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sabato 30 giugno 2018

Le infinite


(...towards Pontida...)


Sempre odioso mi fu quel roco “urge”,
E quella fretta, che da tanta parte
Del politico agire ognuno esclude.
Ma vivendo e studiando, interminati
Spazi di là da quello, e sovrumani
Obiettivi, e infinito potere
Io nell’agir constato; ove per poco
Il cor non si spaura. E come l’urge
Odo gracchiar tra le mie email, io quello
Infinito potere a questo urge
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e l’urger suo. Così tra questa
Urgenza non s'annega l’agir mio:
E naufragar vi lascio in questo urge.


(...le infinite email, con il corredo di infinite rotture di coglioni... Urge, urge, urge! Qualche giorno fa parlavo con Giorgetti: "Non voglio nemmeno immaginare cosa possa essere il tuo telefonino...". Il mio, quando i gazzettieri presunsero che io volessi diventare sottosegretario, rischiò di fondersi - apprezzate il genio: se volessi qualcosa, per prima cosa lo farei sapere a loro, no? Ragazzi, non so come dirvelo: ci avete votato, giusto? E avete fatto bene, ma era scontato: peggio del PD non potremmo fare nemmeno volendolo, anche perché ne mancano i presupposti: tutto quello che poteva essere distrutto da comportamenti incauti o rapaci è già stato distrutto, con pochissime eccezioni sulle quali stiamo già lavorando. Quindi fidatevi, e lasciate che alle priorità ci pensiamo noi. Sono nel dibattito da sette anni, e sono sette anni che ogni sette giorni qualcuno arriva e mi parla di qualcosa che secondo lui è un punto di non ritorno, anzi:

IL PUNTO DI NON RITORNO

le colonne d'Ercole della politica, oltre le quali - urge! urge! urge! - qualsiasi spazio di ragionevole azione politica sarebbe irrimediabilmente precluso, e si aprirebbero scenari distopici, orwelliani, dai quale urge (urge! urge! urge! urge!) preservarsi, facendo esattamente la cosa tale o tal'altra, la cui urgenza urge capire: è questione di vita o di morte. I volenterosi carnefici dell'urge (carnefici delle mie gonadi, si intende) non sono minimamente sfiorati dalla constatazione di un singolare isomorfismo: quello fra il loro "urge" antisistema e il simmetrico "fate presto" di sistema. Uno si sfianca a far capire che forse per combattere efficacemente l'avversario bisogna sovvertirne le categorie, e quindi il lessico ed il metodo, e gnente: intorno è tutto un "urge stampare moneta", o qualsiasi altra urgenza urga all'urgitore di torno. Poi dice che uno non ce la fa più! Ma io ce la faccio ancora, perché dentro di me, oltre alla parodia, porto l'originale. Noi vinceremo, perché Deus vult, perché siamo qui, perché la globalizzazione e, soprattutto, i suoi utili idioti di sinistra, hanno tirato troppo la corda, perché viviamo ora una reazione che è comparabile per intensità, e sarà comparabile per durata, a quella che due secoli fa fu provocata dal cosmopolitismo borghese dei philosophes. Quindi: calma! Non urge. Credetemi. Niente trionfalismi - non abbiamo ancora vinto - ma anche niente ansie: non possiamo perdere. Sarebbe utile distinguere fra battaglia e guerra, fra tattica e strategia. Ma fra le tante cose che non urgono, non urge nemmeno questo. Chi è qui e mi ha conosciuto sa cosa pensare. A chi arriva ora non ho molto da dire: ogni percorso inizia dal primo passo, non dall'ultimo, e capisco che sia complesso a chi arrivi da fuori capire cosa succede qui. Ma, appunto, nell'immensa vastità del non urge, non urge nemmeno capire questo. Semplicemente, succede, e continuerà a succedere...)

lunedì 27 novembre 2017

Emigranti (la sede)



(...la foto non è venuta un gran che bene: quando verrete a trovarmi capirete perché...)


Quelli che vedete sono quattro acquerelli di Lucia Lamberti, un'artista italiana che segue questo blog, come altri, o almeno lo seguiva qualche anno fa. Mi fermò al Goofy2 (domenica 27 ottobre 2013), per offrirmi, con una dedica scritta su un biglietto Eventbrite che ancora conservo, quattro suoi lavori da una serie di dieci, esposta nel giugno 2009 al consolato italiano di Bruxelles. I lavori sono, dall'alto al basso e da sinistra a destra (come normalmente si legge): L'ingegnere, Ultimo a destra, L'antenna, Alta pressione. Raccontano le storie di suo padre, Vincenzo, che da Mercato San Severino andò nel nord Europa a cercare lavoro. Poche foto provenienti da questa esperienza sono servite da traccia per la serie di acquerelli, che raccontano il lavoro, e la sua precarietà. "L'instabilità e la disappartenenza", dice Antonello Tolve nel catalogo dell'esposizione.

Per anni questi acquerelli sono rimasti sul coperchio del pianoforte. Non avevo dove metterli, non avevo il tempo di guardarli, non avevo, in effetti, il tempo di nulla.

