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sabato 19 agosto 2017

"Social media" vs. "élite media"

Sarà capitato anche a voi di commentare con un giornalista l'inarrestabile declino delle testate italiane (qui Dagospia ex multis). In ogni caso, è capitato a me, ed è sempre un'esperienza interessante, che apre a orizzonti culturali interminati, a sovrumani concetti, ove per poco il cor non si spaura: la sociologia, la storia, le scienze politiche, e, naturalmente, la tecnologia (#hastatoInternet) arditamente vengono combinate in un quadro che, se da un lato, soprattutto quando viene fatto da persone intellettualmente oneste, fornisce importanti spunti di riflessione sul significato odierno di democrazia, dall'altro, anche quando viene fatto da persone intellettualmente oneste, non riesce a sfuggire a un soupçon di intento apologetico. Insomma: #hastatoInternet, #hastatoilfallimentodeicorpiintermedi, #hannostatolemacchiesolari, ma mai uno che dicesse, almeno in camera caritatis: "Forse c'entra anche un po' il fatto che stiamo dicendo troppe fregnacce...".

Questa eventualità, però, non può essere completamente esclusa. Non so se adottare l'assioma secondo cui la qualità del bene (l'informazione fornita) non influisce sulla domanda del bene (le copie vendute) aiuti a capire cosa sta succedendo. Sicuramente aiuta a capire la mentalità di chi da questa ipotesi procede: quella per cui i lettori sono un parco buoi di decerebrati che sarebbero disposti a bersi qualsiasi fregnaccia, e che quindi, se smettono di comprare certi giornali, non lo fanno perché hanno la sensazione di non essere correttamente informati, ma solo perché #hannostatoletestateonline o #hastatolafreepress.

Certo: nessuno nega che la diffusione di outlet alternativi possa avere influito sull'agonia delle grandi (?) testate. Tuttavia, da queste testate ci viene perennemente rinfacciata la nostra incapacità di non cogliere le sfide della globalizzazione, ecc. ecc. (la solfa la conoscete): al rimbrotto, però, non segue un esempio positivo! Noi dobbiamo riciclarci, magari diventando skipper sul Mar Baltico a 60 anni dopo esser stati sportellisti alla posta di Vimercate, perché questo è lo Zeitgeist. Loro invece non avvertono l'esigenza di riciclarsi dicendo, sempre dallo stesso posto di lavoro, cose più interessanti, che mercato ne avrebbero (e questo blog lo dimostra)...

Una eloquente asimmetria messa in risalto pochi giorni fa da Marcello Foa con l'osservazione che "i blogger avevano ragione, la grande stampa aveva torto". Gli esempi fatti da Foa sono eloquenti (lo ringrazio per la citazione) e incontrovertibili. Il fatto che chi dovrebbe informare non si assuma le responsabilità di una serie ormai infinita di epic fail e non si degni di prendere in considerazione che l'andamento sul mercato di certe testate potrebbe esserne condizionato rivela una mentalità radicalmente elitaria, come ho osservato sopra: dire che se i giornali si vendono di meno la loro attendibilità non c'entra nulla, significa considerare esplicitamente i lettori come minus habens disposti a bersi qualsiasi panzana. Significa, insomma, costituire i media tradizionali in media delle élite, in contrapposizione ai social media su cui voci indipendenti possono ancora per poco (e sempre di meno) esprimersi.


Leggendo il post di Foa ripensavo a un episodio di qualche tempo fa.

Come sapete, io sono stato fin da subito molto, molto scettico circa il fatto che Tsipras, osannato qui da noi come il Simon Bolivar dei Balcani, riuscisse effettivamente a liberare il suo popolo dall'oppressione delle insensate regole europee. Il semplice fatto che quel personaggio su cui la storia deve ancora formulare un giudizio si rifiutasse di mettere in questione l'euro dimostrava che non stava facendo sul serio e quindi avrebbe fallito. Fui pressoché l'unico a esprimere questo concetto limpido e inesorabilmente logico, e lo feci in tantissime occasioni:

1) il 5 gennaio 2015 parlando del ruolo dei partiti "radicali" nell'Eurozona (o meglio: nel suo rafforzamento);

2) il 26 gennaio 2015 commentando la vittoria di Tsipras;

e via dicendo (basta googlare "goofynomics tsipras" per vedere cosa pensavo e tuttora penso, ma no sono cose belle).

Mi era capitato di farlo, proprio il 26 gennaio, anche su Omnibus La7, in questi termini:


"Il programma (di Tsipras, ndr) non è verosimile e la prova ce la danno i mercati che non ci credono..." "Tutti sanno che questa è una simpatica, divertente, tragica farsa, perché le contraddizioni del programma di Tsipras non sono tanto sul fronte del debito pubblico, del quale sinceramente non so perché l'informazione italiana continui a parlare, dal momento che lo stesso vicepresidente della Bce, andando ad Atene il 23 maggio del 2013, in un discorso che esorterei gli ascoltatori a leggersi (è stato tradotto in italiano nel sito vocidallestero) ha detto che il nostro problema, il problema dell'Eurozona, non è un problema di debito pubblico... Il vero problema è il crollo totale della domanda interna che anche in Grecia, come in Italia, è stato provocato dal desiderio di recuperare competitività, cioè dal desiderio di rendere i propri beni e i propri servizi meno cari per poterli vendere all'estero..." "Tsipras sta lì a fare il metadone, ma purtroppo la droga dell'Europa si chiama euro e finché non si affronta il problema non si può pensare di risolvere la situazione...".

Un intervento, mi sembra, non solo lungimirante (non devo dirmelo da solo, ma non ho difficoltà a farlo, mentre ho difficoltà a non farlo), ma anche piuttosto chiaro.

La domanda era: "Con Tsipras i greci hanno risolto?"

La risposta era: "Tsipras è solo metadone: non risolve il problema".


Assisteva a quella puntata anche il dottor Bruno Manfellotto, che, due mesi dopo (il 9 marzo 2015), riassumeva così il mio intervento:

Pancani: "Vorrei tornare un attimo da Manfellotto perché, l'abbiamo detto all'inizio, sembrava che per la Grecia tutto fosse stato più o meno risolto..."

Manfellotto (interrompendo): "Pensava il professor Bagnai, qui in questa sede, non è che lo pensavamo noi!" (risatina).

Tralascio la scarsa eleganza consistente nel citare una persona assente: come vedete, nell'epoca di Internet ad essa si può facilmente porre rimedio, mettendo a diretto confronto due interlocutori (anche quando uno dei due il confronto magari preferirebbe evitarlo), e poi, lo confesso: anche a me è capitato di farlo (ma solo dopo aver constatato che questa prassi veniva adottata sistematicamente nei miei confronti), quindi non sarò certo io a scagliare la prima pietra di fronte a un peccatuccio veniale di questa fatta.

Tuttavia (posso sbagliare, e se sbaglio mi corigerete) ma non mi sembra di aver mai (e dico mai) citato una persona attribuendogli opinioni esattamente contrarie a quelle da lei espresse!

Devo dire che quando mi metteste immediatamente a parte di questa caduta di stile io fui talmente avvilito che rinunciai a commentarla. Mi chiesi se era possibile che io fossi stato poco chiaro. Riascoltai il mio intervento. Io mi capisco, ma questo vuol dire poco. Anche voi, però, avevate capito cosa volevo dire: volevo dire che Tsipras non avrebbe risolto nulla, che era metadone, un palliativo, un modo per eludere la radice del problema.

