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mercoledì 4 ottobre 2017

Le leggi razziali

Il padrenobilismo è una malattia ben diffusa qui a sinistra.

Direte cinici: bè, per forza, i padri nobili sono un serbatoio di voti! Sì, avete ragione, ma non è tutto qui. Questo può spiegare il caso Bersani (tanto per non far nomi), e perché politici (uno, in particolare) perfettamente consapevoli del fatto che "noi siamo quelli dell'euro" è un suicidio politico (prima di essere una vergogna), se lo tengono ancora stretto. Ma un padrenobilismo simile, di matrice meramente opportunistica, lo trovereste anche a destra, e anche al centro. A noi, a sinistra, ne è toccata in sorte una forma più radicale e perversa. Certo, fa strano che quelli del "vietato vietare", i dissacratori, oggi girino coi santini col cruscotto, come un qualsiasi "operatore logistico" (suppongo che oggi camionista si dica così) "diversamente settentrionale" (ovvero di S. Giovanni Rotondo). Eppure, ogni volta che viene evocato Ventotene, ve ne sarete accorti, si viene proiettati oltre la liturgia, dal rituale si transita nella superstizione, nella religio di Lucrezio, in una sfera prerazionale, prepolitica, sciamanica...

Non a caso scelgo il termine "sciamanico": perché solo una dimensione tribale, o meglio, più esattamente: solo il bisogno di ritrovare, di ricostruire, le dinamiche di appartenenza tribali, così cogenti, così vincolanti perché dettate dalla necessità di sopravvivere in contesti ancora non domesticati dalla civilità, può spiegare per quale dannato motivo persone come noi istruite, e spesso più di noi capaci di fare i propri interessi con la sordida meticolosità degli avari di Balzac (ma sempre conservando una patina a modo suo balzacchiana di rispettabilità - in questo caso, però, non borghese, ma "de sinistra"), soggiacciano poi nel ragionamento politico a logiche elementari, anzi, a logiche illogiche, che li portano ad assumere come un dato di natura, un dato prepolitico, ordinamenti che non sono naturali, ma umani, e ad appoggiare nei fatti esattamente quel tipo di politiche che a parole dicono di voler combattere, e questo perché "glielo chiede l'Europa", che, beninteso, non è "quella di Ventotene" (questo si affrettano ad aggiungerlo), ma potrebbe forse esserlo: e a questo "poter forse essere" (che non è non dico l'embrione, ma nemmeno il gamete di un "dover essere") essi si inchinano.

Il bisogno di appartenenza, del resto, alimenta un prepotente bisogno di auctoritas. Ed è qui che interviene il padrenobilismo: come scusa per nobilitare (appunto), per riscattare, un atteggiamento sostanzialmente gregario e passivo verso la politica, atteggiamento del quale lo pseudocolto di sinistra non potrebbe non vergognarsi, se dovesse limitarsi a leggerlo per quello che è: una manifestazione di scarso spirito critico e di nulla passione civile. Insomma: il prezzo dell'identità, dell'appartenenza a un gruppo, è naturalmente quello di venire a compromesso con se stessi, di dire o fare cose che non si approverebbero. In cambio hai protezione (sotto forma, a seconda dei casi, di una scodella di sorgo o di un ruolo sociale). Tradire se stessi è la strada maestra per tradire tutti gli altri, e viene certo molto più facile se puoi farlo sotto l'ombrello di una autorità presentata come inconfutabile: "i Padri Fondatori" (con le maiuscole), leggevo oggi in uno sconclusionato sproloquio padrenobilista, nel quale, ovviamente, si lamentava che questa Europa ecc... ma! (Ma ce la teniamo, ovviamente. Perché? Perché sì...).

D'altra parte, se i farabutti non ambissero a rappresentarsi e sentirsi dei paragoni di nobiltà d'animo, ci sarebbero molto più simpatici e sarebbero molto meno dannosi. Invece questa ambizione non la depongono, e ad essa è funzionale il padrenobilismo.

