Io: "A questo proposito ho avuto piacere di sapere che la Pesco significa integrazione a livello di difesa. Sottolineo...".
Amato: "Questa è una cattiveria!"
Io: "Sì, naturalmente! Lei è esperto di cattiverie, provo a superarla." (applausi) "Mi permetto di ricordare che anche l'euro significa integrazione, e l'onorevole Amato sa benissimo che fare integrazione senza Stato è stato un problema, e tornando al discorso di Nathalie Tocci, che ha sottolineato la serietà del tema "difesa", presumo che fare l'integrazione della difesa senza uno Stato possa essere un problema ancora maggiore. Quindi, questo un po' mi preoccupa. Però non voglio parlare di questo perché non è il mio campo".
Tocci (non parla nel microfono).
Io: "Eh?"
Tocci: "Non c'è alternativa".
(al minuto 44:55)
Gentile dottoressa,
trovo finalmente il tempo di commentare la sua replica alle preoccupazioni da me espresse durante il dibattito alla Treccani. Una replica che mi ha lasciato (quasi) senza parole (in verità, quello che dovevo dire l'ho detto, e l'unico a non capirlo è stato un lettore del mio blog che si atteggia a intellettuale, un tal Serendippo: fortunata lei che si tiene fuori dal dibattito social, risparmiandosi le punzecchiature di simili tafani!). La mia parziale afasia non dipende tanto dal fatto che io considerassi la sua replica dialetticamente molto valida, quanto dal fatto che essa costituiva una tanto gigantesca, quanto (ne sono assolutamente certo) involontaria, mancanza di riguardo verso i due interlocutori più anziani e più autorevoli di noi seduti al nostro tavolo.
Mi spiego.
La sua posizione è cristallina: dobbiamo commettere quello che già sappiamo essere un tragico errore (creare un esercito senza Stato dopo aver creato una moneta senza Stato e aver assistito al suo fallimento), e questo perché "non c'è alternativa". Suppongo che questa sarebbe stata la sua posizione anche riguardo all'integrazione monetaria, laddove a 15 anni la avesse annoverata fra i suoi interessi (io quell'età, che per me arrivò e rapidamente trascorse nell'anno in cui lei nacque, mi interessavo solo di musica). Ma questo non è poi così importante, se non per il fatto che in questo caso sappiamo che un'alternativa ci sarebbe stata: ce la mostrano i vari paesi con opt-out o membri dell'ERM2, dei quali partitamente ho riferito nella mia relazione. Tuttavia, a me non interessa discutere con lei le possibili alternative (o meglio: mi interesserebbe moltissimo, nonostante io sia incompetente, solo che questa non è la sede). Mi preme viceversa sottolineare perché questo suo atteggiamento nei fatti è stato brutalmente liquidatorio verso i nostri commensali al tavolo della scienza.
Intanto, l'ambasciatore Armellini, nella sua relazione molto intensa, che devo ancora compiutamente assimilare, aveva fatto un certo sforzo per porre in chiave dialettica l'Europa della Thatcher e quella di Spinelli. Devo dire che dal mio punto di vista, alla luce di alcune pessime letture che ho fatto (e che naturalmente le sconsiglio), questa dialettica non è esattamente hegeliana: la dialettica hegeliana prevede una tesi e un'antitesi, ma purtroppo, dopo aver letto Barra Caracciolo, non riesco a porre Spinelli in antitesi alla Thatcher. Li vedo in una stretta continuità/contiguità ideologica, saldamente inseriti in quel filone di pensiero che, come ho appreso da un'altra pessima lettura, origina dal tentativo del capitalismo di rinsaldare le proprie posizioni variamente intaccate dal carnaio da lui provocato un secolo fa (questo tentativo, riuscito, sarebbe quello che gli ingenui "di sinistra" chiamano "neoliberismo", e che tutto è salvo che "neo": fa però comodo a chi ha tradito i propri ideali e i propri elettori scusarsi col pretesto di aver dovuto affrontare un nemico nuovo...). Ma, ancora una volta, non è questa la sede per entrare nel merito degli argomenti di Armellini, sia perché qui desidero intrattenermi con lei, sia perché qui non mi interessa la polpa degli argomenti, ma lo scheletro logico che li sostiene. Facciamo quindi finta che Spinelli sia l'antitesi della tesi Thatcher (o viceversa). Di fatto, lei, con la sua lapidaria e un tantinello sprezzante chiosa TINA ha liquidato non me, ma lo sforzo fatto dall'ambasciatore Armellini di problematizzare l'evoluzione del progetto di integrazione europea, per il semplice fatto che se non c'è alternativa, allora l'unica Europa della quale disponiamo non solo in termini storici, ma in termini logici (il razionale è reale) è questa Europa ed è appunto l'Europa della Thatcher: la statista alla quale, come lei certamente non ignora, dobbiamo questo simpatico slogan.
