L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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sabato 16 giugno 2018
Una domanda retorica
Vi aspetto, anche se la risposta non è molto interessante, come non lo è, in termini scientifici, tutto il dibattito che ha fatto di noi, qui, la comunità politicamente e culturalmente più rappresentativa del secondo Risorgimento.
(...soffro molto nel non potervi dedicare più tempo, ma voi ne intuite benissimo i motivi. Ci sono no eclatanti da dire, e ci sono anche dei no meno risonanti, ma non meno importanti da dire. Le strutture si stanno completando, mancano, come sapete, i presidenti di Commissione, e poi si potrà partire, ma intanto bisogna far rete con chi c'è, conoscere i (pochi) che non si conoscevano, coinvolgere, informare, motivare... I miei post tecnici, adesso, non sono più per voi, ma per pochi intimi, quelli che dovranno servirsene per prendere decisioni. E ora vi lascio, ho per cena un paio di sottosegretari...)
lunedì 11 giugno 2018
...e quindi:
(...anche perché se non si fosse potuto fare, questo avrebbe significato che la cosiddetta Europa non esisteva, e in quel caso sarebbe stato giocoforza trarne le conseguenze fino in fondo. Invece esiste, ed è un luogo che coordina, ma la cui esistenza non abolisce, gli interessi nazionali. Questi ultimi devono continuare ad essere rappresentati e difesi dai governi nazionali, e meritano di essere rappresentati e difesi perché sono gli interessi dei grandi e dei piccoli appartenenti a una comunità. Tu chiamalo, se vuoi, fascismo...)
venerdì 6 aprile 2018
...e Amatrice
Claudio Gandolfo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'Aquila":
Appena arrivato:
Bruxelles, 6 aprile 2018
La Commissione europea ha stabilito che il regime di aiuto italiano pari a 43,9 milioni di € volto a sostenere gli investimenti nelle regioni colpite dai terremoti del 2016 e del 2017 è in linea con le norme dell'Unione in materia di aiuti di Stato. L'aiuto contribuirà alla ripresa economica dell'Italia centrale senza falsare indebitamente la concorrenza nel mercato unico.
Margrethe Vestager, Commissaria responsabile per la Concorrenza, ha dichiarato: “La popolazione e l'economia dell'Italia centrale si stanno ancora riprendendo dalle drammatiche conseguenze dei terremoti verificatisi negli ultimi anni. Le autorità italiane intendono sostenere gli sforzi in atto con una misura che contribuisca alla ripresa economica di queste zone. Riteniamo che la misura sia idonea a sostenere le imprese colpite e le persone che vivono in queste regioni.”
Nel 2016 e nel 2017 nell'Italia centrale si sono verificati quattro forti terremoti che hanno colpito approssimativamente 600 000 persone in un'area di circa 8 000 km². Attualmente la regione risente ancora di un'attività sismica anormale che determina la progressiva desertificazione delle zone colpite. È improbabile che il problema possa essere affrontato solo mediante misure di compensazione.
Il regime di aiuto italiano approvato oggi mira a integrare queste misure, per attenuare i danni economici e sociali subiti nelle zone colpite sotto forma di i) forte calo del PIL, ii) pesante perdita di posti di lavoro, iii) riduzione dell'attività economica di oltre il 50% e iv) diminuzione significativa del fatturato delle imprese rispetto ai livelli precedenti al terremoto. Sono interessati 140 comuni in Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.
L'aiuto assume la forma di un credito d'imposta per tutte le imprese che effettuano investimenti iniziali nella zona. Il sostegno alle grandi imprese si limiterà a un aiuto per la costituzione di una nuova impresa, la diversificazione dell'attività di un'impresa o l'acquisizione degli attivi di un'impresa che ha chiuso. Il regime, che ha una dotazione complessiva di 43,9 milioni di €, coprirà il periodo 2018-2020.
In considerazione della sua durata, dotazione e portata geografica limitata, la Commissione ha concluso che il regime di aiuto contribuirà in misura proporzionata alla promozione dello sviluppo economico e della ripresa nell'Italia centrale. Sulla base di tali elementi, la Commissione ha concluso che il regime è in linea con le norme dell'UE in materia di aiuti di Stato.
Giudicate voi.
Postato da Claudio Gandolfo in Goofynomics alle 6 aprile 2018 14:52
...bene: ora voglio vedere come si mette per gli aquilani, perché se dopo aver fatto rammaricare la Commissione per quattro giorni di ritardo (rispetto a una comunicazione che nessuno aveva mai fatto), dopo non essere rientrati nel Temporary Framework (estensione del regime di esenzione dai 200.000 ai 500.000 euro) per un giorno, ecc. ecc., saltasse anche fuori che il loro terremoto è di serie B rispetto a quello di Amatrice, credo proprio che la popolarità della signora Vestager andrebbe (meritatamente) alle stelle!
La sintesi politica è chiara: questa maggiore ragionevolezza della cosiddetta Europa è conseguenza diretta della vittoria dei partiti "populisti" (cioè nostra, visto che gli altri sono allineatissimi, come qui previsto). Hanno paura, e giocano al poliziotto buono. Il problema dell'Europa è che quando sorride, fatalmente, scopre i denti. Vuole tanto sembrare gentile con gli ultimi terremotati, ma così facendo, fatalmente, trasforma in una summa iniuria quello che sta accadendo ai penultimi. Del resto, l'UE non è la sola istituzione più attenta agli ultimi che ai penultimi (ma qui mi fermo per non allargare troppo il discorso).
Sto seguendo la cosa da vicino e vi ringrazio come sempre per i vostri contributi.
Appena arrivato:
Bruxelles, 6 aprile 2018
La Commissione europea ha stabilito che il regime di aiuto italiano pari a 43,9 milioni di € volto a sostenere gli investimenti nelle regioni colpite dai terremoti del 2016 e del 2017 è in linea con le norme dell'Unione in materia di aiuti di Stato. L'aiuto contribuirà alla ripresa economica dell'Italia centrale senza falsare indebitamente la concorrenza nel mercato unico.
Margrethe Vestager, Commissaria responsabile per la Concorrenza, ha dichiarato: “La popolazione e l'economia dell'Italia centrale si stanno ancora riprendendo dalle drammatiche conseguenze dei terremoti verificatisi negli ultimi anni. Le autorità italiane intendono sostenere gli sforzi in atto con una misura che contribuisca alla ripresa economica di queste zone. Riteniamo che la misura sia idonea a sostenere le imprese colpite e le persone che vivono in queste regioni.”
Nel 2016 e nel 2017 nell'Italia centrale si sono verificati quattro forti terremoti che hanno colpito approssimativamente 600 000 persone in un'area di circa 8 000 km². Attualmente la regione risente ancora di un'attività sismica anormale che determina la progressiva desertificazione delle zone colpite. È improbabile che il problema possa essere affrontato solo mediante misure di compensazione.
Il regime di aiuto italiano approvato oggi mira a integrare queste misure, per attenuare i danni economici e sociali subiti nelle zone colpite sotto forma di i) forte calo del PIL, ii) pesante perdita di posti di lavoro, iii) riduzione dell'attività economica di oltre il 50% e iv) diminuzione significativa del fatturato delle imprese rispetto ai livelli precedenti al terremoto. Sono interessati 140 comuni in Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.
L'aiuto assume la forma di un credito d'imposta per tutte le imprese che effettuano investimenti iniziali nella zona. Il sostegno alle grandi imprese si limiterà a un aiuto per la costituzione di una nuova impresa, la diversificazione dell'attività di un'impresa o l'acquisizione degli attivi di un'impresa che ha chiuso. Il regime, che ha una dotazione complessiva di 43,9 milioni di €, coprirà il periodo 2018-2020.
In considerazione della sua durata, dotazione e portata geografica limitata, la Commissione ha concluso che il regime di aiuto contribuirà in misura proporzionata alla promozione dello sviluppo economico e della ripresa nell'Italia centrale. Sulla base di tali elementi, la Commissione ha concluso che il regime è in linea con le norme dell'UE in materia di aiuti di Stato.
Giudicate voi.
Postato da Claudio Gandolfo in Goofynomics alle 6 aprile 2018 14:52
...bene: ora voglio vedere come si mette per gli aquilani, perché se dopo aver fatto rammaricare la Commissione per quattro giorni di ritardo (rispetto a una comunicazione che nessuno aveva mai fatto), dopo non essere rientrati nel Temporary Framework (estensione del regime di esenzione dai 200.000 ai 500.000 euro) per un giorno, ecc. ecc., saltasse anche fuori che il loro terremoto è di serie B rispetto a quello di Amatrice, credo proprio che la popolarità della signora Vestager andrebbe (meritatamente) alle stelle!
La sintesi politica è chiara: questa maggiore ragionevolezza della cosiddetta Europa è conseguenza diretta della vittoria dei partiti "populisti" (cioè nostra, visto che gli altri sono allineatissimi, come qui previsto). Hanno paura, e giocano al poliziotto buono. Il problema dell'Europa è che quando sorride, fatalmente, scopre i denti. Vuole tanto sembrare gentile con gli ultimi terremotati, ma così facendo, fatalmente, trasforma in una summa iniuria quello che sta accadendo ai penultimi. Del resto, l'UE non è la sola istituzione più attenta agli ultimi che ai penultimi (ma qui mi fermo per non allargare troppo il discorso).
Sto seguendo la cosa da vicino e vi ringrazio come sempre per i vostri contributi.
mercoledì 4 aprile 2018
L'Aquila
La lettura della Decisione della Commissione del 14.8.2015 C(2015) 5549 final, scritta in un italiano quasi sempre corretto (Abbruzzo...), offre interessanti prospettive sui rapporti fra Italia e Unione Europea e sul mondo che il Partito Democratico ha voluto, sempre voluto, fortissimamente voluto per noi, da quando si è trovato orfano di un altro totalitarismo.
Intanto, oggi i nostri cari amici piddini si chiamano fuori dalla mostruosità burocratica di questa decisione cantando la loro canzoncina preferita, un evergreen: #hastatoabberluscone! I problemi degli aquilani, secondo i piddini, deriverebbero non dalle assurdità del TFUE (e soprattutto della sua applicazione, come vi mostrerò fra breve), ma dal fatto che il negligente Berlusconi avrebbe omesso di notificare alla Commissione misure che potevano costituire aiuti di Stato. Di questa omessa notifica ai sensi dell'articolo 108, paragrafo 3, del TFUE la Commissione si rammarica al punto (116) della Decisione, e noi ce ne condoliamo seco lei, salvo constatare che è la stessa Commissione a specificare che nel caso dell'Abruzzo l'obbligo di notifica incombeva per la Legge di stabilità 2012 (L. 12 novembre 2011, n. 183), perché questa riveste carattere di aiuto di Stato (punto (109) della Decisione). Il motivo è che è stata questa legge a stabilire l'abbattimento degli importi da versare al 40% e la loro rateizzazione in 120 rate mensili (punto (36) della Decisione).
Piccolo dettaglio, quattro giorni dopo la promulgazione della legge, Berlusconi venne deposto in un modo che già non mi piaceva quando ero di sinistra (ex multis), e che ovviamente mi piace anche di meno ora che sono di destra! Credo che in quei giorni, durante quel golpe (per dirla com'è), tutti in Italia avessimo altro cui pensare che smaltire burocrazia europea (con tutto il rispetto per la burocrazia, necessaria in qualsiasi organizzazione, e per l'Europa, che non è l'Unione Europea).
Va anche detto che l'omessa notifica di Berlusconi ha avuto un'unica conseguenza: il rammarico della Commissione. Voglio dire che se anche Berlusconi avesse notificato nel 2012 (o anche nel 2009) le misure, quale scenario si sarebbe aperto? Quello previsto dall'art. 108 paragrafo 3 del TFUE, ovvero l'avvio di una procedura che avrebbe comunque paralizzato l'azione del Governo italiano, nell'attesa che a Bruxelles decidessero il da farsi. Ritenete ammissibile un simile modus operandi per un paese a rischio sismico e idrogeologico come il nostro? Io no (ex multis).
Mi affretto ad aggiungere una cosa. Ho mal ricambiato la gratitudine che devo al vincitore di quella stagione politica, il senatore Monti, e che gli ho espresso qui, affermando una cosa inesatta a suo riguardo. Per colpa mia (ma, come vedrete, e come al solito, la colpa è dell'UE) La Verità (il giornale) non ha detto la verità (quella vera). Non è infatti vero che il governo Monti, nella sua notifica a sanatoria, inviata per email il 2 luglio 2012, non abbia citato fra le possibile deroghe applicabili nel caso italiano quella specificata dall'art. 107, paragrafo 3, lettera c (aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi [nota: fra paesi membri, come chiaramente deducibile dal paragrafo 1 dello stesso articolo] in misura contraria al comune interesse). Monti, correttamente, lo fece. Il motivo per il quale io non gliel'ho riconosciuto è stato una lettura affrettata della Decisione, dato che questa al punto (118), afferma che "nelle sue osservazioni lo Stato membro non ha sostenuto che l’aiuto potesse rientrare nelle deroghe di cui agli art. 107, par. 3, lettere a) o c) del TFUE, né fornito informazioni di qualsiasi tipo che potessero consentire alla Commissione di valutare la compatibilità dei regimi in esame alla luce di tali deroghe". Ora, questo si riferisce specificamente alle osservazioni presentate dal governo Renzi (sembra di capire, in data 4 agosto 2014). Monti aveva impostato correttamente la linea difensiva, proponendo anche "informazioni che potessero consentire alla Commissione di valutare la compatibilità dei regimi ecc.". Per qualche strano motivo, invece, Renzi (o chi per Renzi: e chi sia stato non è dato sapere, al momento) ha invece scelto la strada dell'art. 107, paragrafo 2, lettera b ("aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali"). Una strada che sembrava più naturale, ma che l'esperienza (madre di ogni scienza) dimostra essere impervia per motivi sì assurdi (altrimenti non staremmo parlando di Unione Europea), ma verosimilmente noti a chi di "Europa" si occupa, o comunque impugnabili.
Si palesò una volta di più, in questa circostanza, l'atteggiamento del governo Renzi, affetto da quello che qui abbiamo chiamato il "calendismo", dal nome del suo più autorevole interprete: la filosofia politica della subalternità totale, propria di una élite che disprezza il proprio popolo, si vergogna di esso, e quindi non ne difende la dignità nelle sedi internazionali, mettendo se stessa in una posizione negoziale progressivamente più svantaggiata. A norma dell'art. 263 TFUE Renzi aveva 60 giorni per impugnare la Decisione, ma, naturalmente, non lo fece, probabilmente perché riteneva che farlo non fosse nell'interesse dell'Europa:
Si sarebbe potuto impugnare la decisione? Direi di sì (a parte l'ovvio motivo che si sarebbe dovuto comunque farlo). Molte cose non tornano in questa vicenda che, come vedrete, sia per la sua essenza, che per il modo in cui è stata gestita, ricorda da vicino il famigerato bail in (ex multis).