Certo, anche il padrenobilismo i suoi rischi li presenta. Spesso il padre nobile scelto è francamente improponibile (ogni riferimento a padri nobili sopra citati è puramente intenzionale), anzi, direi che lo è di norma, perché i motivi della scelta, quando non sono venali ("quello dice un sacco di fregnacce ma porta voti!") sono comunque estemporanei, illogici.

Prendiamo ad esempio Franco Modigliani.

Mi piace ricordarlo oggi che una certa sinistra, farfugliando cose che visibilmente non è in grado di capire, riscopre la natura keynesiana e lavorista della nostra costituzione. Sarebbe utile che chi può si legga Post Keynesian theory and policy di Paul Davidson, e in particolare il Capitolo 5: "Why traditional mainstream Keynesian theory is not Keynes's theory". Servirebbe a capire quale opera di tradimento e "sterilizzazione" del messaggio keynesiano sia stata fatta da Modigliani (sotto l'impronta intellettuale del suo coautore Samuelson), per il tramite di quella che noi istruiti chiamiamo "la sintesi neoclassica". Viene da Samuelson l'idea che ogni modello economico possa essere ricondotto, come caso particolare, al modello di equilibrio economico generale di Walras, l'idea insomma che la Teoria generale di Keynes non sia, appunto, una teoria generale, ma il caso particolare, a salari fissi, del modello walrasiano. Il corollario di questa impostazione, ovviamente, è che tutti i problemi si possono risolvere con le riforme strutturali (cioè favorendo la flessibilità verso il basso dei salari). Un'idea, voi lo capite bene, perfettamente compatibile col jobs act del cattivo Renzi, ma certo non che la liturgica invocazione dell'art. 1 fatta non ricordo più se da Fassina o da D'Attorre (o da chi?).

Voi direte: "Stai rimbecillendo come un certo editorialista della domenica (che però ha la scusa di avere alcune decine di anni più di te): divaghi, divaghi,... Ma dove vuoi arrivare? Che c'entra Modigliani con i nostri problemi, con la Catalogna, con la ripresa economica?"

Calma, ci arrivo. Modigliani ci interessa per due motivi, che vi enuncio prima di spiegarveli (o rispiegarveli):

1) perché è un esempio, uno dei tanti, di economista di destra diventato padre nobile della sinistra;
2) perché nonostante non fosse un genio (e ci tenne a certificarlo con un Nobel), salvò la pelle (del che siamo lieti).

Entrambe queste cose ci riguardano, e la seconda più della prima.

Intanto, che uno per cui tutti i problemi si risolvono tagliano i salari non possa ragionevolmente essere considerato di sinistra credo che voi lo capiate! Bene. Allora vorrei ricordarvi che questo caro, simpatico vegliardo, proprio lui che aveva firmato insieme a un altro padre nobile di figli d'arte di sinistra questo appassionato manifesto a favore di politiche supply-side (aka riforme strutturali, aka taglio del vostro, non del suo, salario...), proprio lui aveva guadagnato sul campo i galloni di padre nobile, perché... aveva battibeccato con Berlusconi durante una diretta televisiva! Qualcuno ricorderà questo episodio, e se riuscisse a ritrovare lo spezzone video glie ne sarei molto grato. Per me, che ero ricercatore di fresca nomina, assunto nel dipartimento dove ero stato cresciuto ed educato allo spirito critico (oggi invaso dagli ultracorpi, ma tant'è: non è che altrove le cose vadano meglio...) ricordo che la scena fu surreale! Col senno di poi, devo dire che il Berlu, del quale mi farebbe molto piacere che si dedicasse ai suoi hobby, e che non ho mai votato, aveva un certo istinto: lo stesso che dimostrò dando del kapò a quel politico tedesco fallito...

