Si è parlato molto nei post precedenti del ruolo delle "figure" nella formazione degli individui. Questa mattina, prendendo lo zaino di Uga, uno dei vantaggi della comunicazione "visuale" mi è immediatamente balzato agli occhi, o meglio ai bicipiti: le figure prendono spazio, ed esigono carta di una certa qualità. Ne beneficiano ortopedici e, naturalmente, editori, cui non pare vero di poter diluire in macigni da un chilo l'uno quello che un tempo poteva essere contenuto in manuali più snelli, anche se, in effetti, meno sgargianti.
Questa non vuole essere una critica radicale e senza appello: naturalmente le figure spesso servono, e questo potrebbe essere un buon esempio. Incrociando i dati sui tassi di crescita di Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, Lorenzo Totaro di Bloomberg nota che, nonostante tutto il terrorismo sulla Brexit, l'Inghilterra continua ad accogliere molte persone in provenienza dai paesi dove la crescita in pratica non c'è (o almeno noi non la vediamo: ma è dei fenomeni il manifestarsi...).
Resta da chiedersi quale crescita sia quella che invece vediamo negli altri paesi. Sulla Spagna ci siamo dati delle risposte piuttosto univoche. Resta da fare lo stesso lavoro per il Portogallo, dove, corre voce, dei compagni tanto bravi e tanto cheinesiani stanno facendo cose egregie (così mi si dice). Ma lo facciamo un'altra volta: mi resta da scrivere una lettera di invito per il #goofy6 (coming soon)...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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martedì 26 settembre 2017
martedì 7 giugno 2016
Il miracolo spagnolo (again)
(...dal T1 di FCO, rapidamente...)
Visto che sto per recarmi al nostro appuntamento annuale (nostro di INFER: di quello nostro di noi vi parlerò al ritorno) mi sono andato a vedere un po' di dati per farmi un'idea di quello che mi aspetta. Gli aneddoti pullulano. Abbiamo il trionfalismo dei giornalisti, che ci parlano di una crescita strabiliante, e poi abbiamo notizie meno trionfalistiche (sui media internazionali, teoricamente meno soggetti a cattura). Prima che vi indigniate col giornalista de Linkiesta (che certo non fa una operazione correttissima nell'assimilare la Spagna al Regno Unito, visto che quest'ultimo ha potuto svalutare la sterlina di circa il 20% fra 2008 e 2009), vi esorto a considerare che il pesce puzza sempre dalla testa: sappiamo chi ha diffuso qui in Italia l'idea che la ripresa inglese sia dovuta ai tagli di spesa, dimenticando un dettagliuccio. Va peraltro sottolineato che l'idea secondo cui ci sarebbe un'austerità "buona", fatta di tagli di spese, e un'austerità "cattiva", fatta di aumenti di imposte, è evidentemente distorta in senso ideologico. Tagliare servizi significa peggiorare la vita dei ceti sociali inferiori, che da quei servizi (sanità, istruzione, previdenza) dipendono in modo cruciale. Dire "taglio la spesa per tagliare le imposte" suona un po' beffardo a chi magari è incapiente, o ha un'aliquota marginale bassa: si tratta evidentemente di una politica che, oltre ad avere effetti immediati recessivi (come potreste leggere in qualsiasi libro del primo anno), ha anche effetti redistributivi bottom-up, coè dai poveri ai ricchi, e quindi, via aumento della disuguaglianza, ha effetti recessivi anche nel lungo periodo, come ci insegna (non da oggi) il Fmi.
Il conflitto di interessi della stampa spesso è solo un sottoprodotto di un altro conflitto di interessi, del quale Zingales non si occuperà mai: quello degli economisti che prosperano in reti di ricerca e di relazioni innervate e cospicuamente finanziate dagli interessi costituiti.
Ma questo lo sappiamo e non è poi così originale: basta leggere Balzac.
Andiamo allora ai numeri, che vi propongo di leggere col metodo applicato a suo tempo alla Lettonia (vi invito a rileggere quel post nel caso non vi ricordiate logica e simboli adottati).
In Spagna la situazione si presenta così:
La tabella riporta i dati a prezzi correnti in milioni di euro. Vedete che nel 2015 il Pil (Y) della Spagna è ancora del 3% sotto al dato del 2008, ma nel corso del 2016 dovrebbe recuperare, e in questo senso la Spagna sta senz'altro meglio di noi. Tuttavia un dato di crescita riportato così, senza entrare nelle sue componenti, resta un aneddoto.
Se andiamo a vedere cosa succede alle componenti, le cose cambiano. Gli investimenti (I) hanno subito uno forte correzione (-32%). Notate che questo in parte era fisiologico. Il rapporto investimenti/PIL iniziale era piuttosto elevato, al 30%, e certamente risentiva della bolla immobiliare. Tuttavia, come vedremo esaminando il PIL dal lato della produzione, la "correzione" non ha riguardato solo il settore immobiliare.
