Un amico che stimo, Charlie Brown, biasima spesso le menti strategiche statunitensi per aver riportato di attualità per la terza volta in un secolo e senza che se ne sentisse veramente il bisogno la questione tedesca. Lo hanno fatto (a voi è chiaro) gestendo l'Europa non solo e non tanto nell'interesse degli Stati Uniti (e questo era un loro buon diritto, essendo loro una delle due potenze vincitrici), ma soprattutto a immagine e somiglianza degli Stati Uniti, cioè imponendoci un percorso di integrazione, quello degli "Stati Uniti d'Europa", che era forse funzionale ai loro interessi militari, ma che era del tutto disfunzionale rispetto al nostro percorso storico (oltre ad essere antistorico in senso lato, come Alesina vedeva prima di avere interesse a non vederlo).
Avallando l'euro gli Stati Uniti ci hanno e si sono condannati a una nuova Dresda.
Sarà magari una Dresda in tono minore, grazie a Dio, anche se il motivo per il quale lo sarà non deve essere di grande soddisfazione: se non saremo bombardati, ciò non accadrà perché l'umanità sarà diventata migliore, ma perché l'Europa sarà diventata sostanzialmente irrilevante. Come diceva una simpatica coattella sul 64: "Er peggior disprezzo è l'indifferenza!". Con una ere, ovviamente. Verità da autobus, che possono diventare verità storiche...
Trovo nelle osservazioni di Charlie Brown una certa plausibilità. Del resto, se gli imperi crollano un motivo ci sarà, e magari fra questi motivi potrebbe rientrare anche qualche errore strategico, o, come oggi si dice, di visione (che insieme a narrazione è una delle due parole delle quali avremmo fatto a meno e che fanno rima con chi le usa).
Credo che gli Stati Uniti pensino di poter fare a meno dell'Europa (se non come uno dei tanti outlet per i loro prodotti). Sarà la storia a dire se avranno avuto ragione. Io credo che dell'Europa il mondo non possa fare facilmente a meno: non vorrei che quanto dico fosse interpretato come la rivendicazione di una supremazia che in effetti non ha particolare ragione di esistere e soprattutto non si saprebbe in quale metrica valutare, ma vorrei ricordare che per tanti motivi nell'Europa divisa è stato fatto un lavoro di lettura e interpretazione della realtà del quale oggi ancora tutti possiamo beneficiare. Rinnegarlo, abolirlo, significherebbe perdere molto, col rischio di esporsi a errori strategici.
Pensate ad esempio a quella storia del reale e del razionale, ve la ricordate? Qui trovate una sintetica spiegazione a cura di Diego.
Dice: sò parole...
Eh, sì, sò parole, però servono, se le sai usare, e a usarle per tempo forse qualche lutto ce lo saremmo risparmiato. Possiamo però sempre farne un uso postumo, e ve ne fornisco due esempi.
Esempio numero uno. Nel mio articolo sui paradossi dell'Europa (che è piaciuto molto a Thirlwall, ma naturalmente non posso portare a un concorso) mi pongo la domanda: ma perché i governi europei hanno concordemente avallato un regime nel quale l'unica valvola di sfogo è il taglio dei salari? E la risposta è hegeliana: per tagliare i salari. Il reale è razionale (che poi è quella cosa che Polonio diceva parlando di follia e metodo, come ricorderete...).
Esempio numero due. Ieri, al corso che sto tenendo presso Spaziottagoni, mi sono posto un'altra domanda: ma perché i governi europei hanno concordemente avallato un regime nel quale la disoccupazione, ineludibile conseguenza della necessità di tagliare i salari, può essere alleviata solo facilitando l'emigrazione dai paesi deboli? E la risposta è hegeliana: per facilitare l'immigrazione nei paesi forti.
Naturalmente, se la razionalità del taglio dei salari è facilmente intuibile (comandano i potenti, i capitalisti, che nel taglio dei salari vedono un aumento dei propri profitti, pensando di poter lasciare il cerino del crollo della domanda in mano altrui), la razionalità dell'immigrazione, per essere dimostrata, richiede un passaggio in più. Perché gli immigrati sono diversi, sono brutti (chi è ricco, ben educato, istruito, lavato, sbarbato, profumato, ed esercita professioni ad alto valore aggiunto, fa il turista, non l'emigrato) e in quanto tali perturbano il paesaggio: non si sa dove metterli. Quindi perché caricarseli? Perché questo sarebbe razionale? In altre parole: Maastricht collima con la razionalità della potenza egemone, ma Schengen?
Bè, qui se ne è già parlato, ma vale la pena di aggiungere un paio di dettagli. Curiosando sul sito dell'Eurostat potrete trovare questa tabella, dalla quale vi propongo un paio di excerpta in forma grafica.
Voi sapete che la Germania è in crisi demografica, e che questo mette a rischio la sostenibilità delle sue finanze pubbliche nel lungo termine. Ce lo ripete ogni singolo anno a settembre la Commissione nel suo rapporto sulla sostenibilità fiscale, dove ogni singolo anno, da prima che venissero perpetrate le ultime riforme, vediamo grafici di questo tipo:
(...nota per gli ignari: S2 è la soglia di sostenibilità a lungo termine, i paesi sotto la linea rossa - Italia e Croazia - hanno finanze pubbliche sostenibili, quelli sopra le hanno insostenibili, l'indicatore è a lungo termine nel senso che tiene conto delle passività per il bilancio statale derivanti dal carico futuro del sistema pensionistico...)
Questi grafici certificano come l'Italia abbia finanze pubbliche sostenibili a lungo termine sia perché ha una posizione fiscale favorevole (siamo in surplus primario da decenni), sia perché la sua evoluzione demografica a lungo termine è favorevole, mentre la Germania è messa nei guai proprio dalla demografia, come la Commissione ogni anno ci ripete:
Questo grafico e questo commento vengono dall'edizione 2015, ma se andate indietro nel tempo troverete che negli anni precedenti le cose erano poste esattamente in questi termini. Ogni anno la commissione fa un copia e incolla di questo paragrafo e di questo grafico dall'edizione precedente, il che non stupisce: le variabili demografiche hanno una certa inerzia, per cui non è così strano che di anno in anno la situazione non cambi radicalmente.
E, del resto, io ricordo distintamente (e vi avevo anche chiesto di cercarmene il podcast) le parole di Quadrio Curzio che, il giorno dopo la riforma Fornero, intervistato in radio, disse: "Questa riforma delle pensioni non era necessaria perché la riforma Dini aveva risolto i nostri problemi, ma abbiamo dovuto farla perché ce l'hanno chiesta i mercati".
[a chi mi trova questo podcast offro due biglietti al #goofy5]
E, alla stessa stregua, ricordo (e quello devo cercarlo io) un occasional paper del Fmi che a metà anni '90, e quindi prima della riforma Dini, già certificava come la sostenibilità del sistema pensionistico italiano fosse di gran lunga superiore a quella dei sistemi dei paesi del Nord Europa, e sempre per il solito motivo: perché "Italians do it better, or at least more often"...
Naturalmente i collaborazionisti locali negano questa evidenza: il loro scopo è infatti quello di spremere a noi risorse (affossando il nostro settore pubblico con la scusa di salvarlo), per trasferirle alla potenza egemone che, come il grafico dimostra, ne ha bisogno. Aggiungo un paio di grafici, tanto per chiarire il concetto. Questo è il tasso di variazione naturale della popolazione (differenza fra nati e morti nell'anno) nei tre paesi più popolosi dell'Europa continentale:
Notate niente? In Francia è positivo, in Germania è negativo, da noi era nullo ma dall'inizio della crisi ha puntato decisamente in territorio negativo.
Ah, queste donne egoiste, che non danno figli alla patria (ma non era Mussolini a ragionare così?), e che, così facendo, rendono necessario l'apporto dei migranti! Oppure le cose stanno in un altro modo? Forse, visto che l'agenda della comunicazione la detta chi comanda, non è poi strano che qui da noi prevalga l'idea che "abbiamo bisogno di migranti". In effetti, non ci sono grandi evidenze che in termini strettamente economici ne avremmo bisogno (il che, lo ribadisco ad uso dei tanti cretini, non significa che si debba lasciar morire la gente in mare), ma ne ha certamente bisogno la Germania, e quindi...
Ma il problema prescinde dalla questione umanitaria (che va gestita con le logiche e gli strumenti appropriati, i quali peraltro vengono a mancare se ci condanniamo da soli al sottosviluppo), e preesiste ad esso. Per capire la logica della costruzione europea, basta osservare cosa è successo al tasso di migrazione (differenza fra immigrati ed emigrati) prima della crisi dei rifugiati, ma dopo la crisi economica:
Si capisce, no, a cosa servono l'euro e Schengen? A trasformare l'intero continente europeo in una tonnara la cui camera della morte è la Germania. È lì, e solo lì, che i lavoratori devono andare a finire quando uno shock colpisce il sistema, a casa della potenza egemone, perché la potenza (localmente) egemone ne ha bisogno. La gestione della crisi da parte del tandem Draghi/Merkel (ora litigano, ma per tanto tempo sono andati d'accordo) ha avuto due esiti evidenti: permettere al governo tedesco di finanziarsi a tassi negativi, e al sistema industriale tedesco di approvvigionarsi di mano d'opera istruita nei paesi periferici, i quali vengono ora penalizzati per aver sostenuto il costo dell'istruzione proprio di quella mano d'opera della quale l'egemone beneficia. Perché, come sappiamo, sono sempre i migliori che se ne vanno (e non mi riferisco tanto alla morte, che ultimamente si sta dimostrando imparziale, quanto al fatto che in presenza di barriere culturali l'emigrazione è skill biased, come vi ho dettagliatamente ricordato qui).
Il reale è razionale.
Ribadisco che il grafico ovviamente non tiene conto di quanto è successo nel 2015 grazie all'oculata gestione della crisi siriana da parte della signora Merkel: le dinamiche che vedete rappresentate sono quelle tipiche di paesi sottoposti al processo di svalutazione interna (cioè di aumento della disoccupazione, con connessa fuga all'estero). Un processo che reca benefici al paese che ha una componente di crescita naturale della popolazione negativa, e che quindi, non a caso, è un acceso fan della svalutazione interna.
Perché con la svalutazione esterna (quella del cambio) il problema si risolverebbe in un altro modo. Verrebbe infatti da dire, ai nostri amici tedeschi: "Fate l'amore, non fate la guerra", o, almeno, tornate in vacanza in Romagna, che se proprio non avete voglia ci pensiamo noi. Ma purtroppo la loro valuta sottovalutata (l'euro), o, se volete, la nostra valuta sopravvalutata (l'euro), impedisce questa piacevole composizione del conflitto, che verrebbe realizzata rimuovendo la principale causa di attriti europei: l'impasse demografica di un paese che da due millenni aspira ad essere una potenza mondiale, e che non lo sarà mai.
E quando dico mai, intendo mai.
Accetto scommesse: hanno cinque miliardi di anni per provarci, anche se, come sapete, sono cinque miliardi teorici, perché potrebbe arrivare Apollo a scombinare le carte.
Ah, per i diversamente astrofili mi affretto a specificare che non mi riferisco al simpatico fondo avvoltoio americano, ma a questo oggetto qui, che, peraltro, se il Signore nella sua infinita lungimiranza e misericordia deciderà in tal senso, potrebbe atterrare anche su Wall Street.
Buona visione (e non dimenticate l'ombrello)...
(...d'altra parte, i tedeschi vanno anche capiti: meglio la svalutazione interna a casa altrui, che le corna in casa propria...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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sabato 23 aprile 2016
venerdì 22 aprile 2016
La fenomenologia di Maastricht e di Schengen
Nell'analizzare un progetto politico dobbiamo distinguere diversi piani. C'è il piano retorico, cioè quello dei meccanismi di persuasione adottati per raccogliere consenso (sì, in italiano lo story telling si chiama retorica, ma pochi ricordano il significato di questa parola, e si consolano dell'esser pochi col fatto del non essere i peggiori), c'è il piano degli scopi (dichiarati), c'è il piano delle motivazioni reali (spesso non dichiarate, dettate dai rapporti di forza), c'è il piano delle asimmetrie da gestire (che sono intrinseche a ogni progetto politico, che in quanto tale è espressione di poteri egemoni i quali difficilmente operano per indebolire la propria egemonia!), c'è il piano delle criticità...
Insomma: io non sono un politologo, ma Giandomenico Majone lo è, quindi incuriosito dalla sua osservazione che se dovesse riscrivere oggi il suo libro userebbe Schengen come metafora di quello che non va in Europa, ho ragionato sulle affinità strutturali fra i due pilastri liberisti del progetto europeo tanto caro alla sinistra lompo, così avida di garantire la mobilità del capitale proprio (non sia mai che per pagare il taxi che mi porta a place Vendôme io debba darmi la pena di procurarmi un conio alieno), e quella del lavoro altrui (venghino, venghino, siore e siori, che tanto a place Vendôme non c'è sindaco, per quanto "de sinistra", che consentirà mai un'operazione tipo Canal St Martin, anche se al XVI una misura simbolica è stata presa).