Ecco, questo lo mettiamo in conto "paradossi del padrenobilismo": adottare come padre nobile un economista sostanzialmente reaganiano nell'approccio... e questo perché? Perché per motivi estemporanei ha avuto un diverbio con il simbolo del Male (essendo però stato lui un Male ben più profondo e radicale in termini di snaturamento dell'unico pensiero rivoluzionario partorito nel XX secolo - nel XIX non era andata molto meglio...).

E del salvare la pelle?

Parliamone. Vi ricordo che Modigliani fu quello che, mentre invocava politiche supply side (costituendosi propagandista dell'approccio al mercato del lavoro elaborato e poi imposto dall'OCSE, come abbiamo visto qui grazie ad Agénor, quello basato sul concetto di occupabilità, anziché di occupazione...), andava anche petulando in giro che l'euro era buona cosa, perché la Bce sarebbe stata un organo collegiale, marcando un progresso rispetto alla situazione degli anni '80. Negli anni '80, infatti, per evitare fughe di capitali verso la Germania i paesi satellite dovevano scegliere il tasso di interesse che la Germania praticava, quello che faceva comodo a lei. Non di meno (altrimenti i capitali sarebbero scappati in Germania), non di più (altrimenti gli investimenti sarebbero stati troppo compressi). Il grande vantaggio di passare alla Bce sarebbe stato quello di evolvere dalla situazione in cui si adottava il tasso di interesse che faceva comodo solo a uno, a quella in cui si adottava un tasso di interesse che non faceva comodo a nessuno! Vi ho descritto, faustianamente, questa vicenda in uno dei miei post preferiti (voi lo preferirete quando lo capirete: se ci volete provare è qui).

Uno che ragiona così, evidentemente, non è un gran genio. Perfino io, nel 1997, ero stato in grado di obiettargli che la Bce sarebbe stata egemonizzata dai paesi dell'ex area del marco, come poi fu,  e come Modigliani stesso lamentò nel 2002: e fu il suo canto del cigno. Ci voleva una testa discretamente vuota, vuota come le quinte del Doppelgänger, per non capire l'ovvio cinque anni prima che questo bussasse alla porta...

E anche qui, a me, che ero persona istruita (dai baccelloni), colpiva una cosa: ma come diamine aveva fatto un fenomeno simile ad andarsene per tempo dall'Italia, a non finire, come tanti altri, nei campi tedeschi, uno incapace di vedere pochi mesi al di là del proprio naso?

Alla risposta ci sono arrivato da poco, e ve ne ho parlato qui: c'era stato un bel segnale di discontinuità, c'erano state le leggi razziali: non occorreva essere un genio per capire, se eri ebreo, che era il momento di cambiare aria. Bastava non essere un bandierista, e avere i mezzi materiali per farlo...

Ora, noi siamo un pochino più lungimiranti del buon Franco. Sarà perché siamo nani sulle spalle di un gigante (Keynes, decisamente non Franco), ma intanto riusciamo a capire che un sistema nel quale l'unica valvola di sfogo è la compressione dei salari si condanna alla deflazione, e poi intuiamo anche che siccome i salari sono il reddito della maggioranza, se vuoi comprimerli poi devi comprimere la democrazia, e in fondo a questo percorso c'è la guerra. Ho cominciato a far notare questo sgradevole dettaglio prima di Maidan. Ma Maidan è in Ucraina, quelli sò strani, sò cosacchi, da noi ste cose nun succedeno... Ora vi state godendo (si fa per dire) lo spettacolo della Catalogna, che qualcuno ha definito una Maidan a bassa intensità: chissà che domani una cosa simile non possa succedere anche da noi, per un pretesto qualsiasi (non necessariamente le pulsioni autonomiste di un territorio)? Solo per dirvi che molti di voi credo abbiano cominciato a prendermi un po' più sul serio.

