una bassezza sinceramente inimmaginabile. Cito, come esempio eloquente (ab uno disce omnes), queste slides ospitate non si sa bene perché sul sito dell'Accademia dei Lincei, delle quali vi evidenzio in particolare la quindicesima (non che le altre siano molto migliori...):
Ditemi voi se è possibile che un uomo di scienza possa citare le copertine di un giornale in evidente conflitto di interessi come fonte autorevole per la valutazione del merito delle politiche di un governo nazionale! E questo, notate bene, commettendo un discreto falso storico, dal momento che, come ben sappiamo (e come era visibile già alla data in cui queste sorprendenti slides vennero pubblicate), le politiche di Monti non hanno risanato le finanze italiane, anzi!
Incrementando di più di un punto di Pil il surplus primario (barre arancioni), in presenza di un rapporto debito/Pil superiore al 100% (con le conseguenze esposte qui) e di un moltiplicatore largamente superiore a uno (come ormai la letteratura scientifica concordemente riconosce, e come qualsiasi economista non pre-keynesiano avrebbe tranquillamente detto anche prima), Monti ha peggiorato la situazione del debito pubblico italiano (linea nera), portandolo oltre il 130%, per cui, come tutti sanno e come molti hanno detto da subito, il calo dello spread non ha nulla a che vedere con il "risanamento fiscale italiano" (come suggerisce con un'impudenza che lascia esterrefatti, soprattutto per la sede in cui è riposta, il titolo della slide), ma dipende esclusivamente dal whatever it takes di Draghi.
Ecco: i Lincei li abbiamo persi. Proviamo a difendere la Treccani, che ha una storia meno lunga, e un ruolo più importante, in quanto istituzione con una missione divulgativa, nel formare la coscienza civile del paese. A questo scopo, qui mostrerò quale sia il fondamento fattuale e teorico dell'affermazione che l'on. Della Vedova, senza possibilità alcuna di verifica e di contraddittorio, ha profferito nel dibattito: quella secondo cui non ci sarebbe un problema di euro sull'export.
Parto dai dati: non da quelli cui l'on. Della Vedova crede di aver diritto, ma da quelli che le fonti statistiche ufficili riportano, cominciando dalla bislacca asserzione secondo cui non esiste un problema di euro perché le esportazioni stanno crescendo a ritmi tedeschi dall'inizio della crisi. I dati Eurostat in milioni di euro a valori concatenati, prezzi 2010, sono questi:
(li trovate qui), e diciamo che a prima vista non raccontano esattamente la storia che abbiamo sentito dalla bocca di Della Vedova. Tuttavia, noi siamo intellettualmente onesti, e quindi, a differenza dei faciloni di destra e di sinistra, sappiamo che quando si parla della dinamica di un fenomeno occorre esaminarne le tendenze in scala logaritmica (il motivo venne spiegato qui, parlando dell'onestà intellettuale dei "marziani"). In sintesi: se si usa una scala logaritmica, le pendenze di due spezzate sono direttamente confrontabili. Mentre in scala naturale un aumento di una unità è un aumento del 10% se si parte da 10 o dell'1% se si parte da 100, in scala logaritmica un aumento di 0.01 è sempre un aumento dell'1%, indipendentemente dal punto di partenza.
E allora vediamo i dati in scala logaritmica: non è perché i nostri interlocutori sono superficiali che dobbiamo esserlo anche noi!
Qui si vede bene che dal 1997 a oggi il divario livello delle esportazioni tedesche e italiane è aumentato, il che, in scala logaritmica, implica che le prime siano cresciute a un tasso superiore alle seconde. Ma Della Vedova si riferiva al periodo post-crisi, e ai tassi di crescita. E allora vediamo i tassi di crescita, e calcoliamo qualche media:
E qui l'occhio esperto qualche problemino lo afferra: sì, le spezzate dei due tassi di crescita si muovono abbastanza in fase (per forza: sia la Germania che l'Italia dipendono, per il loro commercio, dalla congiuntura mondiale), ma la linea rossa, che saremmo noi, sta sempre un po' sotto alla linea blu, che sarebbero loro. Se andiamo a calcolare la crescita media mensile dell'export "nel periodo della crisi" (ipse dixit) troviamo questi risultati, a seconda di dove vogliamo far iniziare la crisi:
Se partiamo dal trimestre dopo Lehman, vediamo che la crescita delle esportazioni tedesche è stata dello 0.72% contro lo 0.39% per quelle italiane. Se partiamo dall'arrivo di Monti liberatore, cioè, per capirci, dalla cosiddetta crisi dei debiti sovrani, il divario è più contenuto, ma sempre a svantaggio dell'Italia. Quindi, l'affermazione secondo cui nel periodo della crisi le nostre esportazioni abbiano marciato al passo dell'oca è smentita dai dati.
Ora, bisognerebbe approfondire un altro pezzo del "ragionamento" dell'on. Della Vedova, quello secondo cui "io credo che non è che al core business dell'export sono venuti danni dall'euro" (Gianni Minà non avrebbe saputo dir meglio). Il modo più ovvio per analizzare questa bislacca asserzione (poi vi chiarirò perché è bislacca) è quello che usiamo spesso: allargare lo zoom. Per farlo, però, non possiamo servirci di Eurostat, che non ci dà tutti i dati. Conviene usare il World Economic Outlook database del Fmi, che trovate al solito posto, e che vi fornisce il tasso di crescita delle esportazioni di beni e servizi in volume per tutti i paesi registrati al Fmi. I dati che interessano noi sono qui:
Un occhio minimamente allenato, o minimamente non accecato dall'ideologia di odio verso l'Italia che va sotto il curioso nome di europeismo, dovrebbe vedere subito una cosa: mentre prima del 1996 le esportazioni italiane (riga rossa) erano qualche volta sopra e qualche volta sotto quelle tedesche (linea blu) dal 1997 in poi l'Italia diventa sottona: non c'è più un singolo anno nel quale il tasso di crescita del suo export superi quello dell'export tedesco. Cosa sia successo nel 1997 lo sapete e ne abbiamo parlato ad esempio qui, e l'argomento ci ha aperto uno squarcio sull'abisso di ignoranza della classe politica che ha gestito l'ingresso nell'euro (qui e qui): nel 1997 siamo entrati nell'euro de facto (de jure ci saremmo entrati nel 1999).
Ma naturalmente l'euro non c'entra, dice Della Vedova. Solo che siccome un problema c'è, forse, oltre a negare una causa concomitante, sarebbe opportuno che un politico desse una spiegazione alternativa, in modo da permetterci di valutare dove stia indirizzando i propri sforzi, e se quella sia la direzione giusta... Cosa altro può essere successo, nel 1997, di così disastroso per la nostra economia? Siamo diventati tutti corrotti? Improvvisamente è emersa la Cina dal Mar Giallo? Abbiamo perso il treno della rivoluzione digitale, che passava solo il primo gennaio 1997? Altra scemenza a piacere? Qualche argomento bisognerebbe portarlo, altrimenti... altrimenti si rischia di sembrare incompetenti!
E allora, grazie alle IFS del FMI, allarghiamo ancora lo zoom, perché sia chiara la dimensione del disastro che i nostri politici negano, non riuscendo a trovare una spiegazione seria che non sia quella che per motivi ideologici non vogliono dare:
Qui avete 68 anni di esportazioni italiane e tedesche. Ho fatto base nel 1950 (1950=100) per consentirvi di apprezzare come fino all'inizio degli anni '90 la dinamica dell'export italiano e tedesco sia sostanzialmente analoga. Poi l'Italia prende il sopravvento, nel 1992. Poi arriva l'euro, che impedisce alla Germania di rivalutare: gli effetti del dumping valutario tedesco sono ben evidenti, e nulla cambia se il fenomeno lo si osserva in scala logaritmica (dove si apprezzano molte sfumature che saranno evidenti a molti di voi):
Addendum delle 13:24
(...scusate, mi sono distratto per una telefonata di Rockapasso e ho dimenticato di fornirvi qualche dato in più...)
Gli occhi allenati non hanno bisogno di nulla, ma agli altri farà probabilmente comodo avere qualche summary statistics. Qui vedete i tassi di crescita media annua dell'export italiano e tedesco sul campione e su vari sottocampioni:
Fra il 1951 e il 2016 le esportazioni tedesche e italiane sono cresciute a tassi di crescita medi annui non molto distanti: 7.2% la Germania, 6.5% l'Italia. Tuttavia, fra il 1951 e il 1996 l'Italia era in vantaggio, con una crescita di 0.5 punti percentuali superiore a quella tedesca (8.4% contro 7.9%). Dall'aggancio all'ECU/EUR, nel 1997, la situazione si ribalta drasticamente: il tasso di crescita delle esportazioni italiane piomba al 2.5%, 3.4 punti sotto (anziché 0.5 punti sopra) il tasso di crescita di quelle tedesche. In termini assoluti, un tonfo di 5.9 punti, e in termini percentuali di 3.9. Notate anche che fra 1997 e 2008 il tasso di crescita delle esportazioni tedesche esplode rispetto a quello italiano, situandosi in media 7.7-3.2=4.5 punti al di sopra. Ogni riferimento a svalutazioni competitive dei salari è puramente intenzionale.
Fine addendum delle 13:24
I Soloni che disquisiscono della neutralità dell'euro dovrebbero spiegarci bene come mai prima dell'adozione di questa valuta noi tenevamo testa ai nostri concorrenti. La teoria economica una spiegazione la dà. Se il cambio riflette i fondamentali, quello di una valuta comune riflette la media dei fondamentali di paesi forti e deboli. Come tale, il valore risultante non è di equilibrio per nessuno: è forte per i deboli (ostacolandoli) e debole per i forti (attribuendo loro un ingiusto vantaggio). In virtù di questa ovvia caratteristica, la valuta unica agisce come un cuneo che si insinua fra paesi forti e deboli, divaricandone sempre più le prestazioni. Lo abbiamo visto per la produzione industriale, e naturalmente la stessa cosa vale per le esportazioni.
Direi che possiamo dedicare una prece alla credibilità delle analisi economiche dell'on. Della Vedova, che sarà senz'altro autorevole quando si occupa delle cose che conosce (non so quali siano e non mi interessa), ma che ha dimostrato di non essere esattamente a proprio agio con i fatti stilizzati più importanti del paese che ancora per poco è chiamato a governare.
Voglio solo sottolineare un punto metodologico. L'on. Della Vedova gioca al piccolo liberale, o meglio al piccolo liberista. Ciò rende ancor più paradossale il suo diniego del fatto che il tasso di cambio conti! Alla radice dell'ideologia liberal-liberista (non me ne vogliano gli amici che si dilungano in sottili e appassionanti distinguo: avrete modo di farli nei commenti) si situa, come assoluto cardine, il fatto che l'egoismo individuale aiuti a conseguire l'ottimo collettivo, valorizzando al meglio le risorse scarse disponibili, e questo perché sia consumatori che produttori, che agiscono in modo atomizzato e indipendente, sono coordinati dal sistema dei prezzi, la cui flessibilità è garanzia al tempo stesso di piena occupazione delle risorse e di corretta informazione dei partecipanti all'economia di mercato.
Questo punto fondamentale (la funzione allocativa del sistema dei prezzi), che qualsiasi libro di testi di economia vi chiarirà, ci mette di fronte a due scenari, tutti ugualmente svantaggiosi per l'on. Della Vedova:
1) o l'on. Della Vedova non sa che il tasso di cambio è un prezzo, il che, dando per scontato che egli sia in buona fede quando dice di aderire a un'ideologia liberale, spiegherebbe perché egli non capisca quanto sia pericoloso inibirne la giusta flessibilità;
2) o l'on. Della Vedova non è, in effetti, un liberale, ma piuttosto un amico dei monopoli, il che spiegherebbe perché difenda a spada tratta quel sistema europeo che sappiamo essere piuttosto vulnerabile all'azione delle grandi lobby, e piuttosto impermeabile agli interessi delle piccole e medie imprese.
Insomma: mettetela come vi pare, ma io dall'on. Della Vedova, pur nell'ovvio rispetto umano e nel piacere di ascoltare le sue esilaranti analisi, non comprerei una teoria economica usata, e naturalmente non gli darei il mio voto. Decidere per chi votare sarà difficilissimo: ma in compenso decidere per chi non votare sarà molto facile, e oggi ve ne ho dato un esempio.
Chiudo auspicando che un giorno, sui siti delle prestigiose istituzioni culturali del nostro paese, si possano leggere o ascoltare, se non solo, almeno anche i dati corretti circa l'evoluzione della nostra storia economica più o meno recente. Sarebbe un requisito minimo di civiltà senza assicurare il quale piagnucolare sul populismo resta un esercizio sterile, al quale non si può che rispondere con la saggezza popolare: chi semina vento, raccoglie tempesta!
"...tu vai sul territorio e vedi che dal vino al formaggio ai macchinari sofisticati ai robot del distretto di Pisa un problema di euro sull'export, che sta crescendo al passo tedesco... In una cosa abbiamo tenuto il passo tedesco nel periodo della crisi: le esportazioni, in euro! Sia nell'area euro, che sono cresciute, sia fuori. Quindi, che all'Italia siano venuti danni, nel core business dell'export, su cui credo che questi governi abbiano investito con politiche importanti, io credo che non è così...".
(al minuto 2:20:35, anacoluti e congiuntivi del relatore).
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale che, come le precedenti e le successive (finché starà in piedi il carrozzone di Bruxelles), farà "tremare l'Europa" (come dicono i gazzettieri), perché verterà, inevitabilmente, sull'Europa (nonostante i tentativi dei politici e dei gazzettieri di divertere l'attenzione del pubblico). Faccio questa premessa perché sto per darvi plastica rappresentazione di come i politici siano informati sull'Europa e sulle sue conseguenze: da qui capiremo quale potrà essere la qualità del dibattito che ci attende.
Altra premessa essenziale: do per scontato che vi rendiate conto di come la provenienza di Della Vedova da un partito fortemente filo-atlantico (i radicali) lo induca a difendere a spada tratta il più ambizioso progetto dell'imperialismo liberista USA: l'Unione Europea. Insomma: cosa Della Vedova voglia non è poi un mistero, né deve esserlo. Dato che lui è un politico, direi che il fatto che ciò che desidera sia noto mi sembra il requisito minimo perché chi lo voti sappia se i propri interessi saranno rappresentati! Against this backdrop, ci possono essere modi più o meno disinformati di difendere le proprie opinioni. Chi è affezionato a un minimo di onestà intellettuale dovrebbe chiedere ai politici, e in particolare ai propri politici, quello che abbiamo rinunciato a chiedere ai giornalisti, ovvero di esercitare sì il diritto alla propria opinione, ma senza arrogarsi il diritto ai propri dati. Questo sarebbe doveroso sempre, ma tanto più in dibattiti condotti in sedi scientifiche, perché in caso contrario si riverberebbe su queste ultime il discredito che affermazioni infondate necessariamente emettono.