Uscendo da quella trasmissione (quella del 26 gennaio) mi ero congedato da Manfellotto con toni cortesi, peraltro ricambiati. Allora perché travisare così le mie parole? Ero veramente allibito. Forse era distratto mentre parlavo? Forse non ero stato chiaro? O c'erano altri motivi che non riuscivo ad immaginare per denigrarmi in mia assenza attribuendomi opinioni che i fatti avrebbero smentito, quando ero stato pressoché l'unico in Europa (certamente in Italia) a prevedere il fallimento di un personaggio sul quale invece tutti i grandi media all'epoca avevano puntato, acclamandolo addirittura come un modello per cambiare rotta (dall'iceberg alle scogliere)?

Non so: questa cosa mi ha intristito, ci son rimasto veramente male, tanto che ho rinunciato ad approfondirla con l'interessato, del quale ho da qualche parte i recapiti, anche perché nel frattempo mi sono dovuto dedicare ad altri interlocutori.

Certo, quando poi leggo articoli come questo io, che, come sapete, in generale non sono entusiasta di spiegazioni "neoluddiste", non posso che rinsaldarmi nel mio convincimento che la tecnologia sarà sicuramente importante, ma, ancora per qualche millennio, ad essere veramente determinante resterà il fattore umano...

martedì 6 settembre 2016

Fantapolitica

(...non metto link, tanto è un raccontino, non c'è nulla di vero, è un'opera di fantasia, e poi chi è di queste parti sa di cosa sto parlando, e chi non è di queste parti è arrivato senz'altro troppo tardi per impedire che la fantasia diventi realtà, e forse anche per riconoscere questa realtà quando gli si parerà davanti, cioè entro un anno...)




L'Unione Europea è un progetto statunitense. Serviva, come sappiamo, a rendere coeso il fronte orientale, quello verso il nemico sovietico.

Poi il nemico si sfaldò, e con esso c'era il timore che si sfaldasse anche il fronte. Sai com'è, quella storia della tesi: senza antitesi, non c'è sintesi...

Aggiungi che serviva anche un bell'impulso, l'impulso definitivo, a quella globalizzazione finanziaria che tante soddisfazioni stava dando al capitalismo, schiacciando ovunque i salari. In Europa questi resistevano: per opporsi al comunismo in modo efficace si era infatti dovuto creare un credibile welfare, e assicurare una bassa disoccupazione. Tutte cose che rendevano i salari piuttosto coriacei, ma non tanto da non poter essere scardinati dalla moneta unica.

Certo, l'euro aveva anche dei costi, proprio per quel sistema finanziario, e per quel blocco geopolitico, che legittimamente si aspettavano di trarne vantaggi.

Ubi commoda... Il fottuto latino!

I costi in termini economici erano noti e ovvi: squilibrando la distribuzione del reddito, la moneta unica provocava una ipertrofia del credito che rendeva il sistema finanziario più fragile, anziché più stabile come promesso. Decine di crisi finanziarie provocate da agganci a valute "stabili" lo provavano negli ultimi decenni. Ma fin qui nulla di male: oltre un millennio di storia economica dimostra che nulla è più facile, se si controllano le istituzioni, del socializzare le perdite (accollandole a pensionati e contribuenti) dopo aver privatizzato i profitti.

Poi c'erano i costi geopolitici, ricordate? "L'aspirazione francese all'uguaglianza è incompatibile col desiderio tedesco di egemonia"... Ecco: quelli, di costi, sarebbero stati un po' più difficili da gestire. Più in generale, l'euro avrebbe provocato, nel medio termine, il frazionamento politico dell'Europa. Lo aveva pronosticato Kaldor nel 1971 e confermato Feldstein nel 1997. Non ci potevano essere dubbi. La domanda quindi era: ci conviene un'Europa balcanizzata, o un'Europa coesa? Domanda che ovviamente si ponevano, e tuttora si pongono, gli Stati Uniti.

La risposta è dipesa dalle circostanze.

Per un po' prevalse una certa preferenza verso l'Europa balcanizzata, cioè verso l'euro. Poi, però, si comprese che il vantaggio di frantumare la leadership europea tramite il conflitto economico allo scopo di controllarla meglio si pagava col costo di rinunciare a un motore di crescita della domanda mondiale (e quindi di profitti delle multinazionali Usa), e con l'altro non trascurabile svantaggio di perdere pezzi a beneficio dell'antagonista russo, che tornava ad affermarsi.

Così, verso la metà del secondo decennio del terzo millennio, gli Stati Uniti tornarono a quella che era stata la loro posizione negli anni '70, una posizione di sostanziale opposizione alla moneta unica europea. Una moneta unica che stava nuovamente alimentando la questione tedesca, e invece di tenere la Germania abbracciata alla Francia, la stava proiettando a Est, e stava frantumando l'intera Europa, con esiti radicalmente imprevedibili. Una moneta unica che stava soffocando la crescita mondiale. Una moneta unica che stava alimentando gli squilibri globali, proiettando il surplus tedesco verso livelli mai sperimentati in passato, costringendo così gli Stati Uniti a un ruolo di acquirente di ultima istanza, sempre più difficile da sostenere in un quadro nel quale il resto del mondo cominciava timidamente ma decisamente a dedollarizzarsi (e quindi agli Stati Uniti non bastava più semplicemente emettere dollari per finanziare il proprio deficit estero).

I costi della moneta unica stavano superando i suoi vantaggi, com'era prevedibile e previsto (non da molti): era quindi giunto il momento di farne a meno.

Ma... la transizione fra un sistema nel quale i costi superano i benefici, e il sistema successivo, comporta essa stessa un costo!

Smantellare l'euro, in particolare, avrebbe avuto due ordini di costi: un costo finanziario, perché le banche del Nord Europa avrebbero dovuto accollarsi almeno una parte delle perdite determinate dalla svalutazione dei loro crediti, i quali, essendo stati accesi in euro, sarebbero stati saldati nella nuova valuta meridionale, più debole (o, il che è lo stesso, in una minore quantità della nuova valuta settentrionale, più forte); e un costo politico, perché le classi politiche che avevano fino a quel momento indicato nell'Europa, cioè nell'Unione Europea, cioè nell'euro (che son tre cose diverse, ma per loro dialetticamente identiche) l'unica via, si sarebbero dovute rimangiare tutto, soffrendo una pesantissima perdita di credibilità.

Un problema non da poco per lo zio Tom, perché le banche tedesche sono fortemente interconnesse con quelle americane, e i leader europei sono fra i principali garanti della pax americana (che poi tanto pax non è, ma si sa: l'unico keynesismo buono è quello bellico...).

Difficile da risolvere, il problema, vero?

Difficile se fosse stato imprevisto. Ma imprevisto non era, e il piano B era pronto. Sentite come funzionava. Si cominciava col mandare segnali di insofferenza verso il Nord Europa, al duplice scopo di fiaccarne il morale, e di consentire alle classi politiche del Sud di desacralizzare il feticcio europeo: "Anche i tedeschi truccano  motori, anche le loro banche sono marce, l'euro li ha avvantaggiati...". Al termine di questo processo, si mandava un cubista di elevatissimo lignaggio accademico a scoprire che il cielo è azzurro e il prato è verde (verde semaforo, per l'esattezza), scrivendo qualche puttanata sul doppio euro, e sdoganando così di fatto nei circoli che contano l'idea che l'euro non fosse irreversibile (il che dimostra che i circoli che contano sanno di contare, ma non sanno contare...).

