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mercoledì 11 aprile 2018

Aula

Per puro caso eravamo usciti in tre dall'ingresso di palazzo Madama: Matteo Salvini, Stefano Candiani, ed io, proprio mentre l'illustre collega scendeva dal suo taxi. Salutato Matteo, che per non farsi mancar nulla fra una votazione e una consultazione andava a Bari, mi avvicinavo all'illustre collega, e nella sua lingua (che non vi dirò quale fosse) esordivo: "Quale magnifica occasione per lei! Ha appena visto lo stato maggiore dei populisti: Matteo Salvini, il vicecapogruppo, e l'eminenza grigia, che poi sarei io. Sono lieto di averle potuto offrire questo colpo d'occhio. Posso offrirle anche un caffè? Andiamolo a prendere dentro...". Lui: "In quella che chiamate la buvette?" Io: "Certo. Perché chiamiamo le cose col loro nome".

Mentre facevo strada (ormai me la cavo: ho chiesto ai gentili commessi di non aiutarmi, per riavvicinarmi alla durezza dell'orientarsi in quel labirinto, e ha funzionato...) evocavamo comuni amici... che anche voi conoscete e che non sospettereste mai! Squilla il telefono. "Stefano!" "Alberto, il capogruppo del PD ha chiesto di intervenire in aula sulla Siria. Vuoi fare l'intervento per il nostro gruppo?" "Ma... sono con l'illustre collega! Fra quanto?" "Tre quarti d'ora!" "Va benissimo!"

Con passo spedito ci dirigevamo alla sala Pagoda (una delle tante dritte della mia "fatina": ma non penso che dovrei dirvi che così chiamiamo gli anziani che ci aiutano... fate finta di non averlo letto...), occupata da una gentile assistente altrui, in cerca di una presa per ricaricare il cellulare (va detto che non ce ne sono moltissime, ed è meglio così). "Disturbiamo?" "No, certo, senatore, anzi, se avete bisogno di riservatezza..." "No, guardi, non dobbiamo dirci niente di segreto..." (e soprattutto, pensavo io, lo diremo in leuropeo, per cui il problema in nuce non si porrà).

Inutile che vi faccia tutto il discorso.

Ma poter dire, con uno splendido sorriso, un po' narquois, e in una eccellente lingua (sua), a chi pensava di trovarsi di fronte un becero demagogo: "Vede, caro collega, io sono post-Keynesiano, e questo temo mi dia un certo vantaggio, perché quando lei nel 1991 sosteneva che in una unione monetaria i saldi delle partite correnti non contano, il mio maestro, Tony Thirlwall, affermava con grande forza il contrario. Ora, qualche anno dopo, siamo tutti d'accordo, nel senso che oggi lei è d'accordo con Tony [lui annuiva...]. Quindi, questo significa che abbiamo un problema. Sta a quelli come noi, che parlano la stessa lingua, non solo in senso proprio, ma anche in senso tecnico, evitare che questa cosa diventi un disastro, ne conviene? Perché vede, il fatto che lei venga qui a informarsi di cosa sia la politica italiana, il fatto che la politica italiana sia per lei di difficile lettura, come, per altri versi, per me lo sia quella del suo paese, implica solo una cosa: che una politica europea in quanto tale non potrà mai darsi, se non altro perché, come mi fu facile prevedere nel 2013, la si dovrebbe praticare nella lingua del paese che nel frattempo si è tirato fuori dal progetto. E questo è significativo, non trova? Quindi chi vede in una politica "europea" la soluzione dei nostri mali evidentemente è molto ingenuo, ma questo solo nella migliore delle ipotesi... Qui europei lo siamo tutti, o per lo meno lo sono io, altrimenti le parlerei in una lingua terza. E allora dovremmo preoccuparci di quello che disse Feldstein: l'aspirazione francese all'uguaglianza contrasta col desiderio tedesco di egemonia". Lui: "Foreign Affairs 1997". Io: "Non mi aspetterei mai di dover insegnare qualcosa a chi mi è maestro: ero certo che fosse a conoscenza di questo lavoro". Lui: "Quando uscì gli ridemmo tutti dietro". Io: "Oggi ridete di meno".

E tanto altro che vi immaginate...

Poi il tempo a mia disposizione è terminato: il mio tempo non mi appartiene.

Ho accompagnato l'illustre confratello all'uscita, e son tornato nella sala, cercando di riordinare le idee. Ma non ne ho avuto il tempo: un messaggio di Stefano mi sottraeva anzitempo alla piacevole presenza dell'assistente di cui non ricordo il nome (sì, io ho questo limite, che in politica è un disastro), e forse è stato meglio così:


Serendippo noterà che ho sbagliato un participio. Capita. Ma l'emozione non c'entra. L'emozione è quando fai cose difficili, cose veramente europee. Dire ai piddini che il loro idolo, Tony Blair, è molto più simile a un criminale di guerra che a un autorevole opinionista, e soprattutto dirglielo in modo che non lo capiscano subito, restando cheti e mogi sui loro banchi, per quanto non abbia prezzo, è cosa piuttosto agevole. Il difficile è arrivare lì dove puoi dirglielo, o dove puoi amabilmente prenderti gioco dell'illustre collega che viene a vedere se hai l'anello al naso, e al quale puoi con delicatezza ricordare quale gigantesca cantonata abbia preso, e quindi, chissà, verosimilmente continui a prendere (il ministro delle finanze europeo!? Ma che davéro!?). E per questo, per avermi fatto arrivare lì, oggi vorrei una volta di più ringraziarvi. Oggi me la sono proprio goduta: è solo l'inizio, e so di doverlo a voi, e a Matteo Salvini. Vae victis!

"Perché noi siamo tecnici", gli ho detto congedandolo, "e quindi, da tecnici, sappiamo come andrà a finire, e dobbiamo tenerne conto, o no?"

Prendete ad esempio me: nel 2011 sapevo che l'austerità avrebbe portato al potere la cosiddetta destra, e quando ho sentito il bisogno di schierarmi con quella mi sono schierato, non tanto perché non mi piace perdere (in effetti non mi piace molto), quanto perché avevo sperimentato per sette anni che con gli altri non avrei mai avuto la libertà di dire quello che ho detto oggi (mi spiace per l'amico Giorgio), né quello che dirò domani, cioè, in definitiva, non avrei avuto la libertà di essere me stesso (con giudizio). Ora sono con persone brave e preparate che vogliono cambiare il paese. Forse avrei dovuto decidermi prima. Recupereremo il tempo perduto (o perso...).


(...ah, c'è anche una bonus track col neoborbonico...)

venerdì 29 dicembre 2017

Ad Andrea Mazzalai sul cambio (dei lettori)

Andrea Mazzalai ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgime...": 

Intervengo solo perché mi è stato segnalato da alcuni lettori... Non credo che Alberto si riferisce al sottoscritto usando la parola cialtrone ricordo solo che post Trump il dollaro è passato da 1.13 a 1.03 il che mi scuso con i lettori se non si è trattato della parità esatta! Per il resto la verità è figlia del tempo e in un ambiente così complesso come quello valutario dove si transano più di 4 trilioni di dollari al giorno al sottoscritto interessa più il medio o lungo termine come si comporta il dollaro a fronte di shock finanziari e via dicendo Buina giornata Andrea 

Postato da Andrea Mazzalai in Goofynomics alle 29 dicembre 2017 09:55




Caro Andrea,

tu sei del mestiere più di me (non scherzo) e quindi questo te lo ricorderai:



e ovviamente dal layout sai riconoscere di chi è. Mi ci gioco una, anzi, due palle (di biliardo) che ricordi anche questo:


del quale altresì ricorderai l'autore. Ma prima ancora, almeno tu (a differenza di qualche mio e tuo lettore diversamente acuto), ricorderai questo famoso grafico:



Inutile dire che chiunque abbia come noi interesse alle vicende monetarie, anziché a rompere i coglioni, può con una immediata ricerca trovare, che so, questo, e tanto altro.

