Fine anno, tempo di bilanci.
Quello dello Stato ci ha occupato a lungo. Fedele al mio principio "rigore è quanto arbitro fischia, legge è quando esce in Gazzetta", ora potrò commentarlo con voi. A qualche comma ho lavorato, e magari potrà interessarvi sapere com'è andata, quanto lavoro c'è dietro quelle parole, anche quando non vi soddisfano.
Ma oggi mi preme soprattutto un altro bilancio, più personale, anche se non meno politico: quello della mia attività nel dibattito, svolta soprattutto attraverso questo blog. Tirare una linea, sette anni dopo, non è facile. Cosa mi proponevo con questo blog? Mi sono avvicinato all'obiettivo? Cosa posso fare per avvicinarmi ulteriormente? Lo sforzo c'è stato, credo che lo si veda. Quello che leggete è l'ultimo di 1965 post, che complessivamente hanno ricevuto in sette anni quasi 37 milioni di visualizzazioni.
Il rendimento qual è stato?
Rispondere è arduo, per un motivo che cerco di spiegarvi come posso. Le tante manifestazioni di affetto, di solidarietà, di sostegno che ho ricevuto e ricevo da voi, come pure quelle di segno contrario, le critiche, le manifestazioni di dissenso, di delusione, mi rinviano tutte, per un verso o per un altro, a un dato ineludibile: posto che ognuno di voi è (legittimamente) il centro del suo mondo, di Alberto Bagnai non ce n'è uno, ma ce ne sono tanti quanti siete voi. Detto in sintesi: voi credete di seguire me, ma in realtà seguite, inevitabilmente, voi stessi: quel pezzo di voi stessi che è il vostro "me", il "me" che pensate vi abbia detto le cose che desideravate sentirvi dire. Può darsi che quello che desideravate sentirvi dire abbia coinciso con quello che desideravo dirvi, almeno per un certo periodo di tempo, come può anche darsi che a un certo punto questa felice coincidenza si sia dissolta, magari perché sono cambiato io, o perché siete cambiati voi. Non c'è nulla di male: ognuno di noi fa propri gli autori in cui si imbatte: li legge con le lenti della propria esperienza, li adatta alle esigenze tattiche della propria battaglia quotidiana, se ne serve per ottenere ciò che desidera.
Quante volte mi avrete sentito dire spazientito: "Se mi seguite, seguitemi!", quando mi sembrava che vi foste persi qualche pezzo (dalla definizione di cambio reale a passaggi più banali, organizzativi, come la data del nostro convegno)? Ma mi rendo conto di essere stato qualche volta ingiusto. Ognuno di voi seguiva il "suo" Alberto, e non era colpa sua se questi non coincideva col "mio".
Tanto per farvi un esempio concreto: a giudicare da certe esternazioni recenti nella cloaca di Twitter, mi sembra che quasi nessuno abbia letto le uniche due interviste che ho rilasciato dopo l'estate, quella su Il Mattino, e quella su La Verità. Che dite, volete approfittare delle vacanze per recuperare il tempo perduto? Mi fareste la cortesia, anche se le leggeste allora, di rileggerle oggi, magari cercando, con l'immaginazione o con Google, di ricordare quale fosse la situazione al tempo in cui le interviste vennero rilasciate? E magari vedendo dove siamo arrivati?
E dai, fatemelo questo regalo! Magari, più sotto, vi spiego perché vi chiedo questa cortesia...
Fatto?
Andiamo avanti?
Bene!
Tornando al punto in cui ci eravamo interrotti, resta da decidere se il bilancio di questa attività, la valutazione di quanto questa sia riuscita a incidere, vada effettuato sull'Alberto che penso di essere, o sulla moltitudine dei vostri Alberti personali. Il primo compito è difficile, il secondo impossibile, anche per motivi di spazio, e quindi non ci resta che una scelta, la prima. Do quindi per scontato che questo bilancio deluderà tutti voi, appunto perché ognuno è il centro del proprio mondo, lo stratega della propria battaglia, e il detentore della propria verità: rassegnarsi ai mondi, alle battaglie e alle verità altrui non è difficile: è impossibile. Quello che cercherò di dirvi vi sembrerà quindi necessariamente falso (artificioso, strumentale, narcisistico, apologetico, pleonastico, ecc.).
Ma altro da dirvi, io, non ho, e quindi ve lo farete bastare.
Per rispetto del vostro tempo, in questo giorno così significativo dell'anno, vi faccio l'abstract, come si fa nei pèiper, così, esattamente come quando si leggono i pèiper, i più pigri potranno tranquillamente voltare pagina, o saltare alle conclusioni.
Abstract - A me sembra di avervi voluto dire in questi sette e più anni due sole cose: che la democrazia, intesa come rispetto della sovranità popolare che si esprime attraverso il voto, è importante, e, in subordine, che una delle principali insidie nella quale essa oggi incorre è la costante manipolazione esercitata dai media. Qui ci siamo occupati di fake news, e sul serio, ben prima che il tema venisse tirato fuori strumentalmente per criminalizzare il dissenso politico, evidenziando in particolare (ma non solo) il tentativo orwelliano di riscrittura del passato messo in opera per "controllare il futuro" (cioè per condizionare lo vostre scelte) da chi controlla(va) il presente. Nell'abstract di solito i risultati non si mettono, ma per farvi un favore vi sintetizzerò anche quelli: in tutta evidenza, non sono riuscito a farmi capire. Due cose volevo dire, e due cose non sono state capite. In sette anni. Quindi, ho fallito.
(...se a qualcuno interessa, aggiungo anche che ho elaborato il lutto: se non avessi sviluppato questa capacità, non potrei fare il lavoro che faccio...)
Segue svolgimento.
Tutti ricordiamo come ci incontrammo.
Il blog venne aperto sull'onda di un moto di indignazione: la mia, per il rifiuto opposto dalla redazione de lavoce.info alla richiesta di pubblicazione de I salvataggi che non ci salveranno (che così divenne il primo post di questo blog). La tesi dell'articolo era scientificamente fondata: la nostra crisi non dipendeva dal debito pubblico. La fondatezza è dimostrata, fra l'altro, dal fatto che le stesse persone che l'avevano respinta se ne appropriarono nel loro personale 8 settembre, che era il 7 settembre del 2015, proponendo come loro risultato originale un'analisi che non solo non era loro, ma (come poi scopersi) non era originale nemmeno quando, con quattro anni di anticipo su quelli bravi, su iCoNpetenti, l'avevo pubblicata qui. Fu uno di voi, non ricordo chi, a farmi notare che quanto io avevo scritto a novembre 2011 era stato scritto nell'ottobre dello stesso mese sul Bollettino economico della Bce: la crisi che stavamo, e stiamo, vivendo non dipendeva dal debito pubblico, ma da quello privato.
Gli squilibri erano nel settore privato, non nella finanza pubblica allegra...
Oggi rendersene conto è facile. Allora lo era un po' meno. Io ci ero arrivato da solo, e con me altri sparsi per il mondo, ma l'ortodossia negava: poi si piegò, confermando che la mia indignazione non era l'isteria di un autore lunatico indispettito per il sereno responso di un lettore "coNpetente", ma aveva un fondamento, naturalmente di natura politica. I redattori avevano censurato il mio articolo perché in base a un ragionamento scientifico preconizzava il fallimento delle politiche di quello che allora era un loro, e oggi è un mio collega: Mario Monti. Il fallimento poi ci fu, e ancora ne portiamo le cicatrici, che si vedranno nella storia economica del paese per decenni e forse secoli a venire. Di questo fallimento l'articolo spiegava partitamente e inoppugnabilmente le ragioni: curare una crisi di debito privato come se fosse una crisi di debito pubblico (cioè con l'austerità), tagliare la gamba, se non sana, meno malata... e poi stupirsi che il paziente non riesca a correre!
