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giovedì 5 ottobre 2017

Due interviste

Prima intervista

Il  22 settembre si è svolto il primo direttivo di asimmetrie nella nuova sede operativa, che è ancora un cantiere. Quattro ore per decidere tante cose, dall'organigramma dell'associazione al programma del #goofy6. Marcello aveva detto che a un certo punto sarebbero venuto a intervistarlo, e così è stato: già che c'erano, hanno intervistato anche me, e questo è il risultato. Non fate caso al gatto morto che devo tenere in mano: la stanza è spoglia, il soffitto alto, l'acustica molto risonante: la pelliccia del gatto morto serve ad ovviare a questa risonanza.

I contenuti li lascio valutare a voi...


Seconda intervista

Il 19 marzo sono andato al Casale Alba due per un incontro dal titolo eloquente, che forse ricorderete:


Fra il pubblico c'era un simpatico giovine friulano, che poi mi contattò per un'intervista da pubblicare su questo interessante blog. Qualcuno di voi ha saputo, e qualcun altro intuito, che anno io abbia passato. Fatto sta che sono riuscito a rispondere alle sue domande (corrette e moderatamente stimolanti) solo qualche giorno fa. Non ho avuto alcuna risposta. A questo punto, visto che ho perso tempo a rispondere, l'intervista la pubblico qui (dove avrà molte più opportunità di essere letta). Fatemi sapere se vi interessa, e magari anche perché il mio parere oggi non viene più ritenuto interessante dal blog dei montanari (a proposito: fra pochi minuti sono su Radio Onda Rossa: Bagnaiextraparlamentaredisinistraaaaaaaa...).





> 1° Prof. Bagnai, l'Italia entrando nell'UEM ha adottato un cambio sopravvalutato - una delle cause principali della perdita di produttività delle aziende medio-piccolo - che, in assenza dello strumento della svalutazione esterna, impone sostanzialmente due vie per incrementare la competitività delle imprese: la deflazione salariale e la precarizzazione del lavoro. Si potrebbe dire, senza tema di smentita, che l'euro sia uno strumento di lotta di classe che ha completato il disegno di smantellamento dei diritti sociali, avviato con le politiche neoliberiste messe in atto dai primi anni 80. La sua battaglia di messa in luce della verità, vista la posta in gioco, dovrebbe essere portata avanti con decisione dalle forze che si definiscono anti-liberiste, da quelle che storicamente difendono  le fasce più deboli della popolazione.  Perché, allora, una larga fetta della sinistra radicale continua a vedere il tema dell'euro come un tabù?

Sono assolutamente d'accordo sulla definizione di euro, e più in generale di cambio fisso, come strumento di lotta di classe. È esattamente così che nell'agosto del 2011 posi il problema sul Manifesto (quotidiano che si definisce comunista). Per essere precisi: il cambio rigido, pressoché ovunque e in ogni tempo, è una istituzione il cui scopo è sovvertire il conflitto distributivo a danno del lavoro dipendente. A quell'epoca ancora non conoscevo, o non erano ancora stati scritti, i lavori che sostengono questa mia intuizione. Il ragionamento ha due semplici tappe: primo, come ha mostrato nel 2001 Ishac Diwan, economista della Banca Mondiale, nell'epoca del capitalismo finanziario il conflitto distributivo si combatte nei periodi di crisi finanziaria. Per noi non è una novità: pensate ad esempio al definitivo smantellamento della scala mobile e alla riforma dei meccanismi di contrattazione attorno alla crisi del 1992, e pensate all'ignominioso "FATE PRESTO!" che durante la crisi del 2011 annunciò le varie riforme di Monti, Fornero, Giovannini, ecc. Secondo: come hanno mostrato nel 2013 Atish Ghosh, Mahvash Qureshi, e Charalambos  Tsangarides, tre economisti del Fondo Monetario Internazionale, non si conoscono crisi finanziarie che non siano state precedute da periodi più o meno lunghi di rigidità del cambio. La rigidità del cambio fornisce una garanzia ai prestatori esteri: la garanzia che il loro credito non si svaluterà. Inutile dire che questo abbassa le cautele di chi presta: chi prende a prestito ne approfitta, salvo poi trovarsi in una situazione insostenibile, sia sul piano finanziario (troppi debiti) che su quello reale (il credito estero fomenta l'inflazione interna e quindi rende il paese meno competitivo). La crisi di finanza privata viene raccontata come una crisi di debito pubblico (questo perché soldi pubblici vengono spesi per salvare, direttamente o indirettamente, le banche private), e la crisi di competitività viene presa a pretesto per smantellare i presidi dei diritti dei lavoratori (dai meccanismi di contrattazione salariale, allo stato sociale). L'adozione di un cambio fisso, nell'esperienza storica del dopoguerra, è sempre ed ovunque un'aggressione ai diritti dei lavoratori.

> 2° Joseph Stiglitz, in un intervista uscita lo scorso anno sul Financial Times, ha dichiarato: "È importante che ci sia una transizione morbida fuori dall'euro, con un divorzio amichevole, verso un sistema euro-flessibile, con un Euro forte del Nord e uno più debole del Sud. Certo non sarebbe semplice. Il problema più rilevante riguarderebbe l'eredità del debito. Il modo più semplice sarebbe ridenominare tutti i debiti europei in debiti dell'euro del Sud". Crede che sia una proposta sensata o l'unica soluzione sia quella di ritornare alle monete nazionali?

Credo che a sinistra, se ci si vuole guardare in faccia senza vergogna, si dovrebbe ripartire da alcune basi metodologiche. Stiglitz quali interessi rappresenta? A tutti gli effetti, quelli di una certa finanza "atlantica" che ha fortissimamente voluto l'integrazione europea, in chiave antisovietica, come fondamentale base logistica per combattere la guerra fredda. I tempi sono cambiati, ma le radici del progetto sono quelle, e questo non andrebbe mai dimenticato, altrimenti si dimentica anche perché il crollo del nemico esterno, nel 1989, impartì al progetto integrazionista una spinta in avanti (la moneta unica). Sarebbe bello anche essere un po’ raffinati metodologicamente, e capire, ad esempio, che i cosiddetti economisti neokeynesiani sono più neoclassici che keynesiani (insomma, che Stiglitz è, metodologicamente, più parente di Milton Friedman che di Keynes, con tutto quel che ne consegue in termini ideologici: qui potrebbe soccorrere la lettura dell’ultimo libro di Paul Davidson). Con questa premessa, e anche scontando l'ovvia distorsione culturale che impedisce a studiosi statunitensi di afferrare la complessità dell'esperienza storica e politica europea (qui non ci sono né indiani né bisonti da sterminare, non partiamo né potremo mai partire da una tabula rasa...), la proposta di Stiglitz potrebbe avere un senso solo in chiave politica, come elemento per rendere accettabile il primo passo di un cammino che riporti la sovranità piena nelle mani in cui è stata posta dalle costituzioni antifasciste, almeno qui in Italia: il popolo (qui in Italia, quello italiano). L'unica proposta sensata è questa: il resto è cosmopolitismo borghese, espressione di quel complesso di Orfeo che, come Michéa ci ricorda, è alla radice dell'impossibilità della sinistra di dire qualcosa di effettivamente rivoluzionario e di contrastare in modo efficace il predominio del capitalismo globalista. Mi fa un po' pena chi parla di tornare "indietro" alle valute nazionali, dando a "indietro" una connotazione negativa. Sono ingenuità, riflessi pavloviani, dei quali a sinistra ci dovremmo veramente liberare, perché presuppongono una visione rettilinea del progresso umano che è del tutto aberrante, figlia di uno scientismo positivista ottocentesco che è più parente di Jules Verne che di Karl Marx. Negli anni '30 siamo andati "avanti" verso i lager, poi, dagli anni '40, siamo tornati dolorosamente "indietro" verso un mondo senza lager. Agli imbecilli che "non si può tornare indietro" credo che questa lieve incongruenza metodologica andrebbe fatta notare: identificare il calendario, lo scorrere del tempo fisico, con una manifestazione o addirittura uno strumento di progresso porta dritti alla barbarie.