Questo per la parte politica.

E per la parte economica?

Ma anche questo è semplice. Ricordate qual era il problema? Non far saltare le banche tedesche, perché fortemente interconnesse col sistema finanziario statunitense. E allora? E allora, prima di smantellare l'euro, bisognava ricapitalizzare le banche del Nord. E i soldi chi ce li avrebbe messi? Ma, semplicemente i cittadini dello stato più ricco fra i membri dell'allegra brigata: l'Italia. E l'avrebbero fatto spontaneamente? Ma che domande! No, certo che no! Lo avrebbero fatto con la troika. Come? Perché la troika? Ma perché, come si era già visto nel caso della Grecia, questa istituzione era uno strumento estremamente efficiente (anche se lievemente corrotto) per canalizzare verso le banche del Nord le risorse spremute ai cittadini del Sud, via imposte e contributi ai fondi salvastati. E perché gli italiani avrebbero dovuto accettare una cosa simile? Ma, anche questo è piuttosto ovvio: semplicemente, si sarebbero prese delle misure tali da mettere in crisi terminale il loro sistema bancario fiaccato da cinque anni di crisi economica ininterrotta. Poi, al momento di ricapitalizzare il sistema bancario, confidando nella conclamata incapacità culturale ed etica del governo italiano di ritornare a una valuta nazionale, sarebbe stato fin troppo semplice proporre il ricorso al MES (cioè alla troika) come unica soluzione praticabile.

TINA.

Ma i cittadini italiani, visto il fallimento della troika in Grecia, non si sarebbero rivoltati?

Non credo.

Intanto, non è assolutamente detto che i cittadini italiani potessero aver capito cosa era accaduto in Grecia. Fior di intellettuali, da Gallino in giù, si erano attivati per elaborare, perfino tramite un'apposita lista civetta, una mitopoiesi positiva del massacro greco, letto in chiave di viatico per una fantomatica "altra" Europa...

E poi, oltre a questa simpatica opera di disinformazione, da alcuni anni si scaldava a bordo campo il partito antisistema di regime, quello tutto castacriccacoruzzzzione. Chi meglio di lui poteva invocare credibilmente l'intervento in Italia di un podestà straniero? "Casta, cricca, coruzzzzione, se sò magnati tutti, mejo li tedeschi, che armeno a casa loro e cartacce pe ttera nun ce stanno".

Alto sentire, lungimirante visione: quella di un popolo di schiavi, appunto.

Ci pensate?

La sintesi perfetta!

Lo stesso partito che era in grado di proporre come soluzione politicamente accettabile il commissariamento del paese, sotto l'usbergo dell'onestà cha-cha-cha, era anche quello che per anni aveva fatto finta di voler uscire dall'euro, e quindi, a causa di questa pantomima, poteva proporre in modo credibile (ma per conto terzi) l'uscita dall'Eurozona del guscio vuoto dell'Italia.

Chiaro, no?

A elezioni fatte (negli Usa) si lascia fallire il cazzaro (che avendo usurato il proprio consenso in anni di crisi non potrebbe gestire l'esproprio del paese senza causare sommosse nel paese), arrivano loro, gli onesti, si caricano la troika in Italia (perché i nostri sò corotti), quella prende i nostri soldi e li porta in Germania (come già visto e documentato nel caso greco), in modo che le inevitabili turbolenze da rottura dell'euro ne risultino attenuate e non coinvolgano troppo lo zio Tom, dopo di che qualcuno, nella stanza dei bottoni, preme il pulsante rosso con scritto #ciaone, e al grido di onestà cha-cha-cha viene smantellato l'euro, ma solo rigorosamente dopo aver lasciato raschiare al capitale estero anche il fondo del barile.

Se sò raschiati tutto...

Fantapolitica, naturalmente.

La trama di un romanzo.

Se dovessi colorarla un po', cosa aggiungerei? Ma, non so, fate voi: io mi sono proposto di non lavorare dopo le undici, anche perché questa è un'opera di fantasia, ma se Dio ne guardi si dovesse realizzare avrei bisogno di essere in salute, per vari motivi, non ultimo dei quali il fatto che la sanità pubblica non ci sarebbe più. Tuttavia, credo che molti di voi saprebbero far quadrare in questa semplice trama (l'esproprio della ricchezza degli italiani come garanzia per gli Usa che lo smantellamento del loro giocattolo non gli costi troppo mandando in vacca il marcio e corrotto sistema bancario tedesco, con il pericolo di tirarsi dietro quello statunitense) molti, se non tutti, gli epifenomeni cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, a partire da quando Lars Feld (e poi Zingales) hanno cominciato a dire che i tedeschi avevano nazionalizzato le loro banche perché la crisi allora era sistemica, ma ora no, e quindi a noi toccava la troika, che in fondo non era una cattiva cosa, se fosse servita a stabilizzarci, per arrivare all'uscita dell'illustre luminare democrat che scopre l'acqua calda (perché lui? Perché ora?)...

Fantapolitica.
Voi stampatela, e tenetela da parte. Ma ricordate: se si verifica la congiunzione "partito degli onesti più troika" (non si verifica, per carità... ma se si verifica...) prendete i (vostri) soldi e scappate. Poi, quando gli onesti avranno fatto quello che finora si sono callidamente adoperati per impedire, cioè ci avranno portato fuori da questa colossale trappola, ovviamente spolpandoci a beneficio dei loro onesti mandanti esteri, tornate (ma i soldi lasciateli fuori ancora per un po').

Nun capita, ma ssi capita...



(...this is a work of fiction ecc. D'altra parte, presto dovrò trovarmi un nuovo lavoro: proviamo con i romanzi...)

(...sì, Celso: è proprio così...)

mercoledì 16 marzo 2016

Dernière chance (i colonnelli, o l'età dell'euro in Grecia...)

(...da Panagiotis ricevo e pubblico. Ho ricevuto questa lettera ieri arrivando a Orléans, e sono rimasto piuttosto scosso. Ho chiesto il permesso di condividerne con voi il peso. Io non so cosa altro fare. Ho detto chiaramente che le politiche di destra nel lungo periodo avvantaggiano solo la destra. Era l'agosto del 2011. Voi mi avete capito, o almeno una parte di voi. Siamo dei superuomini? Siamo dei geni? Mi farebbe piacere pensarlo, ma so che non è così. Quello che non so è cosa abbiano gli altri. Non lo so, perché non lo capisco, perché non mi sembra umano, perché esula dalla mia humanitas, e quindi lo ritengo a me alieno, ma posso definirlo per analogia. Quello che hanno oggi gli europeisti è esattamente quello che portava tante brave persone, fino al diciassettesimo secolo incluso, a ritenere di far la cosa giusta bruciando sul rogo alcune malcapitate. L'Europa, come la intendono loro, è, esattamente come la caccia alle streghe, innanzitutto una profonda psicosi collettiva. Sono persone umanamente miserabili, pericolose, ma soprattutto malate. E purtroppo la cura di simili patologie, si sa qual è: la guerra. Ci porteranno a una terza guerra mondiale - cioè a una terza guerra civile europea - e poi diranno che è colpa nostra, nonostante sui libri di testo sia scritto che il loro progetto avrebbe condotto a un conflitto. Buona lettura, naturalmente...)

