Andrea Mazzalai ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgime...":
Intervengo solo perché mi è stato segnalato da alcuni lettori... Non credo che Alberto si riferisce al sottoscritto usando la parola cialtrone ricordo solo che post Trump il dollaro è passato da 1.13 a 1.03 il che mi scuso con i lettori se non si è trattato della parità esatta! Per il resto la verità è figlia del tempo e in un ambiente così complesso come quello valutario dove si transano più di 4 trilioni di dollari al giorno al sottoscritto interessa più il medio o lungo termine come si comporta il dollaro a fronte di shock finanziari e via dicendo Buina giornata Andrea
Postato da Andrea Mazzalai in Goofynomics alle 29 dicembre 2017 09:55
Caro Andrea,
tu sei del mestiere più di me (non scherzo) e quindi questo te lo ricorderai:
e ovviamente dal layout sai riconoscere di chi è. Mi ci gioco una, anzi, due palle (di biliardo) che ricordi anche questo:
del quale altresì ricorderai l'autore. Ma prima ancora, almeno tu (a differenza di qualche mio e tuo lettore diversamente acuto), ricorderai questo famoso grafico:
Inutile dire che chiunque abbia come noi interesse alle vicende monetarie, anziché a rompere i coglioni, può con una immediata ricerca trovare, che so, questo, e tanto altro.
Insomma: come noi sappiamo, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Non ho idea del perché i miei lettori ti abbiano chiamato in causa. Può essere che anche tu abbia emesso in un qualche periodo uno scenario nel quale vedevi ulteriori indebolimenti dell'euro, o magari la sua parità col dollaro? Mi sembra che uno dei miei collaboratori me ne abbia parlato verso l'inizio di quest'anno. Non ho avuto tempo di approfondire, e nemmeno di chiedergli come abbia gestito i suoi dollari. Io, se avessi dei soldi, li affiderei a te. Tuttavia, come il mio risicato staff sa, quando mi venne fatto vedere questo grafico fui piuttosto scettico. In effetti, ora siamo a 1.2, non a 1, e quindi ho avuto ragione.
Ci possono essere mille e una ragione per prevedere un indebolimento o un rafforzamento di un valuta, e in assenza di un orizzonte temporale specifico queste previsioni possono sempre essere dichiarate corrette o sbagliate. Anch'io, come te, mi occupo più di medio che di breve periodo, il che mi costringe ad aspettare un po' prima di vedere se le cose sono andate come pensavo dovessero andare. L'atteggiamento scientifico è sempre quello di analizzare gli errori, cosa più immediata se il modello di riferimento è formale (matematico) anziché concettuale (e anche questo lo sappiamo). Le previsioni di Goldman Sachs non solo sono sbagliate, ma rivelano anche un profondo non capire un cazzo di un cazzo di come stanno le cose (a mio sommesso avviso) e questo per un motivo molto semplice: perché se già con un cambio a 1.2 abbiamo le tensioni che abbiamo (surplus estero dell'Eurozona - cioè della Germania - alle stelle, tensioni intrazona determinate dall'insofferenza tedesca verso i bassi tassi che mandano in sofferenza il loro sistema bancario, ecc.: le cose che tu sai e che i cretini farebbero meglio a ripassare, anziché metter zizzania), con un cambio a 1 avrem(m)o (avuto) molte ma molte più tensioni (scegli quali parentesi mettere o togliere).
Lo scenario di Goldman era, io credo, uno scenario politico. Un misto di wishful thinking, probabilmente connesso in modi che non riesco compiutamente ad analizzare all'idea che Trump non ce l'avrebbe fatta. Se ci andiamo proprio con l'accetta, e per semplificare diciamo che Hillary sarebbe stata il presidente di Wall Street (la comunità finanziaria cui il dollaro forte fa comodo perché rafforza la credibilità del sistema e attrae investimenti finanziari esteri), mentre Trump quello di Main Street (l'economia reale, cui un dollaro debole fa comodo per rilanciare le esportazioni), possiamo in effetti leggere la previsione errata di G&S come un pio desiderio.