Le analogie sono "saisissantes", come diciamo noi europei, e ve le propongo in uno specchietto che mi è stato ispirato dall'opera di un noto ideologo eurista recentemente scomparso (vediamo se c'è qualcuno che si ricorda quale...):
Ecco, diciamo che qui c'è tutto. L'unione territoriale (abolizione delle frontiere interne) di Schengen è sostanzialmente isomorfa all'unione monetaria di Maastricht. Le intenzioni dichiarate sono sempre ottime: aiutare chi è rimasto indietro (inondandolo di capitali: Maastricht) e promuovere la libertà (di movimento: Schengen). Sembrano slogan berlusconiani, e infatti sono slogan liberisti, ma le anime belle "de sinistra" li ripetono a vanvera perché così detta loro la loro appartenenza, e quindi non si danno pena di squarciare il velo della retorica (che peraltro è una garza molto sottile) per individuare la realtà, la struttura economica del progetto, che è quella di consentire alla potenza egemone di fare dumping valutario (svalutazione competitiva attraverso l'indebolimento della moneta comune sui mercati terzi: il marco sarebbe forte, l'euro è debole e questo a un pezzo di Germania fa comodo), e di attirare lavoro compensando uno squilibrio demografico che nel dibattito viene sistematicamente ignorato (ma non da noi).
In entrambi i casi c'è però un problema, che poi, se vogliamo, in termini normativi scaturisce dall'approccio "armiamoci e partite" strutturale alla retorica politica europea (basata su quella che Majone chiama la prevalenza del processo sul risultato, e che a Roma si chiama "dimo famo"): per illudersi di andare avanti basta firmare trattati. Verificarne i risultati, il conseguimento degli obiettivi, è problema che riguarda chi verrà dopo (vedi il post precedente), il quale, a sua volta, se la caverà dicendo che i risultati non ci sono perché non sono stati firmati abbastanza trattati (o fatte abbastanza foto di gruppo in località sempre più remote dal dissenso popolare montante). Un approccio reso letale da alcune dosi di "fate presto", le quali comportano che il cambiamento istituzionale venga realizzato da un lato col metodo Juncker, e dall'altro senza definire esattamente come e da chi dovrà essere gestito (anche perché, e questo è un altro problema, la retorica del metodo "comunitario" si scontra con la realtà dell'approccio "intergovernativo", per cui si sa benissimo che quando i problemi sorgeranno, l'emergenza giustificherà che essi siano gestiti da istituzioni che non hanno alcuna particolare legittimazione a farlo, il che apre ulteriori finestre di opportunità a favore della potenza egemone, come il caso greco dimostra).
Sapete quindi che i Trattati non dicono chi debba gestire il valore esterno dell'euro (si assume che sia la Bce "indipendente" a farlo, ma, come vi ho ricordato, Wyplosz nota che questo non sta scritto da nessuna parte), e ci siamo anche detti che quando Schengen nasce non esiste un organismo che debba gestire la frontiera comune (ora esiste, è Frontex, e non mi è chiaro né quanto stia effettivamente supportando i governi nazionali, né chi paghi...). L'analogia anche qui è fulminante.
In entrambi i casi c'è un'ovvia asimmetria, a danno dei paesi più deboli (per il semplice motivo che se fossero stati più forti sarebbero riusciti a distorcerla a proprio vantaggio!): la moneta comune è troppo forte per loro, il che li rende buoni compratori dei beni prodotti dai paesi forti (da cui il vantaggio per questi ultimi), e il pezzo di frontiera comune da difendere, in assenza di improbabili invasioni vichinghe (ma chi glielo farebbe fare ai norvegesi, che sono al top nella classifica dell'indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, di venire a invadere dei poracci come noi? Son passati i bei tempi...), è quello gestito dai paesi più deboli (lo stato più forte essendosi nel frattempo protetto con una cintura di stati satellite ai quali fa fare il lavoro sporco, quello di selezione dei flussi migratori, salvo poi ipocritamente accusare questi stati di razzismo - del resto, Auschwitz è ancora lì per ricordarci quale popolo - o meglio: quale capitalismo - ha fatto cosa, ma i nostri media se lo ricordano solo in un giorno, che è definito appunto giorno della memoria [selettiva]...).
E, naturalmente, in entrambi i casi c'è una criticità: l'asimmetria determina di per sé squilibri, che la potenza egemone pensa di poter gestire a proprio vantaggio, e in effetti riesce a farlo, ma non per sempre: quando arriva uno shock esterno le cose si complicano per tutti, e l'irrazionalità di un sistema basato sulla pulsione primordiale di una ottusa volontà di potenza si dispiega in tutta la sua letale estemporaneità. Inizia la stagione delle pezze peggiori del buco, quella che stiamo vivendo, e che rapidamente (o anche no) volgerà alla catastrofe.
Altra analogia: lo shock viene sempre dalla potenza più egemone: gli Stati Uniti (perché i tedeschi, che sono egemoni qui, dovrebbero ricordarselo che non sono egemoni ovunque, nonostante quello che hanno messo dietro il loro scudo da 5 euro). Questo anche quando apparentemente la crisi nasce altrove (segnatamente in Siria), come accade per Schengen.
Ma anche qui, come dire, non è cattiveria, è un fatto: una crisi finanziaria in Buthan ci inquieterebbe molto per le sorti di quel simpatico regno sperduto sul tetto del mondo, cui ci sentiamo profondamente vicini in quanto cosmopoliti e internazionalisti (non siamo forse illuministicamente "de sinistra", e quindi internazionalisti col nostro portafoglio pieno, e soprattutto con le altrui terga? Quindi perché non versare una lacrimuccia anche per il Buthan - che, sia detto a beneficio degli intellettuali anime belle avulsi dalla realtà, non produce butano...), ma poi, versata la lacrimuccia, anche sti cazzi, perché se sei lo 0,003% del Pil mondiale è piuttosto difficile che tu possa creare problemi a casa altrui.
Viceversa, se la crisi si presenta in un paese che comanda perché da solo fa il 25% del Pil mondiale (o, se volete, che da solo fa il 25% del Pil mondiale perché comanda), certo che il problema non può restare solo locale!
Bene: nello specchietto sopra c'è tutto, e io da aggiungere non ho niente.
Si apra la discussione...
Insomma: io non sono un politologo, ma Giandomenico Majone lo è, quindi incuriosito dalla sua osservazione che se dovesse riscrivere oggi il suo libro userebbe Schengen come metafora di quello che non va in Europa, ho ragionato sulle affinità strutturali fra i due pilastri liberisti del progetto europeo tanto caro alla sinistra lompo, così avida di garantire la mobilità del capitale proprio (non sia mai che per pagare il taxi che mi porta a place Vendôme io debba darmi la pena di procurarmi un conio alieno), e quella del lavoro altrui (venghino, venghino, siore e siori, che tanto a place Vendôme non c'è sindaco, per quanto "de sinistra", che consentirà mai un'operazione tipo Canal St Martin, anche se al XVI una misura simbolica è stata presa).
Le analogie sono "saisissantes", come diciamo noi europei, e ve le propongo in uno specchietto che mi è stato ispirato dall'opera di un noto ideologo eurista recentemente scomparso (vediamo se c'è qualcuno che si ricorda quale...):
Ecco, diciamo che qui c'è tutto. L'unione territoriale (abolizione delle frontiere interne) di Schengen è sostanzialmente isomorfa all'unione monetaria di Maastricht. Le intenzioni dichiarate sono sempre ottime: aiutare chi è rimasto indietro (inondandolo di capitali: Maastricht) e promuovere la libertà (di movimento: Schengen). Sembrano slogan berlusconiani, e infatti sono slogan liberisti, ma le anime belle "de sinistra" li ripetono a vanvera perché così detta loro la loro appartenenza, e quindi non si danno pena di squarciare il velo della retorica (che peraltro è una garza molto sottile) per individuare la realtà, la struttura economica del progetto, che è quella di consentire alla potenza egemone di fare dumping valutario (svalutazione competitiva attraverso l'indebolimento della moneta comune sui mercati terzi: il marco sarebbe forte, l'euro è debole e questo a un pezzo di Germania fa comodo), e di attirare lavoro compensando uno squilibrio demografico che nel dibattito viene sistematicamente ignorato (ma non da noi).
In entrambi i casi c'è però un problema, che poi, se vogliamo, in termini normativi scaturisce dall'approccio "armiamoci e partite" strutturale alla retorica politica europea (basata su quella che Majone chiama la prevalenza del processo sul risultato, e che a Roma si chiama "dimo famo"): per illudersi di andare avanti basta firmare trattati. Verificarne i risultati, il conseguimento degli obiettivi, è problema che riguarda chi verrà dopo (vedi il post precedente), il quale, a sua volta, se la caverà dicendo che i risultati non ci sono perché non sono stati firmati abbastanza trattati (o fatte abbastanza foto di gruppo in località sempre più remote dal dissenso popolare montante). Un approccio reso letale da alcune dosi di "fate presto", le quali comportano che il cambiamento istituzionale venga realizzato da un lato col metodo Juncker, e dall'altro senza definire esattamente come e da chi dovrà essere gestito (anche perché, e questo è un altro problema, la retorica del metodo "comunitario" si scontra con la realtà dell'approccio "intergovernativo", per cui si sa benissimo che quando i problemi sorgeranno, l'emergenza giustificherà che essi siano gestiti da istituzioni che non hanno alcuna particolare legittimazione a farlo, il che apre ulteriori finestre di opportunità a favore della potenza egemone, come il caso greco dimostra).
Sapete quindi che i Trattati non dicono chi debba gestire il valore esterno dell'euro (si assume che sia la Bce "indipendente" a farlo, ma, come vi ho ricordato, Wyplosz nota che questo non sta scritto da nessuna parte), e ci siamo anche detti che quando Schengen nasce non esiste un organismo che debba gestire la frontiera comune (ora esiste, è Frontex, e non mi è chiaro né quanto stia effettivamente supportando i governi nazionali, né chi paghi...). L'analogia anche qui è fulminante.
In entrambi i casi c'è un'ovvia asimmetria, a danno dei paesi più deboli (per il semplice motivo che se fossero stati più forti sarebbero riusciti a distorcerla a proprio vantaggio!): la moneta comune è troppo forte per loro, il che li rende buoni compratori dei beni prodotti dai paesi forti (da cui il vantaggio per questi ultimi), e il pezzo di frontiera comune da difendere, in assenza di improbabili invasioni vichinghe (ma chi glielo farebbe fare ai norvegesi, che sono al top nella classifica dell'indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, di venire a invadere dei poracci come noi? Son passati i bei tempi...), è quello gestito dai paesi più deboli (lo stato più forte essendosi nel frattempo protetto con una cintura di stati satellite ai quali fa fare il lavoro sporco, quello di selezione dei flussi migratori, salvo poi ipocritamente accusare questi stati di razzismo - del resto, Auschwitz è ancora lì per ricordarci quale popolo - o meglio: quale capitalismo - ha fatto cosa, ma i nostri media se lo ricordano solo in un giorno, che è definito appunto giorno della memoria [selettiva]...).
E, naturalmente, in entrambi i casi c'è una criticità: l'asimmetria determina di per sé squilibri, che la potenza egemone pensa di poter gestire a proprio vantaggio, e in effetti riesce a farlo, ma non per sempre: quando arriva uno shock esterno le cose si complicano per tutti, e l'irrazionalità di un sistema basato sulla pulsione primordiale di una ottusa volontà di potenza si dispiega in tutta la sua letale estemporaneità. Inizia la stagione delle pezze peggiori del buco, quella che stiamo vivendo, e che rapidamente (o anche no) volgerà alla catastrofe.
Altra analogia: lo shock viene sempre dalla potenza più egemone: gli Stati Uniti (perché i tedeschi, che sono egemoni qui, dovrebbero ricordarselo che non sono egemoni ovunque, nonostante quello che hanno messo dietro il loro scudo da 5 euro). Questo anche quando apparentemente la crisi nasce altrove (segnatamente in Siria), come accade per Schengen.
Ma anche qui, come dire, non è cattiveria, è un fatto: una crisi finanziaria in Buthan ci inquieterebbe molto per le sorti di quel simpatico regno sperduto sul tetto del mondo, cui ci sentiamo profondamente vicini in quanto cosmopoliti e internazionalisti (non siamo forse illuministicamente "de sinistra", e quindi internazionalisti col nostro portafoglio pieno, e soprattutto con le altrui terga? Quindi perché non versare una lacrimuccia anche per il Buthan - che, sia detto a beneficio degli intellettuali anime belle avulsi dalla realtà, non produce butano...), ma poi, versata la lacrimuccia, anche sti cazzi, perché se sei lo 0,003% del Pil mondiale è piuttosto difficile che tu possa creare problemi a casa altrui.
Viceversa, se la crisi si presenta in un paese che comanda perché da solo fa il 25% del Pil mondiale (o, se volete, che da solo fa il 25% del Pil mondiale perché comanda), certo che il problema non può restare solo locale!
Bene: nello specchietto sopra c'è tutto, e io da aggiungere non ho niente.
Si apra la discussione...
domenica 13 marzo 2016
Il Belgio contro il turismo sessuale... pardon: sociale.
Come si fa a non volervi bene?
