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domenica 16 aprile 2017

Le balle del Sole sulla Finlandia (e tutto il resto)




(...nel giorno in cui un prestigioso quotidiano economico prende la coraggiosa e tempestiva decisione di aprire un dibattito sull'euro con studiosi di grande spessore, ancorché lievemente a disagio con la storia economica del nostro paese, io riordino le mie caselle di posta elettronica, che stanno subendo una riorganizzazione radicale nel quadro del mio piano quinquennale di riduzione dello stress. In sintesi, una la tengo per lavoro, una è privata, e l'altra è per i rompicoglioni. Ora... c'è un problema, gentile lettore: se mi hai scritto, e non ti ho risposto, è probabile che tu abbia scelto, o inconsapevolmente, o perché te l'ho dato maliziosamente io, l'indirizzo per i rompicoglioni. Solo che... il problema è insolubile, perché se invece ne hai scelto un altro, ma io non ti ho risposto perché non ti ho potuto rispondere, ma tu mi solleciti, diventi automaticamente un rompicoglioni! Insomma: se mi scrivi due volte all'indirizzo giusto, è come se mi scrivessi un volta all'indirizzo sbagliato. E allora, che fare? Ma... nel dubbio, astieniti! Sì, capisco, è bello, è liberatorio, e fa tanto piacere anche a me, ricevere le testimonianze del vostro ammmmmmmmmmoooooooooooreeeeeeee - fa un po' meno piacere alle vostre compagne, ma questo è un problema loro, di loro che vi hanno scelto! - però l'ammmmmmmmmoooooooooreeeee per essere tale deve essere disinteressato. Il vostro, naturalmente. Il mio no. Io, per tirare avanti, ho certo bisogno di ammmmmmmmmmmmmmmmmoooooooooooooooooooreeeeeeeeeeeeeee, ma anche, più prosaicamente, di euro, che servono per pagare l'affitto della sede, gli stipendi dell'assistente e del personale, i software dei quali abbiamo bisogno, i canoni degli abbonamenti a Internet, ecc. ecc. Insomma, ve l'immaginate. Siamo in tempi di dichiarazioni dei redditi - almeno per quelli che integrano la condizione necessaria per dichiararne: averne uno - e di 5x1000. Se proprio non sapete cosa farci, e se non pensate che il lavoro fatto qui valga una donazione, oltre a una sempre gradita lettera di ammmmmmmmmmmmmmmmooooooorrreeeeee - che poi mi costringe a scrostare lo schermo col muriatico, tanto colloso è il vostro alato sentimento - non disdegnerei un vostra firmetta sull'apposito riquadro del 5x1000. Le istruzioni sul da farsi sono qui. Fatto presente questo punto non banale, mi pregio di sottoporre alla vostra riverita attenzione una lettera che non ci dice nulla di nuovo sul tema di cui si occupa - di Finlandia che ne ha parlato Heikki Patomaki al #goofy5, e presto vi renderò disponibili i video - mi scuso per il ritardo - ma ci ricorda chi sono quelli che oggi, 16 aprile 2017, vogliono aprire in Italia il dibattito sull'euro, invece di chiudere il loro giornale, cosa che, oltre a essere un atto di igiene del dibattito, sarebbe anche un atto di giustizia. Divertitevi con questa lettera: il lettore è come il maiale, non si butta niente, e aggiungo che spesso, stagionandolo un po', diventa ancora più gustoso. Questa lettera la ricevetti il due dicembre del 2015... ma è sempre attuale, anzi, oggi ancora di più!...)




Caro Prof. Bagnai,


mi chiamo Giorgio Tricarico, sono un analista junghiano e seguo il Suo blog da circa un anno, grazie a un mio carissimo amico, nonché collega, che nel Suo blog si firma come Skanda. Convinti entrambi che occuparsi della psyché, l'anima, in greco antico, significhi anche occuparsi dei luoghi in cui essa si manifesta, l'Economia e la Tecnica sono due degli ambiti sui quali ci confrontiamo spesso. Skanda ha il grande merito di aver sconfitto il mio scetticismo aprioristico per blog, forum e quant'altro, e gli sono grato per avermi fatto conoscere Goofynomics, uno dei rarissimi luoghi in cui i commenti sono spesso interessanti tanto quanto i post.



Nel mio campo, la psicologia analitica, mi occupo di tematiche stranamente non molto frequentate dai miei colleghi, quali l'analisi radicale della società della Tecnica e delle sue conseguenze sulla psiche (nel solco del filosofo tedesco Gunther Anders), e soprattutto il tema della ricerca di senso nell'epoca del tramonto delle precedenti cornici di senso. A questo riguardo ho scritto e pubblicato in Italia un racconto (Oltre l'Uomo) che si candida senza dubbio al premio "Worst Seller" del 2015. Mi sono presentato, in onore delle Sue richieste di farsi identificare, prima di stringerLe la mano. Credo sia giusto farlo anche via mail.



Le scrivo per condividere alcune riflessioni. Da poco più di sei anni, vivo e lavoro a Helsinki.  Sono, ad oggi, l'unico psicologo, psicoterapeuta e analista junghiano italiano in Finlandia. Il 29 novembre è apparso sul Sole 24 Ore questo articolo. Il titolo dice già tutto: vi si afferma che la Finlandia é in crisi ma che l'euro non c'entra. [NdC: questi sono quelli che vogliono aprire il dibattito...]



Ora, il Sole 24 Ore tempo fa l'ho ribattezzato La Sola 24 Ore, dall'uscita di un articolo raccapricciante proprio sulla Finlandia, pubblicato il 25.08.2011. In questo delirante articolo, che in teoria si sarebbe dovuto occupare di Grecia e Finlandia da un punto di vista economico, si inanellava una serie di puttanate, permetta il francesismo, inenarrabili, a partire da quella secondo cui a Helsinki non circolano i SUV (se si mettessero i SUV presenti in città in fila indiana, essa arriverebbe da Helsinki a Pescara).



La serie di notizie infondate, false, inventate era tale, che si stenta a credere si trattasse di un articolo del Sole 24 Ore.



O forse no.



Scorrendo l'articolo del 29 novembre, ho scoperto gli effetti della lettura di Goofynomics.



