Il 22 settembre si è svolto il primo direttivo di asimmetrie nella nuova sede operativa, che è ancora un cantiere. Quattro ore per decidere tante cose, dall'organigramma dell'associazione al programma del #goofy6. Marcello aveva detto che a un certo punto sarebbero venuto a intervistarlo, e così è stato: già che c'erano, hanno intervistato anche me, e questo è il risultato. Non fate caso al gatto morto che devo tenere in mano: la stanza è spoglia, il soffitto alto, l'acustica molto risonante: la pelliccia del gatto morto serve ad ovviare a questa risonanza.
I contenuti li lascio valutare a voi...
Seconda intervista
Il 19 marzo sono andato al Casale Alba due per un incontro dal titolo eloquente, che forse ricorderete:
Fra il pubblico c'era un simpatico giovine friulano, che poi mi contattò per un'intervista da pubblicare su questo interessante blog. Qualcuno di voi ha saputo, e qualcun altro intuito, che anno io abbia passato. Fatto sta che sono riuscito a rispondere alle sue domande (corrette e moderatamente stimolanti) solo qualche giorno fa. Non ho avuto alcuna risposta. A questo punto, visto che ho perso tempo a rispondere, l'intervista la pubblico qui (dove avrà molte più opportunità di essere letta). Fatemi sapere se vi interessa, e magari anche perché il mio parere oggi non viene più ritenuto interessante dal blog dei montanari (a proposito: fra pochi minuti sono su Radio Onda Rossa: Bagnaiextraparlamentaredisinistraaaaaaaa...).
> 1° Prof.
Bagnai, l'Italia entrando nell'UEM ha adottato un cambio sopravvalutato - una
delle cause principali della perdita di produttività delle aziende
medio-piccolo - che, in assenza dello strumento della svalutazione esterna,
impone sostanzialmente due vie per incrementare la competitività delle imprese:
la deflazione salariale e la precarizzazione del lavoro. Si potrebbe dire,
senza tema di smentita, che l'euro sia uno strumento di lotta di classe che ha
completato il disegno di smantellamento dei diritti sociali, avviato con le
politiche neoliberiste messe in atto dai primi anni 80. La sua battaglia di
messa in luce della verità, vista la posta in gioco, dovrebbe essere portata
avanti con decisione dalle forze che si definiscono anti-liberiste, da quelle
che storicamente difendono le fasce più
deboli della popolazione. Perché,
allora, una larga fetta della sinistra radicale continua a vedere il tema
dell'euro come un tabù?
Sono
assolutamente d'accordo sulla definizione di euro, e più in generale di cambio
fisso, come strumento di lotta di classe. È esattamente così che nell'agosto
del 2011 posi il problema sul Manifesto (quotidiano che si definisce
comunista). Per essere precisi: il cambio rigido, pressoché ovunque e in ogni
tempo, è una istituzione il cui scopo è sovvertire il conflitto distributivo a
danno del lavoro dipendente. A quell'epoca ancora non conoscevo, o non erano
ancora stati scritti, i lavori che sostengono questa mia intuizione. Il
ragionamento ha due semplici tappe: primo, come ha mostrato nel 2001 Ishac
Diwan, economista della Banca Mondiale, nell'epoca del capitalismo finanziario
il conflitto distributivo si combatte nei periodi di crisi finanziaria. Per noi
non è una novità: pensate ad esempio al definitivo smantellamento della scala
mobile e alla riforma dei meccanismi di contrattazione attorno alla crisi del
1992, e pensate all'ignominioso "FATE PRESTO!" che durante la crisi
del 2011 annunciò le varie riforme di Monti, Fornero, Giovannini, ecc. Secondo:
come hanno mostrato nel 2013 Atish Ghosh, Mahvash Qureshi, e Charalambos Tsangarides, tre economisti del Fondo
Monetario Internazionale, non si conoscono crisi finanziarie che non siano
state precedute da periodi più o meno lunghi di rigidità del cambio. La
rigidità del cambio fornisce una garanzia ai prestatori esteri: la garanzia che
il loro credito non si svaluterà. Inutile dire che questo abbassa le cautele di
chi presta: chi prende a prestito ne approfitta, salvo poi trovarsi in una
situazione insostenibile, sia sul piano finanziario (troppi debiti) che su
quello reale (il credito estero fomenta l'inflazione interna e quindi rende il
paese meno competitivo). La crisi di finanza privata viene raccontata come una
crisi di debito pubblico (questo perché soldi pubblici vengono spesi per
salvare, direttamente o indirettamente, le banche private), e la crisi di
competitività viene presa a pretesto per smantellare i presidi dei diritti dei
lavoratori (dai meccanismi di contrattazione salariale, allo stato sociale).
