(...Enrico Nardelli freundlich gewidmet...)
(...home, sweet home... Rockapasso telefona: "I due posti più belli che ho visto in vita mia: Pianosa e Capraia!" Uga, da Capraia, non voleva proprio andarsene: è la prima volta che la vedo esprimere una preferenza, lei così riservata - si sarà innamorata del marinaio? Naturalmente, seguaci ovunque: anche lì... Comunque, due isole, due idee del mio nipotastro toscano, quello che coi cugini parla in romanesco per prenderli per il culo... Ma è anche bello tornare a casa, dai propri libri - more on this later. La nuova sede di a/simmetrie è quasi operativa: domani installano la caldaia, di cui per ora non si sente il bisogno, e poi c'è qualche piccolo problema con gli infissi: del tutto fisiologico, quando si lavori in una città che deve la propria reputazione internazionale a un manufatto che ha fatto della mancanza di infissi una cifra stilistica inconfondibile. Per settembre sarà tutto risolto e vi inviterò - virtualmente - all'inaugurazione. Abbattiamo i muri, aboliamo i confini... ma almeno la porta del cesso occorre che si chiuda!
O no?
Oggi, comunque, proseguiamo il nostro discours de la méthode...)
Il dibattito sul metodo scientifico avviato dai post precedenti ha appassionato molti di voi, il che mi rallegra, anche se pochi mi pare ne abbiano ancora colto il messaggio fondamentale, il che non mi stupisce né mi preoccupa: abbiamo molto tempo da passare insieme, quello che ora non si vede, col tempo vi sembrerà di averlo sempre saputo. Non credo, d'altra parte, che comprereste una Settimana Enigmistica coi cruciverba compilati: non vi servirebbe né a passare il tempo, né a esercitare la memoria o l'ingegno. Allo stesso modo, penso che sia più costruttivo per voi e per me che siate voi a seguire un vostro percorso, stimolati dalle mie riflessioni, piuttosto che ricevere da me un nuovo slogan da appiccicarvi in testa, così come prima vi siete appiccicati quelli "proeuro", e poi, ahimè, in alcuni, controproducenti casi, quelli "noeuro".
I problemi di metodo non si risolvono con gli slogan.
Questo blog nasce certo da un empito di sdegno e di passione civile, seguito all'acquisto di una consapevolezza che mi mancava (non avendo io avuto il funzionalismo nei miei programmi di studi): quella che la crisi della moneta unica, che tanti lutti aveva fatto e sta facendo, era stata prevista e implementata come deliberata strategia di integrazione politica. Ma nasce anche, e forse soprattutto, dal desiderio di riscattare la scienza dal discredito in cui l'aveva gettata la sua cugina puttana, Lascienza. Uno snodo essenziale di questo riscatto è stato rivendicare per l'economia lo status di scienza, in diretta opposizione al mantra "l'economia non è una scienza", messo in circolo, paradossalmente, proprio dagli esponenti di quel "pensiero" liberista il cui principale contributo metodologico è stato la matematizzazione della disciplina. Ho cercato cioè di evidenziare come gli stessi che avevano tentato, con le motivazioni e i paradossi esposti tanto bene da Keynes, di trasformare in scienza naturale una scienza umana, venissero ora a dichiararne il fallimento per sottrarsi alle proprie responsabilità scientifiche, etiche e politiche.
Attraverso i mesi e gli anni vi ho mostrato, "unendo i puntini", che una serie di evidenze variamente propostevi dai media come epifenomeni di cause disparate e sconnesse (acoruzzzzione, aglobalizzazzzione, ecc.), potevano comporsi in un quadro ordinato, coerente e razionale, cioè in un discorso, appunto, scientifico. In parallelo, ho cercato, nella misura del possibile, di farvi intuire quanto fosse ingenua e in buona sostanza fuorviante la distinzione fra scienze "umane" (o "sociali") e scienze "dure". A un certo livello di consapevolezza, questa distinzione svanisce: ci si confronta con i limiti delle proprie certezze, e il dibattito si apre. Ad alcuni secoli dalla famosa (e probabilmente fake) mela di Newton, ognuno di noi è perfettamente convinto di sapere cosa sia la forza di gravità. Fa eccezione quella decina di persone che la studiano sul serio (qualcuno sarà anche qui), e che invece continuano a porsi domande.
Sarebbe opportuno che la consapevolezza che ogni scienza è "umana", che nessuna scienza è "dura", e che tutte le scienze sono un processo, non un traguardo, si diffondesse anche agli strati meno "abbienti" in termini di bagaglio tecnico (sì, vi ho detto minus habens...).
Tralascio il fatto che questo blog si apre con una previsione (scientifica) che si è poi dimostrata drammaticamente valida: i salvataggi di Monti non ci avrebbero salvato, perché davano la risposta giusta alla domanda sbagliata, e così facendo avrebbero mandato in crisi le nostre banche. Previsione azzeccata, come tante altre fatte in questo blog punteggiato di QED: ma non vorrei qui aprire il dibattito epistemologico sul valore predittivo della scienza (al quale ha contribuito un nostro caro amico). Nonostante colpiscano molto l'immaginazione degli ignari, una o più previsioni azzeccate, di per sé, non fanno "scienza", per il semplice motivo che potrebbero essere banali colpi di fortuna. Ci sarebbe quella storia della replicabilità dell'esperimento. Ma abbiamo visto che non si applica a tutte le scienze, e che anche dove si applicherebbe quasi mai questo requisito viene assicurato. Ha ragione Dominick Salvatore quando ripete che Nouriel Roubini ha usurpato la propria fama di profeta di sventura. Quando le cose vanno bene si fa presto a dire che prima o poi andranno male. Questa non è scienza. La scienza comincia quando spieghi perché! Se vi leggete il Roubini pre-Lehman, troverete un simpatico collega tutto debitopubblico e distintivo. La crisi è arrivata, ma da un'altra parte. Roubini ha avuto fortuna, e parte della sua fortuna è stata fare un discorso che il suo pubblico capiva: Stato nemico, debitopubblico brutto, repubblicani cattivi, ecc.
Diciamo quindi che è scienza accettare la sfida posta da un dato apparentemente anomalo (nella visione del mondo corrente), per inserirlo in una nuova, e più economica (nel senso di concisa, elegante), visione del mondo.
Quando si fa questa operazione si fa scienza, e per farla non c'è bisogno di alambicchi o di telescopi. La si può fare anche senza formule, e anche (e soprattutto) nel contesto di una scienza "umana" o "sociale".
"Siamo in una crisi di debito pubblico!" "Ma perché nei paesi che sono più in crisi il debito pubblico è diminuito, è andato indietro?" Ecco: nel modello tolemaico-gianniniano questa resta una anomalia, e per spiegarla il nostro, poverino, deve arrampicarsi sugli specchi (o semplicemente occultare il dato alla canea dei suoi tifosi). Nel nostro modello, invece, la retrogradazione del debito pubblico si inserisce in modo perfettamente coerente, come vi ho mostrato in prosa più o meno d'arte.
Anche le scienze dure hanno le loro retrogradazioni inspiegabili!