Da novembre è diventata operativa la nuova sede di a/simmetrie. Finalmente ho avuto il tempo e il modo di mettere nel giusto risalto questi lavori. Sono di fronte al mio studio e ci passo tutte le mattine. Penso ai nostri emigranti passati e a quelli futuri. Mi ricordo quanto scrivevo nel 1997:


Parole che mi sembravano ovvie, e delle quali certamente non capivo allora tutta la rilevanza. Veramente, allora, non la capiva nessuno: si era ancora ai proclami in favore della mobilità dei fattori vista come bene in sé e per sé. Proclami ideologici e disumani, perché non si trovava, in essi, alcuna considerazione dei costi umani, per chi deve partire, e per chi deve accogliere questa cosa, il lavoro, che non è una cosa: sono esseri umani. Anzi! Chi questi costi li riconosceva, come il compianto (per antonomasia e antifrasi), attribuiva loro una funzione pedagogica! La medicina, si sa, deve essere amara.

Ora, ogni sera, quando chiudo il Pc, come sto per fare, passo davanti a questi quattro lavori, me li guardo, e mentre torno a casa penso se sto facendo abbastanza per difendere il diritto di ogni essere umano di rispettare le proprie radici.

Ci sono voluti quattro anni per dar loro una sistemazione consona. Questo è stato possibile grazie alla vostra generosità, che mi permette di avere una sede decente, e quindi di dare il giusto riscontro al vostro lavoro, a partire da quello degli artisti, come Lucia, per procedere con quello dei tanti altri che condividono con me esperienze o conoscenze di altra natura, ma tutte utili.

Certo, io sono solo, e sono il punto focale di una comunità di parecchie migliaia di persone. Per riuscire ad avere relazioni sia pur minime, essenziali, con voi, e anche per poter aumentare l'efficacia della mia azione, è necessario assumere personale che mi liberi da alcune incombenze, e mi restituisca spazio per dedicarmi alla ricerca, e a voi. Come forse non avrete visto, abbiamo cercato su LinkedIn un professionista che potesse aiutarmi. Il Numero due (aka Emilio Largo) mi ha detto, con grande soddisfazione, che l'annuncio ha avuto un successo spropositato: se non ho capito male (non sono su LinkedIn) hanno risposto in 400, per un profilo professionale dove normalmente le risposte sono poche decine. Ora è stata fatta una shortlist. Gli squali del Numero due sono belli grassi: presto vedrò i pochi candidati superstiti, e ne sceglierò uno. Il nostro sito è fermo, i nostri social sono fermi, le nostre collane sono ferme. Di quello che mi è successo negli ultimi due anni sapete solo una piccola parte, ma ho resistito e ora sono di nuovo efficiente (e qualcuno ha avuto la gentilezza di notarlo). Certo, da solo non riesco a rimettere tutto in moto, ma è proprio ora, mentre il nemico si crogiola nelle sue illusioni che rapidamente si sfaldano, che occorre potenziarsi, per poter essere sufficientemente incisivi al momento opportuno.

Parleremo (anche) del da farsi al #goofy6, con chi ci sarà.

A presto!

mercoledì 17 maggio 2017

PIIGS (il film)

(...ricevo da un amico questa recensione che vi sottopongo. Il film è piaciuto anche a Vladimiro Giacché. Sotto vi dico cosa ne penso io...)



Tre giovani registi indipendenti hanno realizzato un film documentario “Piigs” che ricorda per alcuni aspetti “Inside Job” (documentario del 2010 sulla crisi finanziaria USA) e le storie proletarie di Ken Loach, con riferimento a una Cooperativa sociale costretta da molte difficoltà a causa dei vincoli e le restrizioni imposti ai finanziamenti pubblici. Narrato da Claudio Santamaria e con interviste a Noam Chomsky, Yanis Varoufakis ed Erri De Luca, e ad altri economisti [Ndc: altri?] esperti di economia europea e internazionale tra cui spiccano Paul De Grauwe e Warren Mosler, il film lavora su vari livelli e con l’ausilio degli esperti di economia riesce a chiarire con sufficiente rigore intellettuale gli effetti microeconomici e macroeconomici delle misure di politica fiscale restrittiva imposte agli stati europei dopo l’adozione della moneta unica. In particolare attraverso il piano macroeconomico, ben descritto da De Grauwe, si comprende l’effetto pro ciclico delle misure adottate sotto forma di riforme strutturali nei vari paesi (essenzialmente Italia e Grecia, ma chiaramente anche Spagna e Portogallo) e il fallimento cooperativo che ha caratterizzato l’azione dei governi di fronte alla crisi del 2009 e le sue fasi successive. Il mancato realizzarsi di una piena cooperazione tra i paesi dell’area euro sotto forma di una pronta e adeguata redistribuzione fiscale dal centro alla periferia (Piigs), in presenza dello shock esterno USA della crisi bancaria e l’avvitamento nella recessione che ne consegue. Il fattore ideologico sottostante, relativo all’ideologia dominante nelle stanze del potere, di chiara matrice neo liberista è ben tratteggiato anche grazie alle efficaci interviste a Milton Friedmann dipinto come il demonio liberista. Sul piano microeconomico l’io narrante (Santamaria) riesce attraverso le parole di Mosler a esemplificare bene come non ci sia frattura tra gli effetti microeconomici e macroeconomici delle misure adottate per smantellare lo stato sociale in Europa. La crisi importata dalle banche USA costringe i Piigs, a causa dell’impossibilità di compensare lo shock esterno con una svalutazione del cambio, a ripiegare su pesanti misure di deflazione interna, che colpiscono sul piano microeconomico le aziende più deboli che si fondano sul volontariato, fino alla penosa umiliazione degli esseri umani che le compongono…
Sul piano più alto delle ideologie, dell’analisi geopolitica e spiccano le parole di Chomsky, Erri De Luca e la testimonianza diretta di Varoufakis. Alla radice del male sociale resta, secondo la maggioranza degli intervistati, il disegno incompleto dell’euro, dove a fronte di una partenza con chiari svantaggi comparati per i Piigs non è stato disegnato un corretto schema di piena cooperazione e redistribuzione fiscale dai paesi vincitori ai vinti, né un adeguato meccanismo di uscita graduale per chi non riesce a nuotare con destrezza. L’euro resta un motore apparentemente immobile, ma è in realtà un satellite in rotta di collisione con la terra (proprio come nel film Melanconia la luna) e gli stessi artefici della costruzione dell’Hotel California  ammettono oggi l’esistenza di numerose asimmetrie nella possibilità di intervenire a favore degli stati e di classi intere della popolazione, che soffrono gli effetti dell’austerità fiscale eccessiva, una volta che gli stati si siano trasformati da distributori di beni e servizi per gli svantaggiati a meri impostori, ossia prenditori di tasse sempre più alte. Il film si chiude con le parole di Erri de Luca che sottolinea come gli aspetti demografici (sempre alla radice degli effetti economici) siano ancora (lievemente anche per effetto dei controlli dei media) a sfavore degli oppressi, una classe di pochi e male organizzati giovani individui contro la classe dominante dei vecchi artefici, che non mollano l’osso già ampiamente spolpato e faticosamente conquistato nel dopo guerra.