L'imbarbarimento del dibattito italiano, dovuto in primo luogo alla scarsa deontologia professionale dei giornalisti (come qui mille volte abbiamo rimarcato), ha fatto delle importanti vittime collaterali, fra cui spiccano prestigiose istituzioni scientifiche, spesso onuste di tradizioni secolari, che sono scadute a livelli di una bassezza sinceramente inimmaginabile. Cito, come esempio eloquente (ab uno disce omnes), queste slides ospitate non si sa bene perché sul sito dell'Accademia dei Lincei, delle quali vi evidenzio in particolare la quindicesima (non che le altre siano molto migliori...):
Ditemi voi se è possibile che un uomo di scienza possa citare le copertine di un giornale in evidente conflitto di interessi come fonte autorevole per la valutazione del merito delle politiche di un governo nazionale! E questo, notate bene, commettendo un discreto falso storico, dal momento che, come ben sappiamo (e come era visibile già alla data in cui queste sorprendenti slides vennero pubblicate), le politiche di Monti non hanno risanato le finanze italiane, anzi!
Incrementando di più di un punto di Pil il surplus primario (barre arancioni), in presenza di un rapporto debito/Pil superiore al 100% (con le conseguenze esposte qui) e di un moltiplicatore largamente superiore a uno (come ormai la letteratura scientifica concordemente riconosce, e come qualsiasi economista non pre-keynesiano avrebbe tranquillamente detto anche prima), Monti ha peggiorato la situazione del debito pubblico italiano (linea nera), portandolo oltre il 130%, per cui, come tutti sanno e come molti hanno detto da subito, il calo dello spread non ha nulla a che vedere con il "risanamento fiscale italiano" (come suggerisce con un'impudenza che lascia esterrefatti, soprattutto per la sede in cui è riposta, il titolo della slide), ma dipende esclusivamente dal whatever it takes di Draghi.
Ecco: i Lincei li abbiamo persi. Proviamo a difendere la Treccani, che ha una storia meno lunga, e un ruolo più importante, in quanto istituzione con una missione divulgativa, nel formare la coscienza civile del paese. A questo scopo, qui mostrerò quale sia il fondamento fattuale e teorico dell'affermazione che l'on. Della Vedova, senza possibilità alcuna di verifica e di contraddittorio, ha profferito nel dibattito: quella secondo cui non ci sarebbe un problema di euro sull'export.
Parto dai dati: non da quelli cui l'on. Della Vedova crede di aver diritto, ma da quelli che le fonti statistiche ufficili riportano, cominciando dalla bislacca asserzione secondo cui non esiste un problema di euro perché le esportazioni stanno crescendo a ritmi tedeschi dall'inizio della crisi. I dati Eurostat in milioni di euro a valori concatenati, prezzi 2010, sono questi:
(li trovate qui), e diciamo che a prima vista non raccontano esattamente la storia che abbiamo sentito dalla bocca di Della Vedova. Tuttavia, noi siamo intellettualmente onesti, e quindi, a differenza dei faciloni di destra e di sinistra, sappiamo che quando si parla della dinamica di un fenomeno occorre esaminarne le tendenze in scala logaritmica (il motivo venne spiegato qui, parlando dell'onestà intellettuale dei "marziani"). In sintesi: se si usa una scala logaritmica, le pendenze di due spezzate sono direttamente confrontabili. Mentre in scala naturale un aumento di una unità è un aumento del 10% se si parte da 10 o dell'1% se si parte da 100, in scala logaritmica un aumento di 0.01 è sempre un aumento dell'1%, indipendentemente dal punto di partenza.
E allora vediamo i dati in scala logaritmica: non è perché i nostri interlocutori sono superficiali che dobbiamo esserlo anche noi!
E qui l'occhio esperto qualche problemino lo afferra: sì, le spezzate dei due tassi di crescita si muovono abbastanza in fase (per forza: sia la Germania che l'Italia dipendono, per il loro commercio, dalla congiuntura mondiale), ma la linea rossa, che saremmo noi, sta sempre un po' sotto alla linea blu, che sarebbero loro. Se andiamo a calcolare la crescita media mensile dell'export "nel periodo della crisi" (ipse dixit) troviamo questi risultati, a seconda di dove vogliamo far iniziare la crisi:
Se partiamo dal trimestre dopo Lehman, vediamo che la crescita delle esportazioni tedesche è stata dello 0.72% contro lo 0.39% per quelle italiane. Se partiamo dall'arrivo di Monti liberatore, cioè, per capirci, dalla cosiddetta crisi dei debiti sovrani, il divario è più contenuto, ma sempre a svantaggio dell'Italia. Quindi, l'affermazione secondo cui nel periodo della crisi le nostre esportazioni abbiano marciato al passo dell'oca è smentita dai dati.
Ora, bisognerebbe approfondire un altro pezzo del "ragionamento" dell'on. Della Vedova, quello secondo cui "io credo che non è che al core business dell'export sono venuti danni dall'euro" (Gianni Minà non avrebbe saputo dir meglio). Il modo più ovvio per analizzare questa bislacca asserzione (poi vi chiarirò perché è bislacca) è quello che usiamo spesso: allargare lo zoom. Per farlo, però, non possiamo servirci di Eurostat, che non ci dà tutti i dati. Conviene usare il World Economic Outlook database del Fmi, che trovate al solito posto, e che vi fornisce il tasso di crescita delle esportazioni di beni e servizi in volume per tutti i paesi registrati al Fmi. I dati che interessano noi sono qui:
Un occhio minimamente allenato, o minimamente non accecato dall'ideologia di odio verso l'Italia che va sotto il curioso nome di europeismo, dovrebbe vedere subito una cosa: mentre prima del 1996 le esportazioni italiane (riga rossa) erano qualche volta sopra e qualche volta sotto quelle tedesche (linea blu) dal 1997 in poi l'Italia diventa sottona: non c'è più un singolo anno nel quale il tasso di crescita del suo export superi quello dell'export tedesco. Cosa sia successo nel 1997 lo sapete e ne abbiamo parlato ad esempio qui, e l'argomento ci ha aperto uno squarcio sull'abisso di ignoranza della classe politica che ha gestito l'ingresso nell'euro (qui e qui): nel 1997 siamo entrati nell'euro de facto (de jure ci saremmo entrati nel 1999).
Ma naturalmente l'euro non c'entra, dice Della Vedova. Solo che siccome un problema c'è, forse, oltre a negare una causa concomitante, sarebbe opportuno che un politico desse una spiegazione alternativa, in modo da permetterci di valutare dove stia indirizzando i propri sforzi, e se quella sia la direzione giusta... Cosa altro può essere successo, nel 1997, di così disastroso per la nostra economia? Siamo diventati tutti corrotti? Improvvisamente è emersa la Cina dal Mar Giallo? Abbiamo perso il treno della rivoluzione digitale, che passava solo il primo gennaio 1997? Altra scemenza a piacere? Qualche argomento bisognerebbe portarlo, altrimenti... altrimenti si rischia di sembrare incompetenti!
E allora, grazie alle IFS del FMI, allarghiamo ancora lo zoom, perché sia chiara la dimensione del disastro che i nostri politici negano, non riuscendo a trovare una spiegazione seria che non sia quella che per motivi ideologici non vogliono dare:
Qui avete 68 anni di esportazioni italiane e tedesche. Ho fatto base nel 1950 (1950=100) per consentirvi di apprezzare come fino all'inizio degli anni '90 la dinamica dell'export italiano e tedesco sia sostanzialmente analoga. Poi l'Italia prende il sopravvento, nel 1992. Poi arriva l'euro, che impedisce alla Germania di rivalutare: gli effetti del dumping valutario tedesco sono ben evidenti, e nulla cambia se il fenomeno lo si osserva in scala logaritmica (dove si apprezzano molte sfumature che saranno evidenti a molti di voi):
Addendum delle 13:24
(...scusate, mi sono distratto per una telefonata di Rockapasso e ho dimenticato di fornirvi qualche dato in più...)
Gli occhi allenati non hanno bisogno di nulla, ma agli altri farà probabilmente comodo avere qualche summary statistics. Qui vedete i tassi di crescita media annua dell'export italiano e tedesco sul campione e su vari sottocampioni:
Fra il 1951 e il 2016 le esportazioni tedesche e italiane sono cresciute a tassi di crescita medi annui non molto distanti: 7.2% la Germania, 6.5% l'Italia. Tuttavia, fra il 1951 e il 1996 l'Italia era in vantaggio, con una crescita di 0.5 punti percentuali superiore a quella tedesca (8.4% contro 7.9%). Dall'aggancio all'ECU/EUR, nel 1997, la situazione si ribalta drasticamente: il tasso di crescita delle esportazioni italiane piomba al 2.5%, 3.4 punti sotto (anziché 0.5 punti sopra) il tasso di crescita di quelle tedesche. In termini assoluti, un tonfo di 5.9 punti, e in termini percentuali di 3.9. Notate anche che fra 1997 e 2008 il tasso di crescita delle esportazioni tedesche esplode rispetto a quello italiano, situandosi in media 7.7-3.2=4.5 punti al di sopra. Ogni riferimento a svalutazioni competitive dei salari è puramente intenzionale.
Fine addendum delle 13:24
I Soloni che disquisiscono della neutralità dell'euro dovrebbero spiegarci bene come mai prima dell'adozione di questa valuta noi tenevamo testa ai nostri concorrenti. La teoria economica una spiegazione la dà. Se il cambio riflette i fondamentali, quello di una valuta comune riflette la media dei fondamentali di paesi forti e deboli. Come tale, il valore risultante non è di equilibrio per nessuno: è forte per i deboli (ostacolandoli) e debole per i forti (attribuendo loro un ingiusto vantaggio). In virtù di questa ovvia caratteristica, la valuta unica agisce come un cuneo che si insinua fra paesi forti e deboli, divaricandone sempre più le prestazioni. Lo abbiamo visto per la produzione industriale, e naturalmente la stessa cosa vale per le esportazioni.
Direi che possiamo dedicare una prece alla credibilità delle analisi economiche dell'on. Della Vedova, che sarà senz'altro autorevole quando si occupa delle cose che conosce (non so quali siano e non mi interessa), ma che ha dimostrato di non essere esattamente a proprio agio con i fatti stilizzati più importanti del paese che ancora per poco è chiamato a governare.
Voglio solo sottolineare un punto metodologico. L'on. Della Vedova gioca al piccolo liberale, o meglio al piccolo liberista. Ciò rende ancor più paradossale il suo diniego del fatto che il tasso di cambio conti! Alla radice dell'ideologia liberal-liberista (non me ne vogliano gli amici che si dilungano in sottili e appassionanti distinguo: avrete modo di farli nei commenti) si situa, come assoluto cardine, il fatto che l'egoismo individuale aiuti a conseguire l'ottimo collettivo, valorizzando al meglio le risorse scarse disponibili, e questo perché sia consumatori che produttori, che agiscono in modo atomizzato e indipendente, sono coordinati dal sistema dei prezzi, la cui flessibilità è garanzia al tempo stesso di piena occupazione delle risorse e di corretta informazione dei partecipanti all'economia di mercato.
Questo punto fondamentale (la funzione allocativa del sistema dei prezzi), che qualsiasi libro di testi di economia vi chiarirà, ci mette di fronte a due scenari, tutti ugualmente svantaggiosi per l'on. Della Vedova:
1) o l'on. Della Vedova non sa che il tasso di cambio è un prezzo, il che, dando per scontato che egli sia in buona fede quando dice di aderire a un'ideologia liberale, spiegherebbe perché egli non capisca quanto sia pericoloso inibirne la giusta flessibilità;
2) o l'on. Della Vedova non è, in effetti, un liberale, ma piuttosto un amico dei monopoli, il che spiegherebbe perché difenda a spada tratta quel sistema europeo che sappiamo essere piuttosto vulnerabile all'azione delle grandi lobby, e piuttosto impermeabile agli interessi delle piccole e medie imprese.
Insomma: mettetela come vi pare, ma io dall'on. Della Vedova, pur nell'ovvio rispetto umano e nel piacere di ascoltare le sue esilaranti analisi, non comprerei una teoria economica usata, e naturalmente non gli darei il mio voto. Decidere per chi votare sarà difficilissimo: ma in compenso decidere per chi non votare sarà molto facile, e oggi ve ne ho dato un esempio.
Chiudo auspicando che un giorno, sui siti delle prestigiose istituzioni culturali del nostro paese, si possano leggere o ascoltare, se non solo, almeno anche i dati corretti circa l'evoluzione della nostra storia economica più o meno recente. Sarebbe un requisito minimo di civiltà senza assicurare il quale piagnucolare sul populismo resta un esercizio sterile, al quale non si può che rispondere con la saggezza popolare: chi semina vento, raccoglie tempesta!
mercoledì 9 agosto 2017
Euro forte, o dollaro debole?
Insomma, la storia sembra vada così: siamo entrati nell'euro perché era forte, non era debole come la liretta, e quindi ci avrebbe riparato dalle bufere, ma ora che l'euro si rafforza, ecco che l'orizzonte si intorbida e appaiono difficoltà (ex multis). Insomma: l'euro è quella valuta forte che però ti aiuterebbe se fosse debole!
Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?
La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.
Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:
Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.
Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.
Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).
E la morale della favola qual è?
Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.
Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...
Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?
La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.
Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:
Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.
Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.
Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).
E la morale della favola qual è?
Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.
Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...
martedì 8 agosto 2017
L'inspiegabile (!) comportamento del dollaro
Mi scrive un indignato Charlie Brown citandomi un commento del FT:
Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?
Ma, chissà...
Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?
Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.
Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).
La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?
Ci racconta questo:
In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.
Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):
Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.
Ma il grafico è abbastanza eloquente.
Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.
Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!
Come dite?
A loro il sistema piace?
Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).
Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.
Staremo a vedere.
Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?
Ma, chissà...
Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?
Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.
Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).
La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?
Ci racconta questo:
In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.
Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):
Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.
Ma il grafico è abbastanza eloquente.
Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.
Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!
Come dite?
A loro il sistema piace?
Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).
Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.
Staremo a vedere.
domenica 23 luglio 2017
Vamva who? Il dollaro e la sostenibilità dell'euro (ovvero: perché i trader mi amano...)