> 3° A seguito della rottura della zona-euro, gli scenari che ci vengono prospettati sono sostanzialmente i seguenti: A) Prevale la ragionevolezza in cui i diversi interessi in campo vengono mediati da trattative di natura politica; B ) A prevalere è invece una politica di chiusura nazionalistica, portatrice di guerre commerciali e, nella peggiore delle ipotesi, anche di altro tipo.... Crede che la seconda opzione rappresenti un rischio concreto?  Pensa inoltre che, a seguito del recupero delle leve della politica economica, l'AES (Alternative Economic Strategy) proposta a metà degli anni '70 dalla sinistra labour, consistente  nel controllo dei movimenti speculativi di capitale e in una razionale gestione delle importazioni, potrebbe essere, assieme alla ripristino dello strumento della svalutazione esterna, la soluzione corretta per non incorrere in persistenti deficit della bilancia dei pagamenti?

Non va nascosto il pericolo che l'incoscienza delle nostre classi politiche ci fa correre. Non va nemmeno nascosto che se le classi politiche "conservatrici" sono parte del problema, quelle "progressiste" (à la Jules Verne) non sono certo la soluzione, per il semplice motivo che il loro determinismo positivista le porta ad affermare come inevitabili traiettorie che invece sono frutto dell'agire di interessi economici ben individuabili, sono del tutto umane e del tutto reversibili. Vorrei però che la piantassimo di dare messaggi fuorvianti, almeno noi. Questa storia dell’Europa che porta la pace, e uscendo dalla quale troveremmo la guerra, ormai non fa più ridere, e lo dico con molta amarezza. La "pace" portata dall'Europa si chiama Yugoslavia, Ucraina, Libia, col corredo di politici di sinistra che si fanno fotografare a braccetto di criminali neonazisti (neonazisti sul serio, non come i vertici di AfD). Punto. Le tensioni create da regole economiche assurde, dettate dal forte nel suo esclusivo interesse, hanno ridotto la Grecia in condizioni post-belliche e hanno dato alimento a partiti di destra ultraconservatrice, spazzando via gli utili idioti sedicenti di sinistra dal panorama politico europeo, con la felice (si fa per dire) eccezione del nostro paese, che non credo resterà tale (cioè un'eccezione) a lungo. Dire che la rottura della zona euro di per sé, necessariamente, condurrà a guerre commerciali significa fare un'operazione intellettualmente disonesta, della quale non si avverte il bisogno. La verità è che continuando a sproloquiare in questo modo si seminano nell'opinione pubblica i germi di una irrazionalità, di un pensiero magico, di una regressione infantile (i mercati ci faranno tottò perché siamo stati cattivi), della quale non ci sarebbe mai bisogno, e tanto meno ce ne sarà al momento della rottura. Vorrei solo che chi si esprime in questo modo ci portasse un precedente storico. Storicamente, la guerra viene prima, non dopo, lo smantellamento delle grandi unioni monetarie (quella austro-ungarica, quella sovietica), per il semplice fatto che le tensioni create dall'imperialismo monetario concorrono, generalmente, alla sconfitta dei grandi imperi (non ne sono la sola causa, ma una concausa rilevante sì), e che dopo la sconfitta della potenza imperiale di turno gli oppressi si riappropriano di spazi di autonomia. La guerra viene prima, ripeto, non dopo. Quindi? Certo: dobbiamo dircelo: il nostro principale fattore di rischio consiste proprio nel fatto di non avere una sinistra. Le cosiddette "ricette dell'AES" oggi vengono suggerite (se pure implicitamente) perfino da Fmi. Ma dove sono gli statisti "di sinistra" sufficientemente maturi dal punto di vista culturale e antropologico per rivendicare un proprio ruolo nella loro applicazione? Io, in Italia, non ne vedo, e per quel che mi riguarda considero falliti tutti i miei sforzi di far sorgere un barlume di consapevolezza. Dobbiamo anche dirci, con molta franchezza, che tutto è come sembra, e che il fattore umano, nei processi storici, una differenza la fa. Non aggiungo altro per carità di patria.

> 4° In un momento storico in cui il commercio internazionale sembra in fase di ripiegamento, o comunque in una fase non particolarmente brillante, quanto potrebbe guadagnare l'Italia da una ritrovata flessibilità del cambio valutario? Esistono già delle stime riguardanti l'elasticità delle esportazioni a un ipotetico nuovo cambio valutario?Come considerare poi il fatto che, in un mondo dominato dai flussi finanziari, guidati a loro volta dalle aspettative circa le scelte di portafoglio, il tasso di cambio non influenza pienamente l'andamento della bilancia commerciale?

