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mercoledì 1 novembre 2017

L'Ungheria e l'euro: un film già visto

Nelle ultime settimane, il dibattito sull’euro si è acceso anche in quei paesi, come l’Ungheria, che non fanno parte dell’eurozona ma che nel trattato di adesione si sono formalmente impegnati ad adottare la moneta unica. A settembre, un partito di recente formazione ha ottenuto l’adesione di un centinaio di economisti ungheresi di diverse tendenze politiche ma accomunati da una visione sostanzialmente prona ai cosiddetti interessi “europei” con l’idea di un referendum sull’introduzione dell’euro. Lo slogan dell’iniziativa è chiarissimo: “Chi è contro l’euro è contro l’Europa”. L’euro è visto da ampi settori dell’opposizione politica e intellettuale liberal-socialista (ascrivibile all’area “progressista”) al governo Orbán come garanzia dell’aggancio del paese al futuro nucleo forte dell’Europa che si starebbe formando in seguito alle proposte del presidente francese Macron.

[...]

(...il resto lo trovate qui. Il film già visto credo intuiate quale sia: quello in cui tanti uomini onesti e probi vengono attirati in trappola proponendo loro una facile soluzione (finale) "esterna" a un problema politico "interno", quello che sorge quanto altrettanti uomini onesti e probi, solo, un po' di più, hanno votato uno che ti sta sui maroni. Da noi, come forse ricorderete, l'Europa veniva usata come clava contro Abberluscone: l'argomento era più o meno del tipo "ma non vedi cosa pensano da noi in Europa per colpa di Berlusconi!". Tralascio di ricordare cosa ci fosse in Europa allora, e cosa ci sia ora: il punto infatti non è e non può essere quello di mettersi sullo stesso piano di chi scioccamente moralizza, per fargli notare come alle nostre pagliuzze corrispondano in genere gli altrui pagliai. Fare questa operazione è doveroso e c'è chi l'ha fatta benissimo e ha fatto bene a farla, ma qui il punto è un altro: è profondamente antidemocratico, anche perché è una spaventosa ammissione di debolezza dell'ordinamento e di sfiducia verso il corpo e il processo elettorale, aspettare che un problema politico vero o presunto - le scopate di Berlusconi, il fascismo di Orban - venga risolto dal Settimo cavalleggeri di un potere esterno, dalle dubbie fondamenta e dalla nulla trasparenza: Leuropa. Mi sembra assurdo che questo atteggiamento sia fatto proprio da persone di ispirazione liberale, o socialista, ma la parola chiave, come qui sappiamo, è "intellettuale". Un intellettuale, qui e ora, è una persona che, in virtù di quattro imparaticci politicamente corretti, si sente in diritto e quindi in dovere di disprezzare il popolo, la maggioranza. Insomma: da Pasolini, i nostri intellettuali sono regrediti a Pavolini. Anime grandi di princisbecco, incapaci di confrontarsi con la realtà, e quindi frustrate, meschine, incapaci di aspirazioni ideali, pericolose a se stesse e al prossimo loro qui come in Ungheria come ovunque. Il disprezzo per l'uomo conduce al genocidio: l'unica cosa incerta è la durata del percorso. Solo sulla carità, cioè sull'amore per l'umanità, è possibile articolare progetti non autodistruttivi. E ancora, questa condizione è necessaria, ma non è detto sia sufficiente...)

(...io comunque il mio lo faccio: fra due settimane sono a Rzeszow - come goście specjalni, e poi l'otto dicembre sono a Praga a parlare in uno scantinato. La collocazione che si conviene a un populista che vivacchia ai margini della comunità scientifica. A tutti gli altri ho cortesemente detto di no. Il lavoro da fare è tanto, e per ora sono più efficace a casa mia che sbattuto in giro per il mondo...)

sabato 30 aprile 2016

Lettonia, Irlanda e Ungheria nell'ESA2010

Buonasera Pforessor Bagnai,

Le scrissi in passato per commentare il "cambio di rotta" di AMS.
 