Intanto, il motivo per cui la Commissione avrebbe comunque ritenuto che quello concesso alle imprese del cratere sismico fosse aiuto di Stato, e come tale soggetto a recupero da parte dello Stato membro, è interessante.
La Decisione argomenta in più punti (ad esempio al punto (59)) che la deroga per "calamità naturale" può essere accordata solo se si dimostra che il danno è "conseguenza diretta" della calamità e che non vi è "sovracompensazione". Questa disposizione, nel Trattato, non c'è. Par di capire che essa sia in qualche regolamento, o abbia una fonte giurisprudenziale (qui ci vorrebbe Quarantotto). Le sue conseguenze però sono piuttosto evidenti: il danno viene circoscritto a quello materiale subito da beni fisici di proprietà dell'impresa, escludendo qualsiasi altro tipo di danno patrimoniale che una calamità come quella dell'Aquila necessariamente comporta. Banalmente, la chiusura per motivi di sicurezza di un intero centro storico fra i più belli del paese comporta (per definizione) la morte del turismo, con il danno patrimoniale che potete facilmente immaginare per le imprese che da questo traggono i propri redditi; lo spopolamento di intere comunità comporta un abbattimento del fatturato di tutte le imprese che vi operano; e via dicendo. Di questo tipo di danni, per esplicita ammissione della Commissione messa nero su bianco nella Decisione, alla cosiddetta Europa non frega un accidenti di nulla (lo dicono loro), perché sono danni "indiretti"!
Siamo d'accordo, vero, che questo approccio è un po' problematico?
Anche perché, d'altra parte, la Commissione, che chiede con tanta acrimonia (diciamolo: con aperta ostilità verso i cittadini di uno stato fondatore) di provare il nesso causale fra calamità e danno meramente materiale (tutti gli altri danni, spesso ben maggiori nel quantum, essendo per definizione conseguenza indiretta), è poi singolarmente generosa con se stessa, dispensandosi dall'obbligo di provare una cosa fondamentale: che le imprese beneficiarie fossero significamente attive negli scambi fra Stati membri. Non è cosa banale. L'art. 107 infatti tutela la concorrenza nel mercato interno, che significa interno all'Unione, cioè... estero per ciascuno stato membro. Ma la decisione, al punto (111), recita: "le misure riguardano imprese presumibilmente attive negli scambi tra Stati membri", motivo per il quale sarebbero in grado di incidere su detti scambi. Insomma, portando l'argomento ai suoi estermi (ma non troppo): la Commissione presume che aiutando il panettiere di Capestrano, la Repubblica Italiana abbia alterato la concorrenza fra una boulangerie di Auxerre e una Bäckerei di Rotterweil...
Come vedete, siamo punto e daccapo con la situazione del bail in, che il PD solerte applicò in anticipo, perché la signora Vestager (tanto nomini...) presumibilmente riteneva che aiutando Banca Etruria (con soldi privati, peraltro) si alterasse la concorrenza fra una Sparkasse della Turingia e una Banque rurale della Beauce!
Ecco, ditemi un po' voi: non è fantastica questa Europa (cioè l'Unione Europea)? Non è meraviglioso questo mondo del quale il PD ha voluto, sempre voluto, fortissimamente voluto fare gli interessi a discapito degli interessi nostri, e, in particolare, dei più deboli di noi, di quelli che vivono nei territori più fragili, ma anche più meritevoli di tutela?
Ora, c'è una cosa che a Bruxelles non sanno, e che forse qualcuno dovrebbe dirgli: noi abbiamo una Costituzione. Sì, proprio una di quelle cose per le quali l'art. 4 del TUE, cioè del Trattato fondatore, dice, a chiacchiere, di avere tanto rispetto: "L'Unione rispetta l'uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale...". Questa Costituzione forse è un po' lunga (meno dei Trattati, coi quali notoriamente confligge, come è stato più volte ribadito), ma all'art. 2 ci può arrivare anche un burocrate europeo: è pagato abbastanza per farlo! In quell'articolo è scritto che la Repubblica richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Per Berlusconi, o per chi si fosse trovato (o si era trovato, in sei casi analoghi partitamente esaminati dalla Decisione) al suo posto, prendere misure volte a contrastare l'emergenza sociale causata dal sisma, una emergenza che coinvolgeva intere comunità, territorialmente individuate, era un dovere inderogabile. Non si tratta di vedere se è crollato un capannone o se si è rotto un vetro. Il terremoto è una cosa un po' diversa, come non sa chi non lo sperimenta (per sua fortuna). Il terremoto, soprattutto quando lascia centinaia di morti, stravolge profondamente un territorio nella sua integrità e nella sua identità. Quindi, ancora una volta, ci sarebbe da chiedersi di cosa parla esattamente l'art. 4 del TUE quando dice che l'Unione "rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia dell'integrità territoriale". Se le rispetta così, ci chiediamo cosa accadrebbe qualora non le rispettasse (ma forse basta andare indietro con la memoria di pochi decenni per averne un'immagine plastica, e non finì comunque bene...).
Ci sono, naturalmente, infiniti altri dettagli e technicalities di cui si potrebbe parlare, dal regime de minimis in giù. Ma quello che mi interessava qui sottolineare era quanto devastante sia per il nostro paese la sinergia fra un mostro burocratico che nega in pratica i principi che afferma in teoria, e una cultura politica subalterna, quella del PD, erede di chi definì l'Italia un popolo di mandolinisti, che è in re ipsa incapace di affermare nelle sedi cosiddette europee alcuni principi di civiltà, la cui affermazione sarebbe interesse non degli aquilani, o degli italiani, ma degli uomini tutti che vivono in questo lembo suicida di terra emersa (da Capo Nord - che è un extracomunitario - a Capo Passero).
E invece gnente. Duri come il diaspro, i piddini continuano a non capire che non potranno essere parte della soluzione, finché non avranno capito dov'è il problema. Purtroppo, è in casa loro. La sconfitta non sembra averli aiutati a riflettere. Tanto peggio: ce ne vorrà una peggiore. Che venga fra due mesi o due anni non importa: verrà, perché questo è il loro destino.
Noi, intanto, ci attrezziamo a resistere.
(...se sbaglio ecc....)
Intanto, oggi i nostri cari amici piddini si chiamano fuori dalla mostruosità burocratica di questa decisione cantando la loro canzoncina preferita, un evergreen: #hastatoabberluscone! I problemi degli aquilani, secondo i piddini, deriverebbero non dalle assurdità del TFUE (e soprattutto della sua applicazione, come vi mostrerò fra breve), ma dal fatto che il negligente Berlusconi avrebbe omesso di notificare alla Commissione misure che potevano costituire aiuti di Stato. Di questa omessa notifica ai sensi dell'articolo 108, paragrafo 3, del TFUE la Commissione si rammarica al punto (116) della Decisione, e noi ce ne condoliamo seco lei, salvo constatare che è la stessa Commissione a specificare che nel caso dell'Abruzzo l'obbligo di notifica incombeva per la Legge di stabilità 2012 (L. 12 novembre 2011, n. 183), perché questa riveste carattere di aiuto di Stato (punto (109) della Decisione). Il motivo è che è stata questa legge a stabilire l'abbattimento degli importi da versare al 40% e la loro rateizzazione in 120 rate mensili (punto (36) della Decisione).
Piccolo dettaglio, quattro giorni dopo la promulgazione della legge, Berlusconi venne deposto in un modo che già non mi piaceva quando ero di sinistra (ex multis), e che ovviamente mi piace anche di meno ora che sono di destra! Credo che in quei giorni, durante quel golpe (per dirla com'è), tutti in Italia avessimo altro cui pensare che smaltire burocrazia europea (con tutto il rispetto per la burocrazia, necessaria in qualsiasi organizzazione, e per l'Europa, che non è l'Unione Europea).
Va anche detto che l'omessa notifica di Berlusconi ha avuto un'unica conseguenza: il rammarico della Commissione. Voglio dire che se anche Berlusconi avesse notificato nel 2012 (o anche nel 2009) le misure, quale scenario si sarebbe aperto? Quello previsto dall'art. 108 paragrafo 3 del TFUE, ovvero l'avvio di una procedura che avrebbe comunque paralizzato l'azione del Governo italiano, nell'attesa che a Bruxelles decidessero il da farsi. Ritenete ammissibile un simile modus operandi per un paese a rischio sismico e idrogeologico come il nostro? Io no (ex multis).
Mi affretto ad aggiungere una cosa. Ho mal ricambiato la gratitudine che devo al vincitore di quella stagione politica, il senatore Monti, e che gli ho espresso qui, affermando una cosa inesatta a suo riguardo. Per colpa mia (ma, come vedrete, e come al solito, la colpa è dell'UE) La Verità (il giornale) non ha detto la verità (quella vera). Non è infatti vero che il governo Monti, nella sua notifica a sanatoria, inviata per email il 2 luglio 2012, non abbia citato fra le possibile deroghe applicabili nel caso italiano quella specificata dall'art. 107, paragrafo 3, lettera c (aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi [nota: fra paesi membri, come chiaramente deducibile dal paragrafo 1 dello stesso articolo] in misura contraria al comune interesse). Monti, correttamente, lo fece. Il motivo per il quale io non gliel'ho riconosciuto è stato una lettura affrettata della Decisione, dato che questa al punto (118), afferma che "nelle sue osservazioni lo Stato membro non ha sostenuto che l’aiuto potesse rientrare nelle deroghe di cui agli art. 107, par. 3, lettere a) o c) del TFUE, né fornito informazioni di qualsiasi tipo che potessero consentire alla Commissione di valutare la compatibilità dei regimi in esame alla luce di tali deroghe". Ora, questo si riferisce specificamente alle osservazioni presentate dal governo Renzi (sembra di capire, in data 4 agosto 2014). Monti aveva impostato correttamente la linea difensiva, proponendo anche "informazioni che potessero consentire alla Commissione di valutare la compatibilità dei regimi ecc.". Per qualche strano motivo, invece, Renzi (o chi per Renzi: e chi sia stato non è dato sapere, al momento) ha invece scelto la strada dell'art. 107, paragrafo 2, lettera b ("aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali"). Una strada che sembrava più naturale, ma che l'esperienza (madre di ogni scienza) dimostra essere impervia per motivi sì assurdi (altrimenti non staremmo parlando di Unione Europea), ma verosimilmente noti a chi di "Europa" si occupa, o comunque impugnabili.
Si palesò una volta di più, in questa circostanza, l'atteggiamento del governo Renzi, affetto da quello che qui abbiamo chiamato il "calendismo", dal nome del suo più autorevole interprete: la filosofia politica della subalternità totale, propria di una élite che disprezza il proprio popolo, si vergogna di esso, e quindi non ne difende la dignità nelle sedi internazionali, mettendo se stessa in una posizione negoziale progressivamente più svantaggiata. A norma dell'art. 263 TFUE Renzi aveva 60 giorni per impugnare la Decisione, ma, naturalmente, non lo fece, probabilmente perché riteneva che farlo non fosse nell'interesse dell'Europa:
Si sarebbe potuto impugnare la decisione? Direi di sì (a parte l'ovvio motivo che si sarebbe dovuto comunque farlo). Molte cose non tornano in questa vicenda che, come vedrete, sia per la sua essenza, che per il modo in cui è stata gestita, ricorda da vicino il famigerato bail in (ex multis).
Intanto, il motivo per cui la Commissione avrebbe comunque ritenuto che quello concesso alle imprese del cratere sismico fosse aiuto di Stato, e come tale soggetto a recupero da parte dello Stato membro, è interessante.
La Decisione argomenta in più punti (ad esempio al punto (59)) che la deroga per "calamità naturale" può essere accordata solo se si dimostra che il danno è "conseguenza diretta" della calamità e che non vi è "sovracompensazione". Questa disposizione, nel Trattato, non c'è. Par di capire che essa sia in qualche regolamento, o abbia una fonte giurisprudenziale (qui ci vorrebbe Quarantotto). Le sue conseguenze però sono piuttosto evidenti: il danno viene circoscritto a quello materiale subito da beni fisici di proprietà dell'impresa, escludendo qualsiasi altro tipo di danno patrimoniale che una calamità come quella dell'Aquila necessariamente comporta. Banalmente, la chiusura per motivi di sicurezza di un intero centro storico fra i più belli del paese comporta (per definizione) la morte del turismo, con il danno patrimoniale che potete facilmente immaginare per le imprese che da questo traggono i propri redditi; lo spopolamento di intere comunità comporta un abbattimento del fatturato di tutte le imprese che vi operano; e via dicendo. Di questo tipo di danni, per esplicita ammissione della Commissione messa nero su bianco nella Decisione, alla cosiddetta Europa non frega un accidenti di nulla (lo dicono loro), perché sono danni "indiretti"!
Siamo d'accordo, vero, che questo approccio è un po' problematico?
Anche perché, d'altra parte, la Commissione, che chiede con tanta acrimonia (diciamolo: con aperta ostilità verso i cittadini di uno stato fondatore) di provare il nesso causale fra calamità e danno meramente materiale (tutti gli altri danni, spesso ben maggiori nel quantum, essendo per definizione conseguenza indiretta), è poi singolarmente generosa con se stessa, dispensandosi dall'obbligo di provare una cosa fondamentale: che le imprese beneficiarie fossero significamente attive negli scambi fra Stati membri. Non è cosa banale. L'art. 107 infatti tutela la concorrenza nel mercato interno, che significa interno all'Unione, cioè... estero per ciascuno stato membro. Ma la decisione, al punto (111), recita: "le misure riguardano imprese presumibilmente attive negli scambi tra Stati membri", motivo per il quale sarebbero in grado di incidere su detti scambi. Insomma, portando l'argomento ai suoi estermi (ma non troppo): la Commissione presume che aiutando il panettiere di Capestrano, la Repubblica Italiana abbia alterato la concorrenza fra una boulangerie di Auxerre e una Bäckerei di Rotterweil...
Come vedete, siamo punto e daccapo con la situazione del bail in, che il PD solerte applicò in anticipo, perché la signora Vestager (tanto nomini...) presumibilmente riteneva che aiutando Banca Etruria (con soldi privati, peraltro) si alterasse la concorrenza fra una Sparkasse della Turingia e una Banque rurale della Beauce!
Ecco, ditemi un po' voi: non è fantastica questa Europa (cioè l'Unione Europea)? Non è meraviglioso questo mondo del quale il PD ha voluto, sempre voluto, fortissimamente voluto fare gli interessi a discapito degli interessi nostri, e, in particolare, dei più deboli di noi, di quelli che vivono nei territori più fragili, ma anche più meritevoli di tutela?
