Qualche giorno fa, il 10 aprile, Repubblica twittava così:
L'ineffabile Pedante non poteva esimersi dal commentare così:
In effetti, l'articolo di Repubblica aveva un'impostazione molto meno, anzi, per nulla tendenziosa. Parlava di "sfida" posta alla sanità dall'aumento dei malati cronici, come potete vedere da questo breve estratto:
Ricordiamo al proto che le malattie sono croniche, non corniche. Le condizioni che determinano le malattie croniche sono esattamente quelle che inibiscono le malattie corniche: la mona non vuol pensieri, e quindi chi è stressato tromba di meno in giro (meno patologie "corniche") e si ammala di più (più patologie croniche). Fra queste ultime patologie l'articolo annoverava il diabete e le malattie cardiovascolari, per prevenire le quali, non a caso, mi risulta che i medici sottolineino l'importanza di un corretto stile di vita (almeno, lo fanno con me: spero che non sia solo per rompermi i coglioni!).
A vita di merda, salute di merda.
Si rileva qui il solito elegante paradosso, evidenziato da Sergio Levrero in un seminario a porte blindate, secondo cui il successo del sistema sanitario nazionale, ovvero l'allungamento della vita media, viene utilizzato per "sfidarlo", chiamandone direttamente o subliminalmente in causa la sostenibilità finanziaria.
La dott.ssa Arcazzo, nostra consulente di fiducia, ci ha in effetti ricordato che di certe malattie ci si ammala di più, e più a lungo, perché non si muore prima di conseguirle (e si campa di più dopo averle conseguite). La dott.ssa Arcazzo ci ha anche fornito una ricetta semplice ma elegante per risolvere il problema, ricordandoci che per morire bisogna nascere: chi non nasce non si ammala. Ne consegue che chi muore subito dopo aver conseguito una patologia importante, non rischia di cronicizzarla: cronico viene da Crono, il tempo. Chi non ha tempo, non cronicizza, e non "pesa" sul sistema sanitario.
A quanto pare di capire, il tweet di Repubblica (ore 17:10) riprendeva, smorzandone i toni, questo lancio delle 15:30 proposto dall'agenzia askanews, il cui piglio era ben più marziale ed allarmante: "esercito di malati cronici pesa sul SSN". Applicando l'ovvia regola del follow the money, si scopre che askanews è controllata da una nota famiglia di confindustriali: il suo amministratore è Luigi Abete, un ex-presidente della Confindustria che solo Boccia ci poteva far rimpiangere. Non si può certo rimproverare ad Abete se, dato il suo percorso e i suoi interessi di classe, nelle notizie da lui pagate lo Stato e i suoi servizi vengono indicati in modo più o meno subliminale, per motivi più o meno oggettivi, come un peso per la collettività. Lo Stato per Confindustria è il nemico, finché non gli salva le aziende o gli organi di propaganda, e fino a qui non c'è nulla di cui scandalizzarsi: basta saperlo. Non chiediamo all'oste se il vino è buono, e non chiediamo a Confindustria se lo Stato è cattivo.
Resta il fatto che c'est le ton qui fait la musique. Il giornalista di Repubblica ha espunto dal lancio i toni esagerati, ma il social media manager di Repubblica non ha avuto la stessa delicatezza. Indicare i malati come un "peso" non è molto elegante, e soprattutto denota una singolare concezione del ruolo dello Stato nel garantire la solidarietà sociale. Ma se la cosa fosse finita qui, sarebbe bastato, a chiosarla, il commento del Pedante (e quello di Lilith).
Solo che... lo sapete: se la fortuna è cieca, il giornalismo ci vede benissimo!
Noi, che siamo cresciuti a pane e Lucrezio, non crediamo a quel disegno complottistico che va sotto il nome di Provvidenza. La Natura, delle cose e degli uomini, è retta dal caso:
Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis.
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.
Sarà quindi, anzi, dovrà necessariamente essere un caso, e non un complotto, se più o meno in sincrono con questo simpatico siparietto sul peso, non degli atomi, ma dei cronici, è ripartito il DAT. No, non sto parlando del Digital Audio Tape (ormai consegnato agli archivi della storia): sto parlando della Dichiarazione Anticipata di Trattamento.
Ora, molti di voi, anche prima di incontrarmi, purché un po' più anziani del piacevole rico che commentava il post precedente, avranno ereditato dal proprio percorso scolastico una ben fondata diffidenza verso le espressioni fumose. Quando la scuola italiana non doveva soggiacere ai diktat di quell'accolita di menti elette (e paradiso fiscale) che è l'OCSE, ci si studiava un libro che insegnava a diffidare del latinorum.
"Trattamento"... non so a voi, ma a me "trattamento" fa venire in mente i RSU, non nel senso di "rappresentanza sindacale unitaria", ma di "rifiuti solidi urbani" (siamo lì). Ecco, la Dichiarazione Anticipata di Trattamento sarebbe quella cosa vagamente definita "testamento biologico", "testamento di vita", insomma, in breve, e scusandomi per il cinismo: un foglio di carta che firmi prima di diventare "un peso", il cui scopo è pulire la coscienza a chi quel peso vuole scrollarselo di dosso.
Comme par hasard, prima che i malati cronici venissero dichiarati un peso da chi ha interesse a privatizzare la sanità, cioè la vita e la morte, eravamo rimasti tutti scossi dalla vicenda umana di dj Fabo (al quale, per la circostanza, era stato dato di valicare il doloroso circolo della nostra appercezione). Comme par hasard, in prima linea nel percorso di liberazione di questo nostro fratello sofferente, si trovava un partito ultraliberista ed europeista a trazione USA, quello che dei diritti civili (e implicitamente della loro sostituzione ai diritti economici e sociali) ha fatto una bandiera, o meglio uno specchietto (non per le allodole: per i chiurli). Ora siamo all'ultima frontiera: al diritto a un'esistenza libera e dignitosa si contrappone frontalmente il diritto a una morte libera e dignitosa.
Va anche bene così, per carità. Nessuno di noi, credo, posto di fronte all'alternativa fra soffrire pene lancinanti, senza possibilità di remissione, senza nemmeno il sollievo di potersene lamentare, senza alcuna prospettiva, esiterebbe. Ancora una volta, Lucrezio rules:
nam [si] grata fuit tibi vita ante acta priorque
et non omnia pertusum congesta quasi in vas
commoda perfluxere atque ingrata interiere;
cur non ut plenus vitae conviva recedis
aequo animoque capis securam, stulte, quietem?
sin ea quae fructus cumque es periere profusa
vitaque in offensost, cur amplius addere quaeris,
rursum quod pereat male et ingratum occidat omne,
non potius vitae finem facis atque laboris?
Però... Certe coincidenze, non c'è che dire, inquietano. Non ho potuto fare a meno di pensarlo nel ricevere questa lettera da un amico che ha assistito fino alla fine, con una devozione di altri tempi (o di altri luoghi) la propria madre inferma:
Ho ascoltato una notizia che riguarda una proposta di legge
sul ''fine vita'', sul ''diritto alla morte''. Hanno anche intervistato
il
parlamentare che ha proposto la legge. Terribile. Spero che la Chiesa
reagisca.
La mia disapprovazione non è dovuta a un astratto pregiudizio basato su
astratte
convinzioni etiche, o filosofiche, o religiose, ma sulla conoscenza
concreta,
vista e vissuta da vicino, di ciò che accade negli ospedali italiani
OGGI alle
persone di età superiore a N, dove N può oscillare, in relazione al
particolare
ospedale e al particolare medico. Se passa questa legge, la mattanza
(scusa il
termine un po' crudo, ma è così) procederà con particolare energia, in
modo da
cancellare rapidamente la generazione dei nostri genitori e nonni.
Semmai, l'accusa di astrattezza deve essere rivolta a chi la legge l'ha
proposta, visto che essa fa astrazione dalle condizioni concrete della
nostra sanità, conseguenza dei tagli alla spesa pubblica. Che ipocriti!
su queste condizioni concrete, e su ciò che esse significano in concreto
per gli anziani, non dicono nulla, ma si accorano tanto sulla questione
del ''diritto alla morte'', facendo finta di non sapere che, nelle
condizioni attuali, questa storia porterà appunto a una mattanza.
Vomitevole.
Ecco. Restiamo concreti. Un parlamento che si pone una simile priorità in un momento simile, e dei giornalisti che oggettivamente, magari del tutto in buona fede, per mero conformismo, rendono esplicite le dinamiche che sottendono a certe priorità (il "peso"! Chi non vorrebbe - o, come me, non dovrebbe - sbarazzarsi di pesno in eccesso), ci fanno capire una cosa sola: che essi vogliono la nostra (buona) morte. Non immediata, s'intende! Non finché creiamo valore! Ma (quasi) subito dopo.
Esattamente come il giusto e santo messaggio di accoglienza passerebbe dal regno della retorica pelosa a quello della vera politica se fosse accompagnato da un richiamo altrettanto forte alla necessità di garantire agli accoglienti (non solo agli accolti) condizioni di vita migliori, e in primo luogo un lavoro, questo anelito verso una morte libera e dignitosa non può che suscitare sospetto quando è manifestato da persone che tanto poco fanno per tradurre in pratica l'articolo 36 della Costituzione, e amplificato da un sistema dei media che, indipendentemente da chi lo controlla in termini economici, tutto inneggia a quel simpatico strumento di deflazione salariale che è l'unione monetaria.
Ricerche recenti (non le chiacchiere da bar dei giornali italiani) chiariscono che l'integrazione finanziaria causa disintegrazione reale. Abbiamo visto come la divergenza fra i trend della produttività, che qui mettemmo in agenda il primo maggio del 2013, e che abbiamo ricondotto all'adozione della moneta unica in questo lavoro (e altri ne seguiranno), comporta la necessità per i giovani dei paesi svantaggiati di emigrare, aggravando la situazione dei paesi di provenienza. Ci era sfuggito cosa ne sarebbe stato dei vecchi, nei paesi di provenienza. Che ingenui che siamo: il nostro lungimirante legislatore ci stava già pensando. Sarebbero stati "trattati". Fra cinque anni sarà il 2022. Quando da ragazzino andavo al cinema questa data mi sembrava così lontana: non riuscivo a darle un significato.
Ora che è imminente, il suo significato si precisa, ed è, appunto, questo.
A proposito: è ora di pranzo: buon appetito!
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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sabato 22 aprile 2017
martedì 28 luglio 2015
QED 53: quando c'è la salute c'è tutto (tre anni dopo).
Molto brevemente, perché poi devo farvi un bel sermone a parte...
Come vedete, le cose stanno andando nella direzione nella quale temevamo sarebbero andate. Mi piacerebbe pensare di essere un menagramo. In realtà, come qui abbiamo studiato insieme, in quanto sta accadendo c'è una logica ben precisa, che ha operato decine di volte nel corso della "terza globalizzazione" (dal 1980 in poi). L'abbiamo descritta in termini letterari come "Romanzo di centro e periferia", e in termini scientifici come ciclo (minskyano) di Frenkel. Ora siamo alla fase finale: la liquidazione. Non potendo svalutare la nostra moneta, svalutiamo noi stessi e il nostro patrimonio...
C'è una frase del Tramonto dell'euro che sicuramente all'epoca molti avranno visto come un eccesso di enfasi retorica. È l'ultima di questo lungo passo che vi riporto, a p. 261:
Ecco: i governi periferici (in particolare, ora, quello greco) vengono messi sotto tutela, come preannunciavano (non è una mia previsione: lo scrivevo nel 2012 perché nel 2012 se ne parlava), e cresce in molti la consapevolezza di quanto fin dall'inizio vi avevo dichiarato: l'euro è il confine fra democrazia e totalitarismo di mercato. Un concetto che prima e dopo di me altri avevano sviluppato meglio di me.
Fin qui tutto bene, cioè tutto male, ma comunque niente di sorprendente. Quello che forse non era chiaro, e che suona relativamente profetico tre anni dopo, è l'ultimo corsivo: "non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto".
Chissà se oggi laggente capiscono?
Credo che laggente non intuiscano cosa è il fondo da 50 miliardi (o 55?) miliardi di beni pubblici greci. Di fatto, si tratta di pignorare beni di uno Stato sovrano per soddisfare le richieste di creditori privati (banche) che hanno fatto male il proprio lavoro (ribadisco: secondo la stessa BCE), prestando soldi senza discernimento. Questo atto di inaudita violenza politica viene esercitato dalle cosiddette "istituzioni europee", che, come tutti noi sappiamo, hanno una legittimità democratica che va dal blando all'inesistente: non sono eletti i commissari europei (che però possono essere sfiduciati dal Parlamento Europeo, anche se finora quando le cose si son messe male hanno preferito una disonorevole ritirata a una disonorevole sconfitta); non sono eletti i vertici della BCE (che non rispondono a nessuno, nemmeno alla magistratura); non sono eletti i direttori esecutivi del FMI (che se ne stanno a Washington belli come il sole a prendere stipendi a cinque zeri esentasse, ben al riparo dagli elettorati dei quali disciplinano le sorti).
