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martedì 1 gennaio 2019

Le illusioni (ottiche) perdute

Fine anno, tempo di bilanci.

Quello dello Stato ci ha occupato a lungo. Fedele al mio principio "rigore è quanto arbitro fischia, legge è quando esce in Gazzetta", ora potrò commentarlo con voi. A qualche comma ho lavorato, e magari potrà interessarvi sapere com'è andata, quanto lavoro c'è dietro quelle parole, anche quando non vi soddisfano.

Ma oggi mi preme soprattutto un altro bilancio, più personale, anche se non meno politico: quello della mia attività nel dibattito, svolta soprattutto attraverso questo blog. Tirare una linea, sette anni dopo, non è facile. Cosa mi proponevo con questo blog? Mi sono avvicinato all'obiettivo? Cosa posso fare per avvicinarmi ulteriormente? Lo sforzo c'è stato, credo che lo si veda. Quello che leggete è l'ultimo di 1965 post, che complessivamente hanno ricevuto in sette anni quasi 37 milioni di visualizzazioni.

Il rendimento qual è stato?

Rispondere è arduo, per un motivo che cerco di spiegarvi come posso. Le tante manifestazioni di affetto, di solidarietà, di sostegno che ho ricevuto e ricevo da voi, come pure quelle di segno contrario, le critiche, le manifestazioni di dissenso, di delusione, mi rinviano tutte, per un verso o per un altro, a un dato ineludibile: posto che ognuno di voi è (legittimamente) il centro del suo mondo, di Alberto Bagnai non ce n'è uno, ma ce ne sono tanti quanti siete voi. Detto in sintesi: voi credete di seguire me, ma in realtà seguite, inevitabilmente, voi stessi: quel pezzo di voi stessi che è il vostro "me", il "me" che pensate vi abbia detto le cose che desideravate sentirvi dire. Può darsi che quello che desideravate sentirvi dire abbia coinciso con quello che desideravo dirvi, almeno per un certo periodo di tempo, come può anche darsi che a un certo punto questa felice coincidenza si sia dissolta, magari perché sono cambiato io, o perché siete cambiati voi. Non c'è nulla di male: ognuno di noi fa propri gli autori in cui si imbatte: li legge con le lenti della propria esperienza, li adatta alle esigenze tattiche della propria battaglia quotidiana, se ne serve per ottenere ciò che desidera.

Quante volte mi avrete sentito dire spazientito: "Se mi seguite, seguitemi!", quando mi sembrava che vi foste persi qualche pezzo (dalla definizione di cambio reale a passaggi più banali, organizzativi, come la data del nostro convegno)? Ma mi rendo conto di essere stato qualche volta ingiusto. Ognuno di voi seguiva il "suo" Alberto, e non era colpa sua se questi non coincideva col "mio".

Tanto per farvi un esempio concreto: a giudicare da certe esternazioni recenti nella cloaca di Twitter, mi sembra che quasi nessuno abbia letto le uniche due interviste che ho rilasciato dopo l'estate, quella su Il Mattino, e quella su La Verità. Che dite, volete approfittare delle vacanze per recuperare il tempo perduto? Mi fareste la cortesia, anche se le leggeste allora, di rileggerle oggi, magari cercando, con l'immaginazione o con Google, di ricordare quale fosse la situazione al tempo in cui le interviste vennero rilasciate? E magari vedendo dove siamo arrivati?

E dai, fatemelo questo regalo! Magari, più sotto, vi spiego perché vi chiedo questa cortesia...










































Fatto?































Andiamo avanti?


































Bene!

Tornando al punto in cui ci eravamo interrotti, resta da decidere se il bilancio di questa attività, la valutazione di quanto questa sia riuscita a incidere, vada effettuato sull'Alberto che penso di essere, o sulla moltitudine dei vostri Alberti personali. Il primo compito è difficile, il secondo impossibile, anche per motivi di spazio, e quindi non ci resta che una scelta, la prima. Do quindi per scontato che questo bilancio deluderà tutti voi, appunto perché ognuno è il centro del proprio mondo, lo stratega della propria battaglia, e il detentore della propria verità: rassegnarsi ai mondi, alle battaglie e alle verità altrui non è difficile: è impossibile. Quello che cercherò di dirvi vi sembrerà quindi necessariamente falso (artificioso, strumentale, narcisistico, apologetico, pleonastico, ecc.).

Ma altro da dirvi, io, non ho, e quindi ve lo farete bastare.

Per rispetto del vostro tempo, in questo giorno così significativo dell'anno, vi faccio l'abstract, come si fa nei pèiper, così, esattamente come quando si leggono i pèiper, i più pigri potranno tranquillamente voltare pagina, o saltare alle conclusioni.


Abstract - A me sembra di avervi voluto dire in questi sette e più anni due sole cose: che la democrazia, intesa come rispetto della sovranità popolare che si esprime attraverso il voto, è importante, e, in subordine, che una delle principali insidie nella quale essa oggi incorre è la costante manipolazione esercitata dai media. Qui ci siamo occupati di fake news, e sul serio, ben prima che il tema venisse tirato fuori strumentalmente per criminalizzare il dissenso politico, evidenziando in particolare (ma non solo) il tentativo orwelliano di riscrittura del passato messo in opera per "controllare il futuro" (cioè per condizionare lo vostre scelte) da chi controlla(va) il presente. Nell'abstract di solito i risultati non si mettono, ma per farvi un favore vi sintetizzerò anche quelli: in tutta evidenza, non sono riuscito a farmi capire. Due cose volevo dire, e due cose non sono state capite. In sette anni. Quindi, ho fallito.


(...se a qualcuno interessa, aggiungo anche che ho elaborato il lutto: se non avessi sviluppato questa capacità, non potrei fare il lavoro che faccio...)

Segue svolgimento.

Tutti ricordiamo come ci incontrammo.

Il blog venne aperto sull'onda di un moto di indignazione: la mia, per il rifiuto opposto dalla redazione de lavoce.info alla richiesta di pubblicazione de I salvataggi che non ci salveranno (che così divenne il primo post di questo blog). La tesi dell'articolo era scientificamente fondata: la nostra crisi non dipendeva dal debito pubblico. La fondatezza è dimostrata, fra l'altro, dal fatto che le stesse persone che l'avevano respinta se ne appropriarono nel loro personale 8 settembre, che era il 7 settembre del 2015, proponendo come loro risultato originale un'analisi che non solo non era loro, ma (come poi scopersi) non era originale nemmeno quando, con quattro anni di anticipo su quelli bravi, su iCoNpetenti, l'avevo pubblicata qui. Fu uno di voi, non ricordo chi, a farmi notare che quanto io avevo scritto a novembre 2011 era stato scritto nell'ottobre dello stesso mese sul Bollettino economico della Bce: la crisi che stavamo, e stiamo, vivendo non dipendeva dal debito pubblico, ma da quello privato.

Gli squilibri erano nel settore privato, non nella finanza pubblica allegra...

Oggi rendersene conto è facile. Allora lo era un po' meno. Io ci ero arrivato da solo, e con me altri sparsi per il mondo, ma l'ortodossia negava: poi si piegò, confermando che la mia indignazione non era l'isteria di un autore lunatico indispettito per il sereno responso di un lettore "coNpetente", ma aveva un fondamento, naturalmente di natura politica. I redattori avevano censurato il mio articolo perché in base a un ragionamento scientifico preconizzava il fallimento delle politiche di quello che allora era un loro, e oggi è un mio collega: Mario Monti. Il fallimento poi ci fu, e ancora ne portiamo le cicatrici, che si vedranno nella storia economica del paese per decenni e forse secoli a venire. Di questo fallimento l'articolo spiegava partitamente e inoppugnabilmente le ragioni: curare una crisi di debito privato come se fosse una crisi di debito pubblico (cioè con l'austerità), tagliare la gamba, se non sana, meno malata... e poi stupirsi che il paziente non riesca a correre!

Ma non bisognava disturbare il manovratore, o almeno la redazione non voleva farlo: aveva judo...

Questo, qui, ce lo siamo detti mille volte. Gli aspiranti Pulitzer che grufolano fra queste pagine, mentre incombe su di loro lo scatolone di cartone col quale si troveranno in mezzo a una strada, forse ignorano questa storia, o forse vorranno strumentalizzarla a uso delle loro gazzette che nessuno legge più: facciano! Male che vada, porteranno qui altri lettori, che scopriranno come quello che essi intravedono confusamente nel 2018 fosse stato descritto per filo e per segno nel 2011... dalla BCE!

Questa esperienza, voi, l'avete già fatta: ma ad altri potrebbe tornare utile...

(...cari aspiranti Pulitzer: io vi vedo e vi piango. Quello che viene scritto su questo blog, dove scrivo solo io, ha una sua speciale caratteristica. Quale? Chiedetelo a Macron...)

Tuttavia credo che abbiate dimenticato, almeno a giudicare da come una minoranza rumorosa di voi si comporta, che era stato un ben altro facit indignatio a farmi entrare nel dibattito!