Quando Bruno in un post precedente parla di emicicli, che poi sarebbero gli epicicli, ci dice una mezza verità (scusa, Bruno: qui il maschio alfa sono io e purtroppo ogni tanto mi tocca marcare il territorio). In effetti, il sistema copernicano risolveva un problema macroscopico, quello della retrogradazione dell'orbita dei pianeti (che era stato all'origine dell'introduzione di epicicli e deferenti): in un sistema eliostazionario questo diventava un non problema. Tuttavia, per motivi credo ideologici, Copernico ipotizzava che le orbite fossero circolari (c'è di mezzo un po' di Platone, l'idea della sfera come solido perfetto, ecc.) e che la velocità angolare dei pianeti fosse uniforme. Si trovava così con un modello più bello, ma che conservava delle anomalie: ad esempio, riferite alle dimensioni apparenti dei pianeti, e anche alla loro posizione. Invece di fare un passo avanti (che poi avrebbe fatto Keplero - Bruno saprebbe dirvi che lo fece immaginando che le orbite fossero ellittiche, e la velocità angolare dei pianeti non fosse costante), fece un passo indietro aggiungendo epicicli...
Quanto è tortuoso il cammino della scienza...
Puoi mandarla avanti, ed essere un genio (e ricordato come tale), anche prendendo il peggio della teoria che hai cercato di superare, quando in fondo basterebbe applicare, come quasi sempre basta, il rasoio di Occam. Insomma: vorrei dirvi che le cose non sono semplici, e regalarvi la facile previsione che un giorno vi vergognerete delle verità assolute che andando ragliando in utroque nel contesto di certi dibattiti troppo accesi. Anni di divulgazione sono passati su molti di voi come gocce di rugiada su una lastra di granito: il loro senso ancora non vi è chiaro, ma lo diventerà.
E qui vengo alla parte ad personam.
Un altro elemento che falsa completamente il nostro rapporto con la scienza (e più in generale con l'uomo) è la nostra incapacità di porci in prospettiva storica. Molto semplicemente, noi (come singoli, e come umanità) per definizione sappiamo quello che sappiamo, e quindi (come singoli e come umanità) non abbiamo né possiamo avere idea di quanto ci sia ancora da sapere, cioè, banalmente, non sappiamo quanto (ancora) non sappiamo. Questo dato lapalissiano ci induce inesorabilmente a vedere la scienza come una storia di successi, di superamenti, sia pure con qualche ghirigoro (vedi gli epicicli di Copernico), degli "errori" degli antichi, "errori" che, una volta superati, non si ripeteranno più. Un'illusione ottica alla quale sottrarsi è difficile, anche perché è molto rassicurante. Ci sentiamo membri di una nuova umanità, che non si lascerà attirare in certe trappole, e quindi, come singoli, sentiamo di poterci tranquillamente affidare alla scienza, perché, pur consapevoli delle eventuali trappole tese da Lascienza (20 con la bocca, 50 con la pirreviù), sappiamo di sapere che la ricerca "pura" (?) ha acquisito una coerenza e una consistenza metodologica che la rende ormai immune da errori non venali (insomma: gli scienziati sbaglierebbero solo se pagati per farlo, cioè solo se Gliscienziati).
Questa visione "rettilinea" e naturalistica della ricerca scientifica si traduce nella convinzione metascientifica che Euclide o Parmenide fossero sì degli scienziati, ma comunque un po' meno scienziati di noi, che Aristotele fosse sì un genio, ma comunque meno genio di Gauss, che poi è come dire che Monteverdi fosse sì un musicista, ma meno musicista di Stravinskij (e Caravaggio un pittore meno pittore di Kandinskij - per preservare la rima in "inskij"...), e questo perché non c'erano ancora stati Galileo e Newton (per semplificare).
Soccorre in questo fuorviante equivoco un'altra idea, ugualmente farlocca: quella che noi si sia alla fine di un percorso, dove, sì, ci sono dettagli da sistemare, ma sostanzialmente quello che c'era da sapere l'abbiamo saputo, e il resto è roba per specialisti. L'equivoco, per carità, è naturale: noi della storia vediamo la nostra metà, quella che da meno infinito arriva a noi, e non vediamo l'altra metà, quella che parte da noi verso l'infinito (e oltre). Insomma (o inZomma): la rivoluzione copernicana c'è stata, la mela è caduta dall'albero, Galileo ha appreso da papà (che aveva appreso da Pitagora) che il cosmo è retto dal numero, festa finita, noi abbiamo ragione, gli altri avevano torto, meno male che ce ne siamo accorti, possiamo chiuderla qui.
Le cose, però, non stanno esattamente così.
Prendiamo ad esempio la luce. Se io dovessi spiegarvi cos'è, avrei grosse difficoltà (posso intuire che in qualche modo dipendano dal fatto che tecnicamente mi trovo a disagio con le equazioni di Maxwell: quindi, non solo so di non sapere, ma so anche perché non so, mentre temo che qui molti ingengngnieri in ascolto sappiano di sapere, e qualche fisico si vedrà costretto al pio ufficio di prenderli a badilate sui denti...). Tuttavia, che mondo sarebbe senza luce? Fiat lux! La luce è la condizione necessaria perché il cosmo esista, cioè perché noi lo percepiamo... eppure molti di noi non saprebbero descriverne la natura fisica, e questo, in fondo, non è assolutamente un problema: a differenza dell'economia (e della nutrizione) è piuttosto difficile che l'ottica si occupi di te se tu non ti occupi di lei, a meno che tu non entri nella galleria degli specchi di un luna park.
Stiamo parlando di scienze dure (fisica): cosa c'è di più lontano dai dibattiti ideologici?
Eppure, nella discussione a un post precedente, uno di voi ricordava come anche oggi, in cosmologia ci sia dibattito. Medicina, astrofisica, chimica, filologia classica, informatica, biologia, tutte queste discipline, tutte le discipline, hanno i loro keynesiani e i loro monetaristi, ce li hanno da sempre, e sempre ce li avranno.
Un buon modo per avvicinarsi ai problemi del metodo scientifico (e quindi per darsi una solenne calmata, e per riconoscere un cialtrone quando lo si incontra - operazioni che entrambe possono salvarti la vita!) è leggere dei buoni testi di storia della scienza. Uno al quale devo molto (e non so chi mi ci abbia fatto arrivare) è la Storia della luce da Euclide a Einstein di Vasco Ronchi. Già il titolo (come non apprezzai quando lessi il libro per la prima volta) è una lezione di metodo. Non "Storia dell'ottica" (cioè della scienza che studia la luce), ma "Storia della luce", a ricordarci che tutti i fenomeni sono in quanto noi ce li rappresentiamo, e che questa rappresentazione ha una dimensione storica (e quindi sociale) inestirpabile. Ogni verità tecnica è comunque storicamente e socialmente condizionata. Non solo le verità tecniche del tecnico Monti che voleva curare una crisi di debito privato abbattendo il debito pubblico.
Proprio all'inizio del libro troviamo espresso, meglio di come ve l'ho espresso io, un concetto fondamentale, che deve suonare per ognuno di voi come un campanello di allarme. Parlando delle ricerche in ambito ottico dei greci, Ronchi commenta:
"La messe di lavoro in questo senso è veramente degna della massima considerazione. Dal seicento in poi si è tentato di gettarvi sopra del discredito; devesi però riconoscere che i critici non erano troppo sereni, forse perché abbagliati dai momentanei successi della nuova "filosofia naturale". Con questo non si vuole affermare che tutte le idee dei filosofi greci siano inattaccabili; ma è un fatto che molto di ciò che è giunto ai giorni nostri regge alla critica più serrata, purché serena e spregiudicata; anzi merita la qualifica di frutto di ragionamenti condotti a stretto fil di logica, e non solo con molto buon senso, ma anche con acume." (p. 4 dell'edizione Biblioteca Universale Laterza del 1983).