Intendiamoci: non è che un legame con la politica non ci sia. Questi vertici sono, generalmente, nominati, in modo più o meno trasparente, dai governi nazionali. In alcuni casi i cittadini ne hanno notizia. Ad esempio, le vicende della nomina dell'inutile Commissario Europeo Mogherini sono state strombazzate dai giornali per fini propagandistici (fare il "ministro degli esteri" di un "non stato" con una "non politica" estera è compito di prestigio, si sa, e i risultati si vedono, dall'Ucraina in giù...). In altri (FMI, BCE) non arriva nemmeno notizia (se non a chi se la va a cercare).
Cosa dovrebbe esserci nel fondo greco non è poi così chiaro, ma un'idea ve la dà la CNN: aziende e infrastrutture pubbliche. Il famoso "dammi l'ANI" del romanzo di centro e periferia.
Vorrei ricordarvi cosa ci disse Panagotis a Pescara, quando di Grecia ci occupavamo praticamente solo noi in Italia: "per me venire in Italia è come viaggiare nel tempo, tornare a un passato nel quale il mio paese era un paese normale". Guardatevi il filmato, se non lo ricordate: resta istruttivo!
Noi siamo sulla stessa traiettoria, e anche di questo non potrete dire di non essere stati avvertiti (e non potrete nemmeno rimproverarvi di non aver tentato di avvertire gli altri...).
Fra le tante infrastrutture che si possono privatizzare non ci sono solo i porti, o le imprese petrolifere. Anche con gli ospedali si fanno un sacco di soldi: la morte è l'unica certezza che abbiamo, e nella stragrande maggioranza dei casi essa giunge accompagnata dalla malattia. Ne consegue che quello della sanità è un business dove la materia prima non mancherà mai, e dove il dolore è forte elemento di persuasione affinché il cliente paghi, paghi molto, e paghi con solerzia. Ora, voi vedete di cosa parla, per poi smentirlo, il governo? Di tagliare fondi alla sanità. Certo, vi dicono che non sono tagli ma "efficientamento", e che non tagliano le cure ma le analisi (e la prevenzione? Non era meno costosa della cura?). Poi naturalmente smentiscono (senza smentire), ci mancherebbe, e prendono anche un bel bagno al Senato, probabilmente motivato dal desiderio degli "amici" del cialtrone che ci governa di mandargli un pizzino, più che da un sincero interesse del legislatore verso il nostro benessere (ma lasciamo stare).
Il problema è che, come spiegavo già tre anni or sono (mica uno! Tre anni fa ve l'ho detto...), questo balletto di smentite (all'epoca si era esposto Monti, oggi si espone l'amico Yoram), è una chiara applicazione di quello che qui chiamiamo il metodo Juncker: sì, esattamente quel metodo di governo, rectius, di indirizzamento dell'opinione pubblica, teorizzato dal simpatico etilista lussemburghese.
(...gli siamo vicini nell'etilismo, un po' meno nella lussemburghità, a causa di una vecchia ruggine - piccola chicca per intenditori che dedico al lettore di Balzac: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché...).
Il metodo Juncker consiste nel fare in termini incomprensibili una proposta che si teme possa essere considerata inaccettabile, e nello smentirla immediatamente se l'opinione pubblica la capisce e si rivolta, salvo poi ripresentarla periodicamente, fino a quando la gente si abitua ad averla nell'orecchio e non si rivolta più. Sarebbe, insomma, un corollario del principio della rana bollita, teorizzato dal nostro esperto di privatizzazioni, Chomsky.
Voi direte: "Ma che c'entra? Monti parlava di privatizzare la sanità ricorrendo a investimenti diretti esteri (cioè di svendere aziende pubbliche redditizie a investitori esteri senza passare per la costituzione di un fondo come in Grecia), Gutgeld parla di "risparmiare" (cioè tagliare): son due cose diverse!"
Eh, no! Non sono due cose diverse. Tagli al settore pubblico e privatizzazioni sono due momenti della stessa cosa, come vi spiega Christian Rosso nel post precedente, la cosa della quale io vi parlo fin dal 2011 (e qui gli anni di anticipo sono quattro):
In estrema sintesi, la finanza privata ha bisogno dei soldi che lo Stato intermedia nello svolgere la sua funzione mutualistica, assicurativa (in senso lato), nell'interesse dei cittadini, assicurando alcuni servizi (sanità, istruzione, previdenza...). Questi soldi le servono per gonfiare i suoi palloncini, che poi scoppiano lasciando dei buchi che noi riempiamo con le nostre tasse, secondo il meccanismo descritto più in dettaglio qui. La radice del problema, cioè la radicale instabilità della finanza privata, determinata dal suo intrinseco short-termism, ve la presentai fin dall'inizio di questo blog, sviluppando l'argomento ad esempio qui (oltre che nei libri, s'intende).
Il Mercato ha dichiarato guerra allo Stato, l'euro è un'arma del Mercato, e lo Stato siamo noi, anche se molti di noi non lo capiscono. Lo capisce Christian, che è il motivo per il quale domani farò un salto in Campidoglio per salutarlo, tornando da Macerata. Non lo capiscono tanti altri: la guerra fra poveri scatenata dal potere è impressionante. I giovani contro i vecchi (è colpa della pensione di tuo padre se tu non hai un lavoro!), i baristi contro i loro clienti (dipendente pubblico improduttivo, vai in ufficio anziché berti un caffè!), gli imprenditori contro lo Stato (Stato leviatano, taglia la spesa, che poi sono i redditi di chi compra i miei beni...), ecc.
Un delirio di irrazionalità che non può condurre che alla guerra totale, e in fondo al quale resta una sola certezza: la nostra sanità verrà privatizzata a beneficio di grandi multinazionali estere.
Queste, almeno, sono le chiare intenzioni di chi ci governa (più esattamente: il mandato che ha ricevuto da chi lo ha messo lì a governare), e realizzarle sarà facile finché noi continueremo ad avere una visione ristretta, da sciur Brambilla brianzolo, o da maestrino sellino salentino, o da quel che l'è, incapace di andare oltre un grado di separazione dal proprio riverito portafoglio, e quindi sempre pronto ad azzannare un falso nemico.
Questo ho soprattutto apprazzato nel discorso di Christian: il fatto che lui proclami un armistizio fra poveri (nel suo caso, fra conducenti e utenti di un servizio pubblico), una pausa di riflessione per individuare il nemico comune. È lo spirito col quale ho scritto l'Italia può farcela, e chi lo ha letto credo lo abbia capito. Per questo ho diffuso la sua protesta e la sosterrò. Posso dirvi che sono molti a seguirlo con attenzione e affetto, e che l'ATAC è talmente piena di "lievi irregolarità" che, come dire, conviene più a lei che a Christian fare pippa (trattandosi di azienda romana glielo dico in romanesco), e anzi ringraziarlo.
Poi parliamo di noi...
Come vedete, le cose stanno andando nella direzione nella quale temevamo sarebbero andate. Mi piacerebbe pensare di essere un menagramo. In realtà, come qui abbiamo studiato insieme, in quanto sta accadendo c'è una logica ben precisa, che ha operato decine di volte nel corso della "terza globalizzazione" (dal 1980 in poi). L'abbiamo descritta in termini letterari come "Romanzo di centro e periferia", e in termini scientifici come ciclo (minskyano) di Frenkel. Ora siamo alla fase finale: la liquidazione. Non potendo svalutare la nostra moneta, svalutiamo noi stessi e il nostro patrimonio...
C'è una frase del Tramonto dell'euro che sicuramente all'epoca molti avranno visto come un eccesso di enfasi retorica. È l'ultima di questo lungo passo che vi riporto, a p. 261:
Ecco: i governi periferici (in particolare, ora, quello greco) vengono messi sotto tutela, come preannunciavano (non è una mia previsione: lo scrivevo nel 2012 perché nel 2012 se ne parlava), e cresce in molti la consapevolezza di quanto fin dall'inizio vi avevo dichiarato: l'euro è il confine fra democrazia e totalitarismo di mercato. Un concetto che prima e dopo di me altri avevano sviluppato meglio di me.
Fin qui tutto bene, cioè tutto male, ma comunque niente di sorprendente. Quello che forse non era chiaro, e che suona relativamente profetico tre anni dopo, è l'ultimo corsivo: "non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto".
Chissà se oggi laggente capiscono?
Credo che laggente non intuiscano cosa è il fondo da 50 miliardi (o 55?) miliardi di beni pubblici greci. Di fatto, si tratta di pignorare beni di uno Stato sovrano per soddisfare le richieste di creditori privati (banche) che hanno fatto male il proprio lavoro (ribadisco: secondo la stessa BCE), prestando soldi senza discernimento. Questo atto di inaudita violenza politica viene esercitato dalle cosiddette "istituzioni europee", che, come tutti noi sappiamo, hanno una legittimità democratica che va dal blando all'inesistente: non sono eletti i commissari europei (che però possono essere sfiduciati dal Parlamento Europeo, anche se finora quando le cose si son messe male hanno preferito una disonorevole ritirata a una disonorevole sconfitta); non sono eletti i vertici della BCE (che non rispondono a nessuno, nemmeno alla magistratura); non sono eletti i direttori esecutivi del FMI (che se ne stanno a Washington belli come il sole a prendere stipendi a cinque zeri esentasse, ben al riparo dagli elettorati dei quali disciplinano le sorti).
Intendiamoci: non è che un legame con la politica non ci sia. Questi vertici sono, generalmente, nominati, in modo più o meno trasparente, dai governi nazionali. In alcuni casi i cittadini ne hanno notizia. Ad esempio, le vicende della nomina dell'inutile Commissario Europeo Mogherini sono state strombazzate dai giornali per fini propagandistici (fare il "ministro degli esteri" di un "non stato" con una "non politica" estera è compito di prestigio, si sa, e i risultati si vedono, dall'Ucraina in giù...). In altri (FMI, BCE) non arriva nemmeno notizia (se non a chi se la va a cercare).
Cosa dovrebbe esserci nel fondo greco non è poi così chiaro, ma un'idea ve la dà la CNN: aziende e infrastrutture pubbliche. Il famoso "dammi l'ANI" del romanzo di centro e periferia.
Vorrei ricordarvi cosa ci disse Panagotis a Pescara, quando di Grecia ci occupavamo praticamente solo noi in Italia: "per me venire in Italia è come viaggiare nel tempo, tornare a un passato nel quale il mio paese era un paese normale". Guardatevi il filmato, se non lo ricordate: resta istruttivo!
Noi siamo sulla stessa traiettoria, e anche di questo non potrete dire di non essere stati avvertiti (e non potrete nemmeno rimproverarvi di non aver tentato di avvertire gli altri...).
Fra le tante infrastrutture che si possono privatizzare non ci sono solo i porti, o le imprese petrolifere. Anche con gli ospedali si fanno un sacco di soldi: la morte è l'unica certezza che abbiamo, e nella stragrande maggioranza dei casi essa giunge accompagnata dalla malattia. Ne consegue che quello della sanità è un business dove la materia prima non mancherà mai, e dove il dolore è forte elemento di persuasione affinché il cliente paghi, paghi molto, e paghi con solerzia. Ora, voi vedete di cosa parla, per poi smentirlo, il governo? Di tagliare fondi alla sanità. Certo, vi dicono che non sono tagli ma "efficientamento", e che non tagliano le cure ma le analisi (e la prevenzione? Non era meno costosa della cura?). Poi naturalmente smentiscono (senza smentire), ci mancherebbe, e prendono anche un bel bagno al Senato, probabilmente motivato dal desiderio degli "amici" del cialtrone che ci governa di mandargli un pizzino, più che da un sincero interesse del legislatore verso il nostro benessere (ma lasciamo stare).
Il problema è che, come spiegavo già tre anni or sono (mica uno! Tre anni fa ve l'ho detto...), questo balletto di smentite (all'epoca si era esposto Monti, oggi si espone l'amico Yoram), è una chiara applicazione di quello che qui chiamiamo il metodo Juncker: sì, esattamente quel metodo di governo, rectius, di indirizzamento dell'opinione pubblica, teorizzato dal simpatico etilista lussemburghese.
(...gli siamo vicini nell'etilismo, un po' meno nella lussemburghità, a causa di una vecchia ruggine - piccola chicca per intenditori che dedico al lettore di Balzac: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché...).
