Siete volenterosi, siete spiritosi, siete affettuosi, ma, purtroppo, siete anche afflitti da una radicale e temo insanabile carenza di #lebbasi.
Guardate questo breve ed affettuoso scambio su Twitter:
E certo che se mi capite sistematicamente al contrario, e soprattutto leggete sistematicamente al contrario la realtà, di strada non ne faremo molta come movimento culturale e magari (secondo voi) anche politico.
Dopo il sostegno a Hillary Clinton, dopo Monte dei Paschi che era un ottimo investimento, dopo il giubilo per la sonda Schiaparelli, dopo l'incauta sicumera con la quale ha annunciato la vittoria della nazionale, e ora dopo la riuscita del progetto EMA, non c'è ambito geografico (dalla piccola provincia italiana agli USA al sistema solare) né campo dello scibile umano (dal ciclismo alla medicina all'astrofisica spaziale) sul quale il nostro non abbia dispiegato la lugubre e soffocante cappa di una inappellabile iettatura.
Ma, appunto, la cosa funziona così: Renzi ti nomina, e tu fallisci.
In un certo senso, quindi, possiamo dire che se finora ce la siamo cavata è perché l'Italia è l'ultimo dei pensieri di questa classe dirigente:
Finora Renzi e il PD (reo con fesso) hanno pensato all'Europa, hanno lavorato per lei, e soprattutto hanno nominato praticamente solo lei, e i risultati si vedono! C'è da tremare al pensiero che in un tentativo di inseguire l'ultradestrafascionazionalpopulistxenofoba il nostro simpatico iettatore si metta in capo di pensare a noi, o addirittura di nominarci!
Perché se c'è una cosa evidente è che Renzi è colui dal quale, se vuoi scamparla, non devi essere nominato. Quindi, non Lord Voldemort, ma Tromedlov Drol.
Ma questo, a Elenina, che è tanto caruccia ma priva di #lebbasi evidentemente era sfuggito. E siccome l'argomento è serio e delicato, ho pensato di esplicitare il concetto affinché evitiate rischi. Nominare Renzi non è pericoloso: è inutile. Le colonie non hanno statisti: hanno solo ascari. Viceversa, esserne nominati è fatale. Cercate quindi di non entrare nel suo campo visivo, o, se proprio dovesse accadere, sperate che parli male di voi, perché se invece dovesse parlarne bene...
(...in qualche modo il post precedente è una conferma di questo principio...)
(...questo era uno scherzo - fino a un certo punto: con una correlazione uguale a uno non si scherza! - ma se volete vi offro anche una lettura seria. Certo, se sei al governo devi infondere fiducia. Ma ci sono mille e uno modi meno scemi e autolesionistici per farlo. O ci prende per sciocchi, o è sciocco lui, or both...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Visualizzazione post con etichetta Renzi. Mostra tutti i post
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mercoledì 22 novembre 2017
venerdì 9 settembre 2016
Stiamo peggio perché stiamo meglio
(...ricevo da un mio lettore - quindi esorto eventuali persone interessate a citare quanto segue a non attribuirmelo direttamente, anche se lo condivido in toto - questo interessante resoconto...)
È ancora Istituto Luce.
Marco Frojo è commovente nel suo sforzo titanico di indossare occhiali rosa. Riassumo:
GDO cumulato anno, fine agosto 2016: -1,42%
GDO cumulato anno, fine agosto 2015: -0,05% (l’anno ha chiuso a -0,03%)
Insomma non c’è niente da ridere, ma Frojo piazza il colpo da maestro: “l’ultima
lettura potrebbe però esser risultata così negativa per un fattore che
negativo non è: gli Italiani che sono andati in vacanza sono di più di
quelli che si sono mossi l’anno scorso”.
Hai capito: stiamo peggio, ma solo perché stiamo meglio. Orwell: non ti temo.
(...voglio sottolineare che io ho il massimo rispetto per il lavoro del dott. Frojo. Come altri suoi colleghi ci hanno spiegato, e come è giusto che sia, un giornale ha una linea editoriale. Quella di Repubblica segue, come sappiamo, una lunga e consolidata tradizione italiana. Del lavoro del dott. Frojo dobbiamo apprezzare tutti una cosa che in Italia invece non è per niente consueta: lui ci fornisce i dati, e li separa, tutto sommato, dalle sue opinioni. I numeri sono numeri. Lo "stiamo peggio perché stiamo meglio" sono chiacchiere, e non è che vengano proposte per qualcosa di diverso. Quindi questo tipo di lavoro, anche se si espone alla scherzosa e civile critica del nostro amico, è sostanzialmente onesto in termini intellettuali, e se lo mettiamo a sistema con quest'altro utile contributo di Pasquale Cicalese - segnalatomi da Giacché su Twitter - ci permette di concludere che esiste una probabilità non nulla che nel terzo trimestre del 2016 l'Italia entri in recessione, con buona pace di Mister Bins. Naturalmente "Schadenfreude ist die schlechste Freude", il che significa che la cosa non mi fa piacere, anche se porta un po' avanti la nostra riflessione sul grado di consapevolezza dell'attuale governo. Mi spiego: se in una situazione come questa Renzi pensa che comprare tempo - ad esempio rinviando la scadenza del referendum - giochi a suo favore, i casi sono due: o c'è qualcosa di molto grosso che non sappiamo, oppure il nostro attuale leader non è in grado di farsi due conti in tasca. Più passa il tempo, e più le leggi dell'economia sgretoleranno come un maglio le basi del suo consenso, come noi ci eravamo permessi di far notare a tempo debito ai suoi oppositori di ogni colore, ricevendo in cambio un sorrisetto di sufficienza. Perché che il jobs act avrebbe funzionato, non so se è chiaro, ma lo credevano tutti, compresi quelli che avrebbero dovuto opporsi - e non l'hanno fatto perché temevano che potesse essere imputato loro un fallimento che invece era semplicemente nei numeri. Quali numeri? Ma, ad esempio, quelli che ci dà il dr. Frojo per dimostrarci che stiamo peggio perché stiamo meglio. Del resto, lo dice anche la COOP: abbiamo uno stile di vita più pulito. E quello che vale in generale, vale anche per le stoviglie: per tenerle pulite, la cosa migliore è non sporcarle, ad esempio riempiendole di cibo...)
venerdì 2 settembre 2016
Renzi e la crescita: un esempio (#stacce)
Roberto A ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il partigiano Joe: una recensione di Charlie Brown...":
http://www.istat.it/it/archivio/189943
Chissá che il pil del II trimestre non venga rivisto al rialzo.