Erano state le agghiaccianti parole di Aristide, sulla scaletta dell'aereo che ci riportava a Parigi da Ouagadougou (per mero caso, la città dove era stato assassinato Sankara!). Quelle parole mi pervasero di un orrore che, tanti anni dopo, non riesco a scrollarmi di dosso: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa." Questo nauseabondo paternalismo non mi sorprese più di tanto: conoscevo abbastanza la sinistra, essendomi riconosciuto antropologicamente in essa per anni, da sapere di quanto feroce disprezzo verso il popolo essa fosse e sia irrimediabilmente intrisa. La cosa sbalorditiva, mi ripeto: agghiacciante, era che esso venisse ostentato, rivendicato, con orgoglio, quasi a ulteriore riprova della superiorità morale e politica di chi lo faceva proprio...

Tenni dentro di me queste parole per un anno, mentre assistevo, passo dopo passo, allo sprofondare della Grecia. Ogni mese, ogni settimana, ogni giorno ci allontanava visibilmente dall'obiettivo in nome del quale qualcuno aveva ritenuto giusto che tanti sacrifici venissero sopportati da tutti gli altri. Poi, come ricorderete, nell'agosto del 2011 scrissi per il Manifesto/Sbilanciamoci un articolo che svegliò molti di voi.

Ammetto che in termini politici quell'articolo non fosse un capolavoro: una parte del paese, per di più quella che ritiene di essere per diritto divino migliore dell'altra (la sinistra) veniva messa di fronte a una sgradevole alternativa: ammettere di essere composta da imbecilli, o da traditori (con ogni possibile combinazione convessa). Il tradimento del lavoro era lì, sotto gli occhi di tutti: quegli stessi sindacalisti che oggi scendono in piazza contro quota 100 e il reddito di cittadinanza erano stati acquiescenti di fronte a decenni di caduta, lenta ma inesorabile, della quota salari, allo smantellamento di tutti i presidi a tutela dei lavoratori... Quanto alla "non particolare brillantezza" (diciamo così) dei miei interlocutori "de sinistra", questa risaltò in tutto il dibattito che ne seguì (qui un punto saliente, e qui un abisso particolarmente significativo, soprattutto col senno di poi, che per me era stato come di consueto il senno di prima...). Ogni successiva occasione di incontro sgretolava il pilastro sul quale aveva poggiato la mia Bildung: l'idea che la sinistra, pur con tutti i suoi umani difetti (fra cui il disprezzo dell'umanità), fosse comunque il luogo in cui albergava la cultura, e la libertà di espressione. L'evidenza, dolorosa, era lì: mi ero accompagnato per anni a degli imbecilli traditori, di cui ero stato correo, perché avevo creduto a quanto mi era stato insegnato: che io ero nato dalla parte giusta, dalla parte di quelli che avevano vinto una guerra che il paese aveva perso, e l'avevano vinta perché erano migliori degli altri.

Tuttavia in politica, come in generale nella vita, bisognerebbe sempre lasciare una via di fuga all'avversario, soprattutto se è un imbecille, e naturalmente a meno che non si abbiano sufficienti divisioni da potersi permettere il lusso di considerarlo un nemico, ed annientarlo. Nel mio caso una evidente sproporzione di forze in effetti c'era, ma era tutta a mio svantaggio! Ero solo. Eppure, indipendentemente dalla mia volontà, la logica del ragionamento economico vie di uscita non ne lasciava. Se anche avessi voluto, l'onestà intellettuale imponeva di dire le cose in quel modo, perché in quel modo stavano. E poi, proprio perché ero solo, non avrei mai pensato che quell'articolo avrebbe avuto tanta risonanza, tanto più perché si rivolgeva alla ristretta cerchia della "sinistra de sinistra". Era un urlo di rabbia: non volevo costruire nulla, perché non pensavo che sarei riuscito a costruire nulla, e soprattutto perché non pensavo che spettasse a me costruire qualcosa. Nonostante non mi sentissi particolarmente rappresentato da nessuno, ritenevo comunque di vivere in una democrazia rappresentativa: la politica non era affar mio, avevo delegato, col voto, e aspettavo che qualcuno aprisse gli occhi...

Non sapevo, allora, quanto la mia attesa sarebbe stata vana. In effetti, ignoravo che quanto mi indignava nell'atteggiamento di Aristide era in realtà il distillato di una lucida e consapevole filosofia politica, quella del cosiddetto federalismo europeo. L'uso deliberato delle crisi, in particolare di quelle economiche, come strumento di "avanzamento del progetto" era stato teorizzato da personaggi quali Albertini o Spinelli, e questo non lo dico io: lo dicono, e ne menano vanto, i federalisti stessi! La costruzione consapevole e deliberata (mi ripeto: deliberata) di una struttura imperfetta, assistita da regole stupide, condotta con la pretestuosa illusione di aggiustarla sulla spinta di una crisi, trascurando il fatto che durante le crisi i rapporti di forza (fra capitale e lavoro, fra potenze e colonie...) necessariamente vivono una situazione di patologico squilibrio, e che le riforme condotte a colpi di crisi altro esito non possono avere che quello di cristallizzare queste patologie. "Un giorno ci sarà una crisi...". L'uso deliberato (mi ripeto: deliberato) della violenza economica, e in particolare del vincolo esterno, come manganello per costringere i popoli ad avanzare in una strada che non si erano scelti: nulla poteva sembrarmi più fascista, e lo dissi.

Quante altre cose non sapevo, che, se le avessi sapute, mi avrebbero vieppiù inorridito! Non conoscevo ancora la dichiarazione di voto di Giorgio Napolitano contro l'entrata nello SME (la trovate a pag. 24992). Sembra scritta da Krugman oggi, in uno dei suoi sprazzi di lucidità, ed invece era verosimilmente stata scritta da Spaventa allora, nel 1978.

Sapevano.

Col tempo acquistai la lancinante certezza che tutti quelli che mi trovavo schierati in difesa di un sistema le cui contraddizioni stavano esplodendo con violenza, avevano denunciato le stesse contraddizioni, con le mie stesse parole (perché erano le parole giuste) ma con maggiore lucidità della mia, oltre trent'anni prima di me.

Sapevano.

Pochi mesi dopo aver lanciato quel grido di rabbia, in agosto, preconizzando la caduta di Berlusconi (oggi mi dicono che nei salotti della Roma che conta la caduta che io credevo di prevedere ad agosto era già data per fatto assodato a luglio: ma allora ero un outsider, non potevo contare su informazioni privilegiate, come potevano allora molti di quelli che oggi frequento, e non potevo ricevere certe visite, come quelle che ricevettero alcuni miei nuovi amici...), pochi mesi dopo, dicevo, partì il blog, in novembre.

La domanda sottesa a tutti gli articoli che si affastellavano, motivati dalle vostre domande, o dall'intervento di qualche pirla di passaggio, come ne abbiamo visti e ne vedremo a decine, era però sempre la solita: come avevamo fatto a cascarci? Perché, in effetti, ci eravamo cascati un po' tutti, o, se non tutti, la maggioranza, che in democrazia è la stessa cosa (more on this later).

La risposta era sotto gli occhi: quotidianamente assistevamo alla distorsione dei fatti economici perpetrata dai media. Prima ancora di leggere con trasporto e con un senso di liberazione libri quali Gli stregoni della notizia o La fabbrica del falso, ragionando per induzione ricostruivamo i meccanismi retorici attraverso i quali verità parziali diventavano mattoni per costruire il falso, per inculcare al lettore un'immagine delle dinamiche economiche unilaterale e moralistica: la raffigurazione di un mondo dove un debito non è mai anche un credito, dove una svalutazione non è mai anche una rivalutazione, dove una esportazione non è mai anche un'importazione. Una medaglia con una sola faccia, priva di coerenza logica, ancor prima che scientifica, ma forse per questo ancor più attraente per gli inesperti. L'esposizione sistematica di questa retorica sarebbe arrivata dopo, con La crisi narrata, di cui qui vi anticipai la prefazione.

Giorno dopo giorno, post dopo post, emergeva che un pezzo importante del colossale fallimento della democrazia nel quale vivevamo era direttamente riconducibile alle dinamiche del sistema dei media, quelle dinamiche sulle quali Gramsci aveva le idee piuttosto chiare: ma Gramsci, per la sinistra cui mi rivolgevo, è ormai un santino, un elemento da venerare per soddisfare una naturale ma sterile pulsione identitaria, guardandosi però bene dal leggerlo (e quante volte ci siamo imbattuti in questo atteggiamento)!

