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domenica 9 dicembre 2018

QED 89: Macron, un anno dopo...

"Seminate odio!"

Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!

Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.

Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).

Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!

Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.

Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".

Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...

In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).

Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.

Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.

Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):



Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.

(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).

(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)

Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?

Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).

Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.

Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).

Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).

E come?

Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!

Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:

(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.

Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...

Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:


Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!

Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).

Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).

Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!

Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!

Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).

Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.

Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...

Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).

Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!


(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)

sabato 13 gennaio 2018

La Grecia non esiste (QED 87).

(...voi vi lamentate del fatto che scrivo in Leuropeo, cioè nella lingua dell'unico paese che nel frattempo ha lasciato Leuropa, come da me vaticinato il 7 dicembre 2013 - qualcuno lo ricorderà... E fate male, malissimo! Bisogna scrivere in Leuropeo, perché occorre che anche altri sappiano a quale livello di orrore si sta spingendo il cosiddetto progetto leuropeo. Macron che elogia la Domus Aurea "testimonianza del genio europeo" non è un gaffeur che sproloquia per ingenuità. No. Non lo è. Tutt'altro: è un astuto comunicatore che sta seguendo una ben precisa agenda politica. Quale? Questa...)



Caro professore, mi chiamo Nessuno, e non sono niente.

Ci siamo conosciuti brevemente a Montesilvano quest'anno. Le ho raccontato di come il blog ed il suo libro abbiano cambiato la mia vita e contribuito a squarciare il velo di Maya.

E' la prima volta che le scrivo e prometto di astenermi dal farlo ancora (giurin giurello).

Non voglio discettare di economia, numeri e grafici, non ne sono in grado. Lo faccio per condividere con lei quanto accadutomi ieri sera in pizzeria.

Ero a tavola con amici della mia compagna, persone che conosco poco. Il tizio accanto a me attacca bottone. Mi racconta che lui vive e lavora ad Atene per conto della Commissione Europea. Il suo gruppo di lavoro si occupa di affiancare il governo greco nell'applicazione dell'agenda della Troika (stia tranquillo prof, non le scrivo per riportarle le “ragioni” economiche che mi sono dovuto sorbire, sono sempre le stesse e lei le conosce molto meglio di me).

L'esigenza nasce dallo sgomento che mi ha colto nello scoprire che l'operazione in corso è molto più sofisticata e ideologicamente complessa della sola narrazione politico-economica. Piccolo excursus: sono molto legato alla Grecia, la ritengo la mia seconda casa. La conosco discretamente e, appena posso, ci torno spesso a trovare un po' di amici. A casa sono cresciuto respirando epos ed ellenismo e ho fatto studi classici.

Ma torniamo in tema.

La sostanza del discorso proferitomi è che i greci non hanno diritto di lamentarsi, anzi!Devono ringraziare l'occidente (concetto che detesto, ma relata refero) per il solo fatto di esistere. La Grecia, la nazione greca, sarebbe infatti una finzione geo-politica, creata ad arte nel 1800 da Francia e Inghilterra per favorire l'implosione dell'impero ottomano. “La Grecia era l'Israele dell' 800”. [cit.] Il mio zelante vicino di posto non sosteneva che Francia e Inghilterra si fossero limitate ad appoggiare le rivolte greche in funzione anti-ottomana, sosteneva che il popolo greco non esiste. Che i greci siano soltanto ottomani di religione ortodossa! Che la moderna lingua greca sia stata forgiata ad hoc per dar loro un senso di comunità. Che la Grecia fu creata come Stato cuscinetto per arginare l'espansione musulmana. Un avamposto militare riempito di gente a caso accomunata soltanto dalla medesima religione: ”esattamente come lo Stato d'Israele” (addendum – per esigenze di brevità e coerenza espositiva ometto volutamente di entrare nel merito di cosa sia o non sia lo Stato d'Israele).

Ho provato a riportare sulla terra il mio pervicace commensale partendo dalla lineare B di epoca micenea, passando per le guerre persiane, l'ellenismo e l'impero bizantino, fino ad arrivare alla guerra greco-turca ed alle deportazioni di massa dei greci dall'Anatolia, ad inizio '900. Gnente.

Per lui le mie argomentazioni erano sofismi perché, data la storia del mediterraneo e la mobilità delle popolazioni che lo hanno abitato e navigato per millenni, sarebbe impossibile individuare i momenti di partenza della storia dei popoli e delle nazioni.

Gli ho concesso, sulla scorta di “Omero nel Baltico” (libro meraviglioso), che i “biondi achei” dell'Iliade potrebbero sì avere origine dalle popolazioni scandinave che discesero Vistola e Danubio in epoca antichissima (ipotesi da prendere comunque cum grano salis), ma che poi da quel momento i greci sono sempre stati lì. Gnente. I greci non esistono, sono un artifizio.

Alla fine, sconfortato e provato dallo sforzo per mantenermi su toni civili, ho abbozzato (come dite a Roma) e lasciato perdere.

Ma ho imparato qualcosa.