Postato da Roberto A in Goofynomics alle 30 agosto 2016 18:51
Chissà si scrive con l'accento grave, non acuto. La "a" con l'accento acuto nelle tastiere italiane non c'è. Da dove scrivi, caro? Comunque, eccoti servito:
Contento? Avevo ragione io. Il Pil è rimasto invariato. Discuteremo dopo, con calma, il dato (ma l'ISTAT lo fa benissimo nel suo comunicato stampa, che chi mi legge sa leggere).
Il resto sono opinioni. Un esempio:
Ah, naturalmente la tua opinione (che in materia economica non conta quanto la mia, perché tu non sei preparato quanto me), ha una cosa in comune con quella di Padoan, cioè il fatto di essere sbagliata, ma differisce da essa per un dettaglio importante: conta meno della sua, cioè meno di niente.
E adesso schiuma pure di livore nella tua tana. Ogni tuo messaggio è un'autentica goduria, ma non sto a spiegarti perché. Se non l'hai capito leggendo questo post, l'unica cosa che posso fare è appellarmi alla prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate...
(...dice: "Ma tu devi aprirti ar dialogo!" Dico: scusate, ma che davéro? Allora, diamo un'occhiata al calendario... No, no, non c'è bisogno di sfogliarlo, basta guardare la copertina. Che c'è scritto? 2016, giusto? Bene. Siamo nel 2016. E io devo dialogare con uno che pensa che la Terra sia piatta? O che, magari concedendole forma sferica, la incastoni saldamente al centro dell'Universo? Alcuni secoli fa, forse... Ma oggi no. Abbiamo già dato, sia io che voi, e quando incontrate una delle tante vittime della propaganda vi suggerisco di lasciare che sia la vita ad aprirgli gli occhi. Viceversa, ai molti di voi che - nonostante quello che pensano - hanno bisogno ancora di aprirli, suggerirei la lettura delle Sei lezioni di economia di Cesaratto. Un libro che merita la vostra attenzione...)
http://www.istat.it/it/archivio/189943
Chissá che il pil del II trimestre non venga rivisto al rialzo.
Postato da Roberto A in Goofynomics alle 30 agosto 2016 18:51
Chissà si scrive con l'accento grave, non acuto. La "a" con l'accento acuto nelle tastiere italiane non c'è. Da dove scrivi, caro? Comunque, eccoti servito:
Contento? Avevo ragione io. Il Pil è rimasto invariato. Discuteremo dopo, con calma, il dato (ma l'ISTAT lo fa benissimo nel suo comunicato stampa, che chi mi legge sa leggere).
Il resto sono opinioni. Un esempio:
Ah, naturalmente la tua opinione (che in materia economica non conta quanto la mia, perché tu non sei preparato quanto me), ha una cosa in comune con quella di Padoan, cioè il fatto di essere sbagliata, ma differisce da essa per un dettaglio importante: conta meno della sua, cioè meno di niente.
E adesso schiuma pure di livore nella tua tana. Ogni tuo messaggio è un'autentica goduria, ma non sto a spiegarti perché. Se non l'hai capito leggendo questo post, l'unica cosa che posso fare è appellarmi alla prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate...
(...dice: "Ma tu devi aprirti ar dialogo!" Dico: scusate, ma che davéro? Allora, diamo un'occhiata al calendario... No, no, non c'è bisogno di sfogliarlo, basta guardare la copertina. Che c'è scritto? 2016, giusto? Bene. Siamo nel 2016. E io devo dialogare con uno che pensa che la Terra sia piatta? O che, magari concedendole forma sferica, la incastoni saldamente al centro dell'Universo? Alcuni secoli fa, forse... Ma oggi no. Abbiamo già dato, sia io che voi, e quando incontrate una delle tante vittime della propaganda vi suggerisco di lasciare che sia la vita ad aprirgli gli occhi. Viceversa, ai molti di voi che - nonostante quello che pensano - hanno bisogno ancora di aprirli, suggerirei la lettura delle Sei lezioni di economia di Cesaratto. Un libro che merita la vostra attenzione...)
Renzi e l'Europa: un esempio (#stacce)
Che bello! Abbiamo un nuovo rappresentante nel gabinetto di Juncker! Finalmente saremo ascoltati in Europa!...
Sicuri?
Una persona "familiar with the matter" (come dicono i giornali fichi) ha così commentato:
"Raffinata mossa anti-Renzi di Selmayr-Juncker: un montiano, ma soprattutto un amico intimo di Letta, per gestire i rapporti politici con l'Italia... che schiaffone!"
Apposct...
Sicuri?
Una persona "familiar with the matter" (come dicono i giornali fichi) ha così commentato:
"Raffinata mossa anti-Renzi di Selmayr-Juncker: un montiano, ma soprattutto un amico intimo di Letta, per gestire i rapporti politici con l'Italia... che schiaffone!"
Apposct...
lunedì 15 agosto 2016
Renzi e la ripresa: cronaca di una morte annunciata
Partiamo dai numeri, questi sconosciuti... Ricordo quando gli amici (vero, Basilisco!?) mi dicevano: "Che fati? Metti tabelle? Ma laggente nun capischeno, non ti leggeranno mai...". 3579 lettori fissi e 22 milioni di visualizzazioni dopo (che sono poche, cacciatevelo in testa!) mi sento di prendere il rischio, e quindi:
Quello che vedete, in tutto il suo splendore, è il PIL italiano al tempo della crisi. I dati sono estratti dal database dell'ISTAT, e ho riportato tutte le informazioni relative alla query con la quale ho estratto i dati (così chi desidera può verificare).