Così, accanto alla riflessione su come si potesse ripristinare un ordine economico che liberasse l'esercizio della democrazia da quel senso di urgenza fasulla (FATE PRESTO!), descritto così bene nelle prime pagine de La costituzione nella palude, dall'oppressione di una perenne crisi, dal peso dei sacrifici da fare quando le cose vanno male perché le cose stanno andando male, e quando le cose vanno bene perché bisogna riparare il tetto quando non piove (cioè perché le cose vanno bene), insomma: dei sacrifici da fare sempre, accanto alla riflessione su quali forze politiche, e, soprattutto, quali nuovi rapporti di forza, avrebbero potuto consentire ai popoli europei di riprendere un percorso di autodeterminazione, di poter realmente progettare un proprio futuro, invece di agire sempre reattivamente a eventi catastrofici amplificati da regole completamente irrazionali, accanto a questa riflessione, nel blog si sviluppava quella su come difendersi dalla costante manipolazione cui siamo sottoposti. Un pezzo importante della crisi, come ci ha insegnato il Pedante, è appunto la sua narrazione: è questa a influire in modo determinante sulle decisioni politiche.

Il governo che sostengo, finalmente, sta cominciando ad affidare al mercato gli aedi del mercato: sine, ut mortui sepeliant mortuos suos. Lo ritengo un provvedimento giusto: pluralismo non è quando molte voci dicono la stessa cosa, ma quando poche voci dicono cose diverse. Lo spazio lasciato libero da chi non riuscirà a sopravvivere in un mercato non drogato da sussidi diretti e indiretti (e su questi ultimi c'è ancora tanto lavoro da fare) verrà occupato da altri: cambieranno i suonatori, e forse, chissà, anche la musica.

Questo per il futuro.

Oggi, però, dopo sette anni passati a vagliare, riscontrandole sulle fonti primarie, le sciocchezze che ci vengono ammannite, spesso anche da voci autorevoli o presunte tali (a partire dalla favolosa "inflazione a due cifre negli anni '90"), mi aspetterei che anche prima che il mercato ci sbarazzi da chi lo proclama igiene del mondo, voi esercitaste un minimo di attenzione critica verso certe notizie, esattamente come da chi segue un blog nato per denunciare un metodo di governo e una filosofia politica intrinsecamente antidemocratica perché paternalistica (quella secondo cui gli aristoi di sinistra sanno ciò che è bene per il popolo, e lo conducono col vincastro del vincolo esterno verso le magnifiche sorti e progressive da essi determinate), mi aspetterei un minimo di sensibilità democratica.

Ma non è così, e non lo è al punto che certe volte veramente io boh...

(...tradotto: mi chiedo veramente cosa ci stiate ancora a fare qui e chi crediate di avere letto...)

Faccio un esempio molto semplice, che riguarda il mio partito. Qualche giorno fa io e i miei colleghi abbiamo appreso con un certo divertimento che "la Lega era scesa al 32%". In quelli che come me se la ricordavano al 4% questi titoli promuovevano una franca ilarità. A pensar male si fa peccato, naturalmente. Eppure, leggendo non tanto i sondaggi, quanto il modo in cui ci vengono ammanniti, è difficile sfuggire a una sensazione: quella che i risultati della Lega vengano esaltati per preoccupare i nostri alleati, e poi magari depressi per preoccupare noi, sempre nel tentativo di spaccare la coalizione, che però (mi dispiace) non si spacca, anche perché Salvini avrà tanti difetti, ma non è Theresa May (per citare un esempio illustre di persona andata alle urne con un sondaggio in tasca: quello sbagliato!).

Il gioco è trasparente: chi potrebbe caderci?

Purtroppo... voi!

Ve lo dimostro con un grafico, questo:

Qui trovate, da sinistra verso destra, il risultato della Lega alle politiche (poco sotto il 18%), quello dei sondaggi attuali (il 32%), quello che occorrerebbe per governare da soli (posto che sia un obiettivo sensato: il 51%), e quello che i tuttosubitisti, nella loro percezione appannata, evidentemente ritengono che noi abbiamo: il 100%.

Io adoro i tuttosubitisti!

Poverini: non è colpa loro se non si rendono conto che la Lega non è "scesa dal 35% al 32%", ma salita dal 4% al 17%. Non esiste nessuna discesa di tre punti: esiste una crescita di tredici punti, che però arriva a un culmine ben inferiore al 32%. Ma loro niente! Duri come il ferro, cadono nell'illusione ottica di chi vuole dipingerci come un partito di maggioranza assoluta, un partito al 51%, che dico, al 100%, al 1000% dei consensi, per poi poter presentare come sconfitte i nostri risultati. Questi, certo, non sono sempre pienamente conformi a quanto magari avremmo desiderato ottenere (siamo in coalizione, e lo stesso vale per i nostri alleati): ma, soprattutto, i nostri risultati non sono quasi mai conformi a quelli che avrebbe auspicato il PD (che, non dimentichiamolo, ancora esercita sui media una determinante egemonia culturale). Non è strano che il PD, pardon: i media, li dipingano come nostre sconfitte: perché sono sconfitte loro!

Insomma: i giornali battono la grancassa, per motivi tanto leciti quanto evidenti, ma i nostri amici tuttosubitisti si bevono la qualunque, a testimonianza del fatto che non hanno letto questo blog, ma un altro, che l'Alberto che hanno seguito non era il mio, ma il loro.

Se avessero letto questo blog, narraFFioni come quella del "momento Tsipras" incuterebbero in loro un certo sospetto, mica per altro: per chi le diffonde! In effetti, i lettori di un blog che dal primo articolo ha smascherato la fallacia delle politiche montiane (ricostruendone le intenzioni redistributive) e per sette anni ha evidenziato le bufale dei giornali, forse non dovrebbero prendere troppo sul serio quanto dice Monti su un giornale (e soprattutto su Il Giornale). In questo, come in tanti altri casi, più che chiedersi che cosa stia dicendo il pensatore di turno, occorrerebbe chiedersi perché lo stia dicendo, e perché ora. Ma il tuttosubitista è deluso: ultimo esemplare di quella lunga teoria di amanti tradite che ha punteggiato col proprio isterico starnazzare le pagine di questo blog, ulcerato dalla perdita delle sue illusioni, il tuttosubitista prorompe in strepiti e improperi: "Hai traditoooh! Volevi solo la poltronaaah! Caporettoooooh!"...

E questo perché?

Perché con il 17% dell'elettorato, di cui si stima che solo un terzo ci abbia scelto per la nostra motivata critica del progetto europeo, quindi, di fatto, con uno 0.3x0.17=0.051=5.1% dell'elettorato, non abbiamo ancora realizzato una cosa che non è nel contratto di governo per i noti motivi!

Povero tuttosubitista! Gli siamo vicini nell'elaborazione del suo lutto, ma non possiamo fare a meno di constatare che le sue illusioni perdute sono, prima di tutto, illusioni ottiche. La Lega, unico partito che avesse messo in programma un serio ripensamento del progetto europeo, ha il 17%, e in Parlamento lavora (bene) con quello, non con il millanta per cento che i giornali e la percezione distorta dei boccaloni che ancora li leggono gli attribuiscono. Diciassette per cento significa un sesto degli elettori, di cui forse il 5% (che significa un ventesimo) ha una qualche consapevolezza delle dinamiche che vi ho descritto fin qui. Notate bene: è un risultato enorme, epocale! In nessun altro paese europeo esiste una minoranza così forte da aver portato in Parlamento tante voci critiche e consapevoli. Ma ai tuttosubitisti questo non basta: invece che l'inizio di una lunga guerra di indipendenza, lo considerano, per motivi strumentali, o semplicemente per mancanza di tempra, una sconfitta definitiva...

Ora, vedete, il dato politico è che stiamo parlando di quattro gatti: i tuttosubitisti sono un sottoinsieme degli zerovirgolisti! Appartengono cioè a quello che il violoncellista neoborbonico, amico degli amici del blog, chiama il PIP: "Partito Italiano Prefissi". Sì, insomma: quella coalizione in cui ricade chi ottiene risultati con uno zero davanti... Quindi, in effetti, visto che la politica si fa coi numeri (e magari anche col cervello) gli scleri di queste persone sono totalmente irrilevanti, se non per chi, come alcuni futuri Pulitzer (ricordatevi la scatola di cartone, amici...), esercita il lavoro pagato (ancora per poco) di grufolare fra queste pagine per redigere simpatici articoli di colore su giornali la cui rilevanza è anch'essa da prefisso telefonico.

Voglio essere più esplicito. Due giorni fa su Twitter ho segnalato un dato che a me sembrava paradossale:


Vi esorto a cliccare qui per seguire la discussione che ne è seguita e capire come siamo messi. Una estenuante maratona di scemenze e luoghi comuni, ma anche una sbalorditiva, disarmante incapacità della stragrande maggioranza di quella esigua minoranza che ha capito qualcosa (o crede di averlo capito) di argomentare nei riguardi di chi non ha ancora capito niente. Esattamente quello che mi aspettavo.