Insomma: lei, come me, non vedeva un possibile momento di sintesi nel ragionamento di Armellini. Tuttavia, fra noi permangono interessanti differenze. Intanto, lei lo ha dichiarato (magari involontariamente), io invece no, perché mi riservavo un ulteriore spazio di riflessione prima di annientare così un altro relatore! A qualche settimana di distanza, posso dire che io non vedo possibile sintesi perché non vedo antitesi, mentre mi sembra che lei non veda sintesi perché non vede, anzi: nega, la dialettica: in un mondo senza alternative, per definizione la dialettica non ha cittadinanza. La sua sentenza, quindi, oltre all'ambasciatore, liquidava alcuni secoli di filosofia della storia. Naturalmente, senza proporre un'alternativa (in questo caso a Hegel).
Ma questo atteggiamento era ancor più irriguardoso, certamente non nelle intenzioni, ma nei fatti, verso il moderatore del dibattito, Giuliano Amato. Questi, fra l'altro, è stato un importante politico italiano. La sua affermazione che "non c'è alternativa" sminuiva, anzi: annichiliva sotto il peso di una insanabile inutilità, di un siderale vuoto di significato, tutto il progetto di vita dell'onorevole Amato, e questo per un motivo molto semplice, che ho espresso altrove: dove non c'è alternativa, non c'è politica. Quindi, nel dire in faccia all'onorevole Amato che "non c'è alternativa" lei di fatto rinfacciava a lui, e, con lui, a tutta la classe politica italiana, due colpe delle quali non saprei dire quale sia la più grave: quella di non aver saputo creare, per propria inettitudine, delle alternative praticabili a un progetto del quale i politici stessi (come ho documentato nella mia relazione) vedevano tutti gli evidenti limiti, o, in alternativa, quella di aver accettato di rivestire un ruolo che circostanze oggettive svuotavano di significato, tradendo quindi coscientemente il mandato ricevuto dai propri elettori di assicurare il benessere e la stabilità del paese.
Lei è stata un po' crudele, forse un po' troppo...
Certo, anch'io non ho risparmiato critiche a quella classe politica, quando ho fatto osservare quanto fosse paradossale l'interpretazione secondo cui l'Europa (come voi chiamate l'Unione Europea) avrebbe, fra i diversi valori aggiunti fittizi che le si attribuiscono (promuovere la pace, favorire lo sviluppo economico,...) anche quello di moralizzare la politica di paesi periferici come il nostro, che nella favoletta dei giornali padronali sarebbero affetti da una endemica corruzione. Perché mai, ho chiesto, i rappresentanti asseritamente corrotti di Untermenschen ontologicamente corrotti avrebbero accolto con tanta solerzia e felicità l'arrivo di regole destinate a "moralizzarli"? Forse l'idea che "Leuropa" ci è essenziale per moralizzarci andrebbe analizzata con un minore ingenuità. Il corrotto che si autoemenda fa abbastanza sorridere chiunque "del senso suo sia signore" (prendo in prestito da un autore europeo): la political economy del progetto europeo non è così ingenuotta, dietro c'è molto altro: in particolare, c'è la solita vecchia storia del conflitto distributivo, aka lotta di classe.
La deflazione dei salari, cui il progetto di integrazione ci condanna, non è un atto di cattiveria gratuita: è semplicemente la logica conseguenza del desiderio dei potenti di inflazionare i propri profitti! Non c'è nulla di male, basta saperlo, e regolarsi di conseguenza. Sarebbe opportuno quindi smetterla di ripetere un po' a pappagallo la storia che "c'è tanto debito pubblico signora mia". Questa storia, che personalmente confutai nel 2011, ora è confutata da tutta la professione. L'austerità non ha consolidato la finanza pubblica perché quello non era il suo scopo, perché in recessione quello scopo non ha senso, e perché se anche lo si volesse raggiungere l'austerità non sarebbe lo strumento più appropriato. Lo scopo del tagliare i redditi dei lavoratori (perché questo fa l'austerità) era, banalmente, tagliare i redditi dei lavoratori. Il suo preconcetto economico che l'integrazione della difesa è essenziale perché fa risparmiare soldi pubblici quindi poggia su basi analitiche estremamente fragili dal punto di vista economico, e questo non solo in termini "tattici", cioè congiunturali, ma anche in termini strategici.