Questa volta avrei bisogno di un Suo chiarimento circa i dati Eurostat
pubblicati nei suoi recenti post sulla Lettonia e
sull'Irlanda-Ungheria, non avendo trovato da solo una risposta ai miei
dubbi:

cercando per curiosità di scaricare i dati sulla Spagna e, consultando
il database Eurostat, ho notato che erano disponibili i dati del 2014
e 2015, ma sia gli importi, sia il nome del file sono diversi da
quello da Lei utilizzato nel post sulla Lettonia. Il percorso
utilizzato nella ricerca è questo:
http://ec.europa.eu/eurostat/web/national-accounts/data/database.

Non so se ho cercato il file sbagliato (GDP and main components -
output, expenditure and income - nama_10_gdp), visto che il Suo era
"nama_gdp_c").

Le differenze fra gli importi cambiano anche i rapporti fra quota
salari e quota profitti, a seconda del file consultato. Allego un file
excel con i dati riferiti a Irlanda e Ungheria, confrontandoli con
quelli da Lei usati nel post di oggi (a destra).
Vista la mia inesperienza (sto imparando a cercare i dati grazie al
blog) ho deciso di chiederLe questo chiarimento.

Se a causa degli impegni non avrà tempo e voglia di rispondere non c'è
problema, mi rendo conto che in questo momento avrà cose ben più
urgenti da fare.

Grazie mille, 
M.L. 

(...no: niente è più urgente dei dati: Uga aspetterà la cena...)

M.L. ha ragione. Vi dicevo che rispetto al sistema contabile precedente, considerato qui, l'ESA2010 non cambia molto, e così è, ma in effetti siccome quest'ultimo è il sistema più recente e ora in vigore, andiamo a vedere come stanno le cose (i dati si ricavano qui). Questo, fra l'altro, ci permette di aggiungere un pezzettino alla storia. La struttura dei conti è sostanzialmente identica, con l'unica accortezza che per riconciliare col dato del PIL la somma delle componenti della domanda dovrete tener conto in alcuni casi di una discrepanza statistica (che è riportata ovviamente dal database). Vi do le tre tabelle aggiornate al volo: gli andamenti sono sostanzialmente quelli evidenziati nei post precedenti, con l'unica precisazione che in Lettonia pare che la distribuzione del reddito tenda a riequilibrarsi dopo il 2013 (ma per i redditi da lavoro siamo sempre quattro punti sotto la situazione iniziale). In Irlanda invece le cose stanno decisamente peggio che se usiamo i conti ESA95 (quelli del post precedente).




In sintesi: si conferma che con la svalutazione interna il lavoro ci perde, e mi sembra anche abbastanza superfluo ripeterlo. Il lavoro perde per definizione quando il meccanismo di aggiustamento è il taglio dei salari. Spero che questo sia chiaro. Non mi aspetto che gli editorialisti del Corriere ci arrivino (o, se ci arrivano, che ve lo dicano), ma il fatto che se ti pagano di meno guadagni di meno (anche se il PIL cresce perché il capitalista guadagna di più) credo possiate tutti accettarlo come relativamente scontato.

E con queste belle parole, auguro buon appetto (a chi è stato pagato abbastanza)!

Irlanda vs Ungheria

...e ci risiamo: anche stamattina, a Coffee Break La 7, i soliti argomenti da bar.

Nonostante la conduzione equilibrata dell'ottimo Pancani, e la disponibilità de La 7, che ringrazio, ad accogliermi (in fondo, sono solo uno che dice cose che a Harvard dicono da vent'anni, e a Cambridge - quello vero - da cinquanta...), è desolante vedere come la qualunquologia sia egemone.

Si va da "la svalutazione che crea il debito" (ma se la Germania era un paese forte, perché la sua valuta non avrebbe dovuto rivalutarsi? Ed è possibile la rivalutazione di un paese senza la svalutazione di un altro? Insomma, nel mondo dei qualunquologi un marco compra più lire ma con una lira compri gli stessi marchi: a gente così non vorrei mettere in mano nemmeno cinque euro per andare a prendere il pane dal fornaio! E se la svalutazione promuove esportazioni e crescita, come ci conferma il Fmi, come farebbe a far crescere il rapporto debito/PIL? In effetti, questo è cresciuto negli anni '80, quando eravamo agganciati allo SME, e ve l'ho fatto vedere migliaia di volte), al miracolo irlandese, e all'Ungheria nazzzzzzzista bbbrutta che fa i muuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuri (grande classico, qui interpretato da Furio Colombo).

