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domenica 7 gennaio 2018

Il saccheggio del Made in Italy

(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)





Caro Alberto,

l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25 anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.

Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo intervento al goofy6:


Dalla mia credo di avere un lungo periodo di esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese. Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.

Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno, giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di cercare un minimo comune denominatore.

Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:


Come sottolineato in un tweet, Brazzale si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.

Si focalizza infatti, in particolare, sul tema della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.

Il fattore differenziale non risiede infatti nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia. Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero, apprezza e compra.

Intestardirsi, come continuano a fare Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività. Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.

Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in Moldavia.

In Turchia, il settore della pasta sta avendo un forte sviluppo negli ultimi anni.  Stanno comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia, stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma, soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore vuole mangiare italiano, a prescindere.

Non voglio dire che Brazzale solleva un problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale manca di cogliere è purtroppo un altro.

Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200 giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una discriminante e penalizzasse i piccoli?

Quanti studi farlocchi che dimostravano la insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale? Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.

Quanti fondi di private equity abbiamo visto all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare, tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?

Un’ultima riflessione, non specificamente legata al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo, distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.







(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)

lunedì 11 dicembre 2017

Made in Italy

(...da un manager che ha lavorato per tante aziende italiane ricevo un contributo che risponde alla provocazione di Brazzale. Quest'ultima ha particolarmente colpito la fantasia di molti di voi, soprattutto di quelli sempre disposti a caricare a testa bassa, con ottusa ferocia, il nemico di turno, magari senza averne nemmeno letto il nome, o senza aver verificato se le parole attribuite a X siano di X o di Y. Ora, io torno a ribadire due concetti, che sono i pilastri del nostro rapporto, due pilastri credo solidi, visto che questa comunità, pur con momenti di stress, di crisi, di tensione fra me e voi, e fra voi e voi, comunque cresce, e comunque continua a promuovere dibattiti che attirano eccellenze - e questo ne è un esempio. I due concetti sono:

1) io capisco la vostra rabbia. La capisco perché ho gli strumenti macroeconomici per capirla (banalmente, io so e ho enfatizzato prima di tanti altri che questa è la crisi più grave nella storia dell'Italia unita: non è quindi strano che siate un po' nervosetti), la capisco perché ho gli strumenti umani per capirla (banalmente, sono dalla parte degli sconfitti anch'io: sono nella seconda classe del Titanic, e anche se molti di voi sono in terza classe, io capisco, a differenza degli altri, che la nave sta affondando e che non ci sono scialuppe), la capisco perché ho gli strumenti culturali per capirla, come del resto molti di voi (sappiamo che quanto sta accadendo è un film già visto, la ripetizione di una trama che tante opere d'arte hanno consegnato alla nostra cultura, e in effetti il problema principale del nostro interlocutore, cioè del piddino, è appunto quello di essere pseudocolto, che poi vuol dire, per fare un esempio, non leggere Furore, ma estasarsi alla lettura superficiale e ideologica che Baricco dà di questa opera - e questo è solo un esempio fra i tanti). Quindi vi capisco, ma se ho cominciato questo lavoro è proprio per aiutarvi a canalizzare la vostra rabbia in qualcosa di produttivo, per esortarvi a indirizzare questa energia verso un percorso di conoscenza, e non verso sterili battibecchi o attacchi ad personam che vi fanno sistematicamente passare dalla parte del torto nella vostra vita di tutti i giorni, e in particolare sui social, cosa particolarmente controproducente ora che i social sono oggetto di una campagna di normalizzazione, o verso una demonizzazione dell'avversario che portandovi ad abolire le sue ragioni vi priva di prospettive analitiche. Lenin vedeva gli aspetti positivi del capitalismo. Bongano, o similare, invece non rinunciano alla propria integrità ideologica -dispensando così i posteri dal grato compito di interessarsi alla loro biografia...

2) io ho un'unica arma a disposizione, la mia credibilità, e un pezzo della mia credibilità è il mio rifiuto di compiacervi. Vi sto dicendo questa cosa qui. Mantengo il diritto di segnalarvi il mio disaccordo da certe posizioni, di non tornare a ripetere nel 2017 cose che erano già banali nel 2011, di scegliere con chi credo sia interessante - per me e per gli altri - discutere e con chi invece sia sterile, e di non seguirvi in certe intuizioni che ritengo strategicamente errate. Voi, del resto, avete il pieno e totale diritto di non prestarmi più attenzione, e di smettere di sostenermi. Come ogni decisione, anche questa ha lati positivi e negativi per tutte le parti coinvolte. L'importante è essere liberi. Il mio rifiuto di compiacervi è, per chi può capirlo, la principale garanzia del fatto che non sto cercando di manipolarvi, cioè che rispetto la vostra libertà. Non mi interessa essere ruffiano con voi: mi interessa provocarvi, e accettare le vostre provocazioni. Siamo cresciuti così, e così continueremo a crescere. Ho avuto la sensazione che alcuni mi rimproverassero di non aver invitato interlocutori "ideologicamente corretti" al convegno annuale. Alcuni, anzi, lo hanno proprio fatto. Ecco: vorrei dimenticare questa caduta di stile. Sono gli altri a rifiutare il confronto, non noi, e mi dispiace non potervi compiacere in questa vostra sete di vendetta e di annientamento di chi individuate come avversario (sentimento che pure capisco: vedi al punto uno).