Ma non bisognava disturbare il manovratore, o almeno la redazione non voleva farlo: aveva judo...
Questo, qui, ce lo siamo detti mille volte. Gli aspiranti Pulitzer che grufolano fra queste pagine, mentre incombe su di loro lo scatolone di cartone col quale si troveranno in mezzo a una strada, forse ignorano questa storia, o forse vorranno strumentalizzarla a uso delle loro gazzette che nessuno legge più: facciano! Male che vada, porteranno qui altri lettori, che scopriranno come quello che essi intravedono confusamente nel 2018 fosse stato descritto per filo e per segno nel 2011... dalla BCE!
Questa esperienza, voi, l'avete già fatta: ma ad altri potrebbe tornare utile...
(...cari aspiranti Pulitzer: io vi vedo e vi piango. Quello che viene scritto su questo blog, dove scrivo solo io, ha una sua speciale caratteristica. Quale? Chiedetelo a Macron...)
Tuttavia credo che abbiate dimenticato, almeno a giudicare da come una minoranza rumorosa di voi si comporta, che era stato un ben altro facit indignatio a farmi entrare nel dibattito!
Erano state le agghiaccianti parole di Aristide, sulla scaletta dell'aereo che ci riportava a Parigi da Ouagadougou (per mero caso, la città dove era stato assassinato Sankara!). Quelle parole mi pervasero di un orrore che, tanti anni dopo, non riesco a scrollarmi di dosso: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali
li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano
spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e
benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori
all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse
dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta,
cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica,
dell’Europa." Questo nauseabondo paternalismo non mi sorprese più di tanto: conoscevo abbastanza la sinistra, essendomi riconosciuto antropologicamente in essa per anni, da sapere di quanto feroce disprezzo verso il popolo essa fosse e sia irrimediabilmente intrisa. La cosa sbalorditiva, mi ripeto: agghiacciante, era che esso venisse ostentato, rivendicato, con orgoglio, quasi a ulteriore riprova della superiorità morale e politica di chi lo faceva proprio...
Tenni dentro di me queste parole per un anno, mentre assistevo, passo dopo passo, allo sprofondare della Grecia. Ogni mese, ogni settimana, ogni giorno ci allontanava visibilmente dall'obiettivo in nome del quale qualcuno aveva ritenuto giusto che tanti sacrifici venissero sopportati da tutti gli altri. Poi, come ricorderete, nell'agosto del 2011 scrissi per il Manifesto/Sbilanciamoci un articolo che svegliò molti di voi.
Ammetto che in termini politici quell'articolo non fosse un capolavoro: una parte del paese, per di più quella che ritiene di essere per diritto divino migliore dell'altra (la sinistra) veniva messa di fronte a una sgradevole alternativa: ammettere di essere composta da imbecilli, o da traditori (con ogni possibile combinazione convessa). Il tradimento del lavoro era lì, sotto gli occhi di tutti: quegli stessi sindacalisti che oggi scendono in piazza contro quota 100 e il reddito di cittadinanza erano stati acquiescenti di fronte a decenni di caduta, lenta ma inesorabile, della quota salari, allo smantellamento di tutti i presidi a tutela dei lavoratori... Quanto alla "non particolare brillantezza" (diciamo così) dei miei interlocutori "de sinistra", questa risaltò in tutto il dibattito che ne seguì (qui un punto saliente, e qui un abisso particolarmente significativo, soprattutto col senno di poi, che per me era stato come di consueto il senno di prima...). Ogni successiva occasione di incontro sgretolava il pilastro sul quale aveva poggiato la mia Bildung: l'idea che la sinistra, pur con tutti i suoi umani difetti (fra cui il disprezzo dell'umanità), fosse comunque il luogo in cui albergava la cultura, e la libertà di espressione. L'evidenza, dolorosa, era lì: mi ero accompagnato per anni a degli imbecilli traditori, di cui ero stato correo, perché avevo creduto a quanto mi era stato insegnato: che io ero nato dalla parte giusta, dalla parte di quelli che avevano vinto una guerra che il paese aveva perso, e l'avevano vinta perché erano migliori degli altri.
Tuttavia in politica, come in generale nella vita, bisognerebbe sempre lasciare una via di fuga all'avversario, soprattutto se è un imbecille, e naturalmente a meno che non si abbiano sufficienti divisioni da potersi permettere il lusso di considerarlo un nemico, ed annientarlo. Nel mio caso una evidente sproporzione di forze in effetti c'era, ma era tutta a mio svantaggio! Ero solo. Eppure, indipendentemente dalla mia volontà, la logica del ragionamento economico vie di uscita non ne lasciava. Se anche avessi voluto, l'onestà intellettuale imponeva di dire le cose in quel modo, perché in quel modo stavano. E poi, proprio perché ero solo, non avrei mai pensato che quell'articolo avrebbe avuto tanta risonanza, tanto più perché si rivolgeva alla ristretta cerchia della "sinistra de sinistra". Era un urlo di rabbia: non volevo costruire nulla, perché non pensavo che sarei riuscito a costruire nulla, e soprattutto perché non pensavo che spettasse a me costruire qualcosa. Nonostante non mi sentissi particolarmente rappresentato da nessuno, ritenevo comunque di vivere in una democrazia rappresentativa: la politica non era affar mio, avevo delegato, col voto, e aspettavo che qualcuno aprisse gli occhi...
Non sapevo, allora, quanto la mia attesa sarebbe stata vana. In effetti, ignoravo che quanto mi indignava nell'atteggiamento di Aristide era in realtà il distillato di una lucida e consapevole filosofia politica, quella del cosiddetto federalismo europeo. L'uso deliberato delle crisi, in particolare di quelle economiche, come strumento di "avanzamento del progetto" era stato teorizzato da personaggi quali Albertini o Spinelli, e questo non lo dico io: lo dicono, e ne menano vanto, i federalisti stessi! La costruzione consapevole e deliberata (mi ripeto: deliberata) di una struttura imperfetta, assistita da regole stupide, condotta con la pretestuosa illusione di aggiustarla sulla spinta di una crisi, trascurando il fatto che durante le crisi i rapporti di forza (fra capitale e lavoro, fra potenze e colonie...) necessariamente vivono una situazione di patologico squilibrio, e che le riforme condotte a colpi di crisi altro esito non possono avere che quello di cristallizzare queste patologie. "Un giorno ci sarà una crisi...". L'uso deliberato (mi ripeto: deliberato) della violenza economica, e in particolare del vincolo esterno, come manganello per costringere i popoli ad avanzare in una strada che non si erano scelti: nulla poteva sembrarmi più fascista, e lo dissi.
Quante altre cose non sapevo, che, se le avessi sapute, mi avrebbero vieppiù inorridito! Non conoscevo ancora la dichiarazione di voto di Giorgio Napolitano contro l'entrata nello SME (la trovate a pag. 24992). Sembra scritta da Krugman oggi, in uno dei suoi sprazzi di lucidità, ed invece era verosimilmente stata scritta da Spaventa allora, nel 1978.
Sapevano.
Col tempo acquistai la lancinante certezza che tutti quelli che mi trovavo schierati in difesa di un sistema le cui contraddizioni stavano esplodendo con violenza, avevano denunciato le stesse contraddizioni, con le mie stesse parole (perché erano le parole giuste) ma con maggiore lucidità della mia, oltre trent'anni prima di me.
Sapevano.