L'adozione di un cambio fisso, nell'esperienza storica del dopoguerra, è sempre
ed ovunque un'aggressione ai diritti dei lavoratori.
> 2° Joseph
Stiglitz, in un intervista uscita lo scorso anno sul Financial Times, ha
dichiarato: "È importante che ci sia una transizione morbida fuori
dall'euro, con un divorzio amichevole, verso un sistema euro-flessibile, con un
Euro forte del Nord e uno più debole del Sud. Certo non sarebbe semplice. Il
problema più rilevante riguarderebbe l'eredità del debito. Il modo più semplice
sarebbe ridenominare tutti i debiti europei in debiti dell'euro del Sud".
Crede che sia una proposta sensata o l'unica soluzione sia quella di ritornare
alle monete nazionali?
Credo che a
sinistra, se ci si vuole guardare in faccia senza vergogna, si dovrebbe
ripartire da alcune basi metodologiche. Stiglitz quali interessi rappresenta? A
tutti gli effetti, quelli di una certa finanza "atlantica" che ha
fortissimamente voluto l'integrazione europea, in chiave antisovietica, come
fondamentale base logistica per combattere la guerra fredda. I tempi sono
cambiati, ma le radici del progetto sono quelle, e questo non andrebbe mai
dimenticato, altrimenti si dimentica anche perché il crollo del nemico esterno,
nel 1989, impartì al progetto integrazionista una spinta in avanti (la moneta
unica). Sarebbe bello anche essere un po’ raffinati metodologicamente, e
capire, ad esempio, che i cosiddetti economisti neokeynesiani sono più
neoclassici che keynesiani (insomma, che Stiglitz è, metodologicamente, più
parente di Milton Friedman che di Keynes, con tutto quel che ne consegue in
termini ideologici: qui potrebbe soccorrere la lettura dell’ultimo libro di Paul Davidson). Con questa premessa, e anche scontando
l'ovvia distorsione culturale che impedisce a studiosi statunitensi di
afferrare la complessità dell'esperienza storica e politica europea (qui non ci
sono né indiani né bisonti da sterminare, non partiamo né potremo mai partire
da una tabula rasa...), la proposta di Stiglitz potrebbe avere un senso solo in
chiave politica, come elemento per rendere accettabile il primo passo di un
cammino che riporti la sovranità piena nelle mani in cui è stata posta dalle
costituzioni antifasciste, almeno qui in Italia: il popolo (qui in Italia,
quello italiano). L'unica proposta sensata è questa: il resto è cosmopolitismo
borghese, espressione di quel complesso di Orfeo che, come Michéa ci ricorda, è
alla radice dell'impossibilità della sinistra di dire qualcosa di
effettivamente rivoluzionario e di contrastare in modo efficace il predominio
del capitalismo globalista. Mi fa un po' pena chi parla di tornare
"indietro" alle valute nazionali, dando a "indietro" una
connotazione negativa. Sono ingenuità, riflessi pavloviani, dei quali a sinistra
ci dovremmo veramente liberare, perché presuppongono una visione rettilinea del
progresso umano che è del tutto aberrante, figlia di uno scientismo positivista
ottocentesco che è più parente di Jules Verne che di Karl Marx. Negli anni '30
siamo andati "avanti" verso i lager, poi, dagli anni '40, siamo
tornati dolorosamente "indietro" verso un mondo senza lager. Agli
imbecilli che "non si può tornare indietro" credo che questa lieve
incongruenza metodologica andrebbe fatta notare: identificare il calendario, lo
scorrere del tempo fisico, con una manifestazione o addirittura uno strumento
di progresso porta dritti alla barbarie.