Sì, Ronchi vi sta dicendo che Newton non era "più scienziato" di Aristotele, e quindi, implicitamente, che sarebbe un errore per noi, sentirci "più scienziati" di Newton (o più poeti di Omero)...
Ma la frase che più mi è rimasta impressa del libro rinvia a un dibattito molto vecchio.
Vi dicevo, keynesiani e monetaristi ovunque...
Ecco: anche all'inizio della storia della luce troviamo scuole che si combattono da prospettive opposte. La linea di attacco, al tempo dei primi filosofi, era spiegare il meccanismo della visione: "il solo effetto conosciuto della luce era la visione ed era quindi naturale che lo studio cominciasse di qui" (p. 5). Il problema era appunto collegare l'occhio alla cosa vista, e su questo si affrontavano ben quattro scuole di pensiero: i pitagorici sostenevano che la visione fosse dovuta a un effluvio che dall'occhio "colpiva" l'oggetto; Democrito, per ovvi motivi, pensava invece che le cose andassero al contrario, cioè che gli occhi fossero colpiti da atomi che si staccavano dagli oggetti (letto Lucrezio? Sarebbero i simulacri del quarto libro); Empedocle che doveva fare? Mediava, ritenendo che coesistessero entrambi i flussi; e Aristotele, invece, pensava che la visione fosse dovuta a un'alterazione del mezzo interposto fra occhio e oggetto.
Proprio come oggi, furono le teorie estreme a prevalere: Pitagora e Democrito, per capirci. E qui arriviamo a Euclide, quello dell'Ottica e della Catottrica, e degli Elementi, allievo di Platone e quindi pitagorico dentro. La sua Ottica e la sua Catottrica seguono un'impostazione assiomatico-deduttiva, come ci ricordava con parole sue Enrico. Si parte da un insieme di proposizioni non dimostrate, e se ne esplorano le conseguenze seguendo le leggi della logica. Ad esempio, il primo postulato recita: "I raggi emessi dall'occhio procedono per via diritta". Intuizione geniale, che pone le basi dell'ottica matematica, eccetera eccetera.
Ma c'è un'anomalia: il miglior amico dell'economista: lo specchio.
"Venendo a parlare della riflessione (Ndr: Catottrica), l'autore dimentica tranquillamente che il primo postulato dell'Ottica obbligava i raggi emessi dall'occhio a procedere in linea retta, e non dà nessuna delucidazione del perché un'eccezione dev'essere fatta quando essi arrivano sopra uno specchio" (p. 21)
E ora, molta attenzione (soprattutto Enrico):
(p. 22, emphasis added).
Devo aggiungere altro?
Vi ricordate il nostro amico Mark, come passava sopra agli studi che collegavano l'assunzione di saccarosio al livello di trigliceridi? Ecco: siamo lì, con la differenza (non trascurabile) che forse Euclide "passava sopra" gratis.
E vi ricordate lo studio di Nature sul fallimento (della replicabilità degli esperimenti nell'ambito) delle scienze "dure"? (ne abbiamo parlato qui). Qual è la prima causa che la comunità scientifica individua per questo fallimento? Selective reporting, cioè "passare sopra" (in silenzio) a quanto non quadra con la propria visione del mondo.
Potrei farvi molti esempi tratti dal mio ambito disciplinare, e ve li farò, ma vorrei sottolineare un punto: quando Ronchi parla di un "metodo che non è proprio della sola antichità", mostra di essere perfettamente al corrente di certe dinamiche "disfunzionali" della produzione scientifica (quelle confermate alcuni decenni dopo da Nature), e dichiara, se pure implicitamente, di non ritenerle tali da legittimare il relativismo da bar di certi improvvisati epistemologi.
Anche Euclide ha portato avanti la scienza (anche Mark, del resto), e anche Newton, che, come certamente non sapete, nonostante sia uno dei pilastri su cui poggiamo la nostra certezza di essere "più scienziati di Euclide", almeno in ottica aveva più problemi del suo illustre predecessore e ne era tragicamente consapevole. La sua teoria, ovviamente, era diametralmente opposta (la luce avrebbe avuto natura corpuscolare), e questo lo metteva in una serie infinita di aporie e di contraddizioni che non vi dico, a fronte di fenomeni banali, come la rifrazione, o la riflessione parziale (sapete quando guardate dalla finestra, e vedete il pallido riflesso del vostro volto sul vetro?...).
Ma di questo ora non ho tempo di parlarvi. Lo farò se me lo chiederete (è molto interessante), ma consiglio di leggere direttamente Ronchi: ora devo stendere i panni.
Voi mi direte: ma alla fine di questo pistolotto incomprensibile, vuoi almeno dirci che cos'è la scienza? Scusate, ma a me sembra di aver fatto una cosa più utile! Vi ho detto che cos'è la "non scienza": è sorvolare sulle anomalie, e considerare come punto di arrivo quello che necessariamente è un punto di partenza, dichiarando chiuso il dibattito. Certo, anche qui ci vuole buon senso. Non è possibile dimostrare ogni volta funditus che 2+2=4. Ma, d'altra parte, chi vi sbatte in faccia che "la velocità della luce non si decide per alzata di mano" quasi certamente vuole dimostrarvi che 2+2=5 (e in effetti, quando si arrischia in ambito economico, lo fa, abusando della propria posizione dominante).
Ci siamo?
Capito mi avete?
Ecco: allora calma e Ronchi. L'estate è lunga, e Lascienza ci accompagnerà almeno fino al #goofy6...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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domenica 6 agosto 2017
mercoledì 7 ottobre 2015
Bagnai imbecille!
Andrea ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Confiteor (gli idioti)":
Salve, sono un aspirante docente e seguo da tempo il blog.
Riporto un episodio risalente a domenica scorsa, 4 ottobre, svoltosi all'internazionale di Ferrara. Seguivo un dibattito intitolato 'Sotto esame: cosa vuol dire fare politica sull'istruzione' al quale partecipavano insegnanti della scuola secondaria di secondo grado. Al termine, dopo che il dibattito aveva toccato i punti relativi alla carenza di democrazia nel processo di costruzione e dibattito delle riforme legate alla scuola, la mancanza di fondi e il ricorso alle leggi delega, il ruolo degli insegnanti svilito da anni di propaganda e addirittura una citazione del foglio excel taroccato di Alesina riguardante l'austerità espansiva, ho chiesto di fare un intervento.
Notando che molti dei punti toccati richiamavano il tema della crisi economica, dello svilimento della democrazia e della costituzione, ho pensato (ingenuamente) di trovare, da parte degli oratori, un interesse a sviluppare il tema.
Mi sbagliavo.. quanto mi sbagliavo. Questo è il video dell'intervento, dura 2 minuti.
La sera, mentre sconsolato tornavo a casa ripensando alle parole d'astio dell'oratore e al conseguente applauso della folla, mi è tornata alla mente un passaggio di un'intervista di Tommaso Segantini fatta a Noam Chomsky, letta qualche giorno prima: "In fact, recovery from the Great Depression was actually faster in many countries than it is today, for a lot of reasons. In the case of Europe, one of the main reasons is that the
establishment of a single currency was a built-in disaster, like many people pointed out. Mechanisms to respond to the crisis are not available in the EU: Greece, for example, can't devalue its currency."
Pensavo a questo paradosso: lo stesso Internazionale che spesso ospita Noam Chomsky con una pagina a lui dedicata, ha un pubblico che non ne condivide l'opinione e probabilmente non la conosce nemmeno. La stessa, peraltro, del cattivissimo professor Bagnai.