Cher Alberto,

Je vous ai laissé sans trop de nouvelles depuis un moment déjà, à part mes écrits du blog greek crisis que vous suivez encore peut-être. Hélas, nos nouvelles sont mauvaises.

Je viens de vous adresser un message d'appel de notre campagne de financement participatif ("crowdfunding") pour Greece Terra Incognita, que vous pouvez faire suivre à travers votre réseau (mais également si seulement c'est possible via le réseau des économistes, universitaires, acteurs économiques en Italie. - pourraient-ils aider ?), et aussi via facebook, c'est important.

Épuisés par ce pays en réalité mourant et néanmoins toujours si beau à visiter, nous lançons enfin notre campagne ... je crois de la dernière chance !

Le piège final se réalise après l'euro, l'autre arme de destruction massive utilisée par l'Européisme (et pas uniquement) ce sont les migrants. Ma compagne (sans ressources depuis octobre dernier car sans travail) et moi-même, nous tentons cette ultime... sortie de survie via notre activité Greece Terra Incognita, dans le domaine du tourisme. En cas d’échec (et comme les donations de Greek Crisis ne suffisent pas), c'est, soit attendre aussi notre mort physique après la mort économique, soit quitter la Grèce...

Les autres Grecs autour de nous sont à peu de choses près dans la même situation, puis 20% de la population s'en sort, aussi grâce... à l'autre économie. Je me souviens de notre colloques de 2013 et de 2014, j'avais évoqué parfois la prostitution des étudiantes comme par exemple en Russie dans les années 1990, nous y sommes largement à présent en Grèce; puis, tant de gens vendent dans la rue du tabac "fait maison" dans les régions rurales, nos liens sociaux et familiaux ne sont plus et évidemment, la dite grande solidarité envers les migrants n'est que propagande, elle ne concerne qu'une petite partie des Grecs (dont la sociologie du clientélisme SYRIZA) et hélas pour les migrants, cela ne peut plus être autrement.

Je crois que l’intégration... mondialiste a décidé de remplacer aussi une partie de la population de la Grèce et on parle déjà de la création de zones économiques spéciales (un colloque a eu lieu à ce sujet récemment réunissant des anciens commissaires UE et politiciens d'ici, les ridicules Tsipriotes compris). En ce moment, un sentiment de rejet TOTAL de la politique, voire, de haine vis-à-vis de SYRIZA monte en flèche, la Gauche (sous toutes ses formes) ne reviendra plus jamais me semble-t-il au pouvoir et les tenants des Plans-B (vrais comme faux) sont aussi déconsidérés car étant de gauche et ayant eu des liens avec SYRIZA, et pourtant, un énorme sentiment contre l'euro et surtout contre l'UE se renforce comme une lame de fond.

Les Grecs rêvent en ce moment d'une "bonne dictature militaire et patriote" je l'entends tous les jours dans la rue sauf à travers les médias. Car Tsipras avait à mon avis tout "vendu" avant son arrivée au pouvoir et cette énorme trahison nationale (et non pas uniquement du peuple de gauche comme on dit) a détruit le dernier espoir de type politique légal chez les Grecs, et par la même occasion il a pulvérisé à jamais leur ultime possibilité (même théorique) dans la gestion du temps encore possible car espéré, celui de l'avenir. De ce point de vue, la mutation (et mutilation) anthropologique de la société grecque est alors immense, avec SYRIZA, le couteau dans la plaie a atteint la barrière anatomique de la société grecque... je le ressens même personnellement.

Je dirais en historien que nous nous avancerions dans une "culture de guerre" concept que nous avions forgé en d'autres temps autour de mon directeur de thèse (Histoire) que vous connaissez peut-être, Stéphane Audoin-Rouzeau, seulement nos concepts (et cela même peut-être autant en économie) ne suffiraient guère pour analyser les faits et gestes. En paraphrasant Paul Nizan (Aden Arabie) je dirais autant : « J’ai exactement cinquante ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie. » !

Merci infiniment et merci d'avance,

Avec mes amitiés

Panagiotis



(...i giornali non ci parlano della Grecia. E un motivo, come avrete capito, c'è. Ora vado a correre, poi penso ai diversamente europei, se prima non ci pensa qualcuno di voi. Meglio sfogarsi un po'...)

Addendum: la traduzione la trovale qua sotto ad opera di eelu ei. Io mi limito a ricordarvi che qui da un pochina parlavamo di scenario cileno per la Grecia. Certo che l'euro è una benedizione dal cielo, ma noi portiamo proprio sfiga...

lunedì 23 novembre 2015

Colloque « L’EURO, UN ÉCHEC INÉLUCTABLE ? »

Voici M. Bagnai dans toute sa splendeur, entouré d'une compagnie aussi prestigieuse que compétente. Ecoutez-les tous, Smith reconnaîtra les siens (et Keynes les siens …) …





(…vous savez combien cela commence à me lasser de parler de l’euro. Mais c’était un immense plaisir de le faire en français, et, de plus, financé par le Parlement Européen !)


giovedì 23 luglio 2015

Gallino (breve compendio di istruzioni ad uso dei pentiti di euro)



(come molti blog, credo, anche questo si è basato e si basa sul sano principio del facit indignatio versum. In un periodo in cui tutto è così prevedibile – per noi che studiamo insieme da quattro anni – da dire ci sarebbe veramente poco. Anche ciò di cui vi parlerò oggi era prevedibile e da noi previsto, ma il modo in cui si verifica mi turba lievemente e mi motiva a condividere seco voi, dilettissimi fratelli e sorelle, alcune serene considerazioni...)

(Vladimiro Giacché freundlich gewidmet...)

Nella lotta contro qualsiasi forma di criminalità organizzata i pentiti costituiscono una risorsa preziosa, che l’investigatore saggio cercherà di sfruttare al meglio. Il pentito, si badi, non dà solo informazioni agli investigatori. Sono spesso molto più preziose le informazioni che, per il fatto stesso di pentirsi, dà ai suoi ex-complici: l’aria sta cambiando! Starà alla sagacia dell’investigatore far tesoro sia delle informazioni che riceve lui, sia di quelle che ricevono (indirettamente) i membri dell’organizzazione (che quando succede una cosa del genere magari si sfalda un po’).

Certo, l’investigatore deve essere bravo. Ma anche il pentito bisognerà che ci metta del suo. Questo vale anche e soprattutto per quella forma di criminalità particolarmente male organizzata che è il cosiddetto “progetto europeo”. Vi propongo un esempio, a seguito del quale svilupperò alcune brevi e pacate considerazioni.

Allacciate le cinture...