(...cosa ne penso? Che chi parla di disegno incompleto dell'euro non ha capito cosa sia l'euro, cioè non ha letto il libro che spiega cos'è - o i paper sui quali quel libro si basa, un po' meno accessibili. Penso anche che chi consente a certi personaggi di presentare le cose in questo modo non sta facendo un'informazione molto scrupolosa: siamo pur sempre nel 2017! Questo ovviamente nulla toglie al valore artistico, e magari anche politico, del film: alla fine laggente si convincono con le mozzioni, più che con le quazzioni, e quindi se vogliamo che laggente si ribellano, un discorso non pienamente coerente, ma emozionalmente forte, può avere un suo valore. Bach e Baglioni hanno in comune due lettere e dodici note: è pur sempre un inizio... D'altra parte, voi lo capite bene: perché mai al mondo Nord e Sud avrebbero dovuto cooperare? Perché mai si sarebbe dovuta verificare una redistribuzione da Nord a Sud? Che fosse necessaria lo si sapeva - Mundell (1961) - e che non fosse politicamente proponibile anche - Kaldor (1971). Quindi? Quindi il disegno era perfetto e ha prodotto i risultati che doveva produrre: la distruzione del welfare, come era chiaro a Featherstone (2001). Piagnucolare "autteità bbutta attiva" come il fariseo De Grauwe non ci porta da nessuna parte. Il piddino andrà al cinema, verserà la lacrimuccia, uscirà sentendosi migliore, penserà che il giorno dopo, oltre a ritirare i vestiti in lavanderia, dovrà anche chiedere "un'altra Europa", poi se ne dimenticherà - dell'Europa, non dei vestiti - e la cosa finirà lì. Quando nostro Signore ha detto che "la verità vi renderà liberi", non si è dimenticato di aggiungere "diffidate dalle imitazioni": lo ha semplicemente scritto fra le righe. Questo il mio pre-giudizio. Dopo di che, segnalare - andando a vederlo - che un lavoro su questo tema interessa è comunque un atto politico importante, quindi se vi capita andateci. Pare che sia un film bello, e il valore estetico prescinde dal contenuto politico: l'Iliade è un elogio dell'imperialismo, che è una cosa brutta, ma può evidentemente essere raccontata in modo bello - ancorché lievemente sessista. Lì la colpa, anziché dell'austerità, pare fosse di Elena: ma chi sa leggere fra le righe capisce benissimo com'era andata. Può anche darsi che smentiate il mio pregiudizio: magari qualcuno ha già elementi per farlo. Certo, Erri De Luca - economista come Scacciavillani - che fomenta la guerra intergenerazionale fra poveri non è un buon viatico, come non lo sono il compianto Donald o Efialte. Però su questo sarei indulgente: se vuoi fare un film che laggente vedono, devi usare pupi che laggente conoscono. Bene, vi lascio: devo rispondere a John, e devo andare a suonare a Gavirate della musica che laggente non capiscono...)