Detto questo, io sono abbastanza stupito, come dicevo, del fatto che di un convegno del quale sono state dette tante cose molto pesanti in termini di teoria e qui di di prassi economica, alla fine l'unica che vi ha veramente colpito sia il dibattito fra tre imprenditori e un docente di economia industriale, anche considerando il fatto che, se li conosco un po', forse i tre imprenditori sono meno distanti di quanto uno di loro, con una provocazione che i fatti provano essere feconda, ha cercato di enfatizzare. Tuttavia, sono anche lieto che in questa storia ci sia qualcosa che riesce a stupirmi, e quindi qui di seguito vi propongo il contributo di un altro dei partecipanti al dibattito, Vito Gulli...)
 



Ciao a tutti,
Da ieri sera sono in giro per l' Italia per un torneo di calcio del mio bimbo. Tra una partita e l'altra (😱5 😱) ho Tw e Rtw, ma sempre soffocando (nella sintesi di 1 Tw) la voglia di approfondire l'amato tema, sul blog del ns. Prof (👏👏...Lui...seppur in giro per l'Europa per ben più importanti interventi, trova il tempo, Uga permettendo, di moderarci, risponderci, e sempre istruirci...)
Io ci provo ora, sulla via del ritorno a casa, stanco e contento, mio "portierino" permettendo, (...dorme lui, più stanco e più contento).

Innanzitutto faccio i miei complimenti a Roberto per le sue scelte da imprenditore.
Ha creato, di sicuro, un ottimo business, ha fatto il bene della sua azienda, ha addirittura costruito una case-history 👏 di cui molto ancora si parlerà: Gran Moravia, campione di sostenibilità e trasparenza.
E ancor più per quanto e come si è "battuto" su Tw con risposte tecniche sempre puntuali e, (per come mi par capire sia il suo carattere...) sempre un po'....provocatorie...👏

Ma io...non ci casco...

Mai detto, Mai direi, e Mai dirò, che la scelta/preferenza per un prodotto italiano, da parte di un italiano (!!), debba essere fatta per qualità e/o sicurezza.

Sebbene sia fortemente convinto che il ns sistema di controlli sia il più efficace in Eu, e che la qualità dei ns prodotti (alimentari e non) sia quasi sempre la migliore, lascio ai consumatori "esteri" queste ragioni.

È ben altra la ragione per la quale mi batto da 30 anni per il Made in Italy: il Lavoro! Nella nostra Terra, per le nostre Tribù. Per tutti noi, anche per chi il lavoro ce lo ha ancora, senza rendersi conto però, che lo perderà se continuiamo così..

Non mi stancherò mai di insistere nel tentare di far capire a quanti io possa, quanto ciò sia vitale per tutti noi.

Proprio perché stiamo subendo le disastrose conseguenze di una trentennale politica priva di visione, 
senza strategie, orfana del Costituzionale dovuto rispetto per chi suda. Prima incapace di capire in che guaio ci si stava ficcando (€😱), poi incapace di aprire occhi&cervelli 😳🦊, di fare mea culpa 😇, e pianificare le dovute correzioni (£👍). Ovviamente non parlo dell'appena perduta fase finale dei mondiali di calcio, bensì della sovranità monetaria, e di quel minimo di politica monetaria che ormai da troppo tempo ci manca, e senza la quale le "cose" non possono andare (tornare) al loro posto..
Bene, sapete cosa ho il coraggio di dire? E datemi pure del commmbbblottista finché vorrete... ma io sono fermamente convinto che alla radice di questo attacco alla ns. democrazia, di questo inno alla concentrazione dei più forti, di questo delirio dell'alta finanza incapace di creare ricchezza vera, ci sia proprio la "bramosia" delle grandi aziende internazionali nei confronti delle tante aziende italiane con le quali hanno dovuto per anni competere, quasi sempre con insuccesso.

Proprio il Made in Italy è il "loro" obiettivo primario.

Chi non capisce quanto sia facile venderlo nel mondo???

Nei miei ultimi 30 anni di esperienze nazionali e internazionali, di vita imprenditoriale, di associazionismo, li ho visti, sentiti, combattuti....e mi pare di risentirli.....:

" Via, all'attacco della miriade di medio piccole aziende italiane. Addosso ai diritti di quei lavoratori. Impediamogli quella variabilità del Cambio che tante volte ci ha disturbato. Costringiamo quel folcloristico paesucolo con retaggi socialisti ad abbassare i salari. Obblighiamoli a destrutturare il loro arcaico welfare. Attanagliamo quei pigmei di imprenditori..."