Riga dopo riga, durante la lettura, l'articolo rivelava immediatamente la sua natura menzognera e manipolatoria, a suon di affermazioni apodittiche e mai supportate da dati.



"La Finlandia", si afferma, "rischia di diventare il nuovo grande malato della zona euro"



- Bene. Perché?



"Sotto il peso della crisi economica".



- Ah, cioè, la Finlandia è in crisi economica a causa della crisi economica. E poi?



"E sotto il peso della guerra in Ucraina".



- Ah sì?



Certo: "Dal 2008 Helsinki ha bruciato il 6% di PIL e, pensa che strano!, il debito pubblico è stato ed è relativamente modesto.



- Ma le proteste in piazza Maidan, a Kiev, sono iniziate a fine novembre del 2013, e il conflitto ad aprile del 2014, ovvero da solo un anno e mezzo.



Come é possibile che la crisi ucraina e le sanzioni alla Russia giustifichino il fatto che Helsinki abbia bruciato il 6% del PIL a partire da SEI ANNI PRIMA?



Ma suvvia, sarà forse il caso di soffermarci su dei dettagli temporali? Il tempo, si sa, è relativo.



Il Sola continua: "La via più facile sarebbe dare la colpa all'Euro, invece le responsabilità vanno cercate nella struttura economica del Paese"



- É strutturata male, la Finlandia.



"Sì. I detrattori della moneta unica invece affermano che sarebbe l'Euro la causa a monte dell'implosione della Nokia e del settore carta, tra le altre cose.



Ma no! Sono le sanzioni alla Russia che hanno messo in ginocchio l'esportazione, verso Mosca"



Pensare che sia stato l'Euro e la catena di eventi collegata alla sua introduzione ("impossibilità di svalutare la moneta - svalutazione del lavoro e dei salari - aumento dell'indebitamento privato - insolvibilità - licenziamenti, riduzione dei diritti dei lavoratori - tagli al welfare e annientamento dell'economica interna") è semplicistico, sentenzia il Sola 24 Ore.



Si palesa lo scopo dell'articolo: tirando in ballo la situazione della Gran Bretagna e soprattutto della vicinissima Svezia, e articolando una supercazzola degna di nota, esso giunge a dimostrare che la Finlandia è in crisi PERCHÉ non ha ancora smantellato il modello sociale scandinavo e i benefici del welfare.



In sostanza, la gente che ha visto Nokia (e tante altre realtà finniche) chiudere i battenti, che ha perso in questi ultimi anni il proprio lavoro o che, se fortunata, si è vista comunque ridurre sia gli introiti sia i risparmi, certamente ne beneficerà se verranno tolti loro gli aiuti e i sussidi destinati a situazioni di emergenza, se la sanità aumenterà il prezzo del ticket, se i servizi verranno privatizzati e costeranno di più e via riformando...



Uno scempio logico.



Anche senza essere esperto di economia, sono riuscito a comprendere che chi ha scritto questo articolo é volutamente in malafede, e ha lo scopo di mandare un messaggio preciso al lettore ITALIANO.



La Finlandia è malata, come la Grecia, ma la colpa non è dell'euro.



Sarebbe malata anche se tornasse alla propria divisa.



Prove di questa affermazione? Nessuna.



Ma è la conclusione dell'autorevole articolo.



Se non ho vomitato è stato solo grazie a due "antiemetici".



Il primo è questo articolo di Evans-Pritchard, pubblicato dal Telegraph pochi giorni prima di quello del Sola.



L'articolo di Evans-Pritchard riporta un dato di fatto in primo piano: la Finlandia è in crisi esattamente come la Grecia ma le balle dette in tutti questi anni sulla Grecia corrotta e sprecona non ai possono applicare alla Finlandia diligente che "ha sempre fatto i compiti". La situazione finlandese è essenzialmente la prova che la moneta unica sia un progetto fallimentare dal punto di vista degli abitanti delle varie nazioni che l'hanno adottata. É altresì un progetto (criminale, diceva qualcuno) ben riuscito e voluto, dal punto di vista di altre forze in campo, un progetto mirato al depauperamento di vasti strati della popolazione, allo smantellamento e alla svendita del tessuto economico-produttivo, alla distruzione sistematica dello stato sociale, e alla progressiva abolizione (giustificata dall'emergenza e dalla crisi, si capisce) dei diritti e delle regole democratiche di intere nazioni.



Il secondo antiemetico, l'ho scoperto solo quest'anno, risale al 2012, quando un certo Alberto Bagnai diceva essenzialmente le stesse cose di Evans-Pritchard e azzardava previsioni riguardo al paese in cui vivo che si sono dimostrate purtroppo vere.



E in Finlandia cosa si dice a riguardo? Sarebbe interessante condurre delle ricerche serie. Io posso limitarmi alla constatazione assai amara che NESSUN finlandese che io conosca era a conoscenza dell'articolo di Evans-Pritchard sul Telegraph, né tanto meno dell'iniziativa ivi menzionata di un tal Väyrynen che avrebbe raccolto 50.000 firme per far discutere in Parlamento l'ipotesi di un’uscita dall'Euro.



Non solo.



Ho sentito affermare da varie persone, di differenti appartenenze sociali e culturali, tutta la serie di balle sulla Grecia che "se l'è meritato di fallire" e sui Greci corrotti, pigri, inefficienti, faciloni, loschi e inaffidabili.



Continuo a sentire ripetere come un mantra tibetano che la soluzione sono i tagli al welfare, alla spesa pubblica, la flessibilità e le riforme, dai politici di ogni schieramento e in particolare dall'attuale primo ministro Sipilä (partito di Centro-Destra) e dal Ministro dell'Economia Alexander Stubb (Destra), quest'ultimo, un quarantenne smart, alacremente impegnato ad esprimere il proprio nulla interiore via Twitter, come accade anche altrove, mi pare.



La gente mi appare essenzialmente anestetizzata, preoccupata per il proprio quotidiano, senza alcuna visione critica, aiutata in questo da giornali conformisti e attentissimi a non disturbare il manovratore.