(...e va bene: parliamo di economia. Di politica ci impediranno presto di parlare, in nome dell'amore, come credo abbiate capito. Oggi Barbara su Twitter ha chiesto se fa male constatare che la sinistra è arrivata a toglierci la libertà (di espressione). Si riferisce al rapporto della "commissione Cox" che viene commentato oggi da Palombi sul Fatto Quotidiano con insolita (per lui) cautela - eppure non tiene famiglia e se la tenesse se ne fregherebbe come me. Un rapporto che è solo una tappa di un percorso che era stato individuato e stigmatizzato ante litteram da due membri del comitato scientifico di a/simmetrie: Alberto Bagnai sul Fatto Quotidiano del 3 gennaio (pre-vilipendio), e Benedetto Ponti sul suo blog il 24 febbraio. Grazie a Barbara oggi ho appreso sulla mia carne viva quanto sia falso che "saetta previsa vien più lenta". Sono anni che vado dicendo che un sistema che comprime i diritti economici della maggioranza poi deve necessariamente comprimerne i diritti politici. Che si sarebbe arrivati qui, e che il lavoro lo avrebbe fatto il poliziotto buono, lo sapevo, l'ho detto e l'ho scritto prima che, con la Brexit e la vittoria di Trump, si aprissero le gabbie di quelli che da sinistra hanno apertamente delegittimato il metodo democratico e stanno auspicando una compressione dell'art. 21 della Costituzione. Aver visto arrivare questo orrore giuridico e politico non me lo rende più sopportabile: mi dà solo una misura della mia impotenza politica. Però c'è una continuità genetica: nipote di un socialista manganellato da destra, mi ritroverò manganellato da sinistra da persone che per simmetria mi tocca definire fascisti, anche se, onestamente, comincio a pensare che il fascismo storico, nei suoi orrori, non meriti di essere accostato allo squallore della "commissione Cox". Loro, almeno, i fascisti storici, facevano finta di obbedire a interessi diversi da quelli del grande capitale internazionale, e, soprattutto non facevano finta di difendere la democrazia, cosa per la quale il grande capitale internazionale, che è pragmatico, gli era riconoscente. Agli untuosi e saccenti pretini di sinistra che mi hanno preso in giro va tutto il mio diverso apprezzamento, appena temperato da una certezza: la storia li spazzerà via. Anche mio nonno era impotente - in tutta evidenza, mi riferisco ancora al dato politico - e anche quei fascisti sono stati spazzati via. E per consentire a voi e ai sullodati seminaristi del cazzo di apprezzare quanto valgano le mie certezze, vi fornisco un paio di esempi provenienti dal meraviglioso mondo della tecnica...)
«Vamvakidis! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli il Sole 24 Ore. «Vamvakidis! questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un economista, un esperto di una qualche banca: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?»
Vamvakidis è in effetti un economista di Bank of America, la cui performance può essere descritta da due grafici. Il primo è tratto da Who's next?, lo studio che ho portato a termine su ispirazione e con la collaborazione di Claudio Borghi (altro membro del comitato scientifico di a/simmetrie) per la FENL:
Spiegazione: il 10 luglio 2012 David Woo e Athanasios Vamvakidis pubblicavano uno studio in cui sostenevano che solo un euro più debole avrebbe potuto salvare l'euro, che quindi si sarebbe indebolito nei prossimi sei mesi (da qui una serie di consigli tecnici ai loro investitori). Nel grafico qua sopra la data del loro studio corrisponde al puntino viola, colore della sfiga: in effetti, i nostri espertoni avevano appena emesso questo saggio pronostico, che il cambio euro/dollaro cominciava a salire (invece di scendere). Il "uoteveritteics" di Draghi, che non avevano previsto, aveva improvvisamente reso meno incredibile l'euro agli occhi degli investitori internazionali: invece di una discesa a sei mesi, il cambio sperimentò 24 mesi di ascesa, come da grafico.
Il 19 maggio 2014, quasi due anni dopo, intervenivo sul Fatto Quotidiano (pre-vilipendio) affermando testualmente che: "il rischio di svalutazione drastica... è molto più remoto in caso di dissoluzione che in caso di mantenimento dell'euro". La data è quella del puntino rosso sul grafico: rosso, il colore del fuoco (e il Sagittario - uomo sopra e cavallo sotto - è segno di fuoco). Emessa la mia sentenza, la Storia si incaricò di eseguirla: la drastica svalutazione credo la vediate. In caso contrario, rovesciate lo schermo...
Ed ecco il secondo grafico che testimonia la qualità del nostro (anzi, del loro: di Bank of America) analista:
Il 15 luglio 2017 Vamvakidis, rilasciando un'intervista a James Salmon del Daily Mail, ci informa del fatto che l'Eurozona crollerà comunque, perché il suo mantenimento implica trasferimenti di reddito dal Nord al Sud di dimensioni politicamente insostenibili: è, ancora una volta, il puntino violetto sul grafico. Una brillante analisi, che Vocidallestero si è sentita in dovere di pubblicare (nonostante il Daily Mail non sia una fonte particolarmente autorevole), suscitando qualche perplessità in quanti di voi ricordavano di aver sentito lo stesso argomento in un articolo apparso sei anni prima: "basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri." (A proposito di chi semina odio: l'euro semina odio...). Peraltro, questo blog vi aveva anche chiarito che in effetti lo stesso concetto era stato espresso dalla letteratura scientifica solo 19 anni prima, che farebbero 25 anni prima di Vamva...
(...nota per i diversamente capenti: ovviamente nel secondo grafico la variabile rappresentata conta poco: quello che conta è solo l'asse dei tempi, la distnaza fra i due punti, e una cosa che succede alla fine, sulla quale torno fra un attimo...)
Insomma, povero Vamva... Non è che abbia idee sbagliate, anzi: ne ha di giustissime. Solo che lui, a differenza di altri, non è un musicista, e quindi non entra a tempo: una volta mi entra 678 giorni prima, un'altra mi attacca con 2156 giorni di ritardo... Io non vorrei nel mio gruppo un musicista così! Il fatto che una grande banca invece lo voglia, ci dà tutta la smisurata estensione dell'inefficienza del settore privato (intesa, qui, nel senso tecnico di incapacità di processare in modo efficiente - e quindi tempestivo - le informazioni disponibili). Insomma: le banche falliscono per tanti motivi, uno dei quali è quello che Keynes ci ricorda nel capitolo 12: meglio fallire in modo convenzionale che avere successo in modo non convenzionale.
Ora, qualcuno dirà: "Bè, ma dai, nel caso del cambio hai solo avuto fortuna!". Certo. Infatti io sono un ragazzo fortunato. Ne volete un'altra prova? E io vi do un altro grafico! Questo:
(qui i dati sono settimanali, la variabile è la stessa). Il 26 ottobre 2016, due settimane prima dell'elezione di Trump, formulavo nel mio blog l'ipotesi che l'elezione di un presidente repubblicano potesse aprire la strada a un indebolimento del dollaro (cioè, per chi capisce la goofynomics, a un rafforzamento dell'euro): è il puntino rosso del grafico. E gnente! Il 14 novembre 2016 l'espertone di turno, tal Saravelos, annunciava la parità euro/dollaro per fine anno. Due note di colore: anche Saravelos sembra essere un nome greco, e il nostro Saravelos lavora in Deutsche Bank: un paese e una banca che non sono in ottime acque, e forse capiamo perché...
Quello che è successo dopo si vede nel grafico. Tutti gli espertoni hanno capito dopo quello che avevo capito prima, come da noioso e ritrito copione: non stiamo andando a 1 ma a 1.20.
Dunque: io notoriamente di economia non capisco un cazzo, e soprattutto sono digiuno, anzi, digiunissimo di politica, infatti, come vi ho documentato qua sopra, non avevo visto venire le leggi sulla censura con due anni di anticipo: diciamo però che sono fortunato, il che è comunque una virtù di per sé: a meno che non preferiate un noto menagramo come - per dirne una - Renzi, che trasforma in sconfitta tutto ciò che tocca, incluso se stesso (ultimamente ne avrà di cose da confessare al suo parroco...).
Si vede che è per questo che ogni tanto un trader bussa, fisicamente o metaforicamente, alla porta di a/simmetrie e lascia un obolo. Bontà sua: io non lo chiedo, quello che faccio è gratis, non è un'incitazione al risparmio né un consiglio a privilegiare una particolare forma di investimento su un'altra. Mi limito a osservare le tendenze di medio periodo, che, fra l'altro, è un mestiere del tutto diverso da quello, altrettanto divertente e utile, ma che io non so fare, di speculare sulla volatilità di breve o brevissimo periodo. Per quest'ultima cosa ci vuole un apparato nervoso e endocrino che io non ho. Ma in quello che so fare la fortuna, come vedete, mi assiste...
Ed eccoci così alle conclusioni. La terza carica dello Stato sta diffondendo l'idea che fornendo analisi, e in particolare analisi economiche, sui social media si dissemini odio. Sarebbero proprio questi media ad amplificare i sentimenti negativi, in particolare quelli degli italiani - il che, in tutta evidenza, dovrebbe giustificare la visibile distorsione negativa del Presidente della Camera dei Deputati italiani nei riguardi del popolo italiano cui lei per dovere istituzionale dovrebbe dare, non togliere, voce. Se prendessimo per buone le parole della terza carica dello Stato, assisteremmo a un fenomeno paradossale: questo blog infatti ha tanti amici fra i trader, quelli veri (non i sedicenti treider che trovate a trollare su Twitter, e che in effetti altro non sono che giovincelli expat che campano pulendo i cessi in qualche albergo di Londra: i lavori che gli italiani non vogliono più fare in Italia perché in Italia sono pagati troppo poco grazie alla concorrenza di lavoratori stranieri). Seminare odio (cioè dati) e raccogliere amore (cioè donazioni ad a/simmetrie): quale paradosso! Forse però il paradosso non c'è, perché uno dei suoi due termini è una baggianata fascista, mentre l'altro un fatto verificabile. Vi lascio immaginare quale dei due, e vi consegno la morale della favola: a/simmetrie è l'unico presidio rimasto di libertà di espressione, e l'unico centro studi libero da condizionamenti politici. Questo, grazie a voi. Ringraziate quindi voi stessi come io ringrazio voi, e continuate a sostenerci. La notte è ancora lunga, ma la durata media di un fascismo in Italia è 20 anni: una media calcolata su una sola osservazione non è statisticamente significativa, lo so.
Ma io sono fortunato...
«Vamvakidis! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli il Sole 24 Ore. «Vamvakidis! questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un economista, un esperto di una qualche banca: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?»
Vamvakidis è in effetti un economista di Bank of America, la cui performance può essere descritta da due grafici. Il primo è tratto da Who's next?, lo studio che ho portato a termine su ispirazione e con la collaborazione di Claudio Borghi (altro membro del comitato scientifico di a/simmetrie) per la FENL:
Spiegazione: il 10 luglio 2012 David Woo e Athanasios Vamvakidis pubblicavano uno studio in cui sostenevano che solo un euro più debole avrebbe potuto salvare l'euro, che quindi si sarebbe indebolito nei prossimi sei mesi (da qui una serie di consigli tecnici ai loro investitori). Nel grafico qua sopra la data del loro studio corrisponde al puntino viola, colore della sfiga: in effetti, i nostri espertoni avevano appena emesso questo saggio pronostico, che il cambio euro/dollaro cominciava a salire (invece di scendere). Il "uoteveritteics" di Draghi, che non avevano previsto, aveva improvvisamente reso meno incredibile l'euro agli occhi degli investitori internazionali: invece di una discesa a sei mesi, il cambio sperimentò 24 mesi di ascesa, come da grafico.
Il 19 maggio 2014, quasi due anni dopo, intervenivo sul Fatto Quotidiano (pre-vilipendio) affermando testualmente che: "il rischio di svalutazione drastica... è molto più remoto in caso di dissoluzione che in caso di mantenimento dell'euro". La data è quella del puntino rosso sul grafico: rosso, il colore del fuoco (e il Sagittario - uomo sopra e cavallo sotto - è segno di fuoco). Emessa la mia sentenza, la Storia si incaricò di eseguirla: la drastica svalutazione credo la vediate. In caso contrario, rovesciate lo schermo...
Ed ecco il secondo grafico che testimonia la qualità del nostro (anzi, del loro: di Bank of America) analista:
Il 15 luglio 2017 Vamvakidis, rilasciando un'intervista a James Salmon del Daily Mail, ci informa del fatto che l'Eurozona crollerà comunque, perché il suo mantenimento implica trasferimenti di reddito dal Nord al Sud di dimensioni politicamente insostenibili: è, ancora una volta, il puntino violetto sul grafico. Una brillante analisi, che Vocidallestero si è sentita in dovere di pubblicare (nonostante il Daily Mail non sia una fonte particolarmente autorevole), suscitando qualche perplessità in quanti di voi ricordavano di aver sentito lo stesso argomento in un articolo apparso sei anni prima: "basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri." (A proposito di chi semina odio: l'euro semina odio...). Peraltro, questo blog vi aveva anche chiarito che in effetti lo stesso concetto era stato espresso dalla letteratura scientifica solo 19 anni prima, che farebbero 25 anni prima di Vamva...
(...nota per i diversamente capenti: ovviamente nel secondo grafico la variabile rappresentata conta poco: quello che conta è solo l'asse dei tempi, la distnaza fra i due punti, e una cosa che succede alla fine, sulla quale torno fra un attimo...)
Insomma, povero Vamva... Non è che abbia idee sbagliate, anzi: ne ha di giustissime. Solo che lui, a differenza di altri, non è un musicista, e quindi non entra a tempo: una volta mi entra 678 giorni prima, un'altra mi attacca con 2156 giorni di ritardo... Io non vorrei nel mio gruppo un musicista così! Il fatto che una grande banca invece lo voglia, ci dà tutta la smisurata estensione dell'inefficienza del settore privato (intesa, qui, nel senso tecnico di incapacità di processare in modo efficiente - e quindi tempestivo - le informazioni disponibili). Insomma: le banche falliscono per tanti motivi, uno dei quali è quello che Keynes ci ricorda nel capitolo 12: meglio fallire in modo convenzionale che avere successo in modo non convenzionale.
Ora, qualcuno dirà: "Bè, ma dai, nel caso del cambio hai solo avuto fortuna!". Certo. Infatti io sono un ragazzo fortunato. Ne volete un'altra prova? E io vi do un altro grafico! Questo:
(qui i dati sono settimanali, la variabile è la stessa). Il 26 ottobre 2016, due settimane prima dell'elezione di Trump, formulavo nel mio blog l'ipotesi che l'elezione di un presidente repubblicano potesse aprire la strada a un indebolimento del dollaro (cioè, per chi capisce la goofynomics, a un rafforzamento dell'euro): è il puntino rosso del grafico. E gnente! Il 14 novembre 2016 l'espertone di turno, tal Saravelos, annunciava la parità euro/dollaro per fine anno. Due note di colore: anche Saravelos sembra essere un nome greco, e il nostro Saravelos lavora in Deutsche Bank: un paese e una banca che non sono in ottime acque, e forse capiamo perché...