Ora, c'è una cosa che a Bruxelles non sanno, e che forse qualcuno dovrebbe dirgli: noi abbiamo una Costituzione. Sì, proprio una di quelle cose per le quali l'art. 4 del TUE, cioè del Trattato fondatore, dice, a chiacchiere, di avere tanto rispetto: "L'Unione rispetta l'uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale...". Questa Costituzione forse è un po' lunga (meno dei Trattati, coi quali notoriamente confligge, come è stato più volte ribadito), ma all'art. 2 ci può arrivare anche un burocrate europeo: è pagato abbastanza per farlo! In quell'articolo è scritto che la Repubblica richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Per Berlusconi, o per chi si fosse trovato (o si era trovato, in sei casi analoghi partitamente esaminati dalla Decisione) al suo posto, prendere misure volte a contrastare l'emergenza sociale causata dal sisma, una emergenza che coinvolgeva intere comunità, territorialmente individuate, era un dovere inderogabile. Non si tratta di vedere se è crollato un capannone o se si è rotto un vetro. Il terremoto è una cosa un po' diversa, come non sa chi non lo sperimenta (per sua fortuna). Il terremoto, soprattutto quando lascia centinaia di morti, stravolge profondamente un territorio nella sua integrità e nella sua identità. Quindi, ancora una volta, ci sarebbe da chiedersi di cosa parla esattamente l'art. 4 del TUE quando dice che l'Unione "rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia dell'integrità territoriale". Se le rispetta così, ci chiediamo cosa accadrebbe qualora non le rispettasse (ma forse basta andare indietro con la memoria di pochi decenni per averne un'immagine plastica, e non finì comunque bene...).
Ci sono, naturalmente, infiniti altri dettagli e technicalities di cui si potrebbe parlare, dal regime de minimis in giù. Ma quello che mi interessava qui sottolineare era quanto devastante sia per il nostro paese la sinergia fra un mostro burocratico che nega in pratica i principi che afferma in teoria, e una cultura politica subalterna, quella del PD, erede di chi definì l'Italia un popolo di mandolinisti, che è in re ipsa incapace di affermare nelle sedi cosiddette europee alcuni principi di civiltà, la cui affermazione sarebbe interesse non degli aquilani, o degli italiani, ma degli uomini tutti che vivono in questo lembo suicida di terra emersa (da Capo Nord - che è un extracomunitario - a Capo Passero).
E invece gnente. Duri come il diaspro, i piddini continuano a non capire che non potranno essere parte della soluzione, finché non avranno capito dov'è il problema. Purtroppo, è in casa loro. La sconfitta non sembra averli aiutati a riflettere. Tanto peggio: ce ne vorrà una peggiore. Che venga fra due mesi o due anni non importa: verrà, perché questo è il loro destino.
Noi, intanto, ci attrezziamo a resistere.
(...se sbaglio ecc....)
domenica 31 dicembre 2017
L'Europa secondo i tedeschi
(...chiudiamo l'anno con questo contributo di un nostro nuovo amico...)
Michael Schotensack ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'intervista":
Gentile professore, qualche giorno fa ho inviato un commento non pubblicato. Non so se perché era critico o perché x mancanza di know-how è partito anonimo o si è perso da qualche parte nell'etere. Ci riprovo:
Sono grato e ammirato per il lavoro che sta facendo per stimolare una riflessione che vada oltre Striscia la Notizia o il pensiero unico.
Essendo tedesco capirà forse che trovo difficile da digerire e incompatibile con il livello della discussione i repentini attacchi di razzismo ai quali è soggetto (cyclon b e simili). Inoltre il mio livello di expertise in economia è dilettantistico, si tratta quindi del punto di vista di un "uomo della strada".
In sintesi trovo indegno di un grande paese come l'Italia continuare a puntare il dito contro la Germania come causa di tutti i propri guai.
Non è, direi, colpa della Germania se i trattati europei, pur essendo in contrasto con la Costituzione di questo paese, siano stati firmati, accettati all'unanimità dal parlamento, senza, mi pare, contestazioni da parte di chi è deputato a vigilare il rispetto della Costituzione.
Non è colpa della Germania se nell'81 i "grandi statisti" Andreatta e Ciampi hanno perpetrato un colpo di stato senza incontrare alcun'opposizione, soprattutto a sinistra. Non è colpa della Germania se in Italia si utilizza soltanto una minima fetta dei fondi europei, e quella per di più male (per non parlare delle solite cose di mafia, sprechi, corruzione e un livello alto di disonestà - vedi ultimamente le casette per i terremotati).
Ha del patetico lamentarsi che la Germania esporti troppo quando il ministro del lavoro (sì, del LAVORO!)si fa scarrozzare in BMW, Berlusconi gira in Audi, Visco in Mercedes, la polizia italiana più che altro in Skoda e BMW, ecc,ecc. Anche la Deutsche Bank mi pare abbia una serie di sportelli che funzionano in questo paese. Non è colpa della Germania se l'Italia esprime una classe politica inetta e senza fierezza, non è colpa della Germania se nessun partito politico al governo ha le palle per stampare biglietti di stato per la ricostruzione post catastrofe o semplicemente per rilanciare l'economia domestica (cosa secondo Galloni e Contini assolutamente compatibile con i trattati senza bisogno di uscire dall'€), invece di piangere per la rubata sovranità monetaria (per non parlare delle possibilità date in questo senso dal lancio di una cryptovaluta, se si superano i problemi energetici). Infine non capisco dove sta scritto che gli italiani debbano fare o subire tutto ciò che viene in mente ai tedeschi! È o non è un paese sovrano?
Con tutto ciò ovviamente non voglio dire con la solita arroganza tedesca che da noi tutto vada bene, che abbiamo il monopolio della verità (anche se spesso siamo convinti del contrario), sono anche consapevole dei vari scandali Siemens, Volkswagen ecc.
Mi sembra semplicemente un enorme peccato che l'eventuale arroganza tedesca non incontri nessuna resistenza seria. Anche questo vuol dire colludere con un europa deludente, anche questo vuol dire non dare il proprio contributo, morale soprattutto.
Postato da Michael Schotensack in Goofynomics alle 27 dicembre 2017 20:17
Caro Michael,
passato l'iniziale urto di nervi per il tuo piagnisteo sul non esser stato pubblicato (non ci sono più i tedeschi di una volta!), ecco che finalmente posso dedicare un po' di tempo alla tua lettera, della quale ti sono grato perché mi permette di chiarire la mia posizione (che è quella di molti altri lettori del blog), e anche di legare in un ragionamento coerente una serie di contributi sparsi nel flusso di questo blog, operazione particolarmente salutare a fine anno.
Comincio col rassicurarti: il tuo primo commento, qui, non è mai arrivato. Temo che tu abbia fatto qualche errore nell'inviarlo, una eventualità che tu stesso con molta onestà consideri e che un italiano "medio" (o mediocre, come un qualsiasi giornalista) escluderebbe a priori. "Come!" (direbbe il mediocre: ce ne sono ovunque, anche qui, come tu ci ricordi con solidarietà) "Un tedesco, un figlio di quel popolo che ha fatto della precisione (ma gli orologi sono svizzeri, Ndr) e della tecnologia (ma la VolksWagen è tedesca, come tu stesso ammetti) un vanto, avrebbe commesso un errore nell'effettuare un compito tanto banale quanto inviare un commento a un blog! Questo non è possibile! In Germania i treni arrivano in orario (ma gli aeroporti no, Ndr), quindi se il commento non è stato pubblicato, vuol dire solo che Bagnai censura perché ha paura del confronto!"
(...nota che ti ho messo un link in tedesco perché io, che sono ingenuo, do per scontato che tu sia quello che dici, cioè tedesco, nel qual caso sei molto colto perché la tua lettera è scritta molto bene, e anche anziano, perché nella tua lettera c'è memoria, e una certa saggezza - ovviamente, pro domo tua, il che non è un male, anzi...)
Noi, qui, abbiamo fatto opera di verità, e siamo quindi stati i primi a dire due cose che oggi tutti ammettono (almeno nella letteratura scientifica, e sui giornali tedeschi: quelli italiani no per i motivi che anche tu stigmatizzi): ovvero che il relativo successo tedesco non era dovuto a una strategia di politica industriale basata su importanti investimenti in infrastrutture e ricerca e sviluppo (qui è un esempio di dove lo dicevo io, qui un esempio di dove lo dite voi, e qui un esempio di dove lo dicono i nostri padroni: nostri: miei e tuoi... Per inciso: il problema era chiaro a voi prima che a tutti gli altri, come le date dei link dimostrano), ma piuttosto a una suicida politica di "moderazione" salariale (ne parlo più avanti).
Anche tu (lo dico con simpatia), in coerenza con la non-politica industriale del tuo paese hai inviato il tuo primo commento prima di investire in conoscenza: e così è andato perso. Poi, però, in coerenza con una qualità del tuo popolo, alla quale cerco di ispirarmi, la tenacia, hai insistito: ed eccoti qui, in prima pagina!
Ho poco tempo: mi attende una serata piddina (forse non sai di cosa si tratti, i miei lettori lo sanno e mi piangono), e quindi non potrò dar corso a tutti gli stimoli che la tua lettera propone (ma se vorrai ci sarà un seguito). Parto da due presupposti metodologici: uno riguarda la Germania, e uno riguarda l'Europa.
Mi rendo conto che il mio modo un po' brusco di ricordare un certo passato possa essere urticante per un tedesco e mi dispiace. D'altra parte, credo che l'alternativa, cioè dimenticarselo, non sia molto valida. In questo momento abbiamo molto bisogno di memoria: una pessima memoria è meglio di nessuna memoria, proprio perché il potere insiste nel cercare di convincerci che "questa volta è diverso". La Bayer, nella sua lunga storia, non ha prodotto solo insetticidi, o, per meglio dire: i suoi prodotti non sempre sono stati destinati all'uso per il quale erano stati concepiti. Ricordarlo può essere inopportuno, ma non è razzismo. Peraltro, la storia italiana non è molto più gloriosa. Ma l'esercizio della conta dei morti a me non interessa, lo trovo squallidamente disumano. Il punto è che dobbiamo convivere, io e te, col fatto che né la nostra, né la vostra storia è stata scritta da noi, per il semplice fatto che i nostri paesi hanno perso una guerra, per essere subito dopo coinvolti in un'altra, "vinta" nel 1989. Quello che però vorrei ti fosse chiaro è che io non sono animato da un pregiudizio antitedesco. Tutt'altro! Leggi, leggi questa pagina, dove presentavo ai miei lettori (che sono un po' ruspanti, ma brave persone, in fondo), una grande pagina della nostra (mia e tua, dal 2013 anche loro) letteratura, una pagina mirabile sulla libertà di Dio, una pagina che utilizzo ogni giorno della mia vita, e nel farlo dicevo come sarebbe andata a finire (e in questi giorni abbiamo visto quanto avessi ahimè ragione). Quella pagina io l'ho scritta quattro anni fa: sono quattro anni, quattro fottuti anni, capisci, che sto dicendo che gli "europeisti" italiani, quelli che, come tu giustamente appunti, ci hanno condotto in Europa senza leggere (o facendo finta di non saper leggere) i Trattati, avrebbero rinnegato le loro responsabilità nella catastrofe che hanno concorso a preparare accusando voi, i tedeschi, di aver "tradito" un'idea tanto bella, che era bella perché, guarda un po', l'avevano avuta loro (i padri nobili italiani).
Io sono l'unico italiano ad aver chiarito ai suoi concittadini che la via di fuga degli "europeisti" sarebbe stato il fomentare un pericoloso sentimento antigermanico, e qui, su questo blog, che tu lo sappia (o lo capisca) o meno, ho cercato di fare una difficile, ma in alcuni casi proficua, opera di mediazione culturale per convincere i miei lettori, e gli italiani tutti, di quanto sbagliata fosse questa operazione.
Tuttavia, caro Michael, anche dando per scontato che tu, razionalmente, capisca e condivida questo mio sforzo nello smascherare le distruttive strategie delle nostre élite, devo dirti, con molto rispetto, che almeno sotto un profilo non sei molto migliore di loro. Perché, vedi, in fondo il tuo approccio è speculare e antisimmetrico al loro: anche tu sostieni che gli italiani dovrebbero opporsi all'arroganza tedesca, e questo, se non capisco male, per rendere l'Europa (che tu scrivi con la minuscola: ipercorrettivismo, o lapsus? Ma Freud era austriaco...) meno "deludente". Insomma: anche per te l'"Europa", cioè l'Unione Europea (che non è l'Europa: l'Europa siamo io e te, e poche altre persone), sarebbe un progetto valido, che però è reso deludente non (solo) perché i tedeschi sono arroganti, ma soprattutto perché gli italiani non si oppongono.
Ora, tu dai prova di un certo senno e di una certa sensibilità. Non ti viene quindi da ridere, rileggendo la tua lettera, che comincia accusandomi di razzismo (e quindi di fomentare con argomenti particolarmente inappropriati un conflitto fra le nostre culture), e termina sostenendo che la colpa è nostra perché... non vi combattiamo abbastanza!? Cosa può andare storto in un progetto comune che va male non perché i suoi partecipanti non cooperano abbastanza, ma perché non ci combattono abbastanza?
Vedi, tu naturalmente metti le mani avanti, dici, con umiltà (o con modestia, che non sono la stessa cosa), di non intendertene di economia, ecc. I soliti disclaimer che (perdonami) ho ascoltato mille volte, e sempre in contesti che mi hanno fatto dubitare della loro sincerità (ma tu sarai senz'altro sincero, ce lo dirà il seguito del dialogo, se ci sarà). Io però ti ho appena fatto capire quello che tu stesso ci hai detto, forse senza una completa Bewusstsein: non c'è alcun bisogno di accedere alla tecnica economica per capire che questo progetto non funziona e non può funzionare. La sua irrazionalità, quella di essere un progetto che per funzionare deve fomentare il conflitto, non dipende, in prima istanza, dall'arroganza tedesca, o dalla vigliaccheria italiana: non sono le qualità morali dei nostri popoli, che fra l'altro differiscono meno di quanto si creda (il che mi permette di essere sufficientemente a mio agio in Germania) a costituire il problema. Il problema è altrove: nelle intenzioni politiche, che sono state, come i miei lettori sanno, in primo luogo intenzioni classiste. L'euro è un episodio particolarmente acuto di lotta di classe, una cosa scoperta, pensa un po', da un tedesco (anche lui ebreo, guarda tu...). La sua natura è quella di imporre come unica valvola di aggiustamento macroeconomico il taglio dei salari (questo gli economisti lo sapevano e fin dall'inizio feci vedere che ne erano perfettamente coscienti), creando, fra l'altro, le condizioni politiche perché questa scelta politica si presenti come ineluttabile, come dato di natura (e di questo ho parlato tante volte, ma più organicamente qui).