Non vorrei che facessimo una grande insalata mista di luoghi comune e notizie fasulle (Luciano Barra Caracciolo li chiamerebbe "fattoidi espertologici") diffuse dai soliti noti: forse, almeno noi, potremmo risparmiarci questo calvario. A sinistra siamo rimasti in pochi, siamo una minoranza: cerchiamo di essere almeno buoni, se pure questo comporti essere un po' di meno. Stranamente, l'idea che le svalutazioni sarebbero inefficaci proviene oggi da una delle istituzioni di Bretton Woods, la Banca Mondiale. Questo non stupisce più di tanto: il conflitto di interessi è evidente. Una istituzione a trazione Usa difende un progetto a trazione Usa con il solito argomento che l'alternativa sarebbe peggiore o non soddisfacente (e quindi, anche se c’è, ci conviene fare finta che non ci sia). Ma queste sono scemenze, per almeno tre motivi. Il primo è che è veramente stupido, anzi, veramente americano (nel bene e nel male) far collassare la valutazione dei benefici di un'unione monetaria sull'unico punto dei benefici di una svalutazione. I danni di un'unione monetaria derivano in termini generali dal perdere sovranità monetaria, cioè, in pratica, dal mettere il rifinanziamento del proprio sistema bancario in mano a potenze estere spesso ostili, che possono approfittarne per condizionare i processi politici nazionali (come la vicenda della chiusura delle banche greche al tempo del referendum dovrebbe aver dimostrato). Il secondo è motivo che esiste una letteratura ampia, cui accennavo sopra, che evidenzia appunto come la rigidità del cambio accresca la fragilità finanziaria e la cattiva allocazione dei capitali (per chi crede che il sistema dei prezzi serva ad allocare le risorse): ormai è dato per assodato che la flessibilità del cambio è un ammortizzatore essenziale per evitare crisi finanziarie, e in effetti noi che ne siamo privi non riusciamo a venir fuori dalla crisi (e stiamo perdendo il sistema bancario). Il terzo è che l'evidenza econometrica non è univoca, o se mai lo è in senso contrario. Perfino gli studi che, con metodologie molto fantasiose, dimostrano come le elasticità dei flussi commerciali ai prezzi sarebbero diminuite (il condizionale è d'obbligo data la creatività degli studi), non riescono a dimostrare che lo siano abbastanza da rendere inefficace l'aggiustamento di cambio. Quindi, anche in quello che in fondo è l'ultimo dei problemi (il riallineamento del cambio reale, senz'altro meno rilevante del disporre di piena autonomia politica e del non mettere in pericolo il proprio sistema finanziario) i dati indicano che il recupero dello strumento del cambio sarebbe di aiuto. Forse, ogni tanto, quando si legge uno studio, sarebbe opportuno, in economia, come già si fa in medicina, andare a leggere chi lo abbia finanziato e quali possano essere le sue motivazioni. Questa prassi, quella di interrogarmi su quali interessi rappresenti il mio interlocutore, per me, è di sinistra.

> 5° In un' intervista recentemente rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, l'economista tedesco Hans Werner Sinn ha dichiarato che la Brexit sarà una catastrofe per la Germania. Lo sarà principalmente a causa delle regole sulla tutela della minoranza che determinano le decisioni prese dal consiglio dei ministri europeo. Con la nuova configurazione, infatti, la  D-Mark block (Austria-Germania-Finlandia-Olanda) senza la Gran Bretagna non arriverà a rappresentare il 36% della popolazione dell'Ue, percentuale minima per bloccare le decisioni. Al contrario, i Paesi del sud, più propensi, vista la loro fragilità industriale, a limitare il libero scambio, arriveranno al 42% . Macron, probabile vincitore delle presidenziali francesi, già parla di nuovo protezionismo europeo come risposta alla politica dell'amministrazione americana. Crede che tale cambiamento possa davvero spostare gli equilibri a favore dei paesi più deboli, al netto del problema legato all'istituzione monetaria?

A questa domanda, nel frattempo, ha già risposto la storia, ma la risposta che la storia ha dato l'ho anticipata nei miei libri e nel mio blog, ed è ovviamente no. Ripeto: a me sembra veramente strano che a sinistra, cioè nella sede del materialismo storico, ci si trovi impantanati in un racconto favolistico dell'esistente. La realtà, credo valga la pena di ribadirla, è un po' diversa. Mi spiace per chi si è raccontato per anni che una parte del paese (ovviamente quella migliore) aveva vinto una guerra che il paese aveva perso: il dato è che l'Italia è un paese sconfitto e militarmente occupato (sentivo oggi alla radio che ospitiamo cinquanta testate nucleari: non so se il dato sia corretto, ma credo di sapere che non sono nostre!). Il nostro spazio politico è determinato da questo dato. Una conseguenza di esso è che non esiste una ragionevole possibilità di creare alleanze fra "poveri" che consentano di muovere minacce ai "ricchi". Il neoprotezionismo di Macron, in effetti, è volto a tutelare la Francia dalle scalate di paesi periferici come l'Italia (abbiamo passato l'estate a parlarne). Come si può pensare che questo possa favorire l'Italia? La verità è che l'Europa serve a impedirci di difenderci, non solo sul piano economico, ma su tutti i piani. Basti guardare la differenza fra il caso Ustica (in cui la Francia fu costretta a fare almeno finta di non entrarci nulla) e il recente attacco alla Libia (portato avanti con spregiudicatezza in modo apertamente ostile al governo italiano). Non credo occorra aggiungere altro.

> 6° Cosa ne pensa della proposta, avanzata dal Prof. Brancaccio, di introdurre uno "standard sociale" sugli scambi internazionali?

Che è senz'altro interessante ma mi piacerebbe studiare meglio da quali meccanismi di "enforcement" questa proposta è assistita. Mi documenterò e le farò sapere. Temo però che anche in questo, come nei casi di infinite altre proposte "miglioriste", mi troverò a urtare contro un limite, che è quello del wishful thinking. Sarebbe bello se la Germania (o gli Usa, o la Cina) facessero quello che ci fa comodo (rispettivamente: pagassero di più i lavoratori, inducessero i paesi in surplus a mitigare le loro pretese, sostenessero la domanda mondiale). Purtroppo se non lo fanno un motivo hegelianamente ci sarà! La verità è che temo non abbia molto senso continuare a comprare tempo speculando su come il sistema potrebbe essere. Dobbiamo riflettere sul sistema così com'è. In questo senso, trovo efficace la formula proposta da Alfredo D'Attorre (prima di rischierarsi con " quelli dell'euro"): dovremmo rifiutare l'europeismo del dover essere, e abbracciare l'europeismo dell'essere. Cosa è l'integrazione europea? Chi l'ha voluta? A chi fa comodo? Di quale progetto è espressione? Questi interessi sono il vincolo all'interno del quale dobbiamo massimizzare il nostro interesse collettivo, nel tentativo di sopravvivere fino a quando sia possibile scardinarli, o approfittare della loro intrinseca contraddittorietà (vedi la recente vicenda elettorale tedesca). In altre parole, a me più che "cosa succederebbe se la Germania pagasse di più i suoi lavoratori" (per fare un esempio), interessa "cosa succederà visto che la Germania non ha alcuna intenzione di farlo". Ponendomi in questa prospettiva metodologica sono riuscito ad anticipare, nel 2011, l'avanzata delle destre alla quale stiamo assistendo. Un politico di sinistra che avesse avuto la lungimiranza o la follia di mettere in guardia contro questo pericolo, e di rintracciarne le radici nelle regole europee, adesso avrebbe un immenso patrimonio di credibilità da investire (certo, col forte vincolo dato dal fatto che il sistema dei media non avrebbe dato spazio alle sue posizioni). Viceversa, la sinistra si è impantanata nelle paludi del "questismo" (come lo definisce Il Pedante, un blogger che mi permetto di segnalare ai lettori): "non vogliamo questa Europa, ne vogliamo un'altra, perché la politica è sogno!". Ma il sogno non è sinistra: sinistra è riflettere sui processi oggettivi che rendono questa Europa, quella che vediamo, l'unica Europa possibile.