La distribuzione del reddito ci dice sostanzialmente quello che potevamo aspettarci: nel 2015 il monte salari (W) è del 9% inferiore al valore del 2008, quindi, siccome il monte redditi complessivi (il PIL) è sceso del solo 3%, la quota salari si è ridotta di 3 punti (dal 50% al 47%).
Il famoso euro che protegge i lavoratori dal calo della quota salari, del quale parlava chi tanti fumogeni ha sparato a sinistra.
Ora mi chiamano al gate: vi lascio quindi senza commentarla la tabella che descrive settore per settore cosa è successo al valore aggiunto (per capirci: alla produzione) in termini reali (cioè al netto della variazione dei prezzi). Mi sembra abbastanza chiaro che la ripresa è avvenuta al costo di un impoverimento dei meno ricchi, e di una sostanziale deindustrializzazione:
Fu miracolo?
Ai posteri l'ardua sentenza, mentre ai nostri operatori informativi con la verità in tasca lasciamo i facili slogan. Sta anche a loro, che sono così abili nell'individuare i conflitti di interessi al livello infimo della bassa cucina politica e industriale italiana, avvertire l'evidente puzza di bruciato nei referti fantasiosi di certi colleghi. In fondo, Keynes lo diceva: il problema principale della teoria ricardiana è che le sue previsioni si rivelano sistematicamente sbagliate.
Vi ricorda qualcuno?
Visto che sto per recarmi al nostro appuntamento annuale (nostro di INFER: di quello nostro di noi vi parlerò al ritorno) mi sono andato a vedere un po' di dati per farmi un'idea di quello che mi aspetta. Gli aneddoti pullulano. Abbiamo il trionfalismo dei giornalisti, che ci parlano di una crescita strabiliante, e poi abbiamo notizie meno trionfalistiche (sui media internazionali, teoricamente meno soggetti a cattura). Prima che vi indigniate col giornalista de Linkiesta (che certo non fa una operazione correttissima nell'assimilare la Spagna al Regno Unito, visto che quest'ultimo ha potuto svalutare la sterlina di circa il 20% fra 2008 e 2009), vi esorto a considerare che il pesce puzza sempre dalla testa: sappiamo chi ha diffuso qui in Italia l'idea che la ripresa inglese sia dovuta ai tagli di spesa, dimenticando un dettagliuccio. Va peraltro sottolineato che l'idea secondo cui ci sarebbe un'austerità "buona", fatta di tagli di spese, e un'austerità "cattiva", fatta di aumenti di imposte, è evidentemente distorta in senso ideologico. Tagliare servizi significa peggiorare la vita dei ceti sociali inferiori, che da quei servizi (sanità, istruzione, previdenza) dipendono in modo cruciale. Dire "taglio la spesa per tagliare le imposte" suona un po' beffardo a chi magari è incapiente, o ha un'aliquota marginale bassa: si tratta evidentemente di una politica che, oltre ad avere effetti immediati recessivi (come potreste leggere in qualsiasi libro del primo anno), ha anche effetti redistributivi bottom-up, coè dai poveri ai ricchi, e quindi, via aumento della disuguaglianza, ha effetti recessivi anche nel lungo periodo, come ci insegna (non da oggi) il Fmi.
Il conflitto di interessi della stampa spesso è solo un sottoprodotto di un altro conflitto di interessi, del quale Zingales non si occuperà mai: quello degli economisti che prosperano in reti di ricerca e di relazioni innervate e cospicuamente finanziate dagli interessi costituiti.
Ma questo lo sappiamo e non è poi così originale: basta leggere Balzac.
Andiamo allora ai numeri, che vi propongo di leggere col metodo applicato a suo tempo alla Lettonia (vi invito a rileggere quel post nel caso non vi ricordiate logica e simboli adottati).
In Spagna la situazione si presenta così:
La tabella riporta i dati a prezzi correnti in milioni di euro. Vedete che nel 2015 il Pil (Y) della Spagna è ancora del 3% sotto al dato del 2008, ma nel corso del 2016 dovrebbe recuperare, e in questo senso la Spagna sta senz'altro meglio di noi. Tuttavia un dato di crescita riportato così, senza entrare nelle sue componenti, resta un aneddoto.
Se andiamo a vedere cosa succede alle componenti, le cose cambiano. Gli investimenti (I) hanno subito uno forte correzione (-32%). Notate che questo in parte era fisiologico. Il rapporto investimenti/PIL iniziale era piuttosto elevato, al 30%, e certamente risentiva della bolla immobiliare. Tuttavia, come vedremo esaminando il PIL dal lato della produzione, la "correzione" non ha riguardato solo il settore immobiliare.