Ora, quello che speravo di avervi trasmesso, in tanti anni, era anche e soprattutto il senso di quanto profonde siano le radici del male, di quale battaglia sia necessario combattere sul piano culturale, prima ancora che politico, per costruire un minimo di coscienza dei processi in atto. Essere riusciti ad arrivare dove siamo è il primo passo per l'affermazione di un minimo di pluralismo nel dibattito. Ma un dibattito vero ancora non c'è stato: ne stiamo appena costruendo le premesse. Il fatto che alcuni di voi, nel loro eguccio più o meno ipertrofico, siano profondamente convinti di qualcosa che nella maggior parte dei casi, peraltro, non hanno nemmeno capito perché non riescono a ripeterla in modo convincente, non fa di essi una maggioranza. Essere convinti delle proprie idee è condizione necessaria di un'azione politica, ma è largamente non sufficiente. In politica non basta che siamo convinti noi: occorre che siano convinti anche gli altri!

Che i fascisti di Casapound, nel nobile intento di salire dallo 0,x% allo 0,y% (con y poco maggiore di x) urlino e strepitino che noi abbiamo traditooooh, che siamo diventati europeisti, e che quindi bisogna votare per loro perché sono puri e duri, io, questo, lo capisco, e lo guardo (dall'alto, perché ora sono in alto) con simpatia e umana solidarietà. Ma, appunto: loro sono fascisti! Da loro, certo, mi aspetto che ragionino come un federalista qualsiasi, come uno dei tanti (Albertini, Prodi, Spinelli, Padoa Schioppa...) che hanno apertamente teorizzato la necessità che la maggioranza sia guidata da una eletta minoranza. Casapound è il degno pendant di quegli intellettuali di princisbecco che oggi ci spiegano come la democrazia, signora mia, sia tanto sopravvalutata: quindi, averli contro non mi preoccupa!

Mi preoccupa di più chi dice di aver aperto gli occhi grazie a questo blog, ma poi viene qui a esprimere la sua frustrazione perché la Lega non ragiona come Aristide!

Ci dispiace, cari "tuttosubitisti non di Casapound" (posto che ve ne siano): non siamo fascisti come Casapound, e non siamo fascisti come la sinistra: per noi la democrazia esiste, e quindi la maggioranza va rispettata, come va rispettato il suffragio universale, nonostante ci veda al 17%, non al 100% (dove ci dipingete voi per i vostri ovvi motivi tattici). Ci dispiace molto anche per il prossimo lutto che dovrete elaborare, il più doloroso: perché tutto questo strepito, frutto di poca intelligenza o di molta furbizia, il cui unico esito dovrebbe essere quello di indebolirci nel momento in cui, in effetti, sarebbe più razionale rafforzarci (visto che qualcosa stiamo facendo, e altro faremo), avrà un diverso risultato: quello di mettervi per l'ennesima volta di fronte alla pochezza dei vostri numeri. Mentre voi sbraitate, spostando al più decimali come un volenteroso carnefice di Bruxelles, nel restante 95% degli italiani, quelli che ancora se ne strabattono del tema Europa, perché non lo capiscono, perché nessuno (tanto meno voi) è stato in grado di presentarglielo, o perché a loro sta bene così, cresce il numero di quelli che sentono parlare Garavaglia o Molinari e si dicono che in fondo noi leghisti non siamo così male, considerando l'alternativa.

Quindi, cari tuttosubitisti, le vostre grida dicono molto di voi, e poco di noi. Purezza e durezza sono due qualità insidiose, soprattutto la seconda! C'è il forte rischio che dalla coscienza si trasferisca al cervello: la cloaca di Twitter pullula di esempi! Io, qui, ho esercitato il massimo sforzo per farvi capire che la democrazia conta, e democrazia significa anche reciprocità. Quelli per cui la democrazia funziona solo quando va come dicono loro, ve lo ricordo, sono i piddini. Noi siamo diversi. Dobbiamo convivere col fatto che la maggioranza degli italiani non ha votato per noi, e continuiamo a portare avanti un'azione politica coerente con il nostro disprezzo verso un progetto che disprezza la democrazia: coerenza quindi vuole che non siamo noi stessi i primi a disprezzarla.

So che vi sembra difficile: alcuni di voi sono tecnicamente fascisti, quindi se non ci arrivano sono giustificati. La democrazia non è affar loro, e va bene così (soprattutto perché non hanno i numeri per cambiare le cose). Altri, semplicemente, non sono molto brillanti. Una di quelle che sbraita di più su Twitter in questi giorni credo di averla conosciuta a un mio incontro pubblico. Mi ricordo che dal pubblico strepitava a ogni intervento del mio interlocutore, mettendomi in seria difficoltà: interrompendo il mio avversario mi faceva perdere il filo, impedendomi di confutarlo, oltre a screditarmi facendomi passare per il guru di una setta di invasati privi delle più elementari nozioni di civiltà e di buona educazione (uno spin che piace alla stampa che piace... solo a se stessa!). Non sono stupito che ora continui a fare sostanzialmente lo stesso lavoro nella piccola bolla di Twitter (che, vorrei ricordarvelo, non è il mondo reale).

Allora: si è fatto tardi, nel frattempo è iniziato l'anno nuovo, e vorrei riassumere: qui il problema da risolvere, a monte, non è se vi piaccia o meno l'Europa, ma se vi piace o meno la democrazia. Se il vostro rifiuto dell'attuale progetto europeo deriva, come il mio, dal vostro amore per la democrazia, allora cercate di essere coerenti con voi stessi, e invece di interrogarvi su come realizzare contro la volontà della maggioranza progetti politici più o meno fondati, o sul perché avendo il 17% dell'elettorato non abbiamo realizzato una cosa che non è nel contratto di governo (risposta: perché non è nel contratto di governo e perché non siamo al 51%), cercate di sostenerci nel nostro sforzo di incidere sul dibattito culturale e politico, cosa che con il nostro 17% stiamo facendo con qualche risultato.

Altrimenti vorrà dire che non sono riuscito a farvi capire niente, ma va bene così: tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile.

Neanche voi, nonostante siate non il 17%, ma addirittura il 100%... di voi stessi!

Buon anno!


(...a proposito: come vi sembrano, ora, le interviste di settembre?...)

(...sono troppo stanco per rileggere: rileggete voi. Anzi: rileggeste voi...)

venerdì 22 dicembre 2017

Un canto di Natalia (Treccani #3)

(...a volte la scadenza dei sospesi è determinata dalla scelta del titolo...)



Io: "A questo proposito ho avuto piacere di sapere che la Pesco significa integrazione a livello di difesa. Sottolineo...".

Amato: "Questa è una cattiveria!"

Io: "Sì, naturalmente! Lei è esperto di cattiverie, provo a superarla." (applausi) "Mi permetto di ricordare che anche l'euro significa integrazione, e l'onorevole Amato sa benissimo che fare integrazione senza Stato è stato un problema, e tornando al discorso di Nathalie Tocci, che ha sottolineato la serietà del tema "difesa", presumo che fare l'integrazione della difesa senza uno Stato possa essere un problema ancora maggiore. Quindi, questo un po' mi preoccupa. Però non voglio parlare di questo perché non è il mio campo".

Tocci (non parla nel microfono).

Io: "Eh?"

Tocci: "Non c'è alternativa".

(al minuto 44:55)





Gentile dottoressa,

trovo finalmente il tempo di commentare la sua replica alle preoccupazioni da me espresse durante il dibattito alla Treccani. Una replica che mi ha lasciato (quasi) senza parole (in verità, quello che dovevo dire l'ho detto, e l'unico a non capirlo è stato un lettore del mio blog che si atteggia a intellettuale, un tal Serendippo: fortunata lei che si tiene fuori dal dibattito social, risparmiandosi le punzecchiature di simili tafani!). La mia parziale afasia non dipende tanto dal fatto che io considerassi la sua replica dialetticamente molto valida, quanto dal fatto che essa costituiva una tanto gigantesca, quanto (ne sono assolutamente certo) involontaria, mancanza di riguardo verso i due interlocutori più anziani e più autorevoli di noi seduti al nostro tavolo.

Mi spiego.

La sua posizione è cristallina: dobbiamo commettere quello che già sappiamo essere un tragico errore (creare un esercito senza Stato dopo aver creato una moneta senza Stato e aver assistito al suo fallimento), e questo perché "non c'è alternativa". Suppongo che questa sarebbe stata la sua posizione anche riguardo all'integrazione monetaria, laddove a 15 anni la avesse annoverata fra i suoi interessi (io quell'età, che per me arrivò e rapidamente trascorse nell'anno in cui lei nacque, mi interessavo solo di musica). Ma questo non è poi così importante, se non per il fatto che in questo caso sappiamo che un'alternativa ci sarebbe stata: ce la mostrano i vari paesi con opt-out o membri dell'ERM2, dei quali partitamente ho riferito nella mia relazione. Tuttavia, a me non interessa discutere con lei le possibili alternative (o meglio: mi interesserebbe moltissimo, nonostante io sia incompetente, solo che questa non è la sede). Mi preme viceversa sottolineare perché questo suo atteggiamento nei fatti è stato brutalmente liquidatorio verso i nostri commensali al tavolo della scienza.