Ma i sogni non si avverano, soprattutto quando di mezzo c'è l'Europa. Gli Usa hanno, nei fatti, scelto un diverso percorso di sviluppo. Dopo il deterioramento dei conti esteri subito a causa della svalutazione dell'euro:
(lo si vede bene qui dal 2014 al 2016) hanno deciso di concedersi il sottile piacere di rendere la pariglia. L'amore non è bello se non è litigarello.
Come finirà non lo so, ma so che lo vedremo. Molto probabilmente, non finirà. Non esiste, secondo me, un mondo in cui un paese con un surplus di 400 miliardi di dollari possa svalutare moltissimo, soprattutto se un paese più cazzuto di lui ha bisogno di riprendere a crescere sul serio prima che sia troppo tardi (ed è già troppo tardi: tu lo sai meglio di me). Questo dilemma si può risolvere in due modi: o si rinuncia alla quotazione (cioè il cambio non va a 1) o si rinuncia al paese (cioè l'eurozona esplode). Resta inteso che questa valutazione molto schematica è venduta as is, ovvero rebus sic stantibus. Esistono mille e uno elementi più o meno utopistici che potrebbero compensare le tensioni create da un cambio totalmente disallineato rispetto ai fondamentali del paese egemone: quest'ultimo potrebbe decidere di sostenere gli altri paesi membri (#DAR), oppure una vigorosa (#DAR) crescita proveniente dal resto del mondo potrebbe dare ossigeno a tutti (ma ne darebbe sempre di più a chi ha la testa fuori dall'acqua), oppure 6 miliardi di esseri umani potrebbero impazzire e cominciare a considerare la valuta un bene di Giffen... la fantasia è l'unica cosa, ma proprio l'unica, che non deve avere confini!
Però, allo stato attuale, mi viene da dire che se alla GS avessero letto gli stessi libri di macroeconomia che ho letto io... avrebbero fatto le stesse previsioni ridicole che hanno fatto loro, perché le loro non erano previsioni: erano un programma politico!
Eh già: loro possono permetterselo!
Noi no.
C'è però un lusso che possiamo permetterci, e io me lo permetto subito: quando qualche poraccio che non gioca nel nostro campionato viene a dirmi cosa tizio o caio hanno detto di me, io lo blocco subito. Posso farlo perché a me un lettore in meno non toglie nulla, anzi! Soprattutto se è di questa risma, eliminarlo mi restituisce il bene più prezioso: quel famoso tempo dal quale io e te aspettiamo la verità (e qualche soddisfazione l'abbiamo avuta).
Ora torno al post dove ho trovato il tuo commento e filtro al trash chi semina zizzania. Tu fai come vuoi: non avresti avuto bisogno di precisare, e non ce lo avrei avuto nemmeno io, visto che ci conosciamo e ci stimiamo. Tuttavia, visto che siamo seguiti da una minoranza di persone intelligenti (Cipolla rules), ho pensato che a loro questo scambio, che poi, in effetti, è un backstage nella monnezza che quotidianamente ci tocca leggere, sarebbe stato utile.
Ti mando un forte abbraccio e un sincero augurio di buon 2018. Come forse ti ho detto, le mie vicende personali non mi portano più dalle tue parti. Spero però di creare io un'occasione di incontro e di scambio di idee, magari qui a Roma, magari in a/simmetrie.
Auguri!
Alberto
P.s.: eh, in effetti no: non mi rivolgevo a te. Come tu sai, e i segati non sanno, il mio obiettivo era un altro, leggermente più grosso (sparo a quelli grossi perché ho una cattiva mira e mi spiace non colpire il bersaglio...).
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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venerdì 29 dicembre 2017
martedì 8 agosto 2017
L'inspiegabile (!) comportamento del dollaro
Mi scrive un indignato Charlie Brown citandomi un commento del FT:
Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?
Ma, chissà...
Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?
Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.
Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).
La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?
Ci racconta questo:
In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.
Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):
Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.
Ma il grafico è abbastanza eloquente.
Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.
Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!
Come dite?
A loro il sistema piace?
Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).
Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.
Staremo a vedere.
Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?
Ma, chissà...
Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?
Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.
Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).
