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martedì 21 luglio 2015

QED 52: la Grecia al tempo della Troika

I lettori più affezionati di questo blog, quelli che mi hanno visto prevedere il fallimento di Monti, poi quello di Hollande, poi quello della Finlandia, poi quello di Tsipras, più una serie di altri dettagliuzzi di contorno, qualche volta portati alla vostra evidenza da opportuni QED (quod erat demonstrandum), i lettori più affezionati, dicevo, ormai ci hanno fatto l'abitudine, si sono rassegnati. Purtroppo, a differenza di quanto accade a quello che dice la maggior parte dei miei colleghi, quello che dico io normalmente si avvera. Questo, ci tengo a precisarlo non per modestia (che non ho) ma per onestà (che non hanno gli altri), non perché io sia particolarmente bravo: vi ho spiegato fin dall'inizio con estremo puntiglio che non esiste alcuna "teoria di Bagnai": è tutta roba che si sa da decenni, anche se intorno le riscoperte dell'acqua calda fioccano. Il mio vantaggio è stato solo quello di non aver interessi particolari da difendere (la carriera, il posto in banca, ecc.), e di potermi quindi limitare semplicemente ad applicare quello che ho imparato nei libri di economia.

In questi giorni, dopo la prevedibile (da noi) sconfitta greca, è un tripudio di QED. In Italia la sinistra sbilifestina, e nel resto del mondo un po' tutti, dopo essersi presi una scarpata in faccia, tornano su posizioni di buon senso (quelle che sono sempre state nostre), e scoprono, o fingono di scoprire, che nell'integrazione monetaria europea c'è qualcosa che non va (quello che noi diciamo da cinque anni, ma si sapeva da cinquanta).

Quando queste persone appartengono alla vasta coorte di imbecilli conformisti che per anni ci ha sputato addosso, certo che le mani prudono. Ma bisognerà farsi (moderatamente) forza e accettare anche alcuni comportamenti squallidamente opportunistici, nel vano tentativo di ampliare un fronte politico di dissenso. Vano, lo sottolineo, perché il tempo ormai è poco, e le persone che oggi vengono a Canossa in modi più o meno eleganti e contriti fino a ieri hanno attivamente disinformato, e in molti casi continuano a farlo. Questo rende estremamente bassa la probabilità di una gestione politica dell'inevitabile percorso di uscita, e bassissima la possibilità che questo percorso sia gestito da forze progressiste, le quali continuano a diffondere messaggi falsi nel vano tentativo di non ammettere i propri errori. Sarà quindi trauma, e, mi dispiace per chi la pensa in altro modo, trauma necessariamente gestito dalla "destra": se la sinistra lascia alla destra la verità tecnica (la proclamazione dell'irrazionalità dell'euro), è difficile che quando la verità chiede il conto, facendo saltare il banco, la sinistra possa far qualcosa. Il caso greco dimostra la validità di questa intuizione, che, come ricorderete, era quella dalla quale ero partito nel 2011.

(...gli espertologi del "destra e sinistra non ci sono più" vadano a rileggersi le discussioni che facemmo allora, o vadano al diavolo, basta che non mi ammorbino con la loro espertologia. Cordialmente, s'intende...).

In ogni caso, per quanto mi riguarda ritengo che ci sia una linea invalicabile: se qualcuno mi attribuisce cose che non ho mai detto non posso, mi sembra chiaro, considerarlo un affidabile compagno di percorso. Credo che su questo, cioè sulla disonestà intellettuale, nessuno di voi sia né debba essere disposto a transigere, per il semplice motivo che sarebbe controproducente. Chi è disonesto lo è perché mamma lo ha fatto così, e quindi, come dire, a pugnalarti alle spalle ci mette due secondi: "amici" così, per quanto mi riguarda, trovano pertanto collocazione più opportuna nelle schiere degli avversari...

Ora, tanto per far capire che non occorre essere geni per intuire che piega prenderanno le cose, abbiate la compiacenza di guardarvi il mio ultimo intervento a TgCom24:


Se vi interessa tutto, guardatelo tutto, ma a me importa che ascoltiate il discorsetto che faccio dal minuto 9:50 in poi, per poi dare un'occhiata a questo ritaglio dal Fatto Quotidiano di oggi (quindi, di due giorni dopo il video qua sopra):


Cosa dice che farà il greco intervistato? Ma esattissimamente quello che a TgCom24 annunciavo che sarebbe stato costretto a fare: comprimere le retribuzioni (ringrazio Giorgio Bertani per la segnalazione).