Resta il fatto che, come vi dicevo un paio di anni or sono, oggi mi sembra difficile ricevere un segnale come quello che il buon Franco ricevette e seppe interpretare. In altre parole: quando è che dovremo andarcene per salvare la pelle? Quando è che il potere ci userà l'inaudita accortezza di segnalarci il suo irreversibile scadimento verso il fascismo?

Io che sarebbe il caso di andarsene lo dico da un po'. Non a voi, naturalmente! Perché, sapete, l'economia funziona così: se un'idea buona la dici a tutti, poi diventa cattiva. E io a voi voglio bene, ma a me di più... Molti hanno capito ugualmente, e ogni tanto ci salutano: chi dalla Nuova Zelanda, chi dalla Norvegia... Ma, insomma, a Rockapasso che questa storia finirà, ma finirà nella violenza, non lo dico da domani. L'argomento era sempre: "Ma i genitori?", e la mia replica: "Ma i figli?". Alla fine, siamo giunti alla conclusione che ove mai si dovesse costituire l'esercito europeo, ce ne andremmo (a proposito: devo ricordarmi di controllare i passaporti). Tuttavia, mi sto chiedendo se sia veramente il caso di aspettare questo snodo, che effettivamente sarebbe piuttosto esplicito. Perché già oggi stanno succedendo cose abbastanza preoccupanti, ma delle quali, per qualche strano motivo, fino a ieri mi preoccupavo praticamente da solo: e mi riferisco, come avrete capito, alla censura, altro fiore all'occhiello di ogni regime totalitario.

Vi lascio con due lettere che ho ricevuto, e che mi inducono a pensare che forse non è proprio il caso di aspettare che arrivi l'Eurogendfor a prenderci a casa.

La prima è mi arriva da "uno de passaggio"(che in realtà sono due: uno va nei paesi emergenti a vendere casseforti, e l'altro ci va a svuotarle - via crisi finanziarie. Ho begli amici, vero? Diciamo che sono il lato piacevole di questa esperienza per altri versi un po' usurante. Comunque, questo è quello che le casseforti le vende...):




Caro Alberto,

oggi a Piddinia è la festa del patrono San Culazio (patrono dei posteggiatori), per cui ho passato una giornata dedicata alla famiglia... e alla lettura.

I tuoi tweets, e quelli che rilanci, offrono sempre spunti interessanti. 
Mentre ammiravo lo sguardo smarrito di Rajoy, ritwittato da lemasabachthani (a proposito, la partita ispano-catalana sembra venga gestita da ambo le parti per ottenere i peggiori risultati possibili!) mi è caduto l'occhio sul promoted tweet appena sotto, la cui immagine ti allego.


Penso sia stata deformazione professionale causata dall'uso del termine "Blockchain", che mi ricorda tanti articoli da hardware shops; e forse anche la presenza del colosso (dalla salute malferma) assicurativo/cooperativo bolognese Unipol.

Sta di fatto che ho cliccato sul link e ho trovato questo. Di recentissimi esempi di quanto stia diventando sempre più orwelliana e distopica la nostra società, oggi ne hai rilanciati molti (come questo, questo, e questo:  follie che per uno spirito libertario (ed anche per chiunque riconosca il valore dello Stato di diritto) sono vere e proprie pugnalate inferte ai cittadini, sempre più avviati a tornare sudditi (i più fortunati) o schiavi; ma la naturalezza con cui tale Elena Comelli scrive ciò che scrive, ed anche il fatto che qualcuno paghi perché il suo articolo venga promosso su Twitter, mi riempiono di sentimenti contrastanti (nessuno dei quali però teso alla gioia).

Davvero chi propala tali concetti non si rende conto delle implicazioni che la loro applicazione avrebbe/avrà sulla vita, sulla privacy, sui diritti e, in sostanza, sulla "libertà dal bisogno" delle persone? Con un'iperbole (forse) mi chiedo quante anime il diavolo abbia comprato nel mondo della comunicazione.