Qualche post fa vi ho spiegato, parlando della Lettonia, che in un sistema economico la spesa è necessariamente uguale al reddito (tenendo conto, ovviamente, degli scambi internazionali, cioè degli acquisti fatti a o dall'estero e dei redditi percepiti o corrisposti all'estero).

Insomma:

SPESA = REDDITO

che poi significa:


CONSUMI + INVESTIMENTI + ESPORTAZIONI NETTE = SALARI + PROFITTI

(cioè: la spesa delle famiglie e delle imprese, tenuto conto degli scambi con l'estero, deve corrispondere ai redditi percepiti dai lavoratori dipendenti e dai "capitalisti").

La svalutazione "esterna" (del cambio) rilancia il reddito perché rilancia le esportazioni nette (se avete problemi con questa affermazione citofonate al Fmi, o guardatevi questa slide del suo chief economist). Quella interna (cioè il taglio dei salari) deprime la spesa perché... ecco: perché taglia i salari, appunto, e quindi deprime il reddito.

Nel lungo periodo, magari anche prima che finisca come diceva Keynes, può anche darsi che entrambe le strategie portino a una nuova crescita (che poi dipende anche da quanto succede al resto del mondo e a tante altre cose - ad esempio, al sistema finanziario: vedi sotto la storia dell'Irlanda). Ma nel breve la scelta fra le due strategie è chiaramente una scelta di classe. La svalutazione interna è una scelta fascista di compressione dei salari (quando dico "fascista" intendo innanzitutto "mussoliniana", ma di questo vi parlerò in un post separato, e poi "classista" e "paternalista", secondo l'accezione più generica del termine). Quindi, come dire: se sei un fascista ovviamente porti ad esempio i paesi che l'hanno praticata. Attenzione: questa è una condizione sufficiente ma non necessaria. Ad esempio, io non credo che Massimo Franco, che in trasmissione a La 7 ha lodato il caso irlandese, sia fascista: sono sicuro che sia un sincero democratico, e infatti ha espresso preoccupazione per quanto sta succedendo in altri paesi dove la svalutazione interna è stata portata alle estreme conseguenze (vedi ad esempio la Grecia). Credo però che non abbia visto i dati che ora vi mostro, riferiti all'aggiustamento nell'Irlanda brava che ha fatto le riforme e nell'Ungheria brutta che alza i muri (dimenticandoci sempre di dire che li alza perché l'Europa le chiede di farlo allo scopo di controllare le frontiere esterne, preciso obbligo sancito dal Trattato di Schengen, obbligo la cui inadempienza viene rinfacciata alla Grecia con ipocrisia farisaica tipicamente alamanna...).

Cui le due tabelle:




Le variabili, ve lo ricordo sono il PIL (Y), consumi interni (C), investimenti fissi lordi (I), esportazioni nette (NX), salari (W), redditi da capitale/impresa e misti (GOS), imposte indirette nette (NT) e i relativi rapporti.

Sintesi: nell'Ungheria nazista, che alza i muriiiiiiiiiiiiiiiiii, un governo conservatore è riuscito a mantenere la quota salari W/Y sostanzialmente inalterata, fra il 45% e il 45% del PIL nel periodo per il quale Eurostat ci fa la cortesia di elargirci i dati (che si ferma a tre anni or sono). Ovviamente, l'Ungheria ha svalutato il fiorino quando è stato necessario, come vedete da qui (sono fiorini per euro, quindi quando la linea sale il fiorino svaluta e ce ne vogliono di più):


ma questo non ha portato ad alcun innalzamento significativo della quota dei profitti.

Nell'Irlanda, membro eletto dell'accolita degli stati virtuosi, un governo laburista ha realizzato il miracolo economico nazionalizzando banche a stecca (piccolo dettaglio che al dott. Franco era sfuggito, nonostante abbia portato il rapporto debito pubblico/Pil dell'Irlanda dal 42,4% al 119,9% del Pil in cinque anni - ma loro sono virtuooooooosi!), e schiacciando la quota salari W/Y di quattro punti, che poi sono esattamente i quattro punti dei quali è cresciuta la quota dei profitti GOS/Y.