Siete prolissi, rompicoglioni, avete il braccino corto, raccogliete nel vostro seno (nonostante tutti i miei sforzi di derattizzazione) una minoranza rumorosa di sciroccati complottisti/movimentodalbassisti/piazzaleloretisti/bombarolisti (esito inevitabile in un paese talmente provinciale - perché talmente colonizzato - che ciò che nel cuore dell'impero è assoluto mainstream qui appare farneticazione - un meccanismo che Celso ci ha illustrato limpidissimamente), persistete nella vostra spiacevole abitudine di ungere col vostro sebo l'orlo della mia veste senza dirmi chi siete (dato peraltro paradossale, perché in questa bella famiglia d'erbe e d'animali ci sono anche dei nazzzzionalisti, i quali magari vorrebbero che alla frontiera del loro paese venisse esibito un passaporto, ma non esibiscono alla mia frontiera il loro nome e cognome, cosa più volta da me richiesta. "Chi sei?" "Eh, non importa, io sono solo un lettore". Quante altre volte dovrà succedere? Avrete pur avuto un ufficiale d'anagrafe, se non un padre, che vi ha dato un nome, no? E allora ditelo! Imparatela, orsù, l'educazione, che non è mai troppo tardi. A cosa ci serve essere così tanti se non ci conosciamo fra noi?), insomma: ne avete di ogni, e cominciate visibilmente a seccarmi (va anche detto che la quantità non è amica della qualità, ma sopravvoliamo, altrimenti mi danno dell'elitista da qualche attico di place Vendôme).
Poi, però, penso che se vi trattassi come meritate, chiudendo il blog, mi perderei delle assolute perle come questa:
Fil ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "QED64: "endogenous optimal currency area" de che?":
Volemose bene.
Postato da Fil in Goofynomics alle 12 marzo 2016 23:21
E così il Belgio ha deciso di lottare contro la piaga del turismo sociale...
Come come come? Turismo sociale? Aspetta, dov'è che ho già sentito questa espressione...
Ah, già, ma che stupido! Nel Trattato di Roma, ovviamente:
Vedete? Art. 48 primo comma: "Il turismo sociale all'interno della Comunità è assicurato al più tardi al termine del periodo transitorio" (che, sembra di capire, non è finito).
Ma, sempre in termini di principi generali, di turismo sociale parla anche l'Atto Unico Europeo:
Articolo 8 A, secondo capoverso: "Il mercato interno comporta uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci e il turismo sociale". Bè, certo: "comporta". Nel senso di comporterebbe. Perché se il Trattato di Roma non fosse stato vaniloquio, il turismo sociale sarebbe già stato una realtà. Ma non basta affermare principi, bisogna anche metterli in pratica. Se non lo si fa, non fa nulla. Ci si può limitare a riaffermarli. È il famoso primato del processo sul risultato, caratteristico della cultura politica europea dell'ottimismo totale che Majone depreca, e che a Roma viene riassunta nell'icastica espressione "dimo, famo,...".
E infatti, nel Trattato di Maastricht, riappare il turismo sociale:
all'articolo 3, comma (c): l'abolizione da parte degli stati membri di ostacoli al turismo sociale.
Ma anche qui siamo nella teoria. Per arrivare alla pratica ci vuole Schengen, che rimuove definitivamente gli ostacoli residui:
Ora, non so se è chiaro il messaggio.
Cipolla ci ha spiegato che l'intelligenza è una, mentre le stupidità sono infinite, e ciò di cui ci occupiamo qui lo dimostra ampiamente. Ci sono mille e uno modi di dimostrare la propria stupidità parlando di Europa, ma attenzione: questi infiniti modi di essere stupido hanno un denominatore comune: il "più Europa", che equivale a "più niente" perché un'Europa politica non c'è (c'è la sua caricatura, che ci costa troppi soldi, e che nei fatti è la simpatica combinazione di un comitato di lobbysti, che comanda, e di una casa di riposo dove collocare perché non facciano danni politici trombati o sindacalisti ex-scomodi - me lo ricordo, quando stava sulle barricate: era il mio primo visiting a Rouen, mentre macellavano la sua fabbrica. Poi ha deposto la tuta blu e indossato il grembiule, rigorosamente rosa).
Una delle articolazioni del "più Europa" è appunto la retorica "Schengen/generazione Erasmus/famoerpopoloeuropeo". E gnente, alla gente non entra in testa una cosa ovvia: se crei un sistema nel quale muoversi, cioè emigrare, diventa l'unica risposta alla crisi, succede una cosa inaspettata (o no?): che quando ti muovi, vai verso un paese che è anche lui in crisi! Ora, caso strano, i paesi in crisi sono in crisi (sì, lo so che voi lo sapete, ma potrebbe leggerci anche un europeista, quindo non posso saltare alcun passaggio), e quindi capita che siano abitati da persone che devono risolvere i propri problemi, e in quanto tali non sono così aperte e disponibili a risolvere quelli altrui.
Vi sembra strano?
Certo! Lo so! Perché la maggior parte degli "europeisti" viene da fascie sociali che la parola "problema" non sanno cosa significhi! Come si fa a chiedere loro di immedesimarsi? Orsù: un po' di delicatezza...
Qui ci raccontiamo che sono stati i rifugiati a far saltare il sistema. In realtà i rifugiati hanno fatto un enorme favore alle élite irresponsabili che ci governano. Certo, il loro arrivo, peraltro fomentato da una élite tedesca più irresponsabile del solito, ha posto sotto forte tensione la costruzione "europea". Al contempo, però, arrivando in massa, i rifugiati si sono presi la responsabilità di una catastrofe che sarebbe comunque avvenuta, perché hanno accelerato una dinamica comunque preesistente e endogena al sistema che ci siamo dati: un sistema nel quale se c'è un problema in un paese, l'unica soluzione è andarsene (perché il governo non ha alcuno strumento di politica economica a disposizione). Non credo che sia per colpa dei siriani se in Belgio, in ossequio a una consolidata tradizione locale, ci trattano da terroni, sapete? Non credo sia colpa loro se gli espulsi per turismo sessuale, pardon: sociale, sono aumentati da 8 a 1700 in sette anni. Piccoli numeri, certo. Ma la dinamica è significativa.
Credo che una cosa simile sarebbe successa ugualmente, e che stia succedendo anche altrove, e questo per il semplice fatto che in assenza di completa integrazione dei sistemi previdenziali e di sicurezza sociale (integrazione che nessuno vuole), semplicemente non è vero che nel breve periodo gli immigrati siano un beneficio per la società. Lo sono per le imprese che li assumono, nella misura in cui riescono a farlo in nero o pagandoli poco.
E nel lungo periodo, lo sapete, no, come va a finire?...
Il Belgio non è in crisi? Bè, tutto è relativo. Intanto, dal 1994 al 2006 è cresciuto a oltre il 2.5% all'anno, e ora cresce un po' sotto l'1.5%. Notate che la sua disoccupazione è fissa all'8%, come quella della Cina al 4%. Chissà come farà il Belgio (come fa la Cina lo so)... Forse c'entra anche il fatto che dall'inizio della crisi il debito pubblico è aumentato di 20 punti di PIL (dall'86% al 106%)?
Non lo so.
Ma in quel gioco al massacro che è la deflazione salariale indotta dal cambio fisso, nessuno, ripeto: nessuno, una volta che arriva uno shock esterno, sta meglio di prima, nemmeno nei paesi forti (e i risultati delle elezioni regionali tedesche di oggi potrebbero darne conferma).
Quindi ora io vorrei sentire il parere dell'onorevole Boldrini: cosa ne pensa di questa Europa che lei ci pone sempre ad esempio, un'Europa che nel momento in cui, secondo logica e teoria economica, i suoi cittadini profittano dell'unica opportunità che essa offre loro, quella di spostarsi cercando di ovviare ai danni che la stessa Europa causa, derubrica la mobilità del lavoro a turismo sociale e la reprime?
Tanto per capirci: se dobbiamo essere servi della gleba, allora ridateci i Valois, che almeno avevano la sana abitudine di tagliare, di tanto in tanto, la testa a qualche governante lussemburghese, categoria che già allora pullulava di mestatori e doppiogiochisti (non risolve il problema, ma è tanto liberatorio...).
Quanto agli amici belgi, preferirei non pronunciarmi, soprattutto ora che sono in Francia, dove di essi si ha quell'alto concetto che, soprattutto negli ultimi tempi, tanto hanno fatto per meritarsi e confermare.
Questa è l'Europa come la vogliono loro.
Vi saluto dall'Europa come la intendo io.
Siete prolissi, rompicoglioni, avete il braccino corto, raccogliete nel vostro seno (nonostante tutti i miei sforzi di derattizzazione) una minoranza rumorosa di sciroccati complottisti/movimentodalbassisti/piazzaleloretisti/bombarolisti (esito inevitabile in un paese talmente provinciale - perché talmente colonizzato - che ciò che nel cuore dell'impero è assoluto mainstream qui appare farneticazione - un meccanismo che Celso ci ha illustrato limpidissimamente), persistete nella vostra spiacevole abitudine di ungere col vostro sebo l'orlo della mia veste senza dirmi chi siete (dato peraltro paradossale, perché in questa bella famiglia d'erbe e d'animali ci sono anche dei nazzzzionalisti, i quali magari vorrebbero che alla frontiera del loro paese venisse esibito un passaporto, ma non esibiscono alla mia frontiera il loro nome e cognome, cosa più volta da me richiesta. "Chi sei?" "Eh, non importa, io sono solo un lettore". Quante altre volte dovrà succedere? Avrete pur avuto un ufficiale d'anagrafe, se non un padre, che vi ha dato un nome, no? E allora ditelo! Imparatela, orsù, l'educazione, che non è mai troppo tardi. A cosa ci serve essere così tanti se non ci conosciamo fra noi?), insomma: ne avete di ogni, e cominciate visibilmente a seccarmi (va anche detto che la quantità non è amica della qualità, ma sopravvoliamo, altrimenti mi danno dell'elitista da qualche attico di place Vendôme).
Poi, però, penso che se vi trattassi come meritate, chiudendo il blog, mi perderei delle assolute perle come questa:
Fil ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "QED64: "endogenous optimal currency area" de che?":
Volemose bene.
Postato da Fil in Goofynomics alle 12 marzo 2016 23:21
E così il Belgio ha deciso di lottare contro la piaga del turismo sociale...
Come come come? Turismo sociale? Aspetta, dov'è che ho già sentito questa espressione...
Ah, già, ma che stupido! Nel Trattato di Roma, ovviamente:
Vedete? Art. 48 primo comma: "Il turismo sociale all'interno della Comunità è assicurato al più tardi al termine del periodo transitorio" (che, sembra di capire, non è finito).
Ma, sempre in termini di principi generali, di turismo sociale parla anche l'Atto Unico Europeo:
Articolo 8 A, secondo capoverso: "Il mercato interno comporta uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci e il turismo sociale". Bè, certo: "comporta". Nel senso di comporterebbe. Perché se il Trattato di Roma non fosse stato vaniloquio, il turismo sociale sarebbe già stato una realtà. Ma non basta affermare principi, bisogna anche metterli in pratica. Se non lo si fa, non fa nulla. Ci si può limitare a riaffermarli. È il famoso primato del processo sul risultato, caratteristico della cultura politica europea dell'ottimismo totale che Majone depreca, e che a Roma viene riassunta nell'icastica espressione "dimo, famo,...".
E infatti, nel Trattato di Maastricht, riappare il turismo sociale:
all'articolo 3, comma (c): l'abolizione da parte degli stati membri di ostacoli al turismo sociale.
Ma anche qui siamo nella teoria. Per arrivare alla pratica ci vuole Schengen, che rimuove definitivamente gli ostacoli residui:
Ora, non so se è chiaro il messaggio.
Cipolla ci ha spiegato che l'intelligenza è una, mentre le stupidità sono infinite, e ciò di cui ci occupiamo qui lo dimostra ampiamente. Ci sono mille e uno modi di dimostrare la propria stupidità parlando di Europa, ma attenzione: questi infiniti modi di essere stupido hanno un denominatore comune: il "più Europa", che equivale a "più niente" perché un'Europa politica non c'è (c'è la sua caricatura, che ci costa troppi soldi, e che nei fatti è la simpatica combinazione di un comitato di lobbysti, che comanda, e di una casa di riposo dove collocare perché non facciano danni politici trombati o sindacalisti ex-scomodi - me lo ricordo, quando stava sulle barricate: era il mio primo visiting a Rouen, mentre macellavano la sua fabbrica. Poi ha deposto la tuta blu e indossato il grembiule, rigorosamente rosa).
Una delle articolazioni del "più Europa" è appunto la retorica "Schengen/generazione Erasmus/famoerpopoloeuropeo". E gnente, alla gente non entra in testa una cosa ovvia: se crei un sistema nel quale muoversi, cioè emigrare, diventa l'unica risposta alla crisi, succede una cosa inaspettata (o no?): che quando ti muovi, vai verso un paese che è anche lui in crisi! Ora, caso strano, i paesi in crisi sono in crisi (sì, lo so che voi lo sapete, ma potrebbe leggerci anche un europeista, quindo non posso saltare alcun passaggio), e quindi capita che siano abitati da persone che devono risolvere i propri problemi, e in quanto tali non sono così aperte e disponibili a risolvere quelli altrui.