Insomma, il vero nemico della vita, del benessere, del lavoro, dei diritti di questa nazione non sembrerebbero gli immigrati o il gigante russo con cui la Finlandia confina, ma siedono quotidianamente in Parlamento, rappresentanti non degli interessi delle persone che gli hanno eletti, ma di un progetto criminale che sta uccidendo una delle poche social-democrazie europee.



Mi sembra che si debba dare la massima visibilità a quello che sta accadendo qui, in Finlandia, proprio perché non ci sono i facili alibi della corruzione, dell'inefficienza, dell'inerzia per giustificare la crisi.



Io, coi mezzi di cui dispongo, lo farò.



La prego, Professore, di continuare a farlo anche Lei, nel Suo blog e nei convegni ai quali parteciperà.



Parli della Finlandia, grazie.



Con stima.



Giorgio Tricarico


Allora...

Caro Giorgio, io il mio l'ho fatto: della Finlandia abbiamo parlato, e come!, al nostro convegno annuale dell'anno scorso. Dopo una attenta analisi, su suggerimento di un amico che lavora in Commissione ci è sembrato che Heikki fosse la scelta giusta, e non ce ne siamo pentiti (consiglio: non chiedetemi quando escono gli altri video...). Ora, a quanto mi risulta, rimane solo da sistemare la parte "io, coi mezzi di cui dispongo, lo farò". Qui c'è un aiutino che spiega come fare, caro Giorgio. Anche questa terapia, come la tua, si paga...

E ora veniamo al punto.

Un giornale che, più o meno quando io, nel Tramonto dell'euro, vi spiegavo funditus come e perché la Finlandia fosse tutt'altro che un paese esemplare e vincente (per chi se ne fosse dimenticato, qui un breve resoconto della spiegazione), un giornale che a quel tempo si produceva in stucchevoli note di colore sul paese virtuoso perché a Helsinki "mancano le insegne del lusso e della globalizzazione" e c'è un "welfare avvolgente" basato su un "solidissimo patto sociale" sottoscritto "con grande convinzione" (eh, si sa, son seri al Nord...), ecco, un giornale che si rivolgeva e si rivolge alla comunità economica e finanziaria dimostrando una simile capacità di analisi, lo stesso giornale che 696 giorni dopo il QED (non dopo la spiegazione, che era venuta altri 423 giorni prima, portando a 1119 giorni il ritardo sulla storia di questi simpatici artigiani della cronaca rosa...), 696 giorni dopo il QED, dicevo, interveniva sulla Finlandia titolando a caratteri cubitali che il problema non è l'euro, senza fornire alcun argomento che non fosse il fatto di scimmiottare un titolo del WSJ di quattro giorni prima, con il che dimostrava la propria patetica subalternità culturale e la propria partigianeria, incompatibile con un atteggiamento deontologicamente corretto, con il "presentare i fatti separati dalle opinioni", quel giornale, un giornale che nessuno legge, perché è l'organo di un'associazione di categoria alla quale ormai nessuno vuole più appartenere, e che per questo motivo si sta spegnendo, oggi cosa fa?


Un dibattito equilibrato chi?

Un dibattito equilibrato loro!?

Quelli che hanno negato ferocemente ogni evidenza, che hanno mandato i loro giornalisti a profferire indecenti bestialità per le quali qualsiasi studente sarebbe bocciato  un esame di economia internazionale, come l'ormai epico aumento del prezzo della benzina di sette volte, che qui abbiamo voluto smentire pubblicando un articolo in classe A, per dimostrare scientificamente quanto scorretto fosse diffondere simili fake news, nel momento stesso in cui l'euro, svalutandosi del 30%, lo dimostrava fattualmente (se vedete Plateroti, chiedetegli come mai la benzina non è aumentata nel 2015...)...

Ecco: questa accolita appassionati di economia (perché tali si sono dimostrati, né credo che fra di loro ve ne sia alcuno che possa vantare esperienza di ricerca specifica nei temi dei quali si occupa), questi qui, dopo essere intervenuti come hooligan a inquinare con le loro fantasiose congetture e il loro teppismo verbale ogni e qualsiasi studio televisivo, oggi (16 aprile 2017) aprono il dibattito.

Siamo a posto.

Anzi, no! C'è di meglio. Perché per aprire un dibattito serio ed equilibrato, a chi ne affidano la gestione?

A una persona tanto serena da definire criminali i fondatori dell'euro (!) e tanto competente da scambiare una rivalutazione del marco per una svalutazione della lira, all'evidente scopo di alimentare, conformemente a quanto gli organi di stampa italiani tutti fanno (non è chiaro su mandato di chi: non credo dei loro lettori, anche quando ne hanno), il mito negativo di un'Italia "svalutazionista", per usare i termini di una persona che non voglio nemmeno nominare.

Ora provo a spiegarlo a qualche collega estero: riuscirci sarà difficile, ma se dovessi farcela, sai le risate?

D'altra parte, per tutto il 2015 le presentazioni dei miei paper sulla benzina si sono aperte con questa slide evangelica:



ed era molto difficile convincere i colleghi esteri, dopo le inevitabili risate, di quale ruolo effettivamente ricoprisse e di quale rilevanza avesse (e abusasse) nel dibattito chi si era lasciato andare a un'affermazione tanto inverosimile da non poter nemmeno essere considerata una fake news, ma una semplice gag da avanspettacolo - che, devo dirlo, onestamente, in quanto gag funzionava benissimo, predisponendo sempre favorevolmente la platea dei miei seminari all'estero.

Ora, non vorrei che qualcuno, preso da autorazzismo, concluda sconsolato che questo è il dibattito che ci meritiamo, nel giornale che ci meritiamo. No. Le cose non stanno così. Noi non ci meritiamo né quel giornale, che purtroppo verrà salvato coi soldi delle nostre tasse, e continuerà, nell'esatto momento in cui ciò avverrà, a delirare sui danni della spesapubblicaimproduttiva, né, soprattutto, ci meritiamo questo dibattito. Chi ha sostenuto a/simmetrie si merita questo, di dibattito, il nostro, che abbiamo condotto coinvolgendo i massimi esperti mondiali del tema, o riportandone qui, su questo blog, gli argomenti esposti nelle sedi scientifiche.