La narrazione del potere sta tentando un balzo qualitativo degno di nota. Non si tratta più di esautorare lo Stato-Nazione raccontando la favoletta dei greci pigri, improduttivi, corrotti e spreconi. Qui si tratta di provare a cancellare tre millenni di storia con la retorica dell'ipse dixit degli “esperti”. I signori de quo (nonché le loro giovani e zelanti nuove leve come il mio interlocutore) non sono soltanto strozzini e mistificatori di dati, sono molto peggio. Manipolatori di storia, geografia, antropologia, filologia et similia.

Le riflessioni connesse ad un ragionamento (?) del genere sono abbastanza obbligate. Negando le origini di un popolo, la sua storia, le sue tradizioni, la sua omogeneità etnico-linguistica (al netto dei dialetti), si nega l'esistenza del popolo stesso. E si sa, laddove non c'è popolo, laddove non c'è dèmos, non può esserci democrazia. Ma solo dispotismo e barbarie.

In conclusione mi chiedo, se è possibile manipolare la storia greca, una delle più antiche d'Europa, con tanta impune facilità, quanto sarà agevole farlo con la storia di nazioni molto più giovani ed eterogenee come l'Italia?

Serve vigilare anche su questo perché, come lei insegna, i prossimi siamo noi.

Augurandomi di non averla tediata oltremodo, la ringrazio per l'attenzione e per il tempo dedicatomi, la saluto e le auguro buon lavoro.

P.S. Qualora ritenesse interessante pubblicare questa mia, le chiedo cortesemente di mantenere il mio anonimato.




(...a seconda dei punti di vista, mantenere l'anonimato di Nessuno può essere immediato, o impossibile. Tuttavia, a noi qui non serve un esperto di logica formale. Quello che ci occorre è riflettere a quali culmini di abiezione è stato portato il concetto di "dissolvere le nazionalità" in una "identità europea" per combattere "le guerre e i nazionalismi". In poche parole, questi qui si stanno avviando, coscientemente, a compiere un genocidio culturale su vasta scala, per ripulirsi la coscienza da un disastro causato semplicemente per nascondere il letamaio delle loro banche sotto lo zerbino. Il simpatico funzionario di cui ci parla Nessuno, o, a un livello infinitamente superiore, Macron, si muovono lungo questa stessa logica, quella del genocidio. Ora, di fronte a giornalisti che continuamente ci trattano da Untermenschen, per distruggere il nostro orgoglio nazionale (quella cosa che, come diceva Rorty, è per un paese ciò che il rispetto di sé è per gli individui - santo subito Massimo D'Antoni, un uomo che alcuni di voi non sanno capire: è un po' papalino, ma è tanto una brava persona!), di fronte a questo attacco massiccio e indiscriminato alla nostra identità, sarebbe certo errato reagire esaltando in modo acritico l'italianità. Tuttavia, se un giusto mezzo non si può avere, allora vi confesso che fra i due errori preferisco il secondo. Perché, sinceramente, a me l'idea che quattro scribacchini residenti da una mera espressione geografica come il Belgio e provenienti da qualche paese diversamente iscritto negli annali della storia e della cultura mondiale venga a dire a noi cosa dobbiamo fare, sinceramente non va molto giù. Ed ho una buona, anzi, ottima notizia per voi: non sono più solo. Esistono altri italiani che scrivono in italiano, e quindi pensano da italiani che l'Italia non sia uno shithole. Naturalmente, a loro non verranno mai conferiti simili prestigiosi incarichi. Ma di questo parleremo un'altra volta. Vi esorto a tenere alta l'attenzione e a non reagire alle provocazioni. Nervi saldi, e tanta pazienza. L'Italia non si è desta, ma è uscita dalla fase REM...)

venerdì 28 luglio 2017

Il mercato (a senso) unico, ovvero la journée des QED: 78, 79, 80.

Senza ombra di dubbio questo venerdì 28 luglio passerà alla storia come una delle giornate più tristi della nostra storia recente, e, quindi, anche del nostro blog. Veder arrivare la catastrofe, cercare, con tutti i propri (deboli) mezzi di rendere consapevoli i miei concittadini del rischio che il paese correva, mi ha riservato nel tempo amare soddisfazioni intellettuali (i QED dei quali è punteggiato il blog: e oggi sono, come vedremo, almeno tre), ma rischia anche di schiacciarmi sotto l'opprimente consapevolezza della mia, della nostra, impotenza. Il mood, insomma, è questo:


e vista retrospettivamente la storia non poteva che finire così. Quante volte vi ho parlato della sensazione inquietante, tetra, che provavo rientrando (in rare circostanze: convegni, firme da mettere in banca...) nella mia vecchia facoltà? Lì una volta era tutto marxismo, o almeno keynesismo. Il dipartimento di Caffè, sapete, quello con la "c" maiuscola, che io conobbi all'esame di Politica Economica, ma col quale non ho avuto la fortuna di studiare. Ecco: ma sarebbe stata una fortuna? Tutti i suoi allievi, senza nessuna eccezione nota, sono invasati dall'euro, il body snatcher, il baccellone che ha infettato la nostra comunità, e questo nonostante il fatto che, come sappiamo grazie a Quarantotto e ai suoi preparatissimi lettori, Caffè fosse lievemente scettico (diciamo così) rispetto al progetto "europeo". Vi ho descritto la mia ansia, il mio orrore nel vedermi venire incontro queste persone, le cui sembianze esteriori, al netto dell'urto del tempo, erano immutate, che potevo riconoscere e chiamare per nome, e che mi riconoscevano e rispondevano al mio saluto, e nel constatare che dentro di loro allignava un'altra forma di vita: letteralmente non erano più loro, la loro personalità, le loro facoltà intellettuali, erano totalmente annichilite dal virus mortale del cosiddetto "europeismo".