Ora, tu ci racconti una Germania arrogante perché vincitrice e vincitrice perché arrogante.
Ma se tu fossi un vincitore, non perderesti tempo con me. La verità è che la Germania non esiste, come non esiste l'Europa. O, per meglio dire: non esistono la Germania e l'Europa della quale tu parli nella tua lettera. L'Europa esiste, ed è ormai confinata in questo blog e in poche altre sacche di resistenza: è memoria e esercizio del nostro patrimonio culturale, della nostra identità condivisa, della nostra feconda diversità. Insomma, è una cosa così (dove, per inciso, mi occupavo di uno che come te, e per i tuoi stessi motivi, mi aveva dato del razzista: perché non lo ero abbastanza col mio popolo). Non è l'Unione Europea, progetto fallimentare e nazista condannato dagli uomini e dalla storia. La Germania, qui, abbiamo imparato che non esiste. Non c'è una signora bionda, con l'elmo, che mangia crauti, produce macchine, e pensa solo a fottere il vicino. Ci sono tanti attori sociali, tanti interessi, tante aspirazioni, e tante classi sociali, che cercano, faticosamente, un equilibrio, una convivenza, in un processo faticoso, che i vostri governanti, tanto quanto i nostri, spesso ostacolano più che favorire (guarda ad esempio questo bel risultato!).
Ma il segreto dell'Unione Europea, il più accuratamente nascosto da quelle autentiche merde (perdona la caduta di stile, tu che sei così sensibile: è un giudizio statistico, ammette un 5% di eccezioni) che sono i nostri giornalisti (ma anche i vostri non scherzano: magari un giorno ci faremo spiegare da voi come risolvere il problema), il segreto più tremendo dell'Unione, perché se rivelato sarebbe più distruttivo, è che il paese vincitore, lungi dall'essere un monolite, è profondamente lacerato e pieno di perdenti, e lo è per il semplice motivo che in assenza di investimenti (vedi sopra), la superiorità competitiva è stata raggiunta distruggendo diritti e salari dei lavoratori. Io, questo, lo dico nel mio blog da tanti, tanti anni (ad esempio qui), e ne parlavo, con accenti di sincera solidarietà per i lavoratori tedeschi, nel mio primo bestseller (sai, il vantaggio di vivere in un paese di ignoranti è che ci vuole poco a scrivere un bestseller...). Non sai quanti insulti mi sono preso (senza querelare, perché allora non querelavo) da centinaia di persone: tutti italiani! Eppure, oggi quello che dicevo io lo dice, farisaicamente e in ritardo, un tedesco non da poco (per gli addetti ai lavori).
Capisci quindi qual è il problema? Se i nostri governanti hanno firmato i Trattati, un motivo c'è, e ce lo ha spiegato tanto bene Kevin Featherstone (ne parlo nel mio secondo bestseller, se vuoi te lo mando): il loro problema (delle élite italiane, quelle che oggi "i tedeschi sò tanti cattivi, signora mia!") era vincere la lotta di classe in casa loro, creando un sistema che schiacciasse i salari dei loro lavoratori (degli italiani). Non hanno capito una cosa molto semplice: che i lavoratori tedeschi stavano (meritatamente) meglio in termini relativi, e che quindi mettendosi sulla strada della compressione dei salari e della domanda le élite periferiche giocavano a un gioco al quale il paese avrebbe perso: perché un conto è tagliare del 10% un salario tedesco, e un altro conto tagliare della stessa percentuale un salario italiano. A simple as that: come vedi, non c'entra nulla il carattere, la morale, il moralismo: c'entra il perseguire i propri interessi in modo miope, che, se vuoi, è la definizione stessa di politica, in Italia come in Germania (tant'è che ogni tanto il resto del mondo si coalizza contro di voi e vi pialla, cosa della quale non sono particolarmente contento, e che temo presto succederà di nuovo). Naturalmente, il gioco al ribasso è per sua natura un gioco al quale tutti perdono: Armut, Ungleicheit, e fatalmente, se le cose stanno così, e ovvio che si cerchi un'Alternative.
Ai poveri voglio bene, per carità... ma i tedeschi poveri sono più pericolosi di quelli ricchi!
Pensa che di questa semplice verità (impoverire i tedeschi non è una buona idea), che io affermavo anni or sono, perché è banale (tutti gli storici sanno com'è andata), ora i Bocconi boys vengono a parlarci come fosse un parto delle loro geniali menti (ovviamente, mentre i loro sodali negano la correlazione fra voto per AfD e povertà in Germania: vedi a cosa serve la memoria, e quanto ce n'è bisogno?).
Tutto il resto sono dettagli. Certo che alla fine, prima o dopo l'esplosione inevitabile di questo sistema irrazionale, dovremo anche disobbedire alle norme dei Trattati. Tutte le opzioni che ci proponi per "opporci" sono in effetti violazioni dei Trattati: lo è stampare la propria moneta, lo è non indire un bando europeo per una fornitura pubblica, ecc. Non lo sapevi? Ma il vero problema è: possiamo continuare a vivere in un sistema nel quale il nostro unico orizzonte politico è lottare con i nostri alleati più ferocemente che con i nostri pretesi nemici (la Cina, la Russia, ecc.)?
E la risposta è ovvia, ed è: nein.
Ecco: questo è il primo cortese ma fermo nein che un tedesco sente da un italiano in tanti anni. Se capiterà, se la mia vita me ne darà l'opportunità, ne andrò a dire qualcun altro a qualche tedesco più importante di te e di me. Ma non lo dirò per "salvare" un progetto "deludente". Lo dirò per terminare un accordo irrazionale. Sono due cose diverse, e spero che questa breve chiacchierata ti abbia dato qualche elemento per valutare apprezzare la differenza.
E ora, buon anno, e buona fortuna. Io abito Roma, e a Roma è andata meglio che a Dresda. So che sono inopportuno a ricordarlo, ma alla fine il problema resta sempre quello: per un italiano allearsi con un tedesco significa essere costretti a fare la guerra agli americani (se ne parlava poco fa). Anche questo non è molto razionale: il minimo che si possa dire è che non ha funzionato. Spero che questa volta non si arrivi a tanto, e, ne sono sicuro, tu lo speri più di me.
Michael Schotensack ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'intervista":
Gentile professore, qualche giorno fa ho inviato un commento non pubblicato. Non so se perché era critico o perché x mancanza di know-how è partito anonimo o si è perso da qualche parte nell'etere. Ci riprovo:
Sono grato e ammirato per il lavoro che sta facendo per stimolare una riflessione che vada oltre Striscia la Notizia o il pensiero unico.
Essendo tedesco capirà forse che trovo difficile da digerire e incompatibile con il livello della discussione i repentini attacchi di razzismo ai quali è soggetto (cyclon b e simili). Inoltre il mio livello di expertise in economia è dilettantistico, si tratta quindi del punto di vista di un "uomo della strada".
In sintesi trovo indegno di un grande paese come l'Italia continuare a puntare il dito contro la Germania come causa di tutti i propri guai.
Non è, direi, colpa della Germania se i trattati europei, pur essendo in contrasto con la Costituzione di questo paese, siano stati firmati, accettati all'unanimità dal parlamento, senza, mi pare, contestazioni da parte di chi è deputato a vigilare il rispetto della Costituzione.
Non è colpa della Germania se nell'81 i "grandi statisti" Andreatta e Ciampi hanno perpetrato un colpo di stato senza incontrare alcun'opposizione, soprattutto a sinistra. Non è colpa della Germania se in Italia si utilizza soltanto una minima fetta dei fondi europei, e quella per di più male (per non parlare delle solite cose di mafia, sprechi, corruzione e un livello alto di disonestà - vedi ultimamente le casette per i terremotati).
Ha del patetico lamentarsi che la Germania esporti troppo quando il ministro del lavoro (sì, del LAVORO!)si fa scarrozzare in BMW, Berlusconi gira in Audi, Visco in Mercedes, la polizia italiana più che altro in Skoda e BMW, ecc,ecc. Anche la Deutsche Bank mi pare abbia una serie di sportelli che funzionano in questo paese. Non è colpa della Germania se l'Italia esprime una classe politica inetta e senza fierezza, non è colpa della Germania se nessun partito politico al governo ha le palle per stampare biglietti di stato per la ricostruzione post catastrofe o semplicemente per rilanciare l'economia domestica (cosa secondo Galloni e Contini assolutamente compatibile con i trattati senza bisogno di uscire dall'€), invece di piangere per la rubata sovranità monetaria (per non parlare delle possibilità date in questo senso dal lancio di una cryptovaluta, se si superano i problemi energetici). Infine non capisco dove sta scritto che gli italiani debbano fare o subire tutto ciò che viene in mente ai tedeschi! È o non è un paese sovrano?
Con tutto ciò ovviamente non voglio dire con la solita arroganza tedesca che da noi tutto vada bene, che abbiamo il monopolio della verità (anche se spesso siamo convinti del contrario), sono anche consapevole dei vari scandali Siemens, Volkswagen ecc.
Mi sembra semplicemente un enorme peccato che l'eventuale arroganza tedesca non incontri nessuna resistenza seria. Anche questo vuol dire colludere con un europa deludente, anche questo vuol dire non dare il proprio contributo, morale soprattutto.
Postato da Michael Schotensack in Goofynomics alle 27 dicembre 2017 20:17
Caro Michael,
passato l'iniziale urto di nervi per il tuo piagnisteo sul non esser stato pubblicato (non ci sono più i tedeschi di una volta!), ecco che finalmente posso dedicare un po' di tempo alla tua lettera, della quale ti sono grato perché mi permette di chiarire la mia posizione (che è quella di molti altri lettori del blog), e anche di legare in un ragionamento coerente una serie di contributi sparsi nel flusso di questo blog, operazione particolarmente salutare a fine anno.
Comincio col rassicurarti: il tuo primo commento, qui, non è mai arrivato. Temo che tu abbia fatto qualche errore nell'inviarlo, una eventualità che tu stesso con molta onestà consideri e che un italiano "medio" (o mediocre, come un qualsiasi giornalista) escluderebbe a priori. "Come!" (direbbe il mediocre: ce ne sono ovunque, anche qui, come tu ci ricordi con solidarietà) "Un tedesco, un figlio di quel popolo che ha fatto della precisione (ma gli orologi sono svizzeri, Ndr) e della tecnologia (ma la VolksWagen è tedesca, come tu stesso ammetti) un vanto, avrebbe commesso un errore nell'effettuare un compito tanto banale quanto inviare un commento a un blog! Questo non è possibile! In Germania i treni arrivano in orario (ma gli aeroporti no, Ndr), quindi se il commento non è stato pubblicato, vuol dire solo che Bagnai censura perché ha paura del confronto!"
(...nota che ti ho messo un link in tedesco perché io, che sono ingenuo, do per scontato che tu sia quello che dici, cioè tedesco, nel qual caso sei molto colto perché la tua lettera è scritta molto bene, e anche anziano, perché nella tua lettera c'è memoria, e una certa saggezza - ovviamente, pro domo tua, il che non è un male, anzi...)
Noi, qui, abbiamo fatto opera di verità, e siamo quindi stati i primi a dire due cose che oggi tutti ammettono (almeno nella letteratura scientifica, e sui giornali tedeschi: quelli italiani no per i motivi che anche tu stigmatizzi): ovvero che il relativo successo tedesco non era dovuto a una strategia di politica industriale basata su importanti investimenti in infrastrutture e ricerca e sviluppo (qui è un esempio di dove lo dicevo io, qui un esempio di dove lo dite voi, e qui un esempio di dove lo dicono i nostri padroni: nostri: miei e tuoi... Per inciso: il problema era chiaro a voi prima che a tutti gli altri, come le date dei link dimostrano), ma piuttosto a una suicida politica di "moderazione" salariale (ne parlo più avanti).
Anche tu (lo dico con simpatia), in coerenza con la non-politica industriale del tuo paese hai inviato il tuo primo commento prima di investire in conoscenza: e così è andato perso. Poi, però, in coerenza con una qualità del tuo popolo, alla quale cerco di ispirarmi, la tenacia, hai insistito: ed eccoti qui, in prima pagina!
Ho poco tempo: mi attende una serata piddina (forse non sai di cosa si tratti, i miei lettori lo sanno e mi piangono), e quindi non potrò dar corso a tutti gli stimoli che la tua lettera propone (ma se vorrai ci sarà un seguito). Parto da due presupposti metodologici: uno riguarda la Germania, e uno riguarda l'Europa.
Mi rendo conto che il mio modo un po' brusco di ricordare un certo passato possa essere urticante per un tedesco e mi dispiace. D'altra parte, credo che l'alternativa, cioè dimenticarselo, non sia molto valida. In questo momento abbiamo molto bisogno di memoria: una pessima memoria è meglio di nessuna memoria, proprio perché il potere insiste nel cercare di convincerci che "questa volta è diverso". La Bayer, nella sua lunga storia, non ha prodotto solo insetticidi, o, per meglio dire: i suoi prodotti non sempre sono stati destinati all'uso per il quale erano stati concepiti. Ricordarlo può essere inopportuno, ma non è razzismo. Peraltro, la storia italiana non è molto più gloriosa. Ma l'esercizio della conta dei morti a me non interessa, lo trovo squallidamente disumano. Il punto è che dobbiamo convivere, io e te, col fatto che né la nostra, né la vostra storia è stata scritta da noi, per il semplice fatto che i nostri paesi hanno perso una guerra, per essere subito dopo coinvolti in un'altra, "vinta" nel 1989. Quello che però vorrei ti fosse chiaro è che io non sono animato da un pregiudizio antitedesco. Tutt'altro! Leggi, leggi questa pagina, dove presentavo ai miei lettori (che sono un po' ruspanti, ma brave persone, in fondo), una grande pagina della nostra (mia e tua, dal 2013 anche loro) letteratura, una pagina mirabile sulla libertà di Dio, una pagina che utilizzo ogni giorno della mia vita, e nel farlo dicevo come sarebbe andata a finire (e in questi giorni abbiamo visto quanto avessi ahimè ragione). Quella pagina io l'ho scritta quattro anni fa: sono quattro anni, quattro fottuti anni, capisci, che sto dicendo che gli "europeisti" italiani, quelli che, come tu giustamente appunti, ci hanno condotto in Europa senza leggere (o facendo finta di non saper leggere) i Trattati, avrebbero rinnegato le loro responsabilità nella catastrofe che hanno concorso a preparare accusando voi, i tedeschi, di aver "tradito" un'idea tanto bella, che era bella perché, guarda un po', l'avevano avuta loro (i padri nobili italiani).