La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?
Ci racconta questo:
In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.
Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):
Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.
Ma il grafico è abbastanza eloquente.
Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.
Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!
Come dite?
A loro il sistema piace?
Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).
Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.
Staremo a vedere.
martedì 14 marzo 2017
Why does the US need to get rid of the euro
(...the last time I accessed this document was on October 19th, 2016. I had been asked to write it by a think-tank, under a tight time constraint. I had been told that the text would be published before the US Presidential election. It was not. Therefore, I offer it to my blog's readers. At least, someone will read it...)
Seventy-one years ago, the Axis powers lost WWII, leaving
the US with the demanding task of managing its victory and defining a new global
architecture. The US did this by setting up ambitious institutions, such as the
Bretton Woods system and NATO, and by supporting the European integration
project. Institutions have much inertia, which while favoring stability, may
prevent vital change in response to evolving situations. This explains both the
success of many political projects, and their ultimate fall. The same applies
to European integration.
NATO and European integration shared the strategic goal of creating
a cohesive alliance that could withstand what was at the time perceived as a
credible threat: the Soviet Union. They were successful. NATO (not the EU)
secured almost six decades of peace in Europe, while economic integration was a
key to prosperity in the former world leader, Europe.
Then something happened. The Soviet system collapsed, which
among many other things, brought back to the fore what had for centuries been the
root cause of much suffering: the difficult relationship between France and
Germany. Berlin-wall panic suggested the nonsensical and impossible goal of
European political union. The worst possible way was chosen to pursue it,
namely by forcing it through establishment of a European monetary union. No
democratic or even meaningful political process can take place in an area which
does not share a language or national identity. Yet, despite advice to the
contrary from prominent US economists (ranging from Feldstein to Krugman), a hasty
marriage of convenience between France and Germany, with the single currency as
wedding ring, was seen as necessary in Europe in order to avoid intra-European
conflict. Much has been written about whether building a political house
starting from a monetary roof was actually a mistake. Like any economic choice,
the euro affected the distribution of income, creating losers and winners. The
latter of course cannot bring themselves to consider it a mistake. While
opinions on this point may differ, everybody agrees that as of today the euro is
failing.
The reason for its failure is the
same that put the Bretton Woods system out of its misery: both institutions
fostered external imbalances, though for different reasons. The original sin of
the Bretton Woods system was to adopt the currency of a state as the world
currency. The euro’s original sin was to adopt the currency of no state as a
regional currency. Their common flaw is fixed exchange rates, that prevent
balance-of-payments adjustment. If, for whatever reason, this mechanism is
hindered, it must be replaced by something else. The relatively long life of
the Bretton Woods system was secured by financial market regulation and by the
vision of its leader, the US. These two things are missing in the Eurozone, where
unfettered capital movement is fostered in the absence of any regional
supervising institution, and where the regional leader, Germany, is patently
obsessed by the very short-sighted aim of increasing its external surplus as
much as possible.
This Wille zur Macht is now
backfiring. Keynes’s proposal at the Bretton Woods conference gives us good
insights into what is happening. Keynes proposed to settle international trade in
a supranational currency, the Bancor, issued by a world bank, which would
charge an interest rate on negative and
positive Bancor balances. The
rationale for this apparently unfair symmetry (why force a creditor to pay interest,
rather than earning it?) is that international debtors and creditors both benefit
from international finance: thanks to international lending, the former can buy
goods they otherwise could not afford, while the latter are able to sell goods that
would otherwise remain in stock. By proposing such perishable money, a currency
that by design could not be a store of value, Keynes aimed to discourage
mercantilism, i.e. the temptation to hoard international assets rather than
reinvesting them in the world economy, thus mitigating the potentially
destabilizing properties of fixed exchange rates. The euro obtained the
opposite result. Its rigidity fostered mercantilism both by helping redirect trade
to the benefit of core countries, whose currency is undervalued in real terms,
and by preserving the value of their net foreign assets.