Il metodo Juncker consiste nel fare in termini incomprensibili una proposta che si teme possa essere considerata inaccettabile, e nello smentirla immediatamente se l'opinione pubblica la capisce e si rivolta, salvo poi ripresentarla periodicamente, fino a quando la gente si abitua ad averla nell'orecchio e non si rivolta più. Sarebbe, insomma, un corollario del principio della rana bollita, teorizzato dal nostro esperto di privatizzazioni, Chomsky.
Voi direte: "Ma che c'entra? Monti parlava di privatizzare la sanità ricorrendo a investimenti diretti esteri (cioè di svendere aziende pubbliche redditizie a investitori esteri senza passare per la costituzione di un fondo come in Grecia), Gutgeld parla di "risparmiare" (cioè tagliare): son due cose diverse!"
Eh, no! Non sono due cose diverse. Tagli al settore pubblico e privatizzazioni sono due momenti della stessa cosa, come vi spiega Christian Rosso nel post precedente, la cosa della quale io vi parlo fin dal 2011 (e qui gli anni di anticipo sono quattro):
In estrema sintesi, la finanza privata ha bisogno dei soldi che lo Stato intermedia nello svolgere la sua funzione mutualistica, assicurativa (in senso lato), nell'interesse dei cittadini, assicurando alcuni servizi (sanità, istruzione, previdenza...). Questi soldi le servono per gonfiare i suoi palloncini, che poi scoppiano lasciando dei buchi che noi riempiamo con le nostre tasse, secondo il meccanismo descritto più in dettaglio qui. La radice del problema, cioè la radicale instabilità della finanza privata, determinata dal suo intrinseco short-termism, ve la presentai fin dall'inizio di questo blog, sviluppando l'argomento ad esempio qui (oltre che nei libri, s'intende).
Il Mercato ha dichiarato guerra allo Stato, l'euro è un'arma del Mercato, e lo Stato siamo noi, anche se molti di noi non lo capiscono. Lo capisce Christian, che è il motivo per il quale domani farò un salto in Campidoglio per salutarlo, tornando da Macerata. Non lo capiscono tanti altri: la guerra fra poveri scatenata dal potere è impressionante. I giovani contro i vecchi (è colpa della pensione di tuo padre se tu non hai un lavoro!), i baristi contro i loro clienti (dipendente pubblico improduttivo, vai in ufficio anziché berti un caffè!), gli imprenditori contro lo Stato (Stato leviatano, taglia la spesa, che poi sono i redditi di chi compra i miei beni...), ecc.
Un delirio di irrazionalità che non può condurre che alla guerra totale, e in fondo al quale resta una sola certezza: la nostra sanità verrà privatizzata a beneficio di grandi multinazionali estere.
Queste, almeno, sono le chiare intenzioni di chi ci governa (più esattamente: il mandato che ha ricevuto da chi lo ha messo lì a governare), e realizzarle sarà facile finché noi continueremo ad avere una visione ristretta, da sciur Brambilla brianzolo, o da maestrino sellino salentino, o da quel che l'è, incapace di andare oltre un grado di separazione dal proprio riverito portafoglio, e quindi sempre pronto ad azzannare un falso nemico.
Questo ho soprattutto apprazzato nel discorso di Christian: il fatto che lui proclami un armistizio fra poveri (nel suo caso, fra conducenti e utenti di un servizio pubblico), una pausa di riflessione per individuare il nemico comune. È lo spirito col quale ho scritto l'Italia può farcela, e chi lo ha letto credo lo abbia capito. Per questo ho diffuso la sua protesta e la sosterrò. Posso dirvi che sono molti a seguirlo con attenzione e affetto, e che l'ATAC è talmente piena di "lievi irregolarità" che, come dire, conviene più a lei che a Christian fare pippa (trattandosi di azienda romana glielo dico in romanesco), e anzi ringraziarlo.
Poi parliamo di noi...
sabato 16 febbraio 2013
La prevalenza del declino
L’informazione nell’età dell’euro
Con l’avvicinarsi dell’inevitabile epilogo, quello che la Storia ci
racconta, il dibattito sull’euro assume toni sempre più concitati.
Il crescente nervosismo è comprensibile.
Da circa un
trentennio l’Italia è governata dal partito unico del vincolo esterno: prima
sotto forma di Sme, oggi, sotto forma di PUDE (Partito Unico Dell’Euro). I
personaggi sono sempre quelli, e da trent’anni sono dietro, sotto, sopra, o dentro
al governo. L’informazione, che è un bene costoso, è stata comprata da chi
aveva i soldi per farlo: gli azionisti di maggioranza di questo partito unico, le
grosse lobby finanziarie che dominano le scelte di Bruxelles. Ne è risultata
una plumbea uniformità: nessuna voce di dissenso aveva finora raggiunto i
media, eccezion fatta per alcune strampalate organizzazioni, o movimenti, o
iniziative, meritatamente prive di credibilità agli occhi degli elettori, e
visibilmente strutturali a un disegno reazionario di canalizzazione del
dissenso (come il nostro caro amico Donald).
Ma ora la situazione è cambiata.
Per motivi vari e complessi, che vanno dal desiderio di
alcuni politici e organi di informazione di predisporre un piano B onde evitare
il totale discredito e assicurarsi la sopravvivenza (vedi
Fassina), alla pressione che iniziative
indipendenti e credibili hanno saputo promuovere presso i media
tradizionali, capita che ogni tanto si riesca a sentire una voce seria e
argomentata di dissenso, come quella di Claudio Borghi Aquilini.
Per l’Italia questa è una grande novità. Non lo è, va da sé, per il resto del
mondo, dove il dissenso serenamente motivato ed espresso accede da sempre agli
organi di stampa più qualificati. Pensate a Krugman, che non solo nel 2012 sul New
York Times, ma già nel 1998 su Fortune, si era espresso in modo critico sulla
sostenibilità della moneta unica. Potrei aggiungere Roubini, Wolf, ecc.
Del resto, è evidente che i giornali espressione della
comunità finanziaria internazionale, quelli letti da persone che ogni giorno
devono prendere decisioni importanti, siano di qualità diversa rispetto ai
nostri organi di stampa provinciali, gestiti vuoi da furbastri il cui unico
scopo è quello di condizionare dei poveri di spirito (come Repubblica), vuoi da
quattro gatti spelacchiati, che hanno venduto
la propria credibilità per un piatto di lenticchie (come il Manifesto).
Prima, in Italia, certe informazioni si potevano avere solo
accedendo a Internet e sapendo almeno l’inglese. Il digital divide era la
miglior garanzia di sopravvivenza per il regime eurista, che infatti si è ben
guardato dal prendere iniziative che potessero colmarlo. Ora queste
informazioni stanno arrivando
ai media tradizionali.
Del resto, avendo il monopolio dell’informazione, il PUDE giocava
facile. Le menti migliori poteva tenerle
nelle retrovie, a prendere le decisioni importanti, e in prima linea, sui
media, poteva tranquillamente inviare una composita armata Brancaleone di
ragionieri, opinionisti, giornalisti dalle giacche fantasiose, ex politici, ex
manager, ex sindacalisti, ex qualsiasi cosa. Tanto bastava far presenza,
non c’era bisogno di argomentare se non esponendo i due o tre paralogismi ad usum piddini: il teorema del
cinghiale (per una grande area ci vuole una moneta grande), quello del pulcino
(la nostra liretta verrebbe attaccata dai mercati), e quello di Morfeo (l’euro
incarna il Fonno, pardon, il Fogno
europeo).
Con questa amena
silloge di stronzate una ciurma di venduti, di cialtroni, di disinformatori
dilettanti ha potuto tenere in pugno un’intera nazione.
Ma ora è finita.
I dati cominciano a circolare, i cittadini desiderano averli
(il successo di questo blog lo prova) e cominciano ad avere strumenti di
valutazione, le trasmissioni che si arrischiano ad aprire una finestra sul web
(gruppo Facebook, Twitter), vengono travolte dagli insulti quando perseverano
sulla strada della disinformazione terroristica spicciola, e quelle
che invece fanno scelte coraggiose vengono premiate dagli ascolti.
Il vento è cambiato, e, come si dice a Roma, non si può
fermare il vento con le mani.
La slealtà
In coerenza con le mie convinzioni politiche e con la mia
attività di ricerca, ho sentito il dovere di impegnarmi in una battaglia
trasparente e argomentata a favore dell’Europa, e quindi, necessariamente, contro
la moneta unica, strumento di disintegrazione europea sul quale mi ero comunque
espresso criticamente a suo tempo (lo noto a beneficio dei patetici latecomers dilettanti come Donald: gli
economisti veri erano tutti arrivati molto prima di me)! Un impegno faticoso ma
pieno di soddisfazioni, che ho assunto perché credo che la verità storica stia
dalla mia, cioè dalla nostra, parte.
Sapevo che questo mi avrebbe esposto ad attacchi personali, provenienti
in particolare dalla professione. Puntualmente, questa
previsione si è realizzata. Non voglio soffermarmi su questo penoso
episodio. Un episodio che scredita il suo autore (cosa della quale sinceramente
me ne infischio), ma soprattutto scredita la mia professione, che non ne
avrebbe bisogno. Oggi vorrei lasciarmi questo squallore dietro le spalle, e non
è certo per rimarcare questa sciocca bavure
che vi intrattengo, no, tutt’altro. Come al solito, non sono i passi falsi degli
avversari che mi preoccupano, ma quelli dei sedicenti alleati.
Desidero quindi dissociarmi da chi combatte la nostra stessa
battaglia, quella a favore dell’Europa, con mezzi indegni e sleali, in
particolare cercando di screditare con attacchi personali i nostri avversari,
cioè le persone che sostengono il progetto eurista. Lasciamo gli attacchi
personali ai gianninizzeri del progetto eurista. Certo, noi sappiamo che gli
euristi necessariamente ricadono in due categorie: quella delle persone in
malafede, e quella delle persone dalla limitata capacità di comprensione (più eventuali
combinazioni
convesse). Ma non è questa una buona
ragione per attaccarli in modo subdolo, usando le loro stesse armi vili,
meschine e controproducenti (in un mondo nel quale ogni peto viene
inesorabilmente consegnato all’eternità digitale).
La verità è dalla nostra parte, lasciamo che lavori per noi
e non ricorriamo a mezzucci infimi.
Scrivo quindi questo post, come vi dicevo, per dissociarmi da un’iniziativa che ritengo sleale, incivile e indegna. Circola sul web un video nel quale un sosia del professor Michele Boldrin profferisce una serie di bestialità inconcepibili a sostegno della permanenza dell’Italia nell’euro. Qualcuno lo avrà già visto, chi non lo avesse vistolo trova qui.
È evidente che un economista della statura del prof. Boldrin
non può aver detto le cose che il video gli attribuisce (e sulle quali ci
soffermeremo qua sotto), ed è quindi assolutamente palese che siamo di fronte
ad un calunnioso e sleale tentativo di disinformazione, dal quale desidero, lo
ribadisco per la terza volta, dissociarmi.
Ma prima di analizzare il contenuto del video, vorrei
segnalarvi tre dettagli che rivelano un notevole dispendio di mezzi e una subdola
intelligenza strategica nella preparazione di questo palese falso.
Primo: noterete che a interpretare il prof. Boldrin è stato
chiamato un attore professionista. Riteniamo si tratti di Stefano
Chiodaroli, passato alla storia (questa volta la s è minuscola) per la sua appassionata invocazione: “Pieraaaaa!”. Non oso
pensare quindi quanto sia costato il video, dato il coinvolgimento di un
interprete così noto e apprezzato dal grande pubblico.
Secondo: badate al look
estremamente dimesso e casalingo del video. Il mezzo, si sa, è il messaggio, e
qui il messaggio è subdolo: si vuol lasciare intendere, per screditarlo, che
l’avversario sia poco a suo agio con i moderni mezzi di comunicazione. Questo,
lo sappiamo, non è assolutamente vero. Il
prof. Boldrin (quello vero, non il sosia del video) è, fra le altre cose, uno
dei due economisti di riferimento di Caterpillar, una trasmissione di Radio2
diabolicamente scaltra, che coglie i cittadini quando, al termine di una
giornata di lavoro, si trovano inscatolati nel traffico, con le difese
immunitarie abbassate, e ne approfitta per veicolare una serie di messaggi
pinochettiani (abitualmente conditi con amene musichette da centro sociale,
tutte fisarmonica e distintivo, che fanno tanto “semo de sinistra”: ma che
furbettini!). Perché uno dei due? Perché ce n’è un altro. E chi è? Ma è
chiaro, Savonarola,
quell’altro furbettino di tre cotte, il piazzista della tecnologia tedesca in
nome dell’ideologia della decrescita, che ad essa tecnologia, e ad esso modello
sociale neonazista, tanto armoniosamente si coniuga.