> 7° Per concludere vorrei tornare un attimo al problema della ridenominazione del debito in caso di uscita dall'unione monetaria: molti, come ad es. il prof. Salvatore Biasco (Lo stupefacente rapporto di Mediobanca sul debito pubblico e sull'euro, 09/03/2017), pongono l'accento sulle conseguenze per lo stato patrimoniale degli agenti economici, con un effetto catastrofico per la stabilità finanziaria. Oltre al monte di obbligazioni del debito pubblico non ridenominabili nella nuova lira (destinate ad aumentare a causa delle note Clausole di Azione Collettiva), vi sono 672 ml di debito privato estero. Il settore finanziario sarebbe investito da una impressionante mole di perdite; le banche andrebbero ricapitalizzate; il mercato del credito diverrebbe vischioso e ciò comporterebbe il fallimento di molte imprese; aumenterebbero le sofferenze bancarie, già oggi al 14%; alle perdite patrimoniali si sommerebbero quelle dovute al crollo delle azioni in borsa; l'intero attivo del comparto finanziario si deteriorerebbe drammaticamente; aumenterebbero, e di molto, i tassi d'interesse; anche i piccoli risparmiatori sarebbero colpiti dalle perdite; consumi e investimenti crollerebbero, portando alla disoccupazione di massa. Neanche la Banca centrale, tornata indipendente (e pur proibendo i movimenti di capitale) riuscirebbe a sostenere i prezzi delle obbligazioni e calmierare i tassi comprando titoli. I mercati perderebbero fiducia nei confronti dei titoli italiani, privati e pubblici. Le vendite sarebbero travolgenti e la Banca centrale dovrebbe assorbire un ammontare di titoli pari allo stock del terzo mercato obbligazionario del mondo. Vi è poi da considerare tutta la partita relativa al saldo del Target 2. Lo Stato, a causa della caduta verticale delle entrate e dell'aumento di spese per interessi, sarebbe ancora più condizionato nella gestione della politica economica di quanto lo era prima dell'uscita dall'euro. Questo scenario è realistico?

Il professor Biasco è molto preoccupato per le perdite in conto capitale che i BTP potrebbero subire se ci fosse un'impennata dei tassi di interesse (ho avuto modo di confrontarmi con lui su questo punto). Gli siamo vicini in questo suo comprensibile timore. Gli siamo un po' meno vicini nel suo benign neglect verso disoccupazione giovanile, deindustrializzazione, compressione dei diritti democratici, tutti mali che il regime attuale porta con sé. D’altra parte, dopo il bail in forse dovremmo chiederci se sia meglio, per i detentori di ricchezza finanziaria, subire una perdita in conto capitale per via di una eventuale impennata dei tassi di interesse, o un esproprio per via delle regole europee (cioè, sostanzialmente, per difendere l'euro). Vorrei esortare tutti a una maggiore deontologia professionale, che deve in primo luogo tradursi nel non formulare analisi fantasiose e prive di base fattuale. Chi tratteggia quadri a tinte fosche ha l'onere della prova, perché la letteratura scientifica, come ricordo in uno dei miei ultimi lavori, non dà atto di simili tregende. Al contrario: in generale, l'esperienza storica mostra che il crollo di unioni monetarie è scorrelato da brusche lacerazioni dei fondamentali macroeconomici (il che non deve stupire, visto che la logica delle unioni monetarie è meramente politica - redistribuzione del reddito - e quindi anche la loro fine risponde in primo luogo a istanze di carattere politico); l'esperienza italiana, poi, mostra che la configurazione dei fondamentali del nostro paese è particolarmente solida (siamo ancora in piedi nonostante anni di regimi proni a interessi esteri), e che il rischio finanziario del nostro paese, in caso di uscita, è minimo. Certo, il passato non è sempre una solida guida per il futuro, e di questo qualsiasi ricercatore è consapevole. Ma ignorare il passato credo lo sia molto meno, e in ogni caso dietro alla mia valutazione ci sono articoli pubblicati su riviste scientifiche di classe A (incluso il mio ultimo lavoro con Mongeau Ospina e Granville circa l'impatto macroeconomico di una dissoluzione dell'euro sull'economia italiana). Dietro alle valutazioni altrui, duole dirlo, ma spesso non si riesce a trovare nulla che non sia wishful thinking e "spannometria". Questo modo di fare è deleterio per la reputazione della scienza economica (che infatti esce sbriciolata da questa vicenda, ma ingiustamente: nelle riviste scientifiche quanto sta accadendo era stato ampiamente previsto, ed è veramente un peccato che questo patrimonio di conoscenze accumulato dai migliori studiosi internazionali venga dissipato dall'agire poco scrupoloso di studiosi di rilievo locale, quelli che parlano di “inflazione a due cifre negli anni ‘90”, di “svalutazione del 30% se si abbandona l’euro”, di guerre commerciali, e via rincarando); ma è soprattutto deleterio per la democrazia, e anzi, direi, per la politica tout court, perché lo scopo evidente di questi scenari terroristici è quello di imporre una visione "metodologicamente thatcheriana" (e quindi intrinsecamente, fattualmente, attivamente thatcheriana) dei processi sociali, è quello cioè di inculcare nel corpo politico tutto (elettori ed eletti) l'idea delirante e fascista che "There Is No Alternative", che non ci sia alternativa alle pulsioni di morte del capitalismo finanziario. Chi agisce in questo modo si prende una responsabilità, in senso etico e politico, i cui contorni, ne sono certo, sfuggono a molti, ma che la storia temo renderà evidenti. Non sarà un bel momento, ma forse da lì potremo ripartire per ridare un senso alle parole "fare sinistra". Condizione necessaria per questa riappropriazione di senso è che la classe politica “progressista” che ha attivamente partecipato al progetto europeo si tiri indietro con le buone. Non lo farà mai, e quindi, lo dico con grande dolore e con grande rispetto, dovremo attendere che essa sia spazzata via dalla storia, nel nostro paese, come lo è stata altrove. Lo si sarebbe potuto forse evitare, ma la storia non si fa con i sé e con il wishful thinking: il dato che abbiamo davanti ora è questo, recriminare è inutile, dobbiamo gestire questa situazione per noi particolarmente complessa, e dobbiamo farlo tenendo presente che proprio perché la nostra parte politica e i suoi rappresentanti saranno spazzati via, è indispensabile che i nostri ideali di solidarietà e giustizia sociale vengano affermati e difesi con intransigenza e immediatezza. Chi pensa a sinistra che il compromesso, la mediazione, possano assicurargli un futuro sbaglia. La sinistra europeista ha fallito: non può né potrà mai più spendere quel capitale di reputazione e credibilità politica che ha totalmente dilapidato. Dobbiamo ora accumularne un altro, su basi completamente diverse, voltando le spalle a un’esperienza di disastrosa subalternità al capitalismo globalista, senza inseguire vantaggi tattici immediati, e preparandoci a una lunga battaglia. In questo senso, ma solo in questo senso, la Thatcher aveva ragione: a questa operazione di igiene etica e intellettuale “There Is No Alternative”!




martedì 15 novembre 2016

Soros

...e Soros di qua, e Soros di là, e Soros organizza la resistenza contro il compagno Trump, e Soros finanzia Killary, e Soros è dietro le ONG che indirizzano l'opinione pubblica, e Soros è dietro i postkeynesiani che difendono l'assetto vigente (quelli austeritàbbruttaeurobbello), Soros, Soros, Soros, Soros, Soros...