Intanto, l'ambasciatore Armellini, nella sua relazione molto intensa, che devo ancora compiutamente assimilare, aveva fatto un certo sforzo per porre in chiave dialettica l'Europa della Thatcher e quella di Spinelli. Devo dire che dal mio punto di vista, alla luce di alcune pessime letture che ho fatto (e che naturalmente le sconsiglio), questa dialettica non è esattamente hegeliana: la dialettica hegeliana prevede una tesi e un'antitesi, ma purtroppo, dopo aver letto Barra Caracciolo, non riesco a porre Spinelli in antitesi alla Thatcher. Li vedo in una stretta continuità/contiguità ideologica, saldamente inseriti in quel filone di pensiero che, come ho appreso da un'altra pessima lettura, origina dal tentativo del capitalismo di rinsaldare le proprie posizioni variamente intaccate dal carnaio da lui provocato un secolo fa (questo tentativo, riuscito, sarebbe quello che gli ingenui "di sinistra" chiamano "neoliberismo", e che tutto è salvo che "neo": fa però comodo a chi ha tradito i propri ideali e i propri elettori scusarsi col pretesto di aver dovuto affrontare un nemico nuovo...). Ma, ancora una volta, non è questa la sede per entrare nel merito degli argomenti di Armellini, sia perché qui desidero intrattenermi con lei, sia perché qui non mi interessa la polpa degli argomenti, ma lo scheletro logico che li sostiene. Facciamo quindi finta che Spinelli sia l'antitesi della tesi Thatcher (o viceversa). Di fatto, lei, con la sua lapidaria e un tantinello sprezzante chiosa TINA ha liquidato non me, ma lo sforzo fatto dall'ambasciatore Armellini di problematizzare l'evoluzione del progetto di integrazione europea, per il semplice fatto che se non c'è alternativa, allora l'unica Europa della quale disponiamo non solo in termini storici, ma in termini logici (il razionale è reale) è questa Europa ed è appunto l'Europa della Thatcher: la statista alla quale, come lei certamente non ignora, dobbiamo questo simpatico slogan.

Insomma: lei, come me, non vedeva un possibile momento di sintesi nel ragionamento di Armellini. Tuttavia, fra noi permangono interessanti differenze. Intanto, lei lo ha dichiarato (magari involontariamente), io invece no, perché mi riservavo un ulteriore spazio di riflessione prima di annientare così un altro relatore! A qualche settimana di distanza, posso dire che io non vedo possibile sintesi perché non vedo antitesi, mentre mi sembra che lei non veda sintesi perché non vede, anzi: nega, la dialettica: in un mondo senza alternative, per definizione la dialettica non ha cittadinanza. La sua sentenza, quindi, oltre all'ambasciatore, liquidava alcuni secoli di filosofia della storia. Naturalmente, senza proporre un'alternativa (in questo caso a Hegel).

Ma questo atteggiamento era ancor più irriguardoso, certamente non nelle intenzioni, ma nei fatti, verso il moderatore del dibattito, Giuliano Amato. Questi, fra l'altro, è stato un importante politico italiano. La sua affermazione che "non c'è alternativa" sminuiva, anzi: annichiliva sotto il peso di una insanabile inutilità, di un siderale vuoto di significato, tutto il progetto di vita dell'onorevole Amato, e questo per un motivo molto semplice, che ho espresso altrove: dove non c'è alternativa, non c'è politica. Quindi, nel dire in faccia all'onorevole Amato che "non c'è alternativa" lei di fatto rinfacciava a lui, e, con lui, a tutta la classe politica italiana, due colpe delle quali non saprei dire quale sia la più grave: quella di non aver saputo creare, per propria inettitudine, delle alternative praticabili a un progetto del quale i politici stessi (come ho documentato nella mia relazione) vedevano tutti gli evidenti limiti, o, in alternativa, quella di aver accettato di rivestire un ruolo che circostanze oggettive svuotavano di significato, tradendo quindi coscientemente il mandato ricevuto dai propri elettori di assicurare il benessere e la stabilità del paese.

Lei è stata un po' crudele, forse un po' troppo...

Certo, anch'io non ho risparmiato critiche a quella classe politica, quando ho fatto osservare quanto fosse paradossale l'interpretazione secondo cui l'Europa (come voi chiamate l'Unione Europea) avrebbe, fra i diversi valori aggiunti fittizi che le si attribuiscono (promuovere la pace, favorire lo sviluppo economico,...) anche quello di moralizzare la politica di paesi periferici come il nostro, che nella favoletta dei giornali padronali sarebbero affetti da una endemica corruzione. Perché mai, ho chiesto, i rappresentanti asseritamente corrotti di Untermenschen ontologicamente corrotti avrebbero accolto con tanta solerzia e felicità l'arrivo di regole destinate a "moralizzarli"? Forse l'idea che "Leuropa" ci è essenziale per moralizzarci andrebbe analizzata con un minore ingenuità. Il corrotto che si autoemenda fa abbastanza sorridere chiunque "del senso suo sia signore" (prendo in prestito da un autore europeo): la political economy del progetto europeo non è così ingenuotta, dietro c'è molto altro: in particolare, c'è la solita vecchia storia del conflitto distributivo, aka lotta di classe.

La deflazione dei salari, cui il progetto di integrazione ci condanna, non è un atto di cattiveria gratuita: è semplicemente la logica conseguenza del desiderio dei potenti di inflazionare i propri profitti! Non c'è nulla di male, basta saperlo, e regolarsi di conseguenza. Sarebbe opportuno quindi smetterla di ripetere un po' a pappagallo la storia che "c'è tanto debito pubblico signora mia". Questa storia, che personalmente confutai nel 2011, ora è confutata da tutta la professione. L'austerità non ha consolidato la finanza pubblica perché quello non era il suo scopo, perché in recessione quello scopo non ha senso, e perché se anche lo si volesse raggiungere l'austerità non sarebbe lo strumento più appropriato. Lo scopo del tagliare i redditi dei lavoratori (perché questo fa l'austerità) era, banalmente, tagliare i redditi dei lavoratori. Il suo preconcetto economico che l'integrazione della difesa è essenziale perché fa risparmiare soldi pubblici quindi poggia su basi analitiche estremamente fragili dal punto di vista economico, e questo non solo in termini "tattici", cioè congiunturali, ma anche in termini strategici.

La verità è che nel mondo liberista, nel mondo thatcheriano che a lei piace, o del quale comunque riconosce più o meno a malincuore (vis grata puellae) l'egemonia (per dispensarsi dal compito ingrato di pensare alle alternative), l'unica spesa pubblica ammissibile è quella bellica. Vede, la spesa pubblica ha questo di male, agli occhi dei liberisti: non il fatto che esponga il risparmiatore al rischio di default, perché lo Stato che non riesce ad esercitare la diligenza del buon padre di famiglia genererebbe instabilità finanziaria. Queste scemenze dei nostri pennivendoli "zero tituli" sono abbondantemente smentite dalla stessa voce del padrone (basta leggere: a proposito, ogni tanto, prima di leggere, anche consultare il curriculum di chi scrive, e l'assetto proprietario della testata, costituisce una utile forma di igiene del pensiero. Perdoni la pedanteria...). Il peccato originale della spesa pubblica, per i liberisti, è che essa crea e soprattutto ridistribuisce reddito nella direzione sbagliata: cioè a vantaggio delle classi subalterne. Lo stato sociale questo fa, e lo stesso debito pubblico, se lei ci pensa un attimo, altro non è che l'opportunità offerta a risparmiatori privi di mentalità speculativa di trasferire valore nel tempo preservandolo dall'inflazione (lasci stare che le élite tedesche, per loro disegni spero da lei chiaramente leggibili, vogliono imporre l'idea che il debito pubblico sia, anzi: debba essere, un investimento rischioso al pari di altri. L'Economist ci dice che non lo è, e il buon senso ci dice che non deve esserlo). Naturalmente, i liberisti (con alcune fulgide eccezioni, qui rappresentate) sono pragmatici. Sanno cioè, pur vituperando Keynes, che una politica di bilancio attiva in certe circostanze (diciamo: sempre) è necessaria. L'unica alternativa praticabile per loro (sì: c'è un'alternativa anche per quelli che TINA), l'unica alternativa allo stato sociale, intendo, è il keynesismo bellico, che ha una serie di interessanti caratteristiche: intanto, manda a morire quelli che potrebbero eventualmente beneficiare della ridistribuzione top-down. Quest'ultima, quindi, ancora una volta, non avviene, per abbandono di campo (di battaglia) da parte dei potenziali destinatari. Nonostante questo, il keynesismo bellico è particolarmente efficace perché, pensi un po', risolve il problema del coordinamento internazionale delle politiche economiche. Anche questa non è un'idea del tutto nuova, anzi! Toporowski ci ha ricordato che è stato Kalecki nei primi anni '30 del secolo scorso a evidenziare come un altro, determinante, vantaggio del keynesismo bellico è che chi spende in armi obbliga gli altri a fare altrettanto, il che realizza nei fatti quel coordinamento delle politiche fiscali che oggi popola solo i sogni dei cosiddetti europeisti.