Pochi mesi dopo aver lanciato quel grido di rabbia, in agosto, preconizzando la caduta di Berlusconi (oggi mi dicono che nei salotti della Roma che conta la caduta che io credevo di prevedere ad agosto era già data per fatto assodato a luglio: ma allora ero un outsider, non potevo contare su informazioni privilegiate, come potevano allora molti di quelli che oggi frequento, e non potevo ricevere certe visite, come quelle che ricevettero alcuni miei nuovi amici...), pochi mesi dopo, dicevo, partì il blog, in novembre.
La domanda sottesa a tutti gli articoli che si affastellavano, motivati dalle vostre domande, o dall'intervento di qualche pirla di passaggio, come ne abbiamo visti e ne vedremo a decine, era però sempre la solita: come avevamo fatto a cascarci? Perché, in effetti, ci eravamo cascati un po' tutti, o, se non tutti, la maggioranza, che in democrazia è la stessa cosa (more on this later).
La risposta era sotto gli occhi: quotidianamente assistevamo alla distorsione dei fatti economici perpetrata dai media. Prima ancora di leggere con trasporto e con un senso di liberazione libri quali Gli stregoni della notizia o La fabbrica del falso, ragionando per induzione ricostruivamo i meccanismi retorici attraverso i quali verità parziali diventavano mattoni per costruire il falso, per inculcare al lettore un'immagine delle dinamiche economiche unilaterale e moralistica: la raffigurazione di un mondo dove un debito non è mai anche un credito, dove una svalutazione non è mai anche una rivalutazione, dove una esportazione non è mai anche un'importazione. Una medaglia con una sola faccia, priva di coerenza logica, ancor prima che scientifica, ma forse per questo ancor più attraente per gli inesperti. L'esposizione sistematica di questa retorica sarebbe arrivata dopo, con La crisi narrata, di cui qui vi anticipai la prefazione.
Giorno dopo giorno, post dopo post, emergeva che un pezzo importante del colossale fallimento della democrazia nel quale vivevamo era direttamente riconducibile alle dinamiche del sistema dei media, quelle dinamiche sulle quali Gramsci aveva le idee piuttosto chiare: ma Gramsci, per la sinistra cui mi rivolgevo, è ormai un santino, un elemento da venerare per soddisfare una naturale ma sterile pulsione identitaria, guardandosi però bene dal leggerlo (e quante volte ci siamo imbattuti in questo atteggiamento)!
Così, accanto alla riflessione su come si potesse ripristinare un ordine economico che liberasse l'esercizio della democrazia da quel senso di urgenza fasulla (FATE PRESTO!), descritto così bene nelle prime pagine de La costituzione nella palude, dall'oppressione di una perenne crisi, dal peso dei sacrifici da fare quando le cose vanno male perché le cose stanno andando male, e quando le cose vanno bene perché bisogna riparare il tetto quando non piove (cioè perché le cose vanno bene), insomma: dei sacrifici da fare sempre, accanto alla riflessione su quali forze politiche, e, soprattutto, quali nuovi rapporti di forza, avrebbero potuto consentire ai popoli europei di riprendere un percorso di autodeterminazione, di poter realmente progettare un proprio futuro, invece di agire sempre reattivamente a eventi catastrofici amplificati da regole completamente irrazionali, accanto a questa riflessione, nel blog si sviluppava quella su come difendersi dalla costante manipolazione cui siamo sottoposti. Un pezzo importante della crisi, come ci ha insegnato il Pedante, è appunto la sua narrazione: è questa a influire in modo determinante sulle decisioni politiche.
Il governo che sostengo, finalmente, sta cominciando ad affidare al mercato gli aedi del mercato: sine, ut mortui sepeliant mortuos suos. Lo ritengo un provvedimento giusto: pluralismo non è quando molte voci dicono la stessa cosa, ma quando poche voci dicono cose diverse. Lo spazio lasciato libero da chi non riuscirà a sopravvivere in un mercato non drogato da sussidi diretti e indiretti (e su questi ultimi c'è ancora tanto lavoro da fare) verrà occupato da altri: cambieranno i suonatori, e forse, chissà, anche la musica.
Questo per il futuro.
Oggi, però, dopo sette anni passati a vagliare, riscontrandole sulle fonti primarie, le sciocchezze che ci vengono ammannite, spesso anche da voci autorevoli o presunte tali (a partire dalla favolosa "inflazione a due cifre negli anni '90"), mi aspetterei che anche prima che il mercato ci sbarazzi da chi lo proclama igiene del mondo, voi esercitaste un minimo di attenzione critica verso certe notizie, esattamente come da chi segue un blog nato per denunciare un metodo di governo e una filosofia politica intrinsecamente antidemocratica perché paternalistica (quella secondo cui gli aristoi di sinistra sanno ciò che è bene per il popolo, e lo conducono col vincastro del vincolo esterno verso le magnifiche sorti e progressive da essi determinate), mi aspetterei un minimo di sensibilità democratica.
Ma non è così, e non lo è al punto che certe volte veramente io boh...
(...tradotto: mi chiedo veramente cosa ci stiate ancora a fare qui e chi crediate di avere letto...)
Faccio un esempio molto semplice, che riguarda il mio partito. Qualche giorno fa io e i miei colleghi abbiamo appreso con un certo divertimento che "la Lega era scesa al 32%". In quelli che come me se la ricordavano al 4% questi titoli promuovevano una franca ilarità. A pensar male si fa peccato, naturalmente. Eppure, leggendo non tanto i sondaggi, quanto il modo in cui ci vengono ammanniti, è difficile sfuggire a una sensazione: quella che i risultati della Lega vengano esaltati per preoccupare i nostri alleati, e poi magari depressi per preoccupare noi, sempre nel tentativo di spaccare la coalizione, che però (mi dispiace) non si spacca, anche perché Salvini avrà tanti difetti, ma non è Theresa May (per citare un esempio illustre di persona andata alle urne con un sondaggio in tasca: quello sbagliato!).
Il gioco è trasparente: chi potrebbe caderci?
Purtroppo... voi!
Ve lo dimostro con un grafico, questo:
Qui trovate, da sinistra verso destra, il risultato della Lega alle politiche (poco sotto il 18%), quello dei sondaggi attuali (il 32%), quello che occorrerebbe per governare da soli (posto che sia un obiettivo sensato: il 51%), e quello che i tuttosubitisti, nella loro percezione appannata, evidentemente ritengono che noi abbiamo: il 100%.
Io adoro i tuttosubitisti!
Poverini: non è colpa loro se non si rendono conto che la Lega non è "scesa dal 35% al 32%", ma salita dal 4% al 17%. Non esiste nessuna discesa di tre punti: esiste una crescita di tredici punti, che però arriva a un culmine ben inferiore al 32%. Ma loro niente! Duri come il ferro, cadono nell'illusione ottica di chi vuole dipingerci come un partito di maggioranza assoluta, un partito al 51%, che dico, al 100%, al 1000% dei consensi, per poi poter presentare come sconfitte i nostri risultati. Questi, certo, non sono sempre pienamente conformi a quanto magari avremmo desiderato ottenere (siamo in coalizione, e lo stesso vale per i nostri alleati): ma, soprattutto, i nostri risultati non sono quasi mai conformi a quelli che avrebbe auspicato il PD (che, non dimentichiamolo, ancora esercita sui media una determinante egemonia culturale). Non è strano che il PD, pardon: i media, li dipingano come nostre sconfitte: perché sono sconfitte loro!