Cosa c'è di strano? In un paese che salva le banche con soldi pubblici e recupera competitività schiacciando i salari perché non può aggiustare il cambio, i salari diminuiscono e i profitti aumentano (in rapporto al reddito totale). Questo è il mondo che, a quanto mi sembra di capire, piace al dott. Franco (magari perché non aveva avuto modo di approfondire questi aspetti, o forse perché credo sia il mondo che legittimamente piace al suo editore, che è un capitalista e quindi fieramente schierato a difesa della sua quota di prodotto, il profitto. Sarebbe utile poterne discutere con serenità, cosa che non dipende da noi, ma dal rifiuto di certa stampa di dare spazio a voci indipendenti).

Ci dicono che piace anche agli irlandesi, ma io ci credo poco.

A me non piace.

E a voi?




lunedì 7 settembre 2015

#pirreviù7: Colombo vs. Majone (ovvero: Ungheria vs. UE)




Dibattito "Siamo in Europa  o in Grecia", al minuto 31:10, Furio Colombo:

"Ma quando è venuto fuori Orban, personaggio che non si può non definire nazista [applauso dei beoti – chiedendo scusa alla Beozia, che in questo momento soffre], personaggio che non si può non definire nazista, quando compare una persona come Orban, che prende le decisioni che prende! Ha cambiato radicalmente la loro Costituzione, rendendola praticamente completamente (e questo dovrebbe farci fischiare le orecchie) nelle mani dell’esecutivo, dove il Parlamento non ha alcuna funzione, quando si tratta di Orban, quando Orban fa le cose che ha fatto, con la crudeltà spaventosa di tenere uomini donne e bambini senz’acqua..."

 (...il resto ce lo risparmiamo, non senza aver notato che, essendo estate, se qualcuno fosse stato lasciato senz’acqua verosimilmente sarebbe morto: e altrettanto verosimilmente qualche reporter “indipendente”, seduto su una pila di cadaveri fatti dagli amici di chi lo manda in giro, ne avrebbe tratto spunto per fare un bel cappottino d’abete a Orban. Il Guardian racconta una cosa un po’ diversa: che i rifugiati siriani hanno fatto – o minacciato – lo sciopero della fame e della sete perché non volevano essere collocati in un campo profughi in Ungheria, ma volevano procedere verso la Germania, e credo che la dottoressa Arcazzo ci confermi che questo è in effetti l’intendimento dei profughi, e anche della Germania. Con questo non sto dicendo che il dottor Colombo abbia intenzionalmente mentito: non mi permetterei mai! Sto solo dicendo che dalla mia affrettata ricerca di fonti per l’esecrando episodio che lui giustamente esecra – del resto, se è esecrando, come non esecrarlo? – è saltata fuori solo una cosa che a un beota potrebbe sembrare uguale a quella che dice lui, ma che invece è esattamente opposta. Ma io, si sa, sono un ragazzo sfortunato...).


Giandomenico Majone, Rethinking the union of Europe, p. 132:

One of the most striking features of the EU institutional arrangements is the monopoly of agenda setting enjoyed by the non-elected Commission: in all matters related to market integration, only the Commission can make legislative and policy proposals. It is important to understand clearly what is implied by such an extensive delegation of powers. First, other European institutions, including the Parliament, cannot legislate in the absence of a prior proposal from the Commission. It is up to the latter institution to decide whether the EU should act and, if so, in what legal form, and what content and implementing procedures should be followed. Second, the Commission can amend its proposal at any time while it is under discussion in the Committee of Permanent Representatives of the member states, or in the Council of Ministers, while the Council can amend a Commission proposal only by unanimity. Moreover, if the Council unanimously wishes to adopt a measure which differs from the proposal, the Commission can deprive the Council of its power of decision by withdrawing its own proposal. Finally, neither the Council nor the EP nor a member state can compel the Commission to submit a proposal, except in those few cases where the Treaty imposes an obligation to legislate.