domenica 2 aprile 2017

Tre metri sopra Bruxelles

(...EUA2017 è stato un grande successo, ma ve ne parlo poi con calma. Naturalmente i tedeschi sono ancora convinti che noi dobbiamo fare le riforme, e naturalmente chi lavora in una banca centrale dell'Eurozona si rifiuta di prendere in considerazione scenari alternativi all'euro, e questo va bene, ma rispetto a due anni or sono almeno ora questi scenari vengono menzionati. La qualità tecnica dei paper e delle presentazioni è stata eccellente, e soprattutto, cosa non abituale nei convegni scientifici, tutte le sessioni sono state molto partecipate, con domande, suggerimenti, discussioni, molto ordinate e costruttive. Un paio di voi c'erano, e se ne saranno resi conto. Solo la relazione di Mario Nuti è caduta in un silenzio plumbeo, ma se la leggeste capireste bene perché. Gratitudine eterna allo staff, del quale tutti hanno lodato l'efficienza, e ai nostri partner per l'accoglienza dei relatori: Mirko (La Barcaccia) e Franco. Non devo spiegarvi che è stata anche una grande fatica. Ieri mi sono steso alle 20:30. Mi sono svegliato al buio, pensando che fossero le 3. Invece erano le 6:30, cioè più o meno la solita ora. Mi metto a lavorare - ultima revisione di un paper del quale vi parlerò... e non ve ne parlerò solo io! - e mi arrivano diversi WhatsApp che recano una lieta novella. Marcello De Cecco una volta mi disse, di una mia compagna di classe (che era in effetti molto bella): "Peccato che sia così bella: penseranno che sia stupida, e invece non lo è affatto!" Non so se qualcuno effettivamente lo pensasse, ma in ogni caso lei si è difesa benissimo ed è diventata ordinario. Nella constatazione un po' cinica di De Cecco c'era purtroppo un fondo di verità: certi pregiudizi possono essere ingiustamente penalizzanti. Per imperscrutabili motivi mi viene in mente oggi questa memoria del caro estinto, col quale ho sempre avuto rapporti cordiali, forse perché, con la sola eccezione del tema dell'euro, che ci vedeva ex post in disaccordo - ma ex ante eravamo d'accordo - su tutti gli altri temi cruciali, inclusa la de cujus, ci trovavamo piuttosto in sintonia...)

(...è importante che gli artisti parlino. Gli intellettuali italiani, così, as a rule and on average (cit.), direi che hanno fallito la propria missione civile, pur avendo molto, ma molto meno da perdere di un artista nell'esporsi. D'altra parte, una delle poche cose delle quali - io non sono un medico ma... - il trapianto ancora non riesce mi pare siano proprio i testicoli, e quindi chi non ce li ha non se li può dare (ri-cit.). Sono proprio curioso di vedere cosa succede adesso, e intanto ringrazio per la stima...)

(...l'intervista leggetela tutta...)

mercoledì 24 agosto 2016

Amatrice (dormitio virginis).

Uga: "Babbo, a me piace visitare i musei".

Io: "Va bene, allora ti ci porto".

Lancinato dal senso di colpa per aver trascurato er Palla (ma anche lei), chiedo a Marta uno spiraglio nell'agenda. Il 25 giugno siamo ai Musei Capitolini e all'entrata della Pinacoteca ci accoglie questo:


Colla-del-Amatrice-morte&as.jpg
Di Ricardo André Frantz (User:Tetraktys) - taken by Ricardo André Frantz, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2920226


Aiuto a situare: "Tu hai mai visto gente camminare sulle nuvole?"

Uga: "No."

Io: "Quindi non è completamente realistico, giusto? È simbolistico. Allora bisogna capire cosa vuole dirci. Devi ridurre il disegno all'essenziale. Sono due fasce. La struttura compositiva è a prova di piddino..."

Uga: "Cos'è un piddino?"

Io: "Niente, è una parolaccia, poi ti do un euro... Dicevo: la struttura è a prova di idiota: te la sottolinea con il fregio del muro, che separa nettamente le due fasce. Sotto c'è la Terra, e sopra il cielo. Sono due mondi separati. Sotto si soffre, si muore, ci si dispera - chi resta... Sopra si è sereni, leggeri, si ascolta la musica. Diciamo che questo quadro è una promessa. Vuoi vedere una cosa completamente diversa?"

Uga: "Sì?"

Ci spostiamo.




Io: "Ecco, anche qui ci sono cielo e Terra, ma non sono così separati: vedi, c'è una specie di scala, una spirale, in effetti ci sono due diagonali che li collegano. E il punto di partenza e quello di arrivo sono marcati con lo stesso colore: il blu. Questa struttura in diagonale ti fa capire che siamo più tardi, siamo nel '600".

E per voi che siete beati, e che quindi capite le cose difficili, ma non quelle semplici, aggiungo un altro disegnino:


Anche questo bel dipinto, come quello di Cola dell'Amatrice, è diviso in due fasce. C'è una fascia rossa, in basso, la nostra terra, dove si soffre, e dove il colore rosso indica un rischio sismico elevato (la fonte è questa e ci trovate tutte le spiegazioni). Poi c'è la fascia celeste, cioè, appunto, il Cielo, dove si vive sereni: il rischio sismico è quasi assente (tranne che dove costruiscono centrali nucleari).

E, naturalmente anche qui, come nel quadro di Cola dell'Amatrice, si presuppone che sia il Cielo a dettare legge alla Terra.

Solo che nel quadro di Cola dell'Amatrice in Cielo c'è Dio, che sa tutto (l'asintoto della conoscenza, ricordate?).