Quello che è successo dopo si vede nel grafico. Tutti gli espertoni hanno capito dopo quello che avevo capito prima, come da noioso e ritrito copione: non stiamo andando a 1 ma a 1.20.
Dunque: io notoriamente di economia non capisco un cazzo, e soprattutto sono digiuno, anzi, digiunissimo di politica, infatti, come vi ho documentato qua sopra, non avevo visto venire le leggi sulla censura con due anni di anticipo: diciamo però che sono fortunato, il che è comunque una virtù di per sé: a meno che non preferiate un noto menagramo come - per dirne una - Renzi, che trasforma in sconfitta tutto ciò che tocca, incluso se stesso (ultimamente ne avrà di cose da confessare al suo parroco...).
Si vede che è per questo che ogni tanto un trader bussa, fisicamente o metaforicamente, alla porta di a/simmetrie e lascia un obolo. Bontà sua: io non lo chiedo, quello che faccio è gratis, non è un'incitazione al risparmio né un consiglio a privilegiare una particolare forma di investimento su un'altra. Mi limito a osservare le tendenze di medio periodo, che, fra l'altro, è un mestiere del tutto diverso da quello, altrettanto divertente e utile, ma che io non so fare, di speculare sulla volatilità di breve o brevissimo periodo. Per quest'ultima cosa ci vuole un apparato nervoso e endocrino che io non ho. Ma in quello che so fare la fortuna, come vedete, mi assiste...
Ed eccoci così alle conclusioni. La terza carica dello Stato sta diffondendo l'idea che fornendo analisi, e in particolare analisi economiche, sui social media si dissemini odio. Sarebbero proprio questi media ad amplificare i sentimenti negativi, in particolare quelli degli italiani - il che, in tutta evidenza, dovrebbe giustificare la visibile distorsione negativa del Presidente della Camera dei Deputati italiani nei riguardi del popolo italiano cui lei per dovere istituzionale dovrebbe dare, non togliere, voce. Se prendessimo per buone le parole della terza carica dello Stato, assisteremmo a un fenomeno paradossale: questo blog infatti ha tanti amici fra i trader, quelli veri (non i sedicenti treider che trovate a trollare su Twitter, e che in effetti altro non sono che giovincelli expat che campano pulendo i cessi in qualche albergo di Londra: i lavori che gli italiani non vogliono più fare in Italia perché in Italia sono pagati troppo poco grazie alla concorrenza di lavoratori stranieri). Seminare odio (cioè dati) e raccogliere amore (cioè donazioni ad a/simmetrie): quale paradosso! Forse però il paradosso non c'è, perché uno dei suoi due termini è una baggianata fascista, mentre l'altro un fatto verificabile. Vi lascio immaginare quale dei due, e vi consegno la morale della favola: a/simmetrie è l'unico presidio rimasto di libertà di espressione, e l'unico centro studi libero da condizionamenti politici. Questo, grazie a voi. Ringraziate quindi voi stessi come io ringrazio voi, e continuate a sostenerci. La notte è ancora lunga, ma la durata media di un fascismo in Italia è 20 anni: una media calcolata su una sola osservazione non è statisticamente significativa, lo so.
Ma io sono fortunato...
domenica 11 dicembre 2016
Il caffè
Che poi le cose sono semplici. Il caffè in Italia non cresce. Quindi bisogna importarlo. Quindi per chi lo tratta disporre di un cambio sopravvalutato è un vantaggio, anche se dovessero crepare tutti i suoi compatrioti ai quali invece farebbe comodo accedere ai mercati esteri per vendere, anziché per comprare. Per lenire eventuali, improbabili, disagi interiori, basta considerarsi un essere superiore. E gli altri si fottano. Come ebbi a dire su Twitter, la differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio, perché non c'è. Basterebbe allora capire che in una guerra civile perdono tutti, perché perde, letteralmente, la civiltà, per giungere alla conclusione che sarebbe meglio venirsi incontro. Invece, purtroppo, a questa semplice conclusione di buon senso temo non giungeremo senza un altro, ennesimo giro sotto un regime apertamente fascista.
(...sì, sto parlando di soppressione delle libertà costituzionali, ecc., che poi, se ci fate caso, sono quelle cose delle quali nella cosiddetta Europa ormai si parla senza freni inibitori, col rischio che la Commissione finisca come il nostro ducetto di Rignano, che si era fatto una legge Acerbo a sua immagine e somiglianza, e ora non vuole usarla per paura di restare tagliato fuori: date, date pure alla Le Pen gli strumenti legali per criminalizzare il dissenso: non basterà una piscina olimpica di popcorn per assistere allo spettacolo delle vostre facce, dopo...).
Di tutta questa inutile sofferenza ringrazieremo, come sono sicuro che storicamente si saranno sempre dovuti ringraziare, gli intellettuali "progressisti", blindati nella loro assoluta certezza di fare il bene del popolino difendendo grettamente i propri interessi.
Amen.
(...dai, è domenica, e per essere una predica alla fine è anche relativamente corta...)
(...p.s.: la "cessione" di sovranità, cara a quello che ormai sembra diventerà il nostro premier, è in re ipsa una soppressione di libertà costituzionali, per il semplice fatto che limita la libera espressione della volontà popolare democraticamente determinata, e infatti la Costituzione non parla di cedere la sovranità - cioè di conculcare il popolo - ma di limitarne l'esercizio per fini superiori e in condizioni di parità con altri Stati. Quando un altro stato, o comunque un potere esterno, può decidere quali dei tuoi risparmiatori vedranno tutelato il loro diritto costituzionalmente garantito al risparmio, mi sembra evidente che un problemino ci sia, e molti altri se ne potrebbero evidenziare. Ma vi ho promesso una predica corta, quella lunga la fa il fariseo...)
(...sì, sto parlando di soppressione delle libertà costituzionali, ecc., che poi, se ci fate caso, sono quelle cose delle quali nella cosiddetta Europa ormai si parla senza freni inibitori, col rischio che la Commissione finisca come il nostro ducetto di Rignano, che si era fatto una legge Acerbo a sua immagine e somiglianza, e ora non vuole usarla per paura di restare tagliato fuori: date, date pure alla Le Pen gli strumenti legali per criminalizzare il dissenso: non basterà una piscina olimpica di popcorn per assistere allo spettacolo delle vostre facce, dopo...).
Di tutta questa inutile sofferenza ringrazieremo, come sono sicuro che storicamente si saranno sempre dovuti ringraziare, gli intellettuali "progressisti", blindati nella loro assoluta certezza di fare il bene del popolino difendendo grettamente i propri interessi.
Amen.
(...dai, è domenica, e per essere una predica alla fine è anche relativamente corta...)
(...p.s.: la "cessione" di sovranità, cara a quello che ormai sembra diventerà il nostro premier, è in re ipsa una soppressione di libertà costituzionali, per il semplice fatto che limita la libera espressione della volontà popolare democraticamente determinata, e infatti la Costituzione non parla di cedere la sovranità - cioè di conculcare il popolo - ma di limitarne l'esercizio per fini superiori e in condizioni di parità con altri Stati. Quando un altro stato, o comunque un potere esterno, può decidere quali dei tuoi risparmiatori vedranno tutelato il loro diritto costituzionalmente garantito al risparmio, mi sembra evidente che un problemino ci sia, e molti altri se ne potrebbero evidenziare. Ma vi ho promesso una predica corta, quella lunga la fa il fariseo...)
lunedì 28 novembre 2016
Noxin moment
Il 28/11/2016 12:17, Unodepassaggio ha scritto:
Sono d'accordo, me lo raccontano un po' da tutte le parti. La differenza (che Trump dovrà gestire) è che nel 1971 sembrava che il dollaro avesse perso il suo status di "bene rifugio" (ancora del sistema, convertibile in oro, e tutte queste balle che avranno rassicurato gli austri-ani dell'epoca). Oggi, viceversa, il sempre più probabile tonfo dell'euro, facilitato dall'irresponsabile gestione politica di eventi come MPS, rende il dollaro l'unico bene rifugio (e nel frattempo si è capito che la ricchezza non è quella che i sette nani estraggono col piccone dal ventre avaro di madre Terra, ma quella che gli uomini producono creando valore aggiunto, quindi alla fine non importa se dietro un pezzo di carta c'è una barra di metallo luccicante, ma se c'è una potenza imperiale - e industriale!...).Alberto, il problema del nixon moment è la fuga dei topi dalla nave europea che affonda. Da quando ha vinto Trump c'è il panico: tutti sanno che è probabile che lo sponsor dell'incubo europeo abbia cambiato idea. Ne consegue che quelli che fiutano il vento stanno scappando dall'Europa. Anche i bankers che mi ridevano dietro mi hanno chiamato e chiesto lumi. Devono gestire la loro fuga personale... In bocca al lupo. Unodepassaggio
Non è una piccola differenza: nel medio periodo saremo tutti morti (e la NIIP degli USA dovrà aumentare, perché tutti vorranno titoli in USD: afflusso di capitali uguale peggioramento della NIIP). Nel lungo il dollaro scivolerà, perché nel lungo comandano i fondamentali, comunque peggiori che nel 1971.
Amen.
Aspettiamo sereni (soprattutto in Germania) i prossimi accordi del Plaza.
A.
giovedì 4 agosto 2016
I disallineamenti dell'euro
Donne, è arrivato l'arrotino...
Twitter è sì una fogna (soprattutto da quando è stata bandita la crociata dei poracci, replica della più nota ma sostanzialmente isomorfa crociata dei pezzenti), ma riserva comunque dei momenti esilaranti. Col poco campo che ho a disposizione dove mi trovo, oggi mi è capitato di travedere questo tweet:
Devo dire di essere prevenuto negativamente verso Oxford Economics. Mi dà, così, dall'esterno, l'impressione di essere una versione ripulita e presentabile (in quanto pseudoindipendente) del nostro Centro Studi Confindustria, quello che ha definitivamente scavato la fossa della propria non preclara reputazione scientifica (è un dato di fatto facilmente verificabile che la sua produzione, a differenza di quella di altri think tank, non finisca spesso in fascia A) trasmettendo questo sproloquio dadaista del tutto scisso da qualsiasi appiglio con qualcosa di almeno lontanamente assimilabile a uno studio scientifico:
Devo dire che il commento di Alessandro Camattari, che non conosco, mi sembra più appropriato di quello pur tecnicamente ineccepibile di Massimiliano Tancioni, che conosco, e che ha dedicato, bontà sua, una articolata confutazione a quella che in tutta evidenza è solo una velina politica, solo per concludere che è una velina politica, cioè (testualmente) che "non c'è modo ad oggi di dire quanto sia 'scientifica' questa previsione". Io stimo sinceramente Massimiliano, e mi limito a dire che se l'animale che ho davanti cammina come un cane, ha la coda come un cane, e soprattutto abbaia come un cane, non gli faccio l'analisi del DNA, anche se il mio mestiere, come il suo, è in effetti fare il coroner (di simulazioni...).
In altre parole: ho il terribile sospetto che una confutazione seria ottenga, in fin dei conti, lo scopo paradossale di legittimare scientificamente quella che altro non è che propaganda politica, dandole un'importanza che non merita (e quindi, forse, Camattari ha fatto prima e soprattutto meglio, in termini di opportunità politica). Detto ancora in altre parole, non sono sicuro che sia proprio necessario riconoscere a chiunque dignità di interlocutore.
(...solo una parentesi per indicare un altro centro studi, questo popolato da scienziati validi, che si produce in veline di basso profilo: quello della Bce. Ciò dimostra che la consistenza scientifica di un centro studi non è condizione sufficiente perché questo rispetti un minimo di deontologia professionale. Temo però che sia condizione necessaria. Nel caso della Bce è del tutto evidente il tentativo di sottrarsi preventivamente alle proprie responsabilità, attribuendo a una nostra presunta inferiorità razziale il fallimento delle politiche da lei imposte ai volenterosi carnefici del PD. Lo scopo, sia ben chiaro, non è dare ossigeno a questi quattro mentecatti, ma evitare di dover fare una palinodia uso Fmi, come quella che ha tanto stupito il nostro amico Ambrose, e della quale qui trovate il testo originale...)
Ma torniamo a Oxford Economics. Nella nostra comunità è entrata di striscio perché un altro amico, Andrea Boltho, al #goofy3 propose un loro studio particolarmente apocalittico come pietra di paragone (benchmark) per valutare le simulazioni sull'impatto di un'uscita dall'euro fatte col nostro modello (qui il filmato, per chi se lo fosse dimenticato), argomentando che le nostre simulazioni (nonostante fossero in linea con alcuni decenni di letteratura scientifica), la facevano troppo facile, perché Oxford Economics (chi?) aveva detto che sarebbe stata una catastrofe... Ora, circa un anno fa vi feci notare che a distanza di pochissimi mesi la stessa Oxford Economics aveva ammesso che l'uscita di un paese messo molto peggio di noi non sarebbe necessariamente stata un disastro. Naturalmente voi, miseri mortali, per abbeverarvi a questo quintessenziale distillato di saggezza economica dovreste pagare una cosa come 1500 euro, ma la sintesi potete averla gratis, ed è che nel 2015 (un anno fa) Oxford Economics si ricordava l'economia che aveva dimenticato nel 2014, dicendola verità scientifica sulla fine delle unioni monetarie, ovvero che essa non è necessariamente un disastro, dato acquisito dalla scienza economica almeno fin dallo studio di Rose che trovate qui.
A me queste intermittenze del cervello (inteso come organo nel quale si può presumere alberghi la fredda razionalità economica) lasciano un po' perplesso. Non so voi, ma io sento puzza di velina quando succede una cosa simile. Ribadisco: magari sarà una mia prevenzione. Ma è la stessa puzza che ho sentito leggendo l'articolo di Bloomberg segnalato da Griever.