But the supposed winner of the
euro game, Germany, is now at a dead end. If it wants to keep the Eurozone
alive, Germany must accept the very loose monetary policies run by the ECB. Ironically,
Keynes’s negative rates are coming back in disguise, putting strain on the Eurozone
banking and pension systems, especially in Germany. On the other hand, a tighter
monetary policy would give relief to the creditors, but for the very same
reason would lead the debtor countries to immediate collapse by making it
difficult to service the debt. Any illusion that fiscal expansion could solve
this conundrum must reckon with the fact that the countries needing fiscal
stimulus, i.e. the Eurozone peripheral countries, are the very same countries
where an increase in income would bring about external deficits, again fostering
the imbalances that caused the crisis.
Germany romped to victory by
manipulating the forex market (as the US Treasury recently recognised), but
must now choose between losing everything at once (through the collapse of its
debtors) or little by little (through zero or negative interest rates). In the
long run, irrational economic choices have no winners: bad economics cannot be
good politics. What should have united Europe is now dividing it. The United
Kingdom is going, and continental Europe must now choose between increasing
confrontation or surrender to German hegemony. The US, like any global player,
must reckon with the evidence that the euro has unnecessarily revived the
German question, which it was meant to prevent.
If the US decides that it is in
its best interest to deal with a politically divided, economically failing,
socially unstable Europe, then supporting the euro is the best option. After
all, the divide et impera (divide and
rule) principle secured a former Empire some five centuries of existence. If
instead the US feels that a politically and economically healthy Europe could
be a key partner on the global stage, then it should promote a controlled end to the euro. Undoing the euro will be costly, though less costly than its alternative,
which is protracted stagnation of the European and hence the world economy, and
the growing risk of a major financial collapse. Secular stagnation and zero
interest rates are not a result of some remote astrological circumstance: they
are mostly the effect on the global economy of using wrong European rules to manage
huge imbalances accumulated due to flawed European institutions. Although
Europe is declining, it is still too big to fail without causing great trouble in
the global economy.
No matter how much political
capital is invested in it, the euro will fall, as top US economists predicted.
The most likely cause will be a collapse of the Italian banking system, which
will take the German one with it. It is in the interest of any political power,
certainly of the declining European leaders, and probably also of the US, to
manage this event rather than passively await it.
giovedì 5 gennaio 2017
Rivalutare l'euro: io non sono un economista ma...
Ho sentito il dibattito su Radio3 di oggi. Quando ha iniziato a parlare
tal Ferrera ho pensato "Ma questo ci tiene a premettere di non essere un
economista e poi centra tutto il suo discorso pro Euro su argomenti
prettamente economici? Mah, è come dire non so di cosa sto parlando ma
voglio dire la mia lo stesso! Spero glielo facciano notare". Poi c'è
stata la tua replica, e ho sorriso.
Credo che la risposta sia molto semplice. Gli USA già con Obama hanno esperito tutte le possibili strade aperte alla moral suasion: prima hanno inserito la Germania nella lista dei paesi manipolatori di valute, poi hanno fatto scoppiare una serie di scandali tirando fuori segreti di Pulcinella vari assortiti (da VW a DB), poi hanno fatto parlare il partigiano Joe, ma la Germagna gnente: sta lì, convinta (come lo erano tutti i miei interlocutori odierni) che chi esporta è bravo, e che quindi al mondo tutti dobbiamo essere esportatori netti.
Verso dove?
Non si sa, ma il punto è che dobbiamo essere tutti sopra la media, come competitività, e quindi sotto la media, come prezzo. Il prezzo medio di un chilo di qualcosa è 3 euro? Dobbiamo tutti esportare, e quindi dobbiamo tutti produrlo a 2.5 euro al chilo.
Sì, c'è un problema, lo so. Ma i tedeschi non lo sanno.
Ecco, forse il problema del professor Ferrera, se posso, non è tanto di "non sapere l'economia ma" volerne parlare ricorrendo all'auctoritas di persone che questa auctoritas non hanno (come ha dimostrato Mario Nuti sul Manifesto e come ho puntualizzato io sul Fatto Quotidiano, smontando i loro scenari bufala quando ancora non si parlava di debunking), quanto il fatto di non rendersi conto che la media fra 3 e 2 non può essere 1 (vi risparmio la dimostrazione). Il professor Ferrera potrebbe allora dirmi di "non essere nemmeno un matematico quindi", e allora io resterei sconsolato a constatare che i politologi non hanno ancora voluto prendere in considerazione una cosa che sta sul libro di mio figlio (nel triennio delle superiori), cioè la relazione fra mercantilismo e imperialismo.