> 3° A seguito
della rottura della zona-euro, gli scenari che ci vengono prospettati sono
sostanzialmente i seguenti: A) Prevale la ragionevolezza in cui i diversi
interessi in campo vengono mediati da trattative di natura politica; B ) A
prevalere è invece una politica di chiusura nazionalistica, portatrice di
guerre commerciali e, nella peggiore delle ipotesi, anche di altro tipo....
Crede che la seconda opzione rappresenti un rischio concreto? Pensa inoltre che, a seguito del recupero
delle leve della politica economica, l'AES (Alternative Economic Strategy)
proposta a metà degli anni '70 dalla sinistra labour, consistente nel controllo dei movimenti speculativi di
capitale e in una razionale gestione delle importazioni, potrebbe essere,
assieme alla ripristino dello strumento della svalutazione esterna, la
soluzione corretta per non incorrere in persistenti deficit della bilancia dei
pagamenti?
Non va nascosto
il pericolo che l'incoscienza delle nostre classi politiche ci fa correre. Non
va nemmeno nascosto che se le classi politiche "conservatrici" sono
parte del problema, quelle "progressiste" (à la Jules Verne) non sono
certo la soluzione, per il semplice motivo che il loro determinismo positivista
le porta ad affermare come inevitabili traiettorie che invece sono frutto
dell'agire di interessi economici ben individuabili, sono del tutto umane e del
tutto reversibili. Vorrei però che la piantassimo di dare messaggi fuorvianti,
almeno noi. Questa storia dell’Europa che porta la pace, e uscendo dalla quale
troveremmo la guerra, ormai non fa più ridere, e lo dico con molta amarezza. La
"pace" portata dall'Europa si chiama Yugoslavia, Ucraina, Libia, col corredo
di politici di sinistra che si fanno fotografare a braccetto di criminali
neonazisti (neonazisti sul serio, non come i vertici di AfD). Punto. Le
tensioni create da regole economiche assurde, dettate dal forte nel suo
esclusivo interesse, hanno ridotto la Grecia in condizioni post-belliche e
hanno dato alimento a partiti di destra ultraconservatrice, spazzando via gli
utili idioti sedicenti di sinistra dal panorama politico europeo, con la felice
(si fa per dire) eccezione del nostro paese, che non credo resterà tale (cioè
un'eccezione) a lungo. Dire che la rottura della zona euro di per sé,
necessariamente, condurrà a guerre commerciali significa fare un'operazione
intellettualmente disonesta, della quale non si avverte il bisogno. La verità è
che continuando a sproloquiare in questo modo si seminano nell'opinione
pubblica i germi di una irrazionalità, di un pensiero magico, di una
regressione infantile (i mercati ci faranno tottò perché siamo stati cattivi),
della quale non ci sarebbe mai bisogno, e tanto meno ce ne sarà al momento della
rottura. Vorrei solo che chi si esprime in questo modo ci portasse un
precedente storico. Storicamente, la guerra viene prima, non dopo, lo
smantellamento delle grandi unioni monetarie (quella austro-ungarica, quella
sovietica), per il semplice fatto che le tensioni create dall'imperialismo
monetario concorrono, generalmente, alla sconfitta dei grandi imperi (non ne
sono la sola causa, ma una concausa rilevante sì), e che dopo la sconfitta
della potenza imperiale di turno gli oppressi si riappropriano di spazi di
autonomia. La guerra viene prima, ripeto, non dopo. Quindi? Certo: dobbiamo
dircelo: il nostro principale fattore di rischio consiste proprio nel fatto di
non avere una sinistra. Le cosiddette "ricette dell'AES" oggi vengono
suggerite (se pure implicitamente) perfino da Fmi. Ma dove sono gli statisti
"di sinistra" sufficientemente maturi dal punto di vista culturale e
antropologico per rivendicare un proprio ruolo nella loro applicazione? Io, in
Italia, non ne vedo, e per quel che mi riguarda considero falliti tutti i miei
sforzi di far sorgere un barlume di consapevolezza. Dobbiamo anche dirci, con
molta franchezza, che tutto è come sembra, e che il fattore umano, nei processi
storici, una differenza la fa. Non aggiungo altro per carità di patria.