Vi sembra strano?
Certo! Lo so! Perché la maggior parte degli "europeisti" viene da fascie sociali che la parola "problema" non sanno cosa significhi! Come si fa a chiedere loro di immedesimarsi? Orsù: un po' di delicatezza...
Qui ci raccontiamo che sono stati i rifugiati a far saltare il sistema. In realtà i rifugiati hanno fatto un enorme favore alle élite irresponsabili che ci governano. Certo, il loro arrivo, peraltro fomentato da una élite tedesca più irresponsabile del solito, ha posto sotto forte tensione la costruzione "europea". Al contempo, però, arrivando in massa, i rifugiati si sono presi la responsabilità di una catastrofe che sarebbe comunque avvenuta, perché hanno accelerato una dinamica comunque preesistente e endogena al sistema che ci siamo dati: un sistema nel quale se c'è un problema in un paese, l'unica soluzione è andarsene (perché il governo non ha alcuno strumento di politica economica a disposizione). Non credo che sia per colpa dei siriani se in Belgio, in ossequio a una consolidata tradizione locale, ci trattano da terroni, sapete? Non credo sia colpa loro se gli espulsi per turismo sessuale, pardon: sociale, sono aumentati da 8 a 1700 in sette anni. Piccoli numeri, certo. Ma la dinamica è significativa.
Credo che una cosa simile sarebbe successa ugualmente, e che stia succedendo anche altrove, e questo per il semplice fatto che in assenza di completa integrazione dei sistemi previdenziali e di sicurezza sociale (integrazione che nessuno vuole), semplicemente non è vero che nel breve periodo gli immigrati siano un beneficio per la società. Lo sono per le imprese che li assumono, nella misura in cui riescono a farlo in nero o pagandoli poco.
E nel lungo periodo, lo sapete, no, come va a finire?...
Il Belgio non è in crisi? Bè, tutto è relativo. Intanto, dal 1994 al 2006 è cresciuto a oltre il 2.5% all'anno, e ora cresce un po' sotto l'1.5%. Notate che la sua disoccupazione è fissa all'8%, come quella della Cina al 4%. Chissà come farà il Belgio (come fa la Cina lo so)... Forse c'entra anche il fatto che dall'inizio della crisi il debito pubblico è aumentato di 20 punti di PIL (dall'86% al 106%)?
Non lo so.
Ma in quel gioco al massacro che è la deflazione salariale indotta dal cambio fisso, nessuno, ripeto: nessuno, una volta che arriva uno shock esterno, sta meglio di prima, nemmeno nei paesi forti (e i risultati delle elezioni regionali tedesche di oggi potrebbero darne conferma).
Quindi ora io vorrei sentire il parere dell'onorevole Boldrini: cosa ne pensa di questa Europa che lei ci pone sempre ad esempio, un'Europa che nel momento in cui, secondo logica e teoria economica, i suoi cittadini profittano dell'unica opportunità che essa offre loro, quella di spostarsi cercando di ovviare ai danni che la stessa Europa causa, derubrica la mobilità del lavoro a turismo sociale e la reprime?
Tanto per capirci: se dobbiamo essere servi della gleba, allora ridateci i Valois, che almeno avevano la sana abitudine di tagliare, di tanto in tanto, la testa a qualche governante lussemburghese, categoria che già allora pullulava di mestatori e doppiogiochisti (non risolve il problema, ma è tanto liberatorio...).
Quanto agli amici belgi, preferirei non pronunciarmi, soprattutto ora che sono in Francia, dove di essi si ha quell'alto concetto che, soprattutto negli ultimi tempi, tanto hanno fatto per meritarsi e confermare.
Questa è l'Europa come la vogliono loro.
Vi saluto dall'Europa come la intendo io.
giovedì 10 marzo 2016
ITAZUBI 2016: euro ed emigrazione (pardon: mobilità del lavoro)
(...ricevo da un lettore qui souhaite rester anonyme questa lettera. Segue breve commento per gli idioti di Schengen...)
Gentile Professore,
sono uno dei lettori presenti lo scorso XX/YYYY a Giovinia all'incontro con Goebbels; la ringrazio perché senza il suo lavoro avrei considerato quanto
in oggetto semplicemente un "programma retribuito di studio e lavoro in
Germania" finanziato dalle benevole istituzioni europee per i nostri
giovani Relitti & Puzzoni.https://www.thejobofmylife.de/de/home.html
che a Giovinia, dove la disoccupazione giovanile è altissima, ci è stato spiegato da questa "'Agenzia" pagata da fondi UE:
https://www.bridge4mobility.com/it/
come nei prospettini che in Furore di Steinbeck illudevano i poveracci dell'Oklahoma in fuga verso la terra promessa (quella almeno era la California) al giovane italiano bramoso di futuro spiegano bene come stanno le cose:
https://www.bridge4mobility.com/it/la-disoccupazione-giovanile-in-germania-e-la-piu-bassa-dell-unione-europea/
e cosa deve fare il giovane medesimo "PERCHE' L'EUROPA ne ha bisogno":
https://www.bridge4mobility.com/it/b4m-il-ponte-per-la-mobilita-lavorativa-in-europa/
alcune perle per quanti sono attenti ai rapporti tra lingua e potere ogni tanto ospiti su Goofynomics si trovan qui:
https://www.bridge4mobility.com/it/corsi-di-tedesco/
ancora grazie e saluti,
Anonimo Italiano(...solo una considerazione. Qualche imbecille, sempre in eccesso di offerta, dirà: "Vedi come sono bravi i teteschi, come si organizzano!". Le cose stanno in modo diverso. I tedeschi sono bravi, come noi. Le loro élite un po' meno. Il loro capitalismo sappiamo come funziona, ha un'intrinseca deriva imperialistica - sopra la media degli altri capitalismi - che porta la Germania regolarmente a perdere guerre mondiali con grande dispendio di vite umane. Ne conseguono crisi demografiche delle quali abbiamo parlato. La Germagna non è "più brava". La Germagna ha più bisogno di braccia di quanto ne abbiamo noi, e si organizza. Lo fa gestendo come sappiamo il problema umanitario amplificato dalla Turchia, e lo fa promuovendo una emigrazione selettiva dai paesi in crisi, cioè prendendosi i giovani migliori, cioè compromettendo alle radici la possibilità di ripresa di questi paesi.
Per questo chi dice che "in fondo Schengen non era una cattiva idea", prima di essere un neoclassico (perché implicitamente sostiene l'idea che i movimenti di fattori produttivi abbiano una funzione riequilibrante del sistema economico), è un cretino (peraltro, se si atteggia a intellettuale "de sinistra", dimostra di essere cretino per il semplice fatto di essere neoclassico "a sua insaputa", come la buonanima di Scajola). La cretineria deriva dal non voler capire quello che ho detto in tante circostanze, ovvero che in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata (cioè caratterizzata da rilevanti barriere linguistiche e culturali) il movimento del fattore lavoro ha necessariamente effetti avversi per i paesi più deboli, perché solo i più culturalmente attrezzati - e quindi produttivi - possono muoversi in cerca di lavoro da questi paesi verso i paesi egemoni.
Non è nazionalismo. Semplicemente, è letteratura scientifica. Qui una breve bibliografia (per la quale ringrazio Christian Mongeau):
Akkoyunlu and Vickerman (2001) “Migration and the Efficiency of European Labour Markets”
"Regional differences in skill or education may be self-perpetuating because higher skilled and better educated individuals are the most likely to migrate out of the depressed regions"
Fatas, A. (1998) “Intranational labor migration, business cycles and growth”, Insead Working Paper, 1998/76.
"Regional differences in skill or education may be self-perpetuating because higher skilled and better educated individuals are the most likely to migrate out of the depressed regions"
Fatas, A. (1998) “Intranational labor migration, business cycles and growth”, Insead Working Paper, 1998/76.
“Migration of high-skilled and qualified workers has remained much more stable than the migration of manual low-skilled workers, which has sharply fallen in the last 20 years. In some European regions, or countries, this is a source of concern because migration will then work to increase regional disparities instead of diminishing them.”
Ugo Fratesi & Massimiliano Riggi, 2004. "Migration and Regional Disparities: the Role of Skill Biased Flows," Urban/Regional 0407004, EconWPA.
"We identify and model two complementary mechanisms for skill biased migration flows to take place. The first one resides in the way wages are set. If, in fact, the most skilled workers are not paid their productivity because of wage compression, they will have an incentive to move towards regions with a more dispersed wage scheme. The second mechanism dwells in the existence of some regional specific immobile assets, which make workers di®erently productive in different regions; this happens to a larger extent for those endowed with highest skills, which will therefore be more likely to overcome the mobility costs. Hence a Kaldor-type cumulative process bearing persistent regional disparities is set up."
Holland, D. and Paluchowski, P. (2013) “Geographical labour mobility in the context of the crisis”, NIESR.
“Limited evidence suggests that the higher skilled mobile population within the EU has increasingly located within the Core economies, at the expense of the Periphery.”
...e perfino quel pezzo da novanta del nostro Barry, quello che nel 1993 l'aveva detto chiaro che i costi del progetto superavano ampiamenti gli esigui vantaggi, oggi ci dice che:
"This brain drain can have a permanent negative effect on the productive potential of the sending economies. In turn, that negative productivity effect can have a reinforcing impact on competitiveness and unemployment in the adversely affected regions (Brezzi and Piancentini 2010). In addition, the outmigration of the most skilled can weaken the incentive for the adversely affected regions to invest in skills and training, with further negative implications for their competitiveness.”
Chiaro? Così evito di querelare qualche cretino più cretino della media che magari mi dà del nazista perché affermo l'ovvio (tutto già successo in quella fogna a cielo aperto che è Twitter).
Ultima considerazione: cosa rende così necessaria la mobilità? Perché Maastricht rende necessario Schengen?
Voi lo sapete, ma repetita juvant. I giovani migliori, cioè quelli che possono, devono lasciare i paesi in crisi per il semplice motivo che non c'è lavoro. E il lavoro manca perché creare disoccupazione tramite l'austerità e la "flessibilità" del mercato del lavoro è l'unico modo per far scendere i salari. E i salari devono scendere, nei paesi più deboli (quindi più poveri) perché in assenza di aggiustamento del cambio questo è l'unico modo per riportare i conti con l'estero a posto. Il legame fra Schengen (cioè la mobilità del lavoro) e Maastricht (cioè la mobilità del capitale) è tutto qui.
Schengen, sostanzialmente, è la vaselina: serve a far sì che quelli un po' migliori - e quindi potenzialmente più pericolosi, perché un po' più capaci di rendersi conto di cosa sta succedendo - possano trovare una loro nicchia nella quale accontentarsi. Lubrifica le distorsioni indotte da Maastricht. Ma, nel facilitare l'aggiustamento "neoclassico" via mobilità dei fattori, in realtà Schengen amplifica le divergenze strutturali fra Nord e Sud in una spirale distruttiva. Più giovani abbandonano il Sud, più la produttività del Sud diminuisce, e più sarà necessario far leva sulla deflazione salariale e solo su quella per recuperare competitività, quindi ci vorrà più disoccupazione, e quindi più giovani abbandoneranno il Sud.
E tutto questo perché? Per non voler fare quello che 173 stati sovrani al mondo fanno: avere una propria valuta che funga da ammortizzatore degli shock esterni, costringendosi così a utilizzare come ammortizzatore la disoccupazione, cosa che tanto limpidamente Dornbusch ci aveva detto, prendendosi gioco dei porci fottuti populisti per i quali l'euro sarebbe stato una panacea!
Il riflesso pavloviano lo conoscete, no? "Eh, ma Dornbusch, signora mia, era tanto tanto neoclassico! Timeo Danaos et dona ferentes..."
Bravi, intellettuali di sinistra: e allora voi fate i marxisti, o i keynesiani, continuando a sostenere un sistema che si basa sulla logica dell'aggiustamento neoclassico via mobilità dei fattori, quella appena descritta. Continuate insomma a difendere Schengen, che non capite, perché non capite Maastricht, che non capite perché non volete capirlo, e che non volete capire perché vi brucia ammettere la vostra cretinaggine o il vostro tradimento.
Tranquilli: la merda sta salendo. Vi auguro una serena fine prima che arrivi a voi, perché quando sarà arrivata, temo, ahimè, che i vostri figli vi chiuderanno gli occhi non con una lacrima, ma con una bestemmia. Son cose brutte, che non si vorrebbe succedessero, ma che la hybris rende periodicamente inevitabili...)
giovedì 7 gennaio 2016
L'asimmetria di Schengen
Scusate, quello che sto per dire è talmente banale che sicuramente qualcuno lo avrà già detto. Inoltre, io non sono un immigrato, quindi magari non capisco bene come funziona.
Ma...
Ragioniamoci un momento su, volete? E rivolgiamoci a Wikimm... Pardon: Wikipedia, la madre di ogni sapere piddino.