As I had occasion to point out some time ago, this monopoly of legislative and policy initiative granted to a non-elected body represents a violation of fundamental democratic principles that is unique in modern constitutional history, and fairly rare even in ancient history.

(...la differenza fra un dilettante e un professionista è come quella fra un bufalo e una locomotiva: salta all’occhio. Peraltro, questa citazione non vale tanto a darvi testimonianza della mia sfacciata wide-rangedness, quanto a ricordarci cosa occorre fare, in una qualsiasi parte del mondo, per creare degli “Stati Uniti”. La prima cosa da fare è sterminare chiunque abiti il territorio da “unire”, e, come vi ho detto più volte, se in America gli Stati Uniti sono nati dallo sterminio degli indiani – e dei bisonti, che sarebbero i “buffalo”, nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa gli indiani siete voi – mentre Furio pensa di essere un colonizzatore...).


Sintesi
Sintesi: dal letame può nascere un fiore (o anche un fungo), e Furio Colombo (si parva licet) può dire una cosa giusta. Non so se la costituzione ungherese sia come lui la descrive. Il fervore livoroso con il quale era intento a subornare la platea mediante una squallida reductio ad Hitlerum lascia sospettare che potrebbe anche aver fornito, per rafforzare il proprio argomento, o anche semplicemente perché trascinato dal proprio empito retorico, una visione distorta, e in effetti Wikipedia racconta una storia diversa. Ma diamogliela per buona, la sua versione: supponiamo che lo scopo del gioco, nel riformare la costituzione ungherese, fosse esclusivamente quello di rendere il Parlamento succube dell’esecutivo. E allora sì, avrebbe ragione Colombo, ci dovrebbero in effetti fischiare le orecchie: perché, come ci ricorda Majone (e come io ho ricordato alla Versiliana), questo è esattamente quanto accade nella “costituzione” europea, cioè nel combinato disposto del TUE e del TFUE, che a Colombo tanto piacciono. 

Business as usual...

Se una cosa la fa (forse) uno che consideri un nemico politico, è esecranda. Se la fanno (sul serio) i rappresentanti degli interessi che difendi, è laudabile (o ci passi sopra con eleganza). Se anche le cose stessero come dice Colombo (e abbiamo capito che le sue affermazioni accorate e categoriche occorre siano verificate con attenzione), l’UE che rimprovera l’Ungheria, sarebbe il classico caso di bue che dice cornuto all’asino.

Piccolo cabotaggio, ed è perché ne avete piene le tasche che siete qui...

E sapeste quanto ne ho piene le tasche io!

A Stefano Feltri voglio bene, è una mia perversione, non posso farci niente. Lui, per me, è e resta un grande mistero. Vi faccio presenti due cose: che nonostante sia totalmente succube della mortifera ideologia europea, mi lascia esprimere un parere contrario sul suo giornale (niente di simile è accaduto su testate che non voglio nominare), e che è l’unico ad aver avuto l’onestà intellettuale di ammettere che “forse ha ragione il nostro Alberto Bagnai nel sostenere che per la Grecia non c’è ribellione possibile nell’euro”.

Forse, eh...

Ma abbiamo visto che l’onestà intellettuale è una merce rara, e quindi vi esorto ad apprezzarla, qualora si manifesti (son apparizioni fugaci).

Il mio apprezzamento a Stefano l’ho mostrato accogliendo il suo invito alla Versiliana, un invito al quale “non potevo sottrarmi” (me l’ha messa così), e non mi sono sottratto. Sapevo ciò cui andavo incontro. La perla che ho riportato in apertura è solo una di una lunga collana: guardatevi il video e fatevi due risate (mitico Fini che voleva “lasciare in pace l’Africa”, col telefonino che gli squillava in tasca: gli ho spiegato da dove viene il coltan, ma ho capito subito che il mio accanimento terapeutico era inutile...). Ma questo sacrificio mi è valso anche l’incontro e l’abbraccio di tanti di voi, e, a sorpresa, anche di Chiara Geloni, la mia bersaniana preferita (non c’è niente da fare, le cattocomuniste sono anch’esse, più di Stefano, una mia perversione).

