Rapidissimamente, che poi devo chiamare il tecnico della caldaia, andare a fare la spesa, scrivere un articolo per il Fatto Quotidiano, scrivere una prefazione per Il Pedante, scrivere un'apologia (Tertulliano me spiccia casa), ecc.
Questo post è un piccolo lago di montagna, dove confluiscono almeno due rivoli di acqua fresca e cristallina: il discorso su Lascienza, e il discorso sui rapporti di forza all'interno dell'Eurozona, messo in luce nel post precedente.
Cosa rimprovera il re che da Berlino "mannò ffora a li popoli un editto: io sò io, e tu sei un cretino, governatore de sta fava, e zitto"? Rimprovera a Draghi il fatto che l'acquisto di titoli di Stato violi la proibizione di finanziare direttamente gli Stati (insomma, violi quel "divorzio" fra Tesoro e Banca Centrale che noi abbiamo adottato spontaneamente [?] nel 1981, ma che dal 1992 è sancito dal Trattato di Maastricht). Notate che questo granellino di sabbia è stato messo nell'ingranaggio da Bernd Lucke, il fondatore di Alternativa per la Germania, il partito che vorrebbe che la Germania uscisse dall'euro.
Ora, qui bisogna in realtà difendere Draghi, e, simultaneamente, la scienza economica. Marc Lavoie, a seguito di un paio di conversazioni che abbiamo avuto a Parigi su un modello che sto per pubblicare (così facciamo stare zitti anche quelli che "Bagnainonhailmodelloteoricoooooo!"), mi ha inviato un suo articolo, scritto con Godley nel 2006 (poi pubblicato su carta nel 2007), del quale mi pregio di agevolarvi l'abstract:
Prendersela con Draghi è ingiusto e inutile (mi affretto a dire che Lucke lo sa benissimo e vuole solo creare un caso politico). Draghi segue quella che la scienza economica, in una delle sue riviste più prestigiose (tant'è che perfino gli economisti pre-keynesiani sono costretti a tenerla in classe A), aveva indicata come una strada obbligata. Per tenere insieme i cocci dell'Eurozona dopo uno shock esterno c'è solo una cosa da fare, quella che sta facendo Draghi (che cretino proprio non è!): comprare titoli, in particolare delle "weak euro countries", e comprarli in proporzione ever rising: never ceasing, still increasing, with the length of time shall grow, come le lacrime (di coccodrillo) del primo vecchione nella Susanna di Handel.
Come notava giustamente l'amico Pilon in coda a un post precedente, ora resta da vedere cosa succederà quando smetterà di farla. Non vorrei guastarvi la sorpresa, ma chi ce la fa, per saperlo, può leggersi l'articolo di Godley e Lavoie.
Agli altri basterà aspettare: Draghi scade nel 2019...
(...e voi poracci che eravate rimasti a AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA-LLE-LUGLIA! Ma non ci siamo proprio, non ci siamo. Handel è da un'altra parte: è qui. E nel caso vogliate sapere dove ha imparato a scrivere così, vi accontento subito: in questa cessa di città, dove insegnavano Corelli, Pasquini e Scarlatti. Un'eterna ghirlanda brillante...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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mercoledì 16 agosto 2017
martedì 15 agosto 2017
QED 81: c'era una volta un re che da Berlino...
Alle 18:47 ho pubblicato il post precedente, e alle 19:53 l'Ansa ha pubblicato questo. Il post più breve per il QED più rapido.
domenica 15 maggio 2016
Keynes, Draghi, Gollum, e i tassi negativi
(...scritto a 30000 piedi, da dove si vede più lontano...)
Come forse
starete vedendo, sui media di regime è tutta una scoperta dell’acqua calda. Il
Sole 24 Ore, il Corriere, la Stampa, scoprono quello che qui da sempre ci siamo
detti: che il surplus tedesco più che dimostrazione di virtù è causa di problemi; che il debito privato, non quello pubblico, è origine della crisi; che curare il debito pubblico con l’austerity trasforma una situazione fisiologica in
una patologica. Insomma: tutto quello da cui siamo partiti, parola per parola, viene oggi dato come
assodato, come “mainstream”, da persone che spesse volte ci hanno denigrato,
singolarmente o collettivamente, per averlo detto quando c’era ancora qualcosa
da salvare.
Naturalmente
nessuno è disposto a fare per primo l’ultimo passo, vale a dire che siccome
solo la crescita potrebbe risolvere i nostri problemi, e siccome l’euro è
nemico della crescita, perché la svalutazione interna (taglio dei salari)
imposta dalla rigidità del cambio condanna alla deflazione, condizione
necessaria per uscire dall’impasse è superare il sogno di una moneta imperiale
ed evolvere verso un sistema monetario più flessibile.
Faranno questo
ultimo passo quando sarà loro chiesto di farlo.
Noi, intanto,
possiamo guardare avanti.
Per rendervi più agevole questo compito, e aiutarvi a perdonare chi con le sue menzogne ha distrutto un paese, vorrei oggi con voi allargare le prospettive, facendovi leggere qui quello che fra un anno leggerete sul Financial Times.