Insomma: come noi sappiamo, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Non ho idea del perché i miei lettori ti abbiano chiamato in causa. Può essere che anche tu abbia emesso in un qualche periodo uno scenario nel quale vedevi ulteriori indebolimenti dell'euro, o magari la sua parità col dollaro? Mi sembra che uno dei miei collaboratori me ne abbia parlato verso l'inizio di quest'anno. Non ho avuto tempo di approfondire, e nemmeno di chiedergli come abbia gestito i suoi dollari. Io, se avessi dei soldi, li affiderei a te. Tuttavia, come il mio risicato staff sa, quando mi venne fatto vedere questo grafico fui piuttosto scettico. In effetti, ora siamo a 1.2, non a 1, e quindi ho avuto ragione.

Ci possono essere mille e una ragione per prevedere un indebolimento o un rafforzamento di un valuta, e in assenza di un orizzonte temporale specifico queste previsioni possono sempre essere dichiarate corrette o sbagliate. Anch'io, come te, mi occupo più di medio che di breve periodo, il che mi costringe ad aspettare un po' prima di vedere se le cose sono andate come pensavo dovessero andare. L'atteggiamento scientifico è sempre quello di analizzare gli errori, cosa più immediata se il modello di riferimento è formale (matematico) anziché concettuale (e anche questo lo sappiamo). Le previsioni di Goldman Sachs non solo sono sbagliate, ma rivelano anche un profondo non capire un cazzo di un cazzo di come stanno le cose (a mio sommesso avviso) e questo per un motivo molto semplice: perché se già con un cambio a 1.2 abbiamo le tensioni che abbiamo (surplus estero dell'Eurozona - cioè della Germania - alle stelle, tensioni intrazona determinate dall'insofferenza tedesca verso i bassi tassi che mandano in sofferenza il loro sistema bancario, ecc.: le cose che tu sai e che i cretini farebbero meglio a ripassare, anziché metter zizzania), con un cambio a 1 avrem(m)o (avuto) molte ma molte più tensioni (scegli quali parentesi mettere o togliere).

Lo scenario di Goldman era, io credo, uno scenario politico. Un misto di wishful thinking, probabilmente connesso in modi che non riesco compiutamente ad analizzare all'idea che Trump non ce l'avrebbe fatta. Se ci andiamo proprio con l'accetta, e per semplificare diciamo che Hillary sarebbe stata il presidente di Wall Street (la comunità finanziaria cui il dollaro forte fa comodo perché rafforza la credibilità del sistema e attrae investimenti finanziari esteri), mentre Trump quello di Main Street (l'economia reale, cui un dollaro debole fa comodo per rilanciare le esportazioni), possiamo in effetti leggere la previsione errata di G&S come un pio desiderio.

Ma i sogni non si avverano, soprattutto quando di mezzo c'è l'Europa. Gli Usa hanno, nei fatti, scelto un diverso percorso di sviluppo. Dopo il deterioramento dei conti esteri subito a causa della svalutazione dell'euro:


(lo si vede bene qui dal 2014 al 2016) hanno deciso di concedersi il sottile piacere di rendere la pariglia. L'amore non è bello se non è litigarello.

Come finirà non lo so, ma so che lo vedremo. Molto probabilmente, non finirà. Non esiste, secondo me, un mondo in cui un paese con un surplus di 400 miliardi di dollari possa svalutare moltissimo, soprattutto se un paese più cazzuto di lui ha bisogno di riprendere a crescere sul serio prima che sia troppo tardi (ed è già troppo tardi: tu lo sai meglio di me). Questo dilemma si può risolvere in due modi: o si rinuncia alla quotazione (cioè il cambio non va a 1) o si rinuncia al paese (cioè l'eurozona esplode). Resta inteso che questa valutazione molto schematica è venduta as is, ovvero rebus sic stantibus. Esistono mille e uno elementi più o meno utopistici che potrebbero compensare le tensioni create da un cambio totalmente disallineato rispetto ai fondamentali del paese egemone: quest'ultimo potrebbe decidere di sostenere gli altri paesi membri (#DAR), oppure una vigorosa (#DAR) crescita proveniente dal resto del mondo potrebbe dare ossigeno a tutti (ma ne darebbe sempre di più a chi ha la testa fuori dall'acqua), oppure 6 miliardi di esseri umani potrebbero impazzire e cominciare a considerare la valuta un bene di Giffen... la fantasia è l'unica cosa, ma proprio l'unica, che non deve avere confini!

Però, allo stato attuale, mi viene da dire che se alla GS avessero letto gli stessi libri di macroeconomia che ho letto io... avrebbero fatto le stesse previsioni ridicole che hanno fatto loro, perché le loro non erano previsioni: erano un programma politico!

Eh già: loro possono permetterselo!

Noi no.

C'è però un lusso che possiamo permetterci, e io me lo permetto subito: quando qualche poraccio che non gioca nel nostro campionato viene a dirmi cosa tizio o caio hanno detto di me, io lo blocco subito. Posso farlo perché a me un lettore in meno non toglie nulla, anzi! Soprattutto se è di questa risma, eliminarlo mi restituisce il bene più prezioso: quel famoso tempo dal quale io e te aspettiamo la verità (e qualche soddisfazione l'abbiamo avuta).

Ora torno al post dove ho trovato il tuo commento e filtro al trash chi semina zizzania. Tu fai come vuoi: non avresti avuto bisogno di precisare, e non ce lo avrei avuto nemmeno io, visto che ci conosciamo e ci stimiamo. Tuttavia, visto che siamo seguiti da una minoranza di persone intelligenti (Cipolla rules), ho pensato che a loro questo scambio, che poi, in effetti, è un backstage nella monnezza che quotidianamente ci tocca leggere, sarebbe stato utile.

Ti mando un forte abbraccio e un sincero augurio di buon 2018. Come forse ti ho detto, le mie vicende personali non mi portano più dalle tue parti. Spero però di creare io un'occasione di incontro e di scambio di idee, magari qui a Roma, magari in a/simmetrie.

Auguri!

Alberto

P.s.: eh, in effetti no: non mi rivolgevo a te. Come tu sai, e i segati non sanno, il mio obiettivo era un altro, leggermente più grosso (sparo a quelli grossi perché ho una cattiva mira e mi spiace non colpire il bersaglio...).

mercoledì 26 ottobre 2016

Nixon moment?


(fonte)

"The third indispensable element in building the new prosperity is closely related to creating new jobs and halting inflation. We must protect the position of the American dollar as a pillar of monetary stability around the world.

In the past 7 years, there has been an average of one international monetary crisis every year...

I have directed Secretary Connally to suspend temporarily the convertibility of the dollar into gold or other reserve assets, except in amounts and conditions determined to be in the interest of monetary stability and in the best interests of the United States.

Now, what is this action — which is very technical — what does it mean for you?

Let me lay to rest the bugaboo of what is called devaluation.

If you want to buy a foreign car or take a trip abroad, market conditions may cause your dollar to buy slightly less. But if you are among the overwhelming majority of Americans who buy American-made products in America, your dollar will be worth just as much tomorrow as it is today.

The effect of this action, in other words, will be to stabilize the dollar."

(fonte)



(...sono sotto i cocci del muro dello stress. I punti sono due e quindi ci passa una sola retta. Non potrò gestire la discussione. Divertitevi voi, che potete...)

(...solo un dettaglio: Nixon parla di svalutare per controllare l'inflazione e proteggere la stabilità del dollaro. Certo, a orecchie ingenue suona paradossale. Io non sono un presidente degli Stati Uniti, ma qualcuno lo sarà...)

(...p.s.: noi quando ce lo meriteremo un politico che parla di problemi in modo accessibile?...)

sabato 25 giugno 2016

La semplice macroeconomia del Brexit

(...l'affetto degli umili. L'orgoglio del loro riscatto. "Professore, io lo dicevo che questa cosa non funzionava, ma tutti me pijavano pe' mmatto. Io je dicevo: 'Ma vieni a véde, ce sta uno in televisione che queste cose te le spiega, guarda qui!' Ma nun me staveno a sentì. Grazie, professore". Questo ai corpi di guardia, al trucco, in taxi, in studio. Con loro mi sono fatto la famosa #fotocolguru, perché loro lo meritavano. Poi, naturalmente, ci sono gli illustri colleghi di storia. Ma a che ti serve studiare storia, se poi ti metti dalla parte sbagliata della storia? Del resto sia Fisher che Keynes insegnavano economia, ma uno solo divenne ricco. Non è un problema di settore scientifico-disciplinare. E ci sarebbe anche quel piccolo problemino: la storia la insegnano in pochi, e la fanno in pochissimi. Tutti gli altri votano. #ciaone!...)