E voi vorreste farci credere che una persona così integrata
nella macchina della disinformazione di regime sia costretta a girare un
filmettino amatoriale per diffondere le proprie idee? Suvvia, non siamo così
ingenui. Del resto, il tentativo di screditare in questo modo il professore si
risolve in un autogol: invece di screditarlo, avvalora l’idea di un docente
coraggioso che con pochi, austeri mezzi combatte una battaglia a favore delle
proprie idee. Mica come certi intellettuali
radical chic che possono
permettersi video ben più curati, avendo dietro, com’è evidente, i poteri
forti, la massoneria.
Anche perché, ripeto, il vero prof. Boldrin è un economista,
un economista vero, e quindi
non avrebbe mai profferito bestialità
come quelle che troviamo nel video.
Vediamole insieme.
La piccola bottega degli orrori, parte prima: “un paese come la Grecia quindi come l’Italia”.
La tesi sostenuta dal finto prof. Boldrin, quello del video,
è assolutamente strampalata, ma rientra a pieno titolo nel quadro
dell’informazione terroristica che i media (nei quali il vero prof. Boldrin è perfettamente
integrato) ci propalano. Secondo il (finto) prof. Boldrin, l’uscita dall’euro per
l’Italia sarebbe un disastro (0:54), e per argomentarlo il (finto) prof.
Boldrin prende ad esempio il caso della Grecia, cercando di capire cose
significherebbe per un paese “come la Grecia quindi come l’Italia” (1:15)
uscire dall’euro.
Basterebbe questa frase per far capire a un esperto, o anche
semplicemente a una persona con la testa sulle spalle (posto che i due insiemi
abbiano intersezione non nulla), che chi parla evidentemente non è un
economista. Sì, perché nemmeno sul 64 barrato nessun pensionato delle Poste mai
si arrischiò, dopo lauta libagione albana, a similitudine tanto ardita.
Il finto Boldrin,
invece, insiste, con un evidente intento subdolo: quello di instillare
nell’ascoltatore il terrore della bancarotta, del default del governo italiano, laddove si uscisse dall’euro.
Equiparare surrettiziamente l’Italia alla Grecia aiuta, perché che la Grecia
sia messa male, anzi, malissimo, è evidente. E così per tutto il video si
snocciola una patetica litania di “l’Italia, quindi la Grecia”, “la Grecia,
cioè l’Italia”, “l’Italia, o la Grecia”, per rafforzare subliminalmente l’idea
di una impossibile equivalenza fra i due casi, in un confuso guazzabuglio di
lire, dracme, e, beninteso, euri (sic).
Viceversa, l’ovvia riflessione che bisognerebbe fare è che
la Grecia sta messa male perché la trattengono dentro l’euro. Ma non entriamo
in questo argomento, per il quale rinvio ai tanti studi di altri economisti veri. Leggete ad esempio Panizza e Borenzstein
(i quali chiariscono che il default
per la Grecia sarà costoso solo se essa resterà
nell’euro; qui
trovate la versione estesa – incidentalmente noto che il vero prof.
Boldrin, che quotidianamente parla di economia monetaria internazionale in
televisione, non mi pare abbia mai fatto ricerca presso il Fondo Monetario
Internazionale). Oppure rileggete Woo e Vamvakidis, che
collocano la Grecia al terzo posto fra i paesi dell’Eurozona per convenienza ad
uscire dall’euro (al primo posto essendoci Italia e Irlanda ex aequo).
Strano, direte voi, che il finto prof. Boldrin non menzioni
mai la Spagna, un paese che, pur essendo anche lui in condizioni ben diverse e
peggiori di quelle dell’Italia, almeno gli somiglia per dimensioni, reddito pro
capite, ecc. Ma anche questo, come del resto l’intento terroristico, aggiunge
un tocco di realismo al video, serve a corroborare l’idea che chi sta parlando
sia il vero Boldrin, e non un attore. Nell’ambiente si sa bene che il preciso prof.
Boldrin (quello vero) per la Spagna ha un debole. Deve essere un fatto
sentimentale: si sa che è stato “a Carlos Tercero” (come dicono gli
introdotti), e ci deve aver lasciato il cuore. Solo questo spiega la pervicacia
con la quale continua, against all
evidence, a parlarci di successo spagnolo. Ma si sa, il prof. Boldrin –
quello vero – non è a suo agio con le statistiche del Fondo Monetario
Internazionale. Così, negli anni nei quali io chiedevo agli studenti spagnoli
che venivano in Erasmus a Roma: “Scusate, cari, ma voi come pensate di ripagarlo
il vostro debito estero, che viaggia a vele spiegate oltre il 40% del Pil?” (e
loro rispondevano con una hidalghesca scrollata di spalle, e uno sdegnato lampo
dei loro profondi occhi andalusi), lui magari avrà parlato, a Madrid, coi suoi
studenti, di argomenti meno sgradevoli, o più piacevoli. Sapete, non è cattivo, il prof. Boldrin: si dipinge così. In realtà è
una persona profondamente compassionevole e umana (del resto, è ospite fisso di
trasmissioni di sinistra): quindi sa bene che non si parla di corda in casa
dell’impiccato, e di debito estero in casa di uno spagnolo. Soprattutto, poi,
se si ignora cosa sia il debito estero.
Attenzione, vorrei precisare una cosa, che non è stata
capita da alcuni trollazzi particolarmente imbecilli.
Ho sostenuto più volte e in più sedi che il meccanismo
sottostante alle crisi dei paesi periferici dell’eurozona è estremamente
simile, le dinamiche sono quelle, e sono quelle delle crisi dei paesi emergenti
nell’era della liberalizzazioni finanziaria, cioè del ciclo di tipo minskyano
descritto in particolare da Frenkel e Rapetti (2009). Le famiglie infelici
sono tutte uguali, e questa non credo sia una grande scoperta (in
economia). Ma se le dinamiche sono le stesse, non sono certo gli stessi i
livelli, le dimensioni dei fenomeni. Essere
sulla stessa strada, andare nella stessa direzione, non significa essere nello
stesso posto. E Grecia e Italia, anche se avviate sulla stessa strada (come del
resto la Francia) sono ancora in località diversissime, nonostante, lo ripeto e
lo mantengo, le dinamiche siano identiche.
Vale la pena di ricordarlo a chi si fosse messo in ascolto
in questo momento, facendo un rapido giro fra i fondamentali economici dei due
paesi.
Cominciamo dall’indebitamento estero (saldo delle partite
correnti). Certo: in entrambi i paesi l’indebitamento estero è aumentato (il
saldo delle partite correnti peggiorato) dalla fissazione del cambio in poi,
seguendo la nota trama del Romanzo
di centro e di periferia. Ma è evidente, ogni economista degno di questo
nome lo sa, che la dimensione degli squilibri è ben diversa da un paese
all’altro:
(fonte: WEO).
Come sappiamo e come vediamo dal grafico, l’indebitamento
estero della Grecia già dal 2005 aveva superato i 10 punti, laddove molti studi
empirici, che ho più volte citato, situano il livello di attenzione intorno ai
5 punti. L’Italia non ha mai nemmeno
avvicinato questo livello di attenzione.
Dato che l’Italia si è indebitata con l’estero meno della
Grecia in ogni singolo anno, è ovvio quindi che il suo debito estero complessivo
(più esattamente, la posizione netta sull’estero), in rapporto al suo Pil, non
avrà esattamente lo stesso ordine di grandezza di quello greco:
Eh, no! In effetti gli ordini di grandezza sembrano diversi,
che ne dite? Notate: la dinamica è molto
simile: il debito estero aumenta dall’ingresso nell’euro. Ma i livelli sono
diversi.
Sappiamo che esiste una dilettantesca genia di cialtroni per
i quali conta solo il “debitopubblico”. Ecco, vediamo anche questo, perché è
interessante:
(fonte: WEO)
E anche qui direi che non ci siamo, perché è vero sì che
l’ordine di grandezza, prima della crisi, era molto simile (anche se il debito
italiano stava diminuendo, mentre quello greco leggermente aumentando), ma la
reazione del debito pubblico greco alla crisi è stata abnorme, il che indica,
ovviamente, una situazione di forte fragilità. E notate anche che nel periodo
nel quale si accumulava debito estero, il debito pubblico era stabile, in
rapporto al Pil, in entrambi i paesi.
Quindi?
“Quindi il debito estero era contratto dal settore
pubblico!”, direbbe il mio solito studente di Pescara, ragionando da studente.
E come ragiona uno studente? Così: “Sembra evidente che se il debito contratto
dal settore pubblico sta fermo mentre quello complessivamente contratto con l’estero
aumenta, chi ha contratto debiti con l’estero sia il settore privato. Ma
siccome il prof. mi vuole fregare, e io sono fuuuuuuuuuuurbo, invece di
rispondere “settore privato” risponderò “settore pubblico”, a me non la si fa”!
Ecco, voi invece non
ragionate più così, perché ormai sapete, perché ve l’ho detto io, e perché lo
sapevate anche prima, che la risposta è dentro di voi, ed è giusta.
Perché la Grecia, nonostante la similarità delle
traiettorie, è tanto più fragile?
Ma per due motivi: intanto perché i suoi conti pubblici sono
in una situazione strutturalmente peggiore della nostra. Lo testimonia il saldo
primario del bilancio pubblico (quello calcolato escludendo la spesa per
interessi). Ancora una volta, le dinamiche sono simili (si peggiora dall’entrata
nell’euro), ma le intensità molto diverse:
(fonte: WEO)
Del resto, è
esattissimamente per questo motivo
che gli studi seri sull’uscita dall’euro, come quello di Bootle, o quello di Tepper, non considerano probabile
un default dello Stato italiano. Ed è quindi per questo motivo che
ragionare sull’uscita dall’euro in termini di parallelo fra situazione greca e
italiana è ovviamente un segno di dilettantismo, sul quale il video insiste,
ostentatamente, al mero scopo di screditare il prof. Boldrin.
Rimane, certo, la controversia sul fatto se la ridenominazione
del debito possa essere considerato un default tecnico, ma certo non è un default in termini giuridici, e lo Stato
italiano, a differenza di quello greco, non è mai stato e non è attualmente
sull’orlo di una sospensione dei pagamenti. Lo conferma la Commissione Europea, come ogni economista vero (quindi anche
il vero prof. Boldrin) sa. E se non lo sa, non è un economista vero, ma un
attore, come quello che nel video interpreta, appunto, il prof. Boldrin.
Questo anche perché le famiglie italiane risparmiano
strutturalmente molto di più di quelle greche, e lo si vede benissimo qui:
(fonte: AMECO,
Par. 15.3, net saving ratio)
Ovviamente in entrambi i casi (vedi alla voce dinamica) il
risparmio netto delle famiglie (qui presentato in rapporto al loro reddito
disponibile) diminuisce (vedi alla voce “le dinamiche sono simili”, o meglio
vedi alla voce “l’euro ha impoverito le famiglie, che quindi non riescono a
risparmiare”), ma, attenzione! In Grecia
il risparmio netto è stato quasi sempre negativo, cioè le famiglie si sono
indebitate per finanziare il consumo corrente.
Insomma: è piuttosto chiaro come stanno le cose, no? Il
quadro è simile, certo, come tendenza, come dinamica: le variabili scendono in
entrambi i paesi. Ma solo un totale ignorante potrebbe assimilare la situazione
della Grecia a quella dell’Italia, perché il livello delle variabili, la
dimensione dei fenomeni, è totalmente diversa. Ed è proprio per questo che il video, squallidamente diffamatorio,
attribuisce al prof. Boldrin una simile bestialità, proprio per questo nel
video l’attore che impersona il prof. Boldrin continua a ripetere “l’Italia
come la Grecia”, “la Grecia cioè l’Italia”, a rullo, senza pudore: per
screditare il personaggio che interpreta.
Ma il peggio deve ancora venire...
La piccola bottega degli orrori, parte seconda: conversione e changeover.
Ascoltate il video. Dal minuto 1:24 al minuto 5:17 è puro delirio!
L’attore che
impersona il prof. Boldrin si avventura in una confusa e dilettantesca
ricostruzione di quale sarebbe, secondo lui, il metodo adottato per cambiare
unità di conto all’atto dell’uscita dall’euro. Come sopra, da un lato, per
aggiungere realismo, gli argomenti sono terroristici (come quelli che ci si
aspetta usi un fermatore del declino), ma dall’altro, per diffamare il
professore, la loro esposizione è contraddittoria, caricaturale e si appoggia
ad argomenti che nessun economista vero userebbe mai. Questa sarà una costante
di tutto il video.