Avrete visto le polemiche
fra un certo establishment tedesco e Draghi, accusato di fare politiche
troppo espansive, di praticare tassi di interessi troppo bassi. Certo, al
creditore tedesco i tassi di interesse troppo bassi danno fastidio, anzi, fanno
paura, e questo per due motivi. Il primo è che tassi nulli o negativi compromettono
la redditività del sistema bancario. Se le banche devono pagare la Bce quando
depositano presso di essa liquidità in eccesso, e al contempo devono pagare i
propri clienti affinché questi accettino prestiti (cioè si indebitino), capite
bene che fare il banchiere non conviene più molto. Il secondo è che il sistema
previdenziale tedesco ha un secondo pilastro basato sulla capitalizzazione. Con
tassi di interesse bassi, se non negativi, i
fondi non sono in grado di assicurare le prestazioni promesse ai
risparmiatori/pensionati. Questa cosa, in un paese dalla demografia non
florida, rischia di essere devastante, e, come qui sappiamo da tempo, a livello
di istituzioni europee (cioè tedesche) la consapevolezza di queste dinamiche è
piena.
Draghi ha
risposto una cosa molto giusta: i tassi di interesse sono bassi perché non c'è crescita e la
produttività langue. Tradotto: se non crei valore, non puoi distribuirlo né
come reddito da lavoro, né come reddito da capitale (interessi). Naturalmente
Draghi omette un passaggio, anzi due: il primo è che il valore non si riesce
più a crearlo perché con cambi intraeuropei rigidi a una situazione di crisi
non si può rispondere che creando disoccupazione (se le imprese del Sud non
abbassano i prezzi chiudono, ma per abbassare i prezzi devono tagliare il
“costo del lavoro”, e per convincere i lavoratori ad accettare questo passaggio
normalmente occorre licenziarne un po’: motivo per il quale ovunque si fanno
riforme che precarizzano il lavoro). Il valore si crea lavorando, l’euro impone
la disoccupazione come risposta alle crisi, l’euro distrugge valore, e quindi i
creditori in euro non devono lamentarsi.
Tanto più che (e
questo è il secondo passaggio) le élite tedesche questo sistema lo hanno voluto
nel loro interesse, e proprio per tutelare il valore del loro risparmio. La
rigidità del cambio intraeuropeo aveva diverse dimensioni (da quella simbolica
a quella commerciale a quella politica), ma la più importante era certamente la
dimensione finanziaria: il cambio fisso serviva a rendere “credibili” i paesi
del Sud, cioè a evitare che in caso di crisi la loro valuta fisiologicamente
cedesse, ledendo l’interesse dei creditori. Insomma: il cambio rigido verso il Sud, e sottovalutato per il Nord, è
servito al Nord non solo ad accumulare crediti verso il Sud, ma anche e
soprattutto a difenderne il valore. L’euro non solo ha causato, come ormai
è evidente, gli squilibri intraeuropei, ma è servito anche e soprattutto a
difendere la posizione patrimoniale di chi ne aveva beneficiato, il quale ora,
però, dato che il gioco si è spinto troppo in là, comincia a patirne anche lui
le conseguenze.
Vedete, qui il
discorso merita di essere ampliato un po’. Quando si parla di “leggi”
economiche lo si fa (o lo si dovrebbe fare) con la consapevolezza che
l’economia è una scienza sociale, non una scienza naturale. La legge di gravità
non ammette eccezioni ed agisce in modo piuttosto cogente: se all’aereo che mi
trasporta si stacca un’ala, è certo che voi questo post non lo leggerete.
L’energia potenziale si trasforma in energia cinetica appena le viene
consentito di farlo, portando un corpo verso una nuova situazione di
equilibrio, mentre gli equilibri economici, come ad esempio quello negli scambi
fra paesi, possono essere alterati a lungo da decisioni politiche, che possono
trovare consenso, nonostante siano contro la “natura” economica, per diversi e
complessi motivi sociali, culturali, antropologici. Solo che poi, alla fine, la
razionalità individuale fatalmente deve sottostare alle regolarità empiriche collettive,
che immancabilmente frustrano i tentativi individuali di violentare la natura
economica.
Vi ricordate la
proposta di Keynes a Bretton Woods?
Era una proposta
molto razionale: i paesi creditori (cioè detentori di posizioni nette
sull’estero positive) avrebbero dovuto pagare, anziché percepire, un interesse
sui propri crediti. Una proposta che, come vi ho spiegato in due libri e
innumerevoli post, e come meglio di me hanno chiarito Fantacci e Amato, aveva
una razionalità economica intrinseca. Lo scambio avviene nell’interesse delle
due parti. Il paese esportatore trae beneficio dal fatto che il paese
importatore acquisti, e quindi nel momento in cui finanzia quest’ultimo non fa
un favore solo a lui: fa un favore anche a se stesso. Dato che la finanza internazionale fa comodo a entrambi, è giusto che
entrambi la paghino. Non solo: tesaurizzando i propri crediti
internazionali per percepire su di essi un interesse positivo, il paese
esportatore esporta anche disoccupazione e deflazione (Draghi rimprovera anche
questo ai tedeschi: se il denaro costa poco, dice lui, è perché la
Germania risparmia troppo). Se il creditore internazionale pagasse un
interesse negativo sui suoi crediti, sarebbe invogliato a spenderli per l’acquisto
di merci altrui, favorendo un riequilibrio degli scambi esteri. In tal modo,
promuoverebbe la crescita dei paesi più deboli.