I dati, espressi ai prezzi del 2010 (e non è che da allora i prezzi siano cambiati moltissimo), vengono forniti a cadenza trimestrale (colonna 2), la procedura di trimestralizzazione rispetta i volumi. Dato che il PIL è un flusso, il dato si aggrega temporalmente per somma, esattamente come qualsiasi flusso, quale il vostro stipendio. Ad esempio, se siete disoccupati guadagnate zero al mese, e quindi:
0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0=0
all'anno (e questo è un esempio facile). Se avete un lavoro con 1300 euro di netto e tredici mensilità guadagnate 16900 euro l'anno. Se il PIL italiano nell'inverno 2015 è stato di 385142 milioni e nella primavera 2015 di 386358 milioni, nel primo semestre 2015 è stato di 385142+386358 = 771500 milioni (i dati semestrali sono ricostruiti nella colonna 5), per cui se poi in estate è stato di 387101 milioni e in autunno di 387818 milioni, nell'anno 2015 è stato di:
385142+386358+387101+387818 = 1546419 milioni
ovvero 1546 miliardi, .
Se applicate la stessa logica all'anno precedente, vedrete che il dato annuale del 2014 è di 1536 miliardi (dovreste essere in grado di localizzarlo sulla tabella), e quindi il tasso di crescita nel 2015 è stato dello 0.6% (colonna 9) come qui previsto a tempo debito (notate peraltro che accanto a previsioni giuste ce ne erano anche di sbagliate: la vita è fatta così e magari un giorno ne parliamo).
Aggiungo, per completezza, che il dato annuale grezzo, per ragioni che ignoro, è stato rivisto al rialzo, come risulta sempre dal sito ISTAT:
e quindi il suo tasso di crescita risulta essere dello 0.760% (arrotondato a 0.8%) invece che dello 0.642%. Forse l'ISTAT usa una procedura di destagionalizzazione che non conserva i volumi? Forse il dato destagionalizzato non è ancora stato aggiornato? La questione, a dire il vero, non mi appassiona, e questo non perché le cifre coinvolte siano piccole. Sì, sono pochi decimi di punto decimale, ma, se ci fate caso, in soldoni sarebbero un paio di miliardi (che anche a dividerceli fra quanti siamo qui farebbero una bella cifra...).
Il punto è un altro. Come sa chi segue o studia queste cose, i dati statistici sono soggetti a diversi round di revisioni, e quindi prima che emerga un dato accettato come definitivo deve passare un po' di tempo. Non credo che siate mai stati fermati da due bravi dell'ISTAT i quali vi abbiano ingiunto di dir loro quanti soldi avevate in tasca, giusto? Questo significa che il dato del PIL non deriva da una rilevazione esaustiva, ma da una rilevazione campionaria, ed è quindi una stima, che a sua volta riposa su altre stime, che via via vengono confermate o smentite da rilevazioni successive. Anche il dato annuale, il più "stabile", si muove, quindi, nel tempo, e anche in assenza di variazioni importanti nei metodi di rilevazione (che pure regolarmente si verificano). A titolo di esempio, guardiamo come si è andato assestando il dato sulla crescita del 2012 consultando le solite statistiche del FMI, partendo da quelle di ottobre 2011 (prima che arrivasse Monti) per arrivare agli ultimi dati disponibili (quelli di aprile 2016):
Notate che i dati fino all'edizione 2012-10 del World Economic Outlook sono ovviamente previsioni, e l'ultima, quella di ottobre 2012, appunto, è tutto sommato abbastanza precisa. I dati dal 2013 in poi sono riportati come definitivi, ma, come vedete, anche l'ultima edizione, quella di aprile 2016 (quattro anni dopo) li rivede al ribasso.
Questo è uno dei tanti motivi per i quali non mi scaldo sui decimali. Vi ricordo anche che lo 0% che qui abbiamo azzeccato è un dato provvisorio. Può darsi che il dato definitivo ci dia ancora più ragione (entrando in territorio negativo) o ci smentisca, diventando da nullo positivo, e quindi uscendo dall'intervallo di confidenza della previsione che avevamo fatto con il nostro semplice modello.
Per questo, e per altri motivi, vorrei oggi essere faustiano: lass das Vergangene vergangen sein! (traduzione per diversamente non partenopei: scurdammoce o passato). Pensiamo al futuro, che è un equilibrato cocktail di tragedia e commedia.
La commedia ce l'ha messa il MEF con questa sua nota del 12 agosto, che non può non rinviarci a un altro grande classico. Il richiamo alla Brexit, che poi è qualcosa che ancora deve verificarsi, ed è stata decisa a grande sorpresa di tutti nella Penultima settimana del trimestre considerato (con zero probabilità di influire sul risultato delle dieci settimane precedenti) è un vero colpo di genio.
La tragedia ce la mette la nostra amica aritmetica: quella che abbiamo studiato a scuola, e quella del debito pubblico, che invece abbiamo studiato qui più di tre anni fa (consiglio ripasso ai nuovi e vecchi arrivati). Oggi non vorrei fare previsioni (mi piacerebbe prima darvi qualche strumento in più, almeno spiegarvi cosa sia una correlazione), ma semplicemente valutare la compatibilità delle previsioni governative con la realtà, per apprezzarne la coerenza interna.
Nel Documento di Economia e Finanza rinvenibile qui il ministro Padoan formulava il suo Programma di stabilità sulla base di una crescita del PIL pari all'1.2%. Il numero lo trovate in questa tabella a p. 37:
Ora, cominciamo con l'aritmetica delle elementari. Se il PIL crescesse dell'1.2% nell'anno in corso, vorrebbe dire (riferendoci ai dati della prima tabella, quelli destagionalizzati) che il suo valore totale sarebbe pari a:
1,546,419 x 1.012 = 1,564,976
Siccome nel primo semestre abbiamo avuto due trimestri pari a 388,807 (crescita zero fra il primo e il secondo trimestre), il dato del primo semestre è 777,614, e quindi per arrivare a 1,564,976 il PIL nel secondo trimestre dovrebbe essere pari a 1,564,976 - 777,614 = 787,362 milioni, con una crescita fra primo e secondo semestre dell'1.3% (per i precisini: 1.254%).