Un naturalista che non riconoscesse un elefante quando lo incontra avrebbe la mia solidarietà, nel senso che lo accompagnerei da un oculista. Ma una volta accertato di aver rimediato ad eventuali deficit percettivi (e su questi Massimo ci è stato maestro), fermo restando il rispetto che si deve a tutte le persone e a tutte le opinioni, tenderei a non prenderlo in considerazione qualora mi trovassi a decidere se l'animale che ho davanti è un cobra o un cerbiatto.
Lo stesso vale per un politologo che non riconoscesse, quando lo incontra, un progetto imperialista sul quale molti suoi colleghi hanno seri e motivati dubbi, e si baloccasse con l'idea che un progetto difeso con le unghie e coi denti dalla grande finanza internazionale sia stato concepito a beneficio degli umiliati e offesi...
Sed de hoc satis.
Il professore mi era sembrato persona equilibrata: difendere l'euro in nome dei redditi della povera gente mentre il paese è distrutto dalla deflazione necessaria per riportarci in surplus non collima esattamente con questa mia impressione. Devo ammettere di essermi sbagliato, elaboro il lutto e tiro avanti.
Tornando al punto, con le buone gli USA ci hanno provato, ed era ovviamente loro interesse tentare prima questa strada perché, come ho chiarito svariate volte, è chiaro che l'uscita avrà costi anche e soprattutto per il Nord, e che il sistema finanziario statunitense è così legato a quello tedesco da voler rinviare il redde rationem, nel quale ci sarebbero costi anche per le banche USA. Ancora più importanti sono i risvolti politici. Diciamo i "democratici" non vedevano un particolare interesse nel far scoppiare un disastro prima delle elezioni USA, né ora credo nessuno lo veda nel farlo scoppiare prima delle elezioni francesi. Poi ci sono quelle tedesche (prima ci saranno state quelle olandesi) e a quel punto sai come si fa a far rivalutare l'euro dei tedeschi? Lo si fa ridiventare il marco! Molto dipende, naturalmente, da come andranno le cosa in Francia.
Ma anche su questo stiamo lavorando: c'è tanto da studiare, per chi desideri farlo con umiltà ed onestà intellettuale.
Se le cose andranno così, questo vorrà dire, ovviamente, che i tedeschi non potranno più esportare deflazione salariale. Il loro surplus commerciale si tradurrà in un apprezzamento della loro valuta, e non nella necessità per i loro "competitori che però sono anche compagni di squadra" (ben strano ruolo) di svalutare i propri salari. Si tratta insomma del meccanismo che Meade auspicava nel 1957 (sessanta anni or sono) e che ho descritto a p. 389 de "Il tramonto dell'euro": non impedire ai tedeschi di rivalutare. Naturalmente molto dipende da come la cosa verrà gestita, e anche su questo il mio testo del 2012 è piuttosto esplicito. Chi non lo ha voluto leggere con onestà intellettuale, sproloquiando di uscita a sinistra, ha regalato al capitale cinque anni di tempo per fare il porco comodo suo, anni che il capitale ha usato per tagliare le pensioni, fare il Jobs Act, ecc. Fra questi non c'è il professor Ferrera, che però occorrerebbe riflettesse sul fatto che la sua giusta preoccupazione per i deboli è un pochino fuori tempo massimo: bisognava preoccuparsene prima che arrivasse Monti...
Ovviamente ci saranno anche dei problemi di transizione: ad esempio, nell'imminenza del botto il dollaro diventerà un bene rifugio e quindi, invece di deprezzarsi per la rivalutazione attesa del marco, tenderà ad apprezzarsi perché visto come un safe haven.