Luciano Gallino 2011
Alla domanda su un eventuale ritorno alle valute nazionali risponde:

“Sarebbe una pura follia. In primo luogo il ritorno a diciassette monete diverse solleverebbe difficoltà tecniche assai complicate da superare, poiché l’integrazione economica, finanziaria e legislativa tra i rispettivi paesi ha fatto nel decennio e passa dell’euro molti passi avanti. Inoltre parecchi paesi avrebbero a che fare con tassi di scambio catastrofici. Tra di essi vi sarebbe sicuramente l’Italia. Il giorno dopo un eventuale ritorno alla lira ci ritroveremmo con il franco a 500 lire (era a 300 quando venne introdotto l’euro), il marco a 2.000 (era a 1.000) e la sterlina a oltre 3.000. A qualche imprenditore simili tassi possono far gola, poiché favoriscono le vendite all’estero; ma essendo quella italiana un’economia di trasformazione, che all’estero deve comprare tutto, dal gas ai rottami di ferro, il costo degli acquisti dall’estero le infliggerebbe un colpo insostenibile.”

Insomma, una roba tipo questa.

All’epoca (settembre 2011) commentai serenamente con un “Basta!”, che trovate in calce all’esternazione.

Luciano Gallino 2015
“Nel caso invece che qualcosa si volesse fare, una soluzione potrebbe esserci. La UE convoca una Conferenza sul Sistema Monetario Europeo, il cui punto principale all’ordine del giorno dovrebbe essere la soppressione consensuale dell’euro, ed il ritorno alle monete nazionali con parità iniziale di 1 rispetto all’euro. Altri punti dovrebbero riguardare la preparazione tecnica della transizione, e una estesa campagna di informazione pubblica prolungata per mesi.”

(il link ve lo cercate perché personalmente non ritengo di dover collaborare, perdonatemi...)

Dal vangelo secondo Luca
Ita dico vobis: Gaudium fit coram angelis Dei super uno peccatore paenitentiam agente quam super nonaginta novem iustis, qui non indigent paenitentia.

Considerazioni
Colpo di scena! Cosa abbiamo qui? Abbiamo uno studioso che, per mia colpa, non conoscevo se non per la sfolgorante lieve imprecisione nella quale mi ero imbattuto nel 2011, ma del quale so essere sciamano particolarmente autorevole presso la tribù piddina, che dice (oggi) l’ovvio.

Si tratta di un dato politico da non sottovalutare e da gestire con oculatezza.

Ci insegna infatti Vladimiro ne La fabbrica del falso, e ci ripete assiduamente su Twitter, che oggi dire l’ovvio è un gesto rivoluzionario. Nulla di nuovo sotto il sole: l’ovvio altro non è che la declinazione più stucchevole del vero, di quella verità che sola potrà renderci liberi, come diceva un noto blogger del primo secolo, e che, come avrebbe poi detto una nota mummia del XX secolo, è in sé rivoluzionaria.

Mi sovviene qui un altro dibattito in corso fra me e Vladimiro, laddove lui mi esorta a decidere se io preferisca avere niccianamente ragione da solo, o tentare di aggregare un fronte politico. Nel secondo caso, va da sé, sarebbe meglio accogliere a braccia aperte chiunque, e tanto più personaggi che per la loro valenza simbolica possono dare un segnale significativo alla cosca di Bruxelles e soprattutto ai suoi capibastone locali. Io, figuratevi, sono evangelico. Qui abbiamo gioito per la redenzione di così tanti peccatori insignificanti! Quante volte abbiamo condiviso la vostra esultanza per aver incrinato le ottuse certezze dei vostri parenti piddini (in senso antropologico, non politico, lo ricordo: il piddino è il mediocre che sa di sapere, a prescindere dall’appartenenza politica al PD, che pure registra una percentuale statisticamente anomala di questi soggetti), il vostro gaudio per aver seminato il germe nel dubbio nel collega, o nel compagno di squadra, insomma: nel prossimo vostro. Erano piccole vittorie, ma quanto sudate! E perché costava così tanto convincere persone altrimenti sensate di ciò che in fondo era, appunto, ovvio (nonché affermato dalla migliore letteratura scientifica, come voi ben sapete)? Perché mai il vostro compito era così arduo? Perché tanto strazio? Perché tante famiglie lacerate? Perché questo clima di incipiente guerra civile?

Leggete Gallino 2011 per darvi una risposta.

Non se ne abbia il professor Gallino se per inquadrare la sua figura ho usato il termine “sciamano”: non l'ho certo fatto per dileggio, anzi. Ho usato questo termine in senso tecnico e non figurato (per intenderci, non come quando quelli della sua parte mi chiamano guru)! Il fatto è che lui è studioso autorevole nel suo campo (che non è il mio) e questo, ovviamente, nessuno glielo toglie. Ma c’è un’altra dimensione da tenere in considerazione nel problema che qui ci tocca. Ed è il fatto che se un sistema così irrazionale si è potuto sostenere così a lungo, se ha lacerato così tante famiglie, se ha frantumato la coscienza di classe di intere generazioni, condannandole a una sottoproletarizzazione apparentemente irreversibile, se ha fatto così tanti morti (e tanti altri ne farà), ciò dipende essenzialmente dalla regressione della sinistra a un pensiero magico sull’Europa, pensiero del quale tutti gli autorevoli padri nobili che hanno sostenuto il “progetto europeo” sono stati sciamani, intesi, in senso tecnico, come “persone che assumono all’interno della propria comunità il ruolo di tramite con le entità soprannaturali come gli spiriti del cielo o degli inferi, le anime dei defunti, l’Europa” (dalla Treccani, con una lieve integrazione).

Come dice un homme de qualité che sta lanciando un progetto nel quale sarò lieto di farmi coinvolgere “il Verbo della tecnocrazia e della moneta unica e irreversibile è assurto a dogma provvisto di ieraticità e sacralità (elementi squisitamente premoderni, indice di spaventosa regressività)”. E questa moneta unica, mi par di vedere che nel 2011 il professor Gallino la difendesse, direi in modo oltremodo premoderno, à la Platerotì, per gli intenditori...

Attenzione!

Io sono quello del bicchiere mezzo pieno! Fa tanto più onore al professore, che procedeva da un punto di partenza lievemente svantaggiato (oggettivamente, una crisi economica può essere meglio compresa da un economista), essere infine pervenuto alle conclusioni cui è arrivato, e per questo vedi alla voce “gaudium fit...”. Tuttavia è un dato di fatto, che purtroppo assume rilevanza politica (e in quanto tale non può essere ignorato, e deve essere gestito in qualche modo, nell’interesse di tutti), che se in effetti ci sarebbe bisogno oggi di una campagna di informazione particolarmente capillare e prolungata, come il professor Gallino giustamente mette in evidenza, questo è anche perché per tanto tempo persone come il professor Gallino hanno attivamente disinformato, e lo hanno fatto in un modo ahimè censurabile (mi duole rilevarlo) sotto il profilo dell’etica professionale: parlando ex cathedra in materia che non era la loro (vedi l’annata 2011, una delle migliori), della quale ignoravano visibilmente i rudimenti (qui tutti sapete cos’è il pass-through, ma non è detto che a sociologia lo si insegni, il che non toglie certo valore a questa materia, s’intende...), motivo per il quale erano irresistibilmente e inconsciamente portati, anche laddove pensavano bona fide di voler combattere il neoliberismo (sempre “neo”, eh, mi raccomando! Non si capisca che è un film già visto...), ad adagiarsi sul linguaggio magico del più bieco liberismo da Chicago boy, sine dolo, s’intende, quasi modo geniti infantes, va da sé...

(agli imbecilli di turno consiglio di guardarsi questa regola di grammatica...)

