Visualizzazione post con etichetta Spesa pubblica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spesa pubblica. Mostra tutti i post

venerdì 22 dicembre 2017

Un canto di Natalia (Treccani #3)

(...a volte la scadenza dei sospesi è determinata dalla scelta del titolo...)



Io: "A questo proposito ho avuto piacere di sapere che la Pesco significa integrazione a livello di difesa. Sottolineo...".

Amato: "Questa è una cattiveria!"

Io: "Sì, naturalmente! Lei è esperto di cattiverie, provo a superarla." (applausi) "Mi permetto di ricordare che anche l'euro significa integrazione, e l'onorevole Amato sa benissimo che fare integrazione senza Stato è stato un problema, e tornando al discorso di Nathalie Tocci, che ha sottolineato la serietà del tema "difesa", presumo che fare l'integrazione della difesa senza uno Stato possa essere un problema ancora maggiore. Quindi, questo un po' mi preoccupa. Però non voglio parlare di questo perché non è il mio campo".

Tocci (non parla nel microfono).

Io: "Eh?"

Tocci: "Non c'è alternativa".

(al minuto 44:55)





Gentile dottoressa,

trovo finalmente il tempo di commentare la sua replica alle preoccupazioni da me espresse durante il dibattito alla Treccani. Una replica che mi ha lasciato (quasi) senza parole (in verità, quello che dovevo dire l'ho detto, e l'unico a non capirlo è stato un lettore del mio blog che si atteggia a intellettuale, un tal Serendippo: fortunata lei che si tiene fuori dal dibattito social, risparmiandosi le punzecchiature di simili tafani!). La mia parziale afasia non dipende tanto dal fatto che io considerassi la sua replica dialetticamente molto valida, quanto dal fatto che essa costituiva una tanto gigantesca, quanto (ne sono assolutamente certo) involontaria, mancanza di riguardo verso i due interlocutori più anziani e più autorevoli di noi seduti al nostro tavolo.

Mi spiego.

La sua posizione è cristallina: dobbiamo commettere quello che già sappiamo essere un tragico errore (creare un esercito senza Stato dopo aver creato una moneta senza Stato e aver assistito al suo fallimento), e questo perché "non c'è alternativa". Suppongo che questa sarebbe stata la sua posizione anche riguardo all'integrazione monetaria, laddove a 15 anni la avesse annoverata fra i suoi interessi (io quell'età, che per me arrivò e rapidamente trascorse nell'anno in cui lei nacque, mi interessavo solo di musica). Ma questo non è poi così importante, se non per il fatto che in questo caso sappiamo che un'alternativa ci sarebbe stata: ce la mostrano i vari paesi con opt-out o membri dell'ERM2, dei quali partitamente ho riferito nella mia relazione. Tuttavia, a me non interessa discutere con lei le possibili alternative (o meglio: mi interesserebbe moltissimo, nonostante io sia incompetente, solo che questa non è la sede). Mi preme viceversa sottolineare perché questo suo atteggiamento nei fatti è stato brutalmente liquidatorio verso i nostri commensali al tavolo della scienza.

Intanto, l'ambasciatore Armellini, nella sua relazione molto intensa, che devo ancora compiutamente assimilare, aveva fatto un certo sforzo per porre in chiave dialettica l'Europa della Thatcher e quella di Spinelli. Devo dire che dal mio punto di vista, alla luce di alcune pessime letture che ho fatto (e che naturalmente le sconsiglio), questa dialettica non è esattamente hegeliana: la dialettica hegeliana prevede una tesi e un'antitesi, ma purtroppo, dopo aver letto Barra Caracciolo, non riesco a porre Spinelli in antitesi alla Thatcher. Li vedo in una stretta continuità/contiguità ideologica, saldamente inseriti in quel filone di pensiero che, come ho appreso da un'altra pessima lettura, origina dal tentativo del capitalismo di rinsaldare le proprie posizioni variamente intaccate dal carnaio da lui provocato un secolo fa (questo tentativo, riuscito, sarebbe quello che gli ingenui "di sinistra" chiamano "neoliberismo", e che tutto è salvo che "neo": fa però comodo a chi ha tradito i propri ideali e i propri elettori scusarsi col pretesto di aver dovuto affrontare un nemico nuovo...). Ma, ancora una volta, non è questa la sede per entrare nel merito degli argomenti di Armellini, sia perché qui desidero intrattenermi con lei, sia perché qui non mi interessa la polpa degli argomenti, ma lo scheletro logico che li sostiene. Facciamo quindi finta che Spinelli sia l'antitesi della tesi Thatcher (o viceversa). Di fatto, lei, con la sua lapidaria e un tantinello sprezzante chiosa TINA ha liquidato non me, ma lo sforzo fatto dall'ambasciatore Armellini di problematizzare l'evoluzione del progetto di integrazione europea, per il semplice fatto che se non c'è alternativa, allora l'unica Europa della quale disponiamo non solo in termini storici, ma in termini logici (il razionale è reale) è questa Europa ed è appunto l'Europa della Thatcher: la statista alla quale, come lei certamente non ignora, dobbiamo questo simpatico slogan.

Insomma: lei, come me, non vedeva un possibile momento di sintesi nel ragionamento di Armellini. Tuttavia, fra noi permangono interessanti differenze. Intanto, lei lo ha dichiarato (magari involontariamente), io invece no, perché mi riservavo un ulteriore spazio di riflessione prima di annientare così un altro relatore! A qualche settimana di distanza, posso dire che io non vedo possibile sintesi perché non vedo antitesi, mentre mi sembra che lei non veda sintesi perché non vede, anzi: nega, la dialettica: in un mondo senza alternative, per definizione la dialettica non ha cittadinanza. La sua sentenza, quindi, oltre all'ambasciatore, liquidava alcuni secoli di filosofia della storia. Naturalmente, senza proporre un'alternativa (in questo caso a Hegel).

Ma questo atteggiamento era ancor più irriguardoso, certamente non nelle intenzioni, ma nei fatti, verso il moderatore del dibattito, Giuliano Amato. Questi, fra l'altro, è stato un importante politico italiano. La sua affermazione che "non c'è alternativa" sminuiva, anzi: annichiliva sotto il peso di una insanabile inutilità, di un siderale vuoto di significato, tutto il progetto di vita dell'onorevole Amato, e questo per un motivo molto semplice, che ho espresso altrove: dove non c'è alternativa, non c'è politica. Quindi, nel dire in faccia all'onorevole Amato che "non c'è alternativa" lei di fatto rinfacciava a lui, e, con lui, a tutta la classe politica italiana, due colpe delle quali non saprei dire quale sia la più grave: quella di non aver saputo creare, per propria inettitudine, delle alternative praticabili a un progetto del quale i politici stessi (come ho documentato nella mia relazione) vedevano tutti gli evidenti limiti, o, in alternativa, quella di aver accettato di rivestire un ruolo che circostanze oggettive svuotavano di significato, tradendo quindi coscientemente il mandato ricevuto dai propri elettori di assicurare il benessere e la stabilità del paese.

Lei è stata un po' crudele, forse un po' troppo...

Certo, anch'io non ho risparmiato critiche a quella classe politica, quando ho fatto osservare quanto fosse paradossale l'interpretazione secondo cui l'Europa (come voi chiamate l'Unione Europea) avrebbe, fra i diversi valori aggiunti fittizi che le si attribuiscono (promuovere la pace, favorire lo sviluppo economico,...) anche quello di moralizzare la politica di paesi periferici come il nostro, che nella favoletta dei giornali padronali sarebbero affetti da una endemica corruzione. Perché mai, ho chiesto, i rappresentanti asseritamente corrotti di Untermenschen ontologicamente corrotti avrebbero accolto con tanta solerzia e felicità l'arrivo di regole destinate a "moralizzarli"? Forse l'idea che "Leuropa" ci è essenziale per moralizzarci andrebbe analizzata con un minore ingenuità. Il corrotto che si autoemenda fa abbastanza sorridere chiunque "del senso suo sia signore" (prendo in prestito da un autore europeo): la political economy del progetto europeo non è così ingenuotta, dietro c'è molto altro: in particolare, c'è la solita vecchia storia del conflitto distributivo, aka lotta di classe.

La deflazione dei salari, cui il progetto di integrazione ci condanna, non è un atto di cattiveria gratuita: è semplicemente la logica conseguenza del desiderio dei potenti di inflazionare i propri profitti! Non c'è nulla di male, basta saperlo, e regolarsi di conseguenza. Sarebbe opportuno quindi smetterla di ripetere un po' a pappagallo la storia che "c'è tanto debito pubblico signora mia". Questa storia, che personalmente confutai nel 2011, ora è confutata da tutta la professione. L'austerità non ha consolidato la finanza pubblica perché quello non era il suo scopo, perché in recessione quello scopo non ha senso, e perché se anche lo si volesse raggiungere l'austerità non sarebbe lo strumento più appropriato. Lo scopo del tagliare i redditi dei lavoratori (perché questo fa l'austerità) era, banalmente, tagliare i redditi dei lavoratori. Il suo preconcetto economico che l'integrazione della difesa è essenziale perché fa risparmiare soldi pubblici quindi poggia su basi analitiche estremamente fragili dal punto di vista economico, e questo non solo in termini "tattici", cioè congiunturali, ma anche in termini strategici.