(...anche in ambito accademico sono sempre meno i gggiovani che hanno paura di stringermi la mano. E questo è un segno...)

(...questa è la settimana dei QED, ma li celebreremo nel giorno del Signore. Ora vi dico due cosette al volo: 15 minuti per mettere a fuoco un punto semplice, ma essenziale...)

Sto leggendo lo studio di Matthes e Busch del quale vi parlo oggi sul Fatto Quotidiano. Nascondo, per innata pudicizia, l'inverecondo orgasmo intellettuale (altro che i tassi che schizzano!) che provo nel vedere i volenterosi carnefici degli scenari disapprovare i modelli mainstream (GGE, DSGE, VAR) e forward-looking solo perché non dicono quello che secondo loro dovrebbero dire. Potranno condividerlo con me, dopo essersi procurati un megarotolo di Scottex intellettuale, solo i colleghi del SEX, pardon: SECS-P/05.

(...anzi: potrebbero. Purtroppo loro sono i più ideologizzati, quelli che "Bagnai non fa scienza quindi l'aula per il seminario non te la do", ma lasciamo perdere...)

Peraltro, la loro linea di attacco nel ritrattare la modellistica in cui hanno sempre creduto è, a grandi linee, che ci sarebbero problemi politici dei quali i modelli non tengono conto, la lunghezza dei negoziati, le ritorsioni della Germagna. Nel pezzo di oggi parlo anche di questo. Potrei evocare il concetto di minaccia non credibile e di subgame perfect equilibrium, così, per rassicurare il povero Ricchiardo (una prece). Mi limito a dire che da chiacchierate fatte con amici di Bruxelles sono emerse cose che la lettura di Majone lasciava comunque intuire. In pratica, da quando l'iniziativa Brexit è partita (di fatto, dal termine del negoziato con Cameron), la DG-ECFIN ha sospeso qualsiasi analisi di scenario, qualsiasi studio di un possibile piano B. La retorica è sempre la solita: "abbiamo solo un piano A, and this is it". In realtà, questa retorica non risponde solo all'esigenza (pure vitale) di convincere se stessi che quanto si sta facendo è la cosa giusta (e quindi chi se ne frega se la gente muore). Oltre a questo problema esistenziale c'è un problema organizzativo: in una organizzazione mastodontica, la probabilità che un piano B rimanga segreto (cioè la probabilità che tutti stiano zitti) si calcola applicando il teorema delle probabilità composte: moltiplica che ti moltiplica, da funzionario a ricercatore, da ricercatore a caposervizio, da caposervizio a vicedirettore, ecc., ti avvicini di molto a zero. Ora, siccome il semplice sapere che un piano B ci fosse (indipendentemente da quale fosse) avrebbe dato un segnale politico, l'unico modo per non far sapere che un piano c'era, in questa come in altre circostanze, era non prepararlo.

E questa storia contiene una lezione cruciale, che chiarisce perché il progetto di megastato europeo è delirante e antistorico. Dato che i contingency plans (vedete oggi come parlo forbito?), cioè, appunto, i piani B, hanno un ovvio valore politico e devono essere tenuti segreti, perché svelarli creerebbe problemi di time consistency (oh, come godo a perculare i miei cosiddetti colleghi...), e dato che la probabilità di mantenerli segreti è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'organizzazione che li produce, ne consegue che solo organizzazioni sufficientemente piccole potranno dotarsi di contingency plans. Di converso, organizzazioni mastodontiche sono condannate ad arrivare impreparate agli appuntamenti con la SStoria. Questa osservazione fa il paio con quella di Alesina, secondo cui gli stati piccoli sono dotati di maggiore capacità decisionale perché è più facile per loro costruire un consenso politico. Ne consegue che nel mondo della globalizzazione, dove un piano B in tasca fa sempre comodo (la Brexit lo dimostra), e dove è opportuno decidere in fretta, stati piccoli sopravvivono meglio di imperi giganteschi.

Mettiamola così: se sei una preda e arriva un predatore, un buon contingency plan è nascondersi. Secondo voi, ci riesce meglio un topo o uno gnu? Chi si fa gnu il leone se lo mangia, e questa è la storia dell'UE.

A pagina 6 dello studio di Matthes e Busch trovo la perla della quale volevo parlarvi. Gli autori sostengono che "the country would lose free access to the Internal Market of the EU if no other agreement were concluded". Intanto li rassicuro: da Bruxelles mi dicono che la Commissione non intende avere un atteggiamento confrontational. Faranno ponti d'oro alla Gran Bretagna, in particolare ponti d'oro nero, proponendole una soluzione "norvegese": accesso allo Spazio Economico Europeo, e via andare. In parte questo è il risultato della mancanza di piano B, e in parte della permanenza di un residuo di buon senso.

Il downside (per loro) è che ora sappiamo che pitbull che abbaia non morde.






















































HAI CAPITO, PIER CARLO?



























































Bene.

Ma supponiamo invece che la Gran Bretagna venga isolata dalla Germagna, che le proporrebbe faticose trattative lunghe ben cinque anni (dicono i bene informati, i quali evidentemente non hanno mai sentito parlare di Doha Round...). I poveri inglesi dovrebbero quindi elaborare il lutto di non essere più legati all'Eurozona (che è magna pars di quel che resta dell'UE).

Ora, facciamo un ragionamento semplicissimo, da Econ102 (settore disciplinare SECS-P/01 o P/02), partendo dalla solita premessa: che l'economia del Brexit è banale e poco interessante (molto più interessante la politica, come la prima parte di questo post spero dimostri). Ragioniamo cioè in termini di commercio internazionale. Mi dite voi che interesse può avere un paese come la Gran Bretagna a stringere legami commerciali con un'area che appena arriva una crisi:

1) è costretta a tagliare la propria domanda interna (praticando politiche di austerità, cioè di svalutazione interna) per ripristinare i rapporti di competitività interni, e così facendo però si priva nell'aggregato di risorse per comprare i beni altrui (e quindi anche quelli tedeschi);

2) grazie a questa politica delirante manda regolarmente in dissesto le proprie finanze, il che rende la valuta del proprio vicino (la sterlina) un bene rifugio, costringendola ad apprezzarsi (perché tutti comprano gilt) nel momento in cui avrebbe magari bisogno di cedere anche lei (perché dollaro, euro e yen hanno ingaggiato una race to the bottom), compromettendo ulteriormente l'equilibrio esterno inglese?

Sì, avete capito bene: quando arriva una crisi, sia l'effetto reddito (distruzione della domanda dell'Eurozona) che l'effetto prezzo relativo (apprezzamento del cambio reale inglese, dovuto all'apprezzamento del cambio nominale della sterlina e alla inevitabile deflazione nell'area euro) penalizzano il commercio britannico, che accusa pesantemente il colpo. Ai gazzettieri propagandisti mostro questo disegnino, che tanto non capiscono (tranquilli, Upton Sinclair non aveva capito nulla: la maggior parte di essi non lo capisce aggratise...):


Chiaro il concetto?

Ah, sì, per quelli che si sono svegliati adesso, ovviamente questo è il rapporto saldo partite correnti/Pil della Gran Bretagna (studiate prima di aprire bocca, cazzo, altrimenti diventate complici dei delinquenti che vi stanno massacrando: ogni minuto che mi sottraete per rispiegarvi l'ovvio è un minuto che regalate a quei criminali e ai loro corifei...). Il punto in evidenza è il 2011, inizio delle politiche di austerità, che, come vedete, inverte la tendenza provocata dalla svalutazione fra 2008 e 2009 (descritta nel Tramonto dell'euro, presto in edizione economica), e condanna la Gran Bretagna e un pesantissimo deficit, cioè a essere acquirente di ultima istanza delle nostre merci.