> 4° In un
momento storico in cui il commercio internazionale sembra in fase di
ripiegamento, o comunque in una fase non particolarmente brillante, quanto
potrebbe guadagnare l'Italia da una ritrovata flessibilità del cambio
valutario? Esistono già delle stime riguardanti l'elasticità delle esportazioni
a un ipotetico nuovo cambio valutario?Come considerare poi il fatto che, in un
mondo dominato dai flussi finanziari, guidati a loro volta dalle aspettative
circa le scelte di portafoglio, il tasso di cambio non influenza pienamente
l'andamento della bilancia commerciale?
Non vorrei che
facessimo una grande insalata mista di luoghi comune e notizie fasulle (Luciano
Barra Caracciolo li chiamerebbe "fattoidi espertologici") diffuse dai
soliti noti: forse, almeno noi, potremmo risparmiarci questo calvario. A
sinistra siamo rimasti in pochi, siamo una minoranza: cerchiamo di essere
almeno buoni, se pure questo comporti essere un po' di meno. Stranamente,
l'idea che le svalutazioni sarebbero inefficaci proviene oggi da una delle
istituzioni di Bretton Woods, la Banca Mondiale. Questo non stupisce più di
tanto: il conflitto di interessi è evidente. Una istituzione a trazione Usa
difende un progetto a trazione Usa con il solito argomento che l'alternativa
sarebbe peggiore o non soddisfacente (e quindi, anche se c’è, ci conviene fare
finta che non ci sia). Ma queste sono scemenze, per almeno tre motivi. Il primo
è che è veramente stupido, anzi, veramente americano (nel bene e nel male) far
collassare la valutazione dei benefici di un'unione monetaria sull'unico punto
dei benefici di una svalutazione. I danni di un'unione monetaria derivano in
termini generali dal perdere sovranità monetaria, cioè, in pratica, dal mettere
il rifinanziamento del proprio sistema bancario in mano a potenze estere spesso
ostili, che possono approfittarne per condizionare i processi politici
nazionali (come la vicenda della chiusura delle banche greche al tempo del
referendum dovrebbe aver dimostrato). Il secondo è motivo che esiste una
letteratura ampia, cui accennavo sopra, che evidenzia appunto come la rigidità
del cambio accresca la fragilità finanziaria e la cattiva allocazione dei
capitali (per chi crede che il sistema dei prezzi serva ad allocare le risorse):
ormai è dato per assodato che la flessibilità del cambio è un ammortizzatore
essenziale per evitare crisi finanziarie, e in effetti noi che ne siamo privi
non riusciamo a venir fuori dalla crisi (e stiamo perdendo il sistema bancario).
Il terzo è che l'evidenza econometrica non è univoca, o se mai lo è in senso
contrario. Perfino gli studi che, con metodologie molto fantasiose, dimostrano come
le elasticità dei flussi commerciali ai prezzi sarebbero diminuite (il
condizionale è d'obbligo data la creatività degli studi), non riescono a
dimostrare che lo siano abbastanza da rendere inefficace l'aggiustamento di
cambio. Quindi, anche in quello che in fondo è l'ultimo dei problemi (il
riallineamento del cambio reale, senz'altro meno rilevante del disporre di
piena autonomia politica e del non mettere in pericolo il proprio sistema
finanziario) i dati indicano che il recupero dello strumento del cambio sarebbe
di aiuto. Forse, ogni tanto, quando si legge uno studio, sarebbe opportuno, in
economia, come già si fa in medicina, andare a leggere chi lo abbia finanziato
e quali possano essere le sue motivazioni. Questa prassi, quella di
interrogarmi su quali interessi rappresenti il mio interlocutore, per me, è di
sinistra.