La verità è che nel mondo liberista, nel mondo thatcheriano che a lei piace, o del quale comunque riconosce più o meno a malincuore (vis grata puellae) l'egemonia (per dispensarsi dal compito ingrato di pensare alle alternative), l'unica spesa pubblica ammissibile è quella bellica. Vede, la spesa pubblica ha questo di male, agli occhi dei liberisti: non il fatto che esponga il risparmiatore al rischio di default, perché lo Stato che non riesce ad esercitare la diligenza del buon padre di famiglia genererebbe instabilità finanziaria. Queste scemenze dei nostri pennivendoli "zero tituli" sono abbondantemente smentite dalla stessa voce del padrone (basta leggere: a proposito, ogni tanto, prima di leggere, anche consultare il curriculum di chi scrive, e l'assetto proprietario della testata, costituisce una utile forma di igiene del pensiero. Perdoni la pedanteria...). Il peccato originale della spesa pubblica, per i liberisti, è che essa crea e soprattutto ridistribuisce reddito nella direzione sbagliata: cioè a vantaggio delle classi subalterne. Lo stato sociale questo fa, e lo stesso debito pubblico, se lei ci pensa un attimo, altro non è che l'opportunità offerta a risparmiatori privi di mentalità speculativa di trasferire valore nel tempo preservandolo dall'inflazione (lasci stare che le élite tedesche, per loro disegni spero da lei chiaramente leggibili, vogliono imporre l'idea che il debito pubblico sia, anzi: debba essere, un investimento rischioso al pari di altri. L'Economist ci dice che non lo è, e il buon senso ci dice che non deve esserlo). Naturalmente, i liberisti (con alcune fulgide eccezioni, qui rappresentate) sono pragmatici. Sanno cioè, pur vituperando Keynes, che una politica di bilancio attiva in certe circostanze (diciamo: sempre) è necessaria. L'unica alternativa praticabile per loro (sì: c'è un'alternativa anche per quelli che TINA), l'unica alternativa allo stato sociale, intendo, è il keynesismo bellico, che ha una serie di interessanti caratteristiche: intanto, manda a morire quelli che potrebbero eventualmente beneficiare della ridistribuzione top-down. Quest'ultima, quindi, ancora una volta, non avviene, per abbandono di campo (di battaglia) da parte dei potenziali destinatari. Nonostante questo, il keynesismo bellico è particolarmente efficace perché, pensi un po', risolve il problema del coordinamento internazionale delle politiche economiche. Anche questa non è un'idea del tutto nuova, anzi! Toporowski ci ha ricordato che è stato Kalecki nei primi anni '30 del secolo scorso a evidenziare come un altro, determinante, vantaggio del keynesismo bellico è che chi spende in armi obbliga gli altri a fare altrettanto, il che realizza nei fatti quel coordinamento delle politiche fiscali che oggi popola solo i sogni dei cosiddetti europeisti.

Ma, vede, è destino che i sogni degli europeisti siano l'incubo degli europei.

Il mondo che lei auspica, quello di un esercito unico senza Stato, ci condurrà fatalmente a una guerra imperialista. Si realizzerà così una elegante simmetria: così come la moneta unica è servita a esportare all'estero i nostri squilibri economici (perché, dopo aver spremuto i paesi periferici, la Germania, facendo svalutare l'euro, ha rivolto la sua insensata sete di surplus all'esterno dell'eurozona), l'esercito unico ci servirà a importare dall'estero squilibri geopolitici: assisteremo, sul nostro territorio, a quella "sola igiene del mondo" che pensavamo di aver esternalizzato per sempre. Ma mentre i paesi nei quali andavamo a combattere, progressivamente, si rinforzeranno e si pacificheranno sotto l'influenza di altre egemonie e con il beneficio di politiche economiche razionali, noi, governati da regole economiche irrazionali e affidati a egemoni acefali, torneremo all'epoca delle guerre di religione: quell'epoca che venne chiusa dalla creazione degli stati westfaliani, e che il tentativo di abolire questi stati, pur fallendo, riaprirà.

Non c'è alternativa?

Questo non lo credo. L'alternativa c'è, c'è sempre. Ma in sette anni di dibattito una cosa penso di averla imparata: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. E quindi temo che questa alternativa dovrò continuare a cercarla probabilmente non da solo, ma quasi certamente non in sua compagnia: lei continuerà a cantare il canto del "non c'è alternativa", precludendosi la possibilità di immaginare e gestire le alternative che comunque la storia ci imporrà con il suo consueto garbo. Un po' mi dispiace, ma col tempo ho sviluppato una discreta capacità di elaborare lutti.

Per me è stato comunque un piacere fare la sua conoscenza.

Alberto




(...e tre: chi manca?...)

giovedì 2 novembre 2017

Una cortese risposta (lo spiaggiamento della classe media)

(...dopo aver ricevuto l'ennesimo sclero di un professionista che mi propone una ricetta - che non valuto - per ridurre, pensate un po'!, il debitopubblico - nel 2017! - ci penso un attimo, e do una risposta che condivido con voi. Io sto con Darwin...)

Gentile avvocato,

cosa vuole che le dica? Il suo ragionamento fila all'interno del suo mondo, che è il mondo che le rappresentano i giornali, posseduti e indirizzati dai grandi capitalisti.

Se lei è un grande capitalista (intendo: un plurimiliardario in euro, con importanti interessi in società finanziarie), allora il discorso si chiude qui: i nostri interessi sono divergenti, e la politica si occuperà di comporli.

Se lei invece non lo è, forse sarebbe ora che qualcuno le dicesse che il debito pubblico è un falso problema, e in particolare non è la causa della crisi. Io lo faccio da cinque anni (veda: http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html), e quelli che mi osteggiavano sono poi stati costretti a dire quello che dicevo io (veda: http://www.asimmetrie.org/op-ed/il-pentimento-del-prof-giavazzi-e-il-fallimento-dei-bocconiani/).

Da questo DATO DI FATTO (che i giornali ovviamente travisano, perché travisare è il loro lavoro) consegue che "ridurre il debito pubblico" (in qualsivoglia modo) significa amputare una gamba sana, e infatti il risultato delle politiche di "austerità" (termine non a caso coniato nell'Italia fascista, come lei forse saprà) è stato quello di far aumentare il rapporto debito/PIL (veda: https://goofynomics.blogspot.it/2017/10/della-vedova-e-le-esportazioni-treccani.html).

Quindi posso solo dirle che i suoi sforzi sono generosi e ingegnosi, ma assolutamente mal indirizzati. So già che non mi crederà, ma nonostante questo la saluto cordialmente: come sa, in natura accade spesso che animali intelligenti, come i cetacei, il cui cervello è più grande del nostro (o almeno del mio), scambino la spiaggia per il mare aperto. Loro pagano le conseguenze di questa strana decisione, e così pagherà chiunque, non essendo un plurimiliardario, continui a vedere nel debito pubblico, nelle "prebende", nei "carrozzoni", ecc., il suo nemico. Se la classe media italiana si sta estinguendo è un po' anche perché se lo merita: o vogliamo sempre dare la colpa agli altri (allo Stato, all'Europa, ecc.)? Questo non è il mio stile, e non dovrebbe essere lo stile di nessun liberale.

Cordialmente.

Alberto Bagnai


(...estinguetevi: fino a ieri ve lo chiedeva solo l'Europa. Da oggi ve lo chiedo anch'io...)

venerdì 8 settembre 2017

Non c'è più nessuno...

(...quanto possiamo andare avanti così?...)



Caro Alberto, 

mentre sei in trasferta nella grande Tomania. ti riporto sotto una e-mail del nostro agente che fornisce le armerie di Marche e Umbria e che testimonia la realtà dei fatti. A Xwyswx, paesino in provincia di Macerata, a oltre 10 mesi dal terremoto dell'ottobre scroso, non abita più nessuno. Il perché sembra evincersi da questo articolo.

Dove saranno finite le casette per i terremotati? Forse alla Croce Rossa, che ha altre priorità nella Capitale.

Sarò strano io ma, leggendo queste cose, continua a venirmi alla mente questa scena... e quello che ne seguì. 

Un abbraccio

Uno de passaggio



A: Uno de passaggio
Da: Un terremotato
Data: 08/09/2017 12.28PM
Oggetto: ordine

Buongiorno,

come da ordine la consegna doveva essere fatta nel luogo Tale del tale posto,
come da indirizzo sotto poiche' a Xwyswx dopo il terremoto non c'e piu' nessuno, quindi va
bene intestazione fattura ma variare luogo di consegna come sotto.

grazie,saluti



(...Norcia, Cascia e Visse, Dio le fece, e l'uomo le maledisse...)

(...in Tomania il seminario è molto interessante: si parla di cose che credevo passate di moda: la curva di Phillips, le aspettative adattive... Prova che, quando c'è un problema serio, si smette di giocare e si torna a usare le cose che funzionano. Succederà anche qui da noi, sperando che tutti si ricordino che certe strade sono molto pericolose...)

domenica 8 gennaio 2017

Addendum al QED precedente

(...m'ha detto micuggino che ne ha fatta proprio tanta...)

Creatura aveva espresso il desiderio di riprendere gli sci.

Dato che in questo periodo se mi chiede la Luna chiamo la Nasa ho fatto un bel sorriso e l’ho portato a Roccaraso anche se sono fuori allenamento e non me la sentivo tanto.