Tutto vero (forse), ma... vi ricorda nulla?

A me sì.

Questa mattina, forte delle mie recenti esperienze in matematica inutile (avere figli riserva anche questo piacere), mi sono permesso di twittare una semplice proporzione:

TTIP:CETA = Soros:x

Nessuno ha capito cosa volessi dire, il che dimostra che il mondo è pieno, ma veramente pieno, stracolmo, rigurgita, di beati, e di santo ce n'è uno solo: S. Alberto ("Auguri!" "Grazie!"), che li sopporta.

Io non dico che il generoso filantropo ungherese non sia un problema, come non dico che il TTIP non sia (stato?) un problema. Quello che vorrei cercare di farvi capire è che uno dei tanti modi per gestire il dissenso è canalizzarlo verso un obiettivo altamente simbolico, la cui carica iconica sia talmente potente da abbacinare i dissenzienti, impedendo loro di darsi un'occhiata intorno.

Uno specchietto, ma non per le allodole: per i polli (voi, with all due respect).

Vi ricordate il mio sospetto verso certi meccanismi comunicativi così evidenti nel caso del TTIP? Per me fu assolutamente e irrevocabilmente chiaro che sotto l'ostentata segretezza (ossimoro) del TTIP c'era qualcosa che non tornava quando vidi questa simpatica allegoria dell'utile idiota esibirsi nella seguente pulcinellata, che forse alcuni di voi ricorderanno:


E infatti, poi, saltò fuori quello che temevo, ovvero che questi scombinati figuranti stavano semplicemente distogliendo la nostra attenzione dal vero rischio, il CETA, del quale, nonostante fosse in anda da molto più tempo, molti pochi (incluso me, che in teoria queste cose le studierei) avevano sentito parlare.

Ce lo confermò Mario Nuti nel suo blog, ospitando un articolo di Peter Rossman, poi tradotto da vocidallestero.

Quindi, chi TTIPava h24 oggettivamente (cioè indipendentemente da quanto credesse, volesse, o gli fosse stato detto di fare) stava nascondendo il CETA.

E allora?

E allora, cari amici, state sereni (cit.): scopriremo che Soros, alla fine, è folklore. Il vero Male, quello con la "M" maiuscola, non si fa vedere e non ve lo fanno vedere. Con questo non dico che non dobbiate prestare attenzione alle mosse del simpatico magnate magiaro, né tanto meno sostengo che molte di queste mosse, per come ci vengono rappresentate, non siano preoccupanti. Solo che sono molto, troppo evidenti, e visto che vi giungono attraverso un sistema dei media che è per forza di cose, tautologicamente, controllato da chi ha i mezzi per farlo (lui in primis), io qualche cautela la userei. Insomma: dopo esservi indignati, come i suoi media vogliono che facciate, contro Soros, continuate a darvi un'occhiata intorno. La parte più delicata e (per alcuni) appetibile della vostra spoglia mortale è stata posta da Nostro Signore fuori dal vostro campo visivo. In un mondo nel quale assistiamo a tante piroette da parte degli araldi del sistema (spettacolare l'inversione a U del FT su Trump, per non parlare di quella del neokeynesiano Krugman sul NYT!), ogni tanto una piroetta fatela anche voi: consentitevi il lusso di 360 gradi di orizzonte, in un mondo nel quale molto evidentemente tutti vogliono che vi concentriate su un punto solo.

Il Male si muove sotto la superficie, ma siccome è grosso, qualche increspatura ogni tanto la lascia.

Cerchiamo di non distrarci.

E comunque: #hastatoSoros...

(...ultimo avvertimento: per favore, parliamo di cose serie...)

mercoledì 6 luglio 2016

CETA, UE e Brexit: oculos habent...

"Il CETA si fa, il CETA non si fa, il CETA dice questo, il CETA vuole quello"...

Per questo avete i gazzettieri.

Se siete qui è perché volete qualche riflessione originale, e io ve ne offro due al prezzo di una.

La prima: da quanto ce la menano col TTIP? Da anni. Qui ne parlammo (male) per primi nel 2014, evidenziando sì gli aspetti tecnici (le misure dei possibili impatti e i loro limiti metodologici, ad esempio), ma soprattutto gli aspetti comunicativi. Ecco, parliamo di questi. Del CETA da quanto sentite parlare? Da un paio di mesi. Ma le trattative vanno altresì avanti da anni. Il CETA non è molto diverso dal TTIP. Quindi, se si vuole fare un trattato di libero scambio non dico in segreto, ma con una certa discrezione, evidentemente lo si può fare. Son cose tecniche, laggente nun capischeno, e se ne sbatteno abbondantemente li cojoni (e io li capisco).

Ma allora perché la segretezza del TTIP viene ostentata con tanta insistenza? Una segretezza quasi caricaturale: i parlamentari che non possono portarsi nemmeno una matita per prendere appunti, o giù di lì, il documento custodito come nemmeno verrebbe custodita l'arca dell'alleanza, e via dicendo? Chissà...

Intanto, una variopinta corte dei miracoli di paladini della democrazia (?) combatte la sua battaglia, e noi tutti contenti: il bene vince, il male perde, la democrazia funziona. Un primo risultato, quindi, il TTIP l'ha senz'altro portato a casa, ed è quello di farci contenti e cojonati.

Se voi siete contenti. Io no, perché mamma mi ha fatto con l'orecchio musicale, e io qui la stecca la sento. Qualcosa che non torna nella storia c'è, e non è (solo) il contenuto del trattato, quanto (soprattutto) il modo in cui ce la stanno menando...

La seconda: torniamo al CETA. L'argomentone di quelli che dicono che lo scenario "norvegese" della Brexit (Inghilterra che entra nell'EFTA, e quindi nello Spazio Economico Europeo, riduce i suoi contributi a Bruxelles, e sostanzialmente si regola come prima, salvo poter riprendere un minimo di controllo sui flussi migratori - cosa a dire il vero incerta - e potersi muovere come meglio crede sui mercati emergenti) è che: "Eh, ma così non hanno voce in capitolo sulle regole comuni!"

Ora io dico: ma scusate, quando andate a comprare un'automobile, avete forse bisogno di sedere nel CdA della casa automobilistica di vostra elezione? Io non credo. L'idea che si possa trattare solo se si è al tempo stesso parte e controparte mi pare così, a pelle, un po' bislacca. Mi sembra che dica molto su come concepiscono il mercato e le trattative a Bruxelles, e poco su come va il mondo, perché, vedete, il mondo funziona in un altro modo.

Prendete ad esempio il CETA.