Ma, vede, è destino che i sogni degli europeisti siano l'incubo degli europei.

Il mondo che lei auspica, quello di un esercito unico senza Stato, ci condurrà fatalmente a una guerra imperialista. Si realizzerà così una elegante simmetria: così come la moneta unica è servita a esportare all'estero i nostri squilibri economici (perché, dopo aver spremuto i paesi periferici, la Germania, facendo svalutare l'euro, ha rivolto la sua insensata sete di surplus all'esterno dell'eurozona), l'esercito unico ci servirà a importare dall'estero squilibri geopolitici: assisteremo, sul nostro territorio, a quella "sola igiene del mondo" che pensavamo di aver esternalizzato per sempre. Ma mentre i paesi nei quali andavamo a combattere, progressivamente, si rinforzeranno e si pacificheranno sotto l'influenza di altre egemonie e con il beneficio di politiche economiche razionali, noi, governati da regole economiche irrazionali e affidati a egemoni acefali, torneremo all'epoca delle guerre di religione: quell'epoca che venne chiusa dalla creazione degli stati westfaliani, e che il tentativo di abolire questi stati, pur fallendo, riaprirà.

Non c'è alternativa?

Questo non lo credo. L'alternativa c'è, c'è sempre. Ma in sette anni di dibattito una cosa penso di averla imparata: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. E quindi temo che questa alternativa dovrò continuare a cercarla probabilmente non da solo, ma quasi certamente non in sua compagnia: lei continuerà a cantare il canto del "non c'è alternativa", precludendosi la possibilità di immaginare e gestire le alternative che comunque la storia ci imporrà con il suo consueto garbo. Un po' mi dispiace, ma col tempo ho sviluppato una discreta capacità di elaborare lutti.

Per me è stato comunque un piacere fare la sua conoscenza.

Alberto




(...e tre: chi manca?...)

giovedì 26 novembre 2015

Demain la sortie de l’Euro

(…voici l'article qui m'a lancé dans le débat italien il y a quatre ans. Il n'a pas perdu d'actualité, comme vous verrez. Mes remerciements à Paul Friedrich pour sa traduction du texte de l’article. J’ai pensé bon retenir quelque faute dont je déclare ma responsabilité…)


Il y a un an (en juillet 2010, note du traducteur), je débattais avec Aristide et lui demandais comment était-il possible que la gauche italienne ait revendiqué avec tant de fierté la paternité de l’Euro : ne voyait-il pas à quel point c’était contraire aux intérêts de son électorat ? Une demande similaire à celle de Rossanda. Aristide, économiste de gauche, me répondit “Cher Alberto, les coûts de l’Euro, comme tu dis, sont connus, tous les manuels les expliquent. Nos hommes politiques les voient aussi, mais ils ne peuvent pas les expliquer à leurs électeurs : si ces derniers avaient pu comparer les coûts et les bénéfices, ils n’auraient jamais accepté l’Euro. En maintenant les électeurs dans l’ignorance, nous avons pu agir, les mettant dans une impasse dont ils ne peuvent sortir qu’en décidant de faire la chose juste, c’est-à-dire d’avancer vers l’union totale, fiscale et politique, de l’Europe.” En résumé : “le peuple ne sait pas quel est son intérêt : heureusement à gauche nous le savons et nous le ferons contre sa volonté”. Ou encore : “je sais que tu ne sais pas nager et que si je te mets dans la piscine tu vas te noyer.... à moins que tu ne “décides librement” de faire la chose juste : apprendre à nager”. Une sage décision que tu prendras après un débat loyal, fondé sur le fait que je te fonce dessus à pleine vitesse et que je te jette à l’eau. Belle conception de la démocratie pour un intellectuel de gauche ! Ce paternalisme terrifiant peut sembler plus physiologique chez un démocrate-chrétien, mais ça ne devrait pas l’être. “Il est toujours beau de régner, n’importe comme on y parvienne” dit Charlemagne dans l’Adelchi de Manzoni. Le catholique Prodi n’a pas lu la suite. S’il avait continué, il aurait vu que pour le catholique Manzoni la Realpolitik finit en tragédie : la fin ne justifie pas les moyens. Il est tragique de croire que “Plus d’Europe” puisse résoudre les problèmes : c’est un argument dont la futilité ne peut s’apprécier que si on analyse d’abord la véritable cause des tensions actuelles.

La dette publique n’y est pour rien
L’unanimité avec laquelle la gauche et la droite continuent de se concentrer sur la dette publique est consternante. Que la droite le fasse n’est pas anormal : la contre-attaque idéologique dirigée contre l’intervention de l’Etat dans l’économie est au cœur de la contre-réforme qui a suivi l’effondrement du mur de Berlin. Ceci est clair pour Rossanda. Je rappelle qu’aucun économiste n’a jamais affirmé, avant le traité de Maastricht, que la viabilité d’une union monétaire exige le respect de seuils sur la dette publique (les 60% dont Rossanda parle). Le débat sur la “convergence fiscale” est né après Maastricht. Rappelons-nous au passage que ces seuils sont insensés. Maastricht est un manifeste idéologique : moins d’Etat (donc plus de marché). Mais pourquoi donc ici (à gauche) personne n’ose ouvrir le débat sur Maastricht ? Cela, Rossanda ne l’a pas vu et ne se l’est pas demandé. Si le problème était la dette publique, en 2008 la crise aurait touché d’abord la Grèce (avec une dette publique à 110% du PIB) puis l’Italie (106%), la Belgique (89%), la France (67%) et l’Allemagne (66%). Les autres pays de l’Eurozone avaient des dettes publiques inférieures. Mais la crise a explosé d’abord en Irlande (avec une dette publique de seulement 44% du PIB), en Espagne (40%), au Portugal (65%) et seulement après en Grèce et en Italie. Qu’ont en commun ces pays ? Pas la dette publique (très faibles pour les premiers pays touchés, très élevées pour les derniers) mais l’inflation. Déjà en 2006 la BCE indiquait qu’au Portugal, en Irlande, en Grèce et en Espagne l’inflation ne convergeait pas vers celle des pays “vertueux”. Les PIGS étaient un club à part, distinct du club du mark (Allemagne, France, Belgique...) et c’est cela le vrai problème : les économistes savent depuis longtemps que des taux d’inflation différents dans une union monétaire conduisent à une crise de la dette extérieure (qui est essentiellement privée).

Inflation et dette extérieure
Si dans un pays X les prix augmentent plus vite que ceux de ses partenaires, X exporte toujours moins et importe toujours plus (car les produits de X deviennent plus chers que ceux de ses partenaires), mettant en déficit la balance des paiements. La monnaie de X, nécessaire pour acheter ses produits, est moins demandée et son prix diminue. En fait, X dévalue : dans ce cas, ces produits deviennent moins chers à l’export et son déséquilibre commercial diminue. Les mêmes effets se produisent de façon inversée dans le pays en excédent commercial : sa monnaie devient plus recherchée et elle s’apprécie. Mais si X est lié à ses partenaires dans une union monétaire, le prix de sa monnaie ne permet plus de rétablir l’équilibre de son commerce extérieur, et donc il n’y a que deux solutions : ou X se met en déflation, ou ses partenaires excédentaires augmentent l’inflation. Dans la vision keynésienne, les deux mécanismes sont complémentaires, les partenaires doivent trouver un compromis parce que l’excédent des uns et le déficit des autres sont les deux faces d’une même médaille (on ne peut pas être excédentaire si personne n’est en déficit). Aux coupes dans le pays déficitaire doit s’accompagner une expansion de la demande dans les pays en excédent. Mais la vision qui prédomine aujourd’hui est asymétrique : la seule bonne inflation est une inflation morte, c’est-à-dire à zéro, les pays en excédent sont des “bons élèves” et ce sont les “méchants” en déficit qui doivent se mettre en déflation, pour converger vers les gentils. Et que se passe-t-il si des pays, comme les PIGS, n’y arrivent pas ? Les recettes d’exportations diminuent et ils doivent s’endetter auprès de l’extérieur pour financer leurs importations. Les pays à plus forte inflation sont aussi ceux qui ont accumulé le plus de dette extérieure de 1999 à 2007 : la Grèce (+78% de points de PIB), le Portugal (+67%), l’Irlande (+65%) et l’Espagne (+62%). Avec la hausse de la dette les intérêts augmentent et on entre dans la spirale infernale : on s’endette auprès de l’extérieur pour payer les intérêts vers l’extérieur, le spread augmente et la crise se déclenche.