Adesso parla l’ex alpinista che ha fatto solo soletto Gran Paradiso, Monte Rosa e Monte Bianco (più varie cosette al Gran Sasso d’inverno): arrivato il maltempo ho messo le catene e siamo partiti in fretta e furia.

Sull’Altopiano delle Cinque Miglia è arrivato l’inferno: giuro che non ho avuto mai tanta paura. Ho pensato che non la raccontavamo o che ci avrebbero salvato i Vigili. Vedo che il Padreterno li aveva risparmiati per qualcosa di più serio.

Mai vista una cosa del genere. Arrivati a Sulmona abbiamo baciato la terra.

Che Dio li maledica.



(...lo farà...)



sabato 7 gennaio 2017

QED73: perché le donne non fanno più figli (una storia europea)

Vi ricordate di Filiberto di Chalon, principe di Orange, signore di Arlay, Nozeroy,  Rougemont, Orgelet e Montfaucon, conte di Charny e Pentièvre, visconte di Besançon, principe di Melfi, duca di Gravina, e vicerè del Regno di Napoli? Sì, proprio lui, quello che nacque il 18 marzo del 1502 a Lons-le-Saunier da Giovanni IV di Chalon-Arlay e Filiberta di Lussemburgo, figlia di Antonio di Lussemburgo. Tranquilli, non vi rifaccio tutto il pippone genealogico: avrete avuto la bontà di leggerlo qui, e la beatitudine di non capire un cazzo, come al solito.

Vediamo se leggendo questa notizia capite...

Non capite? Allora vi metto un richiamo:



Una delle tante previsioni di questo blog si dimostra corretta, la più certa e la più triste.

Condizioni di tempo non inusuali, e l'evento non innaturale di un parto può trasformarsi in una tragedia - e se non lo fa, è solo per la dedizione e l'eroismo di quegli stessi servitori dello Stato che vengono regolarmente denigrati e vilipesi dai media servi e bancarottieri.

Sul Piano delle Cinque Miglia una volta morivano i mercenari altrui. Ora rischiano la vita le nostre donne, nel tentativo di mettere al mondo i nostri figli. A proposito: se andate a sciare a Roccaraso, tranquilli! Nel caso qualcosa vada storto, vi farete una bella gita in elicottero fino a L'Aquila. L'ortopedia più vicina l'hanno chiusa, o la stanno per chiudere, mi dicevano (ma voi verificate). Del resto, a che servono gli ospedali? L'ha detto Giampaolo Galli, l'ha ripetuto Michele Emiliano: i piccoli ospedali sono pericolosi. Evidentemente, secondo loro, lo sono molto più di una gita in elicottero durante una tormenta di neve, che comunque costa di meno... a loro!

Il Signore è infinitamente misericordioso e saprà lui come regolarsi. Un FATE PRESTO sarebbe blasfemo: lo soffoco nel mio petto.

Voi, nel frattempo, tranquilli: continuate a dire che Tizio ha toni inaccettabili, che Caio nel 1996 ha fatto questo e quest'altro, che Sempronio non sa come si usa la forchetta a tavola, e che Mevio quindici anni fa ha votato la legge tale.

Estinguetevi così, con dignità, e soprattutto senza far piangere la Madonnina del rigore di Bruxelles...

martedì 13 dicembre 2016

Eugenetica pensionista

Roberto ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Cinquantaquattro":

L'obiettivo era chiaro. Adesso diventa esplicito:

Tagliamo le pensioni più alte così schiattate mediamente prima e lo Stato risparmia

"Chi percepisce pensioni più alte ha un tasso di mortalità più basso della media nazionale e questo ci dice che interventi perequativi sugli assegni in essere avrebbero un impatto sul sistema pensionistico ancora più forte, diventando una forma di risparmio importante". Lo ha detto il presidente dell'INPS, Tito Boeri aprendo il convegno dell'Ordine degli attuari.



A seguire, i grafici dell'indicatore di sostenibilità del debito lungo a lungo termine (cioè comprensivo delle passività implicite determinate dal sistema pensionistico), tratto da edizioni successive del Fiscal Sustainability Report della Commissione Europea:


Edizione 2012



Edizione 2013



Edizione 2015


La metodologia di calcolo di questo indicatore è dettagliata, se interessa, nelle fonti citate (perché noi citiamo le fonti, a differenza dei merdia), ma il senso è abbastanza evidente dalle indicazioni riportate sugli assi. I paesi più a sinistra hanno una posizione fiscale iniziale più favorevole, e quelli più in basso migliori proiezioni demografiche a lungo termine. L'Italia è sempre a sinistra e in basso, in particolare sotto la soglia trasversale che separa chi non ha problemi di sostenibilità a lungo termine (praticamente, solo noi e l'Ungheria) da chi ne ha (praticamente tutti gli altri, Germania inclusa). E voi vi chiederete: ma come fa l'Italia ad avere una posizione fiscale favorevole? E io vi risponderò: ma forse perché ha da sempre un ingente avanzo primario che non si è particolarmente ridotto nemmeno durante la recessione!

Che ne dite?

Somiglia alla canzoncina che vi cantano unanimi tutti i nostri merdia?

A me pare di no. A sentire loro, i merdia, noi abbiamo un debito insostenibile, e soprattutto invecchiamo troppo, sicché, siccome nessuno ci paga i contributi, dobbiamo importare risorse, non per abbassare i salari, ma per alzare le pensioni. Rinuncio a fare esempi: tutti vi dicono la stessa cosa da sempre: che dovete fare sacrifici, perché avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi, perché avete (o avrete, o avreste avuto) pensioni troppo generose, perché fate (o avete fatto, o farete) pochi figli, ecc.

Apro e chiudo una parentesi per pormi una domanda che ha risposta: esiste un singolo cazzo di motivo al mondo per il quale noi dovremmo sovvenzionare con soldi pubblici una manica di cialtroni che ci mentono tutti nello stesso modo? Secondo me no. I finanziamenti pubblici all'editoria avevano un senso quando esistevano i giornali di partito: voci che non avrebbero avuto mercato, ma che esprimevano, per forza di cose, posizioni ideologiche diversificate. In quel caso il finanziamento pubblico effettivamente garantiva il pluralismo. Oggi non ci sono più i partiti, non ci sono più i giornali di partito, non ci sono più le ideologie, perché ce n'è una sola: quella al soldo del grande capitale finanziario. E dobbiamo essere noi a sovvenzionare la sua voce? Secondo me no. Quindi, visto che occorre risparmiare, la prima cosa che un governo oculato dovrebbe fare (and believe me, it will) sarà sopprimere qualsiasi forma di elemosina ai merdia. Perché se da un lato abbiamo la Commissione Europea che autorevolmente certifica la sostenibilità a lungo termine del nostro debito per quattro anni di fila, e dall'altra abbiamo il coro unanime, senza una singola voce dissonante, dei merdia che ci esortano a sacrifici in nome del dissesto delle nostre finanze, bè, allora forse qualche misura bisognerà pur prenderla! Intanto, se i merdia devono rappresentare un'unica opinione, preferisco sia la mia, e non quella di chi mi sta fottendo. Magari i rapporti di forza non mi permetteranno mai di realizzare questo legittimo programma: accetto la possibilità di essere sconfitto, ma non quella di farmi prendere in giro. E poi, chi sa... Dio è morto, Marx è morto, ma Fukuyama non sta troppo bene, anzi, credo non sia mai stato troppo bene, almeno con la testa... Parentesi chiusa.

Bene, torniamo al punto.

A quanto pare, noi di risparmi "importanti" non abbiamo bisogno, secondo la Commissione e secondo un'analisi descrittiva dei principali indicatori di sostenibilità. Ma allora perché Boeri ci tiene così tanto a realizzarli, questi risparmi "importanti", al punto di esprimerne l'insopprimibile esigenza in un modo oggettivamente infelice, che sembra alludere alla necessità di sottrarre risorse a chi ne ha abbastanza per campare, in modo da porre fine ai suoi giorni, e al peso di essi sull'erario?

Siamo quasi certi che l'intenzione di Boeri non era questa, e assolutamente certi che lui negherebbe che mai lo sia stata. D'altra parte, se uno "istrutto" come lui (che, non dimentichiamolo, era pur sempre quello che confondeva la sovranità monetaria con l'emissione di miniassegni) sente il bisogno di ricordarci una verità così banale, come quella in condizioni migliori si vive più a lungo, certo che un po' di puzza di bruciato la si sente...

Ma sarebbe un errore: è solo che il prestigioso accademico, fiore all'occhiello delle nostre élite, ha voluto condividere con noi il suo ultimo lavoro, realizzato con una coautrice di assoluto spicco, del quale qui vi fornisco il risultato principale:


Eh già! Pare proprio che, considerando 209 paesi fra quelli elencati nei World Development Indicators per i quali entrambi i dati sono disponibili, fra reddito medo pro capite e speranza di vita alla nascita ci sia una certa correlazione. I soldi non danno la felicità, forse, ma certamente danno più tempo per godersi la propria infelicità.

Ora, considerando che secondo la Commissione Europea noi, anche senza bisogno di "tagliare" soldi (e anni di vita) ai pensionati avremmo già un sistema pensionistico sostenibile, tutti questi tagli a cosa serviranno mai? Avranno forse qualcosa a che vedere con quei quattro o cinque miliardi che servono al Monte dei Paschi di Siena, o con quegli altri tredici o quindici che servono a Unicredit, e che a quanto pare adesso, dopo aver preso un paio di batoste elettorali, l'Unione Europea è così generosa da accordarci di provvedere con fondi pubblici (mentre prima della Brexit e del no al referendum i nostri risparmiatori potevano tranquillamente impiccarsi)?