Sentite come la racconta, il nostro attore, il finto Boldrin:
“All’atto della transizione... il governo...
dovrà decidere a che cambio con l’euro questa moneta potrà cominciare a
circolare... I prezzi esistenti in euro
dovranno essere tradotti in lire... Questo cambio non dovrà essere accettato da
tutti immediatamente... Molti hanno avuto l’impressione che quando si entrò
nell’euro svariati commercianti... avessero effettuato un cambio dalle lire
all’euro che fosse da uno a mille per far aumentare i prezzi in euro. Lo stesso
potrebbe avvenire oggi ma questo è un aspetto non centrale”.
Insomma: il messaggio è chiaro: puro terrorismo! Vi siete
fatti fregare entrando, vi aspettano all’uscita per fregarvi di nuovo.
Notate due peerle (sì, con due “e”: sapete che il rating del professor Boldrin, quello
vero, è EE+). L’attore (subdolo) attribuisce al prof. Boldrin due bestialità
pazzesche! Prima gli fa sbagliare la
data di ingresso nell’euro (nel 2000, dice il nostro), poi gli fa toppare
clamorosamente il cambio al quale entrammo (“1997, se non ricordo male”).
Due errori evidentemente imperdonabili, su due dati di fatto
talmente noti che perfino quel laboratorio di disinformazione di regime che è Wikipedia Italia sezione economia
è costretto a riportarli in termini corretti: si entrò nel 1999, e il tasso di
cambio era 1936,27. Dice: “Vabbe’, so dettagli, quello è un genio, lo devi
lassa’ perde!”
Dettagli una sega!
Il cambio italiano a 1997 c’è stato (naturalmente sull’Ecu,
l’unità di conto europea alla quale eravamo agganciati nel percorso verso
l’euro) e sapete quando? Nei primi mesi del 1996. In quell’anno il surplus
delle partite correnti della bilancia dei pagamenti raggiunse il 3% del Pil. Ma
poi, siccome siamo bravi, dovemmo rivalutare. Il tasso al quale entrammo corrisponde
in effetti a una rivalutazione di un po’ più del 3% rispetto al valore
raggiunto nel 1996 (che comunque era già rivalutato rispetto al massimo storico
raggiunto nel marzo dell’anno precedente). Pare poco, ma intanto, nel 1999, grazie
alla rivalutazione il nostro surplus con l’estero era già sceso all’1% del Pil.
Abbiamo visto, ricordate, che le
esportazioni italiane sono molto elastiche al cambio? Quindi il cambio non
è un dettaglio.
Comunque, più si va avanti e più ci si diverte. Perché
l’attore chiamato a impersonare il prof. Boldrin, al minuto 4:00, dice una cosa
esatta, ovvero che il cambio con le “nuove lire” avverrà uno a uno: una nuova
lira per un euro. Lo dicono tutti, sappiamo che sarà così.
Subito dopo, però, a
4:31, si contraddice, e si avventura in una fumosa teoria su come dovrà essere quotato
dal governo italiano il nuovo cambio. Notate che il prof. Boldrin (quello
finto) usa la teoria economica che gli economisti veri normalmente adottano per
questi calcoli, quella della parità relativa dei poteri d’acquisto, ipotizzando
che, dato il differenziale di inflazione cumulato dall’Italia verso la Germania,
il nuovo cambio dovrebbe situarsi a circa 2100 lire per euro (corrispondente
a una svalutazione complessiva di circa l’8.5%, a spanna, e quindi, sempre
linearizzando, di circa lo 0.7% all’anno, che in effetti è più o meno il
differenziale di inflazione fra Italia e Germania).
Perché questa contraddizione, e perché è ridicola la seconda
ipotesi?
Il motivo della
contraddizione è ovvio: se il finto Boldrin dicesse che la conversione sarà uno
a uno, poi non potrebbe fare la sua supercazzola sul fatto che i commercianti
ci fregheranno col cambio, perché è ovvio che se il cambio è uno a uno, sarebbe
difficile per un commerciante venderti a 4 nuove lire quello che ti vendeva a 2
euro, no? Del resto, questo è il motivo per il quale, per il bene di tutti,
si assume che l’uscita avverrà col cambio uno a uno.
Ma il finto (speriamo) Boldrin ci vuole terrorizzare, e
allora, lellero lellero, senza farsi né in qua né in là, si contraddice in un
modo ridicolo per un economista (sostenendo che il cambio sarebbe 2100 a uno). Perché è ridicola questa contraddizione? Ma
è ovvio! Perché confonde il ruolo dello Stato con quello del mercato! Una
cosa che un vero liberista, come il vero prof. Boldrin, non farebbe mai.
Lo Stato deve
ridefinire l’unità di conto nella quale sono definiti i contratti regolati dal diritto nazionale. Il
Mercato deve attribuire alla nuova unità di conto il suo valore corretto sul mercato interazionale. Le due
operazioni sono logicamente scisse ed è giusto e razionale che siano portate a
termine da due istituzioni distinte.
Supponiamo col prof. Boldrin che la sopravvalutazione
attuale della lira sia del 10% (secondo me è un po’ di più, sono meno ottimista
di lui, ma lasciamo stare). Lo Stato non se ne deve preoccupare, non deve
preoccuparsi dei decimali. Lo Stato
dice: quello che ieri era l’obbligazione di pagare 100 euro, diventa
l’obbligazione di pagare 100 nuove lire, e questo mio decreto fa legge sugli
scambi regolati dal diritto nazionale. Non è altro che l’applicazione della Lex monetae, ne abbiamo già parlato.
Il riallineamento non
è nei rapporti interni, fra creditore e debitore nazionali, denominati nella stessa valuta. Il riallineamento
è nei rapporti con le altre valute.
Siccome esportiamo meno di quello che importiamo, e quindi chiediamo più valuta
estera (per acquistare i beni esteri) di quanta valuta nazionale venga chiesta
a noi (per acquistare i nostri beni), la nostra valuta sarà, come quella di
ogni paese in deficit, in eccesso di offerta
sui mercati internazionali, e quindi subirà, come ogni cosa in eccesso di
offerta un naturale deprezzamento. Chiaro?
Il cambio è il prezzo
di una valuta in termini di un’altra, e quale sia il suo valore corretto
possiamo anche farlo determinare al mercato, se siamo liberisti, no? Quindi
lo Stato, invece di fare lui il calcoletto su quanta inflazione c’è stata, deve
semplicemente lasciare che la valuta fluttui.
Ovvio, il primo giorno il tasso di conversione interna (uno
a uno) coinciderà con quello di conversione esterna, cioè con il tasso di cambio (uno a uno). Poi le cose
evolveranno, secondo le leggi del mercato. Il tasso interno rimarrà quello: chi
doveva cento nuove lire a un creditore nazionale dovrà sempre cento nuove lire.
Il tasso di cambio invece fluttuerà: per comprare un euro, invece di una nuova
lira, ci vorranno, poniamo, 1.03, poi 1.07, poi 1.10, poi... fino magari a 1.20
lire. La lira cioè si sarà progressivamente svalutata, ne occorreranno di più
per acquistare un euro. Ma per pagare il
tuo creditore, figlio bello, non avrai bisogno degli euro, capisci, perché
applicando la Lex Monetae e il codice
civile italiano lo Stato avrà convertito simmetricamente crediti e debiti!
Questo è il lavoro che deve fare lo Stato: stabilire quante
nuove lire un creditore deve avere dal suo debitore. Il mercato invece
stabilirà quante nuove lire occorreranno per un euro.
Chiaro? Se non lo è, fatevi prestare il mio libro.
Ricapitolo: dei due
snodi che necessariamente faranno parte dell’uscita dall’euro (la
ridenominazione delle obbligazioni giuridiche rette dal diritto nazionale e il
riallineamento del cambio) la prima dovrà necessariamente essere gestita dallo
Stato (semplicemente perché è lo Stato che gestisce i tribunali dove queste
obbligazioni vengono fatte valere), e la seconda dovrà essere necessariamente
gestita dal mercato (semplicemente perché il valore corretto del cambio risulta
dalle domande e offerte di valuta che sui mercati valutari si manifestano).
Capito perché la papera subdolamente attribuita a un
luminare come il prof. Boldrin da questo video diffamatorio è totalmente
assurda?
Ma il peggio deve ancora venire...
La piccola bottega degli orrori, parte terza: l’effetto principale
Finalmente a 5:17 si entra in medias res. Sentite cosa dice il nostro attore:
“Quale sarà l’effetto principale? La nuova
moneta... si commercerà sui mercati valutari internazionali in maniera
indipendente dall’euro. Sarà una moneta diversa la cui garanzia, il cui valore,
viene deciso dalle operazioni di emissione della banca centrale... e dalle
operazioni di indebitamento o di non indebitamento del governo italiano che
emette titoli di debito in moneta. Questo ha delle conseguenze”.
Quali siano queste conseguenze non è dato sapere, perché il
subdolo guitto, nella sua sleale azione diffamatoria verso il vero prof.
Boldrin, passa subito ad un’altra stazione di questa autentica Via Crucis della
scienza economica. Ma, vi prego, apprezzate con me un paio di peerle.
Intanto, mi piacerebbe sapere cosa sia una “operazione di
non indebitamento”! Qui sono sicuro che istwine potrà illuminarci.
Poi, sarei curioso di capire come si possa emettere un
“titolo di debito in moneta”. Forse vuol dire “denominato nella nuova valuta”? Giustamente, il linguaggio approssimativo,
da osteria, fa parte del progetto diffamatorio. Chapeau!
Ma il punto dolente del finto (e temo anche del vero)
Boldrin è che proprio non vuole (non vogliono?) rassegnarsi a capire come funzionano i mercati
valutari. L’idea che il cambio sia deciso da quanto la banca centrale decide di
stampare, questa ossessione fobica per l’emissione di moneta, fonte di ogni e
qualsiasi male, è assolutamente balzana. Lo Stato (il nemico) può stampare
tanta moneta quanto vuole, ma se poi quella moneta non viene scambiata sui
mercati dei cambi, l’impatto dell’orrendo crimine sulla quotazione
internazionale della moneta è nullo. L’idea
che il tasso di cambio sia dato dal rapporto fra due stock di moneta, per cui
se aumenti lo stock di moneta nazionale, questa vale di meno, vale tanto
l’altra idea che l’inflazione sia il rapporto fra massa monetaria e beni
prodotti.
Una diversa versione del famoso sogno del fruttarolo, per chi ha letto il libro.
La piccola bottega degli orrori, parte quarta: l’euro come valuta straniera
Andiamo avanti. So che non vorreste, so che, come me, siete
giustamente indignati da questo tentativo subdolo di ledere la credibilità di
un noto economista, so che avete capito il messaggio che vi voglio trasmettere:
chi combatte una battaglia di libertà e verità non può abbassarsi a usare
questi mezzucci sleali, e so che oltra a capirlo, condividete con me questo
messaggio. Ma beviamo fino in fondo l’amaro calice della vergogna, la vergogna
di scoprire che c’è qualcuno che combatte la nostra battaglia con le armi
sleali del discredito e dell’attacco personale, armi che avremmo voluto
lasciare al partito eurista, insieme al manganello dello spread.
Al minuto 6:00 si sprofonda nel ridicolo. Sentite:
Il secondo aspetto che occorre tenersi molto
chiaro in mente è che in questo momento tutto il debito pubblico italiano è
espresso in euro... Un governo ha due scelte... può farne una amichevole, e
dire ‘ok, tutte le obbligazioni che ci siamo presi in euro le manteniamo pari’...
da quel giorno in poi, siccome non abbiamo più accesso alla Bce che emette euro...
la banca centrale e il tesoro dovrebbe
rifornirsi sui mercati internazionali di questa valuta a quel punto
diventata straniera... esattamente nella stessa maniera in cui oggi si
riforniscono di dollari... Ovviamente parte di queste valute estere fluirebbe
nel paese attraverso un ripristinato ufficio dei cambi... e parte quindi
fluirebbe dalle esportazioni verso altri paesi e in parte andrebbe acquistata
indebitandosi sui mercati delle valute.
Certo che chi ha scritto il testo letto dal finto prof.
Boldrin ha una fantasia sconfinata! Credo che nessun genio della satira
riuscirebbe a condensare così tante fanfaluche in così poche righe.
Cominciamo dai fondamentali.