Insomma: i giornali battono la grancassa, per motivi tanto leciti quanto evidenti, ma i nostri amici tuttosubitisti si bevono la qualunque, a testimonianza del fatto che non hanno letto questo blog, ma un altro, che l'Alberto che hanno seguito non era il mio, ma il loro.
Se avessero letto questo blog, narraFFioni come quella del "momento Tsipras" incuterebbero in loro un certo sospetto, mica per altro: per chi le diffonde! In effetti, i lettori di un blog che dal primo articolo ha smascherato la fallacia delle politiche montiane (ricostruendone le intenzioni redistributive) e per sette anni ha evidenziato le bufale dei giornali, forse non dovrebbero prendere troppo sul serio quanto dice Monti su un giornale (e soprattutto su Il Giornale). In questo, come in tanti altri casi, più che chiedersi che cosa stia dicendo il pensatore di turno, occorrerebbe chiedersi perché lo stia dicendo, e perché ora. Ma il tuttosubitista è deluso: ultimo esemplare di quella lunga teoria di amanti tradite che ha punteggiato col proprio isterico starnazzare le pagine di questo blog, ulcerato dalla perdita delle sue illusioni, il tuttosubitista prorompe in strepiti e improperi: "Hai traditoooh! Volevi solo la poltronaaah! Caporettoooooh!"...
E questo perché?
Perché con il 17% dell'elettorato, di cui si stima che solo un terzo ci abbia scelto per la nostra motivata critica del progetto europeo, quindi, di fatto, con uno 0.3x0.17=0.051=5.1% dell'elettorato, non abbiamo ancora realizzato una cosa che non è nel contratto di governo per i noti motivi!
Povero tuttosubitista! Gli siamo vicini nell'elaborazione del suo lutto, ma non possiamo fare a meno di constatare che le sue illusioni perdute sono, prima di tutto, illusioni ottiche. La Lega, unico partito che avesse messo in programma un serio ripensamento del progetto europeo, ha il 17%, e in Parlamento lavora (bene) con quello, non con il millanta per cento che i giornali e la percezione distorta dei boccaloni che ancora li leggono gli attribuiscono. Diciassette per cento significa un sesto degli elettori, di cui forse il 5% (che significa un ventesimo) ha una qualche consapevolezza delle dinamiche che vi ho descritto fin qui. Notate bene: è un risultato enorme, epocale! In nessun altro paese europeo esiste una minoranza così forte da aver portato in Parlamento tante voci critiche e consapevoli. Ma ai tuttosubitisti questo non basta: invece che l'inizio di una lunga guerra di indipendenza, lo considerano, per motivi strumentali, o semplicemente per mancanza di tempra, una sconfitta definitiva...
Ora, vedete, il dato politico è che stiamo parlando di quattro gatti: i tuttosubitisti sono un sottoinsieme degli zerovirgolisti! Appartengono cioè a quello che il violoncellista neoborbonico, amico degli amici del blog, chiama il PIP: "Partito Italiano Prefissi". Sì, insomma: quella coalizione in cui ricade chi ottiene risultati con uno zero davanti... Quindi, in effetti, visto che la politica si fa coi numeri (e magari anche col cervello) gli scleri di queste persone sono totalmente irrilevanti, se non per chi, come alcuni futuri Pulitzer (ricordatevi la scatola di cartone, amici...), esercita il lavoro pagato (ancora per poco) di grufolare fra queste pagine per redigere simpatici articoli di colore su giornali la cui rilevanza è anch'essa da prefisso telefonico.
Voglio essere più esplicito. Due giorni fa su Twitter ho segnalato un dato che a me sembrava paradossale:
Vi esorto a cliccare qui per seguire la discussione che ne è seguita e capire come siamo messi. Una estenuante maratona di scemenze e luoghi comuni, ma anche una sbalorditiva, disarmante incapacità della stragrande maggioranza di quella esigua minoranza che ha capito qualcosa (o crede di averlo capito) di argomentare nei riguardi di chi non ha ancora capito niente. Esattamente quello che mi aspettavo.
Ora, quello che speravo di avervi trasmesso, in tanti anni, era anche e soprattutto il senso di quanto profonde siano le radici del male, di quale battaglia sia necessario combattere sul piano culturale, prima ancora che politico, per costruire un minimo di coscienza dei processi in atto. Essere riusciti ad arrivare dove siamo è il primo passo per l'affermazione di un minimo di pluralismo nel dibattito. Ma un dibattito vero ancora non c'è stato: ne stiamo appena costruendo le premesse. Il fatto che alcuni di voi, nel loro eguccio più o meno ipertrofico, siano profondamente convinti di qualcosa che nella maggior parte dei casi, peraltro, non hanno nemmeno capito perché non riescono a ripeterla in modo convincente, non fa di essi una maggioranza. Essere convinti delle proprie idee è condizione necessaria di un'azione politica, ma è largamente non sufficiente. In politica non basta che siamo convinti noi: occorre che siano convinti anche gli altri!
Che i fascisti di Casapound, nel nobile intento di salire dallo 0,x% allo 0,y% (con y poco maggiore di x) urlino e strepitino che noi abbiamo traditooooh, che siamo diventati europeisti, e che quindi bisogna votare per loro perché sono puri e duri, io, questo, lo capisco, e lo guardo (dall'alto, perché ora sono in alto) con simpatia e umana solidarietà. Ma, appunto: loro sono fascisti! Da loro, certo, mi aspetto che ragionino come un federalista qualsiasi, come uno dei tanti (Albertini, Prodi, Spinelli, Padoa Schioppa...) che hanno apertamente teorizzato la necessità che la maggioranza sia guidata da una eletta minoranza. Casapound è il degno pendant di quegli intellettuali di princisbecco che oggi ci spiegano come la democrazia, signora mia, sia tanto sopravvalutata: quindi, averli contro non mi preoccupa!
Mi preoccupa di più chi dice di aver aperto gli occhi grazie a questo blog, ma poi viene qui a esprimere la sua frustrazione perché la Lega non ragiona come Aristide!
Ci dispiace, cari "tuttosubitisti non di Casapound" (posto che ve ne siano): non siamo fascisti come Casapound, e non siamo fascisti come la sinistra: per noi la democrazia esiste, e quindi la maggioranza va rispettata, come va rispettato il suffragio universale, nonostante ci veda al 17%, non al 100% (dove ci dipingete voi per i vostri ovvi motivi tattici). Ci dispiace molto anche per il prossimo lutto che dovrete elaborare, il più doloroso: perché tutto questo strepito, frutto di poca intelligenza o di molta furbizia, il cui unico esito dovrebbe essere quello di indebolirci nel momento in cui, in effetti, sarebbe più razionale rafforzarci (visto che qualcosa stiamo facendo, e altro faremo), avrà un diverso risultato: quello di mettervi per l'ennesima volta di fronte alla pochezza dei vostri numeri. Mentre voi sbraitate, spostando al più decimali come un volenteroso carnefice di Bruxelles, nel restante 95% degli italiani, quelli che ancora se ne strabattono del tema Europa, perché non lo capiscono, perché nessuno (tanto meno voi) è stato in grado di presentarglielo, o perché a loro sta bene così, cresce il numero di quelli che sentono parlare Garavaglia o Molinari e si dicono che in fondo noi leghisti non siamo così male, considerando l'alternativa.
Quindi, cari tuttosubitisti, le vostre grida dicono molto di voi, e poco di noi. Purezza e durezza sono due qualità insidiose, soprattutto la seconda! C'è il forte rischio che dalla coscienza si trasferisca al cervello: la cloaca di Twitter pullula di esempi! Io, qui, ho esercitato il massimo sforzo per farvi capire che la democrazia conta, e democrazia significa anche reciprocità. Quelli per cui la democrazia funziona solo quando va come dicono loro, ve lo ricordo, sono i piddini. Noi siamo diversi. Dobbiamo convivere col fatto che la maggioranza degli italiani non ha votato per noi, e continuiamo a portare avanti un'azione politica coerente con il nostro disprezzo verso un progetto che disprezza la democrazia: coerenza quindi vuole che non siamo noi stessi i primi a disprezzarla.