Ora: il PIL normalmente cresce: il dato destagionalizzato, che rimuove le fluttuazioni dovute a eventi ciclici quali la chiusura delle fabbriche in estate, se non subentra una recessione cresce ogni trimestre, e così fa quello semestrale. Dalla tabella che vi ho riportato vedete che una crescita dell'1.3% fra primo e secondo semestre dell'anno non si è mai verificata. Ci siamo andati vicini nel 2010, con un tasso di crescita dell'1.1%. Tuttavia, se consultiamo una serie storica semestrale un po' lunga, vediamo che mentre negli anni '70 una simile crescita fra primo e secondo semestre era abbastanza consueta (per forza! Con l'economia che cresceva a oltre il 3% l'anno, va da sé che la crescita da un semestre al successivo fosse intorno a 1.5 in media), nei 25 anni dal 1990 al 2015 una simile crescita fra primo e secondo semestre si è avuta solo nel 1994, 1997, 1999, 2000 e 2006: anni tutti, per diversi motivi, meno difficili di quello che stiamo attraversando. Per darvi un'idea, i rispettivi tassi di crescita mondiale furono: 3.3%, 4.1%, 3.6%, 4.8%, 5.5%, mentre per il 2016 ci aspetta, secondo il FMI, un 3.1%. Difficilmente credo che riusciremo a fare di più in circostanze in cui il mondo sta facendo di meno.
In generale, nei 54 semestri dal 1990 alla prima metà di quest'anno, il tasso di crescita reale ha superato 1.2% solo in 9 volte. Non è quindi un evento frequente.
Il dato semestrale, tuttavia, non viene utilizzato spesso: ci si riferisce o all'anno, o al trimestre. Tuttavia, non è difficile calcolare quale dovrebbe essere il tasso di crescita trimestrale medio nei due prossimi trimestri dell'anno compatibile con l'obiettivo di crescita annuale del governo. In particolare, per raggiungere un totale annuale di 1,564,976, compatibile con una crescita annuale dell'1.2%, il dato trimestrale dovrebbe nei prossimi due trimestri crescere a un tasso dello 0.8% a trimestre (per i precisini: 0.8334%). Vuol dire che il dato di questo trimestre dovrebbe essere pari a:
388807 x 1.008334 = 392047
e quello dell'ultimo trimestre a:
392047 x 1.008334 = 395314
e così il totale dell'anno farebbe 388,807 + 388,807 + 392,047 + 395,314 = 1,564,975
(nell'arrotondamento ci siamo persi un miliardo, ve lo restituirò presto in lire...).
Bene.
Vogliamo ridere o piangere?
Un tasso di crescita trimestrale dello 0.8% in Italia non si vede dal primo trimestre del 2008 (fu un rimbalzo preceduto da tre trimestri e seguito da cinque trimestri di recessione), e in generale non è che ce ne siano stati tanti. Se prendiamo la serie storica destagionalizzata dal 1970, di tassi di crescita superiori allo 0.8% ne riscontriamo 55 sui 185 che è possibile calcolare, ma sono quasi tutti negli anni '70. Dal 1990 se ne contano solo 12, ovvero: la crescita trimestrale è stata superiore allo 0.8% nell'11% dei casi. E, lo ripeto: la maggior parte di questi anni, anche da quando è entrato l'euro, sono stati anni migliori di questo, se non altro per il contesto internazionale (e non mi riferisco a scemenze come la Brexit, ma al fatto che l'economia mondiale cresceva ben oltre il 3%).
Come abbiamo fatto a ridurci così lo sapete, e a chi non lo sapesse suggerisco il riassuntino che ho fatto in 1998 battute per il Tempo, dove trovate anche lo spassosissimo commento di quel malato di mente di Yanez: peraltro, si spara su un piede, perché siamo in deflazione e quindi il Pil nominale andrà peggio di quello reale. Ma di questo, e delle conseguenze per il debito, parleremo un'altra volta.
Ora devo andare a TgCom24, dove sarò in diretta alle 22.
Quello che vedete, in tutto il suo splendore, è il PIL italiano al tempo della crisi. I dati sono estratti dal database dell'ISTAT, e ho riportato tutte le informazioni relative alla query con la quale ho estratto i dati (così chi desidera può verificare).
I dati, espressi ai prezzi del 2010 (e non è che da allora i prezzi siano cambiati moltissimo), vengono forniti a cadenza trimestrale (colonna 2), la procedura di trimestralizzazione rispetta i volumi. Dato che il PIL è un flusso, il dato si aggrega temporalmente per somma, esattamente come qualsiasi flusso, quale il vostro stipendio. Ad esempio, se siete disoccupati guadagnate zero al mese, e quindi:
0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0=0
all'anno (e questo è un esempio facile). Se avete un lavoro con 1300 euro di netto e tredici mensilità guadagnate 16900 euro l'anno. Se il PIL italiano nell'inverno 2015 è stato di 385142 milioni e nella primavera 2015 di 386358 milioni, nel primo semestre 2015 è stato di 385142+386358 = 771500 milioni (i dati semestrali sono ricostruiti nella colonna 5), per cui se poi in estate è stato di 387101 milioni e in autunno di 387818 milioni, nell'anno 2015 è stato di:
385142+386358+387101+387818 = 1546419 milioni
ovvero 1546 miliardi, .
Se applicate la stessa logica all'anno precedente, vedrete che il dato annuale del 2014 è di 1536 miliardi (dovreste essere in grado di localizzarlo sulla tabella), e quindi il tasso di crescita nel 2015 è stato dello 0.6% (colonna 9) come qui previsto a tempo debito (notate peraltro che accanto a previsioni giuste ce ne erano anche di sbagliate: la vita è fatta così e magari un giorno ne parliamo).