Ah, saperlo, saperlo...

Certo che, se uno è così ansioso di trovare soldi che secondo una fonte tanto autorevole già ci sono, ovviamente non sarà per destinarli allo scopo per il quale essi sono appunto già sufficienti (la copertura delle pensioni), ma necessariamente ad altri scopi.

Quali?

Lo scopriremo solo vivendo... se ce lo consentiranno.

domenica 6 novembre 2016

La madre dei piddini, ovvero l'economia del dr. Livore

Allora: prima di iniziare devo darvi alcune safety instruction. Per la lettura di questo post è necessario un paio di mollette, o un sacchetto di carta.

Li avete in casa?

Siete pronti?

Bene: applicate le mollette alle narici, e godetevi questi capolavori:

Giorgio T. ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il ritorno delle SS":

Negli ultimi dieci anni la sinistra ha finalmente dato a tutta la classe media dei dipendenti e dirigenti statali, un status sociale ed economico a cui per anni agognava.In mezzo all'orda di barboni ex imprenditori falliti, di operai cassaintegrati ex Mr faccio tanti straordinari, di bancari senza più cravatte, e mercanti senza più BME, svettano i dorati cedolini dei loro celestiali contratti a tempo indeterminato dei dipendenti pubblici,con le loro mega tredicesime, ferie garantite e squilli di tromba all'ingresso negli oblò bancari. Loro, che tanto si erano sacrificati per le opere di spirito è di servizio, quando tutti cercavano il mero lucro, finalmente eccoli nella top ten delle sicurezze ambite. Grazie sinistra, grazie per aver ristabilito il più desiderabile degli ordini sociali e a lasciare che sia qualcun altro, certamente ben più saggio, ad occuparsi delle rogne dell'economia.

Postato da Giorgio T. in Goofynomics alle 6 novembre 2016



a.masotti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il ritorno delle SS":

La perdita di salario subita dai dipendenti pubblici e quelli delle aziende private, artigianato , piccola industria e piccoli imprenditori in generale non e' stata uguale.
Nel 2013 lo stipendio medio dei dipendenti pubblici e' stato di 35.000 euro , quello dei dipendenti privati 25.000 (circa) .
I dipendenti pubblici hanno avuto i contratti bloccati ma non hanno perso il lavoro per poi troverne un'altro ad un importo della meta' o visto ridurre i fatturati del 50% con le banche che chiedono il rientro .
Facendo due conti brutali :
Costo dipendenti pubblici (dato 2013) 159 miliardi di euro
PIL italiano 2013 1362 miliardi di euro
Percentuale spesa per pubblici dipendenti su PIL 11,67%
Costo dipendenti pubblici se prendessero come privati 113,57 miliardi di euro
Differenza 45,43 miliardi di euro
In % di pil 3,34%
Le imposte sulla casa ed altro patrimonio sono in % di PIL nel 2013 il 2,7
Conclusione:
il governo Monti ha massacrato la classe media per mantenere costante il reddito (incomprimibile e base elettorale del PD ) del pubblico impiego .
Se la compressione dei salari fosse andata tutta a favore del capitale avremmo la fila di gente che fa investimenti e nuove aziende.
Io non vedo nulla del genere: vedo invece dipendenti pubblici sempre piu' grassi e sempre piu' dediti alla difesa di "diritti acquisiti" che sono privilegi.
Non vi puo' essere solidarieta' con chi ti ruba nel portafoglio per mangiare anche la tua meta' del pollo di Trilussa .

Postato da a.masotti in Goofynomics alle 5 novembre 2016 19:02  




Bene...

Ora toglietevi le mollette, vi porto a respirare aria più pura, quella dei  "chiari e veri e istruttivi numeri della statistica". Sollevandovi alla loro altezza potrete liberarvi dai soffocanti miasmi dei piccoli dottor Livore (la famosa puzza di fritto della suocera abruzzese, come ricorderete...).

Vi fornisco due elaborazioni: i redditi da lavoro dipendente pro capite, ottenuti dividendo i redditi interni da lavoro dipendente per gli occupati di fonte Istat, e espressi in euro, e come numero indice. Vediamo se questi numeri confermano il dato dal quale partono i nostri estemporanei analisti:



A occhio e croce direi di no. In effetti, sia le retribuzioni del manifatturiero che quelle della PA erano sopra la media nel 1999. Ma è evidente come a partire dal 2010 la dinamica delle retribuzioni della PA si sia avviata su un percorso discendente (e per quanto mi riguarda credo di avere gli scatti bloccati dal 2007 o dal 2008, forse qualcuno di voi lo sa meglio di me: io purtroppo ho il difetto opposto a quello dei piccoli dr Livore tutti astio e risentimento sociale...). Ciò smentisce la fantasiosa idea che Monti abbia mantenuto costante il reddito dei pubblici dipendenti, base elettorale del PD. Monti ha mantenuto le retribuzioni pro capite dei dipendenti pubblici sulla traiettoria discendente sulla quale erano state poste da Berlusconi, come risulta dalla lettura dei dati:


Quali siano stati i provvedimenti legislativi sottostanti a questa tendenza non lo so, perché non sono né uno statale avido, né un economista del lavoro. So quale ne era la logica macroeconomica: reperire risorse a beneficio dei creditori esteri (non necessariamente quelli del nostro paese).

Per completezza di informazione, vi segnalo che se consideriamo le retribuzioni, invece dei redditi (togliendo cioè di mezzo il cuneo fiscale), la dinamica è sostanzialmente identica (solo, ovviamente, tutta trasposta verso il basso, perché vengono sottratti i contributi sociali):


Da dove vengano i conti di Masotti non lo so. Sarebbe bello che chi interviene qui citasse le sue fonti, così, mica per niente: per farci capire che certe esternazioni non si basano esclusivamente sul proprio astio, ma hanno una base non dico più solida (che l'astio di certi figuri è inscalfibile più del diaspro), ma almeno meno soggettiva. Invece no: lui fa "calcoli brutali", il che lo qualifica come bruto, ma non ci fa andare avanti da nessuna parte.

Se essere pagato è un privilegio, allora faccio notare che sono privilegiati anche i dipendenti del manifatturiero: anche loro hanno una retribuzione sopra la media (ottenuta dividendo il totale delle retribuzioni in tutti i settori per il totale dei dipendenti). Sorpresona, vero? Direi di no. In un'economia occidentale il 70% del valore aggiunto (a spanna) lo fanno i servizi, e di questi non sono tanti quelli a alto valore aggiunto. Forse, quando facciamo calcoli brutali, dovremmo anche chiederci chi è pagato per fare cosa. Il signor Masotti, forse, vuole che un chirurgo di una clinica universitaria sia pagato quanto un portalettere. E io gli auguro, ove mai (Dio non voglia!) l'eventualità dovesse presentarsi, di vedere soddisfatte le proprie ambuzioni, e di essere affidato alle cure di un simile chirurgo, o anche, perché no: di un portalettere!

La madre dei "calcolatori brutali" è sempre incinta, ma se darwinismo sociale deve essere, allora darwinismo sociale sia! Lasciamo che ognuno viva nel mondo che prefigura per gli altri: vivremo tutti meglio, se non altro perché lo spazio a disposizione aumenterà rapidamente.

Il blocco dei contratti e del turnover porterà le retribuzioni medie del pubblico impiego sotto quelle del manifatturiero abbastanza in fretta. Avremo così placato Giorgio T. e a.masotti (manca sempre qualcosa, avete notato)?

Dopo di che, tanto per prevenire le obiezioni dei dilettanti, faccio notare che fra il 1999 e il 2015 il monte salari totale è aumentato del 36%, quello del manifatturiero del 48%, e quello del settore pubblico del 38% (perché, come mostrano tutti i grafici, in una prima fase la dinamica delle sue retribuzioni è stata più sostenuta: ma questa fase si è conclusa sei anni fa, durante i quali i calcolatori brutali hanno dormito); tuttavia, nello stesso periodo, il Pil nominale del paese (cioè la somma di tutti i redditi, da lavoro e da capitale) è aumentato del 40%, il che significa che i dipendenti pubblici (e la media dei lavoratori dipendenti) hanno visto erosa la propria quota di reddito da lavoro dipendente sul totale dei redditi.

Ai dipendenti del manifatturiero è andata meglio, almeno da questi "calcoli brutali", il che, accettando la logica neoclassica del ragionamento di Masotti, è coerente con quanto lui osserva: non sono scesi abbastanza lungo la curva di domanda...

(...ovviamente voi avete letto l'ultimo libro di Sergio, giusto?...)

Questo per i dati, che se non siete in grado di scaricare da qui, potete verificare comodamente qui (il foglio è un po' disordinato, magari mi aiutate a trovare eventuali errori).

E ora vi lascio, che è arrivato un amico. Sono dai Busto Garolfo Cops a parlare di Brexit, e mi diverto un mondo. A proposito: io sono Sugar, e Claudio Borghi è Dexter. E nel caso non vi ricordaste di cosa sto parlando, questo è un aiutino per la vostra memoria...



(...sì, va bene, io non sto tanto attento ai soldi, ma non venitemi a dire che navigo nell'oro, perché altrimenti c'è il rischio che nonostante il mio carattere notoriamente mite e remissivo mi possano anche girare i coglioni...)