> 5° In un'
intervista recentemente rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung,
l'economista tedesco Hans Werner Sinn ha dichiarato che la Brexit sarà una
catastrofe per la Germania. Lo sarà principalmente a causa delle regole sulla
tutela della minoranza che determinano le decisioni prese dal consiglio dei
ministri europeo. Con la nuova configurazione, infatti, la D-Mark block
(Austria-Germania-Finlandia-Olanda) senza la Gran Bretagna non arriverà a
rappresentare il 36% della popolazione dell'Ue, percentuale minima per bloccare
le decisioni. Al contrario, i Paesi del sud, più propensi, vista la loro
fragilità industriale, a limitare il libero scambio, arriveranno al 42% .
Macron, probabile vincitore delle presidenziali francesi, già parla di nuovo
protezionismo europeo come risposta alla politica dell'amministrazione
americana. Crede che tale cambiamento possa davvero spostare gli equilibri a
favore dei paesi più deboli, al netto del problema legato all'istituzione
monetaria?
A questa domanda,
nel frattempo, ha già risposto la storia, ma la risposta che la storia ha dato
l'ho anticipata nei miei libri e nel mio blog, ed è ovviamente no. Ripeto: a me
sembra veramente strano che a sinistra, cioè nella sede del materialismo storico,
ci si trovi impantanati in un racconto favolistico dell'esistente. La realtà,
credo valga la pena di ribadirla, è un po' diversa. Mi spiace per chi si è
raccontato per anni che una parte del paese (ovviamente quella migliore) aveva
vinto una guerra che il paese aveva perso: il dato è che l'Italia è un paese
sconfitto e militarmente occupato (sentivo oggi alla radio che ospitiamo
cinquanta testate nucleari: non so se il dato sia corretto, ma credo di sapere
che non sono nostre!). Il nostro spazio politico è determinato da questo dato.
Una conseguenza di esso è che non esiste una ragionevole possibilità di creare
alleanze fra "poveri" che consentano di muovere minacce ai
"ricchi". Il neoprotezionismo di Macron, in effetti, è volto a tutelare
la Francia dalle scalate di paesi periferici come l'Italia (abbiamo passato
l'estate a parlarne). Come si può pensare che questo possa favorire l'Italia?
La verità è che l'Europa serve a impedirci di difenderci, non solo sul piano
economico, ma su tutti i piani. Basti guardare la differenza fra il caso Ustica
(in cui la Francia fu costretta a fare almeno finta di non entrarci nulla) e il
recente attacco alla Libia (portato avanti con spregiudicatezza in modo
apertamente ostile al governo italiano). Non credo occorra aggiungere altro.
> 6° Cosa ne
pensa della proposta, avanzata dal Prof. Brancaccio, di introdurre uno
"standard sociale" sugli scambi internazionali?
Che è senz'altro
interessante ma mi piacerebbe studiare meglio da quali meccanismi di
"enforcement" questa proposta è assistita. Mi documenterò e le farò
sapere. Temo però che anche in questo, come nei casi di infinite altre proposte
"miglioriste", mi troverò a urtare contro un limite, che è quello del
wishful thinking. Sarebbe bello se la Germania (o gli Usa, o la Cina) facessero
quello che ci fa comodo (rispettivamente: pagassero di più i lavoratori,
inducessero i paesi in surplus a mitigare le loro pretese, sostenessero la
domanda mondiale). Purtroppo se non lo fanno un motivo hegelianamente ci sarà!
La verità è che temo non abbia molto senso continuare a comprare tempo
speculando su come il sistema potrebbe essere. Dobbiamo riflettere sul sistema
così com'è. In questo senso, trovo efficace la formula proposta da Alfredo
D'Attorre (prima di rischierarsi con " quelli dell'euro"): dovremmo
rifiutare l'europeismo del dover essere, e abbracciare l'europeismo
dell'essere. Cosa è l'integrazione europea? Chi l'ha voluta? A chi fa comodo?
Di quale progetto è espressione? Questi interessi sono il vincolo all'interno
del quale dobbiamo massimizzare il nostro interesse collettivo, nel tentativo
di sopravvivere fino a quando sia possibile scardinarli, o approfittare della
loro intrinseca contraddittorietà (vedi la recente vicenda elettorale tedesca).
In altre parole, a me più che "cosa succederebbe se la Germania pagasse di
più i suoi lavoratori" (per fare un esempio), interessa "cosa
succederà visto che la Germania non ha alcuna intenzione di farlo".