Io mi sono salvato forse perché allievo di un docente molto meno noto, molto meno "vocal" nel dibattito politico, ma molto più votato all'analisi dei dati. Mi venne riferito, a suo tempo, un simpatico contenzioso fra lui e il Maestro Caffè sull'opportunità di far arrivare un cavo coassiale (o simile dispositivo) dal centro di calcolo del primo piano all'empireo degli economisti al sesto piano. A quei tempi l'econometria, o chi la insegnava lì, veniva percepita come "de destra". Forse in base a questo motivo, mi si dice che il Maestro non voleva che i dati arrivassero al sesto piano. Questo non toglie nulla alla bontà delle sue argomentazioni, ma dovrebbe farvi capire la mia insofferenza verso i "santini" laici di ogni schieramento (dalla A di Altiero in giù): ogni persona porta in sé un pezzo di verità, e un pezzo di menzogna, e nessuno di noi vede alcuna altra persona nella sua interezza.

Questo, metodologicamente, conviene ricordarselo sempre...

Scusate se parto da qui, e da questi ricordi (magari un po' scomodi per qualcuno di voi). Mi servono per anticiparvi la conclusione di questo post: quanto è successo fra ieri e oggi non cambierà assolutamente niente. Nemmeno la SStoria può esorcizzare gli ultracorpi europeisti prendendo a schiaffoni, come ha fatto ieri, le povere salme che li ospitano. Chi è diventato un pezzo del problema non potrà diventare un pezzo della soluzione: l'europeismo è una malattia irreversibile. Non se ne guarisce, e non c'è vaccino (e se ci fosse non lo renderebbero certo obbligatorio). Per rendersene conto, basta sintetizzare quanto sta succedendo: le stesse persone che hanno teorizzato l'oppportunità di legare le nostre mani con l'euro (secondo la nota metafora di Giavazzi e Pagano), ora che ce le abbiamo legate ben strette dietro la schiena si stupiscono perché chiunque passa ci prende a schiaffi e sputi in faccia (guardate ad esempio il ministro Calenda che parla di dignità e orgoglio nazionale). Ma dico: avete voluto voi metterci in condizioni di subalternità, invocando cessioni di sovranità come unica soluzione politica alla crisi (there is no alternative), e ora che questa sovranità, totalmente ceduta in campo economico, non riusciamo ad applicarla, per difendere i nostri interessi, ve ne stupite?

Ecco: la situazione è chiara, ed è quella prefigurata qui da tempo. Le élite periferiche, come chiarisce tanto bene Featherstone e come ho dettagliato nei miei due libri, volevano l'euro per risolvere il conflitto distributivo a proprio vantaggio, cioè per schiacciare i salari (sappiamo che integrazione monetaria e disintegrazione dei sindacati sono andata avanti pari passu, sappiamo la logica economica che unisce questi due eventi, e sappiamo la logica politica di breve periodo che ha portato la sinistra a benedire questi sviluppi). Nella prima fase dell'euro ha quindi nettamente prevalso la dimensione economica, il tema della distribuzione funzionale del reddito: era capitale contro lavoro, e una cosa che aiuta il capitale a muoversi più agevolmente sul campo di battaglia ovviamente danneggia il lavoro. Ma ora siamo nella fase due, nella quale in tutta evidenza prende il sopravvento il tema del controllo internazionale delle risorse: diventa (anche) Francia contro Italia. Le nostre élite (gente come Calenda, per capirci) si vedono sottrarre le loro fonti di profitto e stanno per accorgersi che l'euro serve anche a schiacciare i loro redditi. Quando decidi di comportarti da élite, per la quale il popolo è un ostacolo, anziché da governante, per il quale il popolo è una risorsa, devi essere consapevole che da qualche parte, nel mondo, c'è sempre qualcuno che è più élite di te.

Smarrite, terrorizzate, wandering confused:


le nostre élite, che, ci tengo a precisare, noi non ci meritiamo e che largamente non abbiamo scelto (come è sufficientemente evidente a tutti), si rivolgono a quel popolo che, ormai, non può più aiutarle, perché sfibrato, reso esangue, dalle politiche omicide che le sullodate élite hanno condotto contro di lui (e quando parlo di popolo non parlo solo di tute blu: parlo anche di imprenditori, di professionisti, di artigiani, di dipendenti pubblici, ecc.).

Ridiventa così di moda l'interesse nazionale, non più demonizzato come "nazionalismo che causa le guerre" (certo, anche le cellule causano i tumori, ma questo non è un buon motivo per distruggerle suicidandosi...), ma valutato positivamente, ora che i nostri fratelli europei lo hanno sdoganato prendendoci a calci nel sedere...