Hoc dicit Wikipedia, testis fidelis ac verus:
1) gli accordi di Schengen vennero firmati nel 1985 da dieci paesi membri della Comunità europea;
2) l'accordo era indipendente dai negoziati che da lì a poco avrebbero condotto all'Unione Europea (perché all'epoca - bei tempi - non c'era consenso sul fatto che la futura Unione potesse costringere i suoi membri a rinunciare al controllo delle frontiere; insomma, la "cessione di sovranità" non veniva indicata come panacea, così come si fa oggi);
3) nel 1990 venne poi firmata la Convenzione di Schengen: all'abolizione/alleggerimento dei controlli interni si aggiungeva una politica comune per i visti extra-area. Nasceva così l'area Schengen (diciamo che la Convenzione di Schengen sta all'accordo di Schengen come un'unione doganale sta a una FTA, per capirci...),
4) la Convenzione entrò in vigore nel 1995, solo per alcuni firmatari, ma...
5) nel 1997, con il Trattato di Amsterdam (che ci portò anche il Patto di stabilità e crescita), Schengen entrò a far parte dell'acquis communautaire, cioè delle regole da rispettare per partecipare all'Unione.
6) Ovviamente, anche in questo caso, qualcuno negoziò un opt-out (come nel caso della moneta).
Il quadro risultante, tratto da Wikipedia, è questo:
La solita, simpatica, arlecchinata, come questa.
E vabbè...
Qual era lo scopo di "Schengen". Ma è semplice! "The creation of Europe's borderless Schengen area". Tradotto: la creazione di un'area priva di frontiere.
Manca qualcosa?
Sì.
Un aggettivo.
Quale?
Interne, ovviamente.
La creazione di un'area priva di frontiere interne. Un dettaglio che i nostri media mi sembra dimentichino, sicuramente in buona fede, sicuramente perché lo danno per scontato. In effetti, è del tutto logico che Schengen non significa che in Europa (rectius: nell'area Schengen) entri chi vuole. Schengen significa una cosa diversa: che l'onere di controllare la frontiera europea ricade sui soli paesi con frontiere esterne, cioè alle frontiere dell'Europa. E quali sono? Bè, se lo chiedo a Uga magari non me lo sa dire subito, ma voi siete uomini di mondo, avete fatto il militare a Cuneo. Diciamo che:
1) escludendo invasione di "migranti economici" dagli Stati Uniti (è molto più probabile che riparta un flusso di emigranti verso gli Stati Uniti),
2) ricordando che le migrazioni economiche dei normanni, che tante soddisfazzzzzzioni ci hanno dato, sono passate anch'esse di moda, fondamentalmente perché oggi, grazie al progresso tecnologico, i normanni stanno ma di molto meglio a casa propria,
3) considerando che con l'allargamento a Est la potenza egemone (la Germania) ha avvolto la sua frontiera orientale in un comodo bozzolo di stati cuscinetto, rispetto ai quali le faceva stracomodissimo che le frontiere interne venissero abolite (perché la Germania di braccia polacche, ceche, ecc. aveva bisogno...)
il cetriolo, secondo voi, a chi è rimasto?
Eh già: a Grecia, Italia, e Spagna, i tre paesi maggiormente esposti verso l'unico confine "sensibile" in termini geopolitici, quello sudorientale, e in subordine (si vede molto bene) a Ungheria e Slovenia.
Ricordate lo sproloquio di quel tipo su Orban che sarebbe stato un dittatore nazista? Oltre a dire cose fattualmente errate (come chiarii all'epoca), al tizio sfuggiva un dettaglio: che Orban aveva "eretto muri" (faute de mieux...) non per divertimento, ma perché era (ed è) un suo preciso obbligo controllare chi entra nell'area Schengen, dato che lui, come noi, ha una frontiera esterna da gestire (che la Merkel, di fatto, non ha).
Che questo obbligo esista (l'obbligo, se hai una frontiera esterna, di difenderla) risulta non solo dal testo del Trattato, ma anche da un semplice dato di fatto: chi invece è stato di manica più larga, o meno stretta, come la Grecia, perché preso da problemi più gravi, se lo è poi visto rinfacciare, venendo minacciato di espulsione dall'area (quindi, cornuto e mazziato).
Riassumendo.
Con Schengen l'onere di controllare le frontiere viene spostato interamente sui paesi periferici, già variamente penalizzati dal progetto europeo, per tanti motivi sui quali qui non torno. A voi risulta che a questo spostamento di oneri sia corrisposto un pari spostamento di risorse?
A me non tantissimo. Onestamente non mi risulta che Accordo e Convenzione prevedessero un meccanismo "federale" di riallocazione il quale trasferisca automaticamente presso la "periferia" parte delle risorse che il nucleo risparmia grazie al vantaggio di non doversi più far carico del controllo delle proprie frontiere interne, cioè, come i fatti di Parigi dimostrano, di non doversi più far carico della sicurezza comune.
Certo, c'è Frontex. Avete visto quando è stata istituita? Non vi viene spontanea una riflessione? Dieci anni dopo l'avvio della convenzione di Schengen...
E già questo la dice lunga sulla natura del progetto europeo: prima creiamo il problema, e poi si vedrà. Fra l'altro, chi paga non è che sia chiarissimo, e soprattutto non è chiaro in base a quali criteri si contribuisca. Ho provato a razzolare un po' sul loro sito, ma non ho trovato granché: magari voi sarete più fortunati, o magari sapete come funziona, perché anche voi non siete degli immigrati, ma... Certo che se i contributi fossero in proporzione alle quote di PIL, o al gettito IVA, non sarebbe esattamente il massimo dell'equità, no? Insomma: non mi sembra che la cosiddetta "Europa" abbia molta più voglia di mutualizzare il rischio geopolitico di quanta ne abbia di mutualizzare il rischio macroeconomico e finanziario.
Ma magari posso sbagliarmi: scrivo anche perché mi erudiate.
Una cosa è certa.
Nei media, io (non so voi), ho sentito parlare, via via, di operazioni "straordinarie" fatte per fronteggiare crisi "imprevedibili" (per quanto regolarmente fossero causate da scelte politiche del tutto autonome e scoordinate di alcuni paesi del nucleo); operazioni presentate come un aiuto dato a noi Untermenschen italiani, usualmente dipinti come disumani per cialtronaggine, cioè perché incapaci di occuparci di casa nostra.
Eh, no, cazzo!
Perché Schengen dice che il confine italiano non è quello di casa nostra: è quello di casa loro. Ma loro, tanto per cambiare, prima creano il problema, poi criticano chi non glielo risolve, quindi non pagano, e quando infine pagano la fanno cadere dall'alto, con il solito atteggiamento di moralismo peloso.
Quousque tandem...
Ma...
Ragioniamoci un momento su, volete? E rivolgiamoci a Wikimm... Pardon: Wikipedia, la madre di ogni sapere piddino.
Hoc dicit Wikipedia, testis fidelis ac verus:
1) gli accordi di Schengen vennero firmati nel 1985 da dieci paesi membri della Comunità europea;
2) l'accordo era indipendente dai negoziati che da lì a poco avrebbero condotto all'Unione Europea (perché all'epoca - bei tempi - non c'era consenso sul fatto che la futura Unione potesse costringere i suoi membri a rinunciare al controllo delle frontiere; insomma, la "cessione di sovranità" non veniva indicata come panacea, così come si fa oggi);
3) nel 1990 venne poi firmata la Convenzione di Schengen: all'abolizione/alleggerimento dei controlli interni si aggiungeva una politica comune per i visti extra-area. Nasceva così l'area Schengen (diciamo che la Convenzione di Schengen sta all'accordo di Schengen come un'unione doganale sta a una FTA, per capirci...),
4) la Convenzione entrò in vigore nel 1995, solo per alcuni firmatari, ma...
5) nel 1997, con il Trattato di Amsterdam (che ci portò anche il Patto di stabilità e crescita), Schengen entrò a far parte dell'acquis communautaire, cioè delle regole da rispettare per partecipare all'Unione.
6) Ovviamente, anche in questo caso, qualcuno negoziò un opt-out (come nel caso della moneta).
Il quadro risultante, tratto da Wikipedia, è questo:
La solita, simpatica, arlecchinata, come questa.
E vabbè...
Qual era lo scopo di "Schengen". Ma è semplice! "The creation of Europe's borderless Schengen area". Tradotto: la creazione di un'area priva di frontiere.
Manca qualcosa?
Sì.
Un aggettivo.
Quale?
Interne, ovviamente.
La creazione di un'area priva di frontiere interne. Un dettaglio che i nostri media mi sembra dimentichino, sicuramente in buona fede, sicuramente perché lo danno per scontato. In effetti, è del tutto logico che Schengen non significa che in Europa (rectius: nell'area Schengen) entri chi vuole. Schengen significa una cosa diversa: che l'onere di controllare la frontiera europea ricade sui soli paesi con frontiere esterne, cioè alle frontiere dell'Europa. E quali sono? Bè, se lo chiedo a Uga magari non me lo sa dire subito, ma voi siete uomini di mondo, avete fatto il militare a Cuneo. Diciamo che:
1) escludendo invasione di "migranti economici" dagli Stati Uniti (è molto più probabile che riparta un flusso di emigranti verso gli Stati Uniti),
2) ricordando che le migrazioni economiche dei normanni, che tante soddisfazzzzzzioni ci hanno dato, sono passate anch'esse di moda, fondamentalmente perché oggi, grazie al progresso tecnologico, i normanni stanno ma di molto meglio a casa propria,
3) considerando che con l'allargamento a Est la potenza egemone (la Germania) ha avvolto la sua frontiera orientale in un comodo bozzolo di stati cuscinetto, rispetto ai quali le faceva stracomodissimo che le frontiere interne venissero abolite (perché la Germania di braccia polacche, ceche, ecc. aveva bisogno...)
il cetriolo, secondo voi, a chi è rimasto?
Eh già: a Grecia, Italia, e Spagna, i tre paesi maggiormente esposti verso l'unico confine "sensibile" in termini geopolitici, quello sudorientale, e in subordine (si vede molto bene) a Ungheria e Slovenia.
Ricordate lo sproloquio di quel tipo su Orban che sarebbe stato un dittatore nazista? Oltre a dire cose fattualmente errate (come chiarii all'epoca), al tizio sfuggiva un dettaglio: che Orban aveva "eretto muri" (faute de mieux...) non per divertimento, ma perché era (ed è) un suo preciso obbligo controllare chi entra nell'area Schengen, dato che lui, come noi, ha una frontiera esterna da gestire (che la Merkel, di fatto, non ha).
Che questo obbligo esista (l'obbligo, se hai una frontiera esterna, di difenderla) risulta non solo dal testo del Trattato, ma anche da un semplice dato di fatto: chi invece è stato di manica più larga, o meno stretta, come la Grecia, perché preso da problemi più gravi, se lo è poi visto rinfacciare, venendo minacciato di espulsione dall'area (quindi, cornuto e mazziato).
Riassumendo.
Con Schengen l'onere di controllare le frontiere viene spostato interamente sui paesi periferici, già variamente penalizzati dal progetto europeo, per tanti motivi sui quali qui non torno. A voi risulta che a questo spostamento di oneri sia corrisposto un pari spostamento di risorse?
A me non tantissimo. Onestamente non mi risulta che Accordo e Convenzione prevedessero un meccanismo "federale" di riallocazione il quale trasferisca automaticamente presso la "periferia" parte delle risorse che il nucleo risparmia grazie al vantaggio di non doversi più far carico del controllo delle proprie frontiere interne, cioè, come i fatti di Parigi dimostrano, di non doversi più far carico della sicurezza comune.
Certo, c'è Frontex. Avete visto quando è stata istituita? Non vi viene spontanea una riflessione? Dieci anni dopo l'avvio della convenzione di Schengen...
E già questo la dice lunga sulla natura del progetto europeo: prima creiamo il problema, e poi si vedrà. Fra l'altro, chi paga non è che sia chiarissimo, e soprattutto non è chiaro in base a quali criteri si contribuisca. Ho provato a razzolare un po' sul loro sito, ma non ho trovato granché: magari voi sarete più fortunati, o magari sapete come funziona, perché anche voi non siete degli immigrati, ma... Certo che se i contributi fossero in proporzione alle quote di PIL, o al gettito IVA, non sarebbe esattamente il massimo dell'equità, no? Insomma: non mi sembra che la cosiddetta "Europa" abbia molta più voglia di mutualizzare il rischio geopolitico di quanta ne abbia di mutualizzare il rischio macroeconomico e finanziario.
Ma magari posso sbagliarmi: scrivo anche perché mi erudiate.
Una cosa è certa.
Nei media, io (non so voi), ho sentito parlare, via via, di operazioni "straordinarie" fatte per fronteggiare crisi "imprevedibili" (per quanto regolarmente fossero causate da scelte politiche del tutto autonome e scoordinate di alcuni paesi del nucleo); operazioni presentate come un aiuto dato a noi Untermenschen italiani, usualmente dipinti come disumani per cialtronaggine, cioè perché incapaci di occuparci di casa nostra.
Eh, no, cazzo!
Perché Schengen dice che il confine italiano non è quello di casa nostra: è quello di casa loro. Ma loro, tanto per cambiare, prima creano il problema, poi criticano chi non glielo risolve, quindi non pagano, e quando infine pagano la fanno cadere dall'alto, con il solito atteggiamento di moralismo peloso.