Penso di dover accelerare i miei proposti intercontinentali.

Un forte abbraccio

Uno de passaggio

...e l'altra lettera mi è arrivata dal vicepresidente (di asimmetrie): oggetto "Questa è davvero grave", e contenuto un solo link, questo.

Alla domanda se ci sia qualcuno disposto a fare una battaglia per la libertà di opinione, io posso dare solo i nomi di due che certamente non sono disposti, perché gliel'ho chiesto quando per combattere c'erano margini maggiori di quelli attuali: li conoscete e non vale la pena di ripeterli. Ho dovuto elaborare il lutto di  veder crollare il sistema di valori al quale ero stato educato: quello secondo cui, siccome la sinistra era antifascista, e il fascismo aveva conculcato la libertà di pensiero, la sinistra avrebbe difeso la libertà di pensiero. Sapete che fin da subito, fin dalla pubblicazione del mio primo articolo sul manifesto, mi ero dovuto ricredere.

Ma il punto è che oggi credo a nessuno questa battaglia interessi, e il motivo temo sia ovvio: si avvicina (forse) un cambio della guardia, e sono in molti a poter legittimamente pensare che sia delle leggi sulla censura quello che è delle leggi elettorali: fatte per blindare la posizione di chi è al governo, diventano poi lo strumento col quale chi è all'opposizione blinda se stesso, una volta raggiunto il potere. La libertà di pensiero, che in tempi meno malsani fa paura solo al potere, oggi mi sembra faccia paura anche all'opposizione, e penso che anche qui il motivo sia evidente. Se la sinistra sta pagando, come prevedibile, il prezzo di aver fatto politiche di destra (inutile citare l'articolo nel quale lo annunciai, tanti anni fa), questo però non significa che la destra sia necessariamente disposta a fare politiche di sinistra (cioè il contrario delle politiche che i padri nobili Modigliani e Sylos Labini auspicavano). Una riflessione sul fallimento delle riforme, e più in generale sul fallimento del mercato, e sulla necessità di ritornare a un modello di economia mista, non fa comodo credo a nessuno, perché a sinistra è stata cancellata dall'orizzonte del dicibile, e a destra è oggettivamente in contrasto con gli umori di una parte non indifferente dell'elettorato. Meglio non pensarci, meglio non pensare...

Io proverò a combattere, ma temo di sapere come andrà a finire questa storia: finirà in nulla, e ci terremo questa ulteriore violazione delle nostre libertà, abituandoci. Quando ci volgiamo indietro, al XX secolo, vediamo Auschwitz, questo culmine di orrore. Si impone alla vista per la sua enormità, e anche perché è più vicino, ma così facendo, questa vetta di abominio, ci nasconde l'abisso che la precedette. Come si arrivò ad Auschwitz? Non credo che il percorso sia stato molto ripido: penso che sarà stato graduale, e che poco a poco si sia scivolati nell'orrore, così, banalmente, ogni volta pensando che alla fine quello che stava succedendo era poca cosa, era sopportabile, e comunque sarebbe toccato prima da altri. Mi sembra abbastanza paradossale che si dia il nome di liberismo a un sistema sociale che in realtà si muove su un percorso preordinato, il cui punto di arrivo è ciclicamente quello e solo quello. La libertà dov'è, in questo sistema che ci costringe a ripetere gli stessi errori?

Ecco: oggi ho potuto dirlo.

Domani potremo sperimentarlo.

Buona notte e buona fortuna...

sabato 19 marzo 2016

Di nuovo la questione tedesca (guest post)

(...dal nostro amico Charlie Brown...)



Il dibattito sull'euro ha chiarito un fatto: sia l'unione europea che l'euro hanno radici politiche, non economiche.