Se la sterlina è ai minimi storici (cosa che non è vera rispetto all'euro, peraltro: ma su questo i gazzettieri equivocano, perché gli pesa tanto scrivere gli undici caratteri: "sul dollaro"), questo dipende dal fatto che il saldo delle partite correnti britannico è ai minimi storici. Questo minimo storico è sempre legato alle deliranti dinamiche monetarie del resto dell'Europa (guardate un po' dov'è l'altro minimo?).

E se la Germania non farà ritorsioni, è per il motivo che potrete vedere alla figura 2.3 dello studio di Matthes e Busch, i quali, evidentemente, nei loro studi mettono disegnini dei quali però non sono esattamente in grado di cogliere la portata politica.

Bene: ribadito che questo non è il motivo principale per il quale è stata votata la Brexit, confermo anche che in termini puramente razionali questo avrebbe dovuto essere il motivo per il quale la Gran Bretagna si sarebbe dovuta sganciare. Nel mare della globalizzazione non ha alcun senso legarsi mani e piedi a un peso morto simile. Anzi! La scelta razionale sarebbe starsene fuori, e invocare la clausola della valuta scarsa del Fmi, o l'ordinamento del Wto, per applicare dazi difensivi contro la Germania (visto che comunque la sterlina rimarrebbe, come rimarrà, un bene rifugio, soggetto pertanto a apprezzamento in caso di crisi, cioè a un andamento prociclico del cambio).

Ma queste cose, in tutto questo porco mondo di cialtroni, di colleghi che credono ai propri modelli solo se dicono quello che gli è stato detto di dire, di gazzettieri che non hanno capito che è finita la pacchia, queste cose, in tutto il globo, potete leggerle solo qui. Sono troppo semplici perché i miei colleghi ci si sporchino le mani, e troppo complesse perché i gazzettieri le capiscano. Ma questi ultimi, lo abbiamo visto per tutta lagiornata di ieri, sono colti, hanno fatto er classico, mica sono straccioni come gli incauti elettori britannici. Saranno quindi in grado di leggere queste parole:


πρῶτον οὖν τοῦτο θεωρητέον, ὅτι τὰ τοιαῦτα πέφυκεν ὑπ᾽ ἐνδείας καὶ ὑπερβολῆς φθείρεσθαι, δεῖ γὰρ ὑπὲρ τῶν ἀφανῶν τοῖς φανεροῖς μαρτυρίοις χρῆσθαι ὥσπερ ἐπὶ τῆς ἰσχύος καὶ τῆς ὑγιείας ὁρῶμεν: τά τε γὰρ ὑπερβάλλοντα γυμνάσια καὶ τὰ ἐλλείποντα φθείρει τὴν ἰσχύν, ὁμοίως δὲ καὶ τὰ ποτὰ καὶ τὰ σιτία πλείω καὶ ἐλάττω γινόμενα φθείρει τὴν ὑγίειαν, τὰ δὲ σύμμετρα καὶ ποιεῖ καὶ αὔξει καὶ σῴζει. οὕτως οὖν καὶ ἐπὶ σωφροσύνης καὶ ἀνδρείας ἔχει καὶ τῶν ἄλλων ἀρετῶν.

(...ma non di capirle, e questa sarà la loro fine...)

(...questo è il momento di spingere. Due cose: [1] estrema cautela nel linguaggio; [2] contribuite ad a/simmetrie. Se qui trovate queste semplici verità, è perché c'è uno staff che mi sostiene. Se non ci fosse, voi sareste al buio, prede inconsapevoli del cetriolo globale. Inutile scrivermi lettere lacrimevoli se poi non vi frugate le vostre cazzo di tasche. Non è vero che non avete un euro al giorno da darmi: lo date a chi vi mente perché la verità ve l'offro gratis. Non fatemi pensare che questo sia un errore: un secondo dopo spegnerei la luce, e il cetriolo globale troverebbe la sua strada dentro di voi...)

lunedì 19 ottobre 2015

“España va bien”

(...qualcuno mi chiedeva: "cosa significa 'contribuire a rendere internazionale la nostra divulgazione'?". Bè, ad esempio questo:)

da Agenor ricevo e grato pubblico:

Ya nadie se atreve en España a utilizar explícitamente el eslogan con el que José María Aznar pretendía callar cualquier voz crítica con su gobierno, proclamando que “España va bien” y punto. Sin embargo, este es el mensaje que implícitamente se intenta vender en estos meses de acercamiento a la campaña electoral para las elecciones generales de diciembre. El debate sobre la economía se vuelve más animado, pero no más informado. España es el país en que menos se habla del problema fundamental de la economía europea: la unión monetaria, su instabilidad, ineficiencia y difícil sostenibilidad.

(continua)

(...ah, se poi qualcuno vuole fare il lavoro inverso e mandarcelo, per noi va anche bene...)

domenica 23 agosto 2015

Il dividendo dei coglioni (cit.): er Biretta e l'euro...

"Maestra Elsaaaaaaa! Bagnai dice le parolacce!"... No, tranquilli. È solo che voi opinionisti pro euro siete di una sesquipedale ignoranza, altrimenti avreste immediatamente riconosciuto la citazione di un autore che senz'altro disprezzate, perché ha la colpa ormai irredimibile di essere italiano.

I miei lettori, che sono su un altro livello, ricordano come, costretto dall'ignoranza crassa di un musicista dell'epoca ad aggiungere i numeri a un basso cifrato, Vivaldi glielo restituì con la graziosa annotazione: per i coglioni. Sottinteso: i numeri sono per i coglioni. Povero Antonio! Oggi come ieri i bravi continuisti non hanno particolare bisogno di numeri: basta guardare due o tre battute avanti, vedere dove va la linea, e si capisce quali rivolti e quali alterazioni usare...

Ma le sue parole sono di una formidabile attualità: oggi come ieri i numeri sono e restano per i coglioni. Oggi parliamo dei numeri del famoso "dividendo dell'euro". Guardate un po', spurgando la mia email, cosa trovo oggi! Un'autentica perla:


Caro Prof



Do you remember me…ti aiuto, sapienza econometria YYYY? Ora lavoro per ZZZZZZ.



Seguo con piacere i tuoi post…fa bene un po’ di pensiero alternativo, anche se quando dai ai pro-euro dei fascisti, beh perdi un po’ di credibilità ai miei occhi.



Comunque, quando le cose non vanno per il verso giusto (ed evidentemente non stanno andando) è giusto abbandonare le certezze granitiche e rimettere tutto in discussione.



Siccome iniziano a citarti in tanti…e ci sono tanti motivi per criticare l’euro senza dare dati “paraculi”…. ti invito a rimanere nel solco dell’onestà intellettuale (cosa che a dire il vero i pro-euro non sempre fanno)…ma chi vuol essere alternativo non può replicare gli errori degli avversari.



La storia dell’euro io (in estrema sintesi, ma se ci prendiamo una birretta possiamo allargare la discussione) la racconterei così:



“ ci ha dato un decennio gratis per rimetterci in sesto, con moneta stabile, tassi bassi, investimenti a stra-fottere….se poi invece di investire in ricerca e sviluppo hai puntato tutto su beni di consumi improduttivi, dopo un po’ il conto arriva”



Direi che è il caso di citare il teorema del second best…se risolvi solo una inefficienza (lira e dracma rispetto all’euro), ma ti dimentiche delle altre poi finire in un punto più basso di quello di partenza….ma di chi è la colpa? di chi ha voluto l’euro o di chi non ne ha saputo cogliere le grandi opportunità?



Ognuno ha la sua risposta, ma se si vuol fare fact checking, la storia bisogna riportarla tutta, compreso il saldo primario della bilancia commerciale greca, che credo sia perennemente negativo.





Prendere base 2008 colpisce il pubblico…ma io non ci casco (sorry non ho trovato produzione industriale, ma gdp fa un lavoro simile)



Un abbraccio



Oronzo

Spettacolare, vero? Bene. Per togliervi la curiosità, e prima di commentare questo capolavoro di demenza giovanile, vi cito la mia pacata (as usual) risposta:


Sai che, con grande affetto, non ho capito né chi sei, né che cazzo vuoi da me, né come ti permetti di darmi del disonesto? Considerando per chi lavori, suggerirei prudenza. Le cose andranno come dico io, e quando tutti dovrete dire quello che dico io (cioè Friedman, Meade, Kaldor, ecc. Visto che sei così bravo, non ti rifaccio la lista) tu e quelli come te vorrete non aver scritto molte cose che avete scritto (inclusa questa lettera). Fammi una cortesia: se il tema ti interessa, documentati sui miei libri. Altrimenti un lavoro ce l'hai: fallo, e lascia me a fare il mio. 