La verità è che nel mondo liberista, nel mondo thatcheriano che a lei piace, o del quale comunque riconosce più o meno a malincuore (vis grata puellae) l'egemonia (per dispensarsi dal compito ingrato di pensare alle alternative), l'unica spesa pubblica ammissibile è quella bellica. Vede, la spesa pubblica ha questo di male, agli occhi dei liberisti: non il fatto che esponga il risparmiatore al rischio di default, perché lo Stato che non riesce ad esercitare la diligenza del buon padre di famiglia genererebbe instabilità finanziaria. Queste scemenze dei nostri pennivendoli "zero tituli" sono abbondantemente smentite dalla stessa voce del padrone (basta leggere: a proposito, ogni tanto, prima di leggere, anche consultare il curriculum di chi scrive, e l'assetto proprietario della testata, costituisce una utile forma di igiene del pensiero. Perdoni la pedanteria...). Il peccato originale della spesa pubblica, per i liberisti, è che essa crea e soprattutto ridistribuisce reddito nella direzione sbagliata: cioè a vantaggio delle classi subalterne. Lo stato sociale questo fa, e lo stesso debito pubblico, se lei ci pensa un attimo, altro non è che l'opportunità offerta a risparmiatori privi di mentalità speculativa di trasferire valore nel tempo preservandolo dall'inflazione (lasci stare che le élite tedesche, per loro disegni spero da lei chiaramente leggibili, vogliono imporre l'idea che il debito pubblico sia, anzi: debba essere, un investimento rischioso al pari di altri. L'Economist ci dice che non lo è, e il buon senso ci dice che non deve esserlo). Naturalmente, i liberisti (con alcune fulgide eccezioni, qui rappresentate) sono pragmatici. Sanno cioè, pur vituperando Keynes, che una politica di bilancio attiva in certe circostanze (diciamo: sempre) è necessaria. L'unica alternativa praticabile per loro (sì: c'è un'alternativa anche per quelli che TINA), l'unica alternativa allo stato sociale, intendo, è il keynesismo bellico, che ha una serie di interessanti caratteristiche: intanto, manda a morire quelli che potrebbero eventualmente beneficiare della ridistribuzione top-down. Quest'ultima, quindi, ancora una volta, non avviene, per abbandono di campo (di battaglia) da parte dei potenziali destinatari. Nonostante questo, il keynesismo bellico è particolarmente efficace perché, pensi un po', risolve il problema del coordinamento internazionale delle politiche economiche. Anche questa non è un'idea del tutto nuova, anzi! Toporowski ci ha ricordato che è stato Kalecki nei primi anni '30 del secolo scorso a evidenziare come un altro, determinante, vantaggio del keynesismo bellico è che chi spende in armi obbliga gli altri a fare altrettanto, il che realizza nei fatti quel coordinamento delle politiche fiscali che oggi popola solo i sogni dei cosiddetti europeisti.
Ma, vede, è destino che i sogni degli europeisti siano l'incubo degli europei.
Il mondo che lei auspica, quello di un esercito unico senza Stato, ci condurrà fatalmente a una guerra imperialista. Si realizzerà così una elegante simmetria: così come la moneta unica è servita a esportare all'estero i nostri squilibri economici (perché, dopo aver spremuto i paesi periferici, la Germania, facendo svalutare l'euro, ha rivolto la sua insensata sete di surplus all'esterno dell'eurozona), l'esercito unico ci servirà a importare dall'estero squilibri geopolitici: assisteremo, sul nostro territorio, a quella "sola igiene del mondo" che pensavamo di aver esternalizzato per sempre. Ma mentre i paesi nei quali andavamo a combattere, progressivamente, si rinforzeranno e si pacificheranno sotto l'influenza di altre egemonie e con il beneficio di politiche economiche razionali, noi, governati da regole economiche irrazionali e affidati a egemoni acefali, torneremo all'epoca delle guerre di religione: quell'epoca che venne chiusa dalla creazione degli stati westfaliani, e che il tentativo di abolire questi stati, pur fallendo, riaprirà.
Non c'è alternativa?
Questo non lo credo. L'alternativa c'è, c'è sempre. Ma in sette anni di dibattito una cosa penso di averla imparata: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. E quindi temo che questa alternativa dovrò continuare a cercarla probabilmente non da solo, ma quasi certamente non in sua compagnia: lei continuerà a cantare il canto del "non c'è alternativa", precludendosi la possibilità di immaginare e gestire le alternative che comunque la storia ci imporrà con il suo consueto garbo. Un po' mi dispiace, ma col tempo ho sviluppato una discreta capacità di elaborare lutti.
Per me è stato comunque un piacere fare la sua conoscenza.
Alberto
(...e tre: chi manca?...)