Noi al Canada vogliamo bene: il suo premier è un gran bonazzo (e pare non decerebrato, ma non ho esperienze dirette), ci sono tante foreste, le giubbe rosse, e poi c'è il mio stato, l'Alberta. Perché voi lo sapete, sì, che il Canada è uno dei grandi stati federali che Giove ci invidia: sarebbero, insomma, gli Stati Uniti del Canada, come l'Australia sono gli Stati Uniti dell'Australia, e l'India gli Stati Uniti dell'India. Certo, solo noi non riusciamo a fare gli Stati Uniti d'Europa: ci sono riusciti perfino gli indiani! Quelli di India, ovviamente. E quelli d'America? Bè, anche loro hanno dato alla causa il contributo che potevano dare: crepare. Sì, perché le grandi esperienze federali sapete come nascono, no? Prima si fa tabula rasa (l'India è un discorso a parte) e poi si fa una meganazione. Cosa che, a dire il vero, in Canada non è riuscita benissimo: gli indiani li hanno sterminati, i bisonti pure, ma i francofoni no, non ci sono riusciti (e forse non ci riusciremmo nemmeno noi in Europa), per cui il progetto proprio benissimo non va, tant'è che il mio caro amico Denis Grenier, musicologo del Québec, parla di Cacanada...

Ma sto divagando.

Noi, dicevo, al Canada vogliamo bene, ma alla fine che cos'è il Canada? Una immensa distesa di terra, abitata da appena 35 milioni di persone (poco più della metà della popolazione del Regno Unito: 65 milioni). Ora, capirete che, con buona pace degli scemi per i quali "nel mondo globale bisogna essere grandi" (territorialmente), i canadesi non sono supereroi: ne consegue che la loro produttività è umana, e pertanto il Pil del loro paese è, a dollari correnti, pari a 1552 miliardi: meno del nostro (1815 miliardi di dollari) e quasi metà di quello inglese (2849 miliardi di dollari).

Ora: voi volete dirmi che un paese al quale vogliamo bene, il Cacanada, che è un gigante in termini geografici, ma un normodotato in termini economici, riesce, dall'esterno dell'UE, a fare una "pace separata" con l'UE stessa, il famigerato CETA appunto, col quale dà alle sue aziende una bella serie di vantaggi, e un paese ben più forte economicamente, demograficamente, culturalmente, militarmente, il Regno Unito, non riuscirebbe a concludere accordi commerciali un minimo vantaggiosi per le multinazionali sue, o in esso insediate, senza doversi sorbire la fiatella etilica di Juncker?

Ma veramente pensate questo?

E allora siete come gli imbecilli che pensano che la grande Europa difenderà il proletario europeo dal capitalismo cattivo. Vedete come lo difende? Concludendo uno dietro l'altro accordi che permettono alle multinazionali di portare in tribunale gli stati sovrani se i regolamenti di questi ultimi ostacolano il libero commercio (il quale, storicamente, avviene sempre nell'interesse del più forte).

L'imbecille vi dirà: "Ma queFta non è l'Europa, non non vogliamo queFta Europa!".

Bene: sarà or che ve ne facciate una ragione: un'altra Europa non è poFFibile.

Un altro mondo sì: quello in cui oltre a tanta povera gente che avrebbe solo voluto vivere in pace protetta dalle istituzioni sociali e democratiche del suo paese, cominciassero ad andarsene, per par condicio, anche i Fognatori.

Ma questo mondo dobbiamo crearlo noi: ovviamente non sterminando i Fognatori (non vogliamo fondare uno stato federale, quindi la violenza, che deprechiamo, non ci serve), ma aprendo gli occhi e facendo ragionamenti semplici, quelli di fronte ai quali i mostri generati dallo scellerato Fogno della politica si dissolvono.

Insomma, ragionamenti come quelli che ho fatto oggi qui per e con voi: se un Trattato si può fare in segreto (come il CETA), è strano che la segretezza di un trattato come il TTIP venga invece sbandierata per creare allarme; e se uno stato che è la metà del Regno Unito, come il Canada, può negoziare con l'UE e dall'esterno dell'UE condizioni per sé vantaggiose, perché non dovrebbe riuscirci uno stato che è il doppio del Canada, come il Regno Unito?

Sono le cose semplici quelle che sempre sfuggono (forse perché semplice non vuol dire banale).

Le offro alla vostra discussione...


(...il sogno della politica genera mostri...)

(...domani giornata molto piena: vado a sentire Lavoie, poi Helleiner, poi ho un altro seminario del quale non posso parlarvi perché è under Chatham house rule. Cose che capitano quando il mondo diventa mainstream, e non ti può quindi più liquidare come eterodosso: ti fai tanti nuovi amici, e rimpiangi il tempo in cui erano tuoi nemici...)

giovedì 31 dicembre 2015

Moneta, corruzione e politica



Care lettrici, cari lettori,

fra poco, o da poco, avrete forse ascoltato in televisione le parole di un’alta carica istituzionale alla quale la legge ci comanda rispetto. Io me le risparmierò (o me le sarò risparmiate). So, come sapete voi, che da quel lato possiamo aspettarci poche sorprese. Non penso di riservarvene molte di più io, ma non rinuncio al desiderio un po’ egoistico di condividere con voi l’angoscia e l’amarezza di questo momento.

Il 2015, purtroppo, è andato come ci aspettavamo che andasse. Sul Fatto Quotidiano del 31 dicembre scorso scrivevamo

1. che il Quantitative Easing di Draghi avrebbe fallito (per motivi a noi chiari da anni, poi brillantemente ribaditi e sviluppati a maggio su asimmetrie.org dall’amico Charlie Brown);

2. che la crescita sarebbe stata inferiore alle aspettative del governo (e più vicina alle nostre previsioni);

3. infine, che il TTIP avrebbe fatto qualche passo avanti (il meccanismo comunicativo adottato, d’altronde, ci chiariva che anche in questo caso, come in quello della moneta unica, la decisione è sostanzialmente già stata presa, e tutto il resto è teatrino).

Che il QE abbia fallito lo dice da settembre anche il Financial Times, il cui scetticismo verso Draghi rasenta ormai il dileggio. Sulla crescita non mi pronuncio: ognuno di voi sa cosa pensarne. L’ultima edizione dei Conti trimestrali ISTAT dà per acquisita una crescita 2015 pari allo 0.6% (la nostra previsione). Nulla di sorprendente: il governo si basava sul suo wishful thinking (che entro certi limiti è anche un suo dovere istituzionale), e noi su un modello pubblicato su rivista, che aveva chiaramente specificato come e perché il QE non avrebbe promosso la crescita (ma questo lo sapete). Del TTIP è inutile parlarne. Decisioni prese sopra le nostre teste.