E da qui...la storia è quella che tutti sappiamo...

Il piano prevedeVA (speriamo la coniugazione sia quella giusta..) di far man bassa dei ns marchi, con pochi spiccioli. Nel frattempo usare le loro lobbies per far modificare qualche legge (ved. Prodotto Dove?), per poi produrre "usando schiavi", là dove meno costassero, e infine... Vendere una falsa italianità nel mondo.😱😡

Quale americano, giapponese, persino italiano, avrebbe potuto capire che, di una pasta Barilla fatta a ...chissà dove (??), la scritta sulla confezione: Barilla, via Parma 1, Parma. Italia,...fosse solo la sede legale..??😪
 
Ma almeno questo lo abbiamo, spero per ora, evitato. E mi prendo gran parte del merito. 👏 di aver concorso alla bocciatura del recepimento della normativa voluta dalle Lobbies, pardon, da Leuropa..
Quindi, oggi, in attesa che il ns. Prof giunga a...Palazzo.. e si ricominci a pianificare il nostro Ritorno al futuro, cosa possiamo fare? Difenderci! Come??  Zittti tutti! Stavate per darmi dell' autarchico 😱😱 NOOO! Solo un po' di buon senso.. Basterebbe che, almeno quelli che ne hanno un po' di più (💰), si adoperassero per tutti, non nel pagare occasionali patrimoniali, inutili e persino dannose, ma semplicemente prestando un po' più di attenzione alle proprie scelte, ai propri acquisti, ai propri consumi..

La mia solita tiritera ... se il 1º 20% degli italiani, che consuma il 1º 60% del tot.consumi, modificasse solo del ~ 10% il proprio mix fra consumi di prod.interna vs prod.esterna (~65% vs ~35%)..e il gioco è fatto!! Fate il conto di quanto aumenterebbe il Pil, quello vero, non quello dato alla ca...volo di cane? Sarebbero numeri da Cina.... e il Lavoro in 🇮🇹.. 👍

Buon senso, non arcaica autarchia. Come già fanno tedeschi e francesi, loro si scevri da complessi di esterofilia come molti di noi. I primi per nazionalismo, i secondi per sciovinismo, noi per il ns. storico paraculismo, pardon, pragmatismo!

Pensate alle automobili... in Germania si vedono solo auto tedesche. Certo, sono le migliori, le più belle, costano di più, ma il cambio le protegge. E in Francia?? Idem. Solo auto francesi. E se qualcuno volesse sostenere che le auto francesi siano le migliori sarebbe un para..dosso (con tante scuse a quelli che le hanno 😂).

Potremmo fare altri mille esempi di questo genere. Certo la Fiat / Fca con ciò che ha fatto negli ultimi 20 anni, non merita il ns supporto,... ma se in 🇮🇹 iniziasse un circolo virtuoso 🔁, per cui i ConsumATTori italiani, diventassero, con le loro scelte, i veri attori protagonisti della ripresa, e quindi premiassero i prodotti, prodotti qui, magari chissà...potrebbe essere la Mercedes o la Toyota a capire che volendo continuare a vendere qui, dovrebbero aprire una fabbrica qui. E il Lavoro in 🇮🇹.. 👍

Termino con una precisazione per chi pensasse che ho un qualche interesse nel dire ciò che dico: ho venduto tutte le azioni della società che ho costruito. Soddisfatto di averla costruita e altrettanto di averla ceduta (con la certezza che gli impianti resteranno qui..). Così, se nei miei primi 30 anni di impegno, potevo essere tacciato di conflitto di interesse, per i miei prossimi 30 di ulteriore impegno, me ne sono liberato.😂.

Ho qui trascurato il tema della sostenibilità, pur convinto sia un altro determinante fattore di scelta per i ConsumATTori consapevoli.

L'avesssi fatto il ns Prof. mi avrebbe censurato per prolissità (già così...)





(...emphasis added...)

(Si apra la discussione. A beneficio dei buoi che caricano a testa bassa, mi preme sottolineare un concetto un po' arduo ed astratto, che sintetizzerò così: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. 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Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi.
 
Sì, sono un pochino esasperato da certi atteggiamenti, ma mi abituerò... Ho speso una mattinata a metter su questo articolo, e mi dà un tantino al... fastidio (diciamo così) vedere che commentare, a voi, costa così poco. Non sono totalmente sicuro che sia giusto.
 
In altre parole, dite e fate quello che vi pare, da berciare "al rogo!" al lanciare il reggiseno sul palcoscenico, purché al rogo ci mettiate Vito - ha le spalle larghe - o il reggiseno lo tiriate a lui - che non ne ha bisogno.

Pigé?

Sono sicuro di non essere riuscito a farmi capire, ma va bene così: l'insegnamento è una missione impossibile e asimmetrica: la colpa è sempre e solo dell'insegnante. E io convivo così male con i miei pochi fallimenti...)