Ora, riguardando il video provo rabbia pensando all'ignoranza e all'arroganza che certi intellettuali sfoggiano, agli applausi che si prendono e a tutte le persone che stanno pagando e pagheranno sulla propria pelle tutto questo.
Volevo solo farvi sapere che non tutti gli insegnanti sanno di sapere.
Postato da Andrea in Goofynomics alle 7 ottobre 2015 13:19
Ma stradaje a ride!
Caro Andrea,
non ti buttare giù.
Intanto, prima che me ne dimentichi, il mio avvocato ci terrebbe tanto a sapere chi è la persona che mi ha dato dell'imbecille e mestatore. È una sua curiosità, l'avvocato ci tiene molto a saperlo, e per ovvi motivi ho tutto l'interesse a essere gentile con lui. Io, per me, sai, di certe critiche non mi interesso, preferisco ragionamenti più articolati, come quelli svolti da Majone e D'Attorre a S. Gimignano:
Converrai con me che vale più la pena di partecipare a eventi come questo, che come quello al quale hai partecipato tu. Una "internazionale" di provincia, del resto, rischia di essere due volte provinciale: per il suo esserlo, e per la sua ansia di non volerlo essere.
Incidenti di percorso.
Però una cosa te la chiedo dal profondo del cuore. Sorveglia il tuo lessico. Non so cosa si creda di essere il tuo simpatico interlocutore, ma ti assicuro che per motivi etimologici la lingua italiana ti vieta di chiamarlo intellettuale. Quando mi dici come si chiama (e se non me lo dici tu, me lo dirà un altro) potrai forse chiamarlo indagato (se capisco bene per quale motivo il mio avvocato vuole conoscerlo...).
Ma "intellettuale"!...
Dai, per favore!...
Non esageriamo!
Gli intellettuali attaccano le idee, non le persone. Nel merito: posso anche essere convinto che non tutti gli insegnanti "sappiano di sapere", cioè, nel lessico di questo blog, che non tutti gli insegnanti siano piddini (antropologici). Tu ne sei un esempio, ne era un esempio la mia amica nel post che tu commentavi, ne sono altri esempi gli altri (pochi) insegnanti che hanno commentato qui e altrove lamentando la totale incapacità di ascolto dei propri colleghi, e preconizzando la loro migrazione in massa dal movimento di gestione del consenso (il PD) al movimento di gestione del dissenso (il 5 stelle), sempre in conto Dipartimento di Stato (de sinistra, beninteso: c'è Obama)!
Resta il fatto, e il tuo caso lo esplicita molto bene, che la stragrande maggioranza degli insegnanti è composta da persone incapaci di approfondire e in quanto tali vittime designate dei messaggi demagogici che il potere confeziona per loro, e veicola loro attraverso certi futuri indagati (questi ultimi, peraltro, del tutto inconsapevoli di farsi latori di un messaggio fortemente reazionario: vedi alla voce "non chiamiamoli intellettuali").
Lo ridico: la stolta presunzione della classe docente italiana, la sua incapacità di ragionare secondo logiche che non siano quelle della mera appartenenza politica, cioè la sua incapacità di ragionare (punto), è una delle più potenti forze di conservazione del sistema, forse quella cruciale.
Qui ci sarebbe da allargare il discorso, perché in questo atteggiamento la disinformazione mefitica di "intellettuali" dei quali ci siamo occupati di recente (e torneremo a occuparci) ha giocato un ruolo determinante. I tuoi colleghi vanno scusati. Non erano nati tutti per essere leoni. Molti erano nati per essere animali più miti e meno intraprendenti, e la qualità della loro elaborazione concettuale è, ahimè, quella dei pastori che il caso ha messo sulla loro strada. In fondo, a livello di ciclo di istruzione secondario non è richiesto, come sarebbe richiesto ai miei colleghi (i quali non sempre lo fanno), che uno sappia riconoscere un lavoro di ricerca scientifica quando lo incontra. Io ho compassione di loro (mi riferisco ai tuoi colleghi, soprattutto), perché posso immaginare che chi ha una visione così distorta dei processi in atto farà molta fatica a non restarne completamente schiacciato (e infatti, applaudendo compatti il futuro indagato, di fatto i tuoi colleghi ponevano la testa su un metaforico ceppo, quello sul quale si abbatterà la mannaia dei tagli consustanziali al progetto sociale "europeo": cosa che, come il mio lavoro di ricerca ha dimostrato, negli anni '70 era chiarissima agli intellettuali - quelli veri - e ai politici italiani - quelli veri).
Parce sepultis.
Bisogna però che voi, voi che avete fatto un minimo sforzo, voi che rappresentate la parte migliore del paese, voi che avete deciso di abitare nell'unico luogo di resistenza al fascismo dell'opinione, voi, vi facciate un pochino meno fessi (non dico più furbi).
Infatti, se da un lato a me tocca applicare il "qui autem scandalizaverit unum de pusillis istis, qui in me credunt, expedit ei, ut suspendatur mola asinaria in collo eius et demergatur in profundum maris" (a qualcuno devo pur ispirarmi), dall'altro sarebbe il caso che voi applicaste l'"estote ergo prudentes sicut serpentes". Che cosa vuoi che ti dica un futuro indagato se tu gli nomini Bagnai? Quello che ti ha detto! Ma se c'è una cosa che dovreste avere imparato qui da me, è che nominarmi, oltre a essere spesso inopportuno, è sempre non necessario, perché io, a differenza di certi futuri indagati, ho sempre messo in chiaro di non essere un pensatore particolarmente originale. Più esattamente: i miei contributi originali si situano a un livello tecnico al quale non potete accedere e che non vi interessa, ma per quanto concerne il nucleo del mio messaggio divulgativo vi ho chiarito fin dal principio che citare me non era assolutamente necessario: c'erano decine e decine di altri autori da citare! Ed è tanto meno opportuno oggi, che altri intellettuali come Gallino hanno finalmente detto la verità.
Scusa: non potevi citare lui? Avresti mandato in corto circuito il futuro indagato, e avresti reso meno facile scatenare l'applauso liberatorio delle future bestie da macello.
È così difficile arrivarci?
In un mondo nel quale tutti hanno il coraggio delle altrui idee, capisco che tu possa aver visto un valore etico ed estetico nel fare atto di testimonianza. Ma io non ho bisogno di martiri: a me servono vittorie. E tu hai perso perché hai commesso un errore tattico.
Ricordatelo, e con te se lo ricordino le altre persone di buona volontà che, per motivi meramente affettivi, sono disposte a perder tempo nel tentativo frustrante e vano di salvare dalla mannaia le vittime designate.
Salve, sono un aspirante docente e seguo da tempo il blog.
Riporto un episodio risalente a domenica scorsa, 4 ottobre, svoltosi all'internazionale di Ferrara. Seguivo un dibattito intitolato 'Sotto esame: cosa vuol dire fare politica sull'istruzione' al quale partecipavano insegnanti della scuola secondaria di secondo grado. Al termine, dopo che il dibattito aveva toccato i punti relativi alla carenza di democrazia nel processo di costruzione e dibattito delle riforme legate alla scuola, la mancanza di fondi e il ricorso alle leggi delega, il ruolo degli insegnanti svilito da anni di propaganda e addirittura una citazione del foglio excel taroccato di Alesina riguardante l'austerità espansiva, ho chiesto di fare un intervento.