Intanto, è
assolutamente chiaro che al finto prof. Boldrin proprio non è chiaro lo scopo
del gioco! Va da sé che lo scenario da lui dipinto non è sensato, nemmeno come caso di scuola, per almeno due ovvi
motivi. Tralasciando sempre il “dettaglio” che il problema sono i debiti
privati (come le banche spagnole e da qualche settimana anche quelle italiane
dimostrano, e de Grauwe ci ha limpidamente chiarito – qui il riassunto in italiano), e restando sul debito
pubblico:
1) ovviamente
uno Stato non lascerebbe l’euro per pagare il servizio del proprio debito il
20% in più in valuta nazionale (cosa che accadrebbe se lo lasciasse denominato
in valuta estera). La Lex monetae si
applica anche ai debiti verso creditori esteri, purché regolati dal diritto
italiano, come è oggi la stragrande maggioranza dei titoli di Stato in
circolazione. Va da sé quindi che lo
Stato ridenominerebbe le proprie obbligazioni in “nuove lire”, altrimenti tanto
varrebbe, per lui, restare dentro;
2)
inoltre, che il debito estero verrebbe
ridenominato (e quindi lasciato svalutare), viene dato per scontato da tutti
gli studi in circolazione e dagli stessi mercati. Infatti:
a.
l’unica perplessità espressa negli studi consiste
nel chiedersi se la ridenominazione possa essere tecnicamente considerata un default
(una decisione che poi, in definitiva, sarebbe più politica che tecnica, e che
ha conseguenze sui mercati dei prodotti derivati);
b.
dall’inizio della crisi decine di Stati sovrani
(Regno Unito, Svezia, Polonia, per restare nelle vicinanze) hanno svalutato e
nessuno ha gridato al default, anche se ha visto tornare indietro un po’ meno
soldi di quanti se ne aspettasse. Questo perché una svalutazione, in caso di
crisi, è un evento fisiologico, e il tasso di interesse ti ricompensa
(anticipatamente) anche per questo rischio; l’unica differenza nel caso dell’Italia
quindi sarebbe la ridenominazione, non la svalutazione, visto che tutti quelli
che potevano svalutare l’hanno fatto (e si son trovati meglio);
c.
nel caso dell’Italia lo spread misura proprio il
rischio di cambio che gli investitori esteri pensano di poter correre se la
nuova unità di conto si svalutasse, come del resto spiega perfettamente lo
stesso finto prof. Boldrin più avanti.
Quindi è ovvio che ragionare sullo scenario di mantenimento
del debito pubblico in euro è una perdita di tempo: il finto prof. Boldrin lo
fa per le stesse finalità terroristiche di quelli che divulgano la fanfaluca
secondo la quale se uscissimo, le famiglie
sarebbero pagate in lire, ma i mutui rimarrebbero in euro.
Oltre a non essergli
chiaro lo scopo del gioco, al finto prof. Boldrin non è nemmeno chiaro quali
siano le regole del gioco. Quello
che non capisce è che l’euro già oggi è una valuta straniera per lo Stato
italiano, perché non mi risulta (forse risulta al finto prof. Boldrin dopo
la quarta caraffa di prosecchino) che lo Stato italiano possa andare dalla Bce
e, con una pacca sulle spalle, farsi consegnare gli “euri” (dice lui) dei quali
ha bisogno.
Se è così, allora De Grauwe non se ne è accorto. Sentite
infatti cosa dice:
Quando entrano un una unione monetaria, i
paesi perdono la propria capacità di emettere debito in una valuta sulla quale
esercitano un pieno controllo... Questo problema non è affligge solo i membri
delle unioni monetarie. La sua gravità è stata riscontrata anche nelle economie
emergenti che non possono emettere debito nella propria valuta (NdC:
indebitandosi in dollari)
Paul De Grauwe, 2011, Managing
a fragile Eurozone.
(NdC, come sempre, vuol dire Nota der Cavajerenero).
Non so voi, ma a me sembra che quello che dice De Grauwe
somigli alla realtà più di quello che dice il finto Boldrin. Scusate! Qui è
tutto un chiedere a Draghi: “Mario, che cce compri i titoli? Daje, Mario, facce
‘sto favore?” E lui, Mario, ritroso come una verginella, prima di darla, la
liquidità, ovviamente alla persona sbagliata (come spesso accade alle
verginelle troppo ritrose), si fa pregare, e pregare, e nel frattempo la
periferia dell’Eurozona si sbriciola sotto la mannaia dello spread, ad majorem Alamanniae gloriam
recessionemque.
Se le cose invece stessero come dice il finto Boldrin, cioè
se adesso il governo “avesse accesso alla Bce che emette euro”, dove starebbe
il problema? Basterebbe andar lì e prendere, no? Sarebbe Mario a dire: “A’
Mario, che tte serve?”. I cognomi li sapete.
Ma le cose non stanno
come dice il finto Boldrin. Quello che lui dipinge come scenario futuro (l’euro
come valuta estera se usciamo), è in realtà lo scenario attuale (il debito
italiano è denominato in una valuta che non controlliamo, l’euro. Non avere
sovranità monetaria significa proprio questo, cioè che l’euro, per la nostra
finanza pubblica, è già una valuta “estera”).
Già questo fa capire con che dilettante abbiamo a che fare,
pardon, con quale dilettante il video ci vuol far credere che noi si abbia a
che fare.
Due altre piccole perle di dilettantismo.
La prima è il
riferimento all’Ufficio Italiano Cambi. Par di capire che secondo il finto
Boldrin questo sia stato soppresso con l’entrata nell’euro, visto che non
serviva più, e dovrebbe essere ripristinato se uscissimo dall’euro, visto che
ne avremmo di nuovo bisogno. È assolutamente ovvio che il vero prof. Boldrin
non può aver detto una fesseria simile, perché il vero prof. Boldrin lavora
negli Stati Uniti, e quindi il vero prof. Boldrin sa che per un cittadino
italiano l’entrata nell’euro non ha comportato l’eliminazione della necessità
di cambiare la valuta a corso legale in Italia con altre valute estere (ad
esempio il dollaro). Tanto è vero, che l’Ufficio Italiano Cambi è stato in vita
fino al 2007, ed è stato poi soppresso in recepimento di una direttiva
comunitaria. Tutte cose che il vero prof. Boldrin sa benissimo.
La seconda è che nel
resoconto del finto prof. Boldrin si fa una gran confusione fra bilancia dei
pagamenti e bilancio dello Stato. Lui dice “parte (della valuta estera necessaria ad onorare il debito pubblico
contratto in valuta estera, NdC) quindi
fluirebbe dalle esportazioni verso altri paesi e in parte andrebbe acquistata
indebitandosi sui mercati delle valute.” Ma scusate! Se dopo l’uscita
dall’euro un esportatore italiano esporta un toro in Spagna, e viene pagato in
euro (daje a ride, perché se esce l’Italia, ovviamente la Spagna non resta
dentro, nonostante l’attaccamento sentimentale del prof. Boldrin per quella
terra di tori, flamenco e bolle), dicevo, se
l’esportatore italiano viene pagato in euro, mica porta i suoi euro a via XX
Settembre (Ministero del Tesoro) onde consentire allo Stato di restituire
questi euro a un risparmiatore, che so, olandese, o finlandese? No, gli euro
sono suoi e lui se li tiene e ci fa quello che vuole (verosimilmente, in parte
li userà per regolare altre transazioni internazionali). Il governo,
ovviamente, non può tassarlo “in euro”, dopo la ridenominazione dell’unità di
conto nazionale: lo tasserebbe in lire. Quindi gli euro necessari ad onorare il
servizio del debito in euro, dopo un’eventuale uscita dall’euro, potrebbero
provenire solo dai mercati finanziari.
Oggi una differenza
in effetti c’è: visto che i redditi sono definiti in euro, lo Stato può
attingere euro anche attraverso il prelievo fiscale. Domani no, ovviamente
(perché i redditi degli italiani sarebbero convertiti in nuove lire, e in
quella valuta sarebbero tassati).
Ma la bilancia dei
pagamenti e gli euro che “fluiscono” non c’entrano una beneamata fava col
servizio del debito pubblico, come ognuno vede, compreso, ne sono certo, il
vero prof. Boldrin. E l’accesso ai mercati è necessario oggi quanto domani,
perché oggi quanto domani l’euro è per l’Italia una valuta straniera (come vede
De Grauwe, quindi me ne fotto se Boldrin lo veda o meno).
Per inciso, non pensiate che il raccogliere imposte in
valuta “forte”, come oggi, sia un vantaggio: la valuta forte sta distruggendo
il reddito degli italiani, e quindi fra un po’ non rimarrà nulla da
raccogliere. Chiaro, no?
La piccola bottega degli orrori, parte quinta: la svalutazione
Più si va avanti, e più il referto del finto prof. Boldrin
si fa agglutinato e confuso. Sentite cosa dice a 8:33:
L’altra opzione è
fare default, che è l’opzione implicita in realtà... nella minaccia greca di uscire
dall’euro, perché l’opzione implicita
sembra dire: “Be’, va be’, adesso non riusciamo a pagare questo enorme debito
che abbiamo accumulato in euro ... passeremo alla dracma... praticamente rimangiandoci
la promessa di pagare il nostro debito
in euro... Questa seconda opzione la lascerei da parte perché l’effetto
di fare questa scelta... è drammatico...
Facciamo finta che la transizione all’euro avvenga in maniera ordinata, e che
il governo che decide di uscire dall’euro dica ‘ok, però gli impegni che mi
sono preso in euro li mantengo in euro...
Qual ì il problema
cui ci troviamo di fronte? Il problema è quello della svalutazione. Se il
cambio lira/euro rimanesse stabile... forse questo non sarebbe un grande
problema... Ovvero, se i mercati internazionali dicessero “Va be’, sono usciti,
però di fatto manterranno una politica monetaria e fiscale non dissimile da
quella che avrebbero mantenuto, il numero di dracme è proporzionale e quelle
che avrebbe emesso la bce sotto forma di euro (come se gli euro emessi
venissero allocati pro-quota ai paesi!)
-
la
bilancia dei pagamenti non varierà (ma allora che usciamo a fare) il tasso di inflazione interno non
varierà... Se così fosse non cambierebbe
molto. È realistica una reazione del genere? Qui viene la parte complicata da
capire.
Pare evidente che l’attore voglia simulare uno stato
alterato nel prof. Boldrin, perché il discorso stenta a decollare: si fa un
passo avanti, e se ne fanno due indietro: una random walk, un po’ come quella dell’ubriaco sotto al lampione.
Allora: abbiamo già detto che la ridenominazione:
1)
probabilmente non sarebbe considerato default
tecnico, nel senso che potrebbe essere considerato default dagli organismi – privati
- che disciplinano i cosiddetti credit
events, come l’ISDA, come potrebbe non
esserlo. Una decisione con ricadute certo non banali sul mercato dei derivati,
ma, appunto, incerta;
2)
certamente non sarebbe un default in senso
giuridico (la Lex Monetae esiste);
3)
certamente non sarebbe un default economico: lo
Stato e i cittadini italiani risparmiano abbastanza da potersi permettere il
rientro del debito pubblico (tutti i dettagli nel mio libro).
Abbiamo già detto (citando Panizza e Borenzstein) che in
caso di ridenominazione i costi del default non sono quelli esorbitanti che
normalmente si indicano. Quindi de che stamo a pparla’?
Ma nel passo trascritto vi prego di notare una ulteriore
finezza, che chiarisce come il finto (ma anche il vero) prof. Boldrin non siano
molto consapevoli di quanto sta succedendo.
Ma come? In un
momento in cui tutto il mondo ha chiaro e dice che il problema dell’Eurozona
sono gli squilibri della bilancia dei pagamenti, cosa ti viene a dire il finto
Boldrin? Che i mercati saranno rassicurati, e quindi noi riusciremo a mantenere
la parità di cambio (opportunamente corretta) se “la bilancia dei pagamenti non varierà”.
Ah bbelloooo!? Ma che
stai a ddi’? Guarda che noi siamo in deficit delle partite correnti, e che i
mercati non sono contenti della nostra bilancia dei pagamenti.
Ah, non te n’eri accorto? E allora secondo te perché
parliamo tanto di recuperare competitività? Cos’è? Una nuova dieta? Ce l’ha
chiesto il medico? Abbiamo problemi di colesterolo? No. Abbiamo un deficit di
conti con l’estero, vendiamo poco all’estero, dicono, e all’interno di una
unione monetaria, come sanno gli economisti, non potendo svalutare la moneta si
svaluta il salario (va da sé che non mi permetterei un tono altrettanto
irriguardoso con il vero prof. Boldrin, ma è del resto altrettanto evidente che
un economista vero non può aver detto una cosa simile, quindi mi permetto il
tono irriguardoso).
Insomma, siamo al delirio!
Noi usciamo proprio
per far variare la bilancia dei pagamenti (facendola tornare in pareggio), e se
una volta usciti rimanessimo in deficit, il nostro cambio evidentemente si
deprezzerebbe (perché un deficit è un eccesso di offerta di valuta nazionale
per comprare beni esteri). Insomma:
l’attore ci vuole veicolare l’infido messaggio che al prof. Boldrin manchino le
più elementari basi di economia internazionale monetaria.