Capitano quindi cose un po' paradossali, come quella su cui ironizzava l'ottimo @stat_wald:


Eh, già...

Perché i giornali di oggi riprendono tutti la chiave di lettura fornita dalla mia intervista di ieri al GR. Quanto ai giornali, vi consiglio, anziché andare in edicola a finanziare la loro poraccitudine, la rassegna stampa dell'ottimo Giuse, e quanto all'intervista, che gli amici della stampa evidentemente hanno sentito, vi fornisco il podcast (al minuto 2:50), e anche, a futura memoria, la trascrizione fatta da uno di voi, che ringrazio:


[...inizio trascrizione...]
GR3 - ...dietro la battaglia per il controllo dei cantieri navali francesi si nascondono gli enormi interessi economici legati anche alle commesse militari. Decine di miliardi di euro come il maxi contratto che si è aggiudicato Fincantieri lo scorso anno per la creazione dal nulla dell'intera marina per il Qatar. Ne parliamo con l'economista Alberto Bagnai.
Bagnai - Abbiamo visto la Francia e la Germania venire in Italia ad acquisire aziende, ma quando imprese italiane si rivolgono all'estero incontrano delle opposizioni. Questo ci fa capire che l'interesse nazionale esiste, significa avere il controllo di attività strategiche, significa proteggere i livelli occupazionali e la seconda cosa è che l'interesse nazionale si difende al livello nazionale. Noi stiamo parlando di governo italiano e governo francese, l'Europa dov'è in tutto questo?

GR3 - Perchè agli occhi della Francia i coreani sarebbero meglio degli italiani?
Bagnai -Probabilmente perchè sono più distanti e in questo momento la Francia sta facendo una politica neocoloniale, il caso della Libia ne è un esempio, a fronte di questo l'Italia è un avversario diretto, per cui io credo che anche a parità di validità economica dell'offerta ci sia un interesse politico del governo francese a, per così dire, mettere sotto l'Italia in queste circostanze.

GR3 - L'Italia è solo debole o ha anche sbagliato qualcosa?
Bagnai - Credo che una parte dell'errore sia stato quello di non voler riconoscere l'interesse nazionale come categoria degna di essere tutelata. Questo fa parte di una adesione al progetto europeo che gli italiani hanno dato, rispettandone anche le regole più degli altri: però dobbiamo renderci conto che alcuni dei nostri partners sono sleali.
[...fine trascrizione...]


Ormai la storia ha accelerato talmente tanto che i QED, e i risposizionamenti del mainstream, sono fulminei, a meno di 24 ore. Nell'elencarvi i tre QED di lungo corso, cui accenno nel titolo, vorrei riportarvi due frasi che si sono perse negli inevitabili tagli editoriali. Nota: non sto dicendo "tagli censura noi siamo laggente i poteri forti ci temono1!11!1111!". Tutt'altro. Le due frasi che mi piace consegnarvi, perché sono sufficientemente icastiche e organicamente legate ai QED, avevano una connotazione polemica che, in quel contesto, avrebbe reso meno efficace il mio messaggio, allungandolo e privandomi della veste di "tecnico imparziale": una figura che noi sappiamo essere chimerica, ma che, forse proprio per questo, è elemento strutturale del racconto fattoci dai media. Con l'occasione quindi ringrazio come sempre Anna Trebbi, che con Americo Mancini è una dei due giornalisti del Gr1 che mi contattano, e che fanno un ottimo lavoro.

 (...nota: vi giro anche i complimenti che mi fanno perché io "parlo a blocchi", rendendo facile il loro lavoro. Il fatto è che siccome sono un musicista musicale, le mie frasi hanno direzione - il fraseggio è un mio strumento di lavoro - e quindi diventa facile "editarle" senza che i necessari tagli redazionali siano apparenti. Farete caso che certe altre interviste, anche di persone "mainstream", sembrano il vestito di Arlecchino. Sono ovviamente tagliate anche loro - per cui non c'entra assolutamente nulla l'ideologia - e spesso si sente - per colpa di chi parla senza capo né coda, non solo dal punto di vista logico ma anche dal punto di vista prosodico...)

La prima fase era nella prima risposta, ed è questa: "abbiamo capito che il mercato unico è in realtà un mercato a senso unico. Noi abbiamo ceduto a capitalisti esteri molte nostre aziende, ma appena ci affacciamo sui mercati esteri incontriamo forti opposizioni". Eh già, è proprio così, e questa non è una novità, ma anzi il primo dei tre QED, il QED78, che ci rinvia a un post vecchio di quattro anni, e che meriterebbe di essere aggiornato, se il farlo non fosse troppo doloroso: Smoke sales. Il titolo alludeva a quegli economisti venditori di fumo che in un estremo tentativo di difendere l'euro "da sinistra" (per evitare di ammettere di aver difeso un sistema contrario agli interessi dei lavoratori) argomentavano che "in caso di uscita" la svalutazione avrebbe reso il prezzo delle nostre aziende più allettante per i capitalisti esteri, che ne avrebbero fatto incetta.