Il contenuto è facilmente riassumibile: è un dato di fatto che il cambio dell'euro non può essere corretto per tutti i paesi membri, ma ora, siccome Draghi ha indebolito molto la moneta unica, la "taglia unica" dell'euro sta un po' meno stretta a un numero di paesi maggiore di prima. Questo sarebbe il risultato dello studio di un collega, tale Angel Talavera. Non avendolo mai incontrato nei miei studi, sono andato a vedere chi fosse, e ho trovato sul sito di Oxford Economics un cv consultabile solo a pagamento (ma stasera vorrei andare a cena fuori e preferisco risparmiare), su IDEAS il vuoto pneumatico e su Scholar degli interessanti articoli sul metabolismo delle antocianine nei ratti, scritti però da un altro Talavera, che mi ripropongo comunque di leggere quando vi avrò sotterrato tutti (ho molto tempo a disposizione).
Questo per le credenziali scientifiche.
Breve (anzi, brevissimo) discorso sul metodo
Ora voi direte: "tu hai dovuto difenderti strenuamente da persone che ti attaccavano per il tuo CV e non per i tuoi argomenti: non cadere nello stesso errore!" Ecco, consentitemi di dirvelo: questo buonismo piddino mi ha trifolato le gonadi. Chi mi attaccava per il mio CV e non per i miei argomenti faceva un errore perché il mio CV c'era, anche se i pezzenti intellettuali che ricorderete non avevano gli strumenti culturali e scientifici per leggerlo. La qualità dei miei argomenti discendeva poi naturaliter da due condizioni: la qualità del mio CV e la mia onestà intellettuale. Queste condizioni sono purtroppo richieste entrambe. L'onestà da sola non basta (vi risparmio esempi dei danni fatti nel dibattito da volenterosi dilettanti), come non basta, da solo, il CV. Le credenziali scientifiche specifiche, cioè riferite all'oggetto di indagine de cujus, sono quindi una condizione necessaria, se pure non sufficiente. Lo abbiamo visto nel caso del dottor Giannino, come nel caso di tanti altri miei illustri colleghi suoi ammiratori (poi defilatisi), tutti dotati di credenziali scientifiche aspecifiche, cioè riferite ad altri campi del sapere scientifico, e ai quali quindi abbiamo visto fare delle clamorose figure di palta (le ricorderete, io sono per il parce sepultis).
Io mi occupo di economia monetaria internazionale da trent'anni e ho svariati lavori pubblicati sull'argomento. Se uno non ce li ha, può darsi che dica scemenze. Se uno ce li ha ma è a libro paga, può darsi che dica scemenze...
(...e ci sono mille modi di essere a libro paga: essere associato e voler diventare ordinario, essere un ricercatore e volersi far coptare da qualche illustre rete di ricerca con sede a Bruxelles, essere ordinario e avere allievi associati da collocare, desiderare di essere cooptato in qualche consiglio di amministrazione "pesante", desiderare di ottenere una qualche prebenda governativa ad alto rendimento risk free, ecc. Non devo farvi né altri esempi, né nomi: siete uomini di mondo, molti di voi sono nel settore, fra l'altro tutti voi siete più interessati all'argomento di me, quindi ognuno di voi ha più esempi da farsi di quanti potrei fargliene io...)
Ammettendo quindi che le pubblicazioni scientifiche (che il Talavera pare non abbia, o che comunque sono ardue o costose da rinvenire in rete) siano una condizione necessaria (ma non sufficiente), valutiamo lo studio di Oxford Economics (OE) così come ce lo presenta Bloomberg.
Due lievi imprecisioni
Partirei dai due dati più macroscopici che ne evidenziano il dilettantismo (ovviamente, prendendo per buono il resoconto di Bloomberg).
Il primo è che OE si concentra sul disallineamento nominale bilaterale fra i singoli paesi membri e il dollaro USA: si chiede cioè quanto costerebbe oggi un dollaro in termini delle valute nazionali di Austria, Belgio, Francia, ecc., se questi paesi uscissero dall'euro a un cambio di 1:1, per poi fluttuare sul mercato. Detto in altri termini, per usare il linguaggio di Jacques Mazier e dei suoi coautori, OE si chiede quale sarebbe il disallineamento dei tassi di cambio fra gli "euro nazionali" e il dollaro rispetto ai rispettivi ipotetici valori di equilibrio (domanda alla quale essi avevano risposto a suo tempo nella tavola 7 del loro studio: giusto per sottolineare che in ogni caso OE non sta proponendo qualcosa di molto originale).
Il secondo è che ragiona nei termini assolutamente farlocchi del numero di paesi membri cui un ipotetico cambio EUR/USD andrebbe bene (o "meglio"), senza minimamente riflettere sul peso economico di questi paesi membri.
Si tratta, duole dirlo, di due cialtronate siderali.
Sul primo punto, giova osservare che quale sia il livello degli "euro nazionali" rispetto al dollaro conta poco o nulla nel determinare la competitività complessiva di un paese, e questo per il semplice motivo che gli Stati Uniti, pur essendo un partner importante per i paesi europei, lo sono molto, ma molto meno dei paesi dell'Eurozona. Prendete il caso dell'Italia. La market share degli Usa nel commercio italiano è a una cifra, intorno al 5%. Quella verso il centro dell'Eurozona a due cifre, intorno al 40%. Come si fa anche semplicemente a pensare, per non dire a scrivere, che il nostro problema sia diventare più competitivi rispetto agli Usa svalutando il dollaro?
Mi sembra piuttosto strano che nel 2016 si facciano ancora discorsi simili!
Come abbiamo dimostrato con Christian Alexander Mongeau Ospina nel 2014 prima che i dati ci dessero ragione, era assolutamente ovvio che la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro non avrebbe dato (a noi) alcun vantaggio competitivo: intanto, avrebbe aggravato la nostra bilancia commerciale verso i paesi OCSE, e poi ci avrebbe fatto spendere nel centro dell'Eurozona i pochi soldi guadagnati verso i paesi terzi, lasciando il nostro saldo estero complessivo sostanzialmente invariato. Il nostro problema, evidentemente, è diventare più competitivi (cioè aggiustare i prezzi) rispetto al centro dell'Eurozona.
Sul secondo punto: i paesi dell'Eurozona non sono tutti uguali. In questo momento la Germania, dopo aver sbriciolato il mercato interno dell'Eurozona (cominciando dal proprio), ha per forza di cose orientato i propri flussi commerciali verso i paesi terzi, dove si trova a competere con gli Stati Uniti. La svalutazione dell'euro rispetto al dollaro, che non risolve i nostri problemi per i problemi esposti sopra, attribuisce tuttavia alla Germania un ingiustificato vantaggio sui mercati terzi (come la Cina), vantaggio che preoccupa Stati Uniti e Cina.
(...leggetevi quel cazzo di articolo...)
Dire "bè, però ora che l'euro è calato rispetto al dollaro in fondo le cose nell'Eurozona vanno meglio per un bel po' di paesi" significa fare un ragionamento completamente idiota, che non tiene conto di un dato essenziale: se per far andare il cambio "meglio" per un po' di paesi in più lo si fa andare "troppo bene" per il paese che già stava "troppo meglio", e che è anche il più rilevante in termini di dimensioni, nei fatti si permette a quest'ultimo di praticare una colossale svalutazione competitiva verso la Cina e ai danni degli Usa che compromette la sostenibilità di tutto il progetto europeo (perché gli altri poi reagiscono, cosa da noi puntualmente prevista).
Lo dico in un altro modo: la Cina (e gli Usa) la lieta novella che Malta, Cipro, o la Grecia, potrebbero non essere più molto disallineate rispetto al dollaro se la appendono fra le tombe etrusche e i quadri del Tintoretto, mentre il fatto che un paese che ha il più grande surplus estero al mondo (la Germania) svaluti del 30% non passa loro inosservato (sarete sorpresi!), e non lo considerano un effetto collaterale trascurabile, da sopportare per la soddisfazione di poter rilanciare il turismo in alcune ridenti località del Mediterraneo.
Bene. Credo che questo chiarisca a tutti e anche ad Andrea, se ci legge, il livello dello studio rilanciato da Bloomberg, prodotto da un centro che si fa pagare palettate di euro per dire sesquipedali imprecisioni (mentre a/simmetrie produce ricerca scientificamente ed eticamente integra, e può e potrà farlo solo nella misura in cui continuerà a poter contare su finanziamenti indipendenti: i vostri).
L'economia è una scienza
Che persone prive di pubblicazioni cerchino di farci appassionare a falsi problemi, magari per esigenze di bottega politica, non credo sia una novità: fin qui abbiamo visto tre esempi, e troppi ce ne sarebbero.
Una esternalità negativa di questo modus operandi è che così facendo si scredita la scienza e la professione economica, che sarebbe invece perfettamente in grado di occuparsi in modo sensato di problemi meno fittizi. Uno di questi problemi è appunto quello del disallineamento della valuta dei singoli paesi membri dell'Eurozona, cioè di quanto l'euro sia lontano da un ipotetico valore di equilibrio per ognuno di essi. Mi riferisco, ovviamente, al disallineamento effettivo reale, non a quello nominale bilaterale rispetto al dollaro, che, come ho spiegato, non ha particolare senso analizzare (per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, cos'è il cambio effettivo reale lo abbiamo spiegato qui). Detto in altre parole, più correnti, mi riferisco alla quantificazione del danno che l'adozione dell'euro arreca alla competitività di prezzo complessiva dei paesi membri.
Sarete forse sorpresi dall'apprendere che il disallineamento dell'euro per i singoli paesi membri è ammesso, e studiato in dettaglio, niente meno che dalla stessa Commissione Europea in uno studio, quello di Salto e Turrini (2010), interessante e ben fatto, anche perché offre una rassegna (non completissima, ma utile) degli approcci metodologici più à la page per la determinazione del cambio di equilibrio.
Ve la sintetizzo, estendendola per considerare alcuni approcci che ai colleghi della Bce sfuggono, in alcuni casi perché applicati all'Eurozona posteriormente al loro lavoro. I metodi utilizzati per valutare il disallineamento del cambio effettivo reale cadono in quattro categorie:
1) quelli basati sulla PPP (purchasing power parity), cioè sull'idea che il cambio si aggiusti per riequilibrare scarti fra i livelli dei prezzi nei diversi paesi;
2) quelli basati sul saldo delle partite correnti, cioè sull'indebitamento estero netto del paese, basati sull'idea che il tasso di cambio di equilibrio sia quello che riporta l'indebitamento a zero, o lo stabilizza, o stabilizza il rapporto fra debito estero e PIL (per cui se il saldo delle partite correnti di un paese sta scendendo, o il suo debito estero sta crescendo, significa che il suo tasso di cambio è sopravvalutato);
3) quelli che tengono conto sia dell'equilibrio esterno (pareggio della bilancia dei pagamenti) che di quello interno (piena occupazione), equilibrio riassunto dall'andamento dei fondamentali macroeconomici e analizzato con un modello economico che espliciti la relazione fra fondamentali e tasso di cambio, permettendo così di ricavare un valore di equilibrio per quest'ultimo;
4) quelli che prescindono da un modello economico sottostante e applicano l'approccio del controfattuale sintetico, consistente nell'individuare un gruppo di paesi con caratteristiche simili a quello oggetto di studio, calcolare la media delle sue variabili di interesse, da usare come "benchmark" (il "controllo" o "controfattuale sintetico"), e vedere se a parità di andamento dei fondamentali nel paese studiato e nel "controfattuale sintetico" il cambio del primo è disallineato rispetto alla media dei cambi espressa dal secondo.
Il primo approccio (parità dei poteri d'acquisto) è quello che abbiamo applicato più volte, suscitando la riprovazione dei soliti mentecatti ignoranti i quali, da ignoranti, ignoravano quanto supporto esso abbia non solo nei dati di fatto (cui noi ci riferivamo), ma anche nella letteratura scientifica più avanzata, che, da mentecatti, non erano in condizione di consultare per mancanza di strumenti intellettuali. In particolare, l'articolo di Coakley et al. (2005) conferma la validità dell'approccio che consiste nello stimare il riallineamento potenziale sulla base dei differenziali di inflazione cumulati (e così facendo stronca un bel po' di ditini che ci sono stati puntati addosso). Ricordo anche sempre l'articolo di Lee et al. (2011) il quale ci ricorda che il modello di parità relativa dei poteri d'acquisto (corretto con l'effetto Balassa-Samuelson del quale parlammo qui), indipendentemente dal fatto di essere un modello corretto (cosa che Coakley et al. dimostrano), è in ogni caso quello in cui credono "i mercati", cioè chi fa previsioni a scopo operativo, ed è quindi la più ovvia "ancora" per le aspettative di riallineamento nel caso di una rottura di una unione monetaria.
Il secondo approccio (stabilizzazione del debito estero) è descritto partitamente da Salto e Turrini ma non mi ci soffermo più di tanto, perché ha un limite ovvio, che è poi quello che sfugge ai "bagnailafafacilisti", agli "uscistidasinistra", agli "eurobelloausteritàbruttisti", insomma: a tutte le creature (intellettualmente) deformi che popolano il bestiario medievale del dibattito italiano sull'euro. Il limite è quello di considerare unicamente l'equilibrio esterno, e solo condizioni necessarie. Certo, che il debito estero non diventi un macigno è una condizione necessaria perché le cose non vadano male, ma non è sufficiente, e se per ottenere questo obiettivo (esterno) distruggi un paese (come Monti ha ammesso di aver fatto), perché hai deciso che dell'equilibrio interno (piena occupazione) te ne freghi, diciamo che non hai risolto un gran che (come in effetti noi non abbiamo risolto).
Il terzo approccio (analisi dell'equilibrio interno ed esterno tramite un modello) ha una lunga storia: si va dal FEER (fundamental equilibrium exchange rate) di Williamson (1983), al NATREX (natural real exchange rate) di Stein (1990) (ricordo quando Gandolfo ci lavorava), al BEER (behavioural effective exchange reate) di Clark e McDonald (1998), il cui studio descrive anche la logica del FEER.
Il quarto approccio ha una storia più corta: il riferimento metodologico è Abadie e Gardeazabal (2003).
Ora, come vedete, il problema, nei suoi termini metodologici, è stato ampiamente affrontato, e non esattamente da persone di passaggio o su giornaletti on-line o siti aziendali. Sarebbe molto interessante sapere quale consapevolezza OE abbia di questa letteratura, se la citi, quale approccio usi, perché, ecc., ma le mie aspettative in merito non sono eccessivamente ambiziose.
Ci siamo capiti.