Le spectre de 1992
Et l’Italie ? Rossanda dit “Notre endettement est surtout interne”. Cela n’est plus vrai. Pensez-vous vraiment que les marchés s’intéressent à qui passe les nuits avec Berlusconi ? Vous pensez qu’ils s’inquiètent parce que la dette publique est “élevée” ? Mais cela fait 20 ans que notre dette publique dépasse les 100% du PIB et nos gouvernements passés, quoique moins folkloriques, ont été souvent plus instables. Ce n’est pas cela qui préoccupe les marchés : ce qui les préoccupe est qu’aujourd’hui, comme en 1992, notre endettement auprès de l’extérieur est en train d’augmenter, et que cette augmentation, comme en 1992, provient de la hausse des remboursements d’intérêts sur la dette extérieure, qui est pour l’essentiel une dette privée, contractée par les ménages et les entreprises (65% du passif extérieur de l’Italie est d’origine privée).

A qui profite le crime ?
Fondé sur l’asymétrie idéologique mercantiliste (les “bons élèves” ne doivent pas coopérer) et monétariste (inflation zéro) le choix politique de se priver de l’instrument du taux de change devient un instrument de lutte de classes. Si le taux de change est fixe, le poids de l’ajustement se transfère sur les prix des biens, qui peuvent diminuer soit en réduisant les coûts (ceux du travail puisque celui des matières premières ne dépend pas de nous) soit en augmentant la productivité. La précarité et la réduction des salaires sont au coin de la rue. La gauche qui veut l’Euro mais ne veut pas de Marchionne me fait un peu peine (note du traducteur : Sergio Marchionne, PDG de FIAT, très critiqué à l’époque par la gauche comme exemple de capitaliste prédateur). Celui qui n’entre pas en déflation accumule lde a dette extérieure, jusqu’à la crise, à la suite de laquelle, l’Etat, pour éviter l’effondrement des banques, reprend les dettes causées par les déséquilibres extérieurs et les transforment ainsi en dette publique. A la privatisation des profits suit la socialisation des pertes, avec l’avantage de pouvoir blâmer a posteriori les comptes publics. Le choix n’est donc pas d’entrer ou pas en déflation, mais plutôt d’entrer en déflation tout de suite ou plus tard. Un choix restreint, mais uniquement parce que la stupidité idéologique impose de se concentrer sur le symptôme (le déficit public, qui ne peut être corrigé qu’en taillant dans les dépenses), plutôt que sur la cause (le déséquilibre extérieur, qui pourrait être corrigé en coopérant). La réponse correcte à la demande de Rossanda “ n’y aurait-il pas eu une erreur quelque part ?” est donc celle donnée par elle-même. Non, il n’y a eu aucune erreur. Le but qu’on voulait atteindre, à savoir la “discipline” des travailleurs, a été atteint. Il ne sera pas “de gauche”, mais si vous voulez continuer à appeler “ gauche” des gouvernements “techniques” d’orientation démocrate-chrétienne, grand bien vous fasse ! Le manuel d’Acocella le dit clairement : le “taux de change fort” sert à discipliner les syndicats.

Plus d’Europe ?
Selon la théorie économique, une union monétaire peut tenir sans tension sur le chômage si les pays sont fiscalement intégrés, parce que cela facilite les transferts de ressources des pays en expansion vers ceux en récession. Une “solution” qui intervient en aval, c’est à dire qui atténue le symptôme, sans guérir la cause (les déséquilibres extérieurs). C’est le fameux “Plus d’Europe”. Un exemple : nous fêtons cette année le 150ème anniversaire de l’heureuse union monétaire, fiscale et politique de notre pays (qui a compté ses morts, comme toute union). “Plus d’Italie” nous l’avons eu, n’est-ce pas ? Mais 150 ans après, la convergence des prix entre les différentes régions n’est pas achevée et le Sud a un rapport entre endettement extérieur et PIB supérieur à 15%, c’est à dire que l’Italie du Sud survit en important des capitaux du reste du monde (en fait, surtout du reste de l’Italie). Après cinquante ans d’intégration fiscale dans l’Italie (monétairement et politiquement) unifiée, nous avons eu les chemises vertes en Italie du Nord : il suffirait de dix ans d’intégration fiscale dans la zone Euro, peut-être à coup d’Eurobonds pour avoir de nouveau les chemises brunes en Allemagne (note du traducteur : les chemises vertes sont l’uniforme des militants de la Ligue du Nord, le parti qui revendique la sécession du Nord de l’Italie). L’intégration fiscale n’est pas politiquement soutenable parce que personne ne veut payer pour les autres, surtout quand les médias, esclaves de l’asymétrie idéologique, bombardent le message que les autres sont des fainéants, peu productifs, et que c’est “de leur faute”. Qu’ils soient Grecs, Turcs, ou Juifs, nous savons comment cela va finir quand on nous dit que la faute est aux autres.

Deutschland über alles
Les solutions “en aval” des déséquilibres extérieurs sont politiquement insoutenables, mais les solutions “en amont” le sont aussi. Continuer avec l’Euro exigerait de sortir de l’asymétrie idéologique mercantiliste. Il faudrait prévoir des incitations symétriques pour revenir à la norme pour les pays qui ont dépassé par le haut ou par le bas un objectif d’inflation. La coordination dont parle Rossanda devrait être construite autour de cet objectif. Mais le poids des pays “vertueux” l’empêcherait. En effet, l’Euro est le succès de deux processus historiques. Rossanda voit le premier (la contre-attaque du capital pour récupérer le terrain perdu depuis les Trente glorieuses) mais pas le second : la lutte séculaire de l’Allemagne pour se doter d’un pré carré commercial. On s’extasie (à gauche et à droite) devant le succès de l’Allemagne, la “locomotive” de l’Europe, qui croît en captant la demande des pays émergents. Mais que disent les chiffres ? De 1999 à 2007, l’excédent commercial allemand a augmenté de 239 milliards de dollars, dont 156 réalisés en Europe, alors que le solde commercial avec la Chine s’est dégradé de 20 milliards (d’un déficit de -4 à un de -24). Les journalistes disent que l’Allemagne exporte en Orient et que c’est ainsi qu’elle soutient sa croissance. Les chiffres disent le contraire. C’est la demande des pays européens, drogués au taux de change fixe, qui soutient la croissance allemande. Et l’Allemagne ne renoncera pas à une asymétrie sur laquelle elle s’engraisse. Mais pourquoi les gouvernements “périphériques” se sont-ils fait embobiner par l’Allemagne ? Le manuel de Gandolfo le dit : la monnaie unique favorise une “illusion de politique économique” qui permet aux gouvernements de poursuivre des objectifs politiquement inacceptables, et de s’en sortir en prétendant qu’ils sont imposés par des instances supérieures (combien de fois avons-nous entendu “l’Europe nous demande de”... ?). La fin (de la lutte des classes inversée) justifie les moyens (l’ancrage à l’Allemagne).

La dévaluation rend aveugle
C’est un film déjà vu. Vous vous souvenez du SME “crédible” ? De 1987 à 1991 les taux de change des pays d’Europe sont restés fixes. En Italie l’inflation est montée de 4,7% à 6,2%, avec un prix du pétrole en chute (mais les taux de change fixes n’étaient donc pas censés dompter l’inflation ?). L’Allemagne voyageait sur une moyenne de 2%. La compétitivité italienne donc diminuait, l’endettement extérieur augmentait et après la récession américaine de 1991, l’Italie dut dévaluer. Dévaluation ! Essayez de dire ce mot à un intellectuel de gauche. Il rougira de toute sa pudeur virginale. Ce n’est pas sa faute. Pendant des décennies, on l’a bombardé avec le message que la dévaluation est comme la masturbation : une « sale chose », qui provoque un soulagement temporaire et stérile, et des dommages terribles à long terme. Il n’est pas anormal que dans un système avec un guide allemand le principe de Goebbels soit appliqué : il suffit de répéter assez un mensonge pour qu’il devienne une vérité. Mais que s’est-il passé après 1992 ? L’inflation a baissé d’un demi-point en 1993 et encore un demi-point en 1994. Le rapport dette extérieure/PIB a été divisé par deux en cinq ans (de -12 à -6 points de PIB). La facture énergétique s’est améliorée (de -1,1 à -1,0 point). Après le choc initial, l’Italie a cru à une moyenne de 2% de 1994 à 1997. La leçon sur les dommages de la dévaluation (cela génère de l’inflation, procure un soulagement seulement temporaire, on ne peut pas se le permettre quand on importe du pétrole) est fausse.