Cordialmente. 


AB


(eh, sì: nella vita mi tocca anche rispondere a roba simile


Premesse
Premetto, senza violarne la privacy, che questo mio ex-studente lavora in una grande istituzione finanziaria, con responsabilità di un certo livello.

Altra premessa: essendo un mio ex-studente di econometria, ovviamente proviene dal Dipartimento di Economia Pubblica della Sapienza (attuale Dipartimento di Economia e Diritto), quello che fu fondato da Caffè, e dal quale provengono, in no particular order, personaggi come Draghi, Cesaratto, Padoan, Pianta, De Vincenti, Gnesutta, ecc. (trovate l'intruso!). Un dipartimento già laboratorio di pensiero critico, poi convertitosi in fabbrica del falso unico austerian-tsipriota, ma mantenendo sempre un livello relativamente elevato. La classifica ANVUR (che di per sé può comodamente essere stampata sulla stampante della Merkel, ma di questo parliamo un'altra volta) lo pone, con un punteggio di 1.3, sopra la media dei "grandi dipartimenti" di area 13 (Scienze Economiche e Statistiche), dove peraltro si trova anche il Dipartimento di Economia di Pescara, con un punteggio di 1.22.

La classifica ANVUR riguarda, sia chiaro, la qualità della produzione scientifica (valutata con metodi discutibili e discussi, ma ripeto: non ne parliamo qui, c'è un forum di piddini euristi ad hoc per questo). Frequentare grandi scienziati non implica necessariamente ricevere una buona formazione: ce ne son tanti che capiscono, ma non sanno esprimersi, o si annoiano a insegnare! Però, pur con questa sottopremessa metodologica, dobbiamo riconoscere che il soggetto in questione si è formato in un'istituzione di prestigio, di livello internazionale, ed è tutt'altro che stupido (altrimenti avrebbe evitato la materia più difficile, econometria).

C'è quindi da rabbrividire pensando che un tipo simile abbia responsabilità che in qualche modo coinvolgono direttamente il destino dei nostri soldi!

Ma purtroppo è così.

Insomma, vorrei farvi capire una cosa: questo individuo è perfettamente rappresentativo del livello culturale degli "ufficiali superiori" dell'"esercito finanziario". Conformisti abborracciati, che maneggiano con difficoltà concetti macroeconomici elementari, che formano la propria opinione sugli editoriali del dr. Giannino. Non sono cattivi. Non sono stupidi. Non fanno il male per cattiveria (ma lo fanno, perché vi rendete tutti conto che la lettera che vi ho presentato è il male in tutta la sua banalità), né perché "pagati" per farlo (non sono venduti! Chi se li comprerebbe!?). Sono solo conformisti per pigrizia mentale e per presunzione: la fottuta presunzione del piddino, che sa di sapere, e che pensa di spiegare il mondo di fronte a una birretta a uno che gli ha pulito la bocca col bavaglino quindici anni or sono e che da cinque anni fa e pubblica all'estero ricerca specifica sul tema del quale il nostro amico sproloquia.

Preferirei che fosse malvagio, o stupido, o pagato. Invece non lo è. E del resto, questa è una costante della storia europea...

I dettagli
Entriamo nei dettagli, che, come sempre, fanno la delizia dell'intenditore. Vi faccio notare che:

1) il "saldo primario della bilancia commerciale" è un concetto che non ha alcun senso! Semplicemente, non esiste. Il saldo commerciale non si divide in saldo primario e spese per interessi! È, per definizione, la differenza fra esportazioni e importazioni di beni e servizi.

Perché il pisquano usa un concetto che non esiste? Perché nella sua testolina confusa assimila, non a torto, il saldo commerciale al saldo primario del bilancio pubblico (quello al netto degli interessi sul debito). Ripeto: non a torto. Noi, che non siamo dei dilettanti, abbiamo visto qui come funziona la bilancia dei pagamenti (motivo per il quale vi invito a votare questo sito anche nella categoria Miglior sito tecnico-divulgativo). 

Diciamo che il saldo delle partite correnti corrisponde al saldo del bilancio pubblico, nel senso che esprime la differenza fra tutti gli incassi e i pagamenti di un paese (come il saldo del bilancio pubblico esprime la differenza fra tutti gli incassi e i pagamenti del suo settore pubblico). Il saldo commerciale quindi corrisponde al saldo primario del bilancio pubblico, nel senso che esprime la differenza fra entrate e spese al netto della remunerazione dei capitali presi in prestito (nel caso della bilancia dei pagamenti in realtà il discorso è più ampio, perché si considera anche il lavoro "preso in prestito" da altri paesi - ovvero: il saldo delle partite correnti comprende anche il saldo dei redditi da lavoro e non solo quello dei redditi da capitale - ma abbiamo visto che i redditi da lavoro sono parva materia).

L'abbaglio del mio ex studente quindi è in qualche modo scusabile. Chissà, forse lui era effettivamente davanti a una, o parecchie, birrette, quando mi ha scritto. Fatto sta che se pretendi di fare la lezioncina a un tuo professore e ti esprimi come la casalinga di Voghera sei solo un giovane presuntuoso ellissoide, ne convenite?

2) Altro dettaglio. Al mio ex studente, che guadagna bene e si sente al sicuro (perché è un coglione: la scure arriverà anche per lui) ha detto "su cuggino" che il saldo commerciale greco è stato sempre in deficit. Qui ci sono due cose da considerare. Intanto, il "micugginismo". Dio santo, lavori nella finanza, guadagni bene, ti diletti di economia, e non sai andare a guardare i dati (more on this later)? Qui sono anni che ragioniamo sui saldi greci, quindi non dobbiamo rifare tutto il discorso. Il dettaglio, se interessa, è questo:


Si vedono i due scalini dei quali parlavo nel post sulla premiata armeria Hellas, e si vede anche quello che già allora vi indicavo. Certo, la Grecia ha sempre avuto un saldo merci e servizi negativo. D'altra parte, sappiamo bene che qualcuno al mondo dovrà pure averlo! Ma esso era sostenibile. Quando diventa insostenibile? Il segno preclaro dell'insostenibilità, come vi spiegai allora e vi ribadisco adesso, è l'andamento del saldo dei redditi da capitale (investment income). Esso era stabile in termini assoluti (e quindi relativamente decrescente rispetto al Pil: Figura 4) fino al 2001. Poi inizia l'euroeuforia, la Grecia diventa credibile, i paesi del Nord iniziano a prestarle soldi in modo irresponsabile (Bce dixit, anche se il presuntuosetto non lo sa), e gli esborsi per gli interessi sul debito estero aumentano.

Chiunque non sia un dilettante capisce quando e perché lo snodo si è verificato, quando il debito greco è diventato insostenibile: quando i greci hanno cominciato a indebitarsi per pagare gli interessi sul loro debito. Il fatto che il saldo commerciale sia negativo non vuol dire assolutamente nulla. È la dinamica dei saldi, e soprattutto della loro composizione, che conta. E si vede bene dove e quando questa è cambiata. So che vi annoio, ma non prendetevela con me: eventualmente col moccioso!

3) Disonestà? Ci ho messo un po' a capirlo. Nel primo grafico del mio fact checking io facevo esplicitamente vedere quanto la Grecia avesse perso dall'inizio della crisi. Quello mi interessava. Ho forse detto che prima non cresceva? Abbiamo sempre tutti detto che in Grecia sia la produttività del lavoro che il Pil reale e nominale sono cresciuti molto nei primi anni dell'euro, e abbiamo però anche detto perché: perché drogati dal debito estero, come Frenkel ci ha insegnato e Constancio oggi ammette. Il mocciosetto, che per lavoro deve mentire (mentire al collega, mentire al capufficio, mentire al pubblico) ovviamente non concepisce altro mondo che non sia quello della menzogna opportunistica, e quindi pensa che io abbia intenzione di nascondere chissà che. Forse il suo ragionamento è: "Eh, ma i greci ci hanno guadagnato, come noi...".