(...Bagnaileghistaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!...)

sabato 12 settembre 2015

Perché le donne non fanno più figli (una storia europea)

Filiberto di Chalon, principe di Orange, signore di Arlay, Nozeroy,  Rougemont, Orgelet e Montfaucon, conte di Charny e Pentièvre, visconte di Besançon, principe di Melfi, duca di Gravina, e vicerè del Regno di Napoli (queste tre ve le spiego dopo) nacque il 18 marzo del 1502 a Lons-le-Saunier. Sarete stupiti di apprendere, dopo questa orgia di titoli feudali, che in questa cittadina della Franca Contea sarebbe nato, 258 anni dopo, Claude Joseph Rouget de Lisle, che, come tutti voi europei sapete, è l'autore della Marsigliese, e un altro paro de cent'anni dopo vi avrebbe trascorso la sua infanzia Jean-Luc Mélenchon, che, come gli europeisti non sanno, è un perdente.

Filiberto invece no. Era figlio di Giovanni IV di Chalon-Arlay, quarto del suo casato, la cui attività riproduttiva era stata piuttosto laboriosa.

La prima moglie, Giovanna di Borbone, figlia di Carlo I di Borbone (a sua volta bisnonno di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V, dettaglio che ci tornerà utile in seguito) e di Agnese di Borgogna (e per quella via nipote del duca di Borgogna Giovanni senza paura), era morta nel 1483, dopo 16 anni di matrimonio, senza dargli figli.

Andò meglio la seconda volta, con Filiberta di Lussemburgo, figlia di Antonio di Lussemburgo, che era stato nominato ciambellano di Francia da Luigi XII di Valois, dopo aver cambiato casacca. Sì, perché Antonio, che sarebbe il nonno materno del Filiberto dal quale siamo partiti, aveva prima combattuto Luigi XI nei ranghi della Lega del bene pubblico, una specie di fronda ante litteram. Ma un soggiorno nella torre di Bourges, dopo la sconfitta un battaglia a Guipy (nel 1475, come ogni europeista sa), indusse in lui un subitaneo amore per la casa di Francia.

D'altra parte, il doppio gioco, o, come si direbbe oggi, il "ribaltone", era nel suo DNA. Il padre di Antonio (e quindi il nonno di Filiberta e il bisnonno di Filiberto), Luigi di Lussemburgo, nonostante fosse conestabile di Francia, aveva a lungo fatto il doppio gioco, aiutando un po' Luigi XI, e un po' Filippo il Buono di Borgogna. Ora, Filippo il Buono (figlio di Giovanni senza paura, che era il nonno di quella Agnese di Borgogna dalla quale Giovanni IV di Chalon-Arlay, il padre di Filiberto, non aveva avuto figli) era buono di nome e di fatto. Certo, un po' di ruggine coi francesi c'era. Basti pensare che Filippo il buono aveva iniziato a regnare a 23 anni perché il delfino Carlo (futuro Carlo VII di Francia) aveva avuto l'ottima idea di far pugnalare Giovanni senza paura. Scambi di cortesie fra capi di governo. Ma il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo lo aveva tollerato. Il successore di Filippo nel ducato di Borgogna, però, aveva un ben altro carattere, e infatti lo ricordiamo come Carlo il Temerario. Nel 1471 Carlo decise di mettere il suo avversario (Luigi XI) al corrente del doppio gioco di Luigi di Lussemburgo. Questo, da buon lussemburghese, non si fece né in qua né in là, e passò al triplo gioco, appellandosi a Edoardo IV di York, re d'Inghilterra. Solo che quest'ultimo si mise d'accordo con Luigi XI, e a Luigi di Lussemburgo non restò altro da fare che rifugiarsi dal suo ex alleato Carlo il Temerario. Pessima idea, perché fu proprio lui a consegnarlo a Luigi XI, che gli fece tagliare la testa nel luogo a ciò deputato (Place de la Grève, come voi europei sapete: quella dove d'inverno montano il pattinatoio).

Qualora vi fosse mai capitato di volere la testa di un lussemburghese, ecco, ora sapete che il vostro desiderio non è particolarmente originale: ma sapete anche che per realizzarlo dovreste essere re di Francia.

Formato da questo insegnamento, il figlio di Luigi di Lussemburgo, cioè Antonio di Lussemburgo, cioè il nonno paterno di Filiberto, dopo la legnata presa a Guipy e la prigionia a Bourges restò fedele alla casa di Francia, e ben gliene incolse, perché nel 1504, quando Filiberto aveva due anni, Luigi XII gli restituì i suoi beni (sì, perché Luigi XI a Luigi di Lussemburgo non aveva tolto solo la testa, ma anche i feudi: e del resto, che te ne fai di un feudo, se non hai più la testa per amministrarlo)?

Insomma, con Filiberta le cose andarono bene, e Giovanni IV di Chalon-Arlay ebbe da lei ben tre figli. Quattro anni prima del Filiberto del quale vi sto parlando (e voi vi chiederete perché...), aveva avuto Claudia, che sarebbe andata in sposa a 17 anni (nel 1515) al conte Enrico III di Nassau-Breda, al quale avrebbe dato un figlio, Renato di Chalon. Dopo Claudia, Giovanni IV ebbe da Filiberta un Claudio, il quale, però, ebbe l'infausta idea di morire a un anno. Fu gioco forza riprovarci (magari era anche piacevole: non ho trovato ritratti di Filiberta), e nacque così Filiberto, il de cujus, che si trovò così ad essere l'unico discendente maschio del casato di Chalon-Arlay, e pertanto erede dell'antico titolo di principe di Orange.

Apro e chiudo una parentesi per segnalarvi che quindi, quando Filiberto morì, questo titolo passo al suo nipote, al figlio di Claudia, cioè a Renato, che diventò anche principe di Orange. Alla morte di Renato il titolo sarebbe poi passato a suo cugino (eh sì, anche lui aveva un cugino), Guglielmo il Taciturno, Statolder d'Olanda e stipite della casa di Orange-Nassau. E da lì, giù per li rami, sarebbe arrivato fino a Guglielmo Alessandro di Orange-Nassau, che, come gli europeisti non sanno, è l'attuale re di Olanda (c'è di mezzo anche il congresso di Vienna, ma non vorrei annoiarvi).

Bella la Storia, vero?

Allora: con Filiberta Giovanni IV aveva risolto (o meglio: credeva di aver risolto) il problema della sua discendenza. Notate: lui pensava di aver messo le cose a posto con due figli maschi, ma poi il suo titolo è arrivato fino a oggi grazie alla sua figlia femmina (Claudia). Ma quello della riproduzione era solo uno, dei problemi. Poi c'era anche quello di decidere da che parte stare. Ma anche questo problema si risolse da solo. Avrete capito che fra la casa di Francia e quella di Borgogna non correva ottimissimo sangue. Ora, credo intuirete (siete uomini di mondo) che se uno va d'accordo coi Francesi, certo non chiede in sposa come prima scelta la nipote di Giovanni senza paura (da non confondere con Giovanni senza terra, ma questo lo sapete). Quindi Giovanni IV di Chalon-Arlay stava coi borgognoni (e del resto, anche geograficamente, gli conveniva: ma non entriamo anche in questo).

Purtroppissimo come la storia finì lo sapete: voi siete europei, quindi Rilke l'avete letto:

"Aber am nächsten Morgen, dem siebenten Januar, einem Dienstag, fing das Suchen doch wieder an. Und diesmal war ein Führer da. Es war ein Page des Herzogs, und es hieß, er habe seinen Herrn von ferne stürzen sehen; nun sollte er die Stelle zeigen. Er selbst hatte nichts erzählt, der Graf von Campobasso hatte ihn gebracht und hatte für ihn gesprochen. Nun ging er voran, und die anderen hielten sich dicht hinter ihm. Wer ihn so sah, vermummt und eigentümlich unsicher, der hatte Mühe zu glauben, daß es wirklich Gian-Battista Colonna sei, der schön wie ein Mädchen war und schmal in den Gelenken. Er zitterte vor Kälte; die Luft war steif vom Nachtfrost, es klang wie Zähneknirschen unter den Schritten. Übrigens froren sie alle. Nur des Herzogs Narr, Louis-Onze zubenannt, machte sich Bewegung. Er spielte den Hund, lief voraus, kam wieder und trollte eine Weile auf allen vieren neben dem Knaben her; wo er aber von fern eine Leiche sah, da sprang er hin und verbeugte sich und redete ihr zu, sie möchte sich zusammennehmen und der sein, den man suchte. Er ließ ihr ein wenig Bedenkzeit, aber dann kam er mürrisch zu den andern zurück und drohte und fluchte und beklagte sich über den Eigensinn und die Trägheit der Toten. Und man ging immerzu, und es nahm kein Ende. Die Stadt war kaum mehr zu sehen; denn das Wetter hatte sich inzwischen geschlossen, trotz der Kälte, und war grau und undurchsichtig geworden. Das Land lag flach und gleichgültig da, und die kleine, dichte Gruppe sah immer verirrter aus, je weiter sie sich bewegte. Niemand sprach, nur ein altes Weib, das mitgelaufen war, malmte etwas und schüttelte den Kopf dabei; vielleicht betete sie."

Eh sì, forse pregava.