Le risposte della scienza sono coerenti con la realtà
Un dato rilevante è che tutti (dicesi tutti) questi approcci sono stati applicati ai paesi dell'Eurozona, per vedere quale fosse il grado di disallineamento del loro tasso di cambio effettivo reale da un ipotetico equilibrio, e la cosa interessante è che tutti (dicesi tutti) questi approcci, per quanto diversi, dicono sostanzialmente la stessa cosa, come rilevano Salto e Turrini (2010), ovvero che i paesi membri dell'Eurozona hanno un tasso di cambio reale (quella che chiameremmo "competitività") disallineato, in alcuni casi di molto, dal rispettivo valore di equilibrio, e che con l'ingresso nella moneta unica è aumentato il numero di paesi il cui cambio reale è sostanzialmente sopravvalutato (cioè l'euro è diventato "troppo forte" per essi, rispetto al complesso dei loro partner commerciali, inclusi ovviamente quelli intra-eurozona).
Insomma, quello che sappiamo: la moneta comune fra un paese "forte" e uno "debole" avrà un valore medio fra quello delle rispettive valute nazionali, e realizzerà così il sogno di Trilussa: il paese forte si mangerà il pollo, e quello debole sarà il pollo.
Naturalmente, per ovvi motivi politici, Salto e Turrini, lavorando per la Commissione Europea, non possono fornire risultati individuali, cioè dire chi ci sta rimettendo dall'euro (perché ha un cambio reale sopravvalutato, cioè perché l'euro è "troppo pesante" per la sua economia) e chi invece ci sta guadagnando (perché ha un cambio reale sottovalutato, cioè sta praticando una svalutazione competitiva). Essi si limitano a fornire la distribuzione statistica dei disallineamenti calcolata con i vari metodi, e per i paesi dell'Eurozona la vedete riassunta in questo grafico:
(per interpretarlo, se non siete pratici, date un'occhiata qui). Come vedete, procedendo verso destra (cioè verso gli anni più recenti), i disallineamenti manifestano una tendenza crescente (cioè aumenta il numero di paesi dell'Eurozona che diventano meno competitivi perché hanno il cambio reale sopravvalutato), indipendentemente dal metodo di calcolo utilizzato. Noterete che nel periodo 2008-2009 il paese messo peggio ha un cambio reale rivalutato di oltre il 20% secondo l'approccio basato sulla stabilizzazione del debito estero.
Ma di studi ce ne sono molti altri!
Un'analisi dettagliata, basata sul FEER (che Salto e Turrini non considerano), è fatta dal già citato Jacques Mazier, con questi risultati:
Anche qui, si vede l'ovvio: la Germania sottovalutata con punte del 20% nel 2007, l'Italia sopravvalutata di circa il 4% nel 2009, il Portogallo sopravvalutato addirittura al 41% (occhio a come sono definiti i segni).
(...per inciso, in conto "margini della comunità scientifica": conosco Jacques perché ha seguito la tesi di dottorato del mio amico Arsène. Jacques è sempre stato euroscettico, e per questo ostracizzato dalla comunità degli economisti francesi "de sinistra", che però negli ultimi tempi si è scissa su questo tema: ci sono ancora gli imbecilli che "non lo si può dire perché lo dice la Le Pen", i traditori che "però bisogna uscire a sinistra", ma c'è anche tanta brava gente che continua a lavorare, come vi ho raccontato diverse volte...)
Altri amici, Makram el-Shagi e i suoi coautori, hanno applicato l'approccio dei controfattuali sintetici, giungendo a queste conclusioni:
Anche qui, niente sorprendente per chi non sia accecato dall'ideologia: l'Italia è sopravvalutata del 4.52% dall'entrata nell'euro fino alla crisi, mentre la Germania risulta sottovalutata, e dopo la crisi la sua sottovalutazione aumenta (cioè: il paese che già era più forte durante la crisi ha di fatto rafforzato la propria posizione competitiva svalutando in termini reali).
(...sempre dai margini della comunità scientifica: Makram era nel board di INFER, dove ora sono vicepresidente, e Gregor sta organizzando con INFER un seminario sulla fine delle politiche monetarie non convenzionali presso l'Università di Halle, e sono in relazione con lui perché faccio parte del comitato scientifico, il che mi ha costretto a leggere tre interessanti paper dei quali vorrei parlarvi, ma non posso, perché non sono ancora stati pubblicati...)
Questo è lo studio più recente. Ma ce ne sono tanti altri. Ad esempio, applicando il BEER Virginie Coudert et al. (2013) (qui in versione working paper) giungono a questa conclusione:
Il cambio reale dell'Italia sarebbe sopravvalutato del 7% (6.6%), quello della Grecia del 20%.
E così via.
Discussion and robustness check
Come vedete, il fatto che a svariati anni dalla sua introduzione la moneta unica non vada bene per praticamente nessun paese membro è assodato. Del resto, anche se i nostri indecorosi gazzettieri lo hanno spesso negato, gli artefici del progetto, i vari Prodi, Padoa Schioppa, ecc., non lo hanno mai nascosto: l'euro era sbagliato per l'Italia, ma questo "errore" era intenzionale, perché ci avrebbe reso migliori attraverso la distruzione creatrice delle imprese e delle persone non all'altezza della situazione, cioè del cambio sopravvalutato.
Potrete anche notare una cosa: l'entità dei disallineamenti smentisce i sempliciotti catastrofisti. Non si parla di disallineamenti del millemila per cento, ma di disallineamenti sull'ordine delle due cifre.
Va però chiarita una cosa. Tutti questi studi analizzano la questione in termini effettivi, cioè come disallineamento medio di una valuta nazionale rispetto a tutti i partner del paese. Prendete ad esempio il caso dell'Italia: quando il sogno fascista dei sullodati padri nobili si infrangerà contro i dati (che concordemente lo condannano) ognuno se ne andrà valutariamente per la sua strada (che è condizione necessaria perché si possa pensare di restare politicamente uniti), e allora noi ci riallineeremo al ribasso verso la Germania, ma molto probabilmente la Grecia si riallineerà ancor di più al ribasso verso la stessa Germania, e quindi noi in effetti rivaluteremo verso la Grecia (e probabilmente anche verso Portogallo e Spagna). Quando la Coudert o El-Shagi danno sopravvalutazioni dell'Italia un po' sotto al 10%, non intendono che noi dovremo svalutare del 10% rispetto al nuovo marco: intendono che i vari riallineamenti al ribasso e al rialzo avranno un impatto effettivo (cioè medio) intorno al 10%. L'idea di una "Italietta" che precipiterà in un gorgo senza fondo è completamente imbecille (come i cialtroni criminali che l'hanno riproposta nel corso degli ultimi anni). Purtroppo c'è chi sta peggio di noi, e comunque (in questo OE ha ragione) abbiamo ormai tanto svalutato rispetto al dollaro che è difficile che gli Usa ci lascerebbero cadere molto di più, se noi uscissimo.
Resta il fatto che per dare una valutazione accurata degli effetti di una rottura dell'Eurozona più che i risultati effettivi contano quelli bilaterali: se hai dei debiti governati dal diritto estero (e quindi non ridenominabili) nei confronti della Germania, te ne frega anche poco di sapere che in media svaluterai solo del 10% perché rivaluterai rispetto a Malta! Devi sapere di quanto svaluterai rispetto alla Germania, perché è a lei che devi restituire il tuo debito (rivalutato per effetto delle svalutazione: preciso ancora che mi riferisco ai debiti under foreign law, che in Italia sono meno che altrove, come credo sappiate).
Stranamente (si fa per dire) una valutazione accademica dei potenziali riallineamenti bilaterali manca. I motivi credo siano sostanzialmente di ordine politico: meglio non parlare di ciò di cui non si deve parlare. Per quanto ne so io, un lavoro simile è stato fatto solo da uno studente di master dell'Università di Oslo. Il giovine, prima di essere dato in pasto ai narvali, ha replicato i calcoli di Salto e Turrini e calcolato i disallineamenti bilaterali fra i vari paesi membri e la Germania, e vedete che qui la musica un po' cambia:
Il disallineamento dell'Italia rispetto alla Germania sarebbe arrivato a quasi il 20% nel periodo della crisi, ed è previsto al 12% da qui al 2018 (il doppio di quello che risulta dalle altre analisi), ma a Portogallo e Grecia va peggio di noi, come vedete, e, non sorprendentemente per noi, va peggio nel prossimo futuro anche a Austria, Belgio, Finlandia e Francia: tutti paesi ex virtuosi ma che ora si trovano col cambio sopravvalutato in termini reali perché "non hanno fatto le riforme" (cioè non hanno tagliato i salari rispetto alla Germania).
Che bel quadretto!
Vi fa capire perché in Belgio si troncano di mazzate come in Francia (anche se nella serva Italia nessuno ve ne parla), perché in Austria eleggeranno un nazista, e perché la Finlandia vuole uscire dall'euro (a proposito: al #goofy5 ci sarà l'autore di questo interessante testo).
Naturalmente questi risultati bilaterali sono di un certo interesse, ma non sono immediatamente utilizzabili nel nostro modello, che disaggrega il commercio dell'Italia fra sette gruppi di partner: il centro dell'Eurozona, la periferia dell'Eurozona, gli Stati Uniti, gli altri paesi europei, i BRICS, l'OPEC e il resto del mondo. Le quote di mercato di questi gruppi di paesi sono molto diverse, ed è verosimile che saranno piuttosto diversi anche i riallineamenti. Al convegno INFER di Reus Christian Jensen, che era il discussant del nostro paper sull'uscita dall'Eurozona, ci ha fatto notare che secondo lui le ipotesi di riallineamento che facevamo (prese sostanzialmente dallo studio di Bootle) erano ad hoc e andavano motivate meglio. Lo abbiamo fatto, stimando un BEER col database del nostro modello. Il risultato è che l'Italia ha un disallineamento reale del 10% in termini effettivi. Naturalmente ora voi vorreste anche sapere quale sia il disallineamento rispetto al centro dell'Eurozona, alla periferia, e agli Stati Uniti...
Ma questo non ve lo dico: prima lo pubblichiamo con #pirreviù, e poi ne parliamo. Sapete com'è: sono sotto concorso, e per me, che non sono esattamente il prototipo dello yes men lacchè eurista, la strada è tutta in salita (non invidio i commissari che dovranno valutarmi)...
Conclusioni
Nonostante questo mi ha fatto piacere dedicarvi un po' di tempo, per condividere con voi qualche risultato delle mie ultime ricerche, e ribadire qualche concetto cui tengo particolarmente: il primo è che la scienza economica non è quel coacervo di pregiudizi ideologici e di farneticazioni astrologiche che i nostri media hanno interesse a propinarvi. L'economia si occupa di problemi che interessano anche voi, e lo fa in modo rigoroso e quantitativo, giungendo a risposte che non violentano l'evidenza. Il secondo è che fuori dalla serva Italia tutti sostanzialmente ammettono che l'euro è un esperimento fallito, anche quando tentano di difenderlo, un po' goffamente, come gli arrotini di OE. Il terzo è che a/simmetrie fa scienza ed è spesso in anticipo sugli eventi perché è mainstream. Sono fuori dal mainstream, perché hanno voluto esserlo, i colleghi che per motivi di interesse venale o di carriera hanno difeso un progetto che la scienza economica aveva condannato.
A questo proposito, mi scuso con eventuali nuovi arrivati che talora trovassero i miei toni poco accademici. Ricordo solo che chi ha ucciso la verità, mentendo sui dati di fatto, ha ucciso anche tante imprese e tante persone. Capisco che per chi poco sa e nulla vuole capire questo non sia motivo di indignazione. Per chi, come me, avendo decenni di esperienza di ricerca specifica nel settore, è in grado di comprendere l'assurdità del progetto e l'enormità delle stupidaggini propalate nel dibattito, è estremamente difficile mantenere la calma. Ormai l'euro è un caso psichiatrico. Se guardate la mia tweet line ne avrete conferma. Credo che il momento della verità si avvicini, e in quel momento ci ricorderemo della petulanza e della malafede di chi, ostacolando la diffusione di un messaggio equilibrato, ha creato i presupposti per una risoluzione violenta della crisi. Chi ha fatto (e sta facendo) così, arroccandosi dietro una pretesa "libertà di opinione" che è ormai sistematica libertà di menzogna su dati fattuali e di violazione della deontologia professionale, si è preso una pesantissima responsabilità politica della quale si dovrà evidentemente tenere conto.
Ma ce ne occuperemo a suo tempo, o, meglio ancora, se ne occuperà Lui...
(...et ego retribuam in tempore...)
Twitter è sì una fogna (soprattutto da quando è stata bandita la crociata dei poracci, replica della più nota ma sostanzialmente isomorfa crociata dei pezzenti), ma riserva comunque dei momenti esilaranti. Col poco campo che ho a disposizione dove mi trovo, oggi mi è capitato di travedere questo tweet:
Devo dire di essere prevenuto negativamente verso Oxford Economics. Mi dà, così, dall'esterno, l'impressione di essere una versione ripulita e presentabile (in quanto pseudoindipendente) del nostro Centro Studi Confindustria, quello che ha definitivamente scavato la fossa della propria non preclara reputazione scientifica (è un dato di fatto facilmente verificabile che la sua produzione, a differenza di quella di altri think tank, non finisca spesso in fascia A) trasmettendo questo sproloquio dadaista del tutto scisso da qualsiasi appiglio con qualcosa di almeno lontanamente assimilabile a uno studio scientifico:
Devo dire che il commento di Alessandro Camattari, che non conosco, mi sembra più appropriato di quello pur tecnicamente ineccepibile di Massimiliano Tancioni, che conosco, e che ha dedicato, bontà sua, una articolata confutazione a quella che in tutta evidenza è solo una velina politica, solo per concludere che è una velina politica, cioè (testualmente) che "non c'è modo ad oggi di dire quanto sia 'scientifica' questa previsione". Io stimo sinceramente Massimiliano, e mi limito a dire che se l'animale che ho davanti cammina come un cane, ha la coda come un cane, e soprattutto abbaia come un cane, non gli faccio l'analisi del DNA, anche se il mio mestiere, come il suo, è in effetti fare il coroner (di simulazioni...).
In altre parole: ho il terribile sospetto che una confutazione seria ottenga, in fin dei conti, lo scopo paradossale di legittimare scientificamente quella che altro non è che propaganda politica, dandole un'importanza che non merita (e quindi, forse, Camattari ha fatto prima e soprattutto meglio, in termini di opportunità politica). Detto ancora in altre parole, non sono sicuro che sia proprio necessario riconoscere a chiunque dignità di interlocutore.