Notando che molti dei punti toccati richiamavano il tema della crisi economica, dello svilimento della democrazia e della costituzione, ho pensato (ingenuamente) di trovare, da parte degli oratori, un interesse a sviluppare il tema.
Mi sbagliavo.. quanto mi sbagliavo. Questo è il video dell'intervento, dura 2 minuti.
La sera, mentre sconsolato tornavo a casa ripensando alle parole d'astio dell'oratore e al conseguente applauso della folla, mi è tornata alla mente un passaggio di un'intervista di Tommaso Segantini fatta a Noam Chomsky, letta qualche giorno prima: "In fact, recovery from the Great Depression was actually faster in many countries than it is today, for a lot of reasons. In the case of Europe, one of the main reasons is that the
establishment of a single currency was a built-in disaster, like many people pointed out. Mechanisms to respond to the crisis are not available in the EU: Greece, for example, can't devalue its currency."
Pensavo a questo paradosso: lo stesso Internazionale che spesso ospita Noam Chomsky con una pagina a lui dedicata, ha un pubblico che non ne condivide l'opinione e probabilmente non la conosce nemmeno. La stessa, peraltro, del cattivissimo professor Bagnai.
Ora, riguardando il video provo rabbia pensando all'ignoranza e all'arroganza che certi intellettuali sfoggiano, agli applausi che si prendono e a tutte le persone che stanno pagando e pagheranno sulla propria pelle tutto questo.
Volevo solo farvi sapere che non tutti gli insegnanti sanno di sapere.
Postato da Andrea in Goofynomics alle 7 ottobre 2015 13:19
Ma stradaje a ride!
Caro Andrea,
non ti buttare giù.
Intanto, prima che me ne dimentichi, il mio avvocato ci terrebbe tanto a sapere chi è la persona che mi ha dato dell'imbecille e mestatore. È una sua curiosità, l'avvocato ci tiene molto a saperlo, e per ovvi motivi ho tutto l'interesse a essere gentile con lui. Io, per me, sai, di certe critiche non mi interesso, preferisco ragionamenti più articolati, come quelli svolti da Majone e D'Attorre a S. Gimignano:
Converrai con me che vale più la pena di partecipare a eventi come questo, che come quello al quale hai partecipato tu. Una "internazionale" di provincia, del resto, rischia di essere due volte provinciale: per il suo esserlo, e per la sua ansia di non volerlo essere.
Incidenti di percorso.
Però una cosa te la chiedo dal profondo del cuore. Sorveglia il tuo lessico. Non so cosa si creda di essere il tuo simpatico interlocutore, ma ti assicuro che per motivi etimologici la lingua italiana ti vieta di chiamarlo intellettuale. Quando mi dici come si chiama (e se non me lo dici tu, me lo dirà un altro) potrai forse chiamarlo indagato (se capisco bene per quale motivo il mio avvocato vuole conoscerlo...).
Ma "intellettuale"!...
Dai, per favore!...
Non esageriamo!
Gli intellettuali attaccano le idee, non le persone. Nel merito: posso anche essere convinto che non tutti gli insegnanti "sappiano di sapere", cioè, nel lessico di questo blog, che non tutti gli insegnanti siano piddini (antropologici). Tu ne sei un esempio, ne era un esempio la mia amica nel post che tu commentavi, ne sono altri esempi gli altri (pochi) insegnanti che hanno commentato qui e altrove lamentando la totale incapacità di ascolto dei propri colleghi, e preconizzando la loro migrazione in massa dal movimento di gestione del consenso (il PD) al movimento di gestione del dissenso (il 5 stelle), sempre in conto Dipartimento di Stato (de sinistra, beninteso: c'è Obama)!
Resta il fatto, e il tuo caso lo esplicita molto bene, che la stragrande maggioranza degli insegnanti è composta da persone incapaci di approfondire e in quanto tali vittime designate dei messaggi demagogici che il potere confeziona per loro, e veicola loro attraverso certi futuri indagati (questi ultimi, peraltro, del tutto inconsapevoli di farsi latori di un messaggio fortemente reazionario: vedi alla voce "non chiamiamoli intellettuali").
Lo ridico: la stolta presunzione della classe docente italiana, la sua incapacità di ragionare secondo logiche che non siano quelle della mera appartenenza politica, cioè la sua incapacità di ragionare (punto), è una delle più potenti forze di conservazione del sistema, forse quella cruciale.
Qui ci sarebbe da allargare il discorso, perché in questo atteggiamento la disinformazione mefitica di "intellettuali" dei quali ci siamo occupati di recente (e torneremo a occuparci) ha giocato un ruolo determinante. I tuoi colleghi vanno scusati. Non erano nati tutti per essere leoni. Molti erano nati per essere animali più miti e meno intraprendenti, e la qualità della loro elaborazione concettuale è, ahimè, quella dei pastori che il caso ha messo sulla loro strada. In fondo, a livello di ciclo di istruzione secondario non è richiesto, come sarebbe richiesto ai miei colleghi (i quali non sempre lo fanno), che uno sappia riconoscere un lavoro di ricerca scientifica quando lo incontra. Io ho compassione di loro (mi riferisco ai tuoi colleghi, soprattutto), perché posso immaginare che chi ha una visione così distorta dei processi in atto farà molta fatica a non restarne completamente schiacciato (e infatti, applaudendo compatti il futuro indagato, di fatto i tuoi colleghi ponevano la testa su un metaforico ceppo, quello sul quale si abbatterà la mannaia dei tagli consustanziali al progetto sociale "europeo": cosa che, come il mio lavoro di ricerca ha dimostrato, negli anni '70 era chiarissima agli intellettuali - quelli veri - e ai politici italiani - quelli veri).
Parce sepultis.
Bisogna però che voi, voi che avete fatto un minimo sforzo, voi che rappresentate la parte migliore del paese, voi che avete deciso di abitare nell'unico luogo di resistenza al fascismo dell'opinione, voi, vi facciate un pochino meno fessi (non dico più furbi).
Infatti, se da un lato a me tocca applicare il "qui autem scandalizaverit unum de pusillis istis, qui in me credunt, expedit ei, ut suspendatur mola asinaria in collo eius et demergatur in profundum maris" (a qualcuno devo pur ispirarmi), dall'altro sarebbe il caso che voi applicaste l'"estote ergo prudentes sicut serpentes". Che cosa vuoi che ti dica un futuro indagato se tu gli nomini Bagnai? Quello che ti ha detto! Ma se c'è una cosa che dovreste avere imparato qui da me, è che nominarmi, oltre a essere spesso inopportuno, è sempre non necessario, perché io, a differenza di certi futuri indagati, ho sempre messo in chiaro di non essere un pensatore particolarmente originale. Più esattamente: i miei contributi originali si situano a un livello tecnico al quale non potete accedere e che non vi interessa, ma per quanto concerne il nucleo del mio messaggio divulgativo vi ho chiarito fin dal principio che citare me non era assolutamente necessario: c'erano decine e decine di altri autori da citare! Ed è tanto meno opportuno oggi, che altri intellettuali come Gallino hanno finalmente detto la verità.
Scusa: non potevi citare lui? Avresti mandato in corto circuito il futuro indagato, e avresti reso meno facile scatenare l'applauso liberatorio delle future bestie da macello.
È così difficile arrivarci?
In un mondo nel quale tutti hanno il coraggio delle altrui idee, capisco che tu possa aver visto un valore etico ed estetico nel fare atto di testimonianza. Ma io non ho bisogno di martiri: a me servono vittorie. E tu hai perso perché hai commesso un errore tattico.