Vale qui il:

Teorema fondamentale dell'uscita dall'euro: tutto quello che un economista dilettante o ideologicamente condizionato dice che accadrebbe in caso di uscita dall'euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà difendendo l'euro.

Lo dimostra quanto è accaduto fra ieri e oggi, ovvero, prima l'affronto su STX, e poi, a ruota, l'autorevole risposta del governo italiano:


sarcasticamente annunciata da un ottimo Guido Crosetto. Il QED78 altro non è che un corollario di questo teorema: mentre la spoliazione delle nostre aziende continua (ultima Telecom Italia, una realtà non trascurabile!), noi troviamo continui ostacoli all'estero, e anche questa non è una novità. Simone Previti ci ricordò, quattro anni fa, la vicenda di Enel e Suez (la relativa pagina di Wikipedia andrà evidentemente aggiornata).

Il primo QED quindi va a dimostrare un dato di fatto economico che da sempre abbiamo portato all'attenzione: ciò che rende aggredibili le aziende non è il loro "prezzo" tout court, eventualmente scontato dalla mitica svalutazzzzzzione (altrimenti quando l'euro si è svalutato del 30% rispetto al dollaro fra il 2014 e il 2015 tutte le aziende italiane sarebbero dovute passare in mano americana!), ma i rapporti di forza fra paesi, un pezzo dei quali è dato dalla prosperità economica. Se tralasciamo il caso di queste vicende fra colossi economici, e ci soffermiamo sull'immensa ricchezza costituita dai marchi del Made in Italy nella fascia delle piccole e medie imprese di ogni settore, vediamo che quanto spinge i proprietari a vendere obtorto collo è il fatto che a causa dell'euro i loro fatturati e i loro margini si sono compressi, per cui l'arrivo del fondo del Qatar o cinese che ti propone di rilevare l'azienda viene visto come la fine di un'agonia. Inutile dire che così occupazione e know how vanno dispersi e distrutti. Ma il punto è semplice: se una moneta sopravvalutata soffoca la crescita dei redditi, come affermano e dimostrano economisti certo meno autorevoli (!) di certi nostri Soloni nostrani, chi questi redditi li percepisce come profitti alla fine è tentato di vendere tutto e andarsene.

La seconda frase era nella terza risposta, che continuava così: "...dobbiamo renderci conto che alcuni dei nostri partners sono sleali, e concepiscono l'Europa non come una Unione, ma come un'autostrada per i loro interessi". Anche questo è sostanzialmente un QED, il QED79, di un altro post, quello sulle Sinistre Subalterne (le SS che stanno facendo strage dei nostri resistenti: imprenditori e lavoratori). Vi parlavo, guarda caso, del calendismo, la strana ideologia della sinistra di governo che vuole cambiare le regole rispettandole, ignorando il più ovvio principio negoziale, consegnato all'eternità dalla saggezza popolare: chi si fa pecora il lupo se lo mangia. Inutile che Calenda piagnucoli oggi di orgoglio e dignità nazionale. Non è credibile perché lui per primo ha calpestato questo orgoglio e irrimediabilmente vulnerato la nostra dignità affermando che il nostro paese dovesse rispettare regole irrazionali per meritare l'altrui fiducia. In questo modo, senza rendersene conto, ha dato dei cialtroni a 60 milioni di suoi concittadini, trattandoli come tarati che sono costretti perennemente a dimostrare, a costo di immani e soprattutto irrazionali sacrifici (i salvataggi che non ci salvano), di avere pari dignità. Ma se i nostri stessi governanti ci dicono che dobbiamo punire noi stessi per dimostrare di averla, questa pari dignità, ciò indica chiaramente che i primi a non crederci, in questa pari dignità, sono loro (o comunque indica che stanno continuando il loro giochetto di usare un ricatto morale insensato per portare avanti politiche classiste).

Ora, qualcuno dei nostri gazzettieri sta parlando di questo? Qualcuno vi ha detto che Politico.eu, organo dell'ortodossia eurista, parla apertamente di Germania disonesta, cosa che qui facciano, argomentando molto meglio, da anni?

Perché quello che i nostri Calenda non sanno, o non vogliono sapere, è che la violazione da parte della Germania della regole del 3%, ben prima dell'Italia, è stata una colossale violazione delle regole sulla concorrenza, un colossale sussidio dato all'industria tedesca sotto forma di spesa pubblica sociale, che ha consentito a questa industria di abbattere il costo del lavoro fottendo tutti i partner europei (Francia inclusa). Queste sono le famose "riforme" la cui omissione da parte nostra costituirebbe, nella mitopoiesi piddina, il fondamento della nostra inferiorità morale.

I nostri governanti, cioè, ci dicono che siamo creature inferiori (salvo poi contare sulla nostra solidarietà quando rientrano in patria tramortiti dagli schiaffoni) perché il nostro paese non ha aggredito slealmente i propri partner facendo dumping sociale: quel dumping il cui ruolo nella genesi della crisi è ormai ammesso perfino dai consiglieri della Merkel (da due anni)!