Io sono l'unico italiano ad aver chiarito ai suoi concittadini che la via di fuga degli "europeisti" sarebbe stato il fomentare un pericoloso sentimento antigermanico, e qui, su questo blog, che tu lo sappia (o lo capisca) o meno, ho cercato di fare una difficile, ma in alcuni casi proficua, opera di mediazione culturale per convincere i miei lettori, e gli italiani tutti, di quanto sbagliata fosse questa operazione.
Tuttavia, caro Michael, anche dando per scontato che tu, razionalmente, capisca e condivida questo mio sforzo nello smascherare le distruttive strategie delle nostre élite, devo dirti, con molto rispetto, che almeno sotto un profilo non sei molto migliore di loro. Perché, vedi, in fondo il tuo approccio è speculare e antisimmetrico al loro: anche tu sostieni che gli italiani dovrebbero opporsi all'arroganza tedesca, e questo, se non capisco male, per rendere l'Europa (che tu scrivi con la minuscola: ipercorrettivismo, o lapsus? Ma Freud era austriaco...) meno "deludente". Insomma: anche per te l'"Europa", cioè l'Unione Europea (che non è l'Europa: l'Europa siamo io e te, e poche altre persone), sarebbe un progetto valido, che però è reso deludente non (solo) perché i tedeschi sono arroganti, ma soprattutto perché gli italiani non si oppongono.
Ora, tu dai prova di un certo senno e di una certa sensibilità. Non ti viene quindi da ridere, rileggendo la tua lettera, che comincia accusandomi di razzismo (e quindi di fomentare con argomenti particolarmente inappropriati un conflitto fra le nostre culture), e termina sostenendo che la colpa è nostra perché... non vi combattiamo abbastanza!? Cosa può andare storto in un progetto comune che va male non perché i suoi partecipanti non cooperano abbastanza, ma perché non ci combattono abbastanza?
Vedi, tu naturalmente metti le mani avanti, dici, con umiltà (o con modestia, che non sono la stessa cosa), di non intendertene di economia, ecc. I soliti disclaimer che (perdonami) ho ascoltato mille volte, e sempre in contesti che mi hanno fatto dubitare della loro sincerità (ma tu sarai senz'altro sincero, ce lo dirà il seguito del dialogo, se ci sarà). Io però ti ho appena fatto capire quello che tu stesso ci hai detto, forse senza una completa Bewusstsein: non c'è alcun bisogno di accedere alla tecnica economica per capire che questo progetto non funziona e non può funzionare. La sua irrazionalità, quella di essere un progetto che per funzionare deve fomentare il conflitto, non dipende, in prima istanza, dall'arroganza tedesca, o dalla vigliaccheria italiana: non sono le qualità morali dei nostri popoli, che fra l'altro differiscono meno di quanto si creda (il che mi permette di essere sufficientemente a mio agio in Germania) a costituire il problema. Il problema è altrove: nelle intenzioni politiche, che sono state, come i miei lettori sanno, in primo luogo intenzioni classiste. L'euro è un episodio particolarmente acuto di lotta di classe, una cosa scoperta, pensa un po', da un tedesco (anche lui ebreo, guarda tu...). La sua natura è quella di imporre come unica valvola di aggiustamento macroeconomico il taglio dei salari (questo gli economisti lo sapevano e fin dall'inizio feci vedere che ne erano perfettamente coscienti), creando, fra l'altro, le condizioni politiche perché questa scelta politica si presenti come ineluttabile, come dato di natura (e di questo ho parlato tante volte, ma più organicamente qui).
Ora, tu ci racconti una Germania arrogante perché vincitrice e vincitrice perché arrogante.
Ma se tu fossi un vincitore, non perderesti tempo con me. La verità è che la Germania non esiste, come non esiste l'Europa. O, per meglio dire: non esistono la Germania e l'Europa della quale tu parli nella tua lettera. L'Europa esiste, ed è ormai confinata in questo blog e in poche altre sacche di resistenza: è memoria e esercizio del nostro patrimonio culturale, della nostra identità condivisa, della nostra feconda diversità. Insomma, è una cosa così (dove, per inciso, mi occupavo di uno che come te, e per i tuoi stessi motivi, mi aveva dato del razzista: perché non lo ero abbastanza col mio popolo). Non è l'Unione Europea, progetto fallimentare e nazista condannato dagli uomini e dalla storia. La Germania, qui, abbiamo imparato che non esiste. Non c'è una signora bionda, con l'elmo, che mangia crauti, produce macchine, e pensa solo a fottere il vicino. Ci sono tanti attori sociali, tanti interessi, tante aspirazioni, e tante classi sociali, che cercano, faticosamente, un equilibrio, una convivenza, in un processo faticoso, che i vostri governanti, tanto quanto i nostri, spesso ostacolano più che favorire (guarda ad esempio questo bel risultato!).
Ma il segreto dell'Unione Europea, il più accuratamente nascosto da quelle autentiche merde (perdona la caduta di stile, tu che sei così sensibile: è un giudizio statistico, ammette un 5% di eccezioni) che sono i nostri giornalisti (ma anche i vostri non scherzano: magari un giorno ci faremo spiegare da voi come risolvere il problema), il segreto più tremendo dell'Unione, perché se rivelato sarebbe più distruttivo, è che il paese vincitore, lungi dall'essere un monolite, è profondamente lacerato e pieno di perdenti, e lo è per il semplice motivo che in assenza di investimenti (vedi sopra), la superiorità competitiva è stata raggiunta distruggendo diritti e salari dei lavoratori. Io, questo, lo dico nel mio blog da tanti, tanti anni (ad esempio qui), e ne parlavo, con accenti di sincera solidarietà per i lavoratori tedeschi, nel mio primo bestseller (sai, il vantaggio di vivere in un paese di ignoranti è che ci vuole poco a scrivere un bestseller...). Non sai quanti insulti mi sono preso (senza querelare, perché allora non querelavo) da centinaia di persone: tutti italiani! Eppure, oggi quello che dicevo io lo dice, farisaicamente e in ritardo, un tedesco non da poco (per gli addetti ai lavori).
Capisci quindi qual è il problema? Se i nostri governanti hanno firmato i Trattati, un motivo c'è, e ce lo ha spiegato tanto bene Kevin Featherstone (ne parlo nel mio secondo bestseller, se vuoi te lo mando): il loro problema (delle élite italiane, quelle che oggi "i tedeschi sò tanti cattivi, signora mia!") era vincere la lotta di classe in casa loro, creando un sistema che schiacciasse i salari dei loro lavoratori (degli italiani). Non hanno capito una cosa molto semplice: che i lavoratori tedeschi stavano (meritatamente) meglio in termini relativi, e che quindi mettendosi sulla strada della compressione dei salari e della domanda le élite periferiche giocavano a un gioco al quale il paese avrebbe perso: perché un conto è tagliare del 10% un salario tedesco, e un altro conto tagliare della stessa percentuale un salario italiano. A simple as that: come vedi, non c'entra nulla il carattere, la morale, il moralismo: c'entra il perseguire i propri interessi in modo miope, che, se vuoi, è la definizione stessa di politica, in Italia come in Germania (tant'è che ogni tanto il resto del mondo si coalizza contro di voi e vi pialla, cosa della quale non sono particolarmente contento, e che temo presto succederà di nuovo). Naturalmente, il gioco al ribasso è per sua natura un gioco al quale tutti perdono: Armut, Ungleicheit, e fatalmente, se le cose stanno così, e ovvio che si cerchi un'Alternative.
Ai poveri voglio bene, per carità... ma i tedeschi poveri sono più pericolosi di quelli ricchi!
Pensa che di questa semplice verità (impoverire i tedeschi non è una buona idea), che io affermavo anni or sono, perché è banale (tutti gli storici sanno com'è andata), ora i Bocconi boys vengono a parlarci come fosse un parto delle loro geniali menti (ovviamente, mentre i loro sodali negano la correlazione fra voto per AfD e povertà in Germania: vedi a cosa serve la memoria, e quanto ce n'è bisogno?).
Tutto il resto sono dettagli. Certo che alla fine, prima o dopo l'esplosione inevitabile di questo sistema irrazionale, dovremo anche disobbedire alle norme dei Trattati. Tutte le opzioni che ci proponi per "opporci" sono in effetti violazioni dei Trattati: lo è stampare la propria moneta, lo è non indire un bando europeo per una fornitura pubblica, ecc. Non lo sapevi? Ma il vero problema è: possiamo continuare a vivere in un sistema nel quale il nostro unico orizzonte politico è lottare con i nostri alleati più ferocemente che con i nostri pretesi nemici (la Cina, la Russia, ecc.)?
E la risposta è ovvia, ed è: nein.
Ecco: questo è il primo cortese ma fermo nein che un tedesco sente da un italiano in tanti anni. Se capiterà, se la mia vita me ne darà l'opportunità, ne andrò a dire qualcun altro a qualche tedesco più importante di te e di me. Ma non lo dirò per "salvare" un progetto "deludente". Lo dirò per terminare un accordo irrazionale. Sono due cose diverse, e spero che questa breve chiacchierata ti abbia dato qualche elemento per valutare apprezzare la differenza.
E ora, buon anno, e buona fortuna. Io abito Roma, e a Roma è andata meglio che a Dresda. So che sono inopportuno a ricordarlo, ma alla fine il problema resta sempre quello: per un italiano allearsi con un tedesco significa essere costretti a fare la guerra agli americani (se ne parlava poco fa). Anche questo non è molto razionale: il minimo che si possa dire è che non ha funzionato. Spero che questa volta non si arrivi a tanto, e, ne sono sicuro, tu lo speri più di me.
martedì 15 agosto 2017
Due domande ai giuristi
Ci siamo occupati altrove della piddinitas juridica: quello strano atteggiamento di certi nostri colleghi di altro settore, in virtù del quale essi "sanno di sapere" tante verità economiche, senza aver mai in realtà acquisito la grammatica e la sintassi dell'economia (e questo non sarebbe un difetto), e senza essersi mai posti una domanda sulle fonti da cui traggono cotanta sicumera (e questo è un difetto, perché, quando gratti un po' la superficie, vedi che la loro fonte delle fonti è sempre il dottor Giannino).
Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria. Ma Confindustria è l'associazione degli industriali, quella che ha strenuamente lottato coi nostri sindacati appunto per abbassare i salari. Quest'ultima cosa non è strana: caeteris paribus, dato un certo fatturato, meno ne va in salari, più ne va in profitti, e gli industriali non sono salariati, anche quando non sono - come spesso i nostri - profittatori. Ma allora, perché mi si preoccupano tanto per un evento - l'uscita dall'euro, o in generale la svalutazione - che alla fine permetterebbe loro di ottenere quello che hanno sempre desiderato? Più precisamente, perché si preoccupano dell'interesse altrui, anziché del proprio? Non è strano? Non sarà che forse io sono un fesso?".
La risposta è ovviamente dentro il concionatore, ed è sbagliata (no), perché quella giusta (sì) è troppo dolorosa...
Ci pensavo oggi nello stilare un parere sull'articolo di un giurista bravo, che mi ha chiesto di analizzare la parte "economica" del suo lavoro. Si sta formando, anche in questa professione, una maggioranza silenziosa di patrioti che hanno capito come stanno le cose, e che se non ci svegliamo in tempo poi non ce ne sarà per nessuno. Io, che per natura sono curioso, se posso aiuto, sempre nel rispetto delle competenze altrui. Il lavoro è ben fatto, ovviamente ho suggerito di non citarmi per evitare problemi, e leggendolo mi sono venute in mente due domande che, in tutta umiltà, e scusandomi per l'imprecisione terminologica che mi deriva dal non essere un professionista della materia, vorrei porre ai giuristi tutti in ascolto.
Domanda numero uno: perché mai noi dovremmo fare un feticcio delle regole europee, e più in generale accettare il primato del diritto comunitario, quando la Corte Costituzionale Tedesca, con la sentenza di Lisbona, ha ampiamente chiarito dibattersene la ciolla subordinare il rispetto dei trattati alla difesa dei diritti costituzionalmente garantiti in Germania, fra i quali quello al risparmio?
Insomma: se volessimo far evolvere l'UE in senso solidaristico, la Germania, via Corte di Karlsruhe, si metterebbe di traverso argomentando che così le cicale del Sud scialacquerebbero i risparmidegli scarafaggi delle formiche del Nord, ma quando poi c'è da tutelare il risparmio degli italiani allora non si possono salvare le quattro banche (lasciando che i pensionati penzolino), perché altrimenti sarebbe aiuto di Stato con violazione della concorrenza (che evidentemente non c'è se i porci cari amici tedeschi salvano le loro cesse di efficienti compagnie aeree). Me lo spiegate questo paradosso, cari giuristi? Non vi sembra che ci sia una certa asimmetria?
Domanda numero due, rivolta soprattutto a quelli bravi, a quelli buoni, a quelli dai cognomi esotici che si sono schierati contro il Renzi brutto che voleva riformare la Costituzione più bella del mondo: cari amici, forse non ve ne siete accorti, ma la Costituzione è stata riformata in modo plateale e cruciale aggiungendo un quarto potere costituito, il potere monetario, quando la Banca d'Italia si è costituita in autorità indipendente dall'esecutivo con il cosiddetto divorzio. Non sono io a dare questa interpretazione in senso costituzionale: è l'autore della riforma, Beniamino Andreatta, quando parla di potere esecutivo, legislativo e monetario, posti sullo stesso rango, anche se la nostra Costituzione disciplina solo il primo e il secondo nella sua parte seconda (Titolo I e Titolo III). Voi dove eravate mentre succedeva questa cosa? Al bar? A fare un massaggio? Portavate la macchina a lavare?
Sottoporre al giudizio dei mercati (considerati evidentemente onniscienti) quali politiche fossero finanziabili, dove volevate che portasse, se non a una situazione di generalizzata precarietà e di impoverimento della popolazione? Perché, vedete, anche se voi non volete rendervene conto, anche se (evidentemente) vi sembra strano: il capitale percepisce profitti, e il lavoro salari. Se attribuisci al capitale una penetrante funzione di indirizzo politico (e quale funzione di indirizzo politico è più penetrante di quella che consiste nel chiuderti i cordoni della borsa se non fai quello che conviene a me?), è piuttosto scontato che quest'ultimo indirizzerà le cose nel senso di deprimere i salari. La compressione e poi soppressione dei servizi pubblici e la creazione di disoccupazione attraverso i tagli sono tutti mezzi che concorrono a questo alto fine.
E voi non avete nulla da obiettare?
Ecco: queste sono le domande che farei ai miei amici giuristi. La seconda, a dire il vero, l'ho anche fatta, a un importante convegno. La risposta è stata questa:
Una risposta, come vedete, ampia e articolata.