Carlo il Temerario (quello che aveva consegnato il bisnonno di Filiberto a Luigi XI) era morto, il 5 gennaio del 1477, alla battaglia di Nancy. Renato II di Lorena gli aveva fatto un certo scherzetto, coi suoi mercenari svizzeri (mi piacerebbe fornirvi le technicalities, ma non c'è tempo). Il suo cadavere fu ritrovato "am nächsten Morgen", come dice Rilke - anche se a me risulterebbe essere il sei e non il sette gennaio - sfigurato dai lupi, su indicazione di un paggio, e poi finì per vie traverse a Bruges, dove ebbi modo di riverirlo.

Pare che l'esito letale sia stato provocato da quello che un politico chiamerebbe un "difetto di comunicazione":  "Nul ne peut dire avec certitude qui, dans la soldatesque anonyme, lui porta le coup fatal mais la tradition relate qu'un obscur soldat nommé Claude de Bauzémont se serait jeté sur lui sans le reconnaître ; Charles aurait crié « Sauvez le duc de Bourgogne ! », mais ce cri, compris comme « Vive le duc de Bourgogne ! » aurait entraîné la mise à mort immédiate de Charles par ce soldat". Ce soldat non aveva capito di aver trovato la gallina dalle uova d'oro: sai che riscatto avrebbe potuto chiedere? Ma vabbè, sono errori che si fanno.

E notate il dettaglio: il buffone di Carlo si chiamava Louis-Onze.

Chissà perché...

Del resto, anche oggi circolano buffoni di corte con nomi regali...

Ai fini politologi: chi ci guadagnò da questo epico scazzo fra le case di Borgogna e di Lorena? Ma è semplice! La casa di Francia. Morto Carlo il Temerario, Louis-Onze, quello vero, fece filotto, e in particolare confiscò tutti i beni della casa di Chalon-Arlay. Povero Giovanni IV! Ma la soluzione era a portata di mano: cambiare casacca, ovvero saltare sul carro del vincitore. Così fece Giovanni, che, se ve lo andate a cercare su Wikipedia, in effetti ne fece di ogni pure lui - ma ebbe il privilegio, rispetto a Luigi di Lussemburgo, di essere impiccato solo in effigie! In ogni caso, i beni gli ritornarono. Notate, quindi che il nostro Filiberto aveva ricevuto l'allele del bandwagoning sia da parte di madre (ricordate i principi di Lussemburgo?), che da parte di padre.

Non c'è quindi da stupirsi se anche il nostro Filiberto, che aveva avuto un'infanzia difficile (suo padre era morto a 49 anni quando lui aveva 21 giorni...), cercava di destreggiarsi come poteva fra i due nuovi poli della politica europea: i due bisnipoti del padre della prima moglie di suo padre: Francesco I di Valois e Carlo V d'Asburgo (eh già: gira che ti rigira, è sempre Francia contro Germagna...).

Ma insomma, a un certo punto una scelta bisogna farla. L'adesione della sua stirpe alla casa di Francia non era stata il massimo della spontaneità, e forse anche per questo nel 1524 Filiberto passò decisamente dalla parte di Carlo V, che nel 1516 lo aveva insignito (segretamente) dell'ordine del Toson d'Oro. D'altra parte, pare che Francesco I avesse trattato Filiberto con estrema supponenza quando questi era andato a lamentarsi per uno sconfinamento dell'esercito francese nel principato di Orange. Che è sì, geograficamente e oggi, in Francia, ma che allora era un principato sovrano (chiaro il concetto)? Però Francesco I era più forte e se ne batteva (quindi non è cambiato niente).

Filiberto era bravo. Certo, qualche rovescio capitò anche a lui. Ad esempio, Andrea Doria lo fece prigioniero davanti a Marsiglia nel 1524. Ma per fortuna Carlo V fece prigioniero Francesco I a Pavia nel 1525, e con il Trattato di M... Trattato di Ma...

(...no, non di Maastricht, non quell'infamia che passerà alla storia solo per essere vituperata nei secoli come passo decisivo nel processo di distruzione della nostra civiltà...)

...con il Trattato di Madrid, nel 1526, Filiberto tornò libero e felice, a fare il suo mestiere, quello delle armi, un mestiere al quale gli uomini sono comandati qualche volta dalla stirpe (e questo era il suo caso), e altre volte dalle circostanze.

E così, un anno dopo, nel 1527, vi ricordate cosa successe? Ma quello che sta succedendo ora, pari pari!

Il sacco di Roma.

Un papa fiorentino (Clemente VII), preoccupato per l'affermazione di Carlo V (sapete, anche lì c'era una vecchia ruggine, quella fra papato e impero), promosse la Lega di Cognac, sfruttando il risentimento dei francesi, e mettendo su contro Carlo V una variopinta congerie di milanesi, veneti, genovesi e fiorentini. Praticamente, un "movimentodalbasso" di Stati sovrani. Carlo V, per non sbagliare, prima sguinzagliò i Colonna contro il papa, e poi gli mandò 12000 lanzichenecchi assoldati fra Bolzano e Merano da Georg von Frundsberg (e qui so che all'amico Jorg verserà una lacrimuccia), ma guidati dal conestabile di Borbone: Carlo III di Borbone, conte di Montpensier, delfino di Auvergne, conte di Clermont e di Sancerre, e signore di Mercoeur e Combraille. Un altro "de passaggio", che fra l'altro era un cugino di quarto grado del Carlo I di Borbone bisnonno di Francesco I e di Carlo V (nelle famiglie si litiga) e padre della prima moglie del padre di Filiberto. Nel "board" degli assalitori figuravano anche il nostro Filiberto, e Fabrizio Maramaldo (napoletano). Come andò lo sapete: un fiorentino di buon gusto stese con un'archibugiata il conestabile di Borbone. Le truppe allo sbando acclamarono come loro comandante il nostro Filiberto, anche perché il Frundsberg aveva nel frattempo marcato visita. Le cronache riportano che Filiberto cercò di placare i lanzichenecchi. Ma, forse perché non parlava la lingua (che in effetti è un po' ostica), non riusci a convincerli. E così Roma sperimentò quello che oggi sperimenta la Germania: una crisi demografica che la portò da 55000 a 30000 abitanti.

E ora parliamo d'altro.

L'altopiano delle Cinque Miglia è un altopiano carsico lungo circa 9 km, situato in provincia dell'Aquila fra la valle dei Gizio (affluente del Pescara) a Nord e quella del Sangro a Sud. A est lo delimita lo costiera del Rotella, a ovest un gruppo di montagne che culminano nel massiccio del monte Greco: i monti di Roccaraso, quelli dove si scia, per capirci. Da secoli l'altopiano è una importante via di comunicazione fra l'Aquila e Sulmona da una parte, e le città del Sud dall'altra, e infatti ancora oggi è attraversato dalla SS 17 dell'Appennino Abruzzese ed Apulo-Sannitica, che unisce l'Aquila a Foggia (insomma: la versione moderna del Tratturo l'Aquila-Foggia). L'altopiano è un posto un po' freschetto. D'inverno facilmente la temperatura arriva a -25. Niente male, no? Sarà per questo che ieri, sul monte Greco, che è mille metri più alto, avevo tanta nostalgia del mio PC... D'altra parte, se intorno ci si scia, tanto caldo non potrà farci...

E ora torniamo al nostro Filiberto.

Il quale, dopo aver preteso nel giugno del 1528 la capitolazione del papa, viene mandato da Carlo V a Napoli (c'è sempre tanto da fare), dove nel frattempo il viceré Hugo de Moncada y Cardona (nato a Valencia) si era preso anche lui un'archibugiata nella battaglia navale di Capo d'Orso, al largo di Salerno, da una flotta nemica comandata da Filippino Doria (il nipote di Andrea, quello che aveva fatto prigioniero Filiberto). Carlo V quindi inviò prontamente Filiberto a fare il viceré (ricordate: qui saltano fuori i titoli di viceré di Napoli, principe di Melfi e duca di Gravina). Insomma, non c'è che dire: la meritocrazia è una bella cosa. Guardate Filiberto! A 26 anni promosso viceré sul campo, per merito. Mica come voi, che aspettate dalle amicizie e dalle parentele l'occasione per procurarvi un posto fisso!

La situazione a Napoli era quella che era. I francesi avevano assediato la città, la volevano per loro. E occorrevano rinforzi. Così Filiberto chiamò un contingente di 500 tedeschi per sostenere la città, stretta d'assedio e dal blocco navale, per rompere il quale il suo predecessore aveva trovato la morte. E i tedeschi si incamminarono lungo la strada che da Nord porta a Sud. Ebbero però l'idea non brillante di passare per l'altopiano delle Cinque Miglia. Li colse una tormenta, e morirono in cinquecento (ti ci voglio vedere a -25°). Che poi, a dirla tutta, il problema è solo che loro non avevano, come oggi i migranti, gli smartphone. Altrimenti, andando su Google, avrebbero visto che l'anno prima, nello stesso posto, erano morti 300 mercenari che invece andavano da Sud a Nord, perché Venezia li aveva assoldati per combattere contro Carlo V. E avrebbero evitato.

Conoscere la storia eviterebbe tanti disastri...

Voi direte: sì, affascinante, ma debbase che ce ne frega?

E ora ve lo spiego.