Questo è come la vedo io, tenendo presente che sarebbe meglio avere un governo amico di Trump piuttosto che nemico della Merkel, per il semplice motivo che in ogni caso Trump e Merkel (o chi per lei) devono mettersi d'accordo per spartirsi i costi dell'operazione, e i tedeschi vogliono le nostre case e il nostro oro, come hanno chiarito a più riprese.
Perdonatemi se non metto molti link, ma vado veramente per uno. Quando saprete perché mi perdonerete se per una volta non ho potuto essere la vostra segretaria.
(...a proposito: spettacolare Daveri che liquida il "dividendo dell'euro"! I tassi ora sono scesi a causa di tendenze globali, non della moneta unica! Stranamente è quello che noi abbiamo sempre detto, perché era scritto nella letteratura scientifica. Ma il suo discorso richiede un commento più approfondito: ora devo occuparmi di altre persone che lui stesso non esiterebbe a riconoscere come meritevoli di più immediata attenzione. Con immutata stima...)
Se posso avrei tre domande:
1)
capisco bene che gli USA vogliono un euro più forte per vendere i loro
prodotti sul mercato europeo, e che quindi non sono contenti che
l'europa (leggi Germania) non rivaluti? Se ho capito bene sorge la
domanda
2) Che strumenti di pressione hanno gli USA sulla Germania per ottenere una rivalutazione dell'euro?
3)
Se ce la fanno vorrà dire che in Europa per recuperare la competitività
perduta in seguito a rivalutazione si dovranno svalutare ancora di più i
salari o mi sbaglio?
Ciao e grazie
Massimo
---
Massimo Turatto PhD
Professor
Center for Mind/Brain Sciences (CIMeC)
University of Trento
Credo che la risposta sia molto semplice. Gli USA già con Obama hanno esperito tutte le possibili strade aperte alla moral suasion: prima hanno inserito la Germania nella lista dei paesi manipolatori di valute, poi hanno fatto scoppiare una serie di scandali tirando fuori segreti di Pulcinella vari assortiti (da VW a DB), poi hanno fatto parlare il partigiano Joe, ma la Germagna gnente: sta lì, convinta (come lo erano tutti i miei interlocutori odierni) che chi esporta è bravo, e che quindi al mondo tutti dobbiamo essere esportatori netti.
Verso dove?
Non si sa, ma il punto è che dobbiamo essere tutti sopra la media, come competitività, e quindi sotto la media, come prezzo. Il prezzo medio di un chilo di qualcosa è 3 euro? Dobbiamo tutti esportare, e quindi dobbiamo tutti produrlo a 2.5 euro al chilo.
Sì, c'è un problema, lo so. Ma i tedeschi non lo sanno.
Ecco, forse il problema del professor Ferrera, se posso, non è tanto di "non sapere l'economia ma" volerne parlare ricorrendo all'auctoritas di persone che questa auctoritas non hanno (come ha dimostrato Mario Nuti sul Manifesto e come ho puntualizzato io sul Fatto Quotidiano, smontando i loro scenari bufala quando ancora non si parlava di debunking), quanto il fatto di non rendersi conto che la media fra 3 e 2 non può essere 1 (vi risparmio la dimostrazione). Il professor Ferrera potrebbe allora dirmi di "non essere nemmeno un matematico quindi", e allora io resterei sconsolato a constatare che i politologi non hanno ancora voluto prendere in considerazione una cosa che sta sul libro di mio figlio (nel triennio delle superiori), cioè la relazione fra mercantilismo e imperialismo.
Un naturalista che non riconoscesse un elefante quando lo incontra avrebbe la mia solidarietà, nel senso che lo accompagnerei da un oculista. Ma una volta accertato di aver rimediato ad eventuali deficit percettivi (e su questi Massimo ci è stato maestro), fermo restando il rispetto che si deve a tutte le persone e a tutte le opinioni, tenderei a non prenderlo in considerazione qualora mi trovassi a decidere se l'animale che ho davanti è un cobra o un cerbiatto.
Lo stesso vale per un politologo che non riconoscesse, quando lo incontra, un progetto imperialista sul quale molti suoi colleghi hanno seri e motivati dubbi, e si baloccasse con l'idea che un progetto difeso con le unghie e coi denti dalla grande finanza internazionale sia stato concepito a beneficio degli umiliati e offesi...