Una finanza più
equilibrata per un mondo più equilibrato richiede una simmetrica penalizzazione
degli squilibri finanziari internazionali.
Questa idea così
semplice, purtroppo, non fa comodo a chi sa di essere destinato al ruolo di
esportatore, cioè di creditore, il quale quindi naturalmente si oppone. Al
tempo di Bretton Woods gli Stati Uniti si opposero alla proposta di Keynes, e
oggi, qui da noi, la Germania si oppone a spendere il suo surplus per rianimare
il circuito economico europeo.
Vedete però il
paradosso? Alla fine l’economia si vendica.
I creditori
esteri si sono rifiutati di costruire un sistema in cui, per prevenire gli
squilibri, fosse loro chiesto di pagare un tasso di interesse negativo, e ora,
a valle della creazione di enormi squilibri, la situazione qual è? Ma semplicemente
quella che i creditori hanno disperatamente cercato di evitare: si ritrovano a
percepire tassi di interesse nulli o negativi sul loro “tessssoro”. La ZIRP
(zero interest rate policy) è l’unica possibilità per tenere insieme un sistema
nel quale si sono accumulati squilibri finanziari enormi. Se la si
abbandonasse, le posizioni debitorie a fronte del “tesssssoro” diventerebbero
insostenibili, e i simpatici Gollum transalpini si troverebbero comunque con un
pugno di mosche in mano. Loro se la prendono con Draghi, ma, oggettivamente,
Draghi non può fare altro (se non andarsene, cosa che legittimamente non vuole
fare).
Spettacolare, no?
Keynes, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra!
Rientrato, ma,
aggiungo, non in ottima forma. La differenza fra quello che voleva lui e quello
che si sta verificando dovrebbe essere chiara. Lui voleva che i paesi forti,
penalizzati da un tasso di interesse negativo sui loro crediti, venissero
incentivati a spendere nei paesi deboli. I tassi negativi odierni invece si
applicano a tutti: ai forti e ai deboli. Alla fine quindi essi servono per lo
più a incentivare i paesi (e in generale gli agenti economici) deboli ad
assumere nuovi debiti per rilanciare l’economia. Stiamo trasformando l’Eurozona
in un posto in cui la banca ti paga perché tu ti indebiti: è così che è nata la
crisi dei subprimes (come saprete), ed è così che stiamo risolvendo la crisi
europea. Se il pensionato tedesco si preoccupa non ha torto. Peccato che questo
sia il sistema che la Bild gli ha insegnato ad appoggiare politicamente! Tu
l’as voulu, Hans Maier...
Quanto sarebbe
meglio evolvere verso un sistema monetario maggiormente flessibile, come del
resto sta facendo il resto del mondo, e come
chiede il chief economist del Fondo Monetario Internazionale? Certo, nelle
condizioni attuali ci sarebbe qualche mal di pancia da gestire: chi per tanti
anni ha beneficiato del sistema, sarà riluttante a pagare la sua parte del
conto, sotto forma di svalutazione dei propri crediti esteri. Succede sempre
così: l’economia, alla fine, penalizza chi si è indebitamente avvantaggiato.
Ricordate i mutui in ECU? Costavano poco, i tassi erano bassi, la rata era
stabile perché eravamo agganciati allo SME... Ma quell’aggancio, che faceva
bene al debitore, faceva male ad altri: le imprese esportatrici, ad esempio. Il
debitore di questo non era consapevole, e se lo era se ne infischiava. Alla
fine il mercato pareggiò i conti: chi aveva pagato tassi bassi si ritrovo una
rata alta, e chi aveva accettato tassi alti (indebitandosi in lire) non subì
perdite in conto capitale. Il pensionato tedesco che oggi si lamenta è, ahimè,
nella stessa situazione, e i suoi mal di pancia li capisco. Ma tanto lì
dobbiamo andare a parare, allo smantellamento del sistema, perché, come la
storia che vi ho raccontato dimostra, alle leggi dell’economia si può sfuggire
per un certo tempo, ma non per sempre. E più il tempo passa, più il contesto
politico si degrada, e l’acredine si accumula, rendendo più arduo il
componimento pacifico degli squilibri.
(...e naturalmente il componimento pacifico degli squilibri è impedito anche da un'altra cosa, ma inutile insistere: come vi ho detto, quello della menzogna è un problema che si risolverà da sé, come vi avevo preannunciato, e come state vedendo...)
mercoledì 27 aprile 2016
Sim sala BIN! (il fallimento di Atlante...)
(...da Charlie Brown, che... sì, ecco, bravi, che non sono io, perché è lui, cioè uno al quale per non so quale cazzo di motivo - forse perché sta perdendo lavoro? - l'economia interessa molto, mentre a me interessa sempre meno, chissà, forse perché mi sono rotto i coglioni di parlare di euro, e anche di sentire colleghi che, essendo stati alla cappa per anni, ai convegni poi interloquiscono dicendo: "Forse dovremmo smettere di parlare di euro!" [dovremmo? E tu quando mai ne avresti parlato?...] insomma: da Charlie Brown, che appunto non sono io anche perché è lui, come del resto lui non è me - in questo caso la relazione è simmetrica - ricevo un pezzo che rapidamente pubblico. Io mi sto interessando di altro, in altra lingua, e per altra pubblicazione: ma il tema del giorno è questo, e sentite cosa ha da dirvi Charlie Brown che...)