So che vi sembra difficile: alcuni di voi sono tecnicamente fascisti, quindi se non ci arrivano sono giustificati. La democrazia non è affar loro, e va bene così (soprattutto perché non hanno i numeri per cambiare le cose). Altri, semplicemente, non sono molto brillanti. Una di quelle che sbraita di più su Twitter in questi giorni credo di averla conosciuta a un mio incontro pubblico. Mi ricordo che dal pubblico strepitava a ogni intervento del mio interlocutore, mettendomi in seria difficoltà: interrompendo il mio avversario mi faceva perdere il filo, impedendomi di confutarlo, oltre a screditarmi facendomi passare per il guru di una setta di invasati privi delle più elementari nozioni di civiltà e di buona educazione (uno spin che piace alla stampa che piace... solo a se stessa!). Non sono stupito che ora continui a fare sostanzialmente lo stesso lavoro nella piccola bolla di Twitter (che, vorrei ricordarvelo, non è il mondo reale).
Allora: si è fatto tardi, nel frattempo è iniziato l'anno nuovo, e vorrei riassumere: qui il problema da risolvere, a monte, non è se vi piaccia o meno l'Europa, ma se vi piace o meno la democrazia. Se il vostro rifiuto dell'attuale progetto europeo deriva, come il mio, dal vostro amore per la democrazia, allora cercate di essere coerenti con voi stessi, e invece di interrogarvi su come realizzare contro la volontà della maggioranza progetti politici più o meno fondati, o sul perché avendo il 17% dell'elettorato non abbiamo realizzato una cosa che non è nel contratto di governo (risposta: perché non è nel contratto di governo e perché non siamo al 51%), cercate di sostenerci nel nostro sforzo di incidere sul dibattito culturale e politico, cosa che con il nostro 17% stiamo facendo con qualche risultato.
Altrimenti vorrà dire che non sono riuscito a farvi capire niente, ma va bene così: tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile.
Neanche voi, nonostante siate non il 17%, ma addirittura il 100%... di voi stessi!
Buon anno!
(...a proposito: come vi sembrano, ora, le interviste di settembre?...)
(...sono troppo stanco per rileggere: rileggete voi. Anzi: rileggeste voi...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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martedì 1 gennaio 2019
lunedì 30 maggio 2016
Un (vecchio?) dibattito coi comunisti francesi
(...siccome su Twitter mi sta trollando la qualunque - dai compagni di Rifondazione di Padova a simpatici anonimi area Wu Ming per i quali io ovviamente sono un servo del capitale nonché un fascista che si pavoneggia ai convegni con il diavolo biondo - e siccome nel frattempo, invece, pare che Paris XIII - l'università dei post-keynesiani parigini - mi voglia invitare per un visiting, e Dany Lang è stato così cortese da sollecitare un mio paper sull'uscita dall'euro per questa conferenza, segnalando così apertamente che del tema pare si possa parlare anche in Francia senza essere tacciati di lepenismo [del resto, Arsène mi aveva detto che gli économistes atterrés si erano divisi su questo tema], vi ripropongo un vecchio dibattito, la presentazione del mio libro al CEPN, nel quale ebbi un simpatico siparietto con un ideologo del vecchio Partito Comunista Francese. Per motivi assolutamente imponderabili e incomprensibili, mentre in Italia i comunisti di Rizzo sono per uscire dall'euro, i comunisti francesi sono su posizioni che in Italia sarebbero selline. Da qui la simpatica dialettica con l'anziano collega, che raggiunse un punto culminante in una mia domanda che ricordo, ma che lascio ai francofoni il piacere di andarsi a trovare da soli, nel terzo filmato. Credo che quel dibattito abbia contribuito ad aprire una piccola crepa negli atterrés, che da posizioni monoliticamente sbilifestine hanno cominciato a evolvere. Naturalmente, se la crepa si è aperta, e se ora si possono quindi presentare paper scientifici sull'uscita dall'euro anche a conferenze "de sinistra", lo si deve anche a voi, e al sostegno che avete dato ad a/simmetrie. Tornerò a chiedervelo fra un paio di giorni, dopo avervi parlato di quanto abbiamo fatto nell'ultimo anno, e di quanta strada ci resta ancora da fare, ma intanto grazie: puntare sulla ricerca non è, certo, risolutivo, ma non è inutile. Spero di avervelo dimostrato finora, e di poter continuare a dimostrarvelo. Del resto, a/simmetrie non fa solo ricerca. Presto potrò preannunciarvi il programma del nostro convegno annuale. Sono sicuro che vi piacerà. In effetti, uno dei relatori già dovreste sapere chi è, perché ve l'ho detto, ma non mi pare che ve ne siate accorti...)
(...ah, naturalmente il fatto che io prima sia andato a parlare dai comunisti, non servirà a convincere i fascisti per i quali "coi fascisti non si parla" che io non sono un fascista. Però, sinceramente, in questo momento ho altri problemi, e se anche non ne avessi, avrei altre priorità. Rilevo comunque il fatto che nessun fascista mi ha mai detto: "con te non parlo perché sei andato a parlare coi comunisti". Ovviamente ai fascisti di cui sopra questa cosa sembrerà normale: loro infatti pensano di essere migliori, e quindi, perché mai uno dovrebbe parlare coi peggiori? Sono stato educato così anch'io, a ritenermi migliore perché ero nato dalla parte giusta. Poi ho capito che il mondo è talmente ingiusto che una parte giusta non c'è, e ho cominciato a spogliarmi dalla logica dell'appartenenza. Non è semplice, ma se ce l'ho fatta io possono farcela anche quelli che vengono a darmi ripetizioni di purezza etnica marziana su Twitter, e a spiegarmi che il problema non è l'euro ma... Continuo a non capire perché dovrei impegnarmi in faticosi esercizi dialettici con chi ignora la differenza fra condizione necessaria e sufficiente, ma ora vi lascio, e poi torno con qualcosa di meno francofono...)
(...ah, naturalmente il fatto che io prima sia andato a parlare dai comunisti, non servirà a convincere i fascisti per i quali "coi fascisti non si parla" che io non sono un fascista. Però, sinceramente, in questo momento ho altri problemi, e se anche non ne avessi, avrei altre priorità. Rilevo comunque il fatto che nessun fascista mi ha mai detto: "con te non parlo perché sei andato a parlare coi comunisti". Ovviamente ai fascisti di cui sopra questa cosa sembrerà normale: loro infatti pensano di essere migliori, e quindi, perché mai uno dovrebbe parlare coi peggiori? Sono stato educato così anch'io, a ritenermi migliore perché ero nato dalla parte giusta. Poi ho capito che il mondo è talmente ingiusto che una parte giusta non c'è, e ho cominciato a spogliarmi dalla logica dell'appartenenza. Non è semplice, ma se ce l'ho fatta io possono farcela anche quelli che vengono a darmi ripetizioni di purezza etnica marziana su Twitter, e a spiegarmi che il problema non è l'euro ma... Continuo a non capire perché dovrei impegnarmi in faticosi esercizi dialettici con chi ignora la differenza fra condizione necessaria e sufficiente, ma ora vi lascio, e poi torno con qualcosa di meno francofono...)
lunedì 4 aprile 2016
Ancora sulla logica eurista (terzo addendum): Belgio e USA
(...vi ricordo le puntate precedenti, sempre attuali: il manuale, il primo addendum, il secondo addendum...)