Ricordatelo, e con te se lo ricordino le altre persone di buona volontà che, per motivi meramente affettivi, sono disposte a perder tempo nel tentativo frustrante e vano di salvare dalla mannaia le vittime designate.
sabato 18 luglio 2015
Maman se meurt, maman est morte!
(...astenersi diversamente europei, anche perché non è mai aria, figuratevi oggi...)
Nous devrions être assez convaincus de notre néant : mais s’il faut des coups de surprise à nos cœurs enchantés de l’amour du monde, celui-ci est assez grand et assez terrible. Ô nuit désastreuse ! ô nuit effroyable, où retentit tout à coup, comme un éclat de tonnerre, cette étonnante nouvelle : Madame se meurt, Madame est morte ! Qui de nous ne se sentit frappé à ce coup comme si quelque tragique accident avait désolé sa famille ? Au premier bruit d’un mal si étrange, on accourut à Saint-Cloud de toutes parts ; on trouve tout consterné, excepté le cœur de cette princesse. Partout on entend des cris ; partout on voit la douleur et le désespoir, et l’image de la mort. Le Roi, la Reine, Monsieur, toute la Cour tout le peuple, tout est abattu, tout est désespéré ; et il me semble que je vois l’accomplissement de cette parole du prophète : Le roi pleurera, le prince sera désolé, et les mains tomberont au peuple de douleur et d’étonnement.
Doveva essere un racconto di Maupassant, o forse Flaubert. Sicuramente l'autore era un normanno, e fra di voi c'è chi se lo ricorderà. L'ho letto non so quando, non so dove (forse rovistando nella libreria di qualcuno?), non so in quale lingua. Il protagonista è un uomo piuttosto sordido, salvo errore, cui a un certo punto muore la madre. E allora quest'uomo arido, calcolatore, insomma: il tipico normanno (il normanno, forse per la collocazione a Nord-Ovest in effetti, come saprete, tiene abbastanza del genovese, talora con conseguenze avverse - il bout de ficelle, per chi se ne rammenta), si intenerisce, prende pietà di se stesso, non essendo "vocato", come oggi si suol dire, a prenderla degli altri, e nel suo monologo interiore esclama una cosa del tipo: "È morta la mamma: non c'è più nessuno che si ricordi come ero da bambino...".
Questa frase (credo di Maupassant, più che di Flaubert: Maupassant l'ho frequentato di meno) mi è rimasta impressa, mi ha dato più di tante altre il senso del lutto, della perdita. È presso nostra madre il ricordo della nostra verità più profonda, presso di lei che ci ha conosciuto quando ancora avremmo potuto essere tante cose, salvo poi accettarci quando siamo diventati quello che siamo, lei che ci ha visto nella nostra nudità, nella nostra innocenza, lei, l'unica persona, forse, alla quale ci siamo mai rivolti sine dolo (quasi modo geniti infantes).
Allora, ieri alle cinque mi arriva il messaggio:
MB: "Mamma ha sceso l'ultimo gradino della scala. Hai visto mai toccasse puro (sic) all'euro!"
CN (cavajere nero): "Et lux perpetua luceat ei. Fatti forza. Quando sarà il funerale?"
MB: "Domani 14:30 a piazza WYTSWRQTWS"
CN: "Mi faccio forza anch'io."
MB: "Ma mica farai la scemenza di venire? Pensa a salvare il continente...".
Errore!
Mai dire al cavajere nero cosa fare.
Con 40 gradi all'ombra (ma sei nodi di vento e umidità al 30%), in un rigoroso fresco di lana antracite con cravatta berlusconiana d'ordinanza, mi sono subito la mesta cerimonia, che, sarò strano io, ma comunque mi mette sempre meno tristezza di un matrimonio. Oggi poi si parlava di uno che chiede quello che anche voi chiedete così spesso: "quomodo possumus viam scire?".
Per la risposta, rivolgersi a Iscariota, il teologo del blogghe.
Mi è servito almeno a capire da chi il buon Marco abbia preso una delle tante virtù che lo adornano, quella di essere patologicamente in ritardo. Non per dire, vero, non mi sto lamentando: il caldo mi piace, ma certo che ad aprile la cosa sarebbe stata meno impegnativa sotto il profilo cardiovascolare. Che poi, siccome sono un sentimentale, e lui sa scrivere, quindi sa parlare, mi ha fatto anche commuovere (ma questo non c'entra), e soprattutto, mentre lui ricordava sua madre, e io pensavo che chi si ricordava del vero lui non c'era più, ho capito quanta verità ci fosse nell'analogia fra l'euro e l'Alzheimer che ci aveva proposto.
Perché, pensateci, il caso greco lo dimostra: come nell'euro tutto quello che ci dicono accadrebbe dopo la sua fine (la povertà, le banche chiuse, il disordine sui mercati, la distruzione dei risparmi...) in effetti accade prima, e lo subiamo per la nostra pervicace ostinazione a tenere in vita una cosa che è già morta, così anche nell'Alzheimer il lutto più grande, la distruzione della memoria, il non avere più chi si e ci ricordi come eravamo quando eravamo veri, viene prima, e lo subiamo mentre e perché ci ostiniamo a tenere in vita una persona che è, in effetti, in qualche modo già morta.
La differenza, naturalmente, è che se ci possono essere buoni motivi (incluso quello di far crescere il Pil, sotto la voce servizi sanitari) nel tenere in vita quello che alla fine è solo un vegetale particolarmente ingombrante e pericoloso a se stesso e agli altri, non c'è alcun motivo nel tenere in vita una moneta artificiale e destinata al fallimento (tanto più che lei il Pil, cioè il nostro reddito, anziché crearlo lo distrugge).
Consolati, Marco.
Almeno a te tua madre non ha detto quello che la mia ha detto a me: che Boeri è un bell'uomo! La cara vecchietta, alla quale il mio nome di battesimo sospetto che cominci a dire poco (non sarebbe una novità in famiglia: ricordo sua madre...), non sa che quel belloccio sta per sfilarle dal portafogli un bel po' di soldini, perché, si sa, se il paese va male la colpa è dei pensionati. Ma anche questa è una storia normanna, della quale però ricordo l'autore e il titolo: Bel Ami...
E, per restare in zona:
(...oh, che poi Boeri sia un bell'uomo, e, se piace, che lo sia anche Varoufakis, non lo contesto, come in genere non contesto quello di cui me ne batto. Certo però che comincio a pensare che le suffragette abbiano fatto di molti danni, come del resto in qualche modo velatamente pensava uno che se ne intende - non di suffragette: di madri, e di danni...)
(... e così abbiamo fatto contento anche il nostro giovane amico dalla compagna diversamente cozza - ossequi, a proposito - che si lamentava del fatto che sul blog non si parlasse più di cose alte...)
(...e ora me ne vado a montare le parti, che domani si prova col neoborbonico. Come? L'ultimo gradino dell'euro? Et vos estote parati, quia, qua hora non putatis, Filius hominis venit. Verbum domini, va da sé, quindi ve potete fidà...)
(...se in questo blog c'è ancora un KPO, mi aspetto una qualche reazione...)