Ora voi direte: se non vuoi ispirarti a Nostro Signore, ispirati almeno a Vozutuk! A nemico che accorre ponti d’oro! (Soprattutto se chi accorre è stato fino a poc’anzi discepolo di Etarcos...).

Eh, sì, io sarei anche d’accordo con voi, ma non so se ve ne rendete conto (il professor Gallino temo di no, perché è stato assente dal luogo del vero dibattito, ma voi forse sì): purtroppo i ponti attraverso i quali potevamo far accorrere i nemici (perché tali sono stati, non nascondiamoci dietro un dito: nemici del nostro paese – ha ragione Roberto Buffagni – perché nemici del buon senso – ha ragione Alberto Montero Soler), quei ponti, ahimè, sono saltati con la pubblicazione del mio post sul Manifesto, e definitivamente distrutti da quattro anni di attività divulgativa (e, dall’altra parte, di solenni minchiate) che hanno scavato un autentico burrone fra i pasdaran del Fogno europeo e gli umili servitori del buon senso. Io potrei anche starmi zitto, e forse farei bene a farlo, chissà. Ma ormai il dibattito su questi temi, ahimè, ha tratto linfa e forma dalla mia divulgazione (esempio). Ne consegue che chi oggi scopre l’acqua calda si trova in re ipsa dall’altra parte del burrone, dalla parte di quelli che finora hanno attivamente ostacolato la nascita di un dibattito (ricorrendo anche a forme più o meno velate di censura) e lo hanno comunque inquinato disinformando. Forse potremmo gettare una corda, provare a fare un ponte tibetano, ma per operazioni di questo tipo occorre che anche e soprattutto chi è dall’altra parte collabori, e per collaborare occorre che scelga bene i tempi, i luoghi e i contenuti.

I tempi (e le responsabilità)
Chi si pente oggi deve partire dalla consapevolezza, profondamente vissuta e dolorosamente esibita, del fatto che è comunque troppo tardi.

Questo lo dico soprattutto a beneficio di Vladimiro, che in privato mi ha visto prendere a badilate (e in qualche caso anche a badialate) nei denti alcuni timidi pentiti, che mi si rivolgevano non so bene perché. In questi casi a me torna in mente sempre questa scena, ed essendo io animale letterario, più che sociale, a quel modello mi ispiro per gestire i pentiti. Dopo di che Vladimiro mi cazzia. Ma il problema secondo me è questo: posto che un certo tipo di operazione, per quanto sterile sia, ha comunque un valore liberatorio (per cui rinunciare ad essa a me personalmente costa), cosa pensiamo di poter ottenere da chi si converte oggi, soprattutto se non sceglie bene luoghi e contenuti (per i quali vedi sotto)? Pensiamo veramente che si possa arrivare, ormai, a una soluzione politica del casino nel quale ci hanno messo i diversamente sagaci che pensavano di poter risolvere il nazionalismo creando una supernazione europea (salvo poi accorgersi d’un tratto, come il professor Gallino efficacemente fa, che questo progetto era appoggiato da una serie di falangi armate dell’ultraliberismo mondiale)? Pensiamo che la loro diversa sagacia possa esserci di aiuto in queste circostanze?

Io credo di no.

Temo che uno sbocco di inaudita violenza sia ormai ineluttabile, dopo trent’anni di pensiero magico perché regressivo e regressivo perché magico, e quindi mi chiedo sinceramente che senso abbia tendere una mano a chi se non ci ha sputato in faccia ci ha comunque messo i bastoni fra le ruote diffondendo una visione terroristica dell’unico scenario razionale, a chi comunque è politicamente e intellettualmente responsabile di tanto orrore e di tanta distruzione.

Perché il problema della responsabilità morale e politica esiste, e non dovremmo dimenticarlo, soprattutto se vogliamo almeno far finta di evitare uno sbocco violento.

Attenzione! Nel caso del professor Gallino l’effetto reputazionale (vulgo: il pizzino implicitamente mandato agli ex-complici del progetto eurista) ha un valore notevole, del quale sarebbe stupido privarsi.

Tuttavia, se il professor Gallino oggi è sincero – come credo che sia – nel suo gesto di proclamazione dell’ovvio, mi permetto di dargli un consiglio del quale se non lui, spero che gli altri illustri pentiti, che non tarderanno ad arrivare, facciano tesoro, proprio allo scopo di rendere più efficace (in primo luogo nell’interesse di chi lo compie) un gesto che comunque deve essere costato un certo travaglio interiore. Affinché da questo travaglio non nasca un aborto, mi permetto di esortare il professor Gallino se non a chiedere scusa, quanto meno ad ammettere di essersi sbagliato. Fra le sue affermazioni del 2011 e quelle attuali c’è un baratro che deve essere comunque colmato, nell’interesse di chi lo ha prima scavato e poi miracolosamente attraversato.

In questo modo il gesto acquisirebbe una valenza politica clamorosa.

Certo, sarebbe pienamente efficace, un simile gesto, solo se un politico di rilievo della cosca di Bruxelles (un Bersani, per dire), uno di quelli che dicevano “noi siamo quelli dell’euro”, avesse il coraggio morale e civile di compierlo. Se arrivasse da livelli così alti il segnale che è stato commesso un errore cui bisogna rimediare nel comune interesse, il dibattito in Italia progredirebbe veramente, veramente si avrebbe quella discontinuità che Fassina spesso invoca. Ci sono mille e uno modi per ammettere un errore riducendo i costi politici che una simile ammissione porta con sé. Basterebbe dire, ad esempio, che non era possibile percepire immediatamente quanto un sistema nato quando il principale problema economico era l’inflazione e l’Unione Sovietica era ancora temibile non avesse cittadinanza in un mondo in deflazione, nel quale tutti gli assi geopolitici hanno cambiato orientamento. Mica dico di mettersi il cappio al collo e cospargersi il capo di cenere, s’intende. Dico di evitare che qualcuno tuffi studiosi autorevoli, o politici onesti (definizione sulla quale non mi dilungo), nel catrame e li cosparga di piume (prassi statunitense, come statunitense è il progetto europeo, e che io depreco in quanto sbagliata, non in quanto statunitense, come sbagliato è il progetto europeo).

L’ammissione di aver emesso valutazioni errate, e la descrizione del cammino che ha condotto a mutare il proprio orientamento, avrebbe un enorme valore politico, anche perché chi ancora è radicato nel pensiero magico grazie alla disinformazione dei conversi potrebbe, dalla descrizione di quel cammino, trarre stimolo per evolvere verso un pensiero razionale, dal quale, per necessità logica, consegue l’esigenza di smantellare l’orrore europeo.

L’esigenza (che il Galateo avvalora) di scusarsi per il ritardo è naturalmente tanto meno pressante quanto minore il ritardo. Anche qui, come dire, una oculata scelta dei tempi può fare molto.

Le parole del professor Gallino escono, mi par di capire, il 19 luglio del 2015, ma, si dice, sono state scritte a giugno. Episodi, certo involontari, di questo tipo sono controproducenti, perché si prestano a una interpretazione maliziosa, che noi certo non condividiamo: quella che l’autore abbia voluto aspettare di vedere come andava la vicenda dell’amico Tsipras, e poi, preso in faccia lo schiaffo della sconfitta, si sia affacciato a dire la sua, che forse non avrebbe detto se una “vittoria” di Tsipras avesse affermato – per quanto in modo effimero – la menzogna che tutti gli utili tsiprioti del capitale internazionale ci ripetevano: quella che un altro euro fosse possibile. In effetti, questa scelta dei tempi, volontaria o meno, oggettivamente denota un tatticismo che la posta in gioco rende francamente incomprensibile: la verità, se la si è capita, brucia in tasca, nessuno lo sa meglio di noi. Ne consegue che chi aspetta a spenderla forse non ne è sinceramente convinto.