(...non sono io. Però in questo caso mi farebbe piacere...)
Anche la verità
sui "salvataggi" bancari è subito venuta a galla.
Dopo due
settimane di balle Olimpiche, il Sole 24 Ore , la voce dell'establishment
eurista, viene
allo scoperto: Atlante è in realtà
un Atlantino: serve un Atlantone, un revival delle Banche di
Interesse Nazionale (B.I.N.) .
Naturalmente, per
essere sempre più furbi, per fare i bravi Balilla euristi mente sotto sotto si
caca sul fascio stellato, occorre che tale massiccio aiuto di stato venga
spacciato per una operazione "di sistema", aperta alla partecipazione
maggioritaria dei "privati", e questa volta "privati globali".
Ca va sans dire, si pensa ai soliti cinesi (datemi un cinese e smuoverò il
mondo!).
La tecnica è
abbastanza ovvia: anziché trasferire poste patrimoniali sopravvalutate delle
banche (le sofferenze) si trasferiranno le stesse banche decotte al valore del
loro patrimonio netto (che grazie alle sullodate sofferenze tende allo zero se
non addirittura negativo). Il nuovo Atlantone comprerà tanto a poco, anziché
poco a tanto come il tapino Atlantino. Ed il bello è che comprando banche marce
anziché crediti marci lo Stato investe, anziché spendere! E quindi niente
valchiria Vestager! Furbissimi!
Che genî gli
euristi: da un sistema bancario decotto a causa dell'euro ad una nuova brillante
mega-operazione "di sistema" nell'euro.
Sim-Sala-BIN!
Naturalmente,
vale sempre la stessa banale realtà: spostare da qui a là barili di scorie tossiche
non rende meno tossiche le scorie, che prima o poi vanno smaltite con tutti i
relativi costi. E quei costi non pensiamo per un istante che saranno gli "investitori
privati globali " a sopportarli. A sopportarli saremo noi e solo noi: gli italiani.
I cari tedeschi,
che saranno beceri ma i conti li fanno e per tempo, hanno capito dove si va a
parare e si stanno premurando di assicurare che domani il conto lo paghi, appunto,
il contribuente italiano e non quello "europeo" (leggi:
"tedesco"). Per questo hanno
preso di mira il QE di Draghi e proposto - tramite i loro lacchè
olandesi - di introdurre
limiti all'acquisto di debito pubblico da parte delle banche. QE infatti da noi equivale ad
una monetizzazione coatta del debito pubblico da parte di uno stato che, grazie
all'euro ed alla correlata austerity salva-euro, non ha strumenti fiscali e
valutari per rientrare su un sentiero di crescita. Naturalmente, della garanzia
all'80% da parte di Banca d'Italia i tedeschi sanno cosa farsene: pulirsi
il parafanghi del Mercedès.
Ovvio? Sì.
Scontato? Sì, sì.
Già detto? Sì,
sì, sì.
Banale? Sì, sì,
sì, sì.
Dunque usciamo da
'sto cazzo di Euro?
Noooooooooooooooooooooooooo!
(...non sono io. Però in questo caso mi farebbe piacere...)
sabato 5 marzo 2016
Gli elicotteri di Pinochet e i keynesiani di buona volontà
La stanchezza e il fastidio che alcuni di voi hanno esternato nei commenti al post precedente sono anche i miei. Devo sinceramente dirvi che non ne posso più. Non ne posso più di vedere colleghi che passano dall'aperto tradimento dei più elementari principi della nostra disciplina, a sensazionali scoperte dell'acqua calda, presentate sempre, si badi bene, come "lezioni apprese dalla crisi", quando invece, voi lo sapete bene, questa crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già (e ne abbiamo parlato tante volte). Tanto opportunismo, o, nella migliore (?) delle ipotesi, tanto conformismo, a fronte di tanto strazio e di tanta distruzione, mi lasciano senza parole, e mi inducono a desistere da quella che, per quanto impossibile, era la missione fondamentale di questo blog: portare un minimo di ragionevolezza nel dibattito, per scongiurarne nella misura del possibile esiti politicamente e socialmente violenti. Non ho più la salda certezza, dalla quale mi ero mosso, che questo obiettivo, pur nella sua impossibilità, sia meritevole di essere perseguito.
Il nodo centrale, quello che dovrà venire al pettine, è estremamente semplice, e l'ho espresso svariate volte in questi anni (e naturalmente in entrambi i libri): dalla crisi non potremo uscire se non rilanceremo la domanda con un massiccio intervento di investimenti pubblici (preferibilmente in piccole opere) finanziato con moneta.