Chi invece vorrà prendere parte all'altro dibattito, prestando la propria credibilità a un'operazione così insulsa, temo che soggiacerà alla terza legge di Bagnai:

Legge della conservazione della credibilità: chi presta credibilità a un organo di stampa che non ne possiede perde la propria

Per carità, io voglio anche essere indulgente coi colleghi per i quali essere sul Sole 24 Ore è motivo di vanto. Certo, considerando che sono stato intervistato dal Financial Times (e un motivo ci sarà), rifiutare la preziosa opportunità di esprimermi in cotanta sede potrebbe essere inteso come atto di snobismo da parte mia (qui l'intervista per i diversamente europei).

Ma il problema è un altro.


Il problema è che il dibattito che si meritano gli italiani ce l'hanno già. Chi sceglie di non parteciparvi (perché "parli con Borghi" o perché "sei divisivo") per partecipare invece a un dibattito che nasce sulle premesse che abbiamo visto sopra, se ne assume le responsabilità e l'inevitabile ridicolo, e soprattutto porta con sé la colpa, assolutamente grave, di far apparire come seria e fondata l'ennesima operazione propagandistica tendenziosa e distorsiva. È opportuno che il dibattito appaia per quello che è: una operazione pilotata da quelli che "quello lì insegna in provincia". Chi sono loro per decidere che il dibattito si apre oggi? Quale collega sarà così subalterno da voler, per vanagloria, ratificare con la propria presenza un'operazione che si svolge in una sede tanto compromessa dalle vicende recenti, e dagli atteggiamenti passati? Lasciamoli pure dibattere fra loro, i sedicenti ortodossi, mentre masticano il boccone amaro che sapete. Sarà curioso osservare gli sviluppi del loro stantio rituale, ma senza perderci troppo tempo, che noi abbiamo ben altro da fare.

Mentre, nel vano tentativo di attirare qualche lettore, i naufraghi della menzogna si avventurano sulla loro zattera a discutere il "se", un attimo prima di darsi al cannibalismo, noi siamo già oltre: abbiamo imparato ad addentrarci nelle autentiche articolazioni del dibattito, a misurare l'incompatibilità radicale della costruzione europea con la Costituzione repubblicana, e abbiamo già studiato come porvi rimedio.

Cari operatori della propaganda, ci mancherete. Mi accomiato da voi con un po' di nostalgia, senza rancore per come avete costantemente, dalle frequenze del vostro gruppo editoriale, cercato di ridicolizzare il lavoro serio che qui veniva svolto, senza biasimo per la pervicacia con la quale avete impedito a chi poteva farlo di portare una parola equilibrata nel dibattito, quando sarebbe ancora stato possibile salvare tante aziende, quelle aziende che vi danno il pane e che avete condannato al fallimento appoggiando senza se e senza ma l'austerità di Monti e il delirio europeista. E per dimostrarvi che non ritengo valga la pena di mostrarvi acredine, vi saluto con una battuta di un film leggero, come leggeri sono i vostri articoli, quando vi avventurate nella macroeconomia internazionale: "That's not a debate! That's a debate!"



(...ah, a differenza di Crocodile Dundee, noi non solo non vi diamo il wallet, ma neanche la monetina: ripeto: ce le farete sfilare dal conto in banca da quello che voi chiamate Stato ladro - tranne quando vi fa comodo - ma not in our name!...)

martedì 3 maggio 2016

La proprietà della Banca d'Italia

(...ovvero: moneta e dilettanti...)

Io non ce la faccio veramente più.

Per carità: se siete soggetti da trent'anni a una propaganda martellante, fatta anche di sapienti tentativi di depistaggio (ricordate Donald?), non è certo colpa vostra. Però, Dio santo, qui il problema è un altro: bisognerebbe sapersi collocare, stare al proprio posto. Invece no. Per convincermi ogni giorno di più del fatto che tentare di fare divulgazione corretta non è solo impossibile, ma anche inutile (cit.), ecco che vi mettete anche a farmi le lezzzzzioncine, tipo questa:

Gentile Professore,

Leggendo il suo articolo Politica monetaria, ecco l’Helicopter money: la mancia ai cittadini per non fare gli investimenti pubblici pubblicato il 27 aprile 2016 su "Il Fatto Quotidiano" mi per metto di farle notare che il monopolio dell'emissione monetaria veniva esercitato dalla Banca d'Italia le cui quote di partecipazione al capitale erano e sono in possesso, per la stragrande maggioranza, da soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.

​Prima dell'entrata dell'Italia nell'euro, e la conseguente cessione della completa sovranità monetaria alla BCE, l'ex Ministro G. Tremonti aveva provato a riappropriarsi quanto meno della Banca d'Italia tramite la L.262/05.
Art. 19, comma 10
Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
Purtroppo tale legge è rimasta inattuata.

Inoltre, il Ministro Tremonti prevedeva nella bozza della L.262/05 la trasparenza del’operato della Banca d’Italia.

La BCE rispose che tale passaggio di quote in mano pubblica avrebbe potuto esserci ma ricordò al governo italiano che il Trattato UE all’Art. 108 (ex Art.107 di Maastricht) sancisce la piena autonomia ed indipendenza del Sistema Bancario Centrale Europeo di cui fa parte la Banca d’Italia e, pertanto, pur avendo la proprietà pubblica della Banca d’Italia il governo non poteva comunque prendere decisioni di politica monetaria anche se l’Art. 3 dello Statuto della banca centrale italiana , scritto nel 1936, prevedeva che la maggioranza delle azioni fossero pubbliche. Inoltre, la BCE invitava il governo a modificare tale Art.3 dello Statuto della Banca d’Italia aggiornandolo alla effettiva composizione societaria della stessa.

Nella stessa risposta, la BCE puntualizzava che lo Statuto del S.E.B.C. prevede il segreto sulle operazioni di politica monetaria e finanziaria delle banche centrali (rif. Parere CON/2005/34).

Cordiali saluti


...e la domanda è sempre quella: ma perché quando si parla di moneta la gente sclera?