Ecco. Io non credo che sia solo per cattiveria. Credo, e anzi so, e con qualche prova in più di Pasolini, che ci sia molta ignoranza nella subalternità psicologica dei nostri governanti. So che è (in parte anche) perché non capiscono nulla di economia, non hanno accesso ad analisi spassionate e tecnicamente valide (conoscete la corte dei miracoli che li circonda), che loro ritengono di dover partire dal presupposto negozialmente perdente della nostra (e quindi loro) inferiorità.

Ovviamente, questo ci riduce nella condizione in cui siamo: quella in cui sono persone di estrema destra a dire cose di estremo buonsenso:



(...p.s.: la BNL non c'è più, è BNP da tempo, ma non escludo che l'errore sia intenzionale, volto a ricordare due concetti che il precedente nome dell'istituto affiancava e che le sinistre subalterne hanno umiliato di pari passo: nazione e lavoro. Tralascio anche di valutare le technicalities di una "uscita immediata": il punto qui non è tecnico ma politico, e sul punto politico ha ragione Di Stefano - e presto il PD dovrà rincorrerlo su questo tema, anzi: lo sta già facendo. C'era ampio margine per evitare che la verità diventasse monopolio di una parte politica, e io ho fatto il possibile...).

Questo è il fallimento dell'altra sinistra, la sinistra "maiconista", quella che ha demonizzato l'interesse nazionale senza capire che, per un mero fatto aritmetico, fare l'interesse di un paese (se ci si riesce) è per definizione fare l'interesse della maggioranza dei suoi abitanti, che, mai come oggi, dopo quarant'anni di globalizzazione finanziaria, sono i più poveri e i meno tutelati.

Sinistra "calendista" e sinistra "maiconista" non si solleveranno dal peso storico di questa colpa. Sapete tutto: non torno su questo discorso. La loro unica possibilità per ritardare il loro sfacelo, inevitabile e ormai, ahimè, auspicabile, è ricorrere alla censura, come sapete. Non a caso oggi sono "sciadobannato" su Twitter: ho toccato la terza carica dello Stato, e la reazione non si è fatta attendere (ci ho riso sopra, considerando che mentre me ne accorgevo il cellulare squillava per l'intervista al Gr1). Fatele, cari, fatele le leggi liberticide: qualcuno sarà lieto di applicarle quando ve ne sarete andati! Fosse la prima volta che questi Paperoga della politica scavano il trabocchetto nel quale poi finiscono! Ma anche questo l'ho già detto, inutile tornarci sopra.

E veniamo al terzo QED, il QED80, anch'esso legato a una frase incidentalmente tagliata dall'intervista. Sempre nel terzo blocco, parlando della nostra adesione al progetto europeo, chiedevo: "dov'è l'Europa in tutto questo?". Insomma, ponevo la domanda (superflua) la cui risposta è stata plasticamente rappresentata da @stat_wald alludendo alla terza sconfitta italiana nel giro di due giorni:


L'Europa non ha fatto nulla, cioè nulla, per evitare che il mercato fosse a senso unico. Non l'ha mai fatto, del resto. Sappiamo che non solo la Francia, ma anche la Germania, e non da ieri, ha adottato un atteggiamento protezionista. Loro possono e noi no. Perché? Perché abbiamo aderito all'idea sbagliata che l'Europa fosse il forum cui affidare la mediazione dei nostri interessi nazionali. La Caporetto di questi ultimi due giorni è quindi l'ultimo QED, il QED80, quello del post Interesse nazionale e mediazione politica: dicevo, in quel post, che gli interessi nazionali si difendono a livello nazionale, e questo per motivi contingenti e strutturali. Non è solo una raccomandazione: è anche, come credo vediate, un dato di fatto. I due leader europei, uno dai piedi di argilla e con l'atomica (e non è buona cosa che un simile giocattolo ce l'abbia in mano un paese traballante), l'altro strutturalmente più forte, ma fragilizzato dal proprio desiderio assurdo di egemonia (quello sì responsabile di guerre...), non hanno mai rinunciato a ragionare in termini di loro interessi nazionali.

Noi sì.

Anche questo ci ha portato alla sconfitta. Abbiamo messo il fiore dell'europeismo (la cannabis di Spinelli) nei nostri cannoni, e simpaticamente strafatti di questa droga pesante siamo andati incontro a un nemico lucido, che, senza tema di apparire retrogrado, le proprie armi le aveva caricate a piombo.

Il risultato è ora sotto gli occhi di tutti.

Cambierà qualcosa?

Ripeto: non credo. I danni fatti da questa ideologia disfunzionale, da decenni (anzi: secoli) di disprezzo dei nostri governanti verso di noi (fomentati da una stampa spesso asservita a interessi esteri), non si riparano facilmente. Dovrà andare molto peggio, prima che possa andare meglio, e se leggete bene questo post capite chiaramente cosa intendo. Il capitale italiano è lui stesso ormai convinto che la sospensione della democrazia sia auspicabile. Voi state (tutti) banalizzando la storia della censura come sette anni fa banalizzavate quella dell'euro. Vi dovrete ricredere, e in questo humus non potrà esserci che un vincitore.