Quousque tandem...
domenica 1 novembre 2015
Parlate chiaro (e chiedete scusa): la tabellina del due
(...che rispetto all'antefatto, quella dello zero, è comunque un progresso...)
(...ormai la situazione è paradossale. Da Meloni a Cremaschi, passando per Cisnetto - e molti altri - il numero e la qualità di chi ha capito che le cose così non vanno cresce di giorno in giorno. Non si tratta di "opinioni". Il dato è oggettivo, risalta agli occhi, e non dipende dalle intenzioni mie, o vostre, o della Merkel, o di Obama. Semplicemente, questa cosa non funziona, e quindi sarebbe il caso di cominciare a parlarne e di capire come tirarsene fuori - dato che sul perché mi pare che dubbi non ne abbia più nessuno, e che comunque che la cosa possa durare per sempre nessuno lo crede sul serio. In questa situazione, chi sono i nemici? Chi sono quelli che lottano attivamente per impedire che si costituisca un movimento trasversale di resistenza a difesa dell'interesse e dei valori della costituzione nazionale? Ma è semplice! Quelli che sanno meglio e da prima di tutti quale sia la cosa giusta, ma sanno anche che chiunque - tranne loro - la farà nel modo sbagliato, ed è quindi meglio che nessuno faccia niente. Sì, ci siamo capiti: quelli dell'uscita a sinistra. Abbiamo avuto la fase "se usciamo ci saranno i fire sales" - e infatti si è visto - ora abbiamo la fase "se usciamo sospenderemo Schengen" - e infatti si è rivisto. Che poi, su, invece di inventarsi tanti giri di parole, uno potrebbe anche avere un minimo di coraggio e dirla come la pensa: "Non ascoltate Bagnai perché è leghista e xenofobo!". Faremmo prima, no? Al convegno di oggi, visibilmente seccato dall'intervento di un uscista da sinistra, un giovane in platea mi guarda e mi fa: "Praticamente quello lì sta dicendo che dobbiamo scegliere fra l'euro o Salvini!". E un meno giovane (scusa, però eri meno giovane): "Esatto. E così facendo senza capirlo fa campagna per Salvini, pensando di farla per se stesso".
Allora, vogliamo parlare di Schengen? Perché questa è l'ultima frontiera degli "uscisti da sinistra": "se uscissimo sospenderemmo Schengen....".
Posso dire sommessamente una cosa?
E STI GRAN CAZZI NON CE LI METTI?
Perché?
Perché gli "uscisti da sinistra" ultimamente insistono così tanto su Schengen? Credo che sia perché è l'ultima cosa cui pensano di potersi attaccare. Hanno provato con i fire sales (e abbiamo visto com'è andata: si dovrebbero vergognare, glielo avevo detto tre anni or sono, ora non so con che faccia possano andare in giro a dire che l'euro ci protegge, visto che ogni giorno pezzi di aziende più o meno importanti passano in mano straniera); hanno provato col libberismo di Bagnai, ma anche lì, poracci, figure demmerda a raffica: tutto quello che pensavano di insegnarmi era già nel mio libro, ma proprio tutto, e anche di più, perché loro, gli uscisti da sinistra, di controlli dei movimenti di capitali ne parlano solo con tono minaccioso e apocalittico - mentre per me è normale che questi movimenti li si dovrebbe disciplinare, e l'euro è servito proprio a non farlo - e di riportare la banca centrale sotto il controllo del governo non ne parlano proprio - il che rende un po' debole la loro proposta.
E ora Schengen.
"Parliamo di Schengen, che Bagnai nel libro non ne parla, e così lo facciamo passare per leghista, e ci diamo una scialbatina di rosso...". Ma vogliamo ragionare un momento su Schengen? Cos'è Schengen? Siamo sicuri che sia una cosa tanto di sinistra? Nei suoi termini essenziali, è un accordo che facilita la circolazione del fattore lavoro all'interno del mercato unico. Nota bene: ciò che definisce un mercato unico è proprio la libera circolazione dei fattori di produzione - la libera circolazione delle sole merci definirebbe un'area di libero scambio. Ora, l'Atto Unico Europeo - che instaura il Mercato Unico - è del 1986, con entrata in vigore nel 1987, e obiettivo di compimento del mercato unico entro il 1992. Peraltro, ad oggi, come ricorda Majone, il mercato unico ancora non è realizzato, ad esempio per quanto riguarda i servizi - che sono circa il 70% del PIL. Non sto dicendo che sia un bene o un male: sto dicendo che anche qui si è andati avanti alla spicciolata e vendendo come successi e dati acquisiti cose che - come il mercato unico - erano nella migliore delle ipotesi in fieri, e nella peggiore impossibili da realizzare. In ogni caso, gli accordi di Schengen sono dell'anno precedente all'Atto Unico - il 1985 - e le loro disposizioni sono incorporate oggi nel Trattato di Lisbona, fanno parte dell'acquis communautaire, che in italiano si traduce: "o così, o Pomì!". Chi entra se le becca come stanno (e peraltro alcuni paesi sono Schengen senza essere UE, mentre altri sono UE con opt-out - ancora una volta)!
La domanda che mi pongo è: ma la libera circolazione dei fattori di produzione, e più in generale il mercato unico, è una cosa di sinistra? Questo Schengen-fetishism mi sembra sinceramente un pochino inquietante. Va bene, ne abbiamo viste di ogni, ma non pensavo che saremmo arrivati a veder elogiare "da sinistra" le virtù della libera circolazione dei fattori, e del fattore lavoro, e per di più da parte di economisti che per provenienza geografica dovrebbero sapere come si chiama, nel capitalismo, la libera circolazione del lavoro: si chiama emigrazione. Siamo sicuri che sia una cosa "di sinistra" favorire la libera circolazione del lavoro in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata, nella quale le barriere culturali rendono i flussi migratori interni necessariamente selettivi (perché a lavorare nei paesi del Nord ci andranno solo i migliori, quelli sufficientemente istruiti da poterselo permettere)? Siamo sicuri che questo tipo di movimenti siano stabilizzanti, servano ad assorbire gli shock, e non ad ampliarli? E, di converso: quando mai dover fare un visto - posto che sia questo il problema - ha impedito a chi voleva andare a lavorare altrove di farlo? Cioè, fatemi capire: chi viene da aree che hanno visto drenate le loro energie migliori verso gli Stati Uniti (dove il visto occorre ancora oggi), chi parla - secondo me a ragione - dei pericoli di mezzogiornificazione dell'Europa meridionale che l'attuale assetto delle regole europee comporta, poi elogia Schengen, cioè il meccanismo che consente al Nord di drenare senza barriere linfa dal Sud? E questa bella prova di keynesismo a intermittenza a cosa serve? A dire a me che sono leghista? Ma allora ditemi che sono leghista, cazzo, se ne avete il coraggio, e dite meno stronzate, però! Se vogliamo metterla sul personale, facciamolo, non ci sono mica problemi: voi dite "Bagnai leghista!", io mi ci faccio una risata sopra (facendo anche notare che personalmente non lo considero un insulto: chi vota Lega avrà i suoi buoni motivi per farlo e io alla democrazia ci credo: semplicemente, non mi rispecchio in quel movimento politico), e passiamo avanti senza inquinare il dibattito con argomenti che non stanno in piedi, fuorvianti, pericolosi. Perché come l'insistenza sui fire sales di fatto offuscava il vero meccanismo attraverso il quale il capitale estero sta predando il nostro paese e distruggendo valore e posti di lavoro, ovvero la compressione della redditività delle nostre aziende sotto un cambio sopravvalutato, così l'enfasi su Schengen in chiave antiliberista sinceramente è dadaismo puro! Cosa c'è di più liberista del provvedimento che ha consentito al capitalismo tedesco di trasformare i PECO nel suo esercito industriale di riserva? Me lo dite voi? E col dadaismo dove si va? Io un'idea ce l'avrei, ma la tengo per me. I miei lettori mi avranno capito...
Sed de hoc satis.
Segue il testo del mio intervento di oggi al seminario Euro e Unione Europea... I lavori sono stati filmati, qualcuno li ha ripresi in diretta Periscope, ma c'erano anche riprese con telecamere fisse, che verranno forse messe su Youtube. A differenza da quanto ho sempre fatto, questa volta il discorso me l'ero scritto, e l'ho praticamente letto, con minimi adattamenti per rimarcare alcuni punti di contatto coi relatori che mi avevano preceduto. Ve lo offro com'è sul mio hard disk. Potrete divertirvi a trovare le differenze - minime - con quanto ho effettivamente detto. Ma il succo è nel titolo del post. E per favore, ora basta con l'uscismo da sinistra: è il cancro di questo dibattito. Le terapie ci sono...)
Credo che ora si veda
come poiché la sinistra non si è opposta al simbolo del capitalismo trionfante,
cioè all’euro, questo capitalismo abbia perso qualsiasi freno inibitore. Non basta
l’esempio della Grecia? Non basta l’esempio del Portogallo? Vogliamo aspettare
che anche qui, a casa nostra, l’eversione veicolata dai Trattati europei, che
Vladimiro denuncia con tanta chiarezza, si manifesti in tutta la sua violenza?
Lo capite che allora sarà troppo tardi?
(...e la sfida emotiva? Bè, ho perso anche quella. Perché quando alla fine è arrivato uno che ha esordito con "non sono un economista ma" e ha proseguito con "m'ha detto micuggino che la svalutazione sarebbe del 30%" ho sclerato e me ne sono andato. La disonestà intellettuale non si può spingere fino a dire "non ci sono analisi". Ci sono. Chi dice il contrario certifica come minimo la sua ignoranza - e oggi chi esprime opinioni non informate oggettivamente contribuisce a un progetto criminale - e nel peggiore dei casi un grado inaccettabile di pessima fede. E io, sinceramente, ne ho i coglioni pieni. Tuttavia mi dispiace di essermi indignato. La platea era sufficientemente satura di certe idiozie, e forse avrei fatto meglio a starmene cheto e godermi il risentimento che montava verso tanta inconsistente e boriosa supponenza - "non ci sono analisi? Sai cosa ti dice non ci sono analisi?" - parte italiana e parte nopea. Ha provato a consolarmi Vlad, dicendo che anche Lenin non era esattamente un campione di bon ton. E anche in questo aveva illustri precedenti - Lenin, non Vlad...)
(...ormai la situazione è paradossale. Da Meloni a Cremaschi, passando per Cisnetto - e molti altri - il numero e la qualità di chi ha capito che le cose così non vanno cresce di giorno in giorno. Non si tratta di "opinioni". Il dato è oggettivo, risalta agli occhi, e non dipende dalle intenzioni mie, o vostre, o della Merkel, o di Obama. Semplicemente, questa cosa non funziona, e quindi sarebbe il caso di cominciare a parlarne e di capire come tirarsene fuori - dato che sul perché mi pare che dubbi non ne abbia più nessuno, e che comunque che la cosa possa durare per sempre nessuno lo crede sul serio. In questa situazione, chi sono i nemici? Chi sono quelli che lottano attivamente per impedire che si costituisca un movimento trasversale di resistenza a difesa dell'interesse e dei valori della costituzione nazionale? Ma è semplice! Quelli che sanno meglio e da prima di tutti quale sia la cosa giusta, ma sanno anche che chiunque - tranne loro - la farà nel modo sbagliato, ed è quindi meglio che nessuno faccia niente. Sì, ci siamo capiti: quelli dell'uscita a sinistra. Abbiamo avuto la fase "se usciamo ci saranno i fire sales" - e infatti si è visto - ora abbiamo la fase "se usciamo sospenderemo Schengen" - e infatti si è rivisto. Che poi, su, invece di inventarsi tanti giri di parole, uno potrebbe anche avere un minimo di coraggio e dirla come la pensa: "Non ascoltate Bagnai perché è leghista e xenofobo!". Faremmo prima, no? Al convegno di oggi, visibilmente seccato dall'intervento di un uscista da sinistra, un giovane in platea mi guarda e mi fa: "Praticamente quello lì sta dicendo che dobbiamo scegliere fra l'euro o Salvini!". E un meno giovane (scusa, però eri meno giovane): "Esatto. E così facendo senza capirlo fa campagna per Salvini, pensando di farla per se stesso".
Allora, vogliamo parlare di Schengen? Perché questa è l'ultima frontiera degli "uscisti da sinistra": "se uscissimo sospenderemmo Schengen....".
Posso dire sommessamente una cosa?
E STI GRAN CAZZI NON CE LI METTI?
Perché?
Perché gli "uscisti da sinistra" ultimamente insistono così tanto su Schengen? Credo che sia perché è l'ultima cosa cui pensano di potersi attaccare. Hanno provato con i fire sales (e abbiamo visto com'è andata: si dovrebbero vergognare, glielo avevo detto tre anni or sono, ora non so con che faccia possano andare in giro a dire che l'euro ci protegge, visto che ogni giorno pezzi di aziende più o meno importanti passano in mano straniera); hanno provato col libberismo di Bagnai, ma anche lì, poracci, figure demmerda a raffica: tutto quello che pensavano di insegnarmi era già nel mio libro, ma proprio tutto, e anche di più, perché loro, gli uscisti da sinistra, di controlli dei movimenti di capitali ne parlano solo con tono minaccioso e apocalittico - mentre per me è normale che questi movimenti li si dovrebbe disciplinare, e l'euro è servito proprio a non farlo - e di riportare la banca centrale sotto il controllo del governo non ne parlano proprio - il che rende un po' debole la loro proposta.