Che occorra rilanciare la domanda (cioè la capacità di spesa dei cittadini) mi sembra un punto non contestato da alcuno. Che non lo si possa fare aumentando il debito pubblico, che l'austerità ha aggravato (come previsto), mi sembra altrettanto ovvio: il debito pubblico, che non è stato la causa della crisi, ne è però diventato una conseguenza potenzialmente pericolosa. Che non esistano spazi politici per un'azione fiscale coordinata, da realizzarsi attraverso piani Juncker, o eurobond, o roba del genere, a noi è sempre stato chiaro, per il semplice motivo che i paesi forti non hanno alcun interesse a indebolire la propria egemonia aiutando quelli deboli. Quindi l'idea che esista la possibilità di rilanciare la domanda in deficit "mutualizzando" il carico finanziario dell'operazione è del tutto fuori dal mondo.
D'altra parte, le politiche monetarie effettuate "stampando moneta" per immetterla nel circuito finanziario, prima attraverso l'LTRO, poi attraverso il QE, non hanno avuto impatto sull'economia reale né potevano averne. Le due operazioni sono state, in tempi diversi, un modo politicamente distorto e inefficiente di fare quello che la BCE non poteva fare. Con l'LTRO la BCE ha prestato soldi alle banche affinché queste "salvassero" (acquistandone i titoli) i governi sotto attacco speculativo (cosa che la BCE in prima persona non poteva fare). Con il QE la BCE si ricompra i titoli (che nel frattempo costano di più perché i tassi sono scesi) per "salvare" in modo coperto il sistema bancario (cosa che, ancora una volta, in teoria non potrebbe fare). Come sapete, questa è anche l'interpretazione di Munchau: il QE come un ersatz debt resolution instrument.
Il punto è che in entrambi i casi le somme erogate dalla BCE sono rimaste all'interno del circuito finanziario, e non ci si poteva aspettare che facessero altro. Per questo non era difficile prevedere che la cosa sarebbe finita in deflazione! Non è la moneta "stampata" che fa aumentare il prezzo dei beni e dei servizi, ma quella spesa per acquistare beni e servizi (non strumenti finanziari), cioè quella che si trasforma in domanda effettiva, e, quindi, in reddito (del venditore di beni e servizi). Come ci siamo detti mille volte, in una crisi deflattiva un governo può essere certo che la moneta che stampa venga spesa nell'economia reale (da res, "cosa" in latino) solo se la spende lui. In altre parole, solo se il deficit viene monetizzato.
Abbiamo visto a dicembre come a parità di altre circostanze un intervento di politica di bilancio espansiva sia comunque più efficace quando è finanziato con moneta. Insomma: se anche esistessero i margini per un finanziamento dei necessari investimenti pubblici con debito, il finanziamento monetario renderebbe l'intervento più incisivo (e di incisività, dopo otto anni di crisi, direi che ce n'è bisogno). Abbiamo visto, soprattutto, che questa è macroeconomia standard, non è qualcosa che ci ha "insegnato" la crisi, e che tutti gli argomenti contrari alla normale prassi di uno stato sovrano di finanziarsi emettendo moneta sono inconsistenti e fuori luogo.
Il finanziamento monetario crea inflazione? Bene! Ce ne abbiamo bisogno! Stampare moneta fornisce ai governanti incentivi distorti, crea problemi di rischio morale? Ah, sì? E perché, invece disporre di credito a tassi ridicoli sui mercati finanziari privati li ha moralizzati, i nostri governanti? Non mi pare, e sappiamo bene che ormai anche il mainstream ammette che questo è un falso problema.
Quindi per uscire dalla crisi basta semplicemente tornare alla normalità, all'economia dei libri di testo: fare un intervento espansivo, e finanziarlo con moneta.
Certo, questo comporta alcuni corollari, nella nostra situazione.
Il primo è che siccome un rilancio del reddito comporta un rilancio più che proporzionale delle importazioni, evidentemente bisognerà che le ragioni di scambio fra il paese che intraprende la politica espansiva e gli altri paesi possano aggiustarsi rapidamente. In altre parole, se il paese non svaluta, rendendo i beni esteri meno convenienti, l'esito di qualsiasi politica di rilancio del reddito nazionale sarà una ulteriore crisi di bilancia dei pagamenti (e questo, oggi, lo ammette in pubblico perfino Salvati, come abbiamo visto nel post precedente).
Il secondo, connesso, è che non possiamo certo aspettarci che sia una Banca centrale europea a decidere quali stati finanziare e perché. Se lo facesse, renderebbe ancora più evidente il suo ruolo politico (quello che oggi sta esercitando decidendo quale sistema bancario mettere in crisi e perché), e in ogni caso non possiamo aspettarci che essa eserciti questo potere in un'ottica di sistema, per gli stessi motivi per i quali non possiamo aspettarci nulla né dal fantomatico piano Juncker né dai fantomatici eurobond, ovvero perché le istituzioni attualmente esistenti riflettono, com'è ovvio che sia, gli interessi della potenze egemone.
Quindi?
Quindi se non si supera la BCE, affidando a banche centrali nazionali il compito di rilanciare con finanziamento monetario di politiche di bilancio nazionali espansive la crescita dei paesi membri, ovviamente in regime di flessibilità dei rapporti di cambio, non si supera la crisi.
La BCE è la crisi, o, se volete, la crisi è la BCE, e chi segue questo blog, e quello di Quarantotto, sa benissimo quali sono i fondamenti politici e ideologico di questa infausta equazione.