L'ultimo mese ci ha portato due ulteriori teoremi di impossibilità strepitosi. Vere chicche per intenditori: non crediate che tutti i piddini siano in grado di apprezzarne la portata, ma se li unite ai due precedenti...
Comunque, valutate voi:
1) Lo stato belga è fallito perché ha una struttura federale, quindi risolviamo il problema creando uno stato federale europeo.
(..eccerto! Perché se il problema è che fiamminghi e valloni non si parlano in Belgio, ovviamente la soluzione è costruire un'Europa dove i lituani parleranno coi portoghesi, no? Ma se in qualsiasi vocabolario - anche quello lituano - unione, cooperazione e coordinamento sono tre parole diverse, un motivo ci sarà, no?...)
2) Oggi ci vuole l'euro perché tutto è diverso, quindi costruiamo un sistema dove gli Usa sono costretti a finanziarci come al tempo del piano Marshall.
La (2) forse non è chiara a tutti, è un po' più sottile. Ci spendo due parole in più.
Dal tempo de Il tramonto dell'euro metto in guardia contro i pericoli insiti nel voler creare una valuta di statura mondiale mondiale (l'euro) senza volersi prendere la responsabilità di gestirla per rifinanziare gli squilibri che essa crea, e insisto sul fatto che ciò ci avrebbe messo in urto con gli Stati Uniti, che sarebbero fatalmente stati chiamati a "metterci una pezza" (per cui invece della pace locale, che non ci sta dando, l'euro ci avrebbe dato un conflitto globale). In termini aulici, un sistema che rinforza la Germania nel suo ruolo di venditore netto di beni e servizi al resto del mondo, costringe gli Usa a un ruolo di acquirente di ultima istanza, di sostegno unico e solo della domanda mondiale, ruolo che, oltre a non essere sostenibile ad infinitum (soprattutto se lo status di "moneta del mondo" acquisito dal dollaro viene messo in discussione), comunque non è sempre compatibile con gli obiettivi interni della politica economica statunitense (guardate il tira e molla della Yellen sui tassi: poverina, non sa che pesci pigliare, e non solo perché è una specialista di economia del lavoro...).
Il dilemma di Triffin non muore con Bretton Woods, e questo non so quanti lo abbiano capito in giro, come non so quanti intuiscano il ruolo del TTIP in questo quadro: uno strumento che garantisca finalmente agli Usa una posizione esportatrice netta verso l'Europa (come l'euro l'ha garantita alla Germania verso il Sud dell'Europa), in un mondo nel quale la capacità degli Usa di finanziarsi stampando dollari è progressivamente destinata ad affievolirsi.
Con queste premesse, abbiamo via via evidenziato la crescente insofferenza degli Usa verso gli atteggiamenti europei che esacerbavano queste tensioni. Un'insofferenza manifestatasi ad esempio nelle ricorrenti lamentele del Tesoro e più in generale dell'establishment americano verso il surplus tedesco (qui uno degli ultimi esempi), e nei crescenti contrasti in seno al Fmi (ricordate qui). A proposito di questi ultimi, avrete visto l'ultimo episodio. Non entro nel merito delle tante cose che qui sappiamo: l'uso delle crisi come metodo di governo, la natura intrinsecamente politica di organismi dichiarati tecnici, ecc. Questo è piuttosto banale per noi e ormai anche fuori da qui non possono nasconderlo.
Il punto che mi preme mettere in evidenza è quello del quale si accorge perfino il Financial Times:
Il Fondo monetario internazionale, dopo aver proposto il piano di aggiustamento del quale abbiamo indicato qui l'assurdità e il totale spregio dell'evidenza scientifica e della vita umana (nota: presidenta francese, capo economista francese - ma tanto keynesiano, signora mia! - e banche francesi più esposte di quelle tedesche verso la Grecia: cosa poteva venirne fuori?...), adesso si rende conto che non può mettersi in urto con tutti i paesi emergenti per continuare a finanziare gli squilibri causati dall'euro, e quindi vuole - pilatescamente - lavarsene le mani e lasciare il cerino alla Germania. Pilatescamente, perché gli squilibri, che il Fmi oggettivamente non ha creato (preesistevano al suo intervento), sono però oggettivamente stati amplificati dall'assurda ipotesi del Fmi che il moltiplicatore dell'economia greca fosse 0.5, per cui l'austerità avrebbe risolto tutto (mentre ha risolto solo i problemi di qualche banca francese).
A beneficio degli italiani medi, propongo una metafora calcistica: è un Francia-Germania 1 a 0 che simultaneamente equivale a un Europa-Usa 0 a 1. Ai feticisti delle quote rosa segnalo che buona parte di questo scontro si gioca fra tre gentili signore: Lagarde, Merkel, Yellen.
Il desiderio del Fondo di lavarsene le mani, sottraendosi alle critiche che esso stesso ha provocato quando si è fatto mandatario dell'interesse di un solo creditore (o gruppo di creditori), indica bene da quale parte verrà il rompete le righe: saranno gli Stati Uniti ad arrendersi all'evidenza e a riconoscere che la profezia di Kaldor, avverandosi, rischia di costar loro un sacco di soldi. A guerra fredda finita, l'euro è il modo più stupido e quindi più costoso di garantirsi uno stato cuscinetto fra impero americano e ex impero sovietico. Le tensioni in Europa sono costose, oltre che pericolose. Volendo essere precisi, questa situazione non è solo irrazionale, ma anche immorale. Abbiamo ridotto la Grecia a un paese del terzo mondo e ci stiamo buttando un sacco di soldi continuando a chiedere politiche controproducenti (ora e sempre tagli), quando in fondo di quei soldi ci sarebbe bisogno in giro per il mondo per finanziare lo sviluppo di paesi che tutto sommato stanno (ancora per poco) peggio di noi. Ma naturalmente, così come è assurdo pensare che la Germania si unisca a paesi più deboli per farli diventare più forti, è anche assurdo immaginarsi che istituzioni di chiara impostazione imperialistica agiscano per appianare le differenze fra centro e periferia dell'impero! Solo che ora il gioco sta sfuggendo di mano a tutti...
Naturalmente, prima che da queste verità si traggano le debite conseguenze deve andare in scena la "democrazia più grande del mondo". O almeno queste credo siano le intenzioni. Poi, ovviamente, ci può sempre essere qualche pazzo che pensa veramente di uscire dalla "stagnazione secolare" con una guerra mondiale, come può anche darsi che a questa si arrivi senza che nessuno lo abbia veramente voluto (credo sia sempre successo così), ma non abbia nemmeno fatto nulla per smontare il meccanismo istituzionale in vigore, il cui esito naturale è un crescente livello di conflittualità fra Europa e Stati Uniti (ampiamente previsto nel Tramonto dell'euro, perché ampiamente prevedibile).
E ora aspettiamo fiduciosi i prossimi QED, ricordandoci la saggezza popolare: il creditore fa i debiti, ma non le coperture...
L'ultimo mese ci ha portato due ulteriori teoremi di impossibilità strepitosi. Vere chicche per intenditori: non crediate che tutti i piddini siano in grado di apprezzarne la portata, ma se li unite ai due precedenti...
Comunque, valutate voi:
1) Lo stato belga è fallito perché ha una struttura federale, quindi risolviamo il problema creando uno stato federale europeo.