Aggiungo, per completezza, che il dato annuale grezzo, per ragioni che ignoro, è stato rivisto al rialzo, come risulta sempre dal sito ISTAT:
e quindi il suo tasso di crescita risulta essere dello 0.760% (arrotondato a 0.8%) invece che dello 0.642%. Forse l'ISTAT usa una procedura di destagionalizzazione che non conserva i volumi? Forse il dato destagionalizzato non è ancora stato aggiornato? La questione, a dire il vero, non mi appassiona, e questo non perché le cifre coinvolte siano piccole. Sì, sono pochi decimi di punto decimale, ma, se ci fate caso, in soldoni sarebbero un paio di miliardi (che anche a dividerceli fra quanti siamo qui farebbero una bella cifra...).
Il punto è un altro. Come sa chi segue o studia queste cose, i dati statistici sono soggetti a diversi round di revisioni, e quindi prima che emerga un dato accettato come definitivo deve passare un po' di tempo. Non credo che siate mai stati fermati da due bravi dell'ISTAT i quali vi abbiano ingiunto di dir loro quanti soldi avevate in tasca, giusto? Questo significa che il dato del PIL non deriva da una rilevazione esaustiva, ma da una rilevazione campionaria, ed è quindi una stima, che a sua volta riposa su altre stime, che via via vengono confermate o smentite da rilevazioni successive. Anche il dato annuale, il più "stabile", si muove, quindi, nel tempo, e anche in assenza di variazioni importanti nei metodi di rilevazione (che pure regolarmente si verificano). A titolo di esempio, guardiamo come si è andato assestando il dato sulla crescita del 2012 consultando le solite statistiche del FMI, partendo da quelle di ottobre 2011 (prima che arrivasse Monti) per arrivare agli ultimi dati disponibili (quelli di aprile 2016):
Notate che i dati fino all'edizione 2012-10 del World Economic Outlook sono ovviamente previsioni, e l'ultima, quella di ottobre 2012, appunto, è tutto sommato abbastanza precisa. I dati dal 2013 in poi sono riportati come definitivi, ma, come vedete, anche l'ultima edizione, quella di aprile 2016 (quattro anni dopo) li rivede al ribasso.
Questo è uno dei tanti motivi per i quali non mi scaldo sui decimali. Vi ricordo anche che lo 0% che qui abbiamo azzeccato è un dato provvisorio. Può darsi che il dato definitivo ci dia ancora più ragione (entrando in territorio negativo) o ci smentisca, diventando da nullo positivo, e quindi uscendo dall'intervallo di confidenza della previsione che avevamo fatto con il nostro semplice modello.
Per questo, e per altri motivi, vorrei oggi essere faustiano: lass das Vergangene vergangen sein! (traduzione per diversamente non partenopei: scurdammoce o passato). Pensiamo al futuro, che è un equilibrato cocktail di tragedia e commedia.
La commedia ce l'ha messa il MEF con questa sua nota del 12 agosto, che non può non rinviarci a un altro grande classico. Il richiamo alla Brexit, che poi è qualcosa che ancora deve verificarsi, ed è stata decisa a grande sorpresa di tutti nella Penultima settimana del trimestre considerato (con zero probabilità di influire sul risultato delle dieci settimane precedenti) è un vero colpo di genio.
La tragedia ce la mette la nostra amica aritmetica: quella che abbiamo studiato a scuola, e quella del debito pubblico, che invece abbiamo studiato qui più di tre anni fa (consiglio ripasso ai nuovi e vecchi arrivati). Oggi non vorrei fare previsioni (mi piacerebbe prima darvi qualche strumento in più, almeno spiegarvi cosa sia una correlazione), ma semplicemente valutare la compatibilità delle previsioni governative con la realtà, per apprezzarne la coerenza interna.
Nel Documento di Economia e Finanza rinvenibile qui il ministro Padoan formulava il suo Programma di stabilità sulla base di una crescita del PIL pari all'1.2%. Il numero lo trovate in questa tabella a p. 37:
Ora, cominciamo con l'aritmetica delle elementari. Se il PIL crescesse dell'1.2% nell'anno in corso, vorrebbe dire (riferendoci ai dati della prima tabella, quelli destagionalizzati) che il suo valore totale sarebbe pari a:
1,546,419 x 1.012 = 1,564,976
Siccome nel primo semestre abbiamo avuto due trimestri pari a 388,807 (crescita zero fra il primo e il secondo trimestre), il dato del primo semestre è 777,614, e quindi per arrivare a 1,564,976 il PIL nel secondo trimestre dovrebbe essere pari a 1,564,976 - 777,614 = 787,362 milioni, con una crescita fra primo e secondo semestre dell'1.3% (per i precisini: 1.254%).
Ora: il PIL normalmente cresce: il dato destagionalizzato, che rimuove le fluttuazioni dovute a eventi ciclici quali la chiusura delle fabbriche in estate, se non subentra una recessione cresce ogni trimestre, e così fa quello semestrale. Dalla tabella che vi ho riportato vedete che una crescita dell'1.3% fra primo e secondo semestre dell'anno non si è mai verificata. Ci siamo andati vicini nel 2010, con un tasso di crescita dell'1.1%. Tuttavia, se consultiamo una serie storica semestrale un po' lunga, vediamo che mentre negli anni '70 una simile crescita fra primo e secondo semestre era abbastanza consueta (per forza! Con l'economia che cresceva a oltre il 3% l'anno, va da sé che la crescita da un semestre al successivo fosse intorno a 1.5 in media), nei 25 anni dal 1990 al 2015 una simile crescita fra primo e secondo semestre si è avuta solo nel 1994, 1997, 1999, 2000 e 2006: anni tutti, per diversi motivi, meno difficili di quello che stiamo attraversando. Per darvi un'idea, i rispettivi tassi di crescita mondiale furono: 3.3%, 4.1%, 3.6%, 4.8%, 5.5%, mentre per il 2016 ci aspetta, secondo il FMI, un 3.1%. Difficilmente credo che riusciremo a fare di più in circostanze in cui il mondo sta facendo di meno.