Il gentile amico, che ovviamente è stato mandato subito a stendere (e ora penserà: "Ma che villano questo Bagnai!"), oltre a non sapere l'ovvio, cioè quello che risulta dalla Figura 31 a p. 188 del Tramonto dell'euro:

ovvero che l'evidente cambiamento di politica monetaria, con inasprimento dei tassi di interesse reali, accade, in Italia, in coincidenza con il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, mentre il passaggio della Banca d'Italia in mano privata, avvenuto surrettiziamente a metà degli anni '90 con la privatizzazione del sistema bancario italiano (che ha indirettamente determinato anche la privatizzazione delle banche già pubbliche che detenevano una quota di maggioranza del capitale dell'istituto già di emissione), non ha determinato alcun a frattura visibile nell'atteggiamento della politica monetaria, oltre a non sapere questo, fa una cosa ancora più enorme: nel momento stesso in cui mi fa la lezioncina sulla proprietà della Banca centrale, mi dice anche, senza rendersene conto, i motivi per i quali essa è irrilevante (cosa che la figura qua sopra dimostrerebbe a sufficienza)!

Cosa dice riporta infatti il gentile amico? Che la Bce ha detto pari pari: "Di chi sia il proprietario della Banca d'Italia ce ne battiamo, tanto dovrà fare quello che diciamo noi, in virtù del principio di indipendenza dall'esecutivo del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali)".

Allora, lo capite, vero, perché c'è l'euro? Perché un volonteroso dilettante si sveglia e scrive a un docente universitario con qualche pubblicazione internazionale: "Guardi professore che lei è ingenuo, mentre io che la so luuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuunga  mi pregio di farle osservare che il vero problema è la proprietà della Banca centrale, con la quale mi pregio altresì di farle osservare che le istituzioni monetarie europee hanno sancito che ci si nettano le terga!"

Io non ho parole!

Io non sono uno psichiatra, ma l'amico ne avrebbe bisogno. Qui l'analista non basta, qui ci vuole l'elettroshock, ne sono ormai convinto. Ma dico: lo dici tu qual è il problema politico e operativo, quello che evidenziavo nel mio articolo: la dipendenza della Banca centrale italiana da un burocrate non eletto che sta a Francoforte (venduta, a noi, come "indipendenza" tout court)! Lo dici tu con tanto di dotte citazioni, che ho ragione, mentre mi scrivi per permetterti di farmi notare... che ho ragione!?

Il problema è sempre il solito, quello che uno di voi descrisse magistralmente quando, commentando uno dei tanti scleri sulla moneta, disse: "Perché in fondo il problema nasce quando da bambini chiesero alla mamma perché in cambio di un pezzo di carta sporca si poteva avere un gelato, e la mamma non seppe dare una risposta convincente...". Ecco: elaboratelo, sto cazzo di lutto. La risposta ve la do io: perché con quello stesso pezzo di carta sporca il gelataio può pagarci l'affitto di casa. Ci siamo?

Bene.

La proprietà dell'istituto di emissione di per sé è irrilevante. Mi spiace per i complottisti. D'altra parte, presupporre che il passaggio "in mano privata" avrebbe fatto sfracelli, significa essere così naïf da pensare che, per fare due nomi dell'oggi, Visco e Ghizzoni abbiano visioni radicalmente opposte sulla distribuzione del reddito. Invece no. Visco e Ghizzoni oggi, come, per dire, Ciampi e Ceccatelli allora (nomi presi assolutamente a caso fra i tanti), hanno, legittimamente, visioni largamente coincidenti circa la risoluzione (a loro legittimo vantaggio) del conflitto distributivo.

Non bisogna pensare che con la "privatizzazione" la Banca d'Italia sia passata dal Robin Hood pubblico allo Hood Robin privato. E bisognerebbe anche smetterla con questi tentativi di santificazione postuma del Berlu o di Tremonti. Certo, Berlu è stato deposto, e di questo un sincero democratico non avrebbe dovuto gioire (ne abbiamo parlato), o, se lo ha fatto, non dovrebbe poi lamentarsi del fatto che la democrazia è compressa e il paese commissariato. Ma Berlu, Bersy, e tutti gli altri, sono stati sostanzialmente acquiescenti ai poteri europei (Tremonti, in più, con l'aggravante di averci mandato in merda nel 2011 per tentare di sostituirsi al suo capo).

Nel momento in cui le nostre élite hanno optato per il divorzio, si sono schierate tutte, toto corde, per il progetto fascista di austerità (sound money, sound finance). Punto. Il resto sono dettagli da dare in pasto ai complottisti per non fargli capire cosa sta succedendo (quello che ho spiegato nel post precedente).

Sugli indirizzi di politica monetaria della Banca centrale non influisce la proprietà delle quote, ma la sua indipendenza.

Piuttosto, a me sembra strano che nel momento in cui assistiamo a quella che è in ogni caso una colossale débâcle della vigilanza bancaria, nessuno si ponga l'unica domanda che avrebbe eventualmente un remoto senso porsi: siamo tranquilli con un sistema bancario nel quale il controllante è posseduto dal controllato?

Anche questa domanda, secondo me, non è poi così rilevante come può sembrare. Ma almeno porsela ha un suo perché, visto che la "moralizzazione" del sistema che ci si aspettava conseguisse dalla sua "privatizzazione" è risultato in a un rosario di scandali infinito (tutti misteri dolorosi per i risparmiatori e gaudiosi per il management, purtroppo). Quindi, anche se il tema rilevante e prioritario è la recessione e non la malagestione (come ho spiegato), anche se la proprietà privata delle quote non implica necessariamente che il proprietario intervenga nell'operatività dell'organo di vigilanza (eventualmente, le connivenze sono di altro tipo), ora che il sistema si sta sfasciando, elementari norme di decenza imporrebbero di ragionare su questo assetto, che indubbiamente espone al sospetto (più o meno giustificato) di innominabili conflitti di interesse.

Lo stesso sospetto al quale espongono, secondo il nostro economista preferito, le reticenze del Tesoro sulla gestione dei derivati (con un #ciaone al compagno Galli, che vi esorto a non infastidire: non vedete che tenerezza che fa?).