Non sarà l'Italia.

Dixi.

Si apra la discussione, una discussione più che mai sul nulla: le cose stanno così e andranno così. L'unica cosa che ha senso discutere è cosa fare dopo. Ma io ora vado in spiaggia a scrivere un paper per una rivista di classe A. Sto cercando lavoro...




(...ah, naturalmente voi che siete europei, non europeisti, avrete capito che il titolo allude a queste due giornate. Presto qui arriveranno europeisti, quindi dobbiamo essere pronti a venirgli incontro fornendo loro ciò che loro sommamente manca: #lebbasi della cultura europea. Se le avessero, amerebbero questo lembo di terra e si rifiuterebbero di consegnarlo a un progetto classista oltre i limiti del criminale...)

domenica 2 luglio 2017

Banche: il peggio è passato (spin euristi con QED 77 postumo)

(...a/simmetrie è understaffed, ma ci stiamo lavorando. La sede attuale è una stanza di sei metri quadri, nella quale riunirsi diventa un problema: stiamo lavorando prima su questo. Tracciare tutti i contatti con voi, ricordarsi di chi sa fare cosa, per chiedervi un parere o un aiuto, è un compito molto al di sopra delle mie possibilità: sto lavorando anche su questo - per inciso: se magari la piantassimo col "Professore, io non sono nessuno, sono solo un suo lettore, un umile verme della terra, lei non può sapere chi sono..." E cazzo no che non posso saperlo, se non aderisci a quel minimo standard di civiltà e di buona educazione che prevale in ogni e qualsiasi comunità civile e militare: presentarsi con nome e cognome! Poi, magari, anche dire cosa fai nella vita, parlarmi un po' di te, che di me ne parlo già abbastanza io... Chiuso inciso. Gestire i contributi che inviate è un compito assolutamente in eccesso rispetto alle mie forze: quando avrò lavorato sui primi due aspetti - provvedere l'associazione di una sede decente, provvedere me stesso di una rubrica decente - passerò a questo terzo punto, provvedendo l'associazione di un coordinatore redazionale. Chi pensa di saperlo fare è pregato di continuare a vivere nell'illusione senza inviare candidature: so io come e dove cercare, e soprattutto so quando farlo. Il punto tre viene dopo il punto due che viene dopo il punto uno. Sembra strano, ma è così: prima ci vuole un tavolo intorno al quale sedere, poi ci vuole una rubrica dalla quale prendere gli indirizzi, e poi si può fare un colloquio di lavoro.

Nel frattempo, questa situazione di perenne scarsità di risorse umane - determinata ovviamente da un problema che i think tank europeisti hanno brillantemente risolto: la scarsità di risorse finanziarie - ci causa delle piccole criticità, cui una volta ovviavo facendo tutto io, con l'aiuto di qualche molecola complicata. Ora ho detto basta alle molecole (ma non sono ancora riuscito a dirlo al colesterolo, o per meglio dire lui non mi ha ascoltato...). Capita quindi che qualcosa rimanga indietro, e che molti vostri contributi brillanti e anticipatori vengano negletti o pubblicati in ritardo. Qui un esempio, riferito a un contributo del caro e sagace Charlie Brown, un professionista che preferisce non essere nominato, dato che occupa ruoli di responsabilità, e che mi stupisce spesso con la preveggenza delle sue analisi, che ho condiviso spesso con voi. I contributi sono due, uno in allegato. Ve li cito - contributi e lettere di trasmissione - in ordine di apparizione. Sono brevi, piacevoli da leggere, e vi daranno argomenti con cui adornare le conversazioni coi vostri piddini preferiti, quelli che Macron ha salvato Leuropa e Padona ha salvato Lebanche...)

Prima lettera (di Charlie Brown, che è lui, perché non sono io, che sono Alberto Bagnai, quindi non sono lui). "Professore, complimenti per il suo post!..."

Il 30/06/2017 10:07, Charlie Brown ha scritto:

Mancava una parola: “prossimo” shock esterno.
Primo allegato (di Charlie Brown, che non sono io, perché sono Alberto Bagnai, quindi non sono lui). A proposito: avete visto che per distinguere i contributi altrui uso sempre il Courier?



Il Peggio è Passato 
(3 Spin Euristi sulle Banche)
Occhio ai seguenti tre spin euristi  sulle banche italiane.

1° Spin:
Il peggio è passato. Le sofferenze non crescono più in modo allarmante e oggi, dopo le cure di Padoan e Mustier, gli accantonamenti le coprono più o meno adeguatamente. MPS e le sorelle venete erano il pus nel sistema. Quel pus è stato disinfettato. Abbiamo fatto il giro di boa.

2° Spin
Le sofferenze di MPS e delle sorelle venete erano anomale, ed erano largamente dovute alla mala gestio di Mussari, Zonin e Consolo. Mussari ha giocato al casinò finanziario con i soldi dei depositanti. In veneto si facevano catene di S. Antonio di prestiti finti che poi venivano riversati in banca come capitale. E' stato un problema di mancanza di o-n-e-s-t-à,  non un fenomeno collegato all'euro.