In generale, nei 54 semestri dal 1990 alla prima metà di quest'anno, il tasso di crescita reale ha superato 1.2% solo in 9 volte. Non è quindi un evento frequente.
Il dato semestrale, tuttavia, non viene utilizzato spesso: ci si riferisce o all'anno, o al trimestre. Tuttavia, non è difficile calcolare quale dovrebbe essere il tasso di crescita trimestrale medio nei due prossimi trimestri dell'anno compatibile con l'obiettivo di crescita annuale del governo. In particolare, per raggiungere un totale annuale di 1,564,976, compatibile con una crescita annuale dell'1.2%, il dato trimestrale dovrebbe nei prossimi due trimestri crescere a un tasso dello 0.8% a trimestre (per i precisini: 0.8334%). Vuol dire che il dato di questo trimestre dovrebbe essere pari a:
388807 x 1.008334 = 392047
e quello dell'ultimo trimestre a:
392047 x 1.008334 = 395314
e così il totale dell'anno farebbe 388,807 + 388,807 + 392,047 + 395,314 = 1,564,975
(nell'arrotondamento ci siamo persi un miliardo, ve lo restituirò presto in lire...).
Bene.
Vogliamo ridere o piangere?
Un tasso di crescita trimestrale dello 0.8% in Italia non si vede dal primo trimestre del 2008 (fu un rimbalzo preceduto da tre trimestri e seguito da cinque trimestri di recessione), e in generale non è che ce ne siano stati tanti. Se prendiamo la serie storica destagionalizzata dal 1970, di tassi di crescita superiori allo 0.8% ne riscontriamo 55 sui 185 che è possibile calcolare, ma sono quasi tutti negli anni '70. Dal 1990 se ne contano solo 12, ovvero: la crescita trimestrale è stata superiore allo 0.8% nell'11% dei casi. E, lo ripeto: la maggior parte di questi anni, anche da quando è entrato l'euro, sono stati anni migliori di questo, se non altro per il contesto internazionale (e non mi riferisco a scemenze come la Brexit, ma al fatto che l'economia mondiale cresceva ben oltre il 3%).
Come abbiamo fatto a ridurci così lo sapete, e a chi non lo sapesse suggerisco il riassuntino che ho fatto in 1998 battute per il Tempo, dove trovate anche lo spassosissimo commento di quel malato di mente di Yanez: peraltro, si spara su un piede, perché siamo in deflazione e quindi il Pil nominale andrà peggio di quello reale. Ma di questo, e delle conseguenze per il debito, parleremo un'altra volta.
Ora devo andare a TgCom24, dove sarò in diretta alle 22.
venerdì 20 maggio 2016
Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile
Premessa
Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:
"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."
che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:
"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".
Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l'euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell'indifferenza, se non nell'ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono...
Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: "La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio. Perché non c'è".
Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco di Francesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:
"The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground."
ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:
"Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministri cosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D'altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"
Ecco, vedete?
It must be war.
(...per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?...)
Che un cambio fisso (sopravvalutato, s'intende) equivalga a una guerra civile non è un'idea del guru Bagnai: è un'idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un'idea "keynesiana"). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l'ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell'economia, cioè l'esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l'inevitabile redde rationem.
E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui "l'euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo". Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).
Ma nessuna moneta (nemmeno l'euro) è solo una moneta: ogni moneta è un'istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: "la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l'euro] diventa strumento di lotta di classe" è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era "solo una moneta" (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta "è principalmente un'arma di questa lotta" (dell'uomo contro l'uomo).
E quindi, come dice Keynes:
"This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy."
cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:
"Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata".
Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi, quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell'euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.
Dell'euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola...
Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.
Gli insegnanti e l'euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del "sapere di sapere", che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio "sesomagnatitutto". Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l'odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l'artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).
Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l'appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna...
La chiudo qui.
Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l'euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l'avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l'euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.
Ma fascista è l'euro: "i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi" (Sorrentinus dixit).
L'euro è l'austerità (il taglio dei redditi), e l'austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente, nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).
Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più "scolarizzanti", si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l'euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.
Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l'ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un'occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l'ora esatta, significa scatenare l'inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.
Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?
È molto difficile non reagire con ostilità all'ostilità altrui, soprattutto se l'unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.
Una telefonata
Una ascoltatrice: "Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e soprattutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico, perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica... "
Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).
Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:
"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."
che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:
"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".
Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l'euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell'indifferenza, se non nell'ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono...
Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: "La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio. Perché non c'è".
Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco di Francesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:
"The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground."
ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:
"Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministri cosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D'altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"
Ecco, vedete?
It must be war.
(...per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?...)
Che un cambio fisso (sopravvalutato, s'intende) equivalga a una guerra civile non è un'idea del guru Bagnai: è un'idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un'idea "keynesiana"). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l'ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell'economia, cioè l'esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l'inevitabile redde rationem.
E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui "l'euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo". Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).
Ma nessuna moneta (nemmeno l'euro) è solo una moneta: ogni moneta è un'istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: "la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l'euro] diventa strumento di lotta di classe" è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era "solo una moneta" (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta "è principalmente un'arma di questa lotta" (dell'uomo contro l'uomo).
E quindi, come dice Keynes:
"This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy."
cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:
"Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata".
Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi, quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell'euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.
Dell'euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola...
Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.
Gli insegnanti e l'euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del "sapere di sapere", che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio "sesomagnatitutto". Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l'odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l'artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).
Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l'appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna...
La chiudo qui.
Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l'euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l'avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l'euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.
Ma fascista è l'euro: "i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi" (Sorrentinus dixit).
L'euro è l'austerità (il taglio dei redditi), e l'austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente, nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).
Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più "scolarizzanti", si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l'euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.
Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l'ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un'occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l'ora esatta, significa scatenare l'inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.
Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?
È molto difficile non reagire con ostilità all'ostilità altrui, soprattutto se l'unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.
Una telefonata
Una ascoltatrice: "Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e soprattutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico, perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica... "
Norma Rangeri: "Be’, nel liceo classico ci sono ancora i ragazzi con cui l’insegnante parla..."