Nous devrions être assez convaincus de notre néant : mais s’il faut des coups de surprise à nos cœurs enchantés de l’amour du monde, celui-ci est assez grand et assez terrible. Ô nuit désastreuse ! ô nuit effroyable, où retentit tout à coup, comme un éclat de tonnerre, cette étonnante nouvelle : Madame se meurt, Madame est morte ! Qui de nous ne se sentit frappé à ce coup comme si quelque tragique accident avait désolé sa famille ? Au premier bruit d’un mal si étrange, on accourut à Saint-Cloud de toutes parts ; on trouve tout consterné, excepté le cœur de cette princesse. Partout on entend des cris ; partout on voit la douleur et le désespoir, et l’image de la mort. Le Roi, la Reine, Monsieur, toute la Cour tout le peuple, tout est abattu, tout est désespéré ; et il me semble que je vois l’accomplissement de cette parole du prophète : Le roi pleurera, le prince sera désolé, et les mains tomberont au peuple de douleur et d’étonnement.
Doveva essere un racconto di Maupassant, o forse Flaubert. Sicuramente l'autore era un normanno, e fra di voi c'è chi se lo ricorderà. L'ho letto non so quando, non so dove (forse rovistando nella libreria di qualcuno?), non so in quale lingua. Il protagonista è un uomo piuttosto sordido, salvo errore, cui a un certo punto muore la madre. E allora quest'uomo arido, calcolatore, insomma: il tipico normanno (il normanno, forse per la collocazione a Nord-Ovest in effetti, come saprete, tiene abbastanza del genovese, talora con conseguenze avverse - il bout de ficelle, per chi se ne rammenta), si intenerisce, prende pietà di se stesso, non essendo "vocato", come oggi si suol dire, a prenderla degli altri, e nel suo monologo interiore esclama una cosa del tipo: "È morta la mamma: non c'è più nessuno che si ricordi come ero da bambino...".
Questa frase (credo di Maupassant, più che di Flaubert: Maupassant l'ho frequentato di meno) mi è rimasta impressa, mi ha dato più di tante altre il senso del lutto, della perdita. È presso nostra madre il ricordo della nostra verità più profonda, presso di lei che ci ha conosciuto quando ancora avremmo potuto essere tante cose, salvo poi accettarci quando siamo diventati quello che siamo, lei che ci ha visto nella nostra nudità, nella nostra innocenza, lei, l'unica persona, forse, alla quale ci siamo mai rivolti sine dolo (quasi modo geniti infantes).
Allora, ieri alle cinque mi arriva il messaggio:
MB: "Mamma ha sceso l'ultimo gradino della scala. Hai visto mai toccasse puro (sic) all'euro!"
CN (cavajere nero): "Et lux perpetua luceat ei. Fatti forza. Quando sarà il funerale?"
MB: "Domani 14:30 a piazza WYTSWRQTWS"
CN: "Mi faccio forza anch'io."
MB: "Ma mica farai la scemenza di venire? Pensa a salvare il continente...".
Errore!
Mai dire al cavajere nero cosa fare.
Con 40 gradi all'ombra (ma sei nodi di vento e umidità al 30%), in un rigoroso fresco di lana antracite con cravatta berlusconiana d'ordinanza, mi sono subito la mesta cerimonia, che, sarò strano io, ma comunque mi mette sempre meno tristezza di un matrimonio. Oggi poi si parlava di uno che chiede quello che anche voi chiedete così spesso: "quomodo possumus viam scire?".
Per la risposta, rivolgersi a Iscariota, il teologo del blogghe.
Mi è servito almeno a capire da chi il buon Marco abbia preso una delle tante virtù che lo adornano, quella di essere patologicamente in ritardo. Non per dire, vero, non mi sto lamentando: il caldo mi piace, ma certo che ad aprile la cosa sarebbe stata meno impegnativa sotto il profilo cardiovascolare. Che poi, siccome sono un sentimentale, e lui sa scrivere, quindi sa parlare, mi ha fatto anche commuovere (ma questo non c'entra), e soprattutto, mentre lui ricordava sua madre, e io pensavo che chi si ricordava del vero lui non c'era più, ho capito quanta verità ci fosse nell'analogia fra l'euro e l'Alzheimer che ci aveva proposto.
Perché, pensateci, il caso greco lo dimostra: come nell'euro tutto quello che ci dicono accadrebbe dopo la sua fine (la povertà, le banche chiuse, il disordine sui mercati, la distruzione dei risparmi...) in effetti accade prima, e lo subiamo per la nostra pervicace ostinazione a tenere in vita una cosa che è già morta, così anche nell'Alzheimer il lutto più grande, la distruzione della memoria, il non avere più chi si e ci ricordi come eravamo quando eravamo veri, viene prima, e lo subiamo mentre e perché ci ostiniamo a tenere in vita una persona che è, in effetti, in qualche modo già morta.
La differenza, naturalmente, è che se ci possono essere buoni motivi (incluso quello di far crescere il Pil, sotto la voce servizi sanitari) nel tenere in vita quello che alla fine è solo un vegetale particolarmente ingombrante e pericoloso a se stesso e agli altri, non c'è alcun motivo nel tenere in vita una moneta artificiale e destinata al fallimento (tanto più che lei il Pil, cioè il nostro reddito, anziché crearlo lo distrugge).
Consolati, Marco.
Almeno a te tua madre non ha detto quello che la mia ha detto a me: che Boeri è un bell'uomo! La cara vecchietta, alla quale il mio nome di battesimo sospetto che cominci a dire poco (non sarebbe una novità in famiglia: ricordo sua madre...), non sa che quel belloccio sta per sfilarle dal portafogli un bel po' di soldini, perché, si sa, se il paese va male la colpa è dei pensionati. Ma anche questa è una storia normanna, della quale però ricordo l'autore e il titolo: Bel Ami...
E, per restare in zona:
(...oh, che poi Boeri sia un bell'uomo, e, se piace, che lo sia anche Varoufakis, non lo contesto, come in genere non contesto quello di cui me ne batto. Certo però che comincio a pensare che le suffragette abbiano fatto di molti danni, come del resto in qualche modo velatamente pensava uno che se ne intende - non di suffragette: di madri, e di danni...)
(... e così abbiamo fatto contento anche il nostro giovane amico dalla compagna diversamente cozza - ossequi, a proposito - che si lamentava del fatto che sul blog non si parlasse più di cose alte...)
(...e ora me ne vado a montare le parti, che domani si prova col neoborbonico. Come? L'ultimo gradino dell'euro? Et vos estote parati, quia, qua hora non putatis, Filius hominis venit. Verbum domini, va da sé, quindi ve potete fidà...)
(...se in questo blog c'è ancora un KPO, mi aspetto una qualche reazione...)
lunedì 18 maggio 2015
sabato 2 maggio 2015
A Celso e Martinet (post ad personas, non ad res)
Io: "Che significa alfa theta?"
Lui: "Bò!"
Io: "Come si scrive Atene in quella lingua del cazzo nella quale guardi i video dei fingerskate?"
Lui: "Athens".
Io: "Bene. Ora sai perché. Alfa theta sono gli athenaioi che vanno lì a dirgli: 'Ora o fate come diciamo noi o vi rompiamo il culo'. Che poi, come vedi, è un concetto pertinente alla situazione attuale, e sto parlando della nostra, non di quella europea".
Lui: "In effetti".
Io: "Leggi".
Lui: "Ma che palle, ma io non devo leggere, devo tradurre".
Io: "Leggi".
Lui: "Èmeis...".
Io: "Emèis".
Lui: "Emèis toìnun ute autoi... met'onòmaton...".
Io: "Onomàton".
Lui: "Met'onomàton..."