Con queste premesse, ho timore di volgere lo sguardo al 2016. Non è escluso, e anzi appare in questo momento molto probabile, che esso ci ponga di fronte al bivio del quale vi ho parlato tante volte: quello fra ricapitalizzare le nostre banche in euro, mettendoci in mano alla troika, o ricapitalizzarle in lire, riprendendo in mano la nostra vita. La prima opzione ci è stata graziosamente annunciata dall’amico Lars, nell’inedita veste di misso dominico, come vi ho riportato qui; la seconda opzione è quella che la storia dichiara inevitabile, cosa della quale ormai si accorgono un po’ tutti: dal simpatico Bilbo, a Zingales (se pure in forma tortuosa e implicita, come vedremo). Quindi la valutazione è che arriveremo con probabilità uno alla seconda, ma passando con una probabilità ormai decisamente superiore a 0.5 per la prima.

Se però mi permettete, vorrei motivare questo giudizio di sintesi con un minimo di analisi, stimolata anche dalle recenti discussioni su questo blog. La domanda che in molti ci siamo posti (o almeno, che vi ho stimolato subliminalmente a porvi) durante questo ultimo mese è: “ma perché quando si parla di moneta o di corruzione la gente sclera?”.

Può sembrare che questa domanda abbia poco o nulla a che vedere con la crisi bancaria che tanti paventano, o con la maggiore o minore probabilità di un commissariamento dell’Italia. Può sembrare anche che i due termini della questione (corruzione e moneta) siano eterogenei, e che quindi metterli insieme in uno stesso interrogativo non ci aiuti molto a procedere nella nostra analisi, nella nostra comprensione del reale.

Naturalmente la penso in modo un po’ diverso. Credo che una riflessione su questa domanda ci aiuti a capire perché siamo arrivati qui e quali strade ci si aprano, o meglio chiudano, davanti. Per giustificare questa mia intuizione, vi faccio notare una cosa. Esiste una piacevole simmetria fra lo sclero sulla moneta e quello sulla corruzione. Come ormai avrete notato, chi sclera sulla moneta normalmente tende a negare che essa sia un fatto politico (“l’euro è solo una moneta”), il che non esclude che ad essa attribuisca un valore morale (“non puoi più fare il furbo svalutando la liretta”). Simmetricamente, chi sclera sulla corruzione normalmente tende a considerarla il fatto politico (in effetti: l’unico fatto politico rilevante), riconducendo sistematicamente i giudizi politici a giudizi morali.

Vorrei porre come ipotesi di lavoro quella che l’esercizio del dibattito e dei diritti politici abbia come obiettivo il trovare, nelle forme che l’ordinamento prevede e consente, un punto di sintesi fra interessi in conflitto, affinché la vita della polis resti nella misura del possibile pacifica e ordinata. Io non sono uno scienziato politico, quindi può darsi che chi invece lo è trovi questa mia affermazione un po’ naïve (e in questo caso, a differenza di quando si parla di cose che io conosco e l’interlocutore no, sarò lieto di accettare correzioni). Diciamo però che se scendiamo dal terreno dei grandi ideali (cioè delle cortine fumogene) a quello della “struttura” (cioè dell’economia), è abbastanza ragionevole riconoscere che capitale e lavoro (da definire caso per caso) hanno interessi confliggenti, e che una mediazione efficiente di questi interessi è indispensabile. Sapete che la mediazione attuale, quella basata sullo schiacciamento del lavoro, è inefficiente, perché conduce naturaliter a una crisi finanziaria, come spiego ne L’Italia può farcela, dopo avervene parlato ad esempio a Pescara e a Bruxelles.

Ora, torniamo ai nostri amici per i quali la corruzione è un fatto politico, mentre la moneta no. Secondo me le cose stanno esattamente al contrario: la moneta è un fatto politico, la corruzione no.

La corruzione non è un tema politico
Mi spiego subito, partendo dalla seconda affermazione (prima che qualche poraccio con l’invidia penis del SUV venga a buttare tutto in caciara), e lo faccio con un esempio. A voi risulta plausibile, o anche semplicemente possibile, che un partito politico metta nel suo programma l’incitazione alla corruzione? Direi di no. Difficile che un politico si presenti in un dibattito dicendo: “Io sono per la corruzione!” (o per l’incesto, o per quel che è…). Ora, visto che nessuno dichiarerà mai di propugnare o difendere la corruzione, sul tema non ci potrà mai essere contrasto di interessi, e nemmeno di vedute, né dibattito fra favorevoli e contrari. Quello della moralità, in effetti, è un tema prepolitico: chi lo usa come tema politico si propone in effetti di annientare la possibilità di qualsiasi dibattito.

Lo si è visto bene nel dibattito sottostante a questo post, che, scritto al volo ai giardinetti, ha avuto un successo inaspettato (bè, proprio inaspettato no, ormai mi conoscete…): 12867 visualizzazioni, 244 commenti, 16 “+1” in GooglePlus. Ma la discussione ha avuto degli esiti che non stento a definire surreali.

Ci sono stati alcuni casi patologici (non me ne vogliano gli interessati), come quelli di tal Zundap, che commentando un post nel quale scrivevo che il Fatto Quotidiano “è più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè, come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court”, e che “sta facendo un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo. Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico (leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui temi di fondo”, interviene in tal guisa:

Luigi Zundap ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La corruzzione rende ciechi":

Travaglio ed il FQ non sono il massimo dell'informazione ma per favore in mezzo alla stampa nazionale sono uno dei pochi giornali che cercano di fare una informazione "decente" quindi "non spariamo sul pianista".

Postato da Luigi Zundap in Goofynomics alle 28 dicembre 2015 14:27

E va bè…

Ma anche al di fuori di questi casi limite, nessuno è voluto entrare nel merito delle tre questioni che sollevavo:

1. è scorretto (mi spiace dirlo, ma questo è) presentare surrettiziamente come un’anomalia statistica un dato che viceversa è in linea con la media europea (l’evasione italiana sta all’evasione europea come i redditi italiani stanno a quelli europei);

2. è politicamente inopportuno, soprattutto in questo momento di emergenza nazionale, farlo con intenti razzisti verso gli italiani;

3. è logicamente contraddittorio chiedere di pagare le tasse a beneficio di una comunità che si dipinge come una comunità di cialtroni (che quindi non meritano né risorse né tantomeno correttezza).

Ecco, è soprattutto l’ultimo punto che mi sembra sia sfuggito un po’ a tutti. Il messaggio “travaglista” è intrinsecamente contraddittorio, a mio avviso. Non puoi partire dall’assunto che noi italiani siamo ontologicamente merda senza se, senza ma e soprattutto senza forse, e poi pretendere che siamo lieti di contribuire (da contribuenti) a questo mucchio di letame! Forse chi esorta alla lealtà verso lo Stato, dovrebbe mostrare, o almeno fingere, un minimo di fiducia nelle proprie istituzioni e nei propri concittadini, di moderato orgoglio nazionale, qualcosa che trametta insomma il senso che il sacrificio che si sta per fare non è un vuoto a perdere, non va solo nelle ostriche di Batman, ma anche (e prevalentemente) nello stipendio del medico di pronto soccorso. Invece gnente. Noi siamo merda, ma dobbiamo pagare altre merde. Insomma, la versione Cambronne del mercoledì delle ceneri: merda alla merda.