Irréversible ?
On dit que la dévaluation ne serait pas une solution et que les procédures de sortie ne sont pas prévues, donc... Donc quoi ? Qui est à ce point naïf pour ne pas voir que l’absence de procédure de sortie n’est qu’un expédient rhétorique, dont l’objectif est d’imprimer dans l’opinion publique l’idée d’une irréversibilité “naturelle” ou “technique” de ce qui est en fait choix humain et politique (et en tant que tel réversible). Bien sûr, la dévaluation rendrait plus coûteuse la dette définie en monnaie étrangère. Mais elle ferait passer d’une situation d’endettement extérieur à une situation de désendettement extérieur, offrant les ressources suffisantes pour payer les dettes, comme en 1992. Si cela ne suffisait pas, il resterait la possibilité du défaut. Prodi veut faire payer une partie de l’addition aux “grands investisseurs institutionnels” ? Bien : la façon la plus directe de le faire n’est pas d’émettre des Eurobonds qui “socialisent” les pertes au dépens de l’Allemagne (avec un risque réel de retour des chemises brunes) mais de déclarer, si c’est nécessaire, le défaut, comme l’ont déjà fait des pays qui n’ont pas été effacés de la géographie économique pour autant. C’est déjà arrivé et cela arrivera de nouveau. “Les marchés nous puniront, nous finirons écrasés !”. En voilà encore une idiotie. Pendant des décennies l’Italie a connu la croissance sans recourir au financement extérieur. C’est l’Euro qui, en écrasant les revenus et donc l’épargne des ménages, a conduit le pays à s’endetter auprès de l’étranger. L’épargne nationale brute, stable autour de 21% de 1980 à 1999, a diminué constamment depuis lors jusqu’à atteindre 16% de la richesse nationale. Dans la même période, les passifs financiers des ménages ont doublé de 40% à 80%. Remplaçons l’Euro et l’Italie aura moins besoin des marchés financiers alors que les marchés continueront à avoir besoin des 60 millions de consommateurs italiens.

Que la gauche ne fasse pas ce que fait la droite
De l’Euro nous sortirons, parce qu’à la fin l’Allemagne coupera la branche sur laquelle elle est assise. C’est à la gauche de se rendre compte de ce processus ou alors elle finira en déroute. Je ne parle pas des prochaines élections. Berlusconi s’en ira : 10 ans d’Euro ont créé des tensions telles que la boucherie sociale doit tourner à plein régime. Et les éclaboussures de sang se voient moins sur un tablier rouge. Il sera encore une fois concédé à la gauche de la Realpolitik de gérer la situation, parce qu’il existe une autre illusion de la politique économique, celle qui rend plus acceptable les politiques de droite si on les met en œuvre en disant être de gauche. Mais les électeurs commencent à deviner qu’on peut arrêter la boucherie sociale en sortant de l’Euro. Chère Rossanda, les ouvriers ne sont pas “égarés” comme tu le dis : ils sont seulement en train de comprendre. “Le péché et la honte ne restent pas cachés” dit l’esprit malin à Gretchen. Ainsi, après 20 ans de Realpolitik passés à tâtonner, les hommes politiques de gauche se retrouvent coincés entre la nécessité de dérouler le tapis rouge à la finance, et celle de justifier à leur électorat un choix fasciste, non pas tant pour ses conséquences de classe, mais pour le paternalisme avec lequel il est imposé. Ils s’exposent ainsi aux incursions des nombreuses Marine Le Pen qui font leur apparition dans les démocraties les plus accomplies, et ce sera aussi bientôt le cas chez nous. Parce que les politiques de droite, sur la longue période, avantagent seulement la droite. Mais je me rends compte que dans un pays dans lequel une législature suffit pour se faire une retraite dorée, la longue période peut ne pas être un problème pour les politiques, de droite et de gauche. Cela explique une telle unanimité de vues.







(…cet article parut le 23 aout 2011 sur « Il Manifesto », un journal de pseudo-gauche plus ou moins équivalent à Libération en France. A l’époque, la position de la soi-disante gauche italienne était formelle : on était dans une crise de dette publique due à la corruption de Berlusconi. L’euro, pour la gauche, n’y entrait pour rien : il ne pouvait être, lui, l’euro, qu’une bonne chose, car c’était la gauche qui l’avait proposé : les pères de l’Europe, les Altiero Spinelli, les Prodi, étaient de gauche, donc bons, parce que la gauche est bonne – quoi qu’elle fasse – et la droite mauvaise. Un message simple et efficace, qui n’avait qu’un défaut : il était faux, car l’euro, et la finance privée, favorisée par l’intégration financière sans contrôles, jouaient dans la crise un rôle majeur. En tant qu’intellectuel progressiste, c’est-à-dire, à ce que je croyais à l’époque, de gauche, je crus mon devoir intervenir dans le débat, en répondant à un article abominablement hypocrite que Rossana Rossanda, une icône de la gauche « de gauche », avait publié sur le Manifesto, pour souligner certains côtés du problème qui lui échappaient (à elle, comme à toute la gauche italienne) : bref, le fait que l’euro, dans sa qualité de projet de déflation des salaires, ne pouvait pas être considéré comme un régime économique « de gauche ». Une simple vérité qui était bien connue par les communistes italiens dans les années 1970 – comme je l’ai montré dans mon premier livre sur le déclin de l’euro – mais que leurs héritiers paraissaient avoir oublié.

En lisant mon article il faut se souvenir qu’à sa date (aout 2011) le gouvernement Monti était loin de paraitre (Monti aurait été fait sénateur à vie, et tout de suite après premier ministre, en novembre), Berlusconi paraissait inébranlable, l’Allemagne semblait un parangon de vertu et de santé économique, et personne ne nommait la dette privée comme source de la crise. C’est seulement en gardant cela à l’esprit que vous réussirez à comprendre pourquoi beaucoup de mes lecteurs prirent mes mots comme une gifle en pleine figure, qui les réveillait du sommeil dans lesquels la propagande les avait endormis, pour qu’ils rêvent le « rêve européen ». Les racontars de la propagande étaient rassurants : on donnait au peuple de la gauche un méchant (Berlusconi), qui avait le physique du rôle, et en plus il était du bon côté (c’est-à-dire, à droite !). Mais quelque chose clochait. Si la droite et sa corruption, sous forme de dette publique, étaient le mal, pourquoi l’Espagne ou l’Irlande se trouvaient en crise ? Mon article, comme vous l’aurez constaté, donnait une explication plus cohérente, qui n’avait qu’un défaut : obligeait ceux qui avaient aveuglement cru à l’euro à se prendre pour des idiots, et à revoir complétement leur attitude.

Ceux qui ont accepté ce défi m’ont après suivi sur ce blog, qui est devenu le premier blog d’économie en Italie, ce qui a contribué au succès de mes deux livres sur la crise, qui se sont vendu par dizaine des milliers. Ce succès est dû au simple, mais incontournable, fait que les prévisions de cet article se sont réalisées : Berlusconi a été remplacé par une suite de gouvernements techniques (les « bouchers au tablier rouge », comme je les appelais à l’époque), ces gouvernements ont failli car ils abordaient le problème du faux côté (comme je l’expliquais avant que cela ne se produise), le modèle allemand montre aujourd’hui tous ses limites (l’Allemagne a en effet presque entièrement scié la branche où elle est perché), les partis de droite ont profité des tensions sociales causées par l’euro (car, comme je le disais il y a quatre ans, l’euro est de droite, à savoir : il est contraire aux intérêt du travail, et les politiques de droite ne profitent qu’à la droite), etc.

Mon approche, tout en n'étant pas original (comme j’avais toute de suite expliqué à mes lecteurs), à l’époque paraissait hérétique, ce qui me valut maintes attaques personnelles, à la limite de la diffamation (et parfois au-delà de cette limite, ce dont les tribunaux italiens sont en train de s’occuper), avant de devenir, en mai 2013 la position officielle de la Bce (grâce à un papier de Vitor Constancio).

Il m’est pénible de remarquer, avec beaucoup d’amertume, que cette position, qui avait toujours été celle de la meilleure doctrine économique, est devenue, en septembre 2015, avec un retard qui serait ridicule s’il n’était pas tragique, et dont je me suis bien moqué sur le Fatto Quotidiano, la soi-disante « consensus view » d’un manipule d’opportunistes, qui se sont tus pendant des années, et qui maintenant commencent à émettre des petits brins de vérité, dans un essai désespéré, et voué à une faillite certaine, de sauver la mamelle à laquelle ils tètent : les institutions européennes, les mêmes qui financent leurs « think tanks ». 

Si, au lieux de m’attaquer, ces collègues avaient décidé de dénoncer tout de suite les véritables raisons de la crise, et l’absurdité des politiques d’austérité, on aurait peut-être épargné tant des souffrances et tant d’horreur à nos frères européens. C’est pour les éviter que je me suis exposé il y a quatre ans dans le débat avec cet article. Il a fallu du courage pour l’écrire, mais il ne faut pas le surévaluer : ce n’était que le courage du désespoir. Je croyais, à l’époque, que personne n’aurait écouté mon cri de douleur. Par contre, beaucoup m’ont écouté, mais pas assez pour faire basculer les équilibres politiques dans la direction du bon sens. La propagande de Bruxelles empêche une issue rationnelle de la crise, car cette issue passe par une redéfinition radicale du rôle des institutions européennes actuelles. Et alors, qu’un sang impur abreuve nos sillons ! A cela aura mené cette « Europe » qui « nous donne la paix » ...)