(..eccerto! Perché se il problema è che fiamminghi e valloni non si parlano in Belgio, ovviamente la soluzione è costruire un'Europa dove i lituani parleranno coi portoghesi, no? Ma se in qualsiasi vocabolario - anche quello lituano - unione, cooperazione e coordinamento sono tre parole diverse, un motivo ci sarà, no?...)
2) Oggi ci vuole l'euro perché tutto è diverso, quindi costruiamo un sistema dove gli Usa sono costretti a finanziarci come al tempo del piano Marshall.
La (2) forse non è chiara a tutti, è un po' più sottile. Ci spendo due parole in più.
Dal tempo de Il tramonto dell'euro metto in guardia contro i pericoli insiti nel voler creare una valuta di statura mondiale mondiale (l'euro) senza volersi prendere la responsabilità di gestirla per rifinanziare gli squilibri che essa crea, e insisto sul fatto che ciò ci avrebbe messo in urto con gli Stati Uniti, che sarebbero fatalmente stati chiamati a "metterci una pezza" (per cui invece della pace locale, che non ci sta dando, l'euro ci avrebbe dato un conflitto globale). In termini aulici, un sistema che rinforza la Germania nel suo ruolo di venditore netto di beni e servizi al resto del mondo, costringe gli Usa a un ruolo di acquirente di ultima istanza, di sostegno unico e solo della domanda mondiale, ruolo che, oltre a non essere sostenibile ad infinitum (soprattutto se lo status di "moneta del mondo" acquisito dal dollaro viene messo in discussione), comunque non è sempre compatibile con gli obiettivi interni della politica economica statunitense (guardate il tira e molla della Yellen sui tassi: poverina, non sa che pesci pigliare, e non solo perché è una specialista di economia del lavoro...).
Il dilemma di Triffin non muore con Bretton Woods, e questo non so quanti lo abbiano capito in giro, come non so quanti intuiscano il ruolo del TTIP in questo quadro: uno strumento che garantisca finalmente agli Usa una posizione esportatrice netta verso l'Europa (come l'euro l'ha garantita alla Germania verso il Sud dell'Europa), in un mondo nel quale la capacità degli Usa di finanziarsi stampando dollari è progressivamente destinata ad affievolirsi.
Con queste premesse, abbiamo via via evidenziato la crescente insofferenza degli Usa verso gli atteggiamenti europei che esacerbavano queste tensioni. Un'insofferenza manifestatasi ad esempio nelle ricorrenti lamentele del Tesoro e più in generale dell'establishment americano verso il surplus tedesco (qui uno degli ultimi esempi), e nei crescenti contrasti in seno al Fmi (ricordate qui). A proposito di questi ultimi, avrete visto l'ultimo episodio. Non entro nel merito delle tante cose che qui sappiamo: l'uso delle crisi come metodo di governo, la natura intrinsecamente politica di organismi dichiarati tecnici, ecc. Questo è piuttosto banale per noi e ormai anche fuori da qui non possono nasconderlo.
Il punto che mi preme mettere in evidenza è quello del quale si accorge perfino il Financial Times:
Il Fondo monetario internazionale, dopo aver proposto il piano di aggiustamento del quale abbiamo indicato qui l'assurdità e il totale spregio dell'evidenza scientifica e della vita umana (nota: presidenta francese, capo economista francese - ma tanto keynesiano, signora mia! - e banche francesi più esposte di quelle tedesche verso la Grecia: cosa poteva venirne fuori?...), adesso si rende conto che non può mettersi in urto con tutti i paesi emergenti per continuare a finanziare gli squilibri causati dall'euro, e quindi vuole - pilatescamente - lavarsene le mani e lasciare il cerino alla Germania. Pilatescamente, perché gli squilibri, che il Fmi oggettivamente non ha creato (preesistevano al suo intervento), sono però oggettivamente stati amplificati dall'assurda ipotesi del Fmi che il moltiplicatore dell'economia greca fosse 0.5, per cui l'austerità avrebbe risolto tutto (mentre ha risolto solo i problemi di qualche banca francese).
A beneficio degli italiani medi, propongo una metafora calcistica: è un Francia-Germania 1 a 0 che simultaneamente equivale a un Europa-Usa 0 a 1. Ai feticisti delle quote rosa segnalo che buona parte di questo scontro si gioca fra tre gentili signore: Lagarde, Merkel, Yellen.
Il desiderio del Fondo di lavarsene le mani, sottraendosi alle critiche che esso stesso ha provocato quando si è fatto mandatario dell'interesse di un solo creditore (o gruppo di creditori), indica bene da quale parte verrà il rompete le righe: saranno gli Stati Uniti ad arrendersi all'evidenza e a riconoscere che la profezia di Kaldor, avverandosi, rischia di costar loro un sacco di soldi. A guerra fredda finita, l'euro è il modo più stupido e quindi più costoso di garantirsi uno stato cuscinetto fra impero americano e ex impero sovietico. Le tensioni in Europa sono costose, oltre che pericolose. Volendo essere precisi, questa situazione non è solo irrazionale, ma anche immorale. Abbiamo ridotto la Grecia a un paese del terzo mondo e ci stiamo buttando un sacco di soldi continuando a chiedere politiche controproducenti (ora e sempre tagli), quando in fondo di quei soldi ci sarebbe bisogno in giro per il mondo per finanziare lo sviluppo di paesi che tutto sommato stanno (ancora per poco) peggio di noi. Ma naturalmente, così come è assurdo pensare che la Germania si unisca a paesi più deboli per farli diventare più forti, è anche assurdo immaginarsi che istituzioni di chiara impostazione imperialistica agiscano per appianare le differenze fra centro e periferia dell'impero! Solo che ora il gioco sta sfuggendo di mano a tutti...
Naturalmente, prima che da queste verità si traggano le debite conseguenze deve andare in scena la "democrazia più grande del mondo". O almeno queste credo siano le intenzioni. Poi, ovviamente, ci può sempre essere qualche pazzo che pensa veramente di uscire dalla "stagnazione secolare" con una guerra mondiale, come può anche darsi che a questa si arrivi senza che nessuno lo abbia veramente voluto (credo sia sempre successo così), ma non abbia nemmeno fatto nulla per smontare il meccanismo istituzionale in vigore, il cui esito naturale è un crescente livello di conflittualità fra Europa e Stati Uniti (ampiamente previsto nel Tramonto dell'euro, perché ampiamente prevedibile).
E ora aspettiamo fiduciosi i prossimi QED, ricordandoci la saggezza popolare: il creditore fa i debiti, ma non le coperture...
venerdì 1 gennaio 2016
Le responsabilità della Germania, e quelle degli Stati Uniti
Nei finti stati
federali di derivazione anglosassone (Stati Uniti d’America, Canada, Australia…)
ultimamente si porta molto l’idea secondo cui la Germania dovrebbe finalmente
prendersi le sue responsabilità di leader regionale, e laddove non lo faccia,
sarebbe sua la colpa del fallimento del progetto europeo.
Una variante del tema
“Germania cattiva” caro alle nostre élite, le stesse per le quali fino a ieri la Germania era un esempio.
Volete esempi di
questo atteggiamento?