Nella carta qui sopra, invece, il Cielo è occupato da quattro burocrati belgi, ai quali non pare vero, provenendo da un passato di spietati colonizzatori, di poter essere oggi servi ossequiosi, colonizzati dalla potenza egemone, la Germania, i quali sanno solo quello che devono sapere: ovvero, che i nostri paesi vanno spremuti per tappare i buchi delle banche dei paesi egemoni. Quindi noi dobbiamo chiudere gli ospedali "piccoli", anziché renderli antisismici, perché si sa, gli ospedali piccoli sono poco efficienti, dobbiamo lasciare i territori in dissesto, perché, Dio ne guardi!, tappare buche è la metafora della spesa pubblica improduttiva (sarebbero le pillole di Keynes secondo chi ha preso il master a "ci defeco"...).

Insomma: nell'ultimo quadro, che non è simbolico, ma realistico, vediamo rappresentata plasticamente la realtà dell'asimmetria europea. Quattro avidi cialtroni in conflitto di interessi, i quali, abitando in pianure a basso rischio sismico, dettano legge e fanno la morale a 60 milioni di persone che vivono in un paese montagnoso ad alto rischio sismico, dicendogli quanto possono spendere e per cosa, senza capire che dove il rischio è alto, così dovrebbero essere le spese per prevenirlo, e che dove per andare dal punto A al punto B si deve attraversare una montagna forse è opportuno che certe strutture come gli ospedali siano più dense sul territorio (problema del quale abbiamo già parlato).

Fanno la morale, certo!

Perché sono sicuro che verrà fuori il cretino che ci dirà che le case sono crollate perché non le abbiamo adeguate alle regole europee, come "ci chiede l'Europa". Peccato che poi per adeguarle dobbiamo chiedere all'Europa i nostri soldi, e l'Europa questi soldi non ce li dà.

Non ce li dà perché non è l'Europa: è solo il sogno autoritario, distopico e interessato di un liberista, amico di un altro liberista, quello che fu fascista con Mussolini e presidente con la Repubblica.

L'Europa è un'altra cosa, ed è quasi tutta in Italia, come questo post implicitamente dimostra.

Difendiamola.

domenica 9 agosto 2015

Der Wegweiser


Questo.


(...dedicato alle donne che mi capiscono o fanno finta: Rockapasso - la sventurata rispose, Obli, Nat, in ordine di importanza rigorosamente decrescente... per motivi che facilmente immaginate - inclusi quelli etnici!)


(...mi scuso per eventuali omissioni: eventualmente, fate finta un po' meglio...)















(...viceversa, mi viene da dedicare un discorZetto più articolato alla simpatica Sandra, che poc'anzi allietò codesto blog del suo secondo commento. Il terzo è qui:

Sandra Zecchini ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Bergauf":

Ma figuriamoci! Si sceglie sempre cosa fotografare. Perché quell'albero e non un cane che dorme? Comunque ho capito, non era intenzionale...

Postato da Sandra Zecchini in Goofynomics alle 8 agosto 2015 15:10
Parola chiave: intenzionale.

Dunque, mettiamo ordine. Un cane che dorme non l'ho fotografato perché non c'era, e chiunque frequenti questo blog secundum ordinem avrà già apprezzato il Palla David Friedrich di questo post, che è un capo spalla: chi non lo ha letto verrà terminato (per i diversamente europei, l'archetipo è questo, ed è un Wanderer, come quello, appunto del Winterreise). Peraltro, la vita di Franz, che era un tipino un po' imprudente, è cronologicamente inclusa in quella di Caspar: Franz nacque 23 anni dopo di Caspar, ma morì 12 anni prima (mi raccomando, ragazzi, fate attenzione!). Dato che vivevano negli stessi anni, non è poi strano che ci fosse qualche affinità nei temi trattati. Ad esempio, l'andare.

Apro e chiudo una parentesi. Voi siete qui perché questo blog ha una dimensione letteraria. Sì, certo, naturalmente ho avuto il relativo coraggio di dire cose che altri per tanti motivi non osavano dirvi, l'ho detto con la chiarezza di chi per anni ha insegnato cose sempre più difficili a persone sempre più semplici, e non amo passare inosservato. Ma non è questo che vi ha trattenuto qui. Qui vi ha trattenuto l'arte, non l'economia. Quella l'avreste trovata anche nella sciatta prosa dei grami opinionisti proeuro. E allora perché non vi siete fermati lì? Perché il discorso suonava falso. E perché suonava falso? In buona parte perché era brutto. Vanno capiti gli opinionisti proeuro. Son persone grette, meschine, che hanno dedicato la propria vita alle cose cosiddette "utili", cioè a quelle immediatamente monetizzabili, meglio: monetizzabili a corto raggio, sia temporale, che visuale. Sono insomma persone miopi, prive di slancio ideale non per loro colpa: povertà non è vergogna, s'intende. Tuttavia, la grettezza, l'egoismo, la miopia degli opinionisti proeuro vengono punite in modo crudele: con la bruttezza. Quando non dalle loro persone, comunque sempre dalle loro pagine esala un tedio insopportabile. Se poi vogliono fare gli spiritosi, ecco, lì si coglie immediatamente quanto l'umorismo sia un genere letterario impervio, quanto richieda l'assidua e diuturna frequentazione di quei libri senza figure che loro non considerano, perché li ritengono inutili.