Che ne dite? È o non è un bel (cioè un brutto) QED anche questo? Direi proprio di sì. Cosa ci fa capire? Che le cose stanno ancora peggio di come le descrive l'amico Costas Lapavitsas:


nel senso che l'aumento dell'IVA non è regressivo solo per i noti motivi che si studiano in scienza delle finanze (il pane lo mangiano tutti, se alzi l'IVA sul pane colpisci di più chi ha i soldi solo per comprarsi il pane, mentre chi guadagna molto di più, e quindi non consuma tutto quello che spende, vede una parte consistente dei suoi redditi sfuggire a questo tipo di imposta - anche se, si spera, non a quelle dirette). No, la cosa è ancora peggiore, perché la reazione all'aumento dell'IVA non è solo una diminuzione dei consumi di tutti, residenti e non residenti (in risposta all'aumento dei prezzi), ma anche, in una nazione che vive di turismo, e all'inizio della stagione turistica, una inevitabile compressione dei redditi da lavoro dipendente dei residenti.

Voi direte: "Ma anche il titolare, nel ritaglio del Fatto Quotidiano, decide di tagliarsi lo stipendio, e il titolare non è un dipendente!" Certo, amici, ma cerchiamo di capirci. Non vi è ancora chiaro come funziona? Il titolare della trattoria, o dell'alberghetto, o della fabbrichetta, amici cari, non è un nemico di classe, uno sporco capitalista. È un piccolo, come sono piccolo io e come siete piccoli voi, e un piccolo privo di rappresentanza politica. Diciamo che la lotta oggi è fra pochi grandi, le grandi istituzioni finanziarie private e le imprese multinazionali, ben rappresentati nelle sedi politiche e radicati nelle istituzioni, contro molti piccoli, che nessuno rappresenta e che non contano nulla. E il gioco qual è dovreste averlo capito: spremere in vario modo i piccoli, per estrarre da essi reddito da destinare a ripagare gli interessi su una montagna di debiti insensati, insostenibili, dei quali sarebbe ormai vantaggioso per tutti, se si adottasse una prospettiva sufficientemente ampia, riconoscere l'inesigibilità, per poter poi ripartire su un piede diverso.

E qui voi mi direte: "Ma scusa, se alzando l'IVA chi è "piccolo" è costretto a comprimere il proprio reddito, poi al PIL, che è la somma dei redditi, cosa succederà?" E la risposta è ovvia: visto che i piccoli sono più dei grandi, è estremamente probabile che una compressione dei loro redditi coincida con un crollo del totale dei redditi.

E la domanda successiva potrebbe essere: "D'accordo, ma allora queste misure sono controproducenti, perché alla fine implicano che l'economia nel suo complesso genererà minor reddito, e da minor reddito come ci si può aspettare di ottenere maggiori risorse per ripagare i debiti?". E anche qui, però, scusate tanto, la risposta dovreste saperla! Questo sistema non può funzionare, appunto, il problema è tutto qui, e se anche non ci arrivassimo per questo percorso logico, basterebbe guardarsi indietro e vedere che negli ultimi quattro anni non ha funzionato da nessuna parte. L'austerità, cioè lo spremere il dipendente e il contribuente per estrarre risorse da dedicare al ripianamento degli errori delle istituzioni finanziarie private, ha portato alla recessione, e questo non solo in Grecia, dove ormai perfino lo sbilifestume deve ammetterlo, ma anche in Italia, dove sappiamo tutti come l'austerità di Monti abbia fatto alzare, anziché diminuire, il rapporto fra debito e PIL (sostanzialmente perché ha mandato a picco il PIL, come noi ci divertimmo a prevedere qui - parlando della Ruritania - e qui - parlando del Maradagal).

Naturalmente nel breve periodo una pezza ce la mette l'aumento della disuguaglianza: il monte redditi diminuisce, ma se i redditi da lavoro diminuiscono più in fretta del totale, c'è anche il caso che quelli da capitale, destinati ai rentiers nazionali e esteri, rimangano invariati o addirittura aumentino. Intendiamoci: personalmente non ho nulla di particolare contro i simpatici rentiers. Non sono io quello dell'invidia sociale, questa cosa non mi appartiene, e in fondo, in un certo senso, i rentiers potremmo anche vederli come "risparmiatori", persone delle quali, nel capitalismo, c'è bisogno (poi, se il capitalismo non piace, si fa la rivoluzione e se mi fate un fischio vengo anch'io, ma questo è un altro discorso).