(...solo una parentesi per indicare un altro centro studi, questo popolato da scienziati validi, che si produce in veline di basso profilo: quello della Bce. Ciò dimostra che la consistenza scientifica di un centro studi non è condizione sufficiente perché questo rispetti un minimo di deontologia professionale. Temo però che sia condizione necessaria. Nel caso della Bce è del tutto evidente il tentativo di sottrarsi preventivamente alle proprie responsabilità, attribuendo a una nostra presunta inferiorità razziale il fallimento delle politiche da lei imposte ai volenterosi carnefici del PD. Lo scopo, sia ben chiaro, non è dare ossigeno a questi quattro mentecatti, ma evitare di dover fare una palinodia uso Fmi, come quella che ha tanto stupito il nostro amico Ambrose, e della quale qui trovate il testo originale...)
Ma torniamo a Oxford Economics. Nella nostra comunità è entrata di striscio perché un altro amico, Andrea Boltho, al #goofy3 propose un loro studio particolarmente apocalittico come pietra di paragone (benchmark) per valutare le simulazioni sull'impatto di un'uscita dall'euro fatte col nostro modello (qui il filmato, per chi se lo fosse dimenticato), argomentando che le nostre simulazioni (nonostante fossero in linea con alcuni decenni di letteratura scientifica), la facevano troppo facile, perché Oxford Economics (chi?) aveva detto che sarebbe stata una catastrofe... Ora, circa un anno fa vi feci notare che a distanza di pochissimi mesi la stessa Oxford Economics aveva ammesso che l'uscita di un paese messo molto peggio di noi non sarebbe necessariamente stata un disastro. Naturalmente voi, miseri mortali, per abbeverarvi a questo quintessenziale distillato di saggezza economica dovreste pagare una cosa come 1500 euro, ma la sintesi potete averla gratis, ed è che nel 2015 (un anno fa) Oxford Economics si ricordava l'economia che aveva dimenticato nel 2014, dicendola verità scientifica sulla fine delle unioni monetarie, ovvero che essa non è necessariamente un disastro, dato acquisito dalla scienza economica almeno fin dallo studio di Rose che trovate qui.
A me queste intermittenze del cervello (inteso come organo nel quale si può presumere alberghi la fredda razionalità economica) lasciano un po' perplesso. Non so voi, ma io sento puzza di velina quando succede una cosa simile. Ribadisco: magari sarà una mia prevenzione. Ma è la stessa puzza che ho sentito leggendo l'articolo di Bloomberg segnalato da Griever.
Il contenuto è facilmente riassumibile: è un dato di fatto che il cambio dell'euro non può essere corretto per tutti i paesi membri, ma ora, siccome Draghi ha indebolito molto la moneta unica, la "taglia unica" dell'euro sta un po' meno stretta a un numero di paesi maggiore di prima. Questo sarebbe il risultato dello studio di un collega, tale Angel Talavera. Non avendolo mai incontrato nei miei studi, sono andato a vedere chi fosse, e ho trovato sul sito di Oxford Economics un cv consultabile solo a pagamento (ma stasera vorrei andare a cena fuori e preferisco risparmiare), su IDEAS il vuoto pneumatico e su Scholar degli interessanti articoli sul metabolismo delle antocianine nei ratti, scritti però da un altro Talavera, che mi ripropongo comunque di leggere quando vi avrò sotterrato tutti (ho molto tempo a disposizione).
Questo per le credenziali scientifiche.
Breve (anzi, brevissimo) discorso sul metodo
Ora voi direte: "tu hai dovuto difenderti strenuamente da persone che ti attaccavano per il tuo CV e non per i tuoi argomenti: non cadere nello stesso errore!" Ecco, consentitemi di dirvelo: questo buonismo piddino mi ha trifolato le gonadi. Chi mi attaccava per il mio CV e non per i miei argomenti faceva un errore perché il mio CV c'era, anche se i pezzenti intellettuali che ricorderete non avevano gli strumenti culturali e scientifici per leggerlo. La qualità dei miei argomenti discendeva poi naturaliter da due condizioni: la qualità del mio CV e la mia onestà intellettuale. Queste condizioni sono purtroppo richieste entrambe. L'onestà da sola non basta (vi risparmio esempi dei danni fatti nel dibattito da volenterosi dilettanti), come non basta, da solo, il CV. Le credenziali scientifiche specifiche, cioè riferite all'oggetto di indagine de cujus, sono quindi una condizione necessaria, se pure non sufficiente. Lo abbiamo visto nel caso del dottor Giannino, come nel caso di tanti altri miei illustri colleghi suoi ammiratori (poi defilatisi), tutti dotati di credenziali scientifiche aspecifiche, cioè riferite ad altri campi del sapere scientifico, e ai quali quindi abbiamo visto fare delle clamorose figure di palta (le ricorderete, io sono per il parce sepultis).
Io mi occupo di economia monetaria internazionale da trent'anni e ho svariati lavori pubblicati sull'argomento. Se uno non ce li ha, può darsi che dica scemenze. Se uno ce li ha ma è a libro paga, può darsi che dica scemenze...
(...e ci sono mille modi di essere a libro paga: essere associato e voler diventare ordinario, essere un ricercatore e volersi far coptare da qualche illustre rete di ricerca con sede a Bruxelles, essere ordinario e avere allievi associati da collocare, desiderare di essere cooptato in qualche consiglio di amministrazione "pesante", desiderare di ottenere una qualche prebenda governativa ad alto rendimento risk free, ecc. Non devo farvi né altri esempi, né nomi: siete uomini di mondo, molti di voi sono nel settore, fra l'altro tutti voi siete più interessati all'argomento di me, quindi ognuno di voi ha più esempi da farsi di quanti potrei fargliene io...)
Ammettendo quindi che le pubblicazioni scientifiche (che il Talavera pare non abbia, o che comunque sono ardue o costose da rinvenire in rete) siano una condizione necessaria (ma non sufficiente), valutiamo lo studio di Oxford Economics (OE) così come ce lo presenta Bloomberg.
Due lievi imprecisioni
Partirei dai due dati più macroscopici che ne evidenziano il dilettantismo (ovviamente, prendendo per buono il resoconto di Bloomberg).
Il primo è che OE si concentra sul disallineamento nominale bilaterale fra i singoli paesi membri e il dollaro USA: si chiede cioè quanto costerebbe oggi un dollaro in termini delle valute nazionali di Austria, Belgio, Francia, ecc., se questi paesi uscissero dall'euro a un cambio di 1:1, per poi fluttuare sul mercato. Detto in altri termini, per usare il linguaggio di Jacques Mazier e dei suoi coautori, OE si chiede quale sarebbe il disallineamento dei tassi di cambio fra gli "euro nazionali" e il dollaro rispetto ai rispettivi ipotetici valori di equilibrio (domanda alla quale essi avevano risposto a suo tempo nella tavola 7 del loro studio: giusto per sottolineare che in ogni caso OE non sta proponendo qualcosa di molto originale).
Il secondo è che ragiona nei termini assolutamente farlocchi del numero di paesi membri cui un ipotetico cambio EUR/USD andrebbe bene (o "meglio"), senza minimamente riflettere sul peso economico di questi paesi membri.
Si tratta, duole dirlo, di due cialtronate siderali.
Sul primo punto, giova osservare che quale sia il livello degli "euro nazionali" rispetto al dollaro conta poco o nulla nel determinare la competitività complessiva di un paese, e questo per il semplice motivo che gli Stati Uniti, pur essendo un partner importante per i paesi europei, lo sono molto, ma molto meno dei paesi dell'Eurozona. Prendete il caso dell'Italia. La market share degli Usa nel commercio italiano è a una cifra, intorno al 5%. Quella verso il centro dell'Eurozona a due cifre, intorno al 40%. Come si fa anche semplicemente a pensare, per non dire a scrivere, che il nostro problema sia diventare più competitivi rispetto agli Usa svalutando il dollaro?
Mi sembra piuttosto strano che nel 2016 si facciano ancora discorsi simili!
Come abbiamo dimostrato con Christian Alexander Mongeau Ospina nel 2014 prima che i dati ci dessero ragione, era assolutamente ovvio che la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro non avrebbe dato (a noi) alcun vantaggio competitivo: intanto, avrebbe aggravato la nostra bilancia commerciale verso i paesi OCSE, e poi ci avrebbe fatto spendere nel centro dell'Eurozona i pochi soldi guadagnati verso i paesi terzi, lasciando il nostro saldo estero complessivo sostanzialmente invariato. Il nostro problema, evidentemente, è diventare più competitivi (cioè aggiustare i prezzi) rispetto al centro dell'Eurozona.
Sul secondo punto: i paesi dell'Eurozona non sono tutti uguali. In questo momento la Germania, dopo aver sbriciolato il mercato interno dell'Eurozona (cominciando dal proprio), ha per forza di cose orientato i propri flussi commerciali verso i paesi terzi, dove si trova a competere con gli Stati Uniti. La svalutazione dell'euro rispetto al dollaro, che non risolve i nostri problemi per i problemi esposti sopra, attribuisce tuttavia alla Germania un ingiustificato vantaggio sui mercati terzi (come la Cina), vantaggio che preoccupa Stati Uniti e Cina.
(...leggetevi quel cazzo di articolo...)
Dire "bè, però ora che l'euro è calato rispetto al dollaro in fondo le cose nell'Eurozona vanno meglio per un bel po' di paesi" significa fare un ragionamento completamente idiota, che non tiene conto di un dato essenziale: se per far andare il cambio "meglio" per un po' di paesi in più lo si fa andare "troppo bene" per il paese che già stava "troppo meglio", e che è anche il più rilevante in termini di dimensioni, nei fatti si permette a quest'ultimo di praticare una colossale svalutazione competitiva verso la Cina e ai danni degli Usa che compromette la sostenibilità di tutto il progetto europeo (perché gli altri poi reagiscono, cosa da noi puntualmente prevista).
Lo dico in un altro modo: la Cina (e gli Usa) la lieta novella che Malta, Cipro, o la Grecia, potrebbero non essere più molto disallineate rispetto al dollaro se la appendono fra le tombe etrusche e i quadri del Tintoretto, mentre il fatto che un paese che ha il più grande surplus estero al mondo (la Germania) svaluti del 30% non passa loro inosservato (sarete sorpresi!), e non lo considerano un effetto collaterale trascurabile, da sopportare per la soddisfazione di poter rilanciare il turismo in alcune ridenti località del Mediterraneo.
Bene. Credo che questo chiarisca a tutti e anche ad Andrea, se ci legge, il livello dello studio rilanciato da Bloomberg, prodotto da un centro che si fa pagare palettate di euro per dire sesquipedali imprecisioni (mentre a/simmetrie produce ricerca scientificamente ed eticamente integra, e può e potrà farlo solo nella misura in cui continuerà a poter contare su finanziamenti indipendenti: i vostri).
L'economia è una scienza
Che persone prive di pubblicazioni cerchino di farci appassionare a falsi problemi, magari per esigenze di bottega politica, non credo sia una novità: fin qui abbiamo visto tre esempi, e troppi ce ne sarebbero.
Una esternalità negativa di questo modus operandi è che così facendo si scredita la scienza e la professione economica, che sarebbe invece perfettamente in grado di occuparsi in modo sensato di problemi meno fittizi. Uno di questi problemi è appunto quello del disallineamento della valuta dei singoli paesi membri dell'Eurozona, cioè di quanto l'euro sia lontano da un ipotetico valore di equilibrio per ognuno di essi. Mi riferisco, ovviamente, al disallineamento effettivo reale, non a quello nominale bilaterale rispetto al dollaro, che, come ho spiegato, non ha particolare senso analizzare (per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, cos'è il cambio effettivo reale lo abbiamo spiegato qui). Detto in altre parole, più correnti, mi riferisco alla quantificazione del danno che l'adozione dell'euro arreca alla competitività di prezzo complessiva dei paesi membri.
Sarete forse sorpresi dall'apprendere che il disallineamento dell'euro per i singoli paesi membri è ammesso, e studiato in dettaglio, niente meno che dalla stessa Commissione Europea in uno studio, quello di Salto e Turrini (2010), interessante e ben fatto, anche perché offre una rassegna (non completissima, ma utile) degli approcci metodologici più à la page per la determinazione del cambio di equilibrio.
Ve la sintetizzo, estendendola per considerare alcuni approcci che ai colleghi della Bce sfuggono, in alcuni casi perché applicati all'Eurozona posteriormente al loro lavoro. I metodi utilizzati per valutare il disallineamento del cambio effettivo reale cadono in quattro categorie:
1) quelli basati sulla PPP (purchasing power parity), cioè sull'idea che il cambio si aggiusti per riequilibrare scarti fra i livelli dei prezzi nei diversi paesi;
2) quelli basati sul saldo delle partite correnti, cioè sull'indebitamento estero netto del paese, basati sull'idea che il tasso di cambio di equilibrio sia quello che riporta l'indebitamento a zero, o lo stabilizza, o stabilizza il rapporto fra debito estero e PIL (per cui se il saldo delle partite correnti di un paese sta scendendo, o il suo debito estero sta crescendo, significa che il suo tasso di cambio è sopravvalutato);
3) quelli che tengono conto sia dell'equilibrio esterno (pareggio della bilancia dei pagamenti) che di quello interno (piena occupazione), equilibrio riassunto dall'andamento dei fondamentali macroeconomici e analizzato con un modello economico che espliciti la relazione fra fondamentali e tasso di cambio, permettendo così di ricavare un valore di equilibrio per quest'ultimo;
4) quelli che prescindono da un modello economico sottostante e applicano l'approccio del controfattuale sintetico, consistente nell'individuare un gruppo di paesi con caratteristiche simili a quello oggetto di studio, calcolare la media delle sue variabili di interesse, da usare come "benchmark" (il "controllo" o "controfattuale sintetico"), e vedere se a parità di andamento dei fondamentali nel paese studiato e nel "controfattuale sintetico" il cambio del primo è disallineato rispetto alla media dei cambi espressa dal secondo.
Il primo approccio (parità dei poteri d'acquisto) è quello che abbiamo applicato più volte, suscitando la riprovazione dei soliti mentecatti ignoranti i quali, da ignoranti, ignoravano quanto supporto esso abbia non solo nei dati di fatto (cui noi ci riferivamo), ma anche nella letteratura scientifica più avanzata, che, da mentecatti, non erano in condizione di consultare per mancanza di strumenti intellettuali. In particolare, l'articolo di Coakley et al. (2005) conferma la validità dell'approccio che consiste nello stimare il riallineamento potenziale sulla base dei differenziali di inflazione cumulati (e così facendo stronca un bel po' di ditini che ci sono stati puntati addosso). Ricordo anche sempre l'articolo di Lee et al. (2011) il quale ci ricorda che il modello di parità relativa dei poteri d'acquisto (corretto con l'effetto Balassa-Samuelson del quale parlammo qui), indipendentemente dal fatto di essere un modello corretto (cosa che Coakley et al. dimostrano), è in ogni caso quello in cui credono "i mercati", cioè chi fa previsioni a scopo operativo, ed è quindi la più ovvia "ancora" per le aspettative di riallineamento nel caso di una rottura di una unione monetaria.