Ponendomi in questa prospettiva metodologica sono riuscito ad anticipare, nel
2011, l'avanzata delle destre alla quale stiamo assistendo. Un politico di
sinistra che avesse avuto la lungimiranza o la follia di mettere in guardia
contro questo pericolo, e di rintracciarne le radici nelle regole europee,
adesso avrebbe un immenso patrimonio di credibilità da investire (certo, col
forte vincolo dato dal fatto che il sistema dei media non avrebbe dato spazio
alle sue posizioni). Viceversa, la sinistra si è impantanata nelle paludi del
"questismo" (come lo definisce Il Pedante, un blogger che mi permetto
di segnalare ai lettori): "non vogliamo questa Europa, ne vogliamo
un'altra, perché la politica è sogno!". Ma il sogno non è sinistra:
sinistra è riflettere sui processi oggettivi che rendono questa Europa, quella
che vediamo, l'unica Europa possibile.
> 7° Per
concludere vorrei tornare un attimo al problema della ridenominazione del
debito in caso di uscita dall'unione monetaria: molti, come ad es. il prof.
Salvatore Biasco (Lo stupefacente rapporto di Mediobanca sul debito pubblico e
sull'euro, 09/03/2017), pongono l'accento sulle conseguenze per lo stato
patrimoniale degli agenti economici, con un effetto catastrofico per la
stabilità finanziaria. Oltre al monte di obbligazioni del debito pubblico non
ridenominabili nella nuova lira (destinate ad aumentare a causa delle note
Clausole di Azione Collettiva), vi sono 672 ml di debito privato estero. Il
settore finanziario sarebbe investito da una impressionante mole di perdite; le
banche andrebbero ricapitalizzate; il mercato del credito diverrebbe vischioso
e ciò comporterebbe il fallimento di molte imprese; aumenterebbero le
sofferenze bancarie, già oggi al 14%; alle perdite patrimoniali si sommerebbero
quelle dovute al crollo delle azioni in borsa; l'intero attivo del comparto
finanziario si deteriorerebbe drammaticamente; aumenterebbero, e di molto, i
tassi d'interesse; anche i piccoli risparmiatori sarebbero colpiti dalle
perdite; consumi e investimenti crollerebbero, portando alla disoccupazione di
massa. Neanche la Banca centrale, tornata indipendente (e pur proibendo i
movimenti di capitale) riuscirebbe a sostenere i prezzi delle obbligazioni e
calmierare i tassi comprando titoli. I mercati perderebbero fiducia nei
confronti dei titoli italiani, privati e pubblici. Le vendite sarebbero
travolgenti e la Banca centrale dovrebbe assorbire un ammontare di titoli pari
allo stock del terzo mercato obbligazionario del mondo. Vi è poi da considerare
tutta la partita relativa al saldo del Target 2. Lo Stato, a causa della caduta
verticale delle entrate e dell'aumento di spese per interessi, sarebbe ancora
più condizionato nella gestione della politica economica di quanto lo era prima
dell'uscita dall'euro. Questo scenario è realistico?
Il professor
Biasco è molto preoccupato per le perdite in conto capitale che i BTP
potrebbero subire se ci fosse un'impennata dei tassi di interesse (ho avuto
modo di confrontarmi con lui su questo punto). Gli siamo vicini in questo suo
comprensibile timore. Gli siamo un po' meno vicini nel suo benign neglect verso
disoccupazione giovanile, deindustrializzazione, compressione dei diritti
democratici, tutti mali che il regime attuale porta con sé. D’altra parte, dopo
il bail in forse dovremmo chiederci se sia meglio, per i detentori di ricchezza
finanziaria, subire una perdita in conto capitale per via di una eventuale
impennata dei tassi di interesse, o un esproprio per via delle regole europee (cioè, sostanzialmente, per difendere l'euro). Vorrei esortare tutti a una
maggiore deontologia professionale, che deve in primo luogo tradursi nel non
formulare analisi fantasiose e prive di base fattuale. Chi tratteggia quadri a
tinte fosche ha l'onere della prova, perché la letteratura scientifica, come
ricordo in uno dei miei ultimi lavori, non dà atto di simili tregende. Al
contrario: in generale, l'esperienza storica mostra che il crollo di unioni
monetarie è scorrelato da brusche lacerazioni dei fondamentali macroeconomici
(il che non deve stupire, visto che la logica delle unioni monetarie è
meramente politica - redistribuzione del reddito - e quindi anche la loro fine
risponde in primo luogo a istanze di carattere politico); l'esperienza
italiana, poi, mostra che la configurazione dei fondamentali del nostro paese è
particolarmente solida (siamo ancora in piedi nonostante anni di regimi proni a
interessi esteri), e che il rischio finanziario del nostro paese, in caso di
uscita, è minimo. Certo, il passato non è sempre una solida guida per il
futuro, e di questo qualsiasi ricercatore è consapevole. Ma ignorare il passato
credo lo sia molto meno, e in ogni caso dietro alla mia valutazione ci sono articoli
pubblicati su riviste scientifiche di classe A (incluso il mio ultimo lavoro con Mongeau
Ospina e Granville circa l'impatto macroeconomico di una dissoluzione dell'euro
sull'economia italiana).