Il suo "contro fact checking" è però un clamoroso autogol, per due ovvi motivi.

a) dimostra che lui i dati proprio non sa cosa né dove siano! Ma la colpa è mia. Dove ho sbagliato? È evidente! Promuovendo uno studente che non sa nemmeno consultare il sito dell'Eurostat!

b) dimostra che l'euro non ha fatto nulla per industrializzare la Grecia (come si supponeva facesse, in base al ragionamento: integrazione finanziaria - mercato finanziario privato bello invia fondi per investimenti produttivi - paese si industrializza e recupera), mentre ha fatto molto per deindustrializzarla.

Infatti, il grafico che il pisquano mi accusa di aver nascosto (quello dell'indice della produzione industriale esteso a tutto il periodo dell'euromanna) si presenta così:

L'indice della produzione industriale nei settori estrattivo, manifatturiero e energetico negli anni "d'oro", quelli nei quali il Pil cresce, oscilla stabile attorno a 120 (l'indice è a base 100 nel 2010, come vedete), cioè negli anni d'oro la produzione industriale non cresceva.

Dice: "Ma allora perché cresce il PIL?"

Questo lo chiede il mocciosetto, perché voi ovviamente lo sapete: cresce perché crescevano i consumi, finanziati dai mercati finanziari privati, tutt'altro che infallibili! Ma la produzione in tutta evidenza non cresceva. Solo che, a fine campione, la troviamo del 33% inferiore rispetto all'inizio, senza alcun guadagno intermedio. Il ragionamento "Eh, ma ci hanno guadagnato" prende lucciole per lanterne, in tutta evidenza...

Misera fine del contro-factchecking di un ignorantello di passaggio. Peraltro, da uno che per far carriera ha dovuto sicuramente ingoiare molti rospi e lambire molti sfinteri (motivo per il quale non riesce a capire che altri possano agire onestamente e disinteressatamente), verrebbe anche da aspettarsi che non sia così sprovveduto da non trovare un indice della produzione industriale. Si potrebbe sospettare, viceversa, che l'abbia trovato, abbia visto che non quadrava con la sua favoletta da bar, e abbia preferito ripiegare in buon ordine sul Pil perché truccare i dati in questo modo gli tornava più comodo per accusarmi di disonestà!

Ma sarebbe un sospetto secondo me infondato. Non arriva a questo (come, del resto, è evidente, a tante altre cose).

E ora che abbiamo delibato i dettagli, affrontiamo il fondo della questione, il "ragionamento" del nostro simpatico amico, che da qui in avanti chiameremo "er Biretta".


Il ragionamento der Biretta
Ve lo riporto per vostra comodità. L'euro:

“ ci ha dato un decennio gratis per rimetterci in sesto, con moneta stabile, tassi bassi, investimenti a stra-fottere….se poi invece di investire in ricerca e sviluppo hai puntato tutto su beni di consumi improduttivi, dopo un po’ il conto arriva”

I famosi tassi bassi (che poi schizzano)...

In questo ragionamento qualunquologico ci sono diverse cose che non vanno, e le abbiamo via via viste nel corso degli anni, ma siamo sempre in tempo a scoprire nuove sfumature.

Vorrei partire dalla più evidente: la visione grossolana e cialtronesca dei processi storici, rivelata da quel: "hai puntato tutto...".

Chi?

Chi ha puntato tutto?

Ma è chiaro: la Grecia. E certo! Perché esiste una persona che si chiama Grecia, ed è seduta al tavolo della roulette della storia, accanto alla signora Germania, alla signora Francia, ecc., e però punta le sue fiche sul numero sbagliato. È giunto il momento di farvi notare che se una visione così cialtrona non è accettabile in generale da nessuno studioso di nessuna disciplina, lo è ancor meno da economisti mainstream come er Biretta (o meglio, i suoi numi tutelari: Giannino e Zingales). Non è assolutamente accettabile che studiosi che fondano la propria analisi sul principio dell'individualismo metodologico, riconducendo le dinamiche macroeconomiche alle scelte dei singoli agenti rappresentativi (con aporie logiche tuttora irrisolte), quando poi devono discutere le stesse dinamiche si esprimano in termini di soggetti collettivi (la Grecia, la Germagna) che non hanno alcun significato né in termini economici né in termini storici. 

Se fossero persone intelligenti e colte potremmo pensare che questo qualunquilogismo metodologico entri in scena per un ben preciso motivo: quello di occultare la struttura di incentivi che certe scelte di politica economica hanno creato a livello individuale. Ma er Biretta è solo er Biretta. Non dico che sia stupido, ma certo non è così scaltro. Parla in termini di Germagna e Grecia, così, per sentito dire, perché pensa di essere al bar, non per occultare quello che è successo.

E cosa è successo?

Una cosa molto semplice: la distorsione del mercato dei capitali determinata dall'avvento della moneta unica, e materializzatasi nel fatto che il denaro per un certo periodo di tempo è costato ad Atene come a Helsinki, ha creato una struttura di incentivi perversi per i singoli agenti economici.

Ne abbiamo parlato molto, in questo blog.

Intanto, abbiamo visto come la rigidità del cambio costituisca per i governi un incentivo ad allentare la disciplina fiscale, perché fornisce segnali distorti ai mercati finanziari, occultando loro il rischio di cambio e quindi il merito di credito di un paese (cosa ignota ar Biretta, ma nota agli economisti veri - quindi non agli opinionisti pro euro - fin da Tornell e Velasco, 1995).

Poi, abbiamo visto come l'abbattimento dello spread determinato dall'euro sia stato un ulteriore incentivo ad allentare la disciplina fiscale, cosa peraltro intuitiva, dal momento che se di una risorsa (il denaro) viene artificialmente abbassato il costo (il tasso di interesse), è chiaro che poi si tenderà a sprecarla (il fatto è documentato ad esempio da Cizkovicz et al 2015, questa tendenza all'overborrowing era stata messa in luce per tempo da economisti del calibro di Feldstein, 2005, come fenomeno assolutamente standard di free riding, e oggi ne esistono raffinate spiegazioni more geometrico, articolate sulla teoria del ciclo politico-economico, come quella di Fernandéz-Villaverde et al 2013, come gli economisti veri sanno - ma ovviamente er Biretta e gli opinionisti pro euro ignorano).

Ma fino a qui siamo nel campo di quello che ci siamo sempre detti, del materiale standard (anche se er presuntuoso Biretta lo ignora, a differenza di voi), e soprattutto siamo rimasti nel frame della crisi come "crisi di debito sovrano". Certo, gli stati avevano una fracca di incentivi a comportarsi male, incentivi ben noti ex ante a chi ha disegnato le regole europee. Il punto è però sempre il solito: nonostante l'euro incentivasse i governi a comportarsi male, è stato il settore privato a metterci in crisi, comportandosi peggio!

E anche di questo in parte abbiamo parlato. Gli incentivi perversi appena descritti con riferimento al settore pubblico (l'incitazione all'overborrowing, cioè all'overlending) ovviamente valgono anche per i privati. Ma nel caso dei privati c'è una cosa in più.

Mi ha detto mi' cuggino...
A differenza der Biretta, che fa il dipendente di lusso (per ora), mi' cuggino fa l'imprenditore: rischia del suo, e vive in un ambiente mutevole e ostile, nel quale lambire sfinteri non basta e verosimilmente nemmeno serve: in effetti, al mercato lo sfintere non puoi lambirlo come al capufficio, semplicemente perché il mercato è un processo complesso, è il risultato dell'agire scoordinato di centinaia di agenti, molti dei quali ti sono sconosciuti.

Quando sente parlare di "dividendo dell'euro", mi' cuggino porta la mano alla fondina e motiva il suo lieve disappunto con le considerazioni che qui vi riassumo. La premessa è che la sua azienda opera da più di cinquant'anni nel settore dell'arredamento (che è una cosa che serve, anche se non ha elevato valore aggiunto come l'aerospaziale: ma voi preferite dormire su un materasso o sul pannello fotovoltaico di un satellite artificiale?). Ha fatto debiti, poi li ha ripagati, ed è ancora in piedi al settimo anno di crisi. Quindi un pirla non sarà...