Insomma, stringo: voi siete qui perché io non sono un economista (come capì molto bene antonino), ma un artista. Magari un mediocre, o addirittura pessimo, artista: questo lo dirà il tempo e io non sarò lì ad ascoltare il verdetto. Però pur sempre artista. Dell'economia, lo sapete, me ne batto, e se ve ne parlo è perché, a differenza di certi colleghi, ritengo mio dovere civile farlo in questo momento. A questa professione non sento di appartenere, eppure incombe a me il compito improbo di difenderne la credibilità, mostrando come, se oggi la sua feccia difende l'euro, la sua crema abbia sempre espresso un reciso parere negativo. Peraltro, essere dalla parte della ragione, anche se non sempre sembra tale, è in realtà un insigne privilegio, soprattutto se il tuo scopo non è far carriera, ma fare un discorso coerente. I pezzenti intellettuali che si schierano dalla parte del torto son costretti, porelli, ad aggiungere epicicli su epicicli al loro penoso sistema tolemaico, creando un mostro nel quale restano regolarmente incartati con due fiocchetti, come le caramelle Rossana - per chi se le ricorda. L'urlo, la violenza, sono la loro unica scappatoia, perché la logica li condanna. 
Capirete quindi che, da artista, l'osservazione di Sandra sull'intenzionalità del gesto artistico - una foto umilmente lo è, anche quando chi la scatta non è diversamente snello e non passa ore su Photoshop - incide su una riflessione che mi accompagna da quando ho cominciato la mia carriera.

Quanto è "costruita" l'arte? Quanto è "spontanea"? Quanto incidono le regole? Quanto la libertà? Quanto il caso?

Chi vuole fare l'artista questo problema in qualche modo deve porselo.  Quanto costruisco i miei libri? Quali regole adopero nella mia prosa? Se non se lo pone lui, glielo pongono i suoi maestri. A me, per esempio, lo poneva con insistenza il mio maestro di contrappunto storico prima, e di analisi musicale poi, un compositore romano. Negli esercizi di contrappunto la domanda era sempre: "Cosa vuoi dire?", o "Perché hai fatto così?". Il principio era quello di Cicerone: rem tene, verba sequentur. Magari, però, in economia la res è più facile da intuire che in musica. Qual è la "materia prima" musicale? Ora dovrei entrare un po' nel tecnico, e un giorno prometto che lo farò e ci divertiremo, ma insomma, per restare sull'immediatamente comprensibile, quello che il mio maestro voleva farmi capire è che un pezzo, anche piccolo, deve avere una sua struttura, deve essere costruito, deve avere, direbbe Sandra, un'intenzione. Ad esempio, una melodia ha naturaliter un punto culminante - la nota più alta, l'acuto - e il dove si trova quel punto non è cosa banale, non può essere lasciata al caso, e nelle composizioni dei grandi - come mi mostrava quando invece facevamo analisi - evidentemente non veniva lasciato al caso (insieme a tanti altri dati strutturali sui quali non mi soffermo - per ora...). Una delle sue espressioni favorite era: "Perché se non capiamo questo poi ci sbigottiamo a ogni pagina come le signorine di buona famiglia che si intrattengono al pianoforte...".

E qui si apriva un'altra riflessione: quanta parte ha la dimensione razionale nel godimento estetico? Capire cosa sta succedendo, controllare la situazione, in qualche modo, aumenta o diminuisce il piacere? Per un sadico - che è una persona gentile con un masochista, lo ricordo sempre - non ci dovrebbero essere dubbi. D'altra parte, se per farsi piacere Beethoven bisognasse essere compositori, del buon Ludovico Van si sarebbe persa la memoria...

Per tornare alla categoria usata da Sandra, quella dell'intenzionalità, chi ha provato seriamente, professionalmente, analiticamente, a delimitarne la sfera, sa quanto questo lavoro sia, se pure utilissimo per acquisire la consapevolezza dei propri mezzi espressivi, in definitiva frustrante. Quanto ci sia di "intenzionale" nel lavoro di un artista non lo sapremo mai, e se lo sapessimo potremmo tranquillamente affidare il compito creativo a una macchina, cosa che è possibile solo in alcuni casi - che, forse, non rientrano esattamente nel dominio dell'alta espressione artistica - ma anche qui sarà giudice il tempo.

Forse, come al solito, un disegnino aiuterà, e possiamo usare Schubert per farlo.



Un'analisi molto accurata la trovate qui. Senza entrare così tanto in dettaglio (magari fatelo voi) vi faccio solo vedere qualche intenzione (?) di Schubert.

Per ragionarci sopra, dobbiamo partire da una domanda: che storia racconta Schubert (cioè, per la precisione, Mueller) nel Winterreise? Quella di un viandante che intraprende un viaggio senza meta, sospinto da un amore infelice. "Il dato", come avrebbe detto il mio maestro, è che il Wegweiser è il 20° lied del ciclo: siamo verso la fine, il viandante è stanco e si interroga sul perché del suo andare evitando i sentieri battuti, del suo andare in cerca di una pace che non trova, perché non può trovarla, e non potrà trovarla se non percorrendo quel sentiero dal quale nessuno è tornato.