Però ero, sono, stremato.

Quest’estate è stata un incubo. Non mi sono riposato un momento. Tornando in treno, mi sono letto l’ultimo libro di San Vladimiro. Il tentativo di riassumere “a prova di idiota” alcune cose che qui sappiamo benissimo, grazie soprattutto a Quarantotto (convenientemente citato). Ammiro la dedizione con la quale San Vladimiro si dedica a salvare le anime piddine. Per chi sa di sapere non c’è cura. Come ci diceva Buffagni in coda al post precedente, qualsiasi tentativo di articolare un discorso razionale sul percorso europeo, quel percorso che, secondo studiosi tanto diversi quanto Majone, Klaus, Zielonka, Frey, si è decisamente spinto troppo in là e sulla strada sbagliata, qualsiasi tentativo di dissuadere gli euristi dal loro élan vital totalitario, dal loro anelito a “gettare l’Unione oltre l’ostacolo” (che in questo caso è la SStoria), urterà contro la reductio ad Hitlerum uso Furio Colombo, ed è quindi un tentativo vano, prova di sconfinato amore per l'umanità, ma per quella parte dell'umanità che tale amore non merita, perché in fondo aveva ragione Sergio Cesaratto al goofy4: ormai chi poteva capire ha capito, e gli altri sono inutili.

Loro, gli inutili (e quindi pericolosi perché strumentalizzabili), prenderanno sempre per buoni, come hanno fatto ieri, gli argomenti di Colombo: "Pensi che l’euro non funzioni perché sono sessant’anni che la teoria e la prassi economica spiegano tutto quello che qui sappiamo? Allora sei un nazista e vuoi che i bambini muoiano sulle spiagge". Questo è il “Colombo-pensiero” in sintesi. E i beoti applaudono, senza capire che questo pensiero magico “negativo” per il quale il ragionamento critico è il male assoluto, è la Shoah, è uguale e contrario al pensiero magico “positivo” per il quale l’Europa risolverà tutti i problemi, per il quale il nazionalismo si combatte creando una supernazione. Ma il pensiero magico, e i suoi canuti sciamani, non hanno mai condotto chi lo praticava sul cammino dello sviluppo...

I conflitti non esistono “perché esistono confini”, più o meno formalizzati (e parliamone anche del fatto che esistono diversi percorsi storici e culturali, e che pensare di cancellarli con un tratto di penna ha portato nel resto del mondo solo morte e distruzione, e così farebbe a casa nostra... Avete mai guardato un mappamondo? Avete mai notato che dove i confini sono tirati col righello la gente muore a coorti, con l’unica eccezione di quelle aree che corrispondono a parti dell’ex-Impero britannico, dove la gente oggi non muore più perché il tributo di sangue è già stato pagato, mi ripeto, per lo più da gruppi etnici sprovvisti di un efficace ufficio stampa: aborigeni, “native Americans”, ecc.).

No, i conflitti non esistono perché esistono i confini: i conflitti esistono perché esistono gli imbecilli (e gli avidi, che degli imbecilli sono un sottoinsieme).


Pensare che un insieme di regole, per di più particolarmente disfunzionali, possa valere a salvare l’umanità dai conflitti è un atto addirittura blasfemo nella sua ingenua arroganza, la stessa arroganza blasfema di chi pensa di aver creato una cosa “irreversibile”. Lo scopo dell’Europa lo abbiamo ormai capito: non è quello di garantirci dai conflitti, ma quello di mettere “al riparo dal processo elettorale” (come diceva Monti) i luoghi politici dove questi possano comporsi in modo democratico. La stucchevole retorica dell’euro (o dell’Europa) che ci ha dato la pace non è solo insulsa, infondata, e intellettualmente squallida. È anche pericolosa, come è pericoloso, e fonte di violenza (e in particolare di violenza nazionalistica) qualsiasi mito “identitario” che faccia riferimento a una terra promessa. L’Europa promessa, la nazionciona che non farà la guerra perché non avrà confini...

Un attimo!