Invece di discutere questo tema, cioè l’opportunità di creare un minimo di senso dello Stato partendo dalla costruzione di un’identità positiva per la nostra comunità, si sono attraversate sessanta sfumature di imbecillità, dal “Bagnai giustifica la corruzione”, all’immancabile “artigiano col SUV”, senza mai passare per un confronto coi numeri (il tema della mia prima osservazione).

Ma non ne voglio ai tanti che hanno animato questo surreale dibattito. Non è colpa loro se sono caduti in trappola. L’uso di un tema prepolitico con finalità apolitiche non è mica casuale, non è una novità, e non è che ci voglia un genio per praticarlo, mentre bisogna essere un minimo smaliziati per evitare di cascarci. Sono tecniche che si imparano sui libri, come quelli di Foa e di Giacché. Per azzerare il dibattito politico basta scegliere un tema valoriale, ed è fatta. Il dibattito prende subito la nota piega (anzi: piegà):

Uno: “O-ne-stà! O-ne-stà!”
Un altro: “Scusate, la disoccupazione…”
Uno: “Ecco, sei corrotto, sei contro l’o-ne-stà, o-ne-stà, i problemi si risolvono con l’o-ne-stà, o-ne-stà, cosa vuoi? Fare spesa pubblica per promuovere l’occupazione? Allora sei corrotto! Non hai capito che il problema è che se so magnati tutto? O-ne-stà, o-ne-stà…”

E via così, secondo il teatrino al quale assistiamo da tempo e che sinceramente stufa.

Ve lo dico in un altro modo, cari amici. Lo capite sì, o lo capite no, dopo gli esempi che vi ho fatto, che trasformare il tema dell’onestà in un tema politico è una trappola costruita per costringervi al ruolo di imbecilli? Imbecilli che poi non siete, ne sono certo. Ma quante stupidaggini si fanno agendo d’impulso? Pensateci. Se verrà la troika, non è escluso che abbia questi begli occhioni scuri: il Financial Times non ti sdogana per caso. Allora ne riparleremo, se avrete voglia, va bene?

La moneta è un tema politico
Poi c’è lo sclero sulla moneta: quello è ancor più incomprensibile. Più esattamente, come ho già avuto modo di dirvi, è per me incomprensibile come a “sinistra” si possa affermare che l’euro è solo una moneta! Il rifiuto di ammettere quello che è ovvio, e che intellettuali del calibro di Streeck ribadiscono, ovvero che i sistemi monetari sono istituzioni, e come tali sono il prodotto dei rapporti di forza prevalenti fra le classi sociali, e contribuiscono quindi a loro volta a determinare questi rapporti (cioè, in soldoni: incidono sulla distribuzione del reddito), questo rifiuto rimane per me incomprensibile e priva chi più ne avrebbe bisogno della capacità di leggere l’evoluzione degli avvenimenti.

Guardate ad esempio cosa ammette il nostro migliore amico, Zingy!


(in una intervista al Fatto Quotidiano). Dice quello che qui ci siamo sempre detti, e che era parte della normalità, come ho cercato di spiegarvi (suscitando interminabili scleri): che il finanziamento con base monetaria (oltre a essere, come vi ho mostrato, una prassi normale prima della controrivoluzione liberista), è ovviamente l’unico modo per risolvere effettivamente un crisi bancaria sistemica. Solo la garanzia di una Banca centrale può arrestare il panico: i risparmiatori non correranno in banca a prosciugare (o tentare di prosciugare) i propri conti se sanno che la Banca centrale alle brutte “stamperà” i soldi che eventualmente mancassero. E ovviamente se i risparmiatori sanno che le cose stanno così, in banca non ci vanno, e quindi la Banca centrale di soldi deve stamparne molti di meno!
Finirà così, dovrà necessariamente finire così, e, come vi ho altresì già detto, anche l’eterno secondo alla fine lo ha confessato. L’unica utilità residua del QE è quella di contribuire indirettamente al risanamento del sistema bancario, monetizzando la monnezza che si è andata accumulando nel tempo, cioè facendo in forma surrettizia quello che le regole europee vietano di fare in forma esplicita: intervenire come lender of last resort delle istituzioni bancarie. Una funzione assolutamente fisiologica per una banca centrale, come feci notare tempo addietro in una polemica della quale forse vi siete dimenticati, e che fra l’altro, secondo me, non è nemmeno esplicitamente vietata dai Trattati (che invece vietano l’intervento per monetizzare il deficit pubblico, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul primario).

Il problema di moral hazard, cioè il fatto che stampando la liretta deresponsabilizzi er politico o er l'amministratore, non si risolve espropriando i pensionati, ma punendo i responsabili, se lo si vuole fare, e questo lo dice chiaro e tondo anche Zingales (onore al merito).

Ma c’è un problema, che capisci solo se ammetti che l’euro è un’istituzione. E qual è? Quello che noi conosciamo, e che Zingy dice certamente senza accorgersene e probabilmente senza volerlo dire! 

Sentitelo:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Italia, la Bce interverrebbe in modo deciso?”

Avete capito?

Riportiamo questa logica al mondo di prima, che sarà quello di poi, ovvero il mondo delle banche centrali nazionali. Riportiamo cioè il discorso dalla scala della nazione europea (che non esiste) a quella dello Stato italiano (che esiste). Per fissare le idee, sostituite BCE con Bankitalia, e Italia con Campania. Il passo, dopo questa sostituzione, diventa:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Campania, Bankitalia interverrebbe in modo deciso?”

Se leggete la seconda versione, notate una certa assurdità. Perché mai Bankitalia non dovrebbe intervenire a salvare una banca con sede a Napoli? Che interesse avrebbe a far fallire la Campania? E perché la BCE non dovrebbe intervenire a salvare le banche italiane? Che interesse avrebbe a far fallire l’Italia?






































































Ah, ecco…












































































Chissà se così riuscite a farlo capire ai vostri amici che:

1. l’intervento della Banca centrale “stampando moneta” è ammesso e anzi considerato risolutivo perfino da Zingy e perfino dal Financial Times;

2. però non lo si può mettere in pratica perché l’euro non è solo una moneta: è un sistema monetario, cioè un’istituzione, che riflette un ben preciso sistema di rapporti di forze, che in questo momento ci vedono soccombere.

Così è più chiaro?

Ecco: se uno capisce che la moneta è politica, allora capisce anche perché alla fine la Banca centrale dovrà intervenire, e perché l’intervento risolutivo non potrà mai venire da una Banca centrale europea. Il che implica, ovviamente, che l’intervento risolutivo potrà venire solo da una Banca centrale nazionale, cioè che, come dice l’amico Bilbo citato nel post precedente, bisognerà uscire.

E a questo punto avrei voluto parlarvi di tavoli: ma mi stanno chiamando, e lo farò un’altra volta e in altra sede. Il tavolo al quale devo sedermi non prevede, purtroppo, la vostra presenza…