Qui trovate un
illustre esempio
a stelle e strisce, e qui un meno illustre, ma ugualmente interessante, esempio a stelle e Union
Jack. Notate che quando parlano di uccisione del progetto europeo (come
Kruggy) o di proposte antieuropee (come Billy) i simpatici anglosassoni partono,
nemmeno troppo implicitamente, dall’ipotesi che questo progetto sia valido, che
ostacolarlo sia un errore. Un’ipotesi che alcuni di loro (in particolare
Kruggy) in altri tempi hanno dimostrato essere falsa, ma attenzione: qui non è
nemmeno un caso di rivolgimento di gabbana come quelli che stanno costellando
le nostre cronache (le alate parole postume di Sforza
Fogliani contro l’Europa, con annesso elogio di Padoa Schioppa, le avete
lette? Un altro di quelli che finché toccava a noi stava zitto…). No, gli
illustri colleghi non sono voltagabbana: è proprio che non ci arrivano. Non
riescono a capire che i 28 Stati dell’Unione Europea non potranno mai federarsi
come i 7 “stati” australiani o i 50 “stati” che compongono gli USA. La differenza
fra uno Stato europeo e uno “stato” di una pseudo-federazione anglosassone è
molto semplice, e la detta una forza alla quale né io né voi né nessun altro
può opporsi: quella della storia. Gli Stati europei sono caratterizzati da
identità nazionali più o meno forti, costruite, fra l’altro, aggregando con metodi
che sappiamo una serie di identità territoriali (e in qualche modo esse stesse
nazionali) subordinate. Gli “stati” come il Wisconsin o Queensland sono
(macro)regioni di uno stato nazionale dalla forte identità fortemente condivisa
(lingua inglese, common law, ecc.), costruita in tempi recenti facendo tabula
rasa di tutto quanto si trovasse sul territorio di insediamento. Cosa ciò
comporti in termini di integrazione fiscale (e quindi di sostenibilità di una
moneta unica) per gli Stati Uniti dovremmo saperlo perché ce l’hanno spiegato Bayoumi e Eichengreen
(1992). In Australia le cose vanno così: alcuni australiani (ovviamente non
quelli che ci guadagnano) non sembrano entusiasti né del loro federalismo
orizzontale, né di quello
verticale, ma resta il fatto che per un abitante del Queensland un abitante
della Tasmania è meno straniero di quanto lo sia un portoghese per un lettone.
Ci siamo?
Ecco.
Questo i
simpatici anglosassoni proprio non lo capiscono, e quindi proprio non si
rendono conto del perché la Germania non voglia cooperare. La limitata capacità
di comprensione sfocia sempre nel moralismo, e quindi eccoli lì, i nostri
simpatici abitanti degli Stati Uniti d’America o del Commonwealth degli Stati
Australiani, col ditino puntato verso la Germania (ah, i ditini!...).
Ma, scusate, se
proprio di responsabilità dobbiamo parlare, allora facciamolo fino in fondo.
Perché se si
chiede alla Germania, come leader politico regionale, nonché gestore tramite l’UE
delle regole di governance europee, di prendersi le sue responsabilità favorendo l’evoluzione delle regole
fiscali europee nel senso di una maggiore integrazione (e quindi solidarietà),
corrispondente a quanto razionalmente occorre per la sopravvivenza di una
unione monetaria, allora si dovrebbe anche chiedere agli Stati Uniti, come leader
politico mondiale, nonché gestore tramite il FMI del sistema monetario
internazionale, di prendersi le loro responsabilità, favorendo l’evoluzione del sistema monetario mondiale verso
un assetto più razionale. E la razionalità del sistema monetario internazionale
punta in una direzione indicata dalla
storia e dalla
logica economica: quella di una maggiore flessibilità (incidentalmente
noto, non me ne vogliano gli idealisti a pancia piena, e nemmeno quelli a
pancia vuota, che sarebbe strano che storia e logica economica fossero
ortogonali).
Insomma: questa
merda di sistema l’hanno voluta gli Stati Uniti, ce
lo siamo detto e ridetto. Bene: ora che non funziona, ed è evidente che non
funziona, dovrebbero essere loro a prendersi la responsabilità di smontarlo,
invece di giocare a scaricabarile con la Germania, le cui responsabilità sono
evidenti, ma che è comunque uscita dalla Seconda guerra mondiale come paese
sconfitto, e fino al 1999 si è mantenuta sostanzialmente subalterna (come a
sconfitto si conviene).
Ma questa
riflessione nessuno la fa mai, e nessuno pone mai questa domanda.
Nessuno?
Non è esatto.
Come abbiamo visto (e lo avremmo comunque intuito anche senza che ce lo
dicessero), quando si trattò di salvare la Grecia, stanziando 110 miliardi di
euro (perché la situazione era stata lasciata incancrenirsi a sufficienza), al
FMI volarono stracci fra gli USA, che volevano tenere i cocci dell’Eurozona
insieme per motivi geopolitici, da una
parte, e Brasile e India dall’altra. A indiani e brasiliani della geopolitica
del Mediterraneo non gliene importa una beata fava: è il laghetto dove gli USA
si trastullano con le loro naumachie, mentre 110 miliardi, inutile negarlo, son
bei soldi! Sai quanti Risiko ci compri? Al prezzo attuale, circa tre miliardi:
uno ogni due abitanti del pianeta. Hai voglia a gioca’!
Peraltro, un
appello alla responsabilità degli Stati Uniti come gestori del “non sistema”
monetario internazionale lo aveva emesso anche uno de passaggio, il governatore
della PBOC, quando nel 2009 chiese agli Stati Uniti di convocare una nuova Bretton Woods.
Bene: se le cose
vanno male qui in Italia, e se veramente dovrà arrivare la troika, il buco da
tappare sarà più grande che in Grecia, ci siamo? Ecco: allora immaginatevi un
po’ voi come si metterà fra gli Stati Uniti e
i BRIC, soprattutto considerando un fatto ormai conclamato: il fatto che questi salvataggi non
salvano nessuno, cioè il fatto che i finanziamenti erogati sono a fondo perduto
(o meglio: trovato nelle tasche tedesche…). A un brasiliano
quanto glie ne può fottere di mettere i soldi per salvare le banche tedesche
affinché l’Italia resti monetariamente saldata alla Germania evitando di mettere in discussione la coesione
geopolitica europea? Credo non moltissimo. Senza contare il
fatto che i maggiori
economisti anglosassoni hanno chiaramente detto quanto vediamo: ovvero che
l’aggancio monetario avrebbe compromesso la coesione politica (e le loro teorie
oggi sono state riportate all’attenzione dei decisori politici).
Certo, può durare
ancora molto. Ne parlavo prima con Martinetus, esternandogli questa analisi che
volevo condividere con voi. Ma non per sempre. Non è solo Germania contro PIGS.
È, anche se si vede di meno, USA contro BRIC. Se volete dirmi che la
razionalità nelle scelte umane non sempre prevale ecc. sono d’accordo. Ma voi
sarete d’accordo con me che dal punto di vista degli Stati Uniti, nel bene e
nel male, sarebbe molto più razionale cercare di smantellare in modo ordinato l’euro.
Un argomento che,
fra l’altro, sviluppa Stefan Kawalec in questo working paper. Voi
lasciate stare che noi non vogliamo il TTIP (Stefan sì, è liberista). L’argomento
di Stefan però è che euro e TTIP sono in contraddizione. Se l’argomento fosse
fondato (potete valutarlo) si aprirebbe una linea di faglia che potrebbe
modificare il panorama. Non necessariamente in meglio (Quarantotto ci
ammonisce). Ma modificarlo.
Forse, anziché
rivolgersi alla Germania con un accorato “Franti, tu uccidi l’Europa!”, il
Direttore USA farebbe meglio ad applicare a se stesso l’aurea massima “ubi
commoda ibi et incommoda”, e a metter mano, nel suo interesse, alla rimozione
di questo spiacevole errore di percorso nel cammino della Storia, un errore che
solo la naïveté di chi proveniva da un paese senza storia poteva essere indotto
a compiere.
Ah, e
naturalmente: più
Australia! (per tutti).
(...e se c'è ancora un KPO in questo blog...)
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