Una ascoltatrice: "Allora,
noi parliamo con i ragazzi, però intanto le dico che ce li tolgono
sempre di più, proprio fisicamente, nel senso che io per esempio ho una
terza quest’anno che ha iniziato questa alternanza e l’ho vista..."
Norma Rangeri: "Però non possiamo prolungare troppo la telefonata perché ce ne sono altre."
Una ascoltatrice: "No,
va bene, io volevo sottolineare questo e comunque avvisare che c’è una
campagna referendaria, stiamo raccogliendo le firme contro la buona scuola."
Norma Rangeri: "Ssssì, certo, grazie."
Era il 18 maggio, stavo tornando dall'aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.
Qui si apre un caso di coscienza.
Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.
L'aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall'accresciuta mobilità del capitale (che l'euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira a una polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l'eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.
Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.
Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l'insegnante ascoltatrice, perché è l'unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.
Ecco: questo la persona che parla l'ha capito. Non è vero che non c'è un disegno: il disegno c'è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.
Certo, voi a questo punto mi chiederete: "Ma questa persona ha capito che la "buona scuola" è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall'euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana - che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) - se dici "euro", ti risponde "Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"?
Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:
Ne evidenzio solo due, quelli dispari.
Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l'assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.
Il terzo mi sembra anch'esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro". La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.
La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.
Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L'antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!
Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l'anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all'esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all'università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l'avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!
E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l'alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all'insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l'impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l'insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.
Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).
Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.
E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel "meccanico" ma molto meno nell'"intellettuale"), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La "buona scuola" è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l'altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.
Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.
Era il 18 maggio, stavo tornando dall'aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.
Qui si apre un caso di coscienza.
Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.
L'aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall'accresciuta mobilità del capitale (che l'euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira a una polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l'eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.
Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.
Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l'insegnante ascoltatrice, perché è l'unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.
Ecco: questo la persona che parla l'ha capito. Non è vero che non c'è un disegno: il disegno c'è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.
Certo, voi a questo punto mi chiederete: "Ma questa persona ha capito che la "buona scuola" è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall'euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana - che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) - se dici "euro", ti risponde "Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"?
Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:
Ne evidenzio solo due, quelli dispari.
Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l'assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.
Il terzo mi sembra anch'esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro". La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.
La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.
Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L'antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!
Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l'anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all'esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all'università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l'avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!
E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l'alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all'insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l'impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l'insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.
Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).
Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.
E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel "meccanico" ma molto meno nell'"intellettuale"), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La "buona scuola" è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l'altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.
Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.
Approfittiamone.
Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).
lunedì 18 aprile 2016
Some unpleasant democratic arithmetic
Il 31% di 100 è il 57% del 54% (31/54=0.57), cioè dell'affluenza alle ultime regionali, come fa notare Claudio Borghi (e chissà se resterà tale alle prossime...).
Vero è che non tutto quel 31% avrà votato sì, cioè no a Renzi e alla sua disastrosa politica economica (le trivelle anche sti cazzi, soprattutto perché se salta una banca grossa l'acqua di mare sarà l'ultimo dei problemi).
Ma è anche vero che dopo le regionali c'è il referendum sulla riforma costituzionale. E il referendum confermativo di una proposta di revisione della Costituzione, cioè il referendum ex art. 138 Cost., non prevede quorum.
Ai tanti qualcosisti suggerisco di organizzare e animare dei comitati per il no.
Good night and good luck!
domenica 17 aprile 2016
Rostos
(...pensa che a Nat gli erano rimaste impresse le tentazzzioni di S. Antonio di quello del trapano [Bosch, cit. Daniela Ranieri] e a me, invece, gli apostoli di Zurbaran. Gli è che le cattocomuniste son represse, e noi keynesiani, invece, siamo aristocraticamente dalla parte del popolo - che poi è sempre meglio di essere proletariamente dalla parte della finanza. Io domani vado alla Sé, e voi votate sì. Il voto, lo sapete, non serve a nulla. Ma un segnale lo dà. Al cazzaro che ci ha venduti e che sta facilitando l'esproprio dei nostri risparmi sarà utile far capire che abbiamo capito e che non gradiamo. Non potrà continuare per sempre a svolgere un ruolo politico senza l'investitura di un voto. Fategli capire che aria tira. Grazie...)
mercoledì 13 aprile 2016
Infelice Atlante (il canto del cappone)
"Infelice Atlante! Un mondo, l'intero mondo del dolore devo portare. Sopporto l'insopportabile, e il cuore mi scoppierà in petto."
Così Schubert, nel suo Schwanengesang, il canto del cigno. Simbolicamente, anche quello che rischia di essere il canto del cigno di un ben altro artista, Pier Carlo Padoan, nasce all'insegna di Atlante. Il fondo Atlante, quello del quale avrete sentito parlare e che mi accingo a commentare a Prima Serata su Mediaset TgCom 24 (alle 21:30, dopo una meritata doccia).
Preferirei farvi l'analisi dell'Atlas di Schubert. Ma mi tocca farvi una rapida analisi del fondo Atlante, frutto di conversazione con membri del comitato scientifico di a/simmetrie (le opinioni espresse sono comunque mie) e con Charlie Brown, che ringrazio particolarmente.
Il Fondo Atlante
è una operazione impostata in fretta e furia per puntellare il sistema a fonte
del rifiuto dei mercati di sostenere le banche italiane più o meno decotte/deficitarie
di capitale. Di fatto sposta perdite in conto capitale da una parte all'altra
del sistema finanziario, con l'unico scopo di far sopravvivere il sistema in
attesa della "ripresa". Una "ripresa" che non arriverà
finché siamo nell'euro, come ci siamo detti mille volte. Ma è anche un intervento
marginale e quindi insufficiente. A livello sistemico le perdite
inespresse a bilancio sono di qualche decina di miliardi, come
ammette Repubblica. Va infatti capito che il problema non sono le sofferenze
di per sé, cioè il fatto che una banca possa trovarsi a che fare con cattivi
pagatori (cosa tanto più probabile quanto più l’economia è in crisi), ma il
fatto che esse siano correttamente appostate in bilancio (cioè siano
correttamente svalutate: insomma, se si sa che la banca dei 100 che ha prestato
ne riceverà 40, l’importante è che il bilancio sia in equilibrio dopo che all’attivo
è stato scritto 40 al posto di 100). Se e in quanto non lo siano, il sistema
bancario diventa una bomba a orologeria.