Il punto qui è che quando la composizione inefficiente degli interessi individuali (alias, fallimento del mercato) spinge l'avidità collettiva oltre il limite del razionale, quando un'intera nazione, nel suo aggregato, si comporta come il leggiadro Gollum (e ovviamente mi riferisco alla Germania), le cose poi vanno sistematicamente a finire male per tutti.

E anche qui, però evitiamo equivoci. Questo non è un appello all'odio antigermanico. Questo sentimento ora viene fomentato, come qui abbiamo previsto da tempo, dalle nostre élite locali, che, attenzione!, dall'euro hanno beneficiato. Lasciamo perdere i casi eclatanti, come quelli di chi, appoggiando questo progetto, ha avuto in cambio la presidenza della Commissione. È un fatto che sta nei manuali universitari che la politica della "monetona forte" ha fatto comodo un po' a tutti i "grandi" in giro per l'Europa: non solo quelli del centro, della nuova "perfida Albione" (la Germania), ma anche quelli della periferia, che infatti ce lo pigiano da tre decenni al grido di "ce lo chiede l'Europa". Ora che il sistema fallisce, ai nostri capetti locali fa comodo dare la colpa a una mitologica "Germagna", come Mussolini soleva dar la colpa, appunto, alla perfida Albione. I grandi cambiano colore (dal nero al rosa), ma la loro strategia comunicativa attraverso i decenni è sempre la stessa, perché è quella che funziona: la favoletta. Caricando un personaggio favolistico di tutte le responsabilità sperano, ovviamente, di scaricare da sé le proprie, facendo passare inosservato quanto siano stati collusi col sistema e quanto ci hanno guadagnato. Ma in questo caso particolare questa strategia è estremamente pericolosa: rischia di portare veramente al conflitto civile europeo, e quindi dobbiamo disinnescarla.

Il modo migliore per farlo, naturalmente, è osservare i fatti.

Il primo è che, come qui ci siamo detti da tempo (fra la stizza impotente di decine di troll) in "Germagna" non tutti stanno bene. Dettaglio da non dimenticare mai, perché potenzialmente molto destabilizzante.

Ma anche volgendo gli occhi a chi invece l'ha sfangata, cioè proprio a quell'establishment tedesco dipinto come bieco e naturalmente incline al male dalla stampa europeista (quale prevedibile paradosso!), troviamo voci diverse, ma tutte piuttosto autorevoli che invece, forse non per particolare bontà, ma certo per realismo politico (magari non disgiunto da un certo opportunismo), vorrebbero che questo gioco finisse. Abbiamo sentito da tempo Hans-Olaf Henkel (lo ricordiamo a quelli che "ma tu sei/eri per l'uscita unilaterale"); poi, durante la crisi, si è fatto sentire Schaeuble, con la sua proposta di uscita concordata e assistita della Grecia dall'Eurozona. Concordata e assistita, lo ribadisco (e anche temporanea, ma quello si sapeva che era per finta)! Una proposta della quale, e questo gli va riconosciuto, solo Fassina, fra i politici italiani, mi sembra abbia riconosciuto o quanto meno sufficientemente evidenziato il valore positivo (soprattutto in confronto all'accordo raggiunto).

Già: la Germania, della quale tutti mi dicevano fosse monolitica e fuuuuuuurba, compattamente schierata a difesa dell'euro dal quale trae tanti benefici e che perciò sarebbe stato irreversibile, ha fatto capire per bocca di un suo rappresentante non di secondo piano di non essere proprio monolitica, e che l'euro non è irreversibile, semplicemente perché anche lì qualcuno si rende astrattamente e confusamente conto del fatto che la strada imboccata (che poi è quella percorsa finora) porta come minimo al fallimento della Grecia (cioè dove ha già portato una volta), e come massimo a una guerra civile europea: due cose che non fanno particolarmente comodo a nessuno, anche se quasi nessun singolo ha il coraggio intellettuale di opporsi, semplicemente perché se si ragiona nei termini del proprio orticello, si può sempre sperare che il cerino rimanga in mano a un altro.