La distribuzione del reddito ci dice sostanzialmente quello che potevamo aspettarci: nel 2015 il monte salari (W) è del 9% inferiore al valore del 2008, quindi, siccome il monte redditi complessivi (il PIL) è sceso del solo 3%, la quota salari si è ridotta di 3 punti (dal 50% al 47%).
Il famoso euro che protegge i lavoratori dal calo della quota salari, del quale parlava chi tanti fumogeni ha sparato a sinistra.
Ora mi chiamano al gate: vi lascio quindi senza commentarla la tabella che descrive settore per settore cosa è successo al valore aggiunto (per capirci: alla produzione) in termini reali (cioè al netto della variazione dei prezzi). Mi sembra abbastanza chiaro che la ripresa è avvenuta al costo di un impoverimento dei meno ricchi, e di una sostanziale deindustrializzazione:
Fu miracolo?
Ai posteri l'ardua sentenza, mentre ai nostri operatori informativi con la verità in tasca lasciamo i facili slogan. Sta anche a loro, che sono così abili nell'individuare i conflitti di interessi al livello infimo della bassa cucina politica e industriale italiana, avvertire l'evidente puzza di bruciato nei referti fantasiosi di certi colleghi. In fondo, Keynes lo diceva: il problema principale della teoria ricardiana è che le sue previsioni si rivelano sistematicamente sbagliate.
Vi ricorda qualcuno?
giovedì 5 novembre 2015
El milagro español
(...ringrazio Paolo Agnelli per la traduzione. La versione italiana di questo post, scritto il 13 agosto 2014, è qui...)
Mientras escribía
fugazmente un tal libro que un tal día iréis leyendo si apetece, y mientras trabajaba
blandamente en un cierto código RATS que me ha pasado uno que se pasaba por allí (exactamente) con el fin de escribir un artículo che sin embargo nunca
vais a leer (a no ser que os interesen los VECM), me ha topado con unos datos que me han inducido a cambiar de opinión.
Como bien sabéis, una de las características más reseñables de mi adorable
carácter es la de pegarme de inmediato a la realidad de los hechos, toda vez
que esa misma realidad, como a menudo ocurre, se presta a impartirme una
lección de humildad desmintiendo mis previsiones. ¡Ah! ¡Cuántas de mis
previsiones han sido desmentidas en los últimos tres años! Esto me ha
convertido en mejor persona, más humilde, más serena a la hora de aceptar el
responso de los datos.
Entonces: ya
sabéis de aquellos informadores que nos advierten en Italia deberíamos seguir
el ejemplo de España que ha llevado a cabo reformas (¿?), recortes (¿?), y ha
vuelto a crecer (¿?).
Sí, hablamos de
Fubini e Barbera. Yo me conocía otra historia, que me habían contado Antoni Soy y confirmada por Guntram Wolff. No obstante, queriendo ser escrupuloso, me he ido
a consultar a ver los datos.
El razonamiento
que he hecho ha sido simple: si, como afirman los respetados Fubini y Barbera
(desmintiendo Soy y Wolff), han sido las reformas en obrar el milagro, entonces
la recuperación española se acompañará de un incremento de la productividad del
trabajo ya que las reformas (¿?) no se hacen para dar una patada en el culo de
los trabajadores cuando estos reclaman sus ganancias de productividad, pidiendo
una retribución digna, que les permita subsistir por sus propios medios, sin
tener que recurrir al crédito de los mercados financieros privados buenos y
santos, que nunca se equivocan...¡Oh no claro que no! ¡Quién se atreve a pensar
una maldad de este estilo! ¡Cree el ladrón que todos son de su condición! Las
reformas (¿?) se hacen, en el interés de los susodichos trabajadores para
hacerles más productivos, de manera que por la tarde volviendo a casa, puedan
mirarse al espejo y decirse: "estoy satisfecho conmigo mismo, hoy he sido
más productivo". Y sin embargo por alguna razón, como ocurre de vez en
cuando, se le ocurra pasarse una soga alrededor del cuello y colgarse de un
árbol, en vez del banal y vetusto "pido perdón" podrán dejar para la
posteridad la conocida frase de Leonardo da Vinci: "tal y como una jornada
bien aprovechada hace dormir bien, así una vida aprovechada da buena
muerte".
Ah, las reformas
(¿?)!
Así que, siendo
escéptico (ya sabéis que le tengo injustamente manía a los periodistas), me fui
a ver las series de la productividad que por alguna razón he querido actualizar
en una hoja Excel desde 2010 a 2013. Y vaya...he tenido que recular!