Il fatto è che, appunto, altre parole del professor Gallino ci fanno capire come la sua affermazione dell’ovvio poggi su basi ancora fragili (e quindi forse non sia tanto rivoluzionaria). Dice infatti il professore:

“La richiesta di una Conferenza sull’Unione Monetaria dovrebbe essere presentata alla UE da alcuni paesi di primo piano, con il sottinteso che un rifiuto netto potrebbe indurre ognuno di essi o all’uscita dall’euro o al disconoscimento di numerose norme UE che violano i diritti umani o addirittura si configurano come foriere di crimini contro l’umanità. Non mancano nella UE i giuristi in grado di predisporre la documentazione necessaria. Al presente, i soli paesi disponibili a tal fine sono forse la Grecia, ammesso che “al presente” essa sia ancora nell’euro o il governo Tsipras non sia stato strangolato dalla Troika; e la Spagna, nel caso di una vittoria di Podemos alle elezioni dell’autunno 2015.”

Nel dire questo il professore dimostra una preoccupante difficoltà di lettura dei processi in atto. Par di capire che egli ritenga che Syriza avesse margini di manovra, e che Syriza e Podemos siano movimenti progressivi. Che Tsipras avrebbe fallito noi lo sapevamo da gennaio, e non perché giochiamo a dadi con Dio (ma solo per rispetto: lui, si sa, non ama questo passatempo), ma perché la nostra lettura della deriva demagogica e paternalista (quindi regressiva) e della impreparazione tecnica delle sinistre cosiddette “radicali”, lettura avvalorata da argomenti estremamente cogenti, conduceva necessariamente a questa conclusione. Non c’era dubbio che il governo Tsipras si sarebbe fatto strangolare dalla troika, per il semplice motivo che chi dice “sì euro, no austerità” di fatto è la troika (nel senso che, affermando una menzogna tecnica, si costituisce utile idiota delle forze reazionarie). Vis grata puellae. Aspettarsi quindi che Syriza o Podemos potessero o addirittura possano oggi avere una funzione progressiva (se non indirettamente, attraverso la loro necessaria e da noi prevista umiliazione) prova una certa ingenuità nella percezione dei processi in atto. Chi procede da una menzogna (“esiste un altro euro!”) è necessariamente condannato a rinnegare le promesse elettorali, quando la verità bussa alla porta (magari annunciata da un beffardo Schäuble), per poi fallire. Questa è la principale lezione della vicenda greca, e come può aiutarci chi non la impara in fretta?

Qui si apre un altro tema di riflessione.

Ci servono veramente alleati che, ancorché dotati di autorevolezza e quindi meritato seguito, non hanno pienamente compreso cosa sta succedendo? Ci serve portarci dietro persone che pensavano e forse ancora pensano che un’altra “Europa” (cioè euro) sia (stata) possibile? Noi sappiamo che non lo è mai stata perché abbiamo con umiltà letto nella politica economica, nella storia, e nelle scienze politiche, le motivazioni profonde della costruzione di questa “Europa”: in sintesi, l’affermazione del pensiero unico liberista, dell’amica TINA, come (oggi) il professor Gallino lucidamente vede. Ma chi non ha fatto questo percorso, il nostro percorso, quanto potrà essere convinto, e quindi convincente? Le esperienze che ho fatto, in compagnia di Vladimiro, ma anche da solo, di coinvolgimento di quelli che “sì vabbè le cose ora non vanno ma comunque un altro euro era possibile” sono state totalmente fallimentari. Purtroppo la dimensione magica, sciamanica, tende a prevaricare il ragionamento razionale, anche quando ti sei preso uno stivale chiodato sui denti, non c’è nulla da fare. E allora, forse, magari evitando di baciare un cavallo, ma la soluzione nicciana non mi sembra meno efficace di quella “politica”, perché quest'ultima è destinata a sicuro fallimento se i compagni di strada sono malfermi nel loro passo.

I luoghi
La ritrattazione del professor Gallino esce sul sito dell’Altra Europa per Tsipras. A vedere il bicchiere mezzo pieno, questo le conferisce un valore dirompente, spettacolare: la lista “Altra Europa per Tsipras” pubblica un documento che smentisce e contraddice le sue parole d’ordine nella campagna elettorale per le europee (e dopo). È come far brillare una mina nella roccaforte nemica (perché, lo ribadisco: chi si trastulla con l’idea che un altro euro sia possibile è un nemico della nostra democrazia, come io e pochi altri abbiamo sufficientemente argomentato e come ora la stampa internazionale gradatamente ammette. Ripeto: la democrazia non ha "avversari": ha nemici).

C’è però anche un downside, come sempre.

Il luogo della promozione del dibattito sull’euro in Italia è stato un altro. Rinuncio a spiegarvi quale, voi lo sapete. E anche qui: chi non lo sa, quanto è affidabile come catecumeno? Due best seller, uno pluripremiato, un altro vedremo, dei quali è difficile che chi è interessato al tema non abbia sentito parlare, un blog in costante crescita perché è diventato il cuore della resistenza al regime, una associazione che ha organizzato e organizza eventi di livello internazionale, dei quali la stampa estera (e ormai anche quella italiana) riferisce. Chi lo ignora, questo luogo, lo fa a rischio della propria credibilità, e comunque della propria efficacia: io oggi sono 1567° in Italia nella classifica Alexa, il sito della Lista Tsipras è 15523°. Ce lo siamo detto varie volte...

Lo dico in un altro modo: è inutile, e sottilmente sleale, nei risultati se non nelle intenzioni, scagliarsi contro Renzi, assurto al ruolo di nemico di turno (qualcosa di cui la sinistra pare abbia un gran bisogno), se lo si fa dalla tribuna di quelli che oggettivamente sono stati i suoi (di Renzi) utili tsiprioti (e ci siamo capiti), perché hanno condiviso con lui, come valore fondante di un discorso e di un percorso politico, il mantenimento senza se e con un solo ma della moneta unica: teniamoci l’euro ma facciamo meno austerità. Anche chi non aveva tutti gli strumenti per capire a priori, deduttivamente, quanto questa posizione fosse intrinsecamente truffaldina, dopo la débâcle greca e le brillanti analisi che ne sono state proposte in varie sedi (qui, qui e qui: la mia era stata fatta a gennaio e non l’ho ripetuta) può arrivarci induttivamente,  a posteriori. Dal punto di vista della contraddizione principale che affrontiamo Renzi e la Spinelli sono del tutto equipollenti ed equivalenti. Sì, certo, differiscono per antropologia (e per genere, come oggi si suol dire). Ma il loro discorso politico è comunque di subalternità al progetto fallimentare che ci opprime. Ripeto: scegliere questo megafono per lanciare un messaggio così rilevante può anche essere una scelta acuta, dirompente.

Ma solo se viene fatto in modo deliberatamente provocatorio.