Una vergogna, uno scandalo! Diffamare così uno stimato
collega! Pretendere che egli non sappia qual è la situazione economica del suo
paese!
Ma qual è il suo paese, in effetti? Eh, bella domanda...
La piccola bottega degli orrori, parte sesta: l’inflazione
Ma la strategia teppistica, vandalica, di attribuire (per
diffamarlo) al prof. Boldrin analisi teoriche screditate e dilettantesche
prosegue. Uno strazio, ma pro veritate
affrontiamolo insieme, a 11:36.
Oggi come oggi un governo che esca dall’euro perché lo fa? Lo
fa perché non è in grado di raccogliere risorse reali proprie, dai propri
taxpayer che gli permettano di pagare il numero di euro promesso... quindi...
tenterà di pagare i propri debiti in dracme.
Ah! Ma allora lo sai? Ma scusa, poco sopra, a 6:00, non
avevi detto che non ne avremmo parlato, e che lo scenario era quello nel quale
si usciva mantenendo i debiti definiti in euro? Allora ti sei accorto che non
ha senso?
In dracme emesse dalla propria bc, risparmiando
le risorse reali raccolte con la tassazione per poterle utilizzare per pagare
il debito in essere... Potrebbero provare a fare i virtuosi... però per
riuscire a essere virtuosi, devono raccogliere risorse reali in euro dalla
propria economia.
Aspetta, mi sono perso. Ma i greci, cioè gli italiani, il
loro debito lo pagano o non lo pagano? Ed è in lire, in dracme, o in euro? E se
è in dracme, perché devono raccogliere euro per pagare gli interessi? E come
fanno a raccogliere euro dai propri taxpayer
(a’ bbello de zzio, se dice ‘contribuenti’!), se nel frattempo, visto che siamo
passati alla dracma in Italia o alla lira in Grecia, o era il contrario, non
ricordo, comunque... in nessuno di
questi due paesi nessuno guadagna più in euro, e quindi nessuno può essere
tassato in euro?
Certo che se il vero
prof. Boldrin spiegasse le cose come quello finto, il tasso di suicidi alla
Washington University at St. Louis si impennerebbe...
Se il governo vuole continuare a spendere non
avendo più accesso a finanziamenti in euro, dovrà farlo con finanziamenti in
dracma.
Eccoci! Il colpevole è la spesa pubblica: un’affermazione da
vero gianninizzero che aggiunge un tocco di realismo al video. Ma scusa, finto
Boldrin, se c’è stata ridenominazione, all’interno dell’Italia, cioè della
Grecia, circola la dracma. Quindi, perché mai il governo dovrebbe spendere in
euro? Spenderà dracme. E allora qual è il problema se non accede a
finanziamenti in euro? Bo’... Ma più si va avanti, peggio è...
La tentazione quindi qual è? Di stampare
carta moneta a seconda della necessità, perché questo lo puoi fare: dracme, o
lire. Cosa implica tutto questo? Che dietro a questa stampa di euro, scusate,
di dracme o di lire da parte della bc greca o italiana non esiste un produzione
non esiste una produzione di beni e servizi che la sostenga... Quindi quello
che vedremmo è una crescita molto forte della offerta di questi pezzi di carta,
dracme o lire, a fronte di una crescita non parallela di beni e servizi
prodotti in quel paese. Questo è la classica situazione in cui si crea un’inflazione
interna e quindi una svalutazione sul mercato internazionale di questo titolo.
Eccolo là! Ci
siamo... Sembra incredibile, ma siamo ancora alla storia che la moneta causa i
prezzi, che i prezzi sono il rapporto fra moneta stampata e produzione reale.
Sì, insomma, il famoso sogno del fruttarolo, ricordate? L’endogenità della moneta, così
chiara agli economisti del XIX secolo (ce
l’ha ricordato istwine), l’idea che la dinamica dei prezzi sia influenzata soprattutto
dalle dinamiche del mercato del lavoro, insomma, tutte le acquisizioni
della macroeconomia dell’ultimo paio di secoli spazzate via da una teoria che
fa ridere i polli e che non ha alcun riscontro nella realtà. Non ci credete?
Bene, ve lo rifaccio vedere. Guardate la crescita del prodotto, della moneta
(M3) e dei prezzi nell’eurozona:
Lo vedete, no, che le cose non stanno come dice il nostro
guitto (ripeto, nel visibile e deprecabile intento di diffamare un noto
studioso che il mondo ci invidia)?
Esempio: dal 2000 al 2002 il tasso di crescita del prodotto
(linea verde) è sceso, ma l’inflazione (variazione dei prezzi, linea rossa) è
rimasta costante. Bene. Se la Boldrinomics avesse un qualche riscontro
empirico, ci aspetteremmo che per mantenere costante la crescita dei prezzi, il
tasso di crescita della moneta sia parallelamente calato. Invece no, al
contrario! Ha fatto un bel balzo verso
l’alto, superando il 10% su base annua (dati trimestrali, come vedete), con
zero impatto visibile sull’inflazione.
Viceversa fra 2003 e 2004, quando il tasso di crescita del
prodotto aumenta, succede che il tasso di crescita della moneta diminuisca. Vi
aspettereste un calo dell’inflazione, o
addirittura una deflazione (inflazione negativa), giusto? Invece no, la Boldrinomics toppa di nuovo, clamorosamente: il tasso di
inflazione sta lì fermo, granitico. Perché? Perché ci sono più cose fra la
moneta e i prezzi che nella tua filosofia, caro finto Boldrin (una filosofia
piuttosto disadorna, par di capire).
E da qui in avanti, siccome tutta la discussione circa i disastri
che l’uscita cagionerebbe si appoggia all’idea che essa avrebbe conseguenze
inflazionistiche, be’, forse possiamo anche risparmiarci di andare avanti, no?
Però, dai, un po’ di curiosità... Vediamo cosa si inventa il
perfido diffamatore...
La piccola bottega degli orrori, parte settima: la storia economica
Segue una dettagliata e sostanzialmente corretta spiegazione
di come le aspettative di svalutazione possano influire sullo spread, condotta con riferimento al
1992.
Tutto giusto e tutto vero: avevamo uno spread rispetto ai
titoli tedeschi che dipendeva dalle aspettative di svalutazione della lira, a
sua volta determinate dal differenziale di inflazione con la Germania. Una
situazione che abbiamo descritto per filo e per segno parlando dei terroristi
dell’informazione e delle loro menzogne
sulla crisi del 1992. Ricordando quegli eventi, però, abbiamo anche
chiarito che dopo lo sganciamento il
tasso di interesse dell’Italia scese. E, guarda caso, gli studi sull’uscita
dall’Eurozona ci confermano che anche nel caso attuale sarebbe probabile,
dopo lo sganciamento, una discesa dei tassi di interesse proprio in paesi come
la Grecia e l’Italia.
Questo lo sanno tutti, ed è anche piuttosto ovvio. Lo spread è il pagamento per il rischio che
si verifichi un certo evento (la svalutazione). Una volta che l’evento si è
verificato, e che il paese (l’Italia, in particolare) si rimettesse a crescere
e a generare ricchezza, i mercati non ci
percepirebbero più come particolarmente rischiosi, perché saprebbero che saremmo
in condizioni di mantenere le promesse che fatte nella nostra nuova valuta
(vedi sopra i fondamentali, peggiorati con l’euro, ma tuttora solidi).
Bene.
Cosa dice invece il guitto?
Ci dice che recuperando la “capacità di stampare carta
moneta a piacere”, il governo segnalerebbe la propria incapacità di sovvenire
ai pagamenti presenti e futuri
(17:30), e quindi “i tassi di interesse passeranno dal 4% all’8%” a seconda
delle aspettative dei mercati.
“È qui il dramma”,
dice l’attore. E non si può che concordare con lui. È, anzi, sarebbe
drammatico, se un docente di economia tracciasse scenari così al di fuori di
qualsiasi logica economica e esperienza storica.
Conclusione
Spero apprezzerete la mia lealtà. Attirando l’attenzione del
vero prof. Boldrin su questo cialtronesco e sleale falso, gli permetto di
sconfessarlo e di dimostrare il fatto di aver seguito, da qualche parte, in
stato non alterato, un ECON101 di mediocre livello, sufficiente per confutare
le lievi imprecisioni del video. Dissociandosi dalle bestialità defecate in
questo video dal suo sosia, il prof. Boldrin difenderà la propria credibilità,
e consentirà al dibattito sull’euro di svolgersi su un piano di maggiore
serietà.
O anche no. Perché da discutere, cari euristi, c’è poco. Il
vostro generoso supporto ai vari Quisling sparsi per l’Europa è ammirevole, ma
sarà necessariamente effimero, perché la parola “fine” sta per apparire sullo
schermo del sogno europeo. Fatevene una ragione, e invece di delirare e
disinformare, dateci una mano a ricostruire questo paese.
Cosa?...
Come?
Noooo!
Non ci posso credere... Ma voi mi dite che NON è un attore? No dai, state scherzando? E adesso me lo dite? Ora che ho scritto tutte questa pagine per confutare le asserzioni strampalate e dilettantesche messe in fila nel video? Ma dai, no, siate seri, per favore. Dai, Boldrin lavora alla Washington University at St. Louis, che è fra le prime trenta al mondo, Boldrin, che ha più di cento pubblicazioni scientifiche internazionali repertoriate su EconLit... No, non è lui, non voglio crederlo. Preferisco pensare che siano falsi tutti i dati che ho raccolto e esposto in questo post, preferisco pensare che una orrenda congiura porti De Grauwe, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e l’Eurostat a mentire e diffondere dati falsi, preferisco credere ai rettiliani, piuttosto che dover ammettere che un collega così prestigioso vada così ottusamente contro l’evidenza empirica, contro la semplice e incontrovertibile realtà dei fatti.
Noooo!
Non ci posso credere... Ma voi mi dite che NON è un attore? No dai, state scherzando? E adesso me lo dite? Ora che ho scritto tutte questa pagine per confutare le asserzioni strampalate e dilettantesche messe in fila nel video? Ma dai, no, siate seri, per favore. Dai, Boldrin lavora alla Washington University at St. Louis, che è fra le prime trenta al mondo, Boldrin, che ha più di cento pubblicazioni scientifiche internazionali repertoriate su EconLit... No, non è lui, non voglio crederlo. Preferisco pensare che siano falsi tutti i dati che ho raccolto e esposto in questo post, preferisco pensare che una orrenda congiura porti De Grauwe, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e l’Eurostat a mentire e diffondere dati falsi, preferisco credere ai rettiliani, piuttosto che dover ammettere che un collega così prestigioso vada così ottusamente contro l’evidenza empirica, contro la semplice e incontrovertibile realtà dei fatti.
Io son fatto così, ho fatto l’ufficiale, ho spirito di corpo: un vero economista non si arrende mai, nemmeno di fronte all’evidenza. Ma come? Insistete? È lui? Ma siete sicuri? Sicuri sicuri? Sicuri sicuri sicuri?
Oh Gesù mio...
E ora come si fa?
Chi riconcilia queste evidenze così disparate?
Un professore che ce l’ha tanto lungo (il curriculum), com’è
mai possibile dica tante lievi imprecisioni.
Son confuso...
Ma...
Forse una mano a risolvere questo mistero ce la può dare
proprio l’illustre collega dal quale siamo partiti, il prof. Manasse. Perché
vedete, pensandoci bene, il prof. Manasse è stato spiacevole nel suo voler
distribuire pagelle (come
altri prima di lui, del resto), e si sarebbe potuto risparmiare, per motivi
che gli verranno chiariti nelle sedi opportune, l’allusione vagamente
diffamatoria all’università nella quale insegno, ma al di là delle forme
particolarmente infelici, che ci hanno deluso tutti, bisogna dire che nel
merito tutti i torti non ce li ha.
Il suo unico torto è quello di tutti i “veri” economisti: quello di trarre le conclusioni sbagliate dalle premesse giuste.
Le premesse giuste quali sono? Sono quelle che lui espone: quando si affronta un problema, ci si dovrebbe rivolgere a uno specialista di quel problema. La conclusione sbagliata qual è? Che il prof. Boldrin sia uno specialista dei problemi di una unione monetaria fasulla. Non è così. Il prof. Boldrin è uno specialista di problemi fasulli, nel senso che nulla hanno a che vedere con i problemi che sono in testa alla nostra lista di priorità, i problemi dell’Eurozona, come mi accingo a dimostrarvi.
Che cos’è un economista?