Cosa è successo, secondo lui, quando siamo entrati a vele spiegate nell'euro? È proprio vero che i tassi bassi ci hanno aiutato? Hanno aiutato chi? A fare cosa?

Lui lo spiega così.

Con l'entrata nell'euro, una quantità di personaggi in cerca d'autore, senza arte né parte, si sono visti mettere a disposizione dalle banche denaro a ottimo mercato. E così, annoiati ram-polli di provincia, o oscuri travet lividi di invidia sociale per l'imprenditore che aveva la Porsche (mi' cuggino: ora però ha l'Audi), hanno deciso che siccome ce l'aveva fatta lui, potevano farcela anche loro (il mondo è pieno di persone che non sanno collocarsi, e da qui ne son passate molte...): orsù, un bel mutuo a tasso irrisorio, si tiri su un capannone, si prendano in leasing macchinari (tanto il leasing costa poco), e si produca, si produca, perché l'economia è offerta, e l'offerta crea la propria domanda.

Infatti...

Infatti già da prima che la crisi iniziasse, l'offerta tanto creava la domanda che per restare a galla i nuovi arrivati cosa dovevano fare? Dumping sui prezzi. Attenzione! Il prezzo è un segnale di qualità. Ma in certi prodotti la qualità è fatta di dettagli che sfuggono al cliente sovrano.

Se una certa imbottitura è fatta di puro lattice, o di una gommaccia sintetica di questa fava, che dopo un anno si secca e si sbriciola, er cliente sovrano non lo sa. E quindi, come dire, entrando in produzione grazie a un mercato finanziario drogato, i simpatici sprovveduti, per restarci, in produzione, fin dall'inizio erano costretti a produrre a prezzi stracciati (tanto er leasing costa poco e er capannone nun costa gnente), comprimendo in questo modo i margini di chi invece forniva un prodotto di qualità (sulla base di una lunga esperienza imprenditoriale). Qual è il punto?

Il punto è che la distorsione del mercato del credito alimentava una sovraproduzione che in effetti non conseguiva da un aumento della produttività (intesa come rapporto fra valore aggiunto creato e input produttivi), ma semplicemente dal fatto che aziende potenzialmente poco produttive (perché prive di skills) venivano messe su e tenute in piedi grazie a una congiuntura creditizia del tutto artificiale e distorta, che induceva le aziende di credito a finanziare chiunque, pur di non tenere inoperosa la liquidità della quale disponevano, e che potevano cedere a vil prezzo.

Poi è arrivata la crisi, è con lei la scoperta che non basta produrre per diventare ricchi: bisogna anche vendere.

La reazione dei dilettanti è stata ovvia: abbassare ancora di più i prezzi, non pagare i propri operai, e alla fine fare l'inevitabile chioppo (che chiunque di voi potrà constatare andando a contare i capannoni deserti nella zona industriale più vicina a dove si trova). In questo modo l'ondata di piena degli imprenditori "fai-da-te", causata dal favoloso dividendo dell'euro, cioè dalla possibilità di avere "tassi bassi" (come dice er Biretta), ha devastato le aziende serie in tre modi:

1) comprimendo i loro margini attraverso la concorrenza di prezzo praticata offrendo prodotti di qualità inferiore;

2) aggravando per contraccolpo la crisi di domanda, perché quando gli "imprenditori per caso" poi hanno dovuto licenziare i loro operai, certo questi non hanno pensato di riammobiliare casa per consolarsi!

3) disastrando le banche (colpevoli di non aver operato con prudenza, ma vittime anche loro dei segnali errati forniti da un mercato creditizio drogato), e quindi mettendo in difficoltà una ordinata gestione finanziaria anche di aziende sane (perché è chiaro che dopo aver dato denaro a chiunque, la reazione poi è non darne più a nessuno, altrimenti la madonnina di Basilea III piange).

Lo vedete, no, il legame fra credito drogato e calo della produttività (intesa ad esempio come valore per addetto)? Il credito drogato, spacciato a tassi ridicoli, è servito proprio a tener su aziende che abbassavano il valore aggiunto per addetto, e questo è stato un altro dei percorsi attraverso i quali l'euro ha dannato i paesi del Sud. Al Nord questo non è successo non (tanto) perché fossero bravi, ma per un fatto più banale: nei paesi del Nord con l'entrata nell'euro il denaro ha continuato a costare quanto era sempre costato, cioè poco, e quindi l'ingresso nell'euro non ha distorto il loro mercato creditizio. Il nostro però sì...

Mi ha detto Bisin...
Il ragionamento di mi' cuggino è un referto storico nitido, che si inquadra perfettamente in quella declinazione (come oggi si suol dire) del puro buon senso che noi chiamiamo: logica economica. Ha solo un difetto: è un resoconto verbale. Gli economisti seri, i mainstreamers, come ad esempio il nostro amico Bisin, anche quando sono come lui burberi, hanno delle umane debolezze, hanno un lato delicato, oserei dire femminile.

Ecco: così come alle nostri gentili compagne (o per lo meno ad un sottoinsieme sempre più ristretto di esse) certe cose vanno dette coi fiori, altrimenti fanno finta di non capirle, ai mainstreamers certe cose vanno dette con gli integrali, altrimenti non le capiscono.

Vi renderete conto che in certe circostanze ciò causa delle oggettive difficoltà.

Pensate ad esempio di essere su un sentiero di montagna, e di avvertire un rumore sopra le vostre teste. Un po' di polvere vi segnala che un masso si è staccato, ed è quindi prudente avvicinarsi alla parete. Ma se avete con voi un mainstreamer, la cosa diventa oggettivamente complessa. Intanto, i mainstreamer sono idealisti, insomma, appartengono a quella fottuta corrente di pensiero filosofico che da Platone in giù ha cercato di convincerci, con maggiore o minore successo, che il mondo esterno sostanzialmente non esista. Con i mainstreamers il successo è stato totale, come sappiamo. La conseguenza è che per un mainstreamer un rumore sinistro, o il fallimento di un'impresa, non vogliono dire nulla, semplicemente perché sono mondo esterno, e quindi non sono.

Poi c'è anche il problema di far capire a un mainstreamer che un sasso sta cadendo. Non è che puoi semplicemente urlare: "Pietre!", anche perché il tuo urlo, per il mainstreamer, è mondo esterno, quindi non esiste!

Dovresti, per ottenere un qualche successo, dire una cosa del tipo:

"Alberto, mi permetto di farti notare che esistono fondate evidenze empiriche del fatto che sopra la nostra testa una porzione di materia di massa gravitazionale stimabile attorno ai 10 Kg stia trasformando la sua energia potenziale in energia cinetica e rischi pertanto di impattare col nostro cranio in un numero di secondi che, se mi permetti un calcolo back-of-the envelope, il quale astragga dalla resistenza viscosa del fluido atmosferico, che poi sarebbe l'aria, dovrebbe equivalere alla radice quadrata di due per l'altezza relativa del grave diviso

CRASH!

Capito qual è il problema con i mainstreamers? Se gli dici le cose in modo pratico, non ti ascoltano, e se cerchi di dirgliele nel loro linguaggio, nel frattempo avviene la catastrofe!

Nel caso specifico, però, ovvero per quanto attiene al fatto che la crisi di produttività, oltre alle determinanti che sappiamo (l'interazione fra domanda e produttività via legge di Verdoorn e le distorsioni allocative nel mercato del lavoro determinate dalle famose riforme...), sia in parte stata causata dal dividendo dei coglioni, cioè dalla distorsione del mercato del credito che si è tradotta in tassi di interesse reale troppo bassi per il Sud, un aiuto ce lo dà Gopinath et al., 2015.

Il discorsetto di Gopinath è più raffinato di quello de mi' cuggino, ma le conseguenze, e in parte anche la logica, sono simili.