Ora, naturalmente, che da lì si debba passare lo sanno tutti, e infatti assistete anche voi, attoniti o infastiditi come me, a scoperte dell'acqua calda, come quella di Wren-Lewis, che dice in modo lievemente sfuocato quello che Leijonhufvud diceva con meno parole, meglio, e prima. Piuttosto ridicola la definizione di indipendenza della banca centrale data dal primo, come "potere di decidere quando cambiare i tassi di interesse". Sappiamo che c'è molto di più, e noi italiani in questo siamo avvantaggiati, perché i nostri "indipendentisti" cosa fosse in gioco ce l'hanno detto in faccia: la creazione di un quarto potere costituzionale, indipendente dall'esecutivo (ma anche dal legislativo e dal giudiziario) e ad essi sovraordinato, destinato a diventare l'istituzione cardine di un modello di capitalismo che soprattutto (ma non solo) in Europa si articolava sulla deflazione salariale. Peraltro, la nostra banca centrale indipendente (dal 1981) non aveva (dal 1990) il potere di decidere quando cambiare il tasso di interesse, perché con perfetta mobilità dei capitali, e tassi di cambio fisso, questo potere si perde (come ci ricordava Rodrigo riferendosi alla Cina).
Ora, in questa guerra, che è la guerra del buon senso contro un fanatismo superstizioso (non uso il termine "religioso" perché ogni religione ha un suo sistema di valori), c'è un modo particolarmente stupido (o furbo?) di lasciare il campo all'avversario, ed è quello di accettare il suo linguaggio.
Quello che ci occorre, per i motivi che vi ho succintamente riassunto, è monetizzare il deficit, cioè emettere moneta per pagare imprenditori e dipendenti pubblici che facciano quello che c'è da fare (consolare gli afflitti, curare gli ammalati, riempire le buche, vuotare i fossi...). Ma nessuno vuole chiamarlo così.
No.
Tutti parlano di "helicopter money".
Ma chi ha inventato questa simpatica espressione, che surrettiziamente attribuisce al finanziamento monetario un'aura di sardanapalesca, arbitraria e quindi intrinsecamente corrotta e improduttiva prodigalità? Buttare soldi da un elicottero, senza sapere nemmeno a chi andranno, basta che li spenda! Quale orrore!
Bè, come vi ho ricordato più volte, e come ci ricorda il nostro amico Zingy, questa espressione è stata coniata da Milton Friedman, il padrino dei Chicago boys, i simpatici consulenti di Pinochet. Non stupisce certo che persone spiritualmente vicine a un regime dittatoriale intendessero deprecare anche lessicalmente politiche intese al rilancio dell'economia (col potenziale costo di un rialzo dell'inflazione, e quindi col potenziale detrimento del potere di acquisto di chi questo potere d'acquisto ce l'ha)!
Ed ecco infati che gli organi dell'ortodossia ce la propongono come tale, il che consente loro di definire "improvvisazione disperata", "provocazione", "espediente", ciò che invece, come sappiamo, è stato, e tornerà ad essere (dopo non so quanti morti) la normalità (come vi ho documentato qui).
L'idea che uno stato possa riappropriarsi della sua sovranità per pagare gli insegnanti, per pagare gli infermieri, per ridurre i ticket sugli esami clinici (che oggi la gente non fa, e poi i giornali si chiedono perché crepi...), per mettere in sicurezza dal rischio idrogeologico i territori (che altri morti fanno), ecc., tutto questo, che dovrebbe essere la normalità, viene derubricato a espediente bislacco ed estemporaneo, contrario a qualsiasi principio di razionalità economica e anche, in fondo, di corretto ordine sociale (proprio perché la moneta lanciata dall'elicottero non sai dove cadrà: lasci così intendere che potrebbe beneficiarne chi non ne ha bisogno...).
Helicopter money è quindi un'espressione gergale ideologicamente connotata in senso fortemente conservatore. Se chi la usa è un eurofascista, diciamo che ci si può anche stare. Ma se chi la usa è uno che si atteggia a progressista (come questo qui) allora abbiamo un problema, che potremmo riassumere in questi termini: colleghi anche qualificati non capiscono la natura della lotta che stiamo combattendo. Non è un problema "tecnico". Il problema è culturale, e quindi chi accetta di utilizzare le categorie analitiche del nemico ha già perso, come, del resto, ha perso chi accetta di legittimare con la sua presenza quelle sedi dalle quali il buon senso è stato per anni bandito e censurato, e che ora cercano, in extremis, di rifarsi una verginità "pluralista" per prepararsi a virare di bordo.
Grandi (come Wren-Lewis) o piccoli (come Trullo Whisperer) keynesiani di buona volontà perdono di vista questo punto essenziale.
Il che mi lascia concludere che sarà molto difficile che riusciamo a tirarcene fuori senza un massiccio scoppio di violenza.
Nel frattempo, vado al cinema con Uga. Non sia mai che sul raccordo un elicottero...
Il nodo centrale, quello che dovrà venire al pettine, è estremamente semplice, e l'ho espresso svariate volte in questi anni (e naturalmente in entrambi i libri): dalla crisi non potremo uscire se non rilanceremo la domanda con un massiccio intervento di investimenti pubblici (preferibilmente in piccole opere) finanziato con moneta.