Perché, mi preme (e mi duole) tornare a precisarlo: a
differenza di tanti altri soggetti che circolano per l’Italia, il prof. Boldrin
è un economista. Dicesi economista uno
studioso con una comprovata attività di ricerca a livello internazionale, e di
insegnamento accademico, nell’ambito dell’economia politica o della politica
economica.
Gli elementi di questa definizione sono tre, e il prof. Boldrin, è innegabile, li possiede tutti e tre, e al più alto grado. Mi riferisco, va da sé, al vero prof. Boldrin.
Primo: l’ambito della ricerca, che deve essere appunto quello dell’economia politica o della politica economica o delle materie affini. In Italia gli ambiti di ricerca sono definiti dalla declaratoria dei settori scientifico-disciplinari che è regolamentata dal MUR. Vi apprendiamo che:
·
l’economia politica (settore SECS-P/01) “raggruppa
le discipline aventi per oggetto quello di spiegare teoricamente i fenomeni
economici a livello micro-economico e macro-economico, ricorrendo sia a metodi
induttivi che deduttivi, sia statici che dinamici. Tali discipline devono
servire come fondamento analitico per le indagini applicate e per gli
interventi nel campo della politica economica e dell’economia pubblica.
Principali campi di indagine sono la teoria del consumatore, dell’impresa, dei
mercati e dell’equilibrio generale; l’analisi macro-economica dei mercati
reali, monetari e finanziari; la teoria dell’economia internazionale sia reale
che monetaria; la teoria della crescita e dei cicli economici.”
·
la politica economica (settore SECS-P/02) “raggruppa
le discipline economiche aventi per oggetto gli obiettivi, gli strumenti ed i
modi di intervento dello Stato, delle Banche Centrali nonché di altre Autorità
indipendenti, sia nazionali che sovranazionali. I principali campi di indagine
sono costituiti dallo studio, anche comparato, delle politiche monetarie e di
bilancio; delle politiche di programmazione degli aggregati macro-economici,
dei redditi, del mercato del lavoro, delle attività educative e culturali;
delle politiche internazionali e del loro coordinamento; delle funzioni e del
ruolo delle istituzioni economiche”.
Vi apprendiamo anche che i settori disciplinari dal
SECS-P/03 (Scienza delle finanze) al SECS-P/06 (Economia applicata) sono in
vari modi affini con l’economia politica a la politica economica. Non lo sono
invece i settori dal P/07 (Economia d’azienda) in poi:
·
“le competenze di economia aziendale comprendono
teoria dell'azienda e degli aggregati di aziende, strategie e politiche
aziendali, analisi e progettazione delle strutture e dei processi aziendali,
etica aziendale e bilancio sociale, comparazioni internazionali e dottrinali,
valutazioni, revisione e consulenza aziendale. Le competenze ragioneristiche
sono rivolte alle determinazioni quantitative, valutazione, analisi e utilizzo
di dati nei processi decisionali e di controllo, comprendono contabilità e
bilancio (ivi incluse revisione contabile e analisi finanziaria di bilancio),
contabilità per la direzione (analisi dei costi, programmazione e controllo),
storia della ragioneria.”
Questo chiarisce perché negli ultimi tempi abbiamo sentito diversi
economisti d’azienda profferire svarioni abominevoli sui temi riferiti a “la
teoria dell’economia internazionale sia reale che monetaria” o a “le politiche
internazionali e del loro coordinamento”, o ancora a “le funzioni e il ruolo
delle istituzioni economiche”. Il motivo è semplice. Di queste cose, loro,
poverini, non ne sanno e non ne devono sapere nulla, non più di quanto un
violinista debba saper suonare il clarinetto. Semplicemente, sono due ambiti
diversi: loro, con l’economia, non c’entrano nulla.
Gli economisti avranno anche tante colpe. Chi non ne ha? Si iniquitates observaveris, Domine, quis sustinebit? E siccome io (sì, mi dispiace, devo dirlo, io: il più lurido dei pronomi), sono europeo, e l’Europa la vivo, a differenza dei cialtroni che l’Europa la sognano, permettetemi di dirvelo anche in francese e, soprattutto, in tedesco: So du willst, Herr, Sünde zurechnen, Herr, wer wird bestehen? Ripeto, gli economisti avranno i loro difetti. Ma non meritano di sopportare il discredito arrecato alla loro categoria dalle strampalate affermazioni di chi, per motivi incomprensibili, invade il loro campo.
Secondo: l’esperienza didattica, che, come ho ricordato, ha portato il prof. Boldrin a insegnare in una fra le più prestigiose facoltà americane. Guardate, che non è un dato banale. Perché insegnando si impara, si impara a capire e a farsi capire (con alcune ovvie eccezioni).
Terzo: la produzione scientifica, ampia e indubbiamente riferibile al settore P/01. Una rapida consultazione di EconLit ci informa che il professore ha 109 pubblicazioni internazionali, di cui 40 articoli su riviste, su questi argomenti:
·
Intellectual Property Rights,
·
One,
Two, and Multisector Growth Models
·
Innovation
and Invention: Processes and Incentives
·
Social
Security and Public Pensions
·
Monopoly;
Monopolization Strategies
·
Business
Fluctuations; Cycles
·
Property
Law
·
Asset
Pricing; Trading volume; Bond Interest Rates
·
Market
Structure and Pricing: Monopoly
·
Educational
Finance
Tutta roba molto interessante (ovviamente, per il prof. Boldrin). Certo, con l’attuale crisi, come vi avevo anticipato, questa roba non c’entra molto, ma ha comunque più relazione con l’economia at large di quanta non possa averne la “teoria dell’azienda” (declaratoria del P/07).
Forse voi vi chiederete perché in questo blog non ho mai parlato di Boldrin, visto che è un economista, mentre ho parlato spesso di De Grauwe. Ma è semplice: perché una rapida consultazione di EconLit ci informa che De Grauwe ha 201 pubblicazioni internazionali, di cui 96 articoli su riviste, su questi argomenti:
·
Financial
Aspects of Economic Integration
·
Foreign
Exchange
·
International
Monetary Arrangements and Institutions
·
Monetary
Policy
·
Price
Level; Inflation; Deflation
·
International
Policy Coordination and Transmission
·
Exchange
Rates and Markets--Theory and Studies
·
International
Financial Markets
·
Central
Banks and Their Policies
·
International Lending and Debt Problems
Chiaro, no?
Non ne faccio un problema di quantità (anche se De Grauwe ha il doppio di pubblicazioni), ma di qualità.
Secondo voi, con la crisi dell’euro, hanno più relazioni gli “aspetti finanziari dell’integrazione economica” (studiati da De Grauwe) o la “teoria dei diritti di proprietà intellettuale” (studiata da Boldrin)? Hanno più relazioni i “problemi di debito estero” (studiati da De Grauwe) o la “teoria del monopolio” (studiata da Boldrin)? Hanno più relazione i problemi di “coordinamento internazionale delle politiche” (De Grauwe) o i “modelli di crescita multisettoriali” (studiati da Boldrin)? Hanno più relazione le “Banche centrali e le loro politiche” (studiate da De Grauwe) o la “Finanza educativa” (studiata da Boldrin)? Andate avanti voi, che a me viene da ridere.
E veniamo, per completezza, a me.
Va da sé che io sono solo un nano sulle spalle di giganti. Lo ammetto senza alcuna difficoltà. La mia produzione EconLit comprende 14 pubblicazioni di cui 12 articoli su riviste, su questi temi:
·
current
account adjustment; short-term capital movements
·
international
linkages to development; role of international organizations
·
financial
aspects of economic integration
·
international
monetary arrangements and institutions
·
national
deficit; surplus
·
socialist
institutions and their transitions: international trade, finance, investment,
and aid
Diciamo che gli argomenti somigliano a quello che ci interessa oggi, non trovate? Forse la lunghezza, in economia, non è tutto.
Comunque, quando, da nano, devo scegliere su quale gigante arrampicarmi, scelgo ovviamente De Grauwe, che si occupa delle cose delle quali indegnamente mi occupo io, e che purtroppo sono quelle che ci preoccupano oggi (l’aggiustamento dei conti esteri, il deficit pubblico, gli aspetti finanziari dell’integrazione economica, il ruolo delle istituzioni internazionali). Le cose delle quali si occupa il vero prof. Boldrin non si sa bene a chi possano interessare se non a lui e ai referee di qualche prestigiosissima rivista, e sono comunque inutili ai fini della soluzione dei nostri problemi più impellenti.
Mi direte: ma De Grauwe è alto il doppio, fai il doppio della fatica a salirgli sulle spalle? Vi dirò: sì, naturalmente, però non mi annoio sulla strada, perché nella sua produzione trovo cose interessanti e sensate, e poi quando sono in cima vedo più lontano e trovo meno forfora.
Mi direte: ma Manasse queste cose non le sa? Non sa che Boldrin è uno che praticamente non ha titolo per esprimersi su questioni di economia internazionale monetaria, come il video (che pareva fosse calunnioso, da quanto era strampalato), dimostra a sufficienza. Vi dirò: chiedetelo a lui, è lui quello che ha tirato fuori il discorso degli specialisti. Dite che non vi ha risposto? Be’, non ci fate caso, è un po’ timido, e non è abituato ad avere così tante visite sul suo blog. Un’abitudine che, secondo me, non dovreste dargli.
Glielo chiederò eventualmente con più calma io nelle sedi opportune.
Ma intanto, oggi, diffondete la Boldrinomics. È utile sapere chi ci sta aiutando a fermare il declino del nostro paese. C’è da ridere o da preoccuparsi. Direi più da ridere, perché le elezioni non saranno propizie a questa gente. Ma il semplice fatto che ce li troviamo sempre davanti, nonostante la loro scarsa competenza specifica, provata dalle loro affermazioni e documentata dalla loro produzione scientifica, in effetti potrebbe anche essere visto come preoccupante...
(Cittadino Manasse, se
e quando verrà per te, come per me, il momento dell’oncologo, fammi una
telefonata, perché mi sembra che con gli specialisti ti orienti male. In fondo,
a me stavi simpatico finché ti leggevo sulla letteratura internazionale, perché
lì dicevi la verità. E a me piace ricordarti così. Che il Signore ti abbia, il
più tardi possibile, nella sua santa e degna guardia.)
(Nota metodologica:
a partire da oggi inserirò la definizione
della fonte in tutti i grafici che pubblico. Oggi ci volevo perdere poco tempo,
l’ho fatto in modo rudimentale, poi lo farò con una filigrana, in modo che chi
vuole appropriarsi del mio lavoro debba almeno perderci un po’ di tempo. Vi
chiarisco un concetto, che voi che non siete di campagna capirete subito. Io
sto facendo opera di divulgazione, e quindi sono contento se le informazioni
corrette che vi fornisco circolano, e sono tanto più contento quanto più
circolano. Ma per fare questa opera di divulgazione ho sacrificato affetti,
soldi e carriera. Lo ho fatto perché dovevo farlo, perché non avrei potuto fare
altrimenti, perché questo è il mio paese. Non voglio quindi alcun
ringraziamento, ma desidero che lo sforzo fatto – quei grafici, ad esempio, non li ho
trovati in terra – mi venga riconosciuto sistematicamente, tanto più che: (1)
non avete certo imparato da me a non citare le fonti; (2) ho reso disponibili i
contenuti di questo sito con licenza Creative Commons, secondo i termini specificati,
e questa licenza prevede che la fonte venga citata. Aggiungo che se siete qui i
casi sono due: o siete dei troll, o credete a questo progetto. Se credete a
questo progetto, allora vi conviene rafforzarlo, perché l’unica seria garanzia
che abbiamo di non veder spenta questa voce di verità in un mare di menzogna è
concentrare i nostri sforzi affinché essa diventi il più visibile possibile,
rendendo difficile ai nostri “amici” di farci brutti scherzi senza fare anche una
brutta figura. Spero mi abbiate capito. Nel caso non abbiate capito, non
preoccupatevi: chi capisce è dentro, chi non capisce è fuori. Ricordatevi che
per mandarvi al diavolo basta un clic. Per reinserirvi in agenda devo perdere
cinque minuti, e non credo che da qui all’uscita dell’euro li avrò. Quindi, nei
vostri rapporti con me e con il mio progetto, pensateci bene prima, perché dopo
è tardi. Siamo in trincea. Ma io più di voi. Questi brillanti (nel loro campo) colleghi sono
sodali delle persone che devono giudicare la mia ricerca e dalle
quali dipende la mia carriera, sia ben chiaro. Sia anche ben chiaro che me ne
frego. Ci sono persone che hanno fatto sacrifici più grandi per dire una parola
di verità. Ma non arrendiamoci senza combattere, e combattiamo nel modo giusto!)
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