Nel suo blog Quarantotto ha espresso qualche perplessità sull'idea che "abbiamo bisogno" dei migranti - cioè di immigrati, per parlare italiano - perché non facciamo figli. Le sue perplessità derivano dal fatto che questo argomento è sostenuto dai media con dati quanto meno incoerenti. Non discuto ora i dati, ma aggiungo, ed evidenzio, due altri aspetti che credo siano cruciali. Nei nostri media nessuno si pone due domande cruciali: perché i siriani scappano? E perché gli italiani fanno pochi figli?

Qui mi soffermo sulla seconda, tanto la risposta alla prima la sapete.

L'idea che viene diffusa dai media tutti è quella colpevolizzante (manco a dirlo): le italiane, abituate alla mollezza e agli agi della vita da single, sarebbero ormai moralmente degenerate. La durezza del vivere di schioppiana memoria essendo per loro solo un ricordo, esse non desiderano che un fastidioso marmocchio le distolga, coi suoi balocchi, dai loro profumi, e così non si concedono ai loro compagni se non in accoppiamenti sterili, per evitare che la petulante presenza di un marmocchio disturbi le loro pratiche lussuriose. Certo, creature così egoiste non meritano che lo stato si occupi di loro, magari provvedendole di quei servizi sociali che le allontanerebbero vieppiù dalla salutare e pedagogica durezza del vivere: ospedali dove partorire, asili nido dove lasciare i neonati... E quindi ben venga chi da altri paesi, mosso da spirito di solidarietà, viene qui a lavorare per pagare la pensione a queste ingrate che, a ben vedere, nemmeno lo meriterebbero...

Ma siamo sicuri che sia così?

Preciso: fare figli non è obbligatorio. È biologia, ma l'uomo (cioè la donna) può tranquillamente fottersene della biologia (mentre non dovrebbe fottersene della Storia). Così come noi, a differenza dei cervi, non siamo obbligati a darci appuntamento ogni settembre in Vallelunga per fare a cornate, altrettanto le nostre gentili compagne potrebbero scegliere di non volere figli, e questa scelta, se tale è, cioè se è libera e non necessitata da logiche altrui, va rispettata. Potrebbe dipendere da mille e un motivo: non aver trovato la persona giusta, non sentirsi pronte o disposte, e via dicendo. Però io giro tanto, e forse sarò sfortunato, ma incontro tante persone per le quali questa scelta è una non scelta. Se per campare devi avere due stipendi e con la gravidanza arriva il licenziamento, ecco che la libertà di scelta è, come dire, lievemente coartata. Questo non è un problema? Certo, è un problema meno urgente di quello di salvare e accogliere chi sta rischiando la sua pelle.

Ma meno urgente non significa meno grave.

Apro e chiudo una parentesi per sottolineare che l'argomento secondo il quale "abbiamo bisogno" dei migranti perché le nostre donne sono, in sintesi, "troppo emancipate" per mettersi a fare figli, è diventato, in seguito alla crisi umanitaria che stiamo vivendo, il cavallo di battaglia della sinistra, cioè di quella parte politica che ha giustamente fatto della lotta per l'emancipazione femminile una sua bandiera... salvo ora rimproverare alle emancipate di non conformarsi al saggio e teutonico principio jedes Jahr ein Kind!

Ma questo è uno schema mentale al quale ormai siamo abituati: i progressisti di questa risma sono anche quelli che difendono a costo della nostra vita un sistema monetario basato sulle regole di un consulente di Pinochet (la crescita dell'offerta di moneta al k%), cioè su quel monetarismo friedmaniano che molti di loro mi insegnavano a valutare criticamente negli anni '80, in quanto intrinsecamente conservatore e strutturale a un certo tipo di capitalismo finanziario. Oggi invece il k% è diventato di sinistra! Pinochet diventa un modello, e l'emancipazione femminile (il controllo della donna sul proprio corpo) diventa deprecabile... Che strana sinistra!

Ma il fatto è che in molti casi i figli non si fanno perché il controllo sul corpo della donna non ce l'ha (ancora) lei, ma (sempre) il capitale.

Per un esempio, torniamo a Filiberto, anzi, ai suoi mercenari.

Vi scrivo da Barrea, che rientra nell'ASL Abruzzo 1 dell'Aquila e di Sulmona. Ovviamente qui se succede qualcosa devi andare a Pescasseroli (il pronto soccorso è lì). Son 20 chilometri, in 27 minuti si fanno. A Roma può capitare di metterci di più per arrivare a un pronto soccorso. E se devi partorire? Bè, prima c'era il "punto nascite" all'ospedale di Castel di Sangro. Bisogna scavallare verso Alfedena, d'inverno ci vogliono le catene, ma si resta sempre nell'ambito della mezz'oretta. Poi, però, siamo dovuti diventare virtuosi. E quindi il punto nascite, mi dicono, è stato chiuso: oggi se vivi a Barrea partorisci a Sulmona. E qui le cose si complicano: sono una sessantina di chilometri, ma per farli ci vuole più di un'ora, e da dove si passa? Dall'altopiano delle Cinque miglia.

Ora, abbiamo detto che della biologia, in quanto vertici del creato (secondo noi) potremmo fottercene, e che della storia non dovremmo fottercene. Ma della geografia non possiamo fottercene. Barrea dista da Sulmona poco più di 35 chilometri in linea d'aria: diciamo quanto Francoforte da Wiesbaden (voi siete europei, mi capirete). Però cosa manca, fra Francoforte e Wiesbaden? La Genzana (2170 metri) e il Greco (2285 metri). E per aggirarli si passa in un posto dove d'inverno non fa 1°, come a Francoforte, ma può anche fare -25°: in confronto Tromsø è Gran Canaria!

Ci siamo?

Poi, certo, una quando si avvicina il termine può sempre andare a stare in albergo a Sulmona. E del resto chi te lo fa fare di vivere in montagna?

Ecco, a me di tutta l'ipocrisia pelosa, di tutta la patente manipolazione nella quale siamo immersi, una cosa dà soprattutto fastidio. L'assoluta certezza che quando nelle famose sedi "europee" vengono prese da burocrati non eletti le decisioni intese a "moralizzare" le nostre economie, certi dettagli strutturali non vengano nemmeno presi in considerazione. L'Europa, loro, non sanno proprio com'è fatta. E non mi riferisco alla sua storia e alla sua cultura. Mi riferisco proprio alla sua conformazione fisica, alla sua geografia. Non capire che andare da Barrea a Sulmona non è come andare da Wiesbaden a Francoforte è grave, mi direte. Ma sono sicuro che quando certe decisioni vengono prese, su dettagli così banali nessuno riflette. "La densità media per chilometro quadrato", "il numero di posti letto per abitante"... le famose statistiche che ci vengono elargite da quel paradiso fiscale che è l'OCSE, per capirci, sono prive di senso se messe a contatto con l'unica vera durezza del vivere: quella del territorio (che vi ho mostrato nei post precedenti).

Ma naturalmente si può sempre pensare che anche quello di voler vivere dove si è nati sia un deplorevole eccesso di mollezza, e che tutti dovrebbero, per "razionalizzare", darsi al nomadismo per confluire in poche grandi città: sostanzialmente, nei capoluoghi di regione, che poi potremmo a loro volta accorpare, per risparmiare, sopprimendo le regioni, e costruendo poche megalopoli in modo da "ottimizzare" l'offerta di servizi pubblici, non disperdendola su un territorio troppo ampio e frastagliato. In fondo, in Cina fanno così: la popolazione italiana entra nelle loro prime quindici città!

Sono sicuro che nella famosa spending review saranno stati compresi anche provvedimenti di questo tipo. E va bene così: trasformiamo il nostro paese in un deserto (e poi diamo la colpa ai suoi abitanti se non si riproducono). Tutto questo, come abbiamo visto più e più volte, a lode e gloria di quelle banche cialtrone e dissennate che prestando in modo malaccorto si sono messe nei guai. E babbo Stato, tanto deprecato dai liberisti, deve ora togliere ospedali (e asili, e pensioni, e stipendi) a noi per dare a loro, direttamente o indirettamente.

Ma la colpa, va da sé, è delle donne, che preferiscono andare al cinema anziché cambiare pannolini.

Quanto può continuare?




(...Filiberto continuò per poco. Alla battaglia di Gavinana, nel 1530, si prese un'archibugiata pure lui - cose che a quel tempo capitavano, come avrete capito. Sì, è la stessa battaglia dove Maramaldo illustrò il suo nome uccidendo Francesco Ferrucci, che stava dalla parte dell'imperatore, e che quindi si trovò a mal partito quando il suo comandante in capo venne abbattuto. Ripeto: cose che capitano. Ma ora che abbiamo abolito i confini non capiteranno più: per i pensatori secondo i quali l'economia non dipende dalla geografia fisica, l'antropologia dipende dalla geografia politica! State sereni e buona notte...)

(...metamorale: capito perché a me viene da ridere quando mi parlano del Bilderberg?...)

giovedì 17 gennaio 2013

Identità, vincolo, saldo, bilancio



(post tecnico)

Partiamo da un principio che spero sia condivisibile, anzi, due:

1)      ogni scienza ha un suo linguaggio tecnico il cui scopo, in linea di principio, non è quello di ostacolare l’accesso alla conoscenza da parte del "popolo", ma quello di esprimersi con precisione, risparmiando tempo;
2)      chi si esprime in modo impreciso, anche terminologicamente, disinforma, e la disinformazione è sempre un’operazione favorevole al regime, perché attivamente impedisce il formarsi di una coscienza civile.