E ora Schengen.
"Parliamo di Schengen, che Bagnai nel libro non ne parla, e così lo facciamo passare per leghista, e ci diamo una scialbatina di rosso...". Ma vogliamo ragionare un momento su Schengen? Cos'è Schengen? Siamo sicuri che sia una cosa tanto di sinistra? Nei suoi termini essenziali, è un accordo che facilita la circolazione del fattore lavoro all'interno del mercato unico. Nota bene: ciò che definisce un mercato unico è proprio la libera circolazione dei fattori di produzione - la libera circolazione delle sole merci definirebbe un'area di libero scambio. Ora, l'Atto Unico Europeo - che instaura il Mercato Unico - è del 1986, con entrata in vigore nel 1987, e obiettivo di compimento del mercato unico entro il 1992. Peraltro, ad oggi, come ricorda Majone, il mercato unico ancora non è realizzato, ad esempio per quanto riguarda i servizi - che sono circa il 70% del PIL. Non sto dicendo che sia un bene o un male: sto dicendo che anche qui si è andati avanti alla spicciolata e vendendo come successi e dati acquisiti cose che - come il mercato unico - erano nella migliore delle ipotesi in fieri, e nella peggiore impossibili da realizzare. In ogni caso, gli accordi di Schengen sono dell'anno precedente all'Atto Unico - il 1985 - e le loro disposizioni sono incorporate oggi nel Trattato di Lisbona, fanno parte dell'acquis communautaire, che in italiano si traduce: "o così, o Pomì!". Chi entra se le becca come stanno (e peraltro alcuni paesi sono Schengen senza essere UE, mentre altri sono UE con opt-out - ancora una volta)!
La domanda che mi pongo è: ma la libera circolazione dei fattori di produzione, e più in generale il mercato unico, è una cosa di sinistra? Questo Schengen-fetishism mi sembra sinceramente un pochino inquietante. Va bene, ne abbiamo viste di ogni, ma non pensavo che saremmo arrivati a veder elogiare "da sinistra" le virtù della libera circolazione dei fattori, e del fattore lavoro, e per di più da parte di economisti che per provenienza geografica dovrebbero sapere come si chiama, nel capitalismo, la libera circolazione del lavoro: si chiama emigrazione. Siamo sicuri che sia una cosa "di sinistra" favorire la libera circolazione del lavoro in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata, nella quale le barriere culturali rendono i flussi migratori interni necessariamente selettivi (perché a lavorare nei paesi del Nord ci andranno solo i migliori, quelli sufficientemente istruiti da poterselo permettere)? Siamo sicuri che questo tipo di movimenti siano stabilizzanti, servano ad assorbire gli shock, e non ad ampliarli? E, di converso: quando mai dover fare un visto - posto che sia questo il problema - ha impedito a chi voleva andare a lavorare altrove di farlo? Cioè, fatemi capire: chi viene da aree che hanno visto drenate le loro energie migliori verso gli Stati Uniti (dove il visto occorre ancora oggi), chi parla - secondo me a ragione - dei pericoli di mezzogiornificazione dell'Europa meridionale che l'attuale assetto delle regole europee comporta, poi elogia Schengen, cioè il meccanismo che consente al Nord di drenare senza barriere linfa dal Sud? E questa bella prova di keynesismo a intermittenza a cosa serve? A dire a me che sono leghista? Ma allora ditemi che sono leghista, cazzo, se ne avete il coraggio, e dite meno stronzate, però! Se vogliamo metterla sul personale, facciamolo, non ci sono mica problemi: voi dite "Bagnai leghista!", io mi ci faccio una risata sopra (facendo anche notare che personalmente non lo considero un insulto: chi vota Lega avrà i suoi buoni motivi per farlo e io alla democrazia ci credo: semplicemente, non mi rispecchio in quel movimento politico), e passiamo avanti senza inquinare il dibattito con argomenti che non stanno in piedi, fuorvianti, pericolosi. Perché come l'insistenza sui fire sales di fatto offuscava il vero meccanismo attraverso il quale il capitale estero sta predando il nostro paese e distruggendo valore e posti di lavoro, ovvero la compressione della redditività delle nostre aziende sotto un cambio sopravvalutato, così l'enfasi su Schengen in chiave antiliberista sinceramente è dadaismo puro! Cosa c'è di più liberista del provvedimento che ha consentito al capitalismo tedesco di trasformare i PECO nel suo esercito industriale di riserva? Me lo dite voi? E col dadaismo dove si va? Io un'idea ce l'avrei, ma la tengo per me. I miei lettori mi avranno capito...
Sed de hoc satis.
Segue il testo del mio intervento di oggi al seminario Euro e Unione Europea... I lavori sono stati filmati, qualcuno li ha ripresi in diretta Periscope, ma c'erano anche riprese con telecamere fisse, che verranno forse messe su Youtube. A differenza da quanto ho sempre fatto, questa volta il discorso me l'ero scritto, e l'ho praticamente letto, con minimi adattamenti per rimarcare alcuni punti di contatto coi relatori che mi avevano preceduto. Ve lo offro com'è sul mio hard disk. Potrete divertirvi a trovare le differenze - minime - con quanto ho effettivamente detto. Ma il succo è nel titolo del post. E per favore, ora basta con l'uscismo da sinistra: è il cancro di questo dibattito. Le terapie ci sono...)
Ringrazio gli
organizzatori per questo invito, che mi ha fatto molto piacere, temperato da
altrettanta amarezza. Non ho infatti capito esattamente perché sono stato
invitato, e invitato oggi, ma ho accettato l’invito perché esso mi poneva due
sfide importanti, una intellettuale, e l’altra emotiva.
Cominciamo dalla
sfida intellettuale.
Voi siete, in
varie sfumature, eredi di una tradizione comunista, di sinistra, chiamatela
come volete (non interessa molto precisarla in questa sede, e credo che
interessi sempre meno agli elettori). Vi collocate comunque in quella parte
dello spettro visibile (si fa per dire) che va dai 590 ai 750 nanometri di
lunghezza d’onda, dall’arancione al rosso.
E allora, cosa
posso io dirvi che voi non sappiate già?
Fu Vladimiro
Giacché, che avete ascoltato, a segnalare a me, del tutto ignaro e
fondamentalmente indifferente alla storia politica di questo paese, anzi, di
questa colonia, che c’era stato un tempo nel quale il PCI aveva ben chiare le
dinamiche che l’integrazione finanziaria avrebbe attivato in Europa. Basta
pensare alla frase lapidaria di Luciano Barca, messa a verbale di una direzione
del PCI svoltasi il 12 dicembre 1978: “Europa o non Europa questa resta la
mascheratura di una politica di deflazione e recessione antioperaia”.
Ora credo tutti
vedano che Barca aveva ragione. Ma chi ha riportato alla luce questa frase,
pronunciata in una sede riservata? Perché ce la ricordiamo, oggi?
Perché Vladimiro
mi citò, la prima volta che lo incontrai, la dichiarazione di voto di
Napolitano contro l’entrata dall’Italia nel Sistema Monetario Europeo
(pubblicata sull’Unità, il 14 dicembre del 1978, il quotidiano fondato da
Antonio Gramsci che il 14 novembre 2011 applaudì l’arrivo di Monti). Dal mio
punto di vista, il punto culminante di questa dichiarazione è quello in cui
Napolitano afferma che l’idea secondo cui l’Italia “potrebbe evitare sviluppi
catastrofici solo con l’intervento di un vincolo esterno nella forma di un
rigoroso meccanismo di cambio” fa “un grave torto a tutte le forze democratiche
italiane”.
Quando
nell’agosto 2011 denunciai sul Manifesto l’antidemocraticità dell’euro, che non
credo qui oggi qualcuno voglia contestare, dopo gli esempi di Grecia e
Portogallo, non sapevo come questa antidemocraticità fosse già perfettamente
chiara (sub specie SME) a Napolitano 33 anni prima. Con me lo ignoravano molti
italiani che a differenza di Vladimiro lo avevano dimenticato o, come me, non
l’avevano mai saputo. Lo hanno poi appreso nel 2012 grazie al mio libro, in cui
riportavo questo discorso. Giornalisti come Marco Palombi, letto il Tramonto
dell’euro, sono andati a rivedersi archivi e atti parlamentari, e così ora
sappiamo cosa diceva Barca, o Spaventa, che, sempre alla Camera, chiariva ilproblema nodale, quello dei rapporti di forza. Diceva, Spaventa, che l’area
monetaria europea rischiava di “configurarsi come un'area di bassa pressione e
di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese
dello sviluppo dell'occupazione e del reddito”, e questo perché “non sembra mutato
l'obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che
potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo
marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda
interna.”
Il paragrafo del
mio libro nel quale cito Napolitano ha un titolo molto sintetico: “Sapevano”. E
se sapevano loro allora, sarebbe strano che oggi voi non sapeste più, quando
quelle che Barca, Napolitano, Spaventa prospettavano come rischiose eventualità
sono diventate cronaca quotidiana.
Questo anche
perché Barca, Napolitano, Spaventa, con tutto il rispetto per chi non c’è più,
davano in quella circostanza prova di onestà intellettuale, ma certo non di
particolare genialità, né in ambito politico né in ambito economico. Il loro
discorso era una minestra riscaldata. Gli argomenti di Spaventa (il compagno
Spaventa del 1978, non il compagno di articoli di Giavazzi) provengono pari
pari da un lavoro dell’economista laburista James Meade scritto nel 1957,
mentre quelli di Napolitano da un lavoro dell’economista laburista NicholasKaldor, scritto nel 1971. E attenzione! Non sto dicendo che fosse plagio: sto
dicendo che, come dimostro nel mio ultimo lavoro, in corso di pubblicazione,
queste riflessioni erano (e sono) materiale assolutamente standard nel pensiero
progressista europeo: erano cose che nessuno si sarebbe mai sognato di
contestare. Era stato Meade a dire, quando ancora il sistema monetario
internazionale si basava sui cambi fissi, che “se un paese in surplus come la
Germania avesse voluto fare politiche deflazionistiche”, allora in Europa “si
sarebbe dovuto usare l’arma difensiva del riallineamento di cambio”,
soprattutto “nelle fasi iniziali del processo di integrazione economica”.
Ora, i rapporti
di forza che queste analisi delineano non sono mutati, anzi, si sono rafforzati
(in peggio). Peraltro, a me sembra stano che studiosi di estrazione marxista non
capiscano che istituzioni e regole riflettono i rapporti di forza prevalenti.
In questo senso, pensare a un’Europa a trazione tedesca le cui regole
“imbriglino” la Germania è una solenne imbecillità, come lo è l’idea che il
nazionalismo si combatta con una supernazione europea.
Come abbiamo fatto a
ridurci così?
Va detto che
oltre a quello che Barca, Napolitano, Spaventa vedevano, c’era anche quello che
non potevano vedere, ma che per noi dovrebbe ormai essere evidente:
l’integrazione monetaria finanziaria non solo richiede che agli squilibri si
risponda con deflazione e recessione a danno delle classi subalterne (questo
loro lo vedevano), ma:
[1] esaltando la
mobilità del capitale, aumenta il potere di ricatto di quest’ultimo nei
riguardi del lavoro (“non accetti un taglio dei salari? E io me ne vado
all’estero…”); e:
[2] promuovendo
la finanziarizzazione dell’economia, è al tempo stesso causa ed effetto dello
smantellamento dello Stato sociale.
Il capitale vuole
meno Stato non perché aborra moralisticamente gli sprechi, ma perché vuole prosaicamente
appropriarsi del risparmio che nelle socialdemocrazie europee è (era?)
intermediato dallo Stato, cioè perché vuole lucrare su sanità, previdenza,
istruzione. Fa male constatare che anche la sinistra sia caduta nell’equivoco diattribuire la crisi alla finanza pubblica, quando sappiamo che la radice della
crisi era ed è nella finanza privata. Un equivoco che è servito a legittimare
posizioni di austerità “punitiva” nei riguardi dello Stato a vantaggio del
capitale, e a corroborare i negazionisti dell’euro.
Perché a sinistra abbiamo un serio, e del tutto aberrante, problema di negazionismo.
Nel suo ultimo
articolo “Perché l’euro divide l’Europa?”, Wolfgang Streeck chiarisce in modo
mirabile che i sistemi monetari sono istituzioni. L’idea che la moneta sia un
dispositivo tecnico neutrale appartiene alla tradizione liberale, smithiana.
Quindi, in buona sostanza, chi a sinistra dice “l’euro è solo una moneta”
ragiona come Oscar Giannino. E chi non capisce che una cosa come la moneta
unica, fatta per far circolare meglio i capitali, fa comodo al capitale, e
quindi meno decisamente comodo al lavoro, chi non capisce questo non ragiona
nemmeno come Giannino: non ragiona e basta.
Ma voi queste
cose le sapete, le avete sempre sapute: se siete “di sinistra” fanno parte del
vostro DNA, come vi ho appena ricordato. E allora, dichiaro persa la mia sfida
intellettuale. Cosa potrei dire di nuovo a chi, per il suo percorso politico,
sa già tutto, perché lo ha appreso in tempi non sospetti dai propri padri
nobili?