3° Spin
I crucchi &. C. si sono sistemati prima, noi dopo. #Hastatoilbailin.  #HastatolaValchiria. #Hastatoipoliticiitalinitonti. Tutto qui.

Critica al 1° spin:
Ancora oggi gli accantonamenti in gran parte non tengono sufficientemente conto dei cosiddetti "incagli" né della vistosa perdita di valore degli immobili a garanzia. Il principio contabile IFRS 9 (si contabilizza la malattia del babbo, non solo la sua morte) non è ancora ben incorporato nel sistema il quale si basa ancora su perdite storiche, non prospettiche.

Critica al 2° spin:
Quella mal gestio non sarebbe stata necessaria né utile ai d-i-s-o-n-e-s-t-i  se l'economia reale non si fosse piantata mettendo a rischio la redditività delle loro banche.  Mussari è ricorso alla finanza derivata per sanare una crisi strutturale del credito commerciale di MPS. In veneto - salvo i casi di merende tra maggiorenti amici -  non era il 100% del prestito "baciato" ad essere reinvestito nelle azioni delle banche venete, ma solo una frazione dello stesso. Il problema era che la banca non poteva erogare restando abbastanza solida, perché l'economia veneta non lo permetteva.

Critica al 3° spin:
Due problemi non fanno una soluzione. E nessuno ha dimostrato che le perdite potenziali di natura finanziario- valutativa nelle banche nordiche più grandi sono effettivamente state adeguatamente coperte, come nessuno si fida dei loro bilanci.  Le Sparkassen, poi, sono una terra di nessuno regolamentare, quindi lasciamo stare con il "Così fan Tutte" e con il #HastatoVisco.

Conclusione de-spinnizata:
La Valchiria AC-DC aggrava ma non determina  i problemi di fondo del nostro sistema finanziario .
La crisi della finanza privata italiana è strutturale, non episodica. Il problema è una economia stagnante nella palude eurista, che perde competitività vis à vis il fratello-coltello teutonico ogni giorno che Odino manda in terra.
E che sarà troppo fragile per reggere il prossimo shock esterno.

(...apro e chiudo una parentesi per segnalarvi che fra un po' di IFRS9 ne parleranno tutti. Noi abbiamo cominciato a parlarne qui... Ai nuovi del blog segnalo anche che Charlie Brown ci sta dicendo che nelle condizioni attuali potremo rispondere al prossimo shock esterno - per indicazioni su quale potrebbe essere suggerisco di farsi un giro sul blog di Andrea Mazzalai - noi potremo reagire solo innalzando il tasso di disoccupazione per far flettere i salari, far diventare i nostri prodotti più competitivi - che significa convenienti - per gli acquirenti esteri, e rianimare così la domanda estera - ma solo dopo aver depresso tagliando i salari quella interna!...)

Seconda lettera (con QED 77 postumo).


Il 01/07/2017 18:02, Charlie Brown ha scritto:
Strepitoso (di oggi) – ma leggono le nostre mail?? :-)!!

Quella che ha colpito l'Italia negli ultimi dieci anni è stata la crisi "più grave della sua storia", ma le banche "non sono andate a rotoli". L'analisi arriva dal governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, in occasione del Festival dei due Mondi, dove il numero uno di palazzo Koch ha sottolineato come forse nemmeno "in tempo di guerra" la crisi sia stata così pesante come quella che ha attraversato recentemente il Paese.
[EPISODIO VIRULENTO, SUPERATO]

Visco ha difeso il salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, definendo l'accordo raggiunto con le istituzioni di Vigilanza "importante e ottenuto in pochissimo tempo". Non ha nascosto che quanto accaduto con le venete e con Mps "non è una bella cosa", ma ha spiegato che i casi di mala gestio ci sono sempre stati e che il problema è "come si circoscrivono".
[ERA MALA GESTIO]

Nell'analisi del governatore anche l'euro. "Il Paese non reggerebbe" in caso di uscita dalla moneta unica perché sarebbe "un elemento di isolazionismo disastroso", ha sottolineato Visco.
[L’EURO NON C’ENTRA, ANZI!]

Sintesi
Siamo una community fortissimi! Riusciamo a scrivere gli articoli dei media di regime prima di loro! Non riusciamo sempre a pubblicarli prima, per mancanza di struttura. Ma alla struttura stiamo lavorando. E, sì, sono anche convinto che non leggano solo il nostro blog, e non ascoltino solo le nostre conferenze. Meglio così: impareranno qualcosa. Male non fare, paura non avere.


(...p.s.: chiaro per chi lavorano quelli che "ha stato la malagestio"? Lavorano per Leuropa, e lo fanno per il motivo per il quale si collabora con una potenza occupante: per odio etnico verso il proprio paese - non è strano: le guerre più feroci sono quelle "civili" - e per regolare meschine vicende personali. Non è un bel periodo da vivere, ma con calma e prudenza ne usciremo...)

(...strano come quando un macellaio si aggira per l'Europa, da Dijsselbloem a Vestager, invariabilmente indossi il grembiulino rosa...)