Il secondo approccio (stabilizzazione del debito estero) è descritto partitamente da Salto e Turrini ma non mi ci soffermo più di tanto, perché ha un limite ovvio, che è poi quello che sfugge ai "bagnailafafacilisti", agli "uscistidasinistra", agli "eurobelloausteritàbruttisti", insomma: a tutte le creature (intellettualmente) deformi che popolano il bestiario medievale del dibattito italiano sull'euro. Il limite è quello di considerare unicamente l'equilibrio esterno, e solo condizioni necessarie. Certo, che il debito estero non diventi un macigno è una condizione necessaria perché le cose non vadano male, ma non è sufficiente, e se per ottenere questo obiettivo (esterno) distruggi un paese (come Monti ha ammesso di aver fatto), perché hai deciso che dell'equilibrio interno (piena occupazione) te ne freghi, diciamo che non hai risolto un gran che (come in effetti noi non abbiamo risolto).
Il terzo approccio (analisi dell'equilibrio interno ed esterno tramite un modello) ha una lunga storia: si va dal FEER (fundamental equilibrium exchange rate) di Williamson (1983), al NATREX (natural real exchange rate) di Stein (1990) (ricordo quando Gandolfo ci lavorava), al BEER (behavioural effective exchange reate) di Clark e McDonald (1998), il cui studio descrive anche la logica del FEER.
Il quarto approccio ha una storia più corta: il riferimento metodologico è Abadie e Gardeazabal (2003).
Ora, come vedete, il problema, nei suoi termini metodologici, è stato ampiamente affrontato, e non esattamente da persone di passaggio o su giornaletti on-line o siti aziendali. Sarebbe molto interessante sapere quale consapevolezza OE abbia di questa letteratura, se la citi, quale approccio usi, perché, ecc., ma le mie aspettative in merito non sono eccessivamente ambiziose.
Ci siamo capiti.
Le risposte della scienza sono coerenti con la realtà
Un dato rilevante è che tutti (dicesi tutti) questi approcci sono stati applicati ai paesi dell'Eurozona, per vedere quale fosse il grado di disallineamento del loro tasso di cambio effettivo reale da un ipotetico equilibrio, e la cosa interessante è che tutti (dicesi tutti) questi approcci, per quanto diversi, dicono sostanzialmente la stessa cosa, come rilevano Salto e Turrini (2010), ovvero che i paesi membri dell'Eurozona hanno un tasso di cambio reale (quella che chiameremmo "competitività") disallineato, in alcuni casi di molto, dal rispettivo valore di equilibrio, e che con l'ingresso nella moneta unica è aumentato il numero di paesi il cui cambio reale è sostanzialmente sopravvalutato (cioè l'euro è diventato "troppo forte" per essi, rispetto al complesso dei loro partner commerciali, inclusi ovviamente quelli intra-eurozona).
Insomma, quello che sappiamo: la moneta comune fra un paese "forte" e uno "debole" avrà un valore medio fra quello delle rispettive valute nazionali, e realizzerà così il sogno di Trilussa: il paese forte si mangerà il pollo, e quello debole sarà il pollo.
Naturalmente, per ovvi motivi politici, Salto e Turrini, lavorando per la Commissione Europea, non possono fornire risultati individuali, cioè dire chi ci sta rimettendo dall'euro (perché ha un cambio reale sopravvalutato, cioè perché l'euro è "troppo pesante" per la sua economia) e chi invece ci sta guadagnando (perché ha un cambio reale sottovalutato, cioè sta praticando una svalutazione competitiva). Essi si limitano a fornire la distribuzione statistica dei disallineamenti calcolata con i vari metodi, e per i paesi dell'Eurozona la vedete riassunta in questo grafico:
(per interpretarlo, se non siete pratici, date un'occhiata qui). Come vedete, procedendo verso destra (cioè verso gli anni più recenti), i disallineamenti manifestano una tendenza crescente (cioè aumenta il numero di paesi dell'Eurozona che diventano meno competitivi perché hanno il cambio reale sopravvalutato), indipendentemente dal metodo di calcolo utilizzato. Noterete che nel periodo 2008-2009 il paese messo peggio ha un cambio reale rivalutato di oltre il 20% secondo l'approccio basato sulla stabilizzazione del debito estero.
Ma di studi ce ne sono molti altri!
Un'analisi dettagliata, basata sul FEER (che Salto e Turrini non considerano), è fatta dal già citato Jacques Mazier, con questi risultati:
Anche qui, si vede l'ovvio: la Germania sottovalutata con punte del 20% nel 2007, l'Italia sopravvalutata di circa il 4% nel 2009, il Portogallo sopravvalutato addirittura al 41% (occhio a come sono definiti i segni).
(...per inciso, in conto "margini della comunità scientifica": conosco Jacques perché ha seguito la tesi di dottorato del mio amico Arsène. Jacques è sempre stato euroscettico, e per questo ostracizzato dalla comunità degli economisti francesi "de sinistra", che però negli ultimi tempi si è scissa su questo tema: ci sono ancora gli imbecilli che "non lo si può dire perché lo dice la Le Pen", i traditori che "però bisogna uscire a sinistra", ma c'è anche tanta brava gente che continua a lavorare, come vi ho raccontato diverse volte...)
Altri amici, Makram el-Shagi e i suoi coautori, hanno applicato l'approccio dei controfattuali sintetici, giungendo a queste conclusioni:
Anche qui, niente sorprendente per chi non sia accecato dall'ideologia: l'Italia è sopravvalutata del 4.52% dall'entrata nell'euro fino alla crisi, mentre la Germania risulta sottovalutata, e dopo la crisi la sua sottovalutazione aumenta (cioè: il paese che già era più forte durante la crisi ha di fatto rafforzato la propria posizione competitiva svalutando in termini reali).
(...sempre dai margini della comunità scientifica: Makram era nel board di INFER, dove ora sono vicepresidente, e Gregor sta organizzando con INFER un seminario sulla fine delle politiche monetarie non convenzionali presso l'Università di Halle, e sono in relazione con lui perché faccio parte del comitato scientifico, il che mi ha costretto a leggere tre interessanti paper dei quali vorrei parlarvi, ma non posso, perché non sono ancora stati pubblicati...)
Questo è lo studio più recente. Ma ce ne sono tanti altri. Ad esempio, applicando il BEER Virginie Coudert et al. (2013) (qui in versione working paper) giungono a questa conclusione:
Il cambio reale dell'Italia sarebbe sopravvalutato del 7% (6.6%), quello della Grecia del 20%.
E così via.
Discussion and robustness check
Come vedete, il fatto che a svariati anni dalla sua introduzione la moneta unica non vada bene per praticamente nessun paese membro è assodato. Del resto, anche se i nostri indecorosi gazzettieri lo hanno spesso negato, gli artefici del progetto, i vari Prodi, Padoa Schioppa, ecc., non lo hanno mai nascosto: l'euro era sbagliato per l'Italia, ma questo "errore" era intenzionale, perché ci avrebbe reso migliori attraverso la distruzione creatrice delle imprese e delle persone non all'altezza della situazione, cioè del cambio sopravvalutato.
Potrete anche notare una cosa: l'entità dei disallineamenti smentisce i sempliciotti catastrofisti. Non si parla di disallineamenti del millemila per cento, ma di disallineamenti sull'ordine delle due cifre.
Va però chiarita una cosa. Tutti questi studi analizzano la questione in termini effettivi, cioè come disallineamento medio di una valuta nazionale rispetto a tutti i partner del paese. Prendete ad esempio il caso dell'Italia: quando il sogno fascista dei sullodati padri nobili si infrangerà contro i dati (che concordemente lo condannano) ognuno se ne andrà valutariamente per la sua strada (che è condizione necessaria perché si possa pensare di restare politicamente uniti), e allora noi ci riallineeremo al ribasso verso la Germania, ma molto probabilmente la Grecia si riallineerà ancor di più al ribasso verso la stessa Germania, e quindi noi in effetti rivaluteremo verso la Grecia (e probabilmente anche verso Portogallo e Spagna). Quando la Coudert o El-Shagi danno sopravvalutazioni dell'Italia un po' sotto al 10%, non intendono che noi dovremo svalutare del 10% rispetto al nuovo marco: intendono che i vari riallineamenti al ribasso e al rialzo avranno un impatto effettivo (cioè medio) intorno al 10%. L'idea di una "Italietta" che precipiterà in un gorgo senza fondo è completamente imbecille (come i cialtroni criminali che l'hanno riproposta nel corso degli ultimi anni). Purtroppo c'è chi sta peggio di noi, e comunque (in questo OE ha ragione) abbiamo ormai tanto svalutato rispetto al dollaro che è difficile che gli Usa ci lascerebbero cadere molto di più, se noi uscissimo.
Resta il fatto che per dare una valutazione accurata degli effetti di una rottura dell'Eurozona più che i risultati effettivi contano quelli bilaterali: se hai dei debiti governati dal diritto estero (e quindi non ridenominabili) nei confronti della Germania, te ne frega anche poco di sapere che in media svaluterai solo del 10% perché rivaluterai rispetto a Malta! Devi sapere di quanto svaluterai rispetto alla Germania, perché è a lei che devi restituire il tuo debito (rivalutato per effetto delle svalutazione: preciso ancora che mi riferisco ai debiti under foreign law, che in Italia sono meno che altrove, come credo sappiate).
Stranamente (si fa per dire) una valutazione accademica dei potenziali riallineamenti bilaterali manca. I motivi credo siano sostanzialmente di ordine politico: meglio non parlare di ciò di cui non si deve parlare. Per quanto ne so io, un lavoro simile è stato fatto solo da uno studente di master dell'Università di Oslo. Il giovine, prima di essere dato in pasto ai narvali, ha replicato i calcoli di Salto e Turrini e calcolato i disallineamenti bilaterali fra i vari paesi membri e la Germania, e vedete che qui la musica un po' cambia:
Il disallineamento dell'Italia rispetto alla Germania sarebbe arrivato a quasi il 20% nel periodo della crisi, ed è previsto al 12% da qui al 2018 (il doppio di quello che risulta dalle altre analisi), ma a Portogallo e Grecia va peggio di noi, come vedete, e, non sorprendentemente per noi, va peggio nel prossimo futuro anche a Austria, Belgio, Finlandia e Francia: tutti paesi ex virtuosi ma che ora si trovano col cambio sopravvalutato in termini reali perché "non hanno fatto le riforme" (cioè non hanno tagliato i salari rispetto alla Germania).
Che bel quadretto!
Vi fa capire perché in Belgio si troncano di mazzate come in Francia (anche se nella serva Italia nessuno ve ne parla), perché in Austria eleggeranno un nazista, e perché la Finlandia vuole uscire dall'euro (a proposito: al #goofy5 ci sarà l'autore di questo interessante testo).
Naturalmente questi risultati bilaterali sono di un certo interesse, ma non sono immediatamente utilizzabili nel nostro modello, che disaggrega il commercio dell'Italia fra sette gruppi di partner: il centro dell'Eurozona, la periferia dell'Eurozona, gli Stati Uniti, gli altri paesi europei, i BRICS, l'OPEC e il resto del mondo. Le quote di mercato di questi gruppi di paesi sono molto diverse, ed è verosimile che saranno piuttosto diversi anche i riallineamenti. Al convegno INFER di Reus Christian Jensen, che era il discussant del nostro paper sull'uscita dall'Eurozona, ci ha fatto notare che secondo lui le ipotesi di riallineamento che facevamo (prese sostanzialmente dallo studio di Bootle) erano ad hoc e andavano motivate meglio. Lo abbiamo fatto, stimando un BEER col database del nostro modello. Il risultato è che l'Italia ha un disallineamento reale del 10% in termini effettivi. Naturalmente ora voi vorreste anche sapere quale sia il disallineamento rispetto al centro dell'Eurozona, alla periferia, e agli Stati Uniti...
Ma questo non ve lo dico: prima lo pubblichiamo con #pirreviù, e poi ne parliamo. Sapete com'è: sono sotto concorso, e per me, che non sono esattamente il prototipo dello yes men lacchè eurista, la strada è tutta in salita (non invidio i commissari che dovranno valutarmi)...
Conclusioni
Nonostante questo mi ha fatto piacere dedicarvi un po' di tempo, per condividere con voi qualche risultato delle mie ultime ricerche, e ribadire qualche concetto cui tengo particolarmente: il primo è che la scienza economica non è quel coacervo di pregiudizi ideologici e di farneticazioni astrologiche che i nostri media hanno interesse a propinarvi. L'economia si occupa di problemi che interessano anche voi, e lo fa in modo rigoroso e quantitativo, giungendo a risposte che non violentano l'evidenza. Il secondo è che fuori dalla serva Italia tutti sostanzialmente ammettono che l'euro è un esperimento fallito, anche quando tentano di difenderlo, un po' goffamente, come gli arrotini di OE. Il terzo è che a/simmetrie fa scienza ed è spesso in anticipo sugli eventi perché è mainstream. Sono fuori dal mainstream, perché hanno voluto esserlo, i colleghi che per motivi di interesse venale o di carriera hanno difeso un progetto che la scienza economica aveva condannato.
A questo proposito, mi scuso con eventuali nuovi arrivati che talora trovassero i miei toni poco accademici. Ricordo solo che chi ha ucciso la verità, mentendo sui dati di fatto, ha ucciso anche tante imprese e tante persone. Capisco che per chi poco sa e nulla vuole capire questo non sia motivo di indignazione. Per chi, come me, avendo decenni di esperienza di ricerca specifica nel settore, è in grado di comprendere l'assurdità del progetto e l'enormità delle stupidaggini propalate nel dibattito, è estremamente difficile mantenere la calma. Ormai l'euro è un caso psichiatrico. Se guardate la mia tweet line ne avrete conferma. Credo che il momento della verità si avvicini, e in quel momento ci ricorderemo della petulanza e della malafede di chi, ostacolando la diffusione di un messaggio equilibrato, ha creato i presupposti per una risoluzione violenta della crisi. Chi ha fatto (e sta facendo) così, arroccandosi dietro una pretesa "libertà di opinione" che è ormai sistematica libertà di menzogna su dati fattuali e di violazione della deontologia professionale, si è preso una pesantissima responsabilità politica della quale si dovrà evidentemente tenere conto.
Ma ce ne occuperemo a suo tempo, o, meglio ancora, se ne occuperà Lui...
(...et ego retribuam in tempore...)
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