Cioè con la morte.

Siamo all'allegria, come vedete, e del resto, come apprendo scrivendovi questo bel discorZetto, il Winterreise sta a Schubert come il Requiem a Mozart e lo Stabat Mater a Pergolesi (e se semo capiti...).

I più esperti capiranno che qui è di prammatica la scelta di una tonalità minore, e questo è il primo gesto ovviamente "intenzionale" di Schubert. Chi non sa la differenza fra minore e maggiore è capitato nel posto giusto, perché se vi ascoltate il video qua sopra, a 0:54 la stessa melodia viene ripresentata in maggiore: più serena, meno triste. Anche se Wikimm ovviamente non è d'accordo, non tutte le tonalità minori sono uguali: da Mattheson in giù i musicisti si sono interrogati sul loro valore estetico. In certi casi la scelta era dettata da motivi pratici: ad esempio, le trombe barocche essendo per lo più tagliate in re, ecco che re maggiore veniva naturaliter considerata una tonalità marziale, che certo non significa triste, ma non significa nemmeno esattamente allegro. La scelta di re maggiore era una scelta intenzionale, dettata da una certa estetica della tonalità, o era una non scelta, dettata dalla tecnologia dello strumento? Non c'era un cane da fotografare, e non c'erano nemmeno trombe a pistoni...

E Franzli? Avrà scelto sol minore per caso, perché gli serviva una tonalità "triste", o magari ha scelto proprio sol minore perché pensava anche lui, come Beethoven, che sol minore fosse una tonalità nera (come la morte, appunto)?

È intenzionale la sua scelta? La tonalità, certo, si sceglie. Ma come? E perché?

Passiamo a un altro elemento, il ritmo. 

Che fa questo signore? Vaga, cammina, marcia... Ecco, appunto: marcia. E la marcia è in due: sinist-dest, sinist-dest, arsi e tesi (non la tesi di Bagnai, quella della metrica). E infatti il pezzo è in due quarti. Il ritmo si sceglie, e qui, mi ci gioco una palla (come il medico di "Caro diario"), l'intenzione c'è. Franzli ha scelto il 2/4 perché è il tempo delle marce.

Passiamo a un altro elemento, la melodia.

Avete mai provato a far vibrare un elastico? Più lo tendete, e più il suono diventa acuto: vale con qualsiasi corda, da quelle della chitarra a quelle del cembalo. Succede anche nel flauto. Soffiando poco, si ottiene una data nota. Aumentando l'energia, soffiando di più, si ottiene una nota più acuta, si passa all'ottava superiore (il primo armonico: godete, ingengngnieri!). La morale qual è? Che ogni intervallo musicale, cioè ogni salto, in particolare verso una nota più acuta, richiede energia, tanta più energia quanto più ampio è il salto (verso l'alto).

Ora, vi ho detto che il nostro viandante è stanco. E qual è l'intervallo che richiede meno energia, l'intervallo zero? È l'unisono, cioè il ripetere la stessa nota, senza "tirare l'elastico", senza "iperinsufflare". Ripetere. E infatti, se ci fate caso, il modulo melodico che Franzli usa nell'introduzione è la ripetizione per cinque volte della stessa nota: si-si-si-si-siiiii, la-la-la-la-laaaa. Sfibrato, fiacco. Il gioco è più raffinato di così, perché il pezzo inizia con uno slancio, una anacrusi (per voi che amate i post tecnici): le due semicrome, sol-la. Ma dopo questo slancio iniziale, dopo averci fatto credere che sarebbe successo qualcosa, la melodia si spegne in una risacca di cinque note identiche, l'ultima più lunga. E anche questo un valore ce l'ha, perché anche se l'unisono è l'intervallo meno "energetico", il ripetere una nota domanda più energia del non farlo, quindi l'allentamento del ritmo (cioè delle ripetizioni) è un cedimento.

Intenzionale?

Apro e chiudo una parentesi per ricordare ai tecnici che negli esercizi di contrappunto non sono molto gradite le ribattute. Però un loro valore espressivo ce l'hanno. Ma non apriamo anche questo capitolo (rules vs. discretion).

Ce ne sarebbero di cose da dire, di elementi da evidenziare, dove una "intenzione" salta fuori, di scelte verosimilmente non casuali, o forse casuali, chissà... Ma io ho fatto 1200 metri di dislivello "a secco", venendo da un mese di inattività, e quindi non posso guidarvi in tutte (e poi c'è l'ottimo Brian Daper che vi ho linkato sopra). Voglio condividere con voi solo una cosa, il finale del pezzo, ai 2:59. Sono poche battute, che mi riempivano di una sbigottita ammirazione - da signorina di buona famiglia - quando, 36 anni fa, cominciai ad addentrarmi nel Winterreise. Ci sarebbe anche da dire come ci arrivai al Winterreise, perché è pertinente. A quel tempo, oltre a non avere assolutamente nozione né di cosa fosse un economista né del fatto che sarei diventato un economista relativamente celebre, ero anche un barocchista integralista. La musica si fermava al 1750, mal perdonavo a Haendel e Telemann di essere sopravvissuti a Bach, e il pianoforte mi faceva profondamente ribrezzo. Poi andai a vedere il Don Giovanni di Losey. Quel film, in qualche modo, forse anche per circostanze accessorie, mi fece sfondare quota 1750. Tornando a casa, mia madre mise su il Winterreise. È cominciato così il mio viaggio nel Viaggio.