La base dell'attuale assetto continentale, imperniato sull'euro, è da ricercare nella ferrea volontà americana di saldare insieme gli stati europei in un amalgama che includesse una Germania industrialmente forte. Una evoluzione dell'idealismo interessato di Wilson ed una soluzione pragmatica a due problemi:

(1) la "questione tedesca", aperta dal 1870. Con due guerre mondiali e l'olocausto sulle spalle si ritenne tale "questione" troppo pericolosa per non essere risolta una volta e per tutte cementando insieme stati di cui non ci si fidava (fu - ahimé? - rigettata l'alternativa del piano Morgenthau: trasformare la Germania in un inoffensivo stato agricolo), e

(2) l'esigenza di creare un blocco di contenimento all'espansione sovietica.

Un fil-rouge di terrore lega quindi Versailles, Yalta, la battaglia del fiume Ch'ongch'on, la dichiarazione Schuman e l'euro.

L'Europa di Ventotene è dunque figlia della paura, una creatura evirata sul nascere per privarla della sua più profonda e vitale essenza: quella di rappresentare una incredibile diversità di culture, a sua volta riflessa in altrettanti stati gloriosamente ed orgogliosamente disomogenei quanto a lingue, tradizioni, strutture economiche e giuridiche, valori.

È, quella di Ventotene, un’Europa in negativo, tenuta insieme dalla duplice paura del passato e del nemico comune, l'Unione Sovietica. Il venire meno della minaccia rossa, vera o supposta che fosse, e lo spostamento ad est del baricentro delle tensioni geopolitiche mondiali, ha fatto venir meno quelle ragioni di realpolitik poste alla base del "progetto europeo". Ciò ha aperto il varco al dominio delle convenienze e delle forze economiche: le economie di scala, la reviviscenza di conglomerati industriali troppo potenti, gli arbitraggi finanziari, ed il mai sopito spirito mercantilistico nord europeo. Come messo in luce con precisione da Alberto, ne sono conseguiti squilibri ed asimmetrie reali così rilevanti da minare il benessere della maggior parte degli stati continentali ed aprire di fatto per la quarta volta la "questione tedesca".

L'auspicio è che gli USA comprendano per tempo che siamo ancora in tempo per arginare (se non risolvere del tutto) in modo non cruento questo nuovo infausto risorgimento della "questione". Si tratta segnatamente di re-introdurre i cambi flessibili nel continente lasciando che gli stessi forniscano automaticamente quella disciplina sociale, e quindi economica, che l'attuale "integrazione politica" europea ("più Europa") rende sempre più remota. È vero che ciò può nuocere a certi programmi di sfruttamento delle economie di scala senza (apparente) rischio politico ed al desiderio squisitamente capitalistico di sempre maggior compressione salariale, e che quindi la soluzione logica è naturalmente invisa al Big Business il quale preferisce l'uovo di oggi alla gallina (forse spennacchiata) di domani. Ma è anche vero che:

1) i meccanismi di disgregazione economica e sociale in Europa sono ormai su autopilota e, con l'euro, quel rischio politico non fa che essere mimetizzato, amplificato, e rinviato quanto a manifestazione: in ultima istanza esso viene inasprito quanto ad effetti nel dies irae;

2) in uno scenario in cui il "Grande Gioco" in Asia Centrale e nel Medio Oriente ha portato la guerra alle soglie dell'Europa, non è più nella convenienza degli USA sacrificare la stabilità sociale nel nostro Continente per Salvare il Soldato Euro (le convenienze del complesso industriale-finanziario germanico e della finanza transalpina);  

3) il fatto che il TPP includa nazioni con valute e sistemi economici così diversi (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam) dimostra nei fatti che non è per nulla condicio sine qua non per gli USA trovarsi di fronte ad una unione monetaria per stabilire un accordo commerciale regionale significativo.