Se questa non fosse l’intenzione, rimarrebbe negli astanti il dubbio che il professore non abbia esattamente colto le regole del gioco. C’è una linea tracciata in mezzo al campo, e quella linea è l’euro: ironia della sorte, esattamente quell’oggetto che nella narrazione degli im...genui avrebbe dovuto cancellare quelle altre linee, gli aborriti confini nazionali, da abolire perché l’Eurogendfor possa venirti a prendere ovunque tu sia, se non ti pieghi al pensiero unico. Chi è da una parte della linea non può essere dall’altra, per il principio aristotelico del terzo escluso (visto che va di moda la Grecia). Semplice, no? Il difficile, per molti, mi pare sia capire da che parte della linea si trovano, prima e più ancora del perché sarebbe opportuno o meno trovarcisi!

Scusiamo il disorientamento, e ci offriamo umilmente come ago magnetico. Chi attira 700000 lettori al mese (che sono pochi, ma buoni) un certo magnetismo può rivendicare di averlo...

I contenuti
Eh, insomma, anche i contenuti... Ci sarebbe quella cosa delle scuse, o quanto meno dell’ammissione esplicita di averla pensata diversamente, corredata da una esauriente e convincente spiegazione di come si è passati da una posizione all’altra, che possa aiutare chi ancora erra a vedere la luce. E questo è il tema fondamentale.

Poi ci sono delle considerazioni accessorie. Io devo, con rispetto e amarezza, mettere all’evidenza del professor Gallino il fatto che certe cose, oggi, non si possono più dire.

Dopo quattro anni di Goofynomics, con tutto quello che ha significato per la coscienza collettiva di chi intuiva quale disastro ci fosse stato regalato dai padri “nobili”, si perde fatalmente credibilità se si dicono cose del tipo “gli economisti hanno sbagliato”! Siamo proprio sicuri che sia così? Quello che oggi la stampa internazionale scopre, i miei lettori lo sanno già da quattro anni: gli economisti non hanno sbagliato. Questa non è una difesa corporativa. Anzi, al contrario! È una chiara messa in stato di accusa di quei complici del progetto eurista, di quei nemici del nostro paese, che hanno tradito i principi primi della propria professione proclamando il pensiero magico (e inducendo così nell’errore anche intellettuali stimabilissimi, ma sprovveduti delle necessarie competenze tecniche, come il professor Gallino). Buttarla però sul qualunquista, accusando una intera professione del fallimento di alcuni suoi esponenti marci dentro, non è progressivo, perché se si rifiuta l’idea che esista un pensiero scientifico l’alternativa qual è? Il pensiero magico, appunto! Esprimersi in termini razzisti su una intera professione senza avere la benché minima idea di quanto essa abbia fatto per mettere in guardia i politici da certe scelte è quindi funzionale al mantenimento di un potere sciamanico al quale oggi occorre che tutti rinunciamo, per fare, tutti noi intellettuali, la scelta che è stata fatta qui: quella di metterci al servizio della nostra comunità educandola a pensare collegando in modo corretto le evidenze fattuali.

Avrei qualcosa da dire anche sui ragionamenti che il professor Gallino svolge circa l’importanza della ricerca e sviluppo (ragionamenti che, se pur non privi di fondamento, risentono un po’ del pensiero magico “offertista” alla base dell’ideologia che il professore ritiene di combattere – ma queste sono sfumature per gli addetti ai lavori), sui motivi del calo degli investimenti, e su altre questioni di dettaglio. Queste sono cose sulle quali, appunto, si può discutere, e in alcuni di questi aspetti (esempio: le conseguenze sociologiche dell’automazione) io mi inchino volentieri alla sua autorità.

Ci sono però delle cose non negoziabili, nella necessaria (ancorché radicalmente inutile, perché fuori tempo massimo) costruzione di un percorso comune. La principale è questa: non si può più dire che un altro euro o un’altra Europa siano possibili. Con chi non riconosca esplicitamente questa impossibilità fattuale non ha senso tentare un cammino comune. L’unica Europa possibile è quella che è esistita prima dell’euro e che esisterà dopo di esso. Quello che i fantocci di un potere totalitario e classista hanno chiamato “Europa” per un trentennio è solo un esperimento particolarmente anomalo e fallimentare di integrazione economica, mal assortito con un aborto di integrazione politica. Di quest’ultima mi pare, a dire il vero, che il professor Gallino percepisca il nonsenso. Un utile ausilio per comprenderla compiutamente lo fornisce l’opera di Giandomenico Majone (ma potrei citare Frey, o Zielonka, o tanti altri...). Credo che vi sarà necessario accostarla ai miei libri, su uno scaffale più alto della libreria (il mio lavoro essendo più “basso”, perché ha voluto essere più vicino agli umili, ai quali emotivamente mi sentivo prossimo e che non ho voluto, a rischio della mia carriera, abbandonare agli sciamani).

Sintesi
Bene. Se vogliamo compendiare questo manualetto ad uso dei pentiti di euro in tre rapide istruzioni, affinché il loro sforzo di maturazione sia fruttuoso, ci sentiamo di dar loro tre suggerimenti:

1) Parlate ora: è già tardi.

2) Scegliete bene dove parlare: esperimenti politici falliti non sono un pulpito autorevole dal quale esprimersi.

3) Parlate chiaro: valutazioni ambigue, o che esulino dal proprio campo professionale, espongono fatalmente a perdita di credibilità.

Tutto molto semplice, che poi è il motivo per il quale ci si domanda come mai si sia dovuto aspettare il luglio 2015 per arrivarci. Vedremo, da domani, se chi è arrivato lo ha fatto con lo spirito giusto. Quando si aspetta molto tempo a fare la cosa giusta, non conta più solo il farla, ma anche e soprattutto il come la si fa. Non è un gioco: è morta tanta gente. L’empatia è come il coraggio, che da essa, del resto, trae alimento: chi non ce l’ha non se la può dare.

Ma fingerla non costa nulla


(...e mmo chi 'o sente a Vladimiro?...)

(...ah, professore, se ha letto fino a qui, la ringrazio per aver rispolverato nel 2015 una nostra proposta che poteva avere un senso quando venne fatta, cioè nel 2013. Per aver aderito a quella proposta venni preso a sputi da tutti quelli per i quali lei è un augusto riferimento. Oggi la propone lei, e questo è il mio risarcimento, ma purtroppo c'è un problema: due anni di ritardi e di ulteriore disinformazione hanno reso la proposta totalmente inefficace non solo sotto il profilo operativo, ma anche, temo, sotto quello politico. Con la Grecia e la Spagna incapsulate dagli utili idioti, l'Italia si troverà a dover gestire da sola un passaggio molto difficile. Certo, l'uscita concordata sarebbe stata la soluzione più razionale, e lo resta tuttora, cosa che personalmente ho sempre affermato e che solo qualche persona particolarmente dura d'orecchi o di comprendonio può aver frainteso. Ma la razionalità tecnica, col caldo, tende a scollarsi dalla logica politica. Quindi tanto vale che ce lo diciamo e che ci prepariamo psicologicamente: chi vuole giocare alla politica, oggi, deve mettere in campo anche l'ipotesi di uscita unilaterale. Altrimenti sta facendo il gioco di Tsipras, cioè oggettivamente quello di Bruxelles. Mi stia bene...)