Sed de hoc satis.
Il professore mi era sembrato persona equilibrata: difendere l'euro in nome dei redditi della povera gente mentre il paese è distrutto dalla deflazione necessaria per riportarci in surplus non collima esattamente con questa mia impressione. Devo ammettere di essermi sbagliato, elaboro il lutto e tiro avanti.
Tornando al punto, con le buone gli USA ci hanno provato, ed era ovviamente loro interesse tentare prima questa strada perché, come ho chiarito svariate volte, è chiaro che l'uscita avrà costi anche e soprattutto per il Nord, e che il sistema finanziario statunitense è così legato a quello tedesco da voler rinviare il redde rationem, nel quale ci sarebbero costi anche per le banche USA. Ancora più importanti sono i risvolti politici. Diciamo i "democratici" non vedevano un particolare interesse nel far scoppiare un disastro prima delle elezioni USA, né ora credo nessuno lo veda nel farlo scoppiare prima delle elezioni francesi. Poi ci sono quelle tedesche (prima ci saranno state quelle olandesi) e a quel punto sai come si fa a far rivalutare l'euro dei tedeschi? Lo si fa ridiventare il marco! Molto dipende, naturalmente, da come andranno le cosa in Francia.
Ma anche su questo stiamo lavorando: c'è tanto da studiare, per chi desideri farlo con umiltà ed onestà intellettuale.
Se le cose andranno così, questo vorrà dire, ovviamente, che i tedeschi non potranno più esportare deflazione salariale. Il loro surplus commerciale si tradurrà in un apprezzamento della loro valuta, e non nella necessità per i loro "competitori che però sono anche compagni di squadra" (ben strano ruolo) di svalutare i propri salari. Si tratta insomma del meccanismo che Meade auspicava nel 1957 (sessanta anni or sono) e che ho descritto a p. 389 de "Il tramonto dell'euro": non impedire ai tedeschi di rivalutare. Naturalmente molto dipende da come la cosa verrà gestita, e anche su questo il mio testo del 2012 è piuttosto esplicito. Chi non lo ha voluto leggere con onestà intellettuale, sproloquiando di uscita a sinistra, ha regalato al capitale cinque anni di tempo per fare il porco comodo suo, anni che il capitale ha usato per tagliare le pensioni, fare il Jobs Act, ecc. Fra questi non c'è il professor Ferrera, che però occorrerebbe riflettesse sul fatto che la sua giusta preoccupazione per i deboli è un pochino fuori tempo massimo: bisognava preoccuparsene prima che arrivasse Monti...
Ovviamente ci saranno anche dei problemi di transizione: ad esempio, nell'imminenza del botto il dollaro diventerà un bene rifugio e quindi, invece di deprezzarsi per la rivalutazione attesa del marco, tenderà ad apprezzarsi perché visto come un safe haven.
Questo è come la vedo io, tenendo presente che sarebbe meglio avere un governo amico di Trump piuttosto che nemico della Merkel, per il semplice motivo che in ogni caso Trump e Merkel (o chi per lei) devono mettersi d'accordo per spartirsi i costi dell'operazione, e i tedeschi vogliono le nostre case e il nostro oro, come hanno chiarito a più riprese.
Perdonatemi se non metto molti link, ma vado veramente per uno. Quando saprete perché mi perdonerete se per una volta non ho potuto essere la vostra segretaria.
(...a proposito: spettacolare Daveri che liquida il "dividendo dell'euro"! I tassi ora sono scesi a causa di tendenze globali, non della moneta unica! Stranamente è quello che noi abbiamo sempre detto, perché era scritto nella letteratura scientifica. Ma il suo discorso richiede un commento più approfondito: ora devo occuparmi di altre persone che lui stesso non esiterebbe a riconoscere come meritevoli di più immediata attenzione. Con immutata stima...)
martedì 27 dicembre 2016
Blog sospeso per eccesso di QED
E come potevamo noi cantare
con il piede
straniero sopra il cuore,
fra i morti
abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di
ghiaccio, al lamento
d’agnello dei
fanciulli, all’urlo nero
della madre che
andava incontro al figlio
crocifisso sul
palo del telegrafo?