Per di più, l’operazione
nasce in una logica emergenziale: il fondo pare sia di 5 miliardi di cui la
gran parte "prenotati" per i 2 aumenti veneti ed il restante per MPS.
Cosa resta per sostenere il sistema?
Il punto ancora
più grave è che le sofferenze sono in realtà sopravvalutate nei bilanci di buona
parte delle banche. Le svalutazioni effettuate da Bankit nel caso Etruria sono
rivelatrici (c'è chi sostiene che abiano accettato un 17% per paura di trovare qualcosa di peggio dopo una accurata due diligence), e forse potrebbe interessarvi questa semplice
simulazione.
Collocare le
sofferenze al valore giusto vorrebbe dire per le banche erodere il capitale,
con effetti a catena devastanti. Per questo, probabilmente, i crediti
verrebbero acquistati ad un valore superiore a quello veramente
"equo". Quello " veramente equo" riflette le condizioni
dell'economia reale ( attorno al 30%, pare) mentre quello "equo a
bilancio" è messo a bilancio dalle banche in gran parte non usando il
concetto forward looking di cui all'IFRS9. La logica applicata è
quella di aspettare l’autopsia per diagnosticare il cancro, e fino a quel
momento si presume che sia una
polmonite curabile.
Vi sono poi altri
punti da considerare.
1. più la cosa si
gestisce "privatisticamente in emergenza" più, per l’effetto panico, il
valore di realizzo scende anche sotto il valore "veramente equo",
aprendo spazi per l'intervento di fondi avvoltoio che pasteggiano sui resti del
cadavere. Ecco i vari Quaestio, Apollo, ecc. all'opera, all'interno di
quel "pacchetto professionale" che è l'operazione Atlante, ma
anche, sicuramente nei piani, ed in modo molto più massiccio, dopo.
2. Tanto per
capirci, la logica emergenziale è quella che ha spinto il governo ad accettare
la risoluzione delle quattro banche famigerate prezzando le loro sofferenze a
un valore del 17%, decisamente inferiore a tutte le precedenti valutazioni,
causando alcuni danni collaterali quali la morte di una persona e la perdita di
35 miliardi di capitalizzazione del comparto bancario fra gennaio e metà
febbraio (quando i problemi hanno lambito Deutsche Bank, e dall’Europa è
arrivato il “contrordine compagni” – non si sa bene come: forse un’ELA a
Deutsche Bank per
riacquistarsi un po’ delle sue deiezioni?).
3. La cosa oltre a
essere indegna è molto pericolosa perché se il mercato vede che il
"salvataggio" non basta allora aggredisce le “big” (tra cui
Unicredit). Ed il filo porta dritto a Berlino e Parigi.
4. gli aiuti di
stato impliciti nell'acquisto delle sofferenze a prezzi comunque sopra il
"vero valore equo" forse non sfuggiranno. Renzi sta vendendo il
benestare prima di averlo o avuto, esattamente come fu fatto per l'aumento del
Banco Popolare. Negoziare con Bruxelles in una situazione di emergenza
vita o morte vuol dire esser sempre più condizionati Quello che servirebbe
sarebbe una garanzia pubblica senza tante storie (anzi, per MPS e BpopVi e
Veneto e Etruria e le altre morte che camminano una nazionalizzazione secondo
me): come
ho detto al GR stamattina.
Il Financial
Times indica in 56 miliardi le "sofferenze" lorde da gestire:
sofferenze che dovrebbero valere solo 15 miliardi (30%). Ma le
“sofferenze” son sottovalutate: moltissimi “incagli” e “ristrutturati” sono in
realtà sofferenze. Ovviamente la City vuole una “narrativa” che “calmi le
acque” e permetta di fare business sul sistema finanziario italiano
(spogliandolo di valore).
Insomma: siamo vicini
al commissariamento previsto a Natale, più lo spolpamento (i profitti dei
vulture funds sono risorse sottratte all’economia ed al credito nazionale).
Ci sarebbero
altre considerazioni da aggiungere su questa Europa che fa due pesi e due
misure (quando hanno dovuto salvare la banche del Nord Europa che erano
impestate di prodotti speculativi hanno impegnato fino a 6000 miliardi di
garanzie pubbliche, di cui effettivamente spesi 1500, di cui circa 260 in
Germania, per nazionalizzare, fra l’altro, fior di banche), e su queste
autorità di “supervisione” che in realtà svolgono un ruolo destabilizzante
attraverso normative come quella sul bail-in, che noi applichiamo da bravi
soldatini, mentre il resto dell’Europa si netta le terga con Trattati in vigore
da 20 anni, come quello di Schengen. Di una cosa in vigore da due mesi e della
quale si vede che non funzione e che ce l’hanno imposta per fotterci forse
potremmo serenamente fare a meno, no? O anche, se la gentile signora Vestager
dovesse ritenere che la tutela costituzionale del risparmio è aiuto di Stato,
magari un governo interessato alle sorti del paese potrebbe dirle: “Cara,
grazie per la sua opinione. Noi intanto facciamo come ci pare, così evitiamo di
bruciare in borsa 35 miliardi che lei certo non ci ridarà – e l’Europa nemmeno.
Poi, se lei non è d’accordo, ci faccia causa alla Corte di Giustizia dell’Unione
Europea. Se perderemo decideremo se pagare o anche no. Stia bene”.
Ecco: questo, se
Renzi si decidesse a cantarlo, non sarebbe il canto del cigno. Ma anche quello
che sta cantando, più che il canto del cigno, duole dirlo, sembra il canto del cappone.
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