Che occorra rilanciare la domanda (cioè la capacità di spesa dei cittadini) mi sembra un punto non contestato da alcuno. Che non lo si possa fare aumentando il debito pubblico, che l'austerità ha aggravato (come previsto), mi sembra altrettanto ovvio: il debito pubblico, che non è stato la causa della crisi, ne è però diventato una conseguenza potenzialmente pericolosa. Che non esistano spazi politici per un'azione fiscale coordinata, da realizzarsi attraverso piani Juncker, o eurobond, o roba del genere, a noi è sempre stato chiaro, per il semplice motivo che i paesi forti non hanno alcun interesse a indebolire la propria egemonia aiutando quelli deboli. Quindi l'idea che esista la possibilità di rilanciare la domanda in deficit "mutualizzando" il carico finanziario dell'operazione è del tutto fuori dal mondo.
D'altra parte, le politiche monetarie effettuate "stampando moneta" per immetterla nel circuito finanziario, prima attraverso l'LTRO, poi attraverso il QE, non hanno avuto impatto sull'economia reale né potevano averne. Le due operazioni sono state, in tempi diversi, un modo politicamente distorto e inefficiente di fare quello che la BCE non poteva fare. Con l'LTRO la BCE ha prestato soldi alle banche affinché queste "salvassero" (acquistandone i titoli) i governi sotto attacco speculativo (cosa che la BCE in prima persona non poteva fare). Con il QE la BCE si ricompra i titoli (che nel frattempo costano di più perché i tassi sono scesi) per "salvare" in modo coperto il sistema bancario (cosa che, ancora una volta, in teoria non potrebbe fare). Come sapete, questa è anche l'interpretazione di Munchau: il QE come un ersatz debt resolution instrument.
Il punto è che in entrambi i casi le somme erogate dalla BCE sono rimaste all'interno del circuito finanziario, e non ci si poteva aspettare che facessero altro. Per questo non era difficile prevedere che la cosa sarebbe finita in deflazione! Non è la moneta "stampata" che fa aumentare il prezzo dei beni e dei servizi, ma quella spesa per acquistare beni e servizi (non strumenti finanziari), cioè quella che si trasforma in domanda effettiva, e, quindi, in reddito (del venditore di beni e servizi). Come ci siamo detti mille volte, in una crisi deflattiva un governo può essere certo che la moneta che stampa venga spesa nell'economia reale (da res, "cosa" in latino) solo se la spende lui. In altre parole, solo se il deficit viene monetizzato.
Abbiamo visto a dicembre come a parità di altre circostanze un intervento di politica di bilancio espansiva sia comunque più efficace quando è finanziato con moneta. Insomma: se anche esistessero i margini per un finanziamento dei necessari investimenti pubblici con debito, il finanziamento monetario renderebbe l'intervento più incisivo (e di incisività, dopo otto anni di crisi, direi che ce n'è bisogno). Abbiamo visto, soprattutto, che questa è macroeconomia standard, non è qualcosa che ci ha "insegnato" la crisi, e che tutti gli argomenti contrari alla normale prassi di uno stato sovrano di finanziarsi emettendo moneta sono inconsistenti e fuori luogo.
Il finanziamento monetario crea inflazione? Bene! Ce ne abbiamo bisogno! Stampare moneta fornisce ai governanti incentivi distorti, crea problemi di rischio morale? Ah, sì? E perché, invece disporre di credito a tassi ridicoli sui mercati finanziari privati li ha moralizzati, i nostri governanti? Non mi pare, e sappiamo bene che ormai anche il mainstream ammette che questo è un falso problema.
Quindi per uscire dalla crisi basta semplicemente tornare alla normalità, all'economia dei libri di testo: fare un intervento espansivo, e finanziarlo con moneta.
Certo, questo comporta alcuni corollari, nella nostra situazione.
Il primo è che siccome un rilancio del reddito comporta un rilancio più che proporzionale delle importazioni, evidentemente bisognerà che le ragioni di scambio fra il paese che intraprende la politica espansiva e gli altri paesi possano aggiustarsi rapidamente. In altre parole, se il paese non svaluta, rendendo i beni esteri meno convenienti, l'esito di qualsiasi politica di rilancio del reddito nazionale sarà una ulteriore crisi di bilancia dei pagamenti (e questo, oggi, lo ammette in pubblico perfino Salvati, come abbiamo visto nel post precedente).
Il secondo, connesso, è che non possiamo certo aspettarci che sia una Banca centrale europea a decidere quali stati finanziare e perché. Se lo facesse, renderebbe ancora più evidente il suo ruolo politico (quello che oggi sta esercitando decidendo quale sistema bancario mettere in crisi e perché), e in ogni caso non possiamo aspettarci che essa eserciti questo potere in un'ottica di sistema, per gli stessi motivi per i quali non possiamo aspettarci nulla né dal fantomatico piano Juncker né dai fantomatici eurobond, ovvero perché le istituzioni attualmente esistenti riflettono, com'è ovvio che sia, gli interessi della potenze egemone.
Quindi?
Quindi se non si supera la BCE, affidando a banche centrali nazionali il compito di rilanciare con finanziamento monetario di politiche di bilancio nazionali espansive la crescita dei paesi membri, ovviamente in regime di flessibilità dei rapporti di cambio, non si supera la crisi.