Poi, dopo, a cena, mentre la rimuginavo, una collega molto simpatica mi si è avvicinata e mi ha detto: "Sai, quella cosa della possibilità di creare senza riforme costituzionali organismi che avessero potere di controllo su poteri costituzionalmente costituiti è uscita fuori quando vennero create le autorità amministrative indipendenti. Ma allora il problema fu risolto dicendo che si poteva fare, perché c'era il precedente della Banca d'Italia. Peccato che quando la Banca d'Italia si rese indipendente, nessuno abbia pensato a valutare le implicazioni di questa scelta".
La collega, simpatica e anonima, aveva torto. Questa scelta è stata valutata. Anzi: era già stata valutata, più esattamente in Inf. XXVIII, 103. Un aiutino agli europeisti:
E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca".
La filosofia del fatto compiuto è "mal seme", è una filosofia violenta, levatrice di violenza: questo ci ricordava Dante e questo qualcuno ha voluto dimenticare (è il metodo Juncker). Cari amici giuristi: fate sentire la vostra voce, o preparatevi a tergervi il sangue dalla faccia sozza con un fazzoletto. Cosa che, se l'Inferno è veramente come lo descrive Dante, rischierebbe di essere molto più difficile del capire che i media difendono gli interessi di chi li paga (operazione alla quale comunque mi sentirei gramscianamente di esortarvi)...
(...vedi alla voce "man mozza": a Dante, Juncker proprio non stava simpatico...)
Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria. Ma Confindustria è l'associazione degli industriali, quella che ha strenuamente lottato coi nostri sindacati appunto per abbassare i salari. Quest'ultima cosa non è strana: caeteris paribus, dato un certo fatturato, meno ne va in salari, più ne va in profitti, e gli industriali non sono salariati, anche quando non sono - come spesso i nostri - profittatori. Ma allora, perché mi si preoccupano tanto per un evento - l'uscita dall'euro, o in generale la svalutazione - che alla fine permetterebbe loro di ottenere quello che hanno sempre desiderato? Più precisamente, perché si preoccupano dell'interesse altrui, anziché del proprio? Non è strano? Non sarà che forse io sono un fesso?".
La risposta è ovviamente dentro il concionatore, ed è sbagliata (no), perché quella giusta (sì) è troppo dolorosa...
Ci pensavo oggi nello stilare un parere sull'articolo di un giurista bravo, che mi ha chiesto di analizzare la parte "economica" del suo lavoro. Si sta formando, anche in questa professione, una maggioranza silenziosa di patrioti che hanno capito come stanno le cose, e che se non ci svegliamo in tempo poi non ce ne sarà per nessuno. Io, che per natura sono curioso, se posso aiuto, sempre nel rispetto delle competenze altrui. Il lavoro è ben fatto, ovviamente ho suggerito di non citarmi per evitare problemi, e leggendolo mi sono venute in mente due domande che, in tutta umiltà, e scusandomi per l'imprecisione terminologica che mi deriva dal non essere un professionista della materia, vorrei porre ai giuristi tutti in ascolto.
Domanda numero uno: perché mai noi dovremmo fare un feticcio delle regole europee, e più in generale accettare il primato del diritto comunitario, quando la Corte Costituzionale Tedesca, con la sentenza di Lisbona, ha ampiamente chiarito di
Insomma: se volessimo far evolvere l'UE in senso solidaristico, la Germania, via Corte di Karlsruhe, si metterebbe di traverso argomentando che così le cicale del Sud scialacquerebbero i risparmi
Domanda numero due, rivolta soprattutto a quelli bravi, a quelli buoni, a quelli dai cognomi esotici che si sono schierati contro il Renzi brutto che voleva riformare la Costituzione più bella del mondo: cari amici, forse non ve ne siete accorti, ma la Costituzione è stata riformata in modo plateale e cruciale aggiungendo un quarto potere costituito, il potere monetario, quando la Banca d'Italia si è costituita in autorità indipendente dall'esecutivo con il cosiddetto divorzio. Non sono io a dare questa interpretazione in senso costituzionale: è l'autore della riforma, Beniamino Andreatta, quando parla di potere esecutivo, legislativo e monetario, posti sullo stesso rango, anche se la nostra Costituzione disciplina solo il primo e il secondo nella sua parte seconda (Titolo I e Titolo III). Voi dove eravate mentre succedeva questa cosa? Al bar? A fare un massaggio? Portavate la macchina a lavare?
Sottoporre al giudizio dei mercati (considerati evidentemente onniscienti) quali politiche fossero finanziabili, dove volevate che portasse, se non a una situazione di generalizzata precarietà e di impoverimento della popolazione? Perché, vedete, anche se voi non volete rendervene conto, anche se (evidentemente) vi sembra strano: il capitale percepisce profitti, e il lavoro salari. Se attribuisci al capitale una penetrante funzione di indirizzo politico (e quale funzione di indirizzo politico è più penetrante di quella che consiste nel chiuderti i cordoni della borsa se non fai quello che conviene a me?), è piuttosto scontato che quest'ultimo indirizzerà le cose nel senso di deprimere i salari. La compressione e poi soppressione dei servizi pubblici e la creazione di disoccupazione attraverso i tagli sono tutti mezzi che concorrono a questo alto fine.
E voi non avete nulla da obiettare?
Ecco: queste sono le domande che farei ai miei amici giuristi. La seconda, a dire il vero, l'ho anche fatta, a un importante convegno. La risposta è stata questa:
Una risposta, come vedete, ampia e articolata.
Poi, dopo, a cena, mentre la rimuginavo, una collega molto simpatica mi si è avvicinata e mi ha detto: "Sai, quella cosa della possibilità di creare senza riforme costituzionali organismi che avessero potere di controllo su poteri costituzionalmente costituiti è uscita fuori quando vennero create le autorità amministrative indipendenti. Ma allora il problema fu risolto dicendo che si poteva fare, perché c'era il precedente della Banca d'Italia. Peccato che quando la Banca d'Italia si rese indipendente, nessuno abbia pensato a valutare le implicazioni di questa scelta".
La collega, simpatica e anonima, aveva torto. Questa scelta è stata valutata. Anzi: era già stata valutata, più esattamente in Inf. XXVIII, 103. Un aiutino agli europeisti:
E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca".
La filosofia del fatto compiuto è "mal seme", è una filosofia violenta, levatrice di violenza: questo ci ricordava Dante e questo qualcuno ha voluto dimenticare (è il metodo Juncker). Cari amici giuristi: fate sentire la vostra voce, o preparatevi a tergervi il sangue dalla faccia sozza con un fazzoletto. Cosa che, se l'Inferno è veramente come lo descrive Dante, rischierebbe di essere molto più difficile del capire che i media difendono gli interessi di chi li paga (operazione alla quale comunque mi sentirei gramscianamente di esortarvi)...
(...vedi alla voce "man mozza": a Dante, Juncker proprio non stava simpatico...)
domenica 12 giugno 2016
Brexit: qualche cifra
Il dibattito sulla Brexit sta prendendo toni inquietanti, tali da lasciare nell'ombra i risvolti economici, che qui, come più in generale nel caso del progetto europeo, rappresentano l'aspetto più banale del problema (anche se, per una illusione ottica dettata dal loro carattere "tecnico", sono quelli che catturano maggiormente l'attenzione).
A me sembra che nessuno abbia sottolineato abbastanza qual è la radice del problema, da noi evidenziata qui, ovvero il fatto che assistiamo al miserando spettacolo di massimi responsabili delle istituzioni europee, che in quanto tali dovrebbero essere garanti del rispetto dei Trattati europei, i quali invece minacciano apertamente e con toni inaccettabili ritorsioni verso un paese che intende avvalersi di un diritto (quello di recesso) che gli stessi Trattati prevedono.
Chi non capisce quanto questo sia assurdo è difficile che capisca qualcos'altro.
Ripeto: chi dovrebbe garantire il rispetto dei Trattati minaccia chi intende esercitare un diritto previsto dai Trattati. Se l'andazzo è questo, ditemi voi cosa ci possiamo aspettare da questa unione!
Eppure, molti opinionisti (pagati per non capire) e molti studiosi (che generalmente non capiscono gratis) ancora non ci arrivano. Ieri ho avuto l'onore di partecipare a una tavola rotonda con due studiosi di livello infinitamente superiore al mio: Marti Subrahmanyam, professore di finanza internazionale alla Stern School of Business (quella da dove viene un altro tipo di passaggio), e Joshua Aizenman, della University of Southern California, con un curriculum accademico impressionante: 212 working papers, 158 articoli su rivista scientifica, top 5% secondo 38 criteri bibliometrici, un h-index pari a 55 con 11572 citazioni su Google Scholar. Se lo valutiamo a peso di riviste, valgo meno di un decimo di lui, gli arrivo a malapena al malleolo. Eppure, dopo un primo giro nel quale, sotto la direzione ferma e efficiente di Francesco Nucci, io avevo espresso l'opinione che forse potevamo anche smettere di parlare di euro, progetto morto e sepolto, e darci da fare per pensare al dopo (opinione che scaturiva dal mio intervento, del quale vi parlerò in separata sede), Subrahmanyam ha detto che sì, lui avrebbe voluto essere più ottimista, forse perché si trovava in una città che ama (Roma), ma sinceramente non avrebbe saputo quali dati portare a supporto della sua intenzione, mentre Aizenman ha cominciato a dire che la fine dell'euro sarebbe la fine dell'Europa, e che quindi noi dovremmo esortare (o minacciare, o invitare) la Germania a capire che questo non sarebbe nel suo interesse eccetera eccetera. Cose che qui sentivamo dire quattro anni fa da colleghi che nel frattempo, capito l'andazzo, hanno smesso.
Io ho fatto notare, con molta delicatezza, che siamo sempre allo stesso punto: una unione nella quale devi minacciare gli altri affinché cooperino con te non ha molto senso in termini politici. Qui non solo manca un obiettivo comune: manca una volontà comune, e manca un terreno sul quale confrontarsi, visto che le istituzioni europee non solo sono particolarmente discutibili (in termini di violazione del principio di separazione dei poteri, in termini di rappresentatività democratica), ma addirittura intervengono in aperto spregio dei Trattati per sovvertirne lo spirito e la lettera!
Ma questo ad Aizenman, sepolto dalla valanga delle 360 pubblicazioni prodotte, evidentemente sfuggiva...
E allora parliamo di Brexit, facendo finta che valga la pena di parlarne. Il dato che molti hanno messo in evidenza, e che qui vorrei elaborare un minimo con voi, è che la minaccia di ritorsioni nei riguardi del Regno Unito non ha alcun senso, per il semplice motivo che è il Regno Unito, strutturalmente, a sostenere con la sua domanda di beni il resto dell'Unione Europea, e non il contrario. In effetti, il Regno Unito è un importatore netto di beni del resto del mondo, Unione Europea compresa, il che significa, d'altro canto, che l'Unione Europea nel suo complesso è una esportatrice netta di beni nei riguardi del Regno Unito.
Capite quindi bene che è del tutto assurdo pensare che se il Regno Unito uscisse, l'Unione Europea troverebbe una convenienza economica (sottolineo: economica) nel "punirlo".
Per dirla all'uomo della strada, sarebbe come se il pizzicagnolo sotto casa mi impedisse di entrare nel suo negozio, cioè di essere suo cliente, cioè di dargli (non prendergli: dargli) i miei soldi, perché una volta mi ha visto passare davanti alla sua vetrina con la busta del supermercato! Vi assicuro che i commercianti non ragionano così: nella mia strada ne son rimasti pochi (perché la grande distribuzione si è infiltrata molto bene anche in centro), ma se avessero deciso di "punire" i clienti dei supermercati adesso sarebbero ancora di meno.
In termini più aulici, l'imposizione di dazi è sì prevista dalle norme del WTO, ma occorre che ci sia un motivo. Sarebbe piuttosto strano che a un paese esportatore (che quindi trae vantaggio dal commercio internazionale) venisse consentito di imporre dazi ritorsivi a un partner! Eventualmente, sarebbe l'importatore a doversi difendere con dazi. Ma nel mondo in cui chi difende i Trattati li stampa con la stampante della Merkel, è evidente che i media possono farci digerire qualsiasi assurdità.
Comunque, qualche numero...
Qui vedete l'evoluzione del saldo commerciale (trade balance) inglese, mettendo insieme il totale, e le sue due componenti: quella verso l'UE a 28, e quella extra-UE (i dati vengono da qui):
La sintesi è che ad oggi il Regno Unito è importatore netto di beni dell'Unione Europea per oltre 100 miliardi di euro all'anno. Supponiamo allora che i gegni di Bruxelles decidano di troncare ogni e qualsiasi rapporto col Regno Unito in caso di Brexit (ipotesi già assurda di per sé, perché non si vede come potrebbero impedire a me di bermi un whisky, o a un inglese di comprarsi un vestito di Armani: ma passons...). In termini puramente macroeconomici sarebbe un bagno di sangue per noi, non per loro: vorrebbe dire rinunciare a 118 miliardi di esportazioni nette. Per capirci, il Pil dell'Eurozona a 28 è pari a 14.635 miliardi, e quello del Regno Unito è pari a 2.658 miliardi, per cui il Pil dell'Eurozona senza Regno Unito è pari a 11.977 miliardi. La perdita secca di domanda aggregata per l'Unione Europea sarebbe quindi pari a 118/11.977 = 0.98%. Questo, però, senza tener conto di un dettaglio che sfugge ai grandi economisti: il moltiplicatore keynesiano. Nel 2003 calcolammo con Francesco Carlucci il moltiplicatore keynesiano per l'economia dell'Unione Europea, facendo anche una cosa che i grandi economisti generalmente non fanno, cioè calcolando l'incertezza associata al moltiplicatore:
I numeri sono questi, calcolati come di consueto simulando uno shock negativo dell'1% all'altra componente esogena della domanda (la spesa pubblica). Dopo cinque anni, un taglio di domanda dell'1% riduce il PIL dell'1,62%, con una deviazione standard di 0.11, il che significa che nel 95% dei casi l'effetto cadrà dentro una forchetta che va dall'1,4% all'1,84%. Siccome la legge di Murphy esiste, e se qualcosa può andar male lo farà, questo significa che punire il Regno Unito, escludendolo dai propri partner commerciali, potrebbe costare nel medio periodo al resto dell'Unione Europea una cosa tipo lo 0,98 x 1,84 = 1,8% del suo PIL, con un impatto di circa 1% nel primo anno (nel quale quindi la sedicente Europa, cioè l'Unione Europea, perderebbe un punto secco di crescita economica).
Come si dice, ablarsi i testicoli per contrariare la consorte. Vi sembra ragionevole? A meno che non siate tedeschi, credo proprio di no.