Non li avrà al proprio interno! E forse che non esistono le guerre civili? E forse che il resto del mondo non esiste? Allora stiamo dicendo che quando avremo creato un impero mondiale vivremo tutti in pace? Tutti tutti? E se uno non sarà d’accordo, magari sul colore delle tutine attillate, tutte uguali, che porteremo in questo impero distopico, cosa farà? Dove andrà? Avete mai pensato che un mondo senza confini è un mondo senza diritto di asilo? Avete mai pensato a quello che volete sacrificare per raggiungere un obiettivo che non ha senso, perché non esiste forma di organizzazione umana che possa impedire all’uomo di essere uomo, con le sue debolezze, le sue tensioni, i suoi conflitti? Avete pensato che, mentre ci dite che le bandiere nazionali erano così brutte, volete farci intenerire perché un poveraccio entra nei nostri confini con la nostra bandiera al collo (a favore di telecamera)? Siete scemi voi, o provate a prendere per scemi noi?

Ecco...

Questi erano i pensieri che mi turbinavano in capo mentre rientravo, sfranto, sfibrato, stremato, dalla Versiliana. E pensavo: “Cristo, domattina viene Renato, e dobbiamo provare per i prossimi quattro concerti, e io sono esausto, come faccio, come faccio, ma chi me l’ha fatto fare di prendere questi concerti, io faccio troppe cose, devo smettere, devo imparare a dire di no, basta, non è possibile, sono esausto...”.

Ed esausto mi sono steso a letto.

Poi, questa mattina, facendomi forza, ho accordato.

Arriva Renato, e mi fa vedere questa bella pirreviù:



E certo che ad Andrea Bedetti, per queste belle parole, va tutta la nostra gratitudine (e comunque è vero che il tecnico del suono che avevamo era fantastico – e molto simpatico). Erano del resto abbastanza favorevoli i pareri in calce al nostro altro disco, ma quelli erano pareri del pubblico, e quindi non valevano come pirreviù... Inutile dire che leggerla mi ha dato la forza di provare fino alle 20. E ora siamo pronti. Seguirà comunicazione di servizio.

Per chiudere, vi fornisco due contributi dalla regia. Il primo è la definizione di europeismo:


che si applica con tanto maggior vigore quanto più grande e fasulla è la patria che gli europeisti vogliono costruire, e il secondo è la dimostrazione plastica della differenza fra un europeista (cioè una canaglia, e una canaglia pericolosa), e un europeo:



Spero che, in questo caso, la differenza salti all'orecchio (non solo a quello di Bedetti...).

Ecco. Un europeo è una persona che non ha bisogno di avere un dischetto di metallo in tasca per sentirsi legato alle proprie radici, è una persona che conosce e diffonde il patrimonio di civiltà che questa porzione di terra emersa ha sedimentato negli anni, senza alcun desiderio di supremazia, ma con spirito di condivisione. È stato bello condividere con Bud, che veniva dagli “Stati Uniti del Canada”, la creazione di questo disco. Ci pensate? Un dottorando in musicologia, finanziato con spesa pubblica improduttiva canadese per studiare la musica italiana, quella musica che Renzi fa tagliare allo scialbo Franceschini e ai suoi burocrati. Eh, ma il Pedante ce lo spiega ogni giorno suTwitter: non sei italiano se non sei antitaliano.

E così sia.

Voi siete qui perché siete europei, non europeisti, e per essere europei non avete bisogno di altro che di essere quello che siete: italiani. Non nemici, non peggiori, non migliori: semplicemente diversi da un tedesco, o da un canadese, o da un tibetano.

Se volete difendere il vostro diritto ad essere diversi, a pensare in modo diverso, ricordatevi di votare questo blog nella categoria "economia", di votare il fact checking sulla Grecia come migliore articolo, e di votare chi ha il coraggio di smascherare la fallacia della reductio ad Hitlerum, e le lievi imprecisioni sulla cronaca, come peggior cattivo. Il buonismo, del resto, è l'ultimo rifugio degli europeisti...



Se invece volete fare dell'Europa una patria fittizia, siete delle reali canaglie. Anche se il vostro posto non è certo qui, io posso perdonarvi, per i lutti che provocherete.

Ma la storia non lo farà.