Niente.
Resta allora la
sfida emotiva.
Quanto seguirà
potrà non piacervi, potrà sembrarvi eccessivamente personalistico. Ma io sono cresciuto
sentendo dire che “il personale è politico”, e ci credo. Se sono qui è perché
il successo della mia divulgazione è legato all’aver adottato un metodo di
comunicazione estremamente personale. Molto spassionatamente, vedete, la mia
sensazione è questa: che voi non mi abbiate invitato perché volevate farlo, ma
perché in qualche modo avete dovuto farlo.
Il dato è che tutti
gli snodi ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, dalla sostituzione di
Berlusconi con un governo tecnico, al fallimento di questo governo,
all’avanzata delle destre (compreso il PD), all’implosione della Germania,
erano stati da me anticipati il 23 agosto 2011 sul Manifesto. Non era difficile
arrivarci. La lettera della BCE era sufficientemente inquietante: “avete un
problema di finanza pubblica, riformate il mercato del lavoro!”. Un messaggio
apparentemente incoerente: che c’entrano le regole di contrattazione collettiva
nel comparto privato con un eventuale eccesso di spesa pubblica? Ma era chiaro,
per chi avesse un minimo di cognizioni di economia, che in questa follia c’era
del metodo, e ne abbiamo parlato.
Da allora, i miei
libri, i miei interventi, il mio blog, sono serviti ad aprire gli occhi anche a
persone molto più addentro di me alla storia politica ed economica di questo
paese come Vladimiro (che, bontà sua, lo riconosce). Ma quando il 13 dicembre
2012, dopo un anno e mezzo di tentativi di apertura a sinistra, organizzai un
incontro con esponenti di Rifondazione e SEL a Roma, gli argomenti (tuttora
visibili nel mio blog, nel post “La tabellina dello zero”) erano ancora di una
povertà culturale sconcertante, e, soprattutto, erano quelli della destra
neoliberale più becera! “Non si può rimettere il dentifricio dentro al tubetto”
(Ferrero e Boldrin), “la svalutazione colpirebbe i lavoratori” (Gianni, e
Giannino, e Giannini). Non mancai di farlo notare, e quindi, ovviamente, quando poi, a
maggio 2013, Rifondazione organizzò un suo seminario su “La crisi economica e
il ruolo dell’Europa”, io non c’ero, con un certo sconcerto in Bellofiore e
Porcaro (per citare due intellettuali “di area”), i quali non capivano perché
la sinistra non coinvolgesse chi da parte sua aveva cercato così strenuamente
di coinvolgerla.
Ma la sinistra
era impegnata in altro: era impegnata a liquidare come nazionalista, fascista,
leghista, monarchico, liberista, e chi più ne ha più ne metta, chi stava
facendo maturare negli italiani la percezione di quali rapporti di classe si
estrinsecassero nella costruzione europea. Quante volte mi sono sentito dire
“tu sei solo un economista, ma la politica è sogno, si nutre di simboli” e via
delirando! Questo negazionismo del ruolo dei rapporti sociali di produzione
(alias: economia) nel determinare i percorsi storici e politici non fa molto
onore a chi lo propugna da sinistra. Siamo sicuri che sminuire il ruolo
dell’economia sia marxismo?
Ma il punto è un
altro: cosa dicevo io effettivamente nel mio libro? Forse è il caso di
ricordarlo, oggi:
“Se anche fuori
dall’euro ci fosse un baratro economico, sarebbe comunque dovere morale e
civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della
crisi economica un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la
deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico
[nota: quello che pensava Napo nel 1978]. Se accettiamo questo metodo, non ci
sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l’unico modo per opporci è
rifiutare l’euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi
fallimenti.”
Non c'è male, vero, per uno che ragiona in termini riduttivamente economicistici?
Non ci sono limiti significa che non ci sono limiti, e lo abbiamo visto. Oggi qualcuno ha detto "non potevamo immaginare"! Scusate, sono in conflitto di interessi, ma devo dirlo: non vi veniva chiesto di immaginare.
Sarebbe bastato leggere.
E allora,
avviamoci a concludere. Se, come do per scontato, qui abbiamo tutti capito come
stanno le cose, se non abbiamo dimenticato quello che era chiaro a Barca e
Spaventa nel 1978, due snodi sono assolutamente essenziali perché questa
consapevolezza si trasformi in un’azione politica efficace:
[1] chiedere
scusa;
[2] dare un
messaggio chiaro.
Parto dalla
seconda. È inutile, insensato, regressivo, baloccarsi oggi con l’idea che “però
un’altra Europa – o un altro euro – avrebbe potuto essere possibile”. Anni di
ricerche sulle basi ideologiche e sul processo storico che hanno condotto alla
moneta unica ci dicono che questa è stato un assoluto e totale successo: il suo
scopo era sbriciolare Stato sociale e diritti dei lavoratori (per motivi chiari
ai comunisti negli anni ’70 e dati per scontati dalla letteratura scientifica),
ed è stato raggiunto. Se anche questo non fosse chiaro qui, è chiaro, sempre
più chiaro, fuori da qui, anche per merito (o colpa, dipende dai punti di
vista) mio. Quindi se non volete parlare solo “ai vostri” (cosa che, per
definizione, già fate, ma che alla prova dei numeri evidentemente non basta), se
volete recuperare spazi politici, non potete ignorarlo. Il messaggio deve
essere chiaro e inequivocabile: l’euro non è una “solo una moneta” (come
direbbero Smith o Giannino o altri). L’euro è, ed è sempre stato, fin
dall’inizio un confine: il confine fra democrazia e oligarchia finanziaria. Si
può legittimamente stare da una parte o dall’altra, ma illudersi e illudere che
esista un euro “democratico”, cioè che un’Europa le cui regole sono state
scritte dal capitale finanziario e a misura di capitale finanziario possa
condurre a assetti sociali più equilibrati, significa compiere un’operazione di
ottundimento delle coscienze reazionaria e controproducente.
Perché si
continua a fare questa operazione?
Lo sappiamo tutti.
Se si fosse svolto nel novembre 2011, quando ho aperto il mio blog, questo
incontro si sarebbe comunque svolto troppo tardi. Questa è la fonte della mia amarezza. È stato perso tempo prezioso,
per tanti motivi. Chi lo ha perso deve in qualche modo giustificarsi. E da
questo tentativo, un po’ goffo, è nata in Italia, e sta nascendo in Francia, la
mistica dell’uscita “da sinistra”.
Vi risparmio gli aspetti comici di questa
mistica (trovo ridicolo che mi si venga a insegnare nel 2015 quello che ho scritto
nel 2012, per farsi perdonare di non averlo detto nel 1999, ma lasciamo stare).
L'uscismo da sinistra non è un cancro solo italiano. Jacques Sapir, un economista marxista che con i suoi studi sul costo del federalismo europeo, ripresi da Streeck nel suo libro (e da me nel mio, peraltro), è riuscito a convincere qui da noi Fassina e D'Attorre (e all'estero molti altri) dell'impossibilità che euro e sinistra possano convivere, bene: lo stesso Jacques, a casa sua, è persona non grata per la sinistra, e questo perché? Perché in diversi dibattiti televisivi ha cercato di spronare Mélenchon a prendere posizione, ma così facendo ne ha pubblicamente certificato il ritardo sulla storia. Ora quello Mélenchon, come altri "leader" europei, "non potevano immaginare", ma che nel mio libro era scritto, si è palesato senza margini di dubbio. Ma Mélenchon non può ammettere di aver perso tempo, e quindi, per giustificarsi, sta animando anche in Francia un farsesco dibattito sull'uscita a sinistra, demonizzando chi, pur di mandare le cose avanti, ha fatto quello che deve fare qualsiasi intellettuale veda in pericolo gli interessi del proprio paese e delle sue clasi subalterne: parlare a tutti.
Niente di nuovo sotto il sole.
Vorrei però portare la
vostra attenzione su un altro aspetto, cruciale: arrampicarsi sullo specchio
dell’uscita da sinistra è il modo sbagliato per scaricare le proprie
responsabilità. Quello giusto, come ho cercato di chiarire fin dall’inizio nel
mio blog, è chiedere scusa. Voi qui rappresentate tante anime della sinistra,
tanti sigle: qualcuno è un po’ più fucsia, qualcuno un po’ più scarlatto, ecc.
Sono tanti percorsi che hanno le loro motivazioni, tutte rispettabili. Voi
conoscete i motivi della vostra alterità rispetto al PD (col quale comunque avete
condiviso e condividete significative esperienze di governo), e probabilmente
riterreste ingiusto che vi venissero accollati i costi politici di scelte
compiute da Prodi o da Visco, per citarne due.
Il danno l’hanno fatto loro:
perché dovreste scusarvi voi?
Fondamentalmente
per due motivi: perché avete perso tempo (quello lo avete perso voi, e l'ostracismo al quale sono stato soggetto, a dire il vero battendomene abbastanza, ne è comunque prova), e perché per quelli che non sono
“vostri” la distinzione fra voi e Prodi o Renzi è molto sfuocata: voi siete
“sinistra”, e la “sinistra” ha rivendicato l’euro come un successo (salvo
intendersi su cosa sia, questo successo), e per questo è odiata, anche perché il paese ha capito quello che D'Attorre lucidamente confessa: l'amore della sinistra per l'Europa è stato la manifestazione più estrema dell'odio della sinistra verso l'Italia, verso un paese del quale si sentiva migliore, senza che questa convinzione fosse supportata da particolari motivi.
Non è possibile
portare avanti una battaglia politica efficace e su scala nazionale senza dare
un messaggio chiaro, e non è possibile dare un messaggio chiaro senza una
precisa assunzione di responsabilità, senza un minimo di autocritica. Quando
nel febbraio 2012 scrissi “Eurodelitto ed eurocastigo”, esortando la sinistra a
fidarsi della capacità di comprensione della sua base, a chiederle scusa, e a
girare pagina, i tempi erano senz’altro prematuri, era troppo presto perché un
discorso simile venisse recepito. Ma oggi, carissimi, dovrebbe essere molto più
evidente: guardate cosa ha fatto Tony Blair, in un contesto totalmente diverso,
e con ovvie finalità opportunistiche. La corda è stata tirata troppo: non ci si
può rivolgere in modo credibile agli elettori altrui senza spiegare perché si è
difeso un progetto così delirante, anche se non lo si è difeso (perché da fuori
certe distinzioni sfuggono).
Non si tratta di
andare con la corda al collo e il capo cosparso di cenere sulle scale del
Campidoglio.
Si tratta di dire chiaro e tondo che è stato fatto un errore di
valutazione, e (per chi avesse bisogno di salvare la faccia), che un progetto
che poteva avere senso negli anni ’70, quando c’era la cortina di ferro e
l’inflazione a due cifre, non ha evidentemente più senso oggi, in deflazione e
con assetti geopolitici del tutto diversi, tanto più che esso ha fallito
rispetto ai due obiettivi che si proponeva esplicitamente: spostare a occidente
l’asse dell’influenza tedesca (e l’allargamento a Est dell’UE è stato
propugnato dalla Germania con effetti devastanti per noi) e accelerare il
processo di integrazione europea (che grazie all’euro è ormai irrimediabilmente
compromesso); mentre è fin troppo ovvio che i veri obiettivi erano altri, e
sono stati raggiunti (con la complicità di chi ha taciuto). Siamo nella crisi più grave dell'ultimo secolo, e la gente ormai lo ha capito e ne ha i coglioni pieni di trovarsi davanti politici che dicono che tutto va bene e che loro non hanno nulla da rimproverarsi.
Questa
responsabilità politica, ripeto, dovete avere il coraggio di assumervela.
Chiedere scusa diventerà un modulo di comunicazione politica, l’unico efficace
(talvolta anche nella sua ipocrisia).
Non fatevi scippare anche le forme dalla destra, dopo esservi fatti scippare i contenuti.
Tanto vi dovevo,
e vi ringrazio per avermi ascoltato.
(...e la sfida emotiva? Bè, ho perso anche quella. Perché quando alla fine è arrivato uno che ha esordito con "non sono un economista ma" e ha proseguito con "m'ha detto micuggino che la svalutazione sarebbe del 30%" ho sclerato e me ne sono andato. La disonestà intellettuale non si può spingere fino a dire "non ci sono analisi". Ci sono. Chi dice il contrario certifica come minimo la sua ignoranza - e oggi chi esprime opinioni non informate oggettivamente contribuisce a un progetto criminale - e nel peggiore dei casi un grado inaccettabile di pessima fede. E io, sinceramente, ne ho i coglioni pieni. Tuttavia mi dispiace di essermi indignato. La platea era sufficientemente satura di certe idiozie, e forse avrei fatto meglio a starmene cheto e godermi il risentimento che montava verso tanta inconsistente e boriosa supponenza - "non ci sono analisi? Sai cosa ti dice non ci sono analisi?" - parte italiana e parte nopea. Ha provato a consolarmi Vlad, dicendo che anche Lenin non era esattamente un campione di bon ton. E anche in questo aveva illustri precedenti - Lenin, non Vlad...)
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