Ma, per favore, cari amici signoraggiai: piantatela di piallarmi le gonadi con questa storia che la proprietà della Banca centrale è il problema. È tanto lei il problema quanto voi siete la soluzione: zero.

(...sed de hoc satis...)

(...invece no...)

Addendum del 4 maggio:

Dal nostro amico ricevo e pubblico:


La prossima volta, oltre al collegamento ipertestuale all'articolo su "Il Fatto Quotidiano", metta cortesemente l'immagine con il ritaglio evidenziato. Non mi dica che è uguale...


Mi scusi se ho contribuito a rafforzare l'idea dell'inutilità della divulgazione. Quanto meno, le ho dato l'ispirazione per il suo odierno articolo sul suo blog.

Cordiali saluti

Sì, l'idea dell'inutilità della divulgazione si conferma, ma non fa niente. Almeno il nostro amico è persona spiritosa e sportiva (non un vittimista paranoide come altri personaggi in cerca di pubblicità) e questo torna a suo onore e gli consente di fare un altro pezzo di strada con noi. Pezzo il cui primo passo dovrà necessariamente essere la risposta a questa domanda: "Gentile amico, lei conosce un'altra istituzione che sia in grado di pretendere che un certo foglietto di carta debba essere accettato come strumento liberatorio da obbligazione contratte ai sensi del codice civile?". Per quanto ne so io, i pagamenti con moneta elettronica o assegno possono essere legittimamente rifiutati. Un pagamento in contante no. Perché? Forse perché c'è bisogno del monopolio della forza per esercitare il monopolio della moneta, no?

Io sinceramente non la capisco, ma tranquillo: è un limite mio. E comunque, se lei mi dimostra che #sucuggino emette dei foglietti di carta che ai sensi del codice civile devono essere accettati dal creditore, allora mi avrà dimostrato che il monopolio in realtà era un duopolio. Poi vediamo se c'è qualcun altro che può farlo, e magari scopriremo che ognuno di noi può,  e quindi quello dell'emissione di moneta (a corso legale) è un mercato in concorrenza perfetta.

Suggerirei, però, fino a quando non ne abbiamo la certezza, di evitare esperimenti, perché esiste l'art. 453 del codice penale. Io non sono un avvocato, ma...

giovedì 31 dicembre 2015

Moneta, corruzione e politica



Care lettrici, cari lettori,

fra poco, o da poco, avrete forse ascoltato in televisione le parole di un’alta carica istituzionale alla quale la legge ci comanda rispetto. Io me le risparmierò (o me le sarò risparmiate). So, come sapete voi, che da quel lato possiamo aspettarci poche sorprese. Non penso di riservarvene molte di più io, ma non rinuncio al desiderio un po’ egoistico di condividere con voi l’angoscia e l’amarezza di questo momento.

Il 2015, purtroppo, è andato come ci aspettavamo che andasse. Sul Fatto Quotidiano del 31 dicembre scorso scrivevamo

1. che il Quantitative Easing di Draghi avrebbe fallito (per motivi a noi chiari da anni, poi brillantemente ribaditi e sviluppati a maggio su asimmetrie.org dall’amico Charlie Brown);

2. che la crescita sarebbe stata inferiore alle aspettative del governo (e più vicina alle nostre previsioni);

3. infine, che il TTIP avrebbe fatto qualche passo avanti (il meccanismo comunicativo adottato, d’altronde, ci chiariva che anche in questo caso, come in quello della moneta unica, la decisione è sostanzialmente già stata presa, e tutto il resto è teatrino).

Che il QE abbia fallito lo dice da settembre anche il Financial Times, il cui scetticismo verso Draghi rasenta ormai il dileggio. Sulla crescita non mi pronuncio: ognuno di voi sa cosa pensarne. L’ultima edizione dei Conti trimestrali ISTAT dà per acquisita una crescita 2015 pari allo 0.6% (la nostra previsione). Nulla di sorprendente: il governo si basava sul suo wishful thinking (che entro certi limiti è anche un suo dovere istituzionale), e noi su un modello pubblicato su rivista, che aveva chiaramente specificato come e perché il QE non avrebbe promosso la crescita (ma questo lo sapete). Del TTIP è inutile parlarne. Decisioni prese sopra le nostre teste.

Con queste premesse, ho timore di volgere lo sguardo al 2016. Non è escluso, e anzi appare in questo momento molto probabile, che esso ci ponga di fronte al bivio del quale vi ho parlato tante volte: quello fra ricapitalizzare le nostre banche in euro, mettendoci in mano alla troika, o ricapitalizzarle in lire, riprendendo in mano la nostra vita. La prima opzione ci è stata graziosamente annunciata dall’amico Lars, nell’inedita veste di misso dominico, come vi ho riportato qui; la seconda opzione è quella che la storia dichiara inevitabile, cosa della quale ormai si accorgono un po’ tutti: dal simpatico Bilbo, a Zingales (se pure in forma tortuosa e implicita, come vedremo). Quindi la valutazione è che arriveremo con probabilità uno alla seconda, ma passando con una probabilità ormai decisamente superiore a 0.5 per la prima.

Se però mi permettete, vorrei motivare questo giudizio di sintesi con un minimo di analisi, stimolata anche dalle recenti discussioni su questo blog. La domanda che in molti ci siamo posti (o almeno, che vi ho stimolato subliminalmente a porvi) durante questo ultimo mese è: “ma perché quando si parla di moneta o di corruzione la gente sclera?”.

Può sembrare che questa domanda abbia poco o nulla a che vedere con la crisi bancaria che tanti paventano, o con la maggiore o minore probabilità di un commissariamento dell’Italia. Può sembrare anche che i due termini della questione (corruzione e moneta) siano eterogenei, e che quindi metterli insieme in uno stesso interrogativo non ci aiuti molto a procedere nella nostra analisi, nella nostra comprensione del reale.