Diciamocelo: smontare l'euro è cosa pericolosa e delicata vista l'interdipendenza finanziaria tra le economie periferiche (infette da un euro sopravvalutato) e le grandi banche di un centro Europa asimmetricamente drogato da un euro sottovalutato. La catena del marcio è costituita non solo dai possedimenti nordici di titoli di stato periferici ma anche dai "derivati per l'Europa" annidati nel grembo banche nordiche. Poco o nulla si sa di questi strumenti finanziari tossici, eccetto che essi rappresentano una mina inesplosa la quale se lasciata esplodere in modo incontrollato rischia di far deflagrare anche i colossi USA del credito per effetto della interdipendenza sistemica.

Ma il buon senso e la logica dicono che più si aspetta a prendere l'inevitabile decisione di ritornare ai cambi flessibili nel Continente, più le basi reali delle economie periferiche si deterioreranno, e maggiore sarà il danno al sistema finanziario europeo (e quindi mondiale). Serve un medico di campo che non svenga alla vista della gamba incancrenita, ma che prenda la sega ed amputi per evitare che la cancrena si sparga ulteriormente arrivando agli organi vitali.

Forse qualche cosa si muove: le crepe che si intravedono nella compattezza del muro di fanatismo eurista (l’"accordo" con la Turchia che non va, il Divo Draghi ridotto a chiedere lumi sul futuro dell'euro, il disincanto con la prassi del merkeln-speriamo-ke-me-la-caven, l'irrequietezza degli stati est europei, il rigetto dei voltagabbana di Syriza in Grecia, e perfino il miagolio stizzoso del nostro Micio del Consiglio) lasciano qualche flebile speranza nel riscatto del buon senso.




Addendum e commento
Tornando dal mercato della place St. Marc trovo nella posta questo commento di un amico lettore che non interviene (credo) direttamente sul blog:

Poco fa ho letto il suo ultimo post e mi ha colpito una frase. Questa:

L'Europa di Ventotene è dunque figlia della paura, una creatura evirata sul nascere per privarla della sua più profonda e vitale essenza: quella di rappresentare una incredibile diversità di culture, a sua volta riflessa in altrettanti stati gloriosamente ed orgogliosamente disomogenei quanto a lingue, tradizioni, strutture economiche e giuridiche, valori.

Con riferimento al testo selezionato, l’altro ieri ho letto una frase analoga in un libro di Sergio Romano dedicato al Risorgimento italiano in cui descriveva le caratteristiche delle popolazioni italiane degli “staterelli" pre-unitari… Nel libro afferma che proprio le diversità di culture, di tradizioni, di sistemi economici e giuridici, di valori, hanno permesso agli italiani, nei secoli precedenti all’Unità, di divenire i più cosmopoliti d’Europa e quindi di sviluppare anche quelle capacità artistiche, intellettuali e scientifiche che il Regno d'Italia ha poi ereditato… 
Ma, con l’unione politica italiana, si è visto ciò che è successo nei decenni successivi: distruzione economica del Sud (a tutto vantaggio della flotta mercantile inglese nei commerci con il Medio Oriente), emigrazione di massa delle popolazione meridionali, ecc. ecc.

Azzarderei dire che GLI AMERICANI STANNO ALL’UE COME GLI INGLESI STAVANO ALL’UI

Buona giornata
Giovanni

Allora: intanto una questione di metodo. Se dico che il post è di Charlie Brown, significa che non è mio. Io non mi nascondo dietro un dito, come sapete. Se pubblico qualcosa in linea di principio sono d'accordo o comunque lo ritengo fondato. Nel caso della frase che ha colpito il nostro amico, ribadisco che non è mia, e aggiungo "purtroppo" perché la trovo molto centrata e molto bella.