Io: "No. Da capo."
Lui: "Emèis toìnun ute autòi met'onomàton kalòn os... è".
Io: "Ma lo capisci che leggi da tre? C'è una virgola? A che serve la virgola? Se poi l'insegnante ti sente leggere così, capisce subito che tu non ci passi tempo sui libri. Dalla virgola."
Lui: "Os è dìkaios..."
Io: "Dikàios. Cazzo Guido, gli accenti ci sono, usali...".
Lui: "Os è dikàios ton mèdon katalusàntes..."
Io (lievemente spazientito): "Katalùsantes, da katalùo, direi, no?"
Lui: "Katalùsantes...".
Io: "No, dalla virgola."
Lui: "Os è dikàios ton mèdon katalùsantes... àrcomen è adicumenoi"
Io: "Scusa, cazzo, inizia con emèis. Chevvordì?"
Lui: "Noi".
Io: "Bravo. Dunque, guarda il bicchiere mezzo pieno: per una volta ha il soggetto sparato all'inizio della versione. Non è come al solito che devi cercarti il verbo per capire chi è il soggetto. Quindi, visto che siamo alla prima plurale, i verbi saranno alla prima plurale, giusto?"
Lui: "Sì".
Io: "Ecco. Altro pezzettino di storia: se quell'eta fosse articolo non avrebbe accento: ἡ. Quindi non è articolo. Cercalo sul vocabolario."
Lui bofonchia.
Io: "Trovato? È congiunzione, corrisponde al vel latino, vel vel, non aut aut, quello che oggi si scrive out out, chiaro? Quindi ogni eta regge la sua subordinata. Quindi: Os è dikàios ton mèdon katalùsantes àrcomen, è adicumenoi nun epexerchometha, che guarda caso è un'altra prima plurale al medio o quel che l'è. Devi arrivare fino al cazzo di verbo, fino a àrcomen. Non importa se non sai che vuol dire (mai sentito parlare di arconte?), importa che quello è il verbo e prima del verbo non ti devi fermare."
Lui sbadiglia.
Io: "Se fai un altro sbadiglio ti tronco di mazzate".
(...il padre di Baltimora... quello con una schicchera mi butta in terra... che tocca fa per insegnare il greco: voglio un'indennità di rischio dal liceo...)
Lui: "Scusa".
(...è un bravo ragazzo...)
Io: "Va bene. Allora, hai capito come funziona, questo ha il periodare simmetrico, come Cicerone, ti ricordi? Qui siamo a livelli di tecnica superiori. Però ora i pezzi ce li hai. Prima lezione: le congiunzioni ti aiutano a trasformare un problema complesso in tanti problemi semplici. Avanti."
Lui: "Logòn..."
Io (spazientito): "Lògon, cazzo".
Lui: "Lògon mèkos apìston...".
Io (più spazientito): "àpiston".
Lui: "àpiston...".
Io: "Dalla virgola".
Lui: "Lògon mèkos àpiston parexomen".
Io: "Bene. Qual è il verbo della principale."
Lui: "Archomen".
Io: "Sì, come persona e numero ci siamo, ma è in una frase introdotta dal vel, quindi in una subordinata".
Lui: "Parèxomen".
Io: "Oh, mo mme stai a piacé. Quindi parecho, che significa?"
Lui: "Una cosa tipo dare".
Io: "Bravo. Poi vediamo cosa. Intanto, scusa, seconda lezione: le preposizioni ti aiutano a togliere di mezzo noise, per individuare il signal. Esempio, nella prima riga, met'onomàton kalòn, metà col genitivo significa "con", e quindi..."
Lui: "...".
Io: "Onomastico?"
Lui: "...".
Io: "Non: mastica! Onomastico! Il giorno del nome: onoma onomatos... Nome, parola... Kalòs che significa?"
Lui: "Buono".
"MA COME "BUONO", CAZZOOOOOOO!"
(...era tutto più facile e io lo sapevo...)
Io: "Scusa: è "con belle parole", che sarebbe poi con un bel discorZetto... Gli Ateniesi non andavano esattamente lì a dirgli delle buone parole, a consolarli. E poi kalòs è bello: kalòs kai agathòs, come Renzi, per capirci".
Lui: "...".
Io: "È antifrastico".
Insomma, ve la faccio breve (è ad personas):
(...poi me sò rotto li cojoni...)
Di questo bel discorzetto degli Ateniesi non avevo memoria e forse non avevo mai avuto nozione. È stato uno di voi a parlarmene qui, non so se Celso (potrebbe essere) o Roberto, o chi altro. Questa mattina, in palestra (kalòs kai agathòs), fra una serie e l'altra. l'ho cercato su Internet col telefono (una roba inconcepibile quando il greco ero costretto a tradurlo per me) e me lo sono messo da parte per infliggerlo al povero Palla. Vorrei avere ora sedici anni, ora che capisco la potenza di questa architettura. Ma la cosa che più mi piace è, nella prima riga, quell'autòi, che al liceo avrei tradotto con una cosa del tipo "noi stessi" (in uzbeco: "stesso noi"), e che invece, oggi credo di capire (ma qui gli esperti siete voi) sottintende un ben preciso concetto: "Ma che ti pare che proprio noi - sottinteso: che non ci mettiamo niente a rompervi il culo - veniamo - cioè verremmo - qui a farvi un bel discorZetto mieloso e falso ecc."
Agghiacciante.
Ma certo, di cose agghiaccianti ne stiamo vedendo così tante, ultimamente...
(...e comunque er Palla mi parte battuto, cazzo, e questo non lo posso sopportare. Pensa l'ironia, caro Martinet: lui è all'aoristo terzo, quindi il perfetto non lo sa. Capisci quindi che imporgli una simile versione era da parte mia una grave αδικία, e tanto più apprezzerai la sottile ma implacabilmente logica ironia del Fato - alla quinta riga. Se semo capiti, no? Ma lui sapeva, perché l'aveva trasentito in classe, che il perfetto ha aumento e raddoppiamento - reduplichescion - e ha sgamato subito la seconda occorrenza di ἀδικέω - dopo il participio presente passivo alla seconda riga. Quindi è bravo. E allora perché parte battuto? Perché questa scuola lo ha frantumato. E ora tocca a me rimettere insieme i cocci, che per fortuna sono decisamente miei...)
Breaking news: pare che sul registro elettronico (...) ci siano delle frasi da fare per mercoledì: Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste; verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu...
sabato 18 aprile 2015
mercoledì 11 marzo 2015
Alberto Bagnai
Bagnai è nato nel 1962 a Firenze, e siccome non è un buon medico, sa solo predire che un giorno morirà, ma non è in grado di fornirvi la data precisa della sua morte, il che attesta che anche la medicina, come l'economia, non è una scienza.
(...stiamo facendo il tentativo di far nascere un fiore da Wiki Italia...)
(...sì, Ro', sono cresciuto anch'io così, non lo sapevi? Però vedi come siamo diversi? Tu hai seguito il percorso: Guccini, und so weiter. Io mi sono rifugiato in Sweelinck...)
(...e ora mi aspetto il contrattacco dei Wikitroll...)
(...stiamo facendo il tentativo di far nascere un fiore da Wiki Italia...)
(...sì, Ro', sono cresciuto anch'io così, non lo sapevi? Però vedi come siamo diversi? Tu hai seguito il percorso: Guccini, und so weiter. Io mi sono rifugiato in Sweelinck...)
(...e ora mi aspetto il contrattacco dei Wikitroll...)
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