Alle fronde dei
salici, per voto,
anche le nostre
cetre erano appese,
oscillavano lievi
al triste vento.
(...tutto sta andando come previsto: ci troviamo di fronte alla scelta fra "ricapitalizzare le banche in euro, sottomettendoci alla troika, o in lire, recuperando sovranità monetaria", in un contesto in cui chi dovrebbe essere nostro alleato, perché in realtà ha più da perdere di noi, di fatto sostiene il nostro nemico. Del nostro governo nemmeno parlo, perché "nostro governo" in Italia è un ossimoro almeno a far data dal divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia nel 1981 - ma forse dalla discesa di Carlo VIII, e forse anche da prima, non so... Io sto lavorando per portare il dibattito e la consapevolezza a un altro livello e in altri luoghi. Consentitemi, per motivi puramente sentimentali, il vezzo di aiutare la sinistra a diventare più di sinistra. Sappiate però che io so, come sapete voi, che questo è un vicolo cieco, per i motivi che vedevo arrivare nel 2011 e che nel frattempo si sono palesati, costringendo tutti noi a regolarci di conseguenza, come chiede Giorgio Gattei, trovandomi assolutamente d'accordo: il problema è colpire l'Unione Europea, e il fine giustifica i mezzi. Tornando alla mesta cronaca, il salvataggio non ci ha salvato, e la Bce, cioè Berlino, alza la posta, per il semplice motivo che ci vuole mandare la troika, allo scopo di spremere - via imposte patrimoniali, così deliziosamente bipartisan - le risorse con le quali pagare il costo dello smantellamento dell'euro, ormai inevitabile e da negoziare con Trump. Gli Stati Uniti ormai non nascondono il loro scontento per l'attuale stato delle cose, e in particolare per il fatto che l'euro è una manipolazione monetaria su ampia scala, principalmente indotta dalla simpatica abitudine dei nostri amici tedeschi di fare i porci comodi loro fino a quando il resto del mondo non si coalizza per rimetterli al loro fottuto posto - qui, a pagina 16 - cosa che a me personalmente dispiace perché penso sempre a Goethe e a Bach, e preferirei, a differenza delle élite e del popolo tedesco una composizione pacifica degli inevitabili conflitti - qui, ex multis, altri che li avevano visti venire. Alla guerriglia coi piddini, che noi definiamo al di là dell'appartenenza politica come quei poveri idioti che "sanno di sapere", e alla cronaca dei gazzettieri, nemici della verità e quindi della pace e della democrazia, pensateci voi. Quello che c'è da fare l'ho scritto nel Tramonto dell'euro quattro anni fa. Ora vorrei evitare che, come al solito, a livello di "letteratura scientifica" si approprino dei miei risultati quattro cialtroni opportunisti, come è già successo con la storia dell'Odessa consensus - il progetto di hall of shame è solo accantonato, non abbandonato... Quindi, perdonatemi, ma siccome non sono uno e bino, se scrivo un paper non posso tornare sul blog, dove comunque non saprei cosa fare se non dire che l'avevo detto, il che, alla lunga, diventa stucchevole anche per me...)
(...questo non è un testo: è un ipertesto. Quelle porzioncine di testo in colore diverso si chiamano link, e dovete cliccarci sopra e leggere - o rileggere - e ascoltare - o riascoltare - tutto quello che trovate, anche se credete di conoscerlo, anche se credete di averlo capito. E questo perché, cari amici, siccome vi so frustrati dall'ennesima serie di litigi coi parenti piddini cui la lieta festività del Natale vi avrà costretto, mi corre l'obbligo di farvi notare che se non riuscite a farvi capire è perché non avete capito un cazzo voi per primi - detto con affetto, s'intende -, se non avete capito è perché non avete studiato abbastanza, e la prima cosa che dovreste studiare e capire è questa. Lasciate che il lavoro sporco lo faccia la SStoria. Io torno al mio lavoro accademico...)
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