Ma insomma, andiamo alla fine del pezzo, dove il viandante afferma di dover percorrere una strada che nessuno ha ancora percorso a ritroso (ci sarebbe quella eccezione, nella dominante di sol minore - causa trombe - ma lasciamo perdere).

A 2:59 il pianoforte comincia a ribattere un sol. Per gli ingengngnieri della musica: sì, è un pedale di tonica. Poi entra la voce, che riprende il modulo ritmico dell'inizio ta-ta ta ta ta ta taaaa, ma cantandolo sulla stessa nota: un sol, anche lei. La melodia diventa statica, radddoppia il pedale, ma qualcosa si muove. A 3:04 entrano due note del pianoforte: un fa (in alto) e un si naturale (in basso). Mantenendo il sol in mezzo, la parte superiore e quella inferiore del pianoforte si vengono incontro: a ogni battuta la nota superiore slitta verso il basso di un semitono, e quella inferiore, a specchio, slitta verso l'alto di un semitono. Movimento per moto contrario - e anche qui i tecnici sanno cos'è, sanno perché, sanno chi è. Ora, quando ero una signorina di buona famiglia, non riuscivo proprio a capacitarmi del perché Schubert avesse scelto questa soluzione, e del come riuscisse a far quadrare i conti. C'è evidentemente un'intenzione razionale in questo disegno, simbolica. Dopo l'unisono, il semitono è l'intervallo più piccolo, quello che richiede meno energia. E il ritmo armonico - cioè il cambio di accordo - è molto rallentato: l'armonia cambia a ogni slittamento di semitono, cioè a ogni battuta, cioè ogni quattro sol ribattuti dal pianoforte e dal cantante. Ma perché?

Ci sono un paio di "intenzioni" retoriche che ora vedo, o credo di vedere.

Una ve la dice anche Brian: questo moto contrario del piano inizia dall'intervallo si-fa naturale, che per tutta una serie di motivi è il più instabile in musica, quello che genera maggior tensione - e come tale ultradeprecato nel contrappunto osservato: il tritono, diabolus in musica. Ma sarebbe lungo spiegarvi il perché e il per come - anche se prima di morire lo farò (vabbè, lo faccio per gli happy few: è chiaro che la tensione risiede nell'ambiguità: puoi risolvere "stringendo" l'intervallo o "allargandolo", ci siamo?). La "strada dalla quale nessuno è tornato" inquieta, genera tensione: da qui la scelta (intenzionale?) del tritono, che poi si chiude e conduce verso la quiete della tonica.

Ce n'è anche un'altra di intenzione retorica, che da signorina di buona famiglia non vedevo, ma che ora, dopo tanti esami di retorica musicale, mi è assolutamente evidente, e della quale vi ho già parlato. Il disegno superiore del pianoforte (fa-mi-mib-re-reb-do) è il nostro amico passus duriusculus, la figura del dolore. Guardate, di questo materiale, che uso fa Giovannino:



e guardate quante scelte intenzionali: ad esempio, ci avete fatto caso che la seconda volta le voci entrano "in croce" (il video lo evidenzia). Un simbolo. Intenzionale? Ah, per inciso: la pertinenza del raccontino di cui sopra - la scoperta di Mozart dopo Schubert - risiede nel fatto che come Schubert accompagna verso la morte il suo viandante col passus duriusculus, così Mozart ci accompagna la morte del Commendatore, e Bach quella di Cristo.

Comunque, capire questa intenzione retorica mi ha risolto un problema: perché la discesa si ferma al do? Perché non prosegue: si, sib, la, lab, ecc.? Ci si ferma per caso?

Questa scelta ha una spiegazione retorica: il passus duriusculus è una quarta discendente (cromatica). Quindi se parte dal fa, finisce sul do: fa-mi-re-do. E anche il fatto che sia una quarta non è casuale. La scala di quarta discendente è una delle scale più antiche, corrisponde al tetracordo greco, che è composto da quatto note per non per caso, ma per motivi organologici: la lira greca aveva in origine quattro corde (e per i greci, al contrario che per noi, le scale erano discendenti). Quanta scelta aveva Schubert due millenni dopo?

Noi (io, voi), noi europei, lo abbiamo nel sangue, l'Europa è questo, anche quando non ne sappiamo niente perché siamo beati.

Ma non allarghiamo oltremodo il discorso, che vorrei concludere con una domanda:

"Cara Sandra, come fai a essere sicura di cosa sia intenzionale o meno in una scelta estetica?"

State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;

e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d'Aristotile e di Plato

e di molt'altri";

Fra i quali mi trovo anch'io, come ho cercato di farvi capire...) 


(...non vedo l'ora che venga domani per capire se ho ancora il ginocchio destro...)

(Ah, per inciso: die Literatur ist überhaupt kein Beruf, sondern ein Fluch...)