Naturalmente la penso in modo un po’ diverso. Credo che una riflessione su questa domanda ci aiuti a capire perché siamo arrivati qui e quali strade ci si aprano, o meglio chiudano, davanti. Per giustificare questa mia intuizione, vi faccio notare una cosa. Esiste una piacevole simmetria fra lo sclero sulla moneta e quello sulla corruzione. Come ormai avrete notato, chi sclera sulla moneta normalmente tende a negare che essa sia un fatto politico (“l’euro è solo una moneta”), il che non esclude che ad essa attribuisca un valore morale (“non puoi più fare il furbo svalutando la liretta”). Simmetricamente, chi sclera sulla corruzione normalmente tende a considerarla il fatto politico (in effetti: l’unico fatto politico rilevante), riconducendo sistematicamente i giudizi politici a giudizi morali.

Vorrei porre come ipotesi di lavoro quella che l’esercizio del dibattito e dei diritti politici abbia come obiettivo il trovare, nelle forme che l’ordinamento prevede e consente, un punto di sintesi fra interessi in conflitto, affinché la vita della polis resti nella misura del possibile pacifica e ordinata. Io non sono uno scienziato politico, quindi può darsi che chi invece lo è trovi questa mia affermazione un po’ naïve (e in questo caso, a differenza di quando si parla di cose che io conosco e l’interlocutore no, sarò lieto di accettare correzioni). Diciamo però che se scendiamo dal terreno dei grandi ideali (cioè delle cortine fumogene) a quello della “struttura” (cioè dell’economia), è abbastanza ragionevole riconoscere che capitale e lavoro (da definire caso per caso) hanno interessi confliggenti, e che una mediazione efficiente di questi interessi è indispensabile. Sapete che la mediazione attuale, quella basata sullo schiacciamento del lavoro, è inefficiente, perché conduce naturaliter a una crisi finanziaria, come spiego ne L’Italia può farcela, dopo avervene parlato ad esempio a Pescara e a Bruxelles.

Ora, torniamo ai nostri amici per i quali la corruzione è un fatto politico, mentre la moneta no. Secondo me le cose stanno esattamente al contrario: la moneta è un fatto politico, la corruzione no.

La corruzione non è un tema politico
Mi spiego subito, partendo dalla seconda affermazione (prima che qualche poraccio con l’invidia penis del SUV venga a buttare tutto in caciara), e lo faccio con un esempio. A voi risulta plausibile, o anche semplicemente possibile, che un partito politico metta nel suo programma l’incitazione alla corruzione? Direi di no. Difficile che un politico si presenti in un dibattito dicendo: “Io sono per la corruzione!” (o per l’incesto, o per quel che è…). Ora, visto che nessuno dichiarerà mai di propugnare o difendere la corruzione, sul tema non ci potrà mai essere contrasto di interessi, e nemmeno di vedute, né dibattito fra favorevoli e contrari. Quello della moralità, in effetti, è un tema prepolitico: chi lo usa come tema politico si propone in effetti di annientare la possibilità di qualsiasi dibattito.

Lo si è visto bene nel dibattito sottostante a questo post, che, scritto al volo ai giardinetti, ha avuto un successo inaspettato (bè, proprio inaspettato no, ormai mi conoscete…): 12867 visualizzazioni, 244 commenti, 16 “+1” in GooglePlus. Ma la discussione ha avuto degli esiti che non stento a definire surreali.

Ci sono stati alcuni casi patologici (non me ne vogliano gli interessati), come quelli di tal Zundap, che commentando un post nel quale scrivevo che il Fatto Quotidiano “è più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè, come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court”, e che “sta facendo un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo. Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico (leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui temi di fondo”, interviene in tal guisa:

Luigi Zundap ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La corruzzione rende ciechi":

Travaglio ed il FQ non sono il massimo dell'informazione ma per favore in mezzo alla stampa nazionale sono uno dei pochi giornali che cercano di fare una informazione "decente" quindi "non spariamo sul pianista".

Postato da Luigi Zundap in Goofynomics alle 28 dicembre 2015 14:27

E va bè…

Ma anche al di fuori di questi casi limite, nessuno è voluto entrare nel merito delle tre questioni che sollevavo:

1. è scorretto (mi spiace dirlo, ma questo è) presentare surrettiziamente come un’anomalia statistica un dato che viceversa è in linea con la media europea (l’evasione italiana sta all’evasione europea come i redditi italiani stanno a quelli europei);

2. è politicamente inopportuno, soprattutto in questo momento di emergenza nazionale, farlo con intenti razzisti verso gli italiani;

3. è logicamente contraddittorio chiedere di pagare le tasse a beneficio di una comunità che si dipinge come una comunità di cialtroni (che quindi non meritano né risorse né tantomeno correttezza).

Ecco, è soprattutto l’ultimo punto che mi sembra sia sfuggito un po’ a tutti. Il messaggio “travaglista” è intrinsecamente contraddittorio, a mio avviso. Non puoi partire dall’assunto che noi italiani siamo ontologicamente merda senza se, senza ma e soprattutto senza forse, e poi pretendere che siamo lieti di contribuire (da contribuenti) a questo mucchio di letame! Forse chi esorta alla lealtà verso lo Stato, dovrebbe mostrare, o almeno fingere, un minimo di fiducia nelle proprie istituzioni e nei propri concittadini, di moderato orgoglio nazionale, qualcosa che trametta insomma il senso che il sacrificio che si sta per fare non è un vuoto a perdere, non va solo nelle ostriche di Batman, ma anche (e prevalentemente) nello stipendio del medico di pronto soccorso. Invece gnente. Noi siamo merda, ma dobbiamo pagare altre merde. Insomma, la versione Cambronne del mercoledì delle ceneri: merda alla merda.

Invece di discutere questo tema, cioè l’opportunità di creare un minimo di senso dello Stato partendo dalla costruzione di un’identità positiva per la nostra comunità, si sono attraversate sessanta sfumature di imbecillità, dal “Bagnai giustifica la corruzione”, all’immancabile “artigiano col SUV”, senza mai passare per un confronto coi numeri (il tema della mia prima osservazione).