Naturalmente questi calcoli sono meramente indicativi, per diversi motivi, uno dei quali è che nelle stime del nostro modello consideravamo l'Unione Europea compreso il Regno Unito: può darsi benissimo che la risposta dell'Unione Europea senza Regno Unito sia lievemente diversa (ma che il moltiplicatore keynesiano sia un po' dappertutto pari a circa 1,5 mi pare stia emergendo dalla letteratura, ed è quello che in fondo tutti sapevano, tranne chi aveva interesse a ignorarlo, perché da buon garzone di bottega doveva riscuotere i sospesi, come abbiamo dettagliato qui). Esiste poi una letteratura ampia sul fatto che diverse componenti di domanda hanno moltiplicatori diversi (il moltiplicatore di un aumento di imposte è diverso da quello di un taglio di spesa, che a sua volta potrebbe essere diverso da quello di un taglio esogeno delle esportazioni): benvenuti nel meraviglioso mondo dello zero virgola, che non cambia la sostanza di quanto vi sto dicendo, ovvero che imporre sanzioni alla perfida Albione, secondo una consolidata tradizione delle democrazie continentali europee, non solo sarebbe impossibile, ma anche controproducente, perché alla fine ci rimetteremmo noi.
Per dirla come la direbbe un giornalista, che resta pur sempre il miglior amico dell'uomo che vuole informarsi, nella peggiore delle ipotesi ci andremmo a perdere quasi il 2% del PIL, cioè 215 miliardi di euro (al sesto anno), pari a, udite udite, ben 484,69 euro a cranio nel resto dell'UE a 28. Questo, attenzione, in un solo anno, quello di perdita massima. La perdita cumulata sull'orizzonte di un decennio potrebbe avvicinarsi ai 7000 euro, ma il calcolo non ve lo faccio perché è inutile perder tempo dietro a un'idea assurda, e perché devo cambiarmi per andare a TgCom24, dove dovrò, ostentando grande professionalità, parlare di una situazione che, una volta di più, si presenta come grave, ma non seria...
A me sembra che nessuno abbia sottolineato abbastanza qual è la radice del problema, da noi evidenziata qui, ovvero il fatto che assistiamo al miserando spettacolo di massimi responsabili delle istituzioni europee, che in quanto tali dovrebbero essere garanti del rispetto dei Trattati europei, i quali invece minacciano apertamente e con toni inaccettabili ritorsioni verso un paese che intende avvalersi di un diritto (quello di recesso) che gli stessi Trattati prevedono.
Chi non capisce quanto questo sia assurdo è difficile che capisca qualcos'altro.
Ripeto: chi dovrebbe garantire il rispetto dei Trattati minaccia chi intende esercitare un diritto previsto dai Trattati. Se l'andazzo è questo, ditemi voi cosa ci possiamo aspettare da questa unione!
Eppure, molti opinionisti (pagati per non capire) e molti studiosi (che generalmente non capiscono gratis) ancora non ci arrivano. Ieri ho avuto l'onore di partecipare a una tavola rotonda con due studiosi di livello infinitamente superiore al mio: Marti Subrahmanyam, professore di finanza internazionale alla Stern School of Business (quella da dove viene un altro tipo di passaggio), e Joshua Aizenman, della University of Southern California, con un curriculum accademico impressionante: 212 working papers, 158 articoli su rivista scientifica, top 5% secondo 38 criteri bibliometrici, un h-index pari a 55 con 11572 citazioni su Google Scholar. Se lo valutiamo a peso di riviste, valgo meno di un decimo di lui, gli arrivo a malapena al malleolo. Eppure, dopo un primo giro nel quale, sotto la direzione ferma e efficiente di Francesco Nucci, io avevo espresso l'opinione che forse potevamo anche smettere di parlare di euro, progetto morto e sepolto, e darci da fare per pensare al dopo (opinione che scaturiva dal mio intervento, del quale vi parlerò in separata sede), Subrahmanyam ha detto che sì, lui avrebbe voluto essere più ottimista, forse perché si trovava in una città che ama (Roma), ma sinceramente non avrebbe saputo quali dati portare a supporto della sua intenzione, mentre Aizenman ha cominciato a dire che la fine dell'euro sarebbe la fine dell'Europa, e che quindi noi dovremmo esortare (o minacciare, o invitare) la Germania a capire che questo non sarebbe nel suo interesse eccetera eccetera. Cose che qui sentivamo dire quattro anni fa da colleghi che nel frattempo, capito l'andazzo, hanno smesso.
Io ho fatto notare, con molta delicatezza, che siamo sempre allo stesso punto: una unione nella quale devi minacciare gli altri affinché cooperino con te non ha molto senso in termini politici. Qui non solo manca un obiettivo comune: manca una volontà comune, e manca un terreno sul quale confrontarsi, visto che le istituzioni europee non solo sono particolarmente discutibili (in termini di violazione del principio di separazione dei poteri, in termini di rappresentatività democratica), ma addirittura intervengono in aperto spregio dei Trattati per sovvertirne lo spirito e la lettera!
Ma questo ad Aizenman, sepolto dalla valanga delle 360 pubblicazioni prodotte, evidentemente sfuggiva...
E allora parliamo di Brexit, facendo finta che valga la pena di parlarne. Il dato che molti hanno messo in evidenza, e che qui vorrei elaborare un minimo con voi, è che la minaccia di ritorsioni nei riguardi del Regno Unito non ha alcun senso, per il semplice motivo che è il Regno Unito, strutturalmente, a sostenere con la sua domanda di beni il resto dell'Unione Europea, e non il contrario. In effetti, il Regno Unito è un importatore netto di beni del resto del mondo, Unione Europea compresa, il che significa, d'altro canto, che l'Unione Europea nel suo complesso è una esportatrice netta di beni nei riguardi del Regno Unito.
Capite quindi bene che è del tutto assurdo pensare che se il Regno Unito uscisse, l'Unione Europea troverebbe una convenienza economica (sottolineo: economica) nel "punirlo".
Per dirla all'uomo della strada, sarebbe come se il pizzicagnolo sotto casa mi impedisse di entrare nel suo negozio, cioè di essere suo cliente, cioè di dargli (non prendergli: dargli) i miei soldi, perché una volta mi ha visto passare davanti alla sua vetrina con la busta del supermercato! Vi assicuro che i commercianti non ragionano così: nella mia strada ne son rimasti pochi (perché la grande distribuzione si è infiltrata molto bene anche in centro), ma se avessero deciso di "punire" i clienti dei supermercati adesso sarebbero ancora di meno.
In termini più aulici, l'imposizione di dazi è sì prevista dalle norme del WTO, ma occorre che ci sia un motivo. Sarebbe piuttosto strano che a un paese esportatore (che quindi trae vantaggio dal commercio internazionale) venisse consentito di imporre dazi ritorsivi a un partner! Eventualmente, sarebbe l'importatore a doversi difendere con dazi. Ma nel mondo in cui chi difende i Trattati li stampa con la stampante della Merkel, è evidente che i media possono farci digerire qualsiasi assurdità.
Comunque, qualche numero...
Qui vedete l'evoluzione del saldo commerciale (trade balance) inglese, mettendo insieme il totale, e le sue due componenti: quella verso l'UE a 28, e quella extra-UE (i dati vengono da qui):
La sintesi è che ad oggi il Regno Unito è importatore netto di beni dell'Unione Europea per oltre 100 miliardi di euro all'anno. Supponiamo allora che i gegni di Bruxelles decidano di troncare ogni e qualsiasi rapporto col Regno Unito in caso di Brexit (ipotesi già assurda di per sé, perché non si vede come potrebbero impedire a me di bermi un whisky, o a un inglese di comprarsi un vestito di Armani: ma passons...). In termini puramente macroeconomici sarebbe un bagno di sangue per noi, non per loro: vorrebbe dire rinunciare a 118 miliardi di esportazioni nette. Per capirci, il Pil dell'Eurozona a 28 è pari a 14.635 miliardi, e quello del Regno Unito è pari a 2.658 miliardi, per cui il Pil dell'Eurozona senza Regno Unito è pari a 11.977 miliardi. La perdita secca di domanda aggregata per l'Unione Europea sarebbe quindi pari a 118/11.977 = 0.98%. Questo, però, senza tener conto di un dettaglio che sfugge ai grandi economisti: il moltiplicatore keynesiano. Nel 2003 calcolammo con Francesco Carlucci il moltiplicatore keynesiano per l'economia dell'Unione Europea, facendo anche una cosa che i grandi economisti generalmente non fanno, cioè calcolando l'incertezza associata al moltiplicatore:
I numeri sono questi, calcolati come di consueto simulando uno shock negativo dell'1% all'altra componente esogena della domanda (la spesa pubblica). Dopo cinque anni, un taglio di domanda dell'1% riduce il PIL dell'1,62%, con una deviazione standard di 0.11, il che significa che nel 95% dei casi l'effetto cadrà dentro una forchetta che va dall'1,4% all'1,84%. Siccome la legge di Murphy esiste, e se qualcosa può andar male lo farà, questo significa che punire il Regno Unito, escludendolo dai propri partner commerciali, potrebbe costare nel medio periodo al resto dell'Unione Europea una cosa tipo lo 0,98 x 1,84 = 1,8% del suo PIL, con un impatto di circa 1% nel primo anno (nel quale quindi la sedicente Europa, cioè l'Unione Europea, perderebbe un punto secco di crescita economica).
Come si dice, ablarsi i testicoli per contrariare la consorte. Vi sembra ragionevole? A meno che non siate tedeschi, credo proprio di no.
Naturalmente questi calcoli sono meramente indicativi, per diversi motivi, uno dei quali è che nelle stime del nostro modello consideravamo l'Unione Europea compreso il Regno Unito: può darsi benissimo che la risposta dell'Unione Europea senza Regno Unito sia lievemente diversa (ma che il moltiplicatore keynesiano sia un po' dappertutto pari a circa 1,5 mi pare stia emergendo dalla letteratura, ed è quello che in fondo tutti sapevano, tranne chi aveva interesse a ignorarlo, perché da buon garzone di bottega doveva riscuotere i sospesi, come abbiamo dettagliato qui). Esiste poi una letteratura ampia sul fatto che diverse componenti di domanda hanno moltiplicatori diversi (il moltiplicatore di un aumento di imposte è diverso da quello di un taglio di spesa, che a sua volta potrebbe essere diverso da quello di un taglio esogeno delle esportazioni): benvenuti nel meraviglioso mondo dello zero virgola, che non cambia la sostanza di quanto vi sto dicendo, ovvero che imporre sanzioni alla perfida Albione, secondo una consolidata tradizione delle democrazie continentali europee, non solo sarebbe impossibile, ma anche controproducente, perché alla fine ci rimetteremmo noi.
Per dirla come la direbbe un giornalista, che resta pur sempre il miglior amico dell'uomo che vuole informarsi, nella peggiore delle ipotesi ci andremmo a perdere quasi il 2% del PIL, cioè 215 miliardi di euro (al sesto anno), pari a, udite udite, ben 484,69 euro a cranio nel resto dell'UE a 28. Questo, attenzione, in un solo anno, quello di perdita massima. La perdita cumulata sull'orizzonte di un decennio potrebbe avvicinarsi ai 7000 euro, ma il calcolo non ve lo faccio perché è inutile perder tempo dietro a un'idea assurda, e perché devo cambiarmi per andare a TgCom24, dove dovrò, ostentando grande professionalità, parlare di una situazione che, una volta di più, si presenta come grave, ma non seria...
domenica 22 maggio 2016
Brexit: una semplice considerazione
Questo l'articolo della Stampa, che poi è tutto nel titolo. Questo lo studio tecnico dell'OCSE, che è anche lui tutto nel titolo. Con calma possiamo discutere i contenuti, che, come potrete vedere, sono spesso contraddittori (capita quando il discorso diventa, ahimè, ideologico). Questo il video della campagna "Leave". Addendum delle 12:40: questo lo studio condotto da Capital Economics (avete presente Roger Bootle?) per Woodford Investment Fund (grazie a Lorenzo Marchetti). Siccome si avvicina l'estate e poi farà caldo, ora vado a correre, e mi limito per il momento a fare una semplice osservazione non tecnica. Il Trattato di Lisbona prevede la possibilità per un paese di lasciare l'Unione Europea: è il diritto di recesso unilaterale sancito dall'art. 50. Le vere e proprie minacce che la popolazione inglese sta subendo da parte di personaggi che vanno dal presidente degli Stati Uniti in giù mostrano che l'esercizio di questo diritto è puramente teorico. Se da una parte ciò risolve la contraddizione evidenziata da Majone ("come mai, se si dice di dovere e volere evolvere verso un'Europa federale, poi si inserisce una clausola di recesso che è tipica di un sistema confederale?" Risposta: la si inserisce perché si sa che non la si farà applicare...), dall'altro ciò aggiunge un altro elemento alla lunga lista di promesse che l'Europa ha fatto e non ha mantenuto: quella di promuovere una crescita economica equilibrata (favorendo l'esplosione degli squilibri macroeconomici globali tramite l'euro?), quella di mirare alla piena occupazione (creando un sistema in cui la disoccupazione è l'unico meccanismo di aggiustamento macroeconomico?), quella di promuovere la coesione economica e sociale e la solidarietà fra gli Stati membri (rifiutando sistematicamente di mutualizzare i rischi del progetto comune?), quella di combattere l'esclusione sociale (riducendo sul lastrico intere nazioni?).
A questa lista di promesse disattese si aggiunge ora anche quella di potersene andare se le promesse precedenti non sono state mantenute, nel momento in cui diventa evidente che non potranno esserlo mai.
Sono molto curioso di vedere come andrà a finire, ma un'idea me la sono fatta.
E voi?
A questa lista di promesse disattese si aggiunge ora anche quella di potersene andare se le promesse precedenti non sono state mantenute, nel momento in cui diventa evidente che non potranno esserlo mai.
Sono molto curioso di vedere come andrà a finire, ma un'idea me la sono fatta.
E voi?
lunedì 7 settembre 2015
#pirreviù7: Colombo vs. Majone (ovvero: Ungheria vs. UE)
Dibattito "Siamo in Europa o in Grecia", al minuto 31:10, Furio Colombo:
"Ma quando è venuto fuori Orban, personaggio che non si può
non definire nazista [applauso dei beoti – chiedendo scusa alla Beozia, che in
questo momento soffre], personaggio che non si può non definire nazista, quando
compare una persona come Orban, che prende le decisioni che prende! Ha cambiato
radicalmente la loro Costituzione, rendendola praticamente completamente (e
questo dovrebbe farci fischiare le orecchie) nelle mani dell’esecutivo, dove il
Parlamento non ha alcuna funzione, quando si tratta di Orban, quando Orban fa
le cose che ha fatto, con la crudeltà spaventosa di tenere uomini donne e
bambini senz’acqua..."