La BCE è la crisi, o, se volete, la crisi è la BCE, e chi segue questo blog, e quello di Quarantotto, sa benissimo quali sono i fondamenti politici e ideologico di questa infausta equazione.
Ora, naturalmente, che da lì si debba passare lo sanno tutti, e infatti assistete anche voi, attoniti o infastiditi come me, a scoperte dell'acqua calda, come quella di Wren-Lewis, che dice in modo lievemente sfuocato quello che Leijonhufvud diceva con meno parole, meglio, e prima. Piuttosto ridicola la definizione di indipendenza della banca centrale data dal primo, come "potere di decidere quando cambiare i tassi di interesse". Sappiamo che c'è molto di più, e noi italiani in questo siamo avvantaggiati, perché i nostri "indipendentisti" cosa fosse in gioco ce l'hanno detto in faccia: la creazione di un quarto potere costituzionale, indipendente dall'esecutivo (ma anche dal legislativo e dal giudiziario) e ad essi sovraordinato, destinato a diventare l'istituzione cardine di un modello di capitalismo che soprattutto (ma non solo) in Europa si articolava sulla deflazione salariale. Peraltro, la nostra banca centrale indipendente (dal 1981) non aveva (dal 1990) il potere di decidere quando cambiare il tasso di interesse, perché con perfetta mobilità dei capitali, e tassi di cambio fisso, questo potere si perde (come ci ricordava Rodrigo riferendosi alla Cina).
Ora, in questa guerra, che è la guerra del buon senso contro un fanatismo superstizioso (non uso il termine "religioso" perché ogni religione ha un suo sistema di valori), c'è un modo particolarmente stupido (o furbo?) di lasciare il campo all'avversario, ed è quello di accettare il suo linguaggio.
Quello che ci occorre, per i motivi che vi ho succintamente riassunto, è monetizzare il deficit, cioè emettere moneta per pagare imprenditori e dipendenti pubblici che facciano quello che c'è da fare (consolare gli afflitti, curare gli ammalati, riempire le buche, vuotare i fossi...). Ma nessuno vuole chiamarlo così.
No.
Tutti parlano di "helicopter money".
Ma chi ha inventato questa simpatica espressione, che surrettiziamente attribuisce al finanziamento monetario un'aura di sardanapalesca, arbitraria e quindi intrinsecamente corrotta e improduttiva prodigalità? Buttare soldi da un elicottero, senza sapere nemmeno a chi andranno, basta che li spenda! Quale orrore!
Bè, come vi ho ricordato più volte, e come ci ricorda il nostro amico Zingy, questa espressione è stata coniata da Milton Friedman, il padrino dei Chicago boys, i simpatici consulenti di Pinochet. Non stupisce certo che persone spiritualmente vicine a un regime dittatoriale intendessero deprecare anche lessicalmente politiche intese al rilancio dell'economia (col potenziale costo di un rialzo dell'inflazione, e quindi col potenziale detrimento del potere di acquisto di chi questo potere d'acquisto ce l'ha)!
Ed ecco infati che gli organi dell'ortodossia ce la propongono come tale, il che consente loro di definire "improvvisazione disperata", "provocazione", "espediente", ciò che invece, come sappiamo, è stato, e tornerà ad essere (dopo non so quanti morti) la normalità (come vi ho documentato qui).
L'idea che uno stato possa riappropriarsi della sua sovranità per pagare gli insegnanti, per pagare gli infermieri, per ridurre i ticket sugli esami clinici (che oggi la gente non fa, e poi i giornali si chiedono perché crepi...), per mettere in sicurezza dal rischio idrogeologico i territori (che altri morti fanno), ecc., tutto questo, che dovrebbe essere la normalità, viene derubricato a espediente bislacco ed estemporaneo, contrario a qualsiasi principio di razionalità economica e anche, in fondo, di corretto ordine sociale (proprio perché la moneta lanciata dall'elicottero non sai dove cadrà: lasci così intendere che potrebbe beneficiarne chi non ne ha bisogno...).
Helicopter money è quindi un'espressione gergale ideologicamente connotata in senso fortemente conservatore. Se chi la usa è un eurofascista, diciamo che ci si può anche stare. Ma se chi la usa è uno che si atteggia a progressista (come questo qui) allora abbiamo un problema, che potremmo riassumere in questi termini: colleghi anche qualificati non capiscono la natura della lotta che stiamo combattendo. Non è un problema "tecnico". Il problema è culturale, e quindi chi accetta di utilizzare le categorie analitiche del nemico ha già perso, come, del resto, ha perso chi accetta di legittimare con la sua presenza quelle sedi dalle quali il buon senso è stato per anni bandito e censurato, e che ora cercano, in extremis, di rifarsi una verginità "pluralista" per prepararsi a virare di bordo.
Grandi (come Wren-Lewis) o piccoli (come Trullo Whisperer) keynesiani di buona volontà perdono di vista questo punto essenziale.
Il che mi lascia concludere che sarà molto difficile che riusciamo a tirarcene fuori senza un massiccio scoppio di violenza.
Nel frattempo, vado al cinema con Uga. Non sia mai che sul raccordo un elicottero...
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