Gopinath considera un mondo di imprese eterogenee e soggette a "attrito" finanziario, ovvero sottoposte a un vincolo di bilancio dipendente dalle dimensioni dell'impresa, dove si presume che le imprese più piccole abbiano maggiore difficoltà a ottenere credito (p. 2). In modelli di questo tipo normalmente la produttività dipende in modo positivo dalla liberalizzazione finanziaria (p. 5), perché comporta afflusso di capitali, un miglioramento nell'allocazione degli stessi, e quindi un aumento della produttività a livello aggregato. Gopinath e i suoi coautori introducono un altro elemento: il costo dell'aggiustamento verso un nuovo livello di capitale produttivo.

La loro motivazione è l'osservazione fatta da Reis, 2013, con riferimento alla crisi del Portogallo. Noi sappiamo, perché ce lo ha spiegato Joao Martins Ferreira do Amaral, che un pezzo di quella crisi è dovuto alle distorsioni allocative causate dal cambio fisso: penalizzando le imprese che operano nel settore dei beni commerciali (e quindi del manifatturiero, ad alto valore aggiunto), il cambio fisso induce gli imprenditori a riallocarsi nei settori protetti (costruzioni e servizi), a più basso valore aggiunto, e (nel caso delle costruzioni) a rischio bolla (un abbraccio ar Biretta che a questo punto si è perso...). Reis aggiunge (a p. 146) un'altra considerazione, ovvero che le imprese esistenti si suppone operino già "at their collateral constraint", cioè abbiano ottenuto tanto credito quanto è giustificabile nei termini delle garanzie reali che possono offrire. Le nuove invece no: ancora non hanno "posted as collateral" nulla! Quindi quando il mercato si apre, solo un'ondata di imprese nuove ed inefficienti ottiene credito. È esattamente il ragionamento di mi' cuggino, solo che Reis (a differenza di quanto dicono Gopinath et al.) lo applica all'interno del settore protetto (nontradable), il quale quindi subirebbe una doppia distorsione allocativa: una da cambio e una da credito.

Gopinath et al. generalizzano il risultato.

Nel loro modello l'eterogeneità nelle dimensioni e negli stati patrimoniali delle aziende fa sì che una "liberalizzazione" che si manifesti attraverso un drastico calo del tasso reale induca una cattiva allocazione del credito e quindi del capitale produttivo, determinando nel complesso effetti avversi sulla produttività.

Ringrazio molto Bisin per avermi segnalato questo articolo, anche se mi dispiace che si sia risentito quando gli ho detto che queste cose me le aveva già raccontate mi' cuggino. I mainstreamers son così. Il loro scopo, come vi raccontai tanto tempo fa, è quello di raccontare storielle che riescano a épater le bourgeois, cioè il lettore, insomma: che siano controintuitive.

Se gli fate capire che in realtà in quello che raccontano di controintuitivo c'è ben poco, che è puro buon senso, ci rimangono di un male!...

Concludendo
Ci sono diverse conclusioni da trarre da questo lungo post.

La prima è che, come trovate scritto nel nostro dizionario e com'era del resto prevedibile, le posizioni del mainstream sono in rapida evoluzione. Se usciamo dal pollaio italiano, fatto di squallidi influencer da quattro soldi, che parlano ex cathedra (spesso dalla cathedra esentasse di qualche organizzazione "multilaterale") di cose che ignorano, gli economisti seri, nel resto del mondo, non si permettono di negare l'evidenza che l'euro sia stato un esperimento rovinoso, e ormai hanno lasciato dietro le spalle, per timore di distruggere totalmente la loro reputazione, l'approccio moralistico secondo il quale il Sud sarebbe fatto di cialtroni e quindi meriterebbe di morire (insomma, l'approccio Severgnini, per chi ha seguito su Twitter: non voglio lordare questa pagina di scienza riportando le sue esternazioni).

Cercano viceversa di far quadrare i loro modelli estremamente stilizzati coi fatti: questo richiede uno sforzo intellettuale del quale sarebbe ingiusto riconoscere il valore, come pure, però, è chiaro che se devi tagliare l'erba una rozza falce è più efficace di un fioretto, e a chi arriva dopo, quando arrivare prima salverebbe vite umane, normalmente si chiede conto del suo comportamento.

La seconda considerazione è che la maggior parte degli abitanti del nostro pollaio non è "malvagia" in senso stretto. Sì, valgono le considerazioni svolte dallo psicoterapeuta nel post precedente: non è difficile risonoscere in molti nostri compagni di percorso, lasciati alle spalle, i segni di quel rifiuto del principio di realtà e di quelle tare psicologiche che lui descrive così: "sono bugiardi, hanno grandi capacità empatiche ma sono affettivamente molto distaccati, provano le emozioni solo superficialmente, sono scollegati da un mondo emozionale profondo, egocentrici".

Quanti ne abbiamo visti!

Ma, questo post credo lo dimostri, sono soprattutto dei giganti della mediocrità e delle vette di ignoranza. A parte Gopinath (che è uscito a luglio), tutto il resto è già roba vecchia (per chi pretende di essere economista), e se anche non fosse puro buon senso, sarebbe letteratura scientifica che chi parla di simili argomenti dovrebbe conoscere. Er Biretta, porello, almeno mi ha scritto in privato, io l'ho mandato a fare in culo in privato, tutelerò fino alla morte il suo anonimato, e finita lì. Ma cosa dire delle decine di colleghi che continuano a sparar boiate in pubblico, fomentati dalla canea urlante dei mediocri livorosi, da questa feccia squallida di persone sconfitte dalla vita, che cercano sui social la strada di un improbabile riscatto, e continuano a inquinare il dibattito, un dibatti urgente, serio, che meriterebbe di essere condotto con la profondità e la documentazione della quale praticamente solo questo blog in Italia continua a dare prova?

La terza considerazione è che non passa giorno senza che la letteratura scientifica non pianti un chiodo sulla bara dell'euro. Ma questo, di per sé, è irrilevante, e non solo perché rispetto a una considerazione razionale delle questioni economiche nel dibattito fa premio la loro dimensione emozionale (e vi rinvio ancora una vota al post precedente, strepitoso), quanto, soprattutto, perché ormai dovremmo aver capito tutti che quello economico è l'ultimo dei problemi. Qui il problema è la libertà, la democrazia. Er Biretta, porello, poro moccioso, lui se ne sta al sicuro, pensa... E non capisce che il suo voto conta sempre di meno, non capisce che non decide lui, né quando le cose non vanno come desidera, né, soprattutto, quando ci vanno. Non capisce che anche nella sua istituzione arriveranno i tagli, arriveranno i commissari dalla Germania, ecc.

Io ho profonda compassione di lui.

Voi penserete: "Ma guarda questo stronzetto presuntuoso come si rivolge a un suo docente! Non sa nemmeno come si chiamano le variabili macroeconomiche, lo accusa di disonestà presentando a sua volta dati se non truccati, per lo meno scelti in modo stranamente selettivo, e, ciliegina sulla torta, presenta un quadro della crisi articolato sulla visione moralistica del 'non abbiamo saputo approfittare del dividendo dell'euro', col quale oggi a Harvard si nettano bella mente le terga, come Bagnai ci ha appena dimostrato...".

Sarete sdegnati, e forse, epidermicamente, mi sentirei di darvi ragione.

E invece a me er Biretta fa compassione, una compassione profonda, perché sarà lui a pagare il prezzo più duro.

E sapete perché?

Perché siccome la crisi ci colpisce uno alla volta, non tutti insieme, siccome ognuno di noi, ma soprattutto lui, vede le foglie e non l'albero, e siccome lui sarà senz'altro uno degli ultimi a essere colpito, data la sua posizione, quando verrà anche per lui il momento di andarsene, uscirà in un paese completamente devastato, dove non ci sarà alcuno spazio per le sue competenze, e quando se ne andrà all'estero troverà tutti i posti di livello equivalente al suo già occupati da quelli di voi che nel frattempo se ne saranno andati, e che per il fatto di essere qui dimostrano di non essere meno intelligenti di lui.

Così, quand'anche gli accada di restare in finanza, il suo posto non sarà dietro una scrivania, ma al cesso, con una ramazza. E se voi poteste misurare, come posso io, l'ampiezza di questa caduta, er Biretta farebbe compassione a voi, come la fa a me.




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