(...il resto ce lo risparmiamo, non senza aver notato che,
essendo estate, se qualcuno fosse stato lasciato senz’acqua verosimilmente
sarebbe morto: e altrettanto verosimilmente qualche reporter “indipendente”,
seduto su una pila di cadaveri fatti dagli amici di chi lo manda in giro, ne
avrebbe tratto spunto per fare un bel cappottino d’abete a Orban. Il Guardian racconta
una cosa un po’ diversa: che i rifugiati siriani hanno fatto – o minacciato
– lo sciopero della fame e della sete perché non volevano essere collocati in
un campo profughi in Ungheria, ma volevano procedere verso la Germania, e credo
che la dottoressa Arcazzo ci confermi che questo è in effetti l’intendimento
dei profughi, e anche della Germania. Con questo non sto dicendo che il dottor
Colombo abbia intenzionalmente mentito: non mi permetterei mai! Sto solo
dicendo che dalla mia affrettata ricerca di fonti per l’esecrando episodio che
lui giustamente esecra – del resto, se è esecrando, come non esecrarlo? – è saltata
fuori solo una cosa che a un beota potrebbe sembrare uguale a quella che dice
lui, ma che invece è esattamente opposta. Ma io, si sa, sono un ragazzo
sfortunato...).
Giandomenico Majone, Rethinking the union of Europe, p. 132:
One of the most striking features of the EU institutional
arrangements is the monopoly of agenda setting enjoyed by the non-elected Commission: in all
matters related to market integration, only the Commission can make legislative
and policy proposals. It is important to understand clearly what is implied by
such an extensive delegation of powers. First, other European institutions, including
the Parliament, cannot legislate in the absence of a prior proposal from the
Commission. It is up to the latter institution to decide whether the EU should
act and, if so, in what legal form, and what content and implementing
procedures should be followed. Second, the Commission can amend its proposal at
any time while it is under discussion in the Committee of Permanent
Representatives of the member states, or in the Council of Ministers, while the
Council can amend a Commission proposal only by unanimity. Moreover, if the
Council unanimously wishes to adopt a measure which differs from the proposal,
the Commission can deprive the Council of its power of decision by withdrawing
its own proposal. Finally, neither the Council nor the EP nor a member state
can compel the Commission to submit a proposal, except in those few cases where
the Treaty imposes an obligation to legislate.
As I had
occasion to point out some time ago, this monopoly of legislative and policy
initiative granted to a non-elected body represents a violation of fundamental
democratic principles that is unique in modern constitutional history, and
fairly rare even in ancient history.
(...la
differenza fra un dilettante e un professionista è come quella fra un bufalo e una
locomotiva: salta all’occhio. Peraltro, questa citazione non vale tanto a
darvi testimonianza della mia sfacciata wide-rangedness, quanto a ricordarci
cosa occorre fare, in una qualsiasi parte del mondo, per creare degli “Stati
Uniti”. La prima cosa da fare è sterminare chiunque abiti il territorio da “unire”,
e, come vi ho detto più volte, se in America gli Stati Uniti sono nati dallo
sterminio degli indiani – e dei bisonti, che sarebbero i “buffalo”, nella
costruzione degli Stati Uniti d’Europa gli indiani siete voi – mentre Furio
pensa di essere un colonizzatore...).
Sintesi
Sintesi: dal letame può nascere un fiore (o anche un fungo),
e Furio Colombo (si parva licet) può dire una cosa giusta. Non so se la
costituzione ungherese sia come lui la descrive. Il fervore livoroso con il
quale era intento a subornare la platea mediante una squallida reductio ad Hitlerum lascia sospettare
che potrebbe anche aver fornito, per rafforzare il proprio argomento, o anche semplicemente perché trascinato dal proprio empito retorico, una
visione distorta, e in effetti Wikipedia racconta una storia diversa. Ma diamogliela per buona, la sua versione: supponiamo che lo scopo del gioco, nel
riformare la costituzione ungherese, fosse esclusivamente quello di rendere il Parlamento
succube dell’esecutivo. E allora sì, avrebbe ragione Colombo, ci dovrebbero in
effetti fischiare le orecchie: perché, come ci ricorda Majone (e come io ho ricordato alla Versiliana), questo è esattamente quanto accade nella “costituzione”
europea, cioè nel combinato disposto del TUE e del TFUE, che a Colombo tanto
piacciono.
Business as usual...
Se una cosa la fa (forse) uno che consideri un
nemico politico, è esecranda. Se la fanno (sul serio) i rappresentanti degli
interessi che difendi, è laudabile (o ci passi sopra con eleganza). Se anche le
cose stessero come dice Colombo (e abbiamo capito che le sue affermazioni
accorate e categoriche occorre siano verificate con attenzione), l’UE che
rimprovera l’Ungheria, sarebbe il classico caso di bue che dice cornuto all’asino.
Piccolo cabotaggio, ed è perché ne avete piene le tasche che
siete qui...
E sapeste quanto ne ho piene le tasche io!
A Stefano Feltri voglio bene, è una mia perversione, non
posso farci niente. Lui, per me, è e resta un grande mistero. Vi faccio
presenti due cose: che nonostante sia totalmente succube della mortifera
ideologia europea, mi lascia esprimere un parere contrario sul suo giornale
(niente di simile è accaduto su testate che non voglio nominare), e che è l’unico
ad aver avuto l’onestà intellettuale di ammettere che “forse
ha ragione il nostro Alberto Bagnai nel sostenere che per la Grecia non c’è
ribellione possibile nell’euro”.
Forse, eh...
Ma abbiamo visto che l’onestà intellettuale è una merce
rara, e quindi vi esorto ad apprezzarla, qualora si manifesti (son apparizioni
fugaci).
Il mio apprezzamento a Stefano l’ho mostrato accogliendo il
suo invito alla Versiliana, un invito al quale “non potevo sottrarmi” (me l’ha
messa così), e non mi sono sottratto. Sapevo ciò cui andavo incontro. La perla
che ho riportato in apertura è solo una di una lunga collana: guardatevi il
video e fatevi due risate (mitico Fini che voleva “lasciare in pace l’Africa”,
col telefonino che gli squillava in tasca: gli ho spiegato da dove viene il coltan,
ma ho capito subito che il mio accanimento terapeutico era inutile...). Ma questo
sacrificio mi è valso anche l’incontro e l’abbraccio di tanti di voi, e, a
sorpresa, anche di Chiara Geloni, la mia bersaniana preferita (non c’è niente
da fare, le cattocomuniste sono anch’esse, più di Stefano, una mia
perversione).
Però ero, sono, stremato.
Quest’estate è stata un incubo. Non mi sono riposato un momento.
Tornando in treno, mi sono letto l’ultimo
libro di San Vladimiro. Il tentativo di riassumere “a prova di idiota”
alcune cose che qui sappiamo benissimo, grazie soprattutto a Quarantotto (convenientemente
citato). Ammiro la dedizione con la quale San Vladimiro si dedica a salvare le
anime piddine. Per chi sa di sapere non c’è cura. Come ci diceva Buffagni in
coda al post precedente, qualsiasi tentativo di articolare un discorso
razionale sul percorso europeo, quel percorso che, secondo studiosi tanto
diversi quanto Majone, Klaus,
Zielonka,
Frey,
si è decisamente spinto troppo in là e sulla strada sbagliata, qualsiasi
tentativo di dissuadere gli euristi dal loro élan vital totalitario, dal loro
anelito a “gettare l’Unione oltre l’ostacolo” (che in questo caso è la
SStoria), urterà contro la reductio ad Hitlerum uso Furio Colombo, ed è quindi un tentativo vano, prova di sconfinato amore per l'umanità, ma per quella parte dell'umanità che tale amore non merita, perché in fondo aveva ragione Sergio Cesaratto al goofy4: ormai chi poteva capire ha capito, e gli altri sono inutili.
Loro, gli inutili (e quindi pericolosi perché strumentalizzabili), prenderanno sempre per buoni, come hanno fatto ieri, gli argomenti di Colombo: "Pensi che l’euro non funzioni perché sono sessant’anni che
la teoria e la prassi economica spiegano tutto quello che qui sappiamo? Allora
sei un nazista e vuoi che i bambini muoiano sulle spiagge". Questo è il “Colombo-pensiero”
in sintesi. E i beoti applaudono, senza capire che questo pensiero magico “negativo”
per il quale il ragionamento critico è il male assoluto, è la Shoah, è uguale e
contrario al pensiero magico “positivo” per il quale l’Europa risolverà tutti i
problemi, per il quale il nazionalismo si combatte creando una supernazione. Ma
il pensiero magico, e i suoi canuti sciamani, non hanno mai condotto chi lo
praticava sul cammino dello sviluppo...
I conflitti non esistono “perché esistono confini”, più o
meno formalizzati (e parliamone anche del fatto che esistono diversi percorsi
storici e culturali, e che pensare di cancellarli con un tratto di penna ha
portato nel resto del mondo solo morte e distruzione, e così farebbe a casa nostra...
Avete mai guardato un mappamondo? Avete mai notato che dove i confini sono
tirati col righello la gente muore a coorti, con l’unica eccezione di quelle
aree che corrispondono a parti dell’ex-Impero britannico, dove la gente oggi
non muore più perché il tributo di sangue è già stato pagato, mi ripeto, per lo
più da gruppi etnici sprovvisti di un efficace ufficio stampa: aborigeni, “native
Americans”, ecc.).
No, i conflitti non esistono perché esistono i confini: i
conflitti esistono perché esistono gli imbecilli (e gli avidi, che degli
imbecilli sono un sottoinsieme).
Pensare che un insieme di regole, per di più particolarmente
disfunzionali, possa valere a salvare l’umanità dai conflitti è un atto addirittura
blasfemo nella sua ingenua arroganza, la stessa arroganza blasfema di chi pensa
di aver creato una cosa “irreversibile”. Lo scopo dell’Europa lo abbiamo ormai
capito: non è quello di garantirci dai conflitti, ma quello di mettere “al
riparo dal processo elettorale” (come diceva Monti) i luoghi politici dove
questi possano comporsi in modo democratico. La stucchevole retorica dell’euro
(o dell’Europa) che ci ha dato la pace non è solo insulsa, infondata, e
intellettualmente squallida. È anche pericolosa, come è pericoloso, e fonte di
violenza (e in particolare di violenza nazionalistica) qualsiasi mito “identitario”
che faccia riferimento a una terra promessa. L’Europa promessa, la nazionciona
che non farà la guerra perché non avrà confini...
Un attimo!
Non li avrà al proprio interno! E forse che non esistono le
guerre civili? E forse che il resto del mondo non esiste? Allora stiamo dicendo
che quando avremo creato un impero mondiale vivremo tutti in pace? Tutti tutti?
E se uno non sarà d’accordo, magari sul colore delle tutine attillate, tutte
uguali, che porteremo in questo impero distopico, cosa farà? Dove andrà? Avete
mai pensato che un mondo senza confini è un mondo senza diritto di asilo? Avete
mai pensato a quello che volete sacrificare per raggiungere un obiettivo che
non ha senso, perché non esiste forma di organizzazione umana che possa
impedire all’uomo di essere uomo, con le sue debolezze, le sue tensioni, i suoi
conflitti? Avete pensato che, mentre ci dite che le bandiere nazionali erano
così brutte, volete farci intenerire perché un poveraccio entra nei nostri
confini con la nostra bandiera al collo (a favore di telecamera)? Siete scemi
voi, o provate a prendere per scemi noi?
Ecco...
Questi erano i pensieri che mi turbinavano in capo mentre
rientravo, sfranto, sfibrato, stremato, dalla Versiliana. E pensavo: “Cristo,
domattina viene Renato, e dobbiamo provare per i prossimi quattro concerti, e
io sono esausto, come faccio, come faccio, ma chi me l’ha fatto fare di
prendere questi concerti, io faccio troppe cose, devo smettere, devo imparare a
dire di no, basta, non è possibile, sono esausto...”.
Ed esausto mi sono steso a letto.
Poi, questa mattina, facendomi forza, ho accordato.
Arriva Renato, e mi fa vedere questa bella pirreviù:
E certo che ad Andrea Bedetti, per queste belle parole, va
tutta la nostra gratitudine (e comunque è vero che il tecnico del suono che
avevamo era fantastico – e molto simpatico). Erano del resto abbastanza
favorevoli i pareri in
calce al nostro altro disco, ma quelli erano pareri del pubblico, e quindi
non valevano come pirreviù... Inutile dire che leggerla mi ha dato la forza di
provare fino alle 20. E ora siamo pronti. Seguirà comunicazione di servizio.
Per chiudere, vi fornisco due contributi dalla regia. Il
primo è la definizione di europeismo:
che si applica con tanto maggior vigore quanto più grande e fasulla è la patria che gli europeisti vogliono costruire, e il secondo è la dimostrazione plastica della differenza
fra un europeista (cioè una canaglia, e una canaglia pericolosa), e un europeo:
Spero che, in questo caso, la differenza salti all'orecchio (non solo a quello di Bedetti...).
Ecco. Un europeo è una persona che non ha bisogno di avere un dischetto di metallo in tasca per sentirsi legato alle proprie radici, è una persona che conosce e diffonde il patrimonio di civiltà che questa porzione di terra emersa ha sedimentato negli anni, senza alcun desiderio di supremazia, ma con spirito di condivisione. È stato bello condividere con Bud, che veniva dagli “Stati Uniti del Canada”, la creazione di questo disco. Ci pensate? Un dottorando in musicologia, finanziato con spesa pubblica improduttiva canadese per studiare la musica italiana, quella musica che Renzi fa tagliare allo scialbo Franceschini e ai suoi burocrati. Eh, ma il Pedante ce lo spiega ogni giorno suTwitter: non sei italiano se non sei antitaliano.
E così sia.
Voi siete qui perché siete europei, non europeisti, e per essere europei non avete bisogno di altro che di essere quello che siete: italiani. Non nemici, non peggiori, non migliori: semplicemente diversi da un tedesco, o da un canadese, o da un tibetano.
Se volete difendere il vostro diritto ad essere diversi, a pensare in modo diverso, ricordatevi di votare questo blog nella categoria "economia", di votare il fact checking sulla Grecia come migliore articolo, e di votare chi ha il coraggio di smascherare la fallacia della reductio ad Hitlerum, e le lievi imprecisioni sulla cronaca, come peggior cattivo. Il buonismo, del resto, è l'ultimo rifugio degli europeisti...
Se volete difendere il vostro diritto ad essere diversi, a pensare in modo diverso, ricordatevi di votare questo blog nella categoria "economia", di votare il fact checking sulla Grecia come migliore articolo, e di votare chi ha il coraggio di smascherare la fallacia della reductio ad Hitlerum, e le lievi imprecisioni sulla cronaca, come peggior cattivo. Il buonismo, del resto, è l'ultimo rifugio degli europeisti...
Se invece volete fare dell'Europa una patria fittizia, siete delle
reali canaglie. Anche se il vostro posto non è certo qui, io posso perdonarvi, per i lutti che provocherete.
Ma la storia non lo farà.
Ma la storia non lo farà.
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