Dietro alle valutazioni altrui, duole dirlo, ma spesso non si riesce a trovare
nulla che non sia wishful thinking e "spannometria". Questo modo di
fare è deleterio per la reputazione della scienza economica (che infatti esce
sbriciolata da questa vicenda, ma ingiustamente: nelle riviste scientifiche
quanto sta accadendo era stato ampiamente previsto, ed è veramente un peccato
che questo patrimonio di conoscenze accumulato dai migliori studiosi
internazionali venga dissipato dall'agire poco scrupoloso di studiosi di
rilievo locale, quelli che parlano di “inflazione a due cifre negli anni ‘90”,
di “svalutazione del 30% se si abbandona l’euro”, di guerre commerciali, e via
rincarando); ma è soprattutto deleterio per la democrazia, e anzi, direi, per
la politica tout court, perché lo scopo evidente di questi scenari terroristici
è quello di imporre una visione "metodologicamente thatcheriana" (e
quindi intrinsecamente, fattualmente, attivamente thatcheriana) dei processi sociali,
è quello cioè di inculcare nel corpo politico tutto (elettori ed eletti) l'idea
delirante e fascista che "There Is No Alternative", che non ci sia
alternativa alle pulsioni di morte del capitalismo finanziario. Chi agisce in
questo modo si prende una responsabilità, in senso etico e politico, i cui
contorni, ne sono certo, sfuggono a molti, ma che la storia temo renderà
evidenti. Non sarà un bel momento, ma forse da lì potremo ripartire per ridare
un senso alle parole "fare sinistra". Condizione necessaria per questa
riappropriazione di senso è che la classe politica “progressista” che ha
attivamente partecipato al progetto europeo si tiri indietro con le buone. Non
lo farà mai, e quindi, lo dico con grande dolore e con grande rispetto, dovremo
attendere che essa sia spazzata via dalla storia, nel nostro paese, come lo è
stata altrove. Lo si sarebbe potuto forse evitare, ma la storia non si fa con i
sé e con il wishful thinking: il dato che abbiamo davanti ora è questo,
recriminare è inutile, dobbiamo gestire questa situazione per noi
particolarmente complessa, e dobbiamo farlo tenendo presente che proprio perché
la nostra parte politica e i suoi rappresentanti saranno spazzati via, è
indispensabile che i nostri ideali di solidarietà e giustizia sociale vengano affermati
e difesi con intransigenza e immediatezza. Chi pensa a sinistra che il
compromesso, la mediazione, possano assicurargli un futuro sbaglia. La sinistra
europeista ha fallito: non può né potrà mai più spendere quel capitale di
reputazione e credibilità politica che ha totalmente dilapidato. Dobbiamo ora
accumularne un altro, su basi completamente diverse, voltando le spalle a
un’esperienza di disastrosa subalternità al capitalismo globalista, senza
inseguire vantaggi tattici immediati, e preparandoci a una lunga battaglia. In
questo senso, ma solo in questo senso, la Thatcher aveva ragione: a questa
operazione di igiene etica e intellettuale “There Is No Alternative”!