Peraltro, vorrei che ragionassimo insieme sul secondo principio della termodidattica:


NON È BUON MAESTRO CHI NON È SUPERATO DALL'ALLIEVO

So che nella mia professione, caratterizzata da una diffusa invidia penis infra- e intergenerazionale, questo ovvio principio non è facile da interiorizzare, ma il fatto è che Leonardo aveva torto. Non è compito dell'allievo superare il maestro. È compito del maestro farsi superare dall'allievo, cioè porre le basi perché qualcuno prenda il suo testimone  porti avanti la staffetta della conoscenza. Per questo motivo quando leggo frasi come quella che ha colpito Giovanni, o blog come questo, e più in generale i contributi delle tante persone che sono maturate in questa famiglia, sono felice di vedere che tanto lavoro non è stato inutile, che tanti rischi non sono stati corsi invano. Non omnis moriar non solo e non tanto in quello che ho scritto, ma anche e soprattutto in quello che scrivete voi.

Venendo invece al merito della questione, che merita, vorrei sottolinearvi una cosa che ho imparato da Paolo Becchi, e che forse non è giunta alla vostra attenzione.

L'idea espressa da Sergio Romano è fondata in una lunga e consolidatissima tradizione liberale. Non è affatto originale, ma questo non è un rilievo critico, perché dopo quattro milioni di anni di stazione eretta direi che di originale possiamo aspettarci abbastanza poco, ed è spesso proprio la ricerca a tutti i costi dell'originale e del controintuitivo (vedi alla voce invidia penis) a causare i peggiori disastri estetici ed etici. In particolare, nel suo working paper È la fine dell'Europa?, Paolo ricorda (a pag. 2) come per David Hume la compresenza in Europa di giurisdizioni in libera competizione sia stata fonte di progresso, e prende come metafora ed esempio la Grecia classica, politicamente frazionata anche in virtù della sua orografia (ah, la geopolitica!), che proprio per quello, secondo Hume, sarebbe diventata un faro di civiltà (cosa per la quale oggi viene ringraziata come sapete).

Notate che Hume è noto anche per essere stato il primo a descrivere il meccanismo di aggiustamento tramite svalutazione interna - compressione dei salari - caratteristico di un sistema a cambi rigidi (ai suoi tempi, di un sistema monetario basato sull'oro). Era il 1752: dieci anni dopo aver chiarito l'assurdità politica di un impero europeo (al quale a quei tempi non credo nessuno pensasse seriamente: ci volle un altro provinciale, Bonaparte, per arrivare a concepire un aborto simile).

Ne seguono due paradossi. Da un lato è assolutamente normale che certi pensatori che vogliono essere più di sinistra di altri si accaniscano contro la compresenza di stati nazionali. Significa accanirsi contro il pensiero liberale, il che, se non altro, da parte loro è coerente. Dall'altro, procedendo su questa strada i nostri amici progressisti si accaniscono contro la libertà, e questo per dei progressisti è molto meno coerente. Non puoi volere l'euro, e libere elezioni, perché se adotti un regime che schiaccia i redditi della maggioranza, poi devi schiacciare la democrazia. Dopo la Grecia, questa cosa non la capisce solo ed esclusivamente chi è in cattiva fede a vario titolo (perché corrotto, perché ha rendite di posizione da difendere, perché aspira a entrare nel giro di quelli che contano - patologia molto diffusa in certi ambiti rivoluzionari, come certi percorsi individuali dimostrano, a partire da quello di Salvati, ecc.). Quello che agli illuministi era chiaro, cioè che uno stato paneuropeo si sarebbe necessariamente risolto in una compressione delle libertà di tutti, a loro non è chiaro. Se glielo si facesse notare, alcuni di loro obietterebbero che gli illuministi erano dei borghesi. Il che è vero, è un fatto. Affinché questo fatto potesse diventare anche un argomento, occorrerebbe però che certi intellettuali di sinistra fossero dei proletari.

Su quest'ultimo punto non mi risulta che abbiamo evidenze particolarmente compelling.


(...perdonatemi quest'ultimo sberleffo a #branacademy, che, come abbiamo visto, in Italia e anche in Francia tifa deflazione, ed è quindi giusto che di deflazione si estingua, the sooner the better...)