Pedazo de subidón
que ha pegado la productividad española en los últimos años. Y el “sudden stop”
de la mitad de los 90? Bueno, de ese hablamos otra vez. Pero esta vez no hay
nada que hacer: tienen razón los periodistas. Pido perdón a todos ellos. Ah,
vaya lección de humildad. Ayer traté así de mal a Barbera, hace unos días casi
me peleo con Carlo Alberto (que es compañero mío, solo es un humilde y áspero
economista), y sin embargo tenían razón ellos: las reformas (¿?) son
importantes, lo que implícitamente subsume que en una crisis de demanda sea
importante la dimensión micro (esto en favor de Alberto.
Entonces la gráfica
que todos hemos visto a soporte de uno de las solitas obras maestras de “Arte
Povera” de nuestro amigo Fubini, aparecido en “La Repubblica” del 10 de Agosto,
titulado “Recortes, trabajo más flexible y ayudas, con las reformas sugeridas
por la UE, España ha vuelto a crecer”. Esta gráfica:
¡La gráfica era
sustancialmente correcta (a excepción de la ligera imprecisión en el eje de las
abscisas)! Y yo a calumniarle. Me avergüenzo de mí mismo, y le pediré
personalmente perdón. Fubini es un gran periodista, una persona que sabe
separar los hechos de las opiniones. La productividad en España ha crecido y
ese es un hecho. Entonces ahora una cosa me roe por dentro, tengo que encontrar
la manera de pedir perdón. Pero por lo menos me he quitado de una buena: ahora
solo tengo que preocuparme por nosotros los italianos y no más por mis amigos
españoles. ¿Porque Antoni y Alberto se quejan mucho entonces? Pero bueno, se
sabe que estos del sur Europa siempre se hacen las víctimas.
Luego sin embargo
(mi profesionalidad me carcomía por dentro), un detalle me llama la atención.
Cáspita! Según la gráfica, tanto la mía como la de nuestro amigo, durante la
crisis el índice de productividad ha subido en un 15% aproximadamente, más o
menos desde el 2008 hasta hoy (bueno ayer, ya que la gráfica se acaba en el
2013). Pero, ¿la productividad cómo se mide? Ya…Se mide en PIB por horas
trabajadas. Vaya, así que si las horas trabajadas se hubiesen quedado más o
menos las mismas, entonces el mismo PIB crecería paralelamente en un 15%, ¿verdad?
Correcto: si el trabajador es más productivo pero trabaja el mismo tiempo,
entonces esto significa que el PIB aumenta proporcionalmente con el crecimiento
de la productividad.
Bien.
¿Pero en España
el PIB entre 2008 y 2013 en cuánto se ha incrementado? Bueno, del -6%, así en
bruto. Entonces, ¿qué es lo que ha pasado?
Eso mismo:
¡Vaya qué bajón!
Mira que es raro: tanto se ha incrementado la productividad como han disminuido
las horas trabajadas. Entonces es verdad que las reformas (¿?) obran los
milagros. Mirar: los españoles se han vuelto más productivos, así que van a la
empresa, trabajan menos, producen más y lo demás es todo tapas y movida!
Trabajar menos,
trabajar todos: ellos lo han conseguido, gracias a las reformas (¿?).
Verdad que ha
pasado esto?
Bueno para
averiguarlo, es suficiente consultar las horas trabajadas medias por cada
trabajador. Seguramente habrán disminuido: trabajar mejor, trabajar menos
gracias a las reformas dictadas por la (profesora) UE que le gusta mucho a
Fubini.
Eso es:
Pero no. Pero
esto no nos tiene que sorprender: sabemos que Fubini significa garantía. Tanto
nomini, nullum par elogium.
Y la moraleja de
todo esto cuál es? Pues que si desde el comienzo de la crisis las horas
trabajadas han disminuidos pero cada trabajador curra más o menos las mismas
horas, entonces hay muchos menos trabajadores ocupados. Esto ya lo hemos visto:
Así que el
secreto de la productividad española no es “trabajar menos y mejor, trabajar
todos”! Sino que es trabajar unos pocos, trabajar mucho (y a callar porque
fuera hay cola para hacerlo). Quién sabe cuántas horas extras sin pagar hay en
ese bonito aumento de la productividad, que no es un incremento del numerador
(el PIB) sino una disminución del denominador (las horas trabajadas y por ende
las personas con trabajo, manteniendo estable el horario).
Eso.
Solo un
desconsolado comentario más: si un periodista afirmara que tomando dioxina se adelgazara
(cosa que es sin duda certera: no hay régimen más eficaz que un cáncer), ¿alguien
le diría algo? Porque esto es lo mismo, en la ciencia médica, de algunos
análisis acerca del milagro español en la ciencia económica, ciencia que existe
y habría que respetarla (o se tomará el respeto por si misma: da igual lo que
diga Klaus Davi, nadie está a salvo de la crisis…).
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