Astenersi complottisti: io parlo di risultati. Le intenzioni interessano il Padreterno, anzi, non interessano nemmeno lui più di tanto, visto che nella sua infinita scienza le conosce già.

Facciamo allora un po’ di chiarezza su quattro termini che dal dibattito corrente mi pare di poter dire siano poco capiti. La colpa, come sapete, è di alcuni disinformatori dall’italiano maccheronico. Per salvare la propria patria bisognerebbe almeno conoscerne la lingua, che ne dite? Allora facciamo il punto, ripartendo dall’identità del debito pubblico. Voi vi annoierete, ma io, dopo, potrò permettermi il lusso di parlare con voi usando il linguaggio appropriato. Avete mai provato a svitare una vite usando un paio di forbici anziché un cacciavite di opportuna dimensione? Nessun lusso è più grande di quello di poter usare lo strumento giusto al momento giusto (Alex, non occorre che tu faccia altri esempi...).

Identità

Le relazioni (1), (2) e (3) del post sull’aritmetica del debito:

indicano che la variazione del debito D (definita dalla (1)) è uguale al fabbisogno dello Stato (lo dicono la (2) e la (3) in due modi diversi ma equivalenti). Ricordatevi, per favore, che questa relazione è valida solo in teoria. Chi segue bene il blog sa cosa intendo (suggerimento: Panizza).

La (2) e la (3) sono identità, cioè relazioni contabili che vengono sempre soddisfatte. Vi ricordo che in esse il fabbisogno F è un flusso e il debito D è uno stock, che varia per effetto del flusso F.

Molto semplicemente, la (2) (o la (3)) ci spiegano in che modo il Tesoro finanzia il proprio deficit: emettendo titoli del debito pubblico. Voi direte: “ma ci sono altre possibilità!”. Certo: le vediamo dopo. Ma il concetto è che le relazioni (2) e (3), di per sé, non pongono alcun vincolo economico sul comportamento del governo. Dicono solo che se hai un fabbisogno lo copri con titoli. Non ti dicono né dove collochi i titoli, né se riesci a farlo, né a quale tasso, chiaro? Quindi non pongono alcun vincolo.

Per motivi che non capisco, alcuni colleghi chiamano identità come la (2) o la (3) “vincolo di bilancio” del settore pubblico. Ma questa definizione ovviamente non ha alcun senso, per il motivo che ho appena spiegato. Questo problema però rimane confinato alla letteratura scientifica: nel dibattito corrente non ho visto fare un equivoco simile, ma è utile segnalarvelo perché se capite cosa non è un vincolo, poi capite anche meglio cosa è un vincolo. Questa cosa, in effetti, ci sarà utile, data l’infestazione di sconclusionati dilettanti i quali sostengono l’inesistenza di certi vincoli.

Vincolo

Giustamente, mi chiederete allora di vedere un vincolo. Il comportamento del settore pubblico può essere vincolato in mille modi. Il più semplice (al limite della rozzezza) è il vincolo di pareggio del bilancio, che possiamo esprimere in tre modi equivalenti:
Dire che il fabbisogno pubblico deve essere nullo, significa dire che la variazione del debito deve essere nulla, significa quindi che il debito dell’anno in corso deve restare uguale a quello dell’anno precedente. Questo è un vincolo, ovviamente, perché implica che lo Stato non possa spendere più di quello che incassa (ne parliamo subito dopo).

Ma c’è anche un’altra implicazione. Ricordate l’aritmetica del debito? Nel lungo periodo il rapporto debito/Pil d tende a:

dove f è il rapporto fabbisogno/Pil, cioè f=F/Y. Quindi? Quindi con la regola del pareggio di bilancio, intesa in senso stretto, in teoria nel lungo periodo il rapporto debito pubblico/Pil tende a zero, per qualsiasi valore del tasso di crescita dell’economia (gamma, nella formula (5)).

Il Nirvana dei Gianninizzeri, e anche della finanza privata, che potrebbe finalmente avviare al circuito delle bolle tutte le somme attualmente intermediate dallo Statoinefficientebrutto (che però alla finanza privata sta salvando le terga: signora mia, quanta ingratitudine...).

Si possono immaginare vincoli più complessi, ma per il momento non ci sono necessari. Ricordate però che il pareggio di bilancio è un vincolo estremamente stringente: esso non richiede semplicemente che il debito nel lungo periodo possa essere ripagato. Richiede che il debito scompaia, non ci sia più. Il che, oltre a essere assurdo economicamente, lo è anche storicamente: da quando c’è lo Stato, c’è il debito pubblico. Non si capisce bene il senso di questo integralismo finanziario (o meglio: lo si capisce se si pensa a Ugo... in questo caso non Panizza).

Saldo

Il fabbisogno F è un flusso, perché è una grandezza riferita a un arco di tempo, ed è anche un saldo, cioè la differenza fra due flussi, uno di entrate e uno di uscite. In un modo un po’ impreciso possiamo definirlo così:
dove G è la spesa pubblica (la spesa del Governo) e T sono le entrate (con la T di Tasse, ma ci sono anche le imposte).

Nota: G è più precisamente la spesa per “consumi collettivi”, cioè la spesa pubblica che compete con quella privata nell’acquisire risorse. Ci rientrano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici (i quali, se sono pubblici, generalmente non sono privati), e i consumi intermedi, cioè gli acquisti di beni e servizi da parte delle Amministrazioni Pubbliche (la lampadina che è avvitata nell’aula di università non può simultaneamente essere avvitata nello studio di un commercialista: capito il significato di “compete con quella privata”?).

Nota: T non sono solo “tasse”. Sono più precisamente imposte nette, cioè il risultato di tutte le spese che hanno una funzione redistributiva. Ci rientrano quindi le pensioni (ovviamente col segno meno, visto che sono soldi che lo Stato dà, invece di prendere) e anche i pagamenti per interessi (idem). Insomma: T = raccolta fiscale – prestazioni sociali (di vario tipo) – pagamenti per interessi.

Nota: non stiamo mettendo in evidenza le spese per investimenti, ecc. Facciamo finta che stiano in G.

Ecco: la rappresentazione che diamo è molto stilizzata, ma noi ne siamo consapevoli (a differenza di altri) e ce la teniamo così perché si parte dalle cose semplici per arrivare a quelle complicate.

Bilancio

F è il saldo contabile fra le entrate e le uscite del settore pubblico, è il saldo settoriale del settore pubblico.

F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.

(scusate: non siete voi a essere di coccio, avrete capito chi è...).

Perché? Semplice. In macroeconomia si intende per “bilancio” una identità di bilancio, cioè una relazione come la (2) o la (3), che spiega come un determinato saldo venga finanziato o allocato. Il saldo (nel caso in specie, F) è solo un pezzo del bilancio: corrisponde al conto economico, quello che spiega come si forma un surplus o un deficit. Esempio: un deficit pubblico si forma se le spese G superano le entrate nette T.

L’altro pezzo dell’identità corrisponde al conto finanziario, quello che spiega come si copre un deficit (o come si investe un surplus). Nel caso del settore pubblico, lo abbiamo visto: con una variazione del debito (in aumento se hai un deficit, in diminuzione se hai un surplus).

Chiamare bilancio un saldo significa essere molto ignoranti, direi pericolosamente ignoranti. Come avrete capito significa, in buona sostanza, ignorare il lato finanziario della relazione, parlare cioè solo di G-T senza spiegare come viene coperto. Significa, insomma, ignorare l’esistenza e la dinamica degli stock. Il “bilancio settoriale” è l’identità di bilancio che mette in relazione il saldo (flusso) con lo stock pertinente. Nel caso del settore pubblico, il bilancio settoriale è l’identità (2) o (3).

Ovviamente chi si fa araldo e propugnatore di questa cialtroneria lessicale in Italia? Ma bravi, avete indovinato, proprio quello che pretende di essere il rappresentante unico in Italia di una scuola di pensiero, quella post-keynesiana, che ha fatto della coerenza stock/flusso un proprio tratto distintivo! Paradossi italiani. Sarebbe come se Oscar Giannino cominciasse a chiamare padroni gli imprenditori, e capitalisti i risparmiatori! Lo so, alcuni di voi non lo troveranno esilarante. Ma io ogni volta che sento Donald parlare di “bilanci” mi spancio dalle risate.

Riassunto

Un’identità stock/flusso è una relazione che risulta sempre verificata contabilmente e che descrive l’evoluzione di un certo stock (generalmente finanziario, ma anche di macchinari, o di immobili) per effetto dei flussi di entrate e di uscite di un certo operatore.

In alcuni casi questa identità può corrispondere al bilancio di un operatore, cioè alla relazione che spiega in che modo questo operatore finanzia il proprio deficit o alloca il proprio surplus.

Un’identità non è un vincolo: l’identità è verificata sempre, per definizione, e in quanto tale non vincola il comportamento di nessuno. Per definire un vincolo occorre imporre condizioni aggiuntive: ad esempio, quella che il saldo contabile fra entrate e uscite sia nullo, e sia quindi tale la variazione dello stock.

Un saldo non è un bilancio. Il saldo fra entrate e uscita spiega come si forma un deficit/surplus, il bilancio (identità di bilancio) spiega come questo deficit/surplus viene coperto/allocato.

Bene. Ora sapete parlare, e quindi possiamo parlare. Dal prossimo post.