Ma non ne voglio ai tanti che hanno animato questo surreale dibattito. Non è colpa loro se sono caduti in trappola. L’uso di un tema prepolitico con finalità apolitiche non è mica casuale, non è una novità, e non è che ci voglia un genio per praticarlo, mentre bisogna essere un minimo smaliziati per evitare di cascarci. Sono tecniche che si imparano sui libri, come quelli di Foa e di Giacché. Per azzerare il dibattito politico basta scegliere un tema valoriale, ed è fatta. Il dibattito prende subito la nota piega (anzi: piegà):

Uno: “O-ne-stà! O-ne-stà!”
Un altro: “Scusate, la disoccupazione…”
Uno: “Ecco, sei corrotto, sei contro l’o-ne-stà, o-ne-stà, i problemi si risolvono con l’o-ne-stà, o-ne-stà, cosa vuoi? Fare spesa pubblica per promuovere l’occupazione? Allora sei corrotto! Non hai capito che il problema è che se so magnati tutto? O-ne-stà, o-ne-stà…”

E via così, secondo il teatrino al quale assistiamo da tempo e che sinceramente stufa.

Ve lo dico in un altro modo, cari amici. Lo capite sì, o lo capite no, dopo gli esempi che vi ho fatto, che trasformare il tema dell’onestà in un tema politico è una trappola costruita per costringervi al ruolo di imbecilli? Imbecilli che poi non siete, ne sono certo. Ma quante stupidaggini si fanno agendo d’impulso? Pensateci. Se verrà la troika, non è escluso che abbia questi begli occhioni scuri: il Financial Times non ti sdogana per caso. Allora ne riparleremo, se avrete voglia, va bene?

La moneta è un tema politico
Poi c’è lo sclero sulla moneta: quello è ancor più incomprensibile. Più esattamente, come ho già avuto modo di dirvi, è per me incomprensibile come a “sinistra” si possa affermare che l’euro è solo una moneta! Il rifiuto di ammettere quello che è ovvio, e che intellettuali del calibro di Streeck ribadiscono, ovvero che i sistemi monetari sono istituzioni, e come tali sono il prodotto dei rapporti di forza prevalenti fra le classi sociali, e contribuiscono quindi a loro volta a determinare questi rapporti (cioè, in soldoni: incidono sulla distribuzione del reddito), questo rifiuto rimane per me incomprensibile e priva chi più ne avrebbe bisogno della capacità di leggere l’evoluzione degli avvenimenti.

Guardate ad esempio cosa ammette il nostro migliore amico, Zingy!


(in una intervista al Fatto Quotidiano). Dice quello che qui ci siamo sempre detti, e che era parte della normalità, come ho cercato di spiegarvi (suscitando interminabili scleri): che il finanziamento con base monetaria (oltre a essere, come vi ho mostrato, una prassi normale prima della controrivoluzione liberista), è ovviamente l’unico modo per risolvere effettivamente un crisi bancaria sistemica. Solo la garanzia di una Banca centrale può arrestare il panico: i risparmiatori non correranno in banca a prosciugare (o tentare di prosciugare) i propri conti se sanno che la Banca centrale alle brutte “stamperà” i soldi che eventualmente mancassero. E ovviamente se i risparmiatori sanno che le cose stanno così, in banca non ci vanno, e quindi la Banca centrale di soldi deve stamparne molti di meno!
Finirà così, dovrà necessariamente finire così, e, come vi ho altresì già detto, anche l’eterno secondo alla fine lo ha confessato. L’unica utilità residua del QE è quella di contribuire indirettamente al risanamento del sistema bancario, monetizzando la monnezza che si è andata accumulando nel tempo, cioè facendo in forma surrettizia quello che le regole europee vietano di fare in forma esplicita: intervenire come lender of last resort delle istituzioni bancarie. Una funzione assolutamente fisiologica per una banca centrale, come feci notare tempo addietro in una polemica della quale forse vi siete dimenticati, e che fra l’altro, secondo me, non è nemmeno esplicitamente vietata dai Trattati (che invece vietano l’intervento per monetizzare il deficit pubblico, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul primario).

Il problema di moral hazard, cioè il fatto che stampando la liretta deresponsabilizzi er politico o er l'amministratore, non si risolve espropriando i pensionati, ma punendo i responsabili, se lo si vuole fare, e questo lo dice chiaro e tondo anche Zingales (onore al merito).

Ma c’è un problema, che capisci solo se ammetti che l’euro è un’istituzione. E qual è? Quello che noi conosciamo, e che Zingy dice certamente senza accorgersene e probabilmente senza volerlo dire! 

Sentitelo:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Italia, la Bce interverrebbe in modo deciso?”

Avete capito?

Riportiamo questa logica al mondo di prima, che sarà quello di poi, ovvero il mondo delle banche centrali nazionali. Riportiamo cioè il discorso dalla scala della nazione europea (che non esiste) a quella dello Stato italiano (che esiste). Per fissare le idee, sostituite BCE con Bankitalia, e Italia con Campania. Il passo, dopo questa sostituzione, diventa:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Campania, Bankitalia interverrebbe in modo deciso?”

Se leggete la seconda versione, notate una certa assurdità. Perché mai Bankitalia non dovrebbe intervenire a salvare una banca con sede a Napoli? Che interesse avrebbe a far fallire la Campania? E perché la BCE non dovrebbe intervenire a salvare le banche italiane? Che interesse avrebbe a far fallire l’Italia?






































































Ah, ecco…












































































Chissà se così riuscite a farlo capire ai vostri amici che:

1. l’intervento della Banca centrale “stampando moneta” è ammesso e anzi considerato risolutivo perfino da Zingy e perfino dal Financial Times;

2. però non lo si può mettere in pratica perché l’euro non è solo una moneta: è un sistema monetario, cioè un’istituzione, che riflette un ben preciso sistema di rapporti di forze, che in questo momento ci vedono soccombere.

Così è più chiaro?

Ecco: se uno capisce che la moneta è politica, allora capisce anche perché alla fine la Banca centrale dovrà intervenire, e perché l’intervento risolutivo non potrà mai venire da una Banca centrale europea. Il che implica, ovviamente, che l’intervento risolutivo potrà venire solo da una Banca centrale nazionale, cioè che, come dice l’amico Bilbo citato nel post precedente, bisognerà uscire.

E a questo punto avrei voluto parlarvi di tavoli: ma mi stanno chiamando, e lo farò un’altra volta e in altra sede. Il tavolo al quale devo sedermi non prevede, purtroppo, la vostra presenza…