È questa miopia, la speranza di rientrare dei propri crediti prima del fallimento del debitore, quella di riuscire a cavarsela scaricando su qualcun altro (un concorrente? I contribuenti?) il peso delle proprie scelte sbagliate, cioè il costo del fallimento del debitore, che induce i singoli creditori a non arretrare di un passo, e costringe pertanto la Grecia a vivere ancora al tempo della Troika.

Ma non può durare a lungo.

E dopo tocca a noi.

sabato 11 luglio 2015

Tsipras. Una pacata considerazione.

La resilienza del partito di quelli che "Tsipras è fuuuuurbo" è sorprendente e commovente al tempo stesso. Capisco che qui, in Italia, questo irriducibile eroismo sia alimentato anche dal desiderio di darmi torto, nobile aspirazione che ha catalizzato attorno a sé le migliori intelligenze del paese. Continuo a dire però che se volete veramente passare il vostro tempo a misurarvelo, anziché guardare avanti, allora bisogna capire di cosa stiamo parlando. 

In questo momento (sono a Bari Palese e ho 20 mn per parlarvene dall'iPhone) l'ultima notizia pare sia che Schäuble ha deciso di cacciare la Grecia perché indispettito dalle ingerenze statunitensi. 

Questo validerebbe, dopo molto arabeschi, la tesi di quelli che "Tsipras era fuuuurbo e voleva farsi cacciare".

Peccato che nel frattempo Varoufakis sul Guardian ha detto di essere consapevole che la Grecia (cioè lui e Tsipras) non era pronta a un'uscita e che quindi il loro obiettivo era ottenere una ristrutturazione. 

Ma quelli che "Tsipras è fuuuuuurbo" ovviamente dicono: "Se uno è fuuuuuuuuuuuuuuuuuuuurbo non viene a dirti cosa vuole fare". Ok. Bravi. Avete ragione. 

Allora: questo è un tweet di Tsipras.



Ci siamo?

Bene. 

Fino all'ultimo Tsipras continua a vendere ai suoi elettori l'idea che un altro euro sia possibile, che sia positivo, e che ciò che ne impedisce la concreta realizzazione è la malvagità tedesca.

Ammettiamo che ora Schäuble si impunti veramente (fare la parte dell'utile idiota dello zio Tom - pardon: Sam - non fa piacere a nessuno) e che la Grecia, tecnicamente preparata o meno, sia forzata a uscire. 

Vi rendete conto di che mondo si prepara?

Un mondo nel quale gli USA subiscono da una loro colonia uno sgarbo pari a quello fatto da loro al Regno Unito per dichiarare a quest'ultimo la guerra di indipendenza. 

Un mondo nel quale si riconosce e quindi implicitamente si accetta che il Bundestag sia l'arbitro dei destini dell'Europa. 

Un mondo nel quale la narrazione distorta della crisi da finanza pubblica viene definitivamente sdoganata, giustificando ogni e qualsiasi ulteriore attacco allo stato sociale di ogni e qualsiasi paese europeo. 

Un mondo nel quale i greci vengono stigmatizzati come straccioni da scacciare, aprendo la strada a una narrazione razzista della crisi che non sappiamo a cosa possa portare. 

Un mondo nel quale chi ha promesso ai greci di tenerli nel paradiso terrestre dell'euro (vedi sopra) dovrebbe ammettere di non esserci riuscito, con il risentimento che necessariamente ne conseguirebbe. 

Un mondo nel quale l'UE dovrebbe disvelare la propria natura fascista spezzando le reni alla Grecia o accettare il rischio che altri ne seguano l'esempio senza avere né gli strumenti tecnici né soprattutto quelli culturali per gestire la situazione. 

Un mondo dove il conflitto sarebbe più, non meno, probabile. 

Vi sembrerebbe, questa, una vittoria politica della sinistra?

Sentite, io capisco che a molti riflettere sui fatti, abbandonare le dietrologie, analizzare gli scenari possibili e, soprattutto, darmi ragione, costi caro. 

Ma, credetemi: non farlo ci costerà molto di più.







(...e ora mi imbarco, e quando sbarco saprò se e come è terminata l'ennesima puntata di questa telenovela a uso del contribuente alamanno. E, ovviamente, sapremo quanto fuuurbo sia Tsipras, considerando che, anche se di essere un cojone l'ha detto - oltre che dimostrato - lui, nella valle dei castori, dov'è tenebra e stridore di denti, nun ce vorranno mai sta...)