Come avrete notato, in un momento in cui il Parlamento, e quindi la politica, sembra riacquistare una certa centralità, in diretta conseguenza del fatto che la mancanza di una maggioranza definita impedisce di confinarlo a quella funzione meramente notarile, di ratifica degli atti governativi, cui viene dato il rassicurante nome di governabilità, sono partiti sui vari media attacchi tesi a delegittimarlo. Noi politici, si dice, staremmo scaldando la poltrona: ci saremmo guadagnati il primo stipendio senza far nulla, ecc.
Non entro (perché non ho tempo) in tutto quello che ho fatto in questo mese: se vi interessa, farò un post a parte. Non entro nemmeno (per lo stesso motivo) in quanti soldi mi sono entrati in tasca: ricordo solo che il buon Serendippo parlava di un incremento del 600% del mio stipendio (che avrebbe significato, a spanna, arrivare a 20.000 netti al mese). Posso rassicurarlo: siamo molto al di sotto di questo obiettivo. Mi chiedo solo perché chi si preoccupa tanto degli stipendi dei politici non si preoccupi altrettanto di quelli degli eurocrati o dei funzionari di altre organizzazioni sovranazionali, che svolgono funzioni di indirizzo politico senza essere stati eletti da nessuno e senza pagare tasse a nessuno (ogni riferimento a nomine recenti è puramente intenzionale), o di quelli dei consiglieri delle società pubbliche partecipate, o di quelli dei magistrati (gli unici sfuggiti al congelamento delle retribuzioni nel comparto della pubblica amministrazione per il semplice motivo che erano gli unici a poter dare ragione a se stessi in un tribunale, come qui spiega un collega).
Chissà perché questa attenzione (o, se volete, disattenzione) selettiva?
Già, chissà...
In effetti, oltre a tutto il resto, in questi giorni sto anche chiudendo alcuni lavori che ho ereditato dalla mia vita precedente. In uno (veramente, in due, ma nell'altro ho due coautori) mi sto preoccupando del solito problema: dell'impatto sulla nostra produttività di un cambio sbagliato per la nostra economia. L'argomento non è nuovo ai lettori di questo blog. Lo introdussi in un post di quasi cinque anni fa, da cui trassi svariati articoli scientifici: il primo, del 2016, ha avuto l'onore di essere citato da Zingales, il secondo è qui, e il terzo (l'unico ad accesso libero per i non addetti ai lavori - cioè per i non iscritti alle riviste specializzate) è qui. Nel lavoro che sto concludendo modifico leggermente approccio: invece di considerare l'impatto sulla produttività del tasso di cambio, considero quello dello scostamento del cambio dal proprio valore di equilibrio.
Il modello post-Keynesiano si basa sull'idea che la domanda stimoli l'offerta: sono le aspettative di domanda (e non il tasso di interesse) a indurre gli imprenditori a investire (cioè ad acquistare macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto ecc.), ed è il "tiro" della domanda a stimolare la produttività: un'idea vecchia quanto l'economia, visto che come voi sapete (e i miei colleghi, anche quelli che si scoprono il capo ostentando deferenza al nome di Sylos-Labini, non sanno) è stata introdotta in letteratura da Adam Smith. Ora, se il tasso di cambio cresce, normalmente questo deprime la domanda: i prodotti nazionali diventano più cari per gli acquirenti esteri, le esportazioni rallentano, e la produttività ristagna, in un processo di causazione circolare e cumulativa. Tuttavia, può anche capitare che la crescita del cambio sia associata a (o causata da) una crescita della produttività (questa è l'obiezione di Zingales al mio lavoro). Se il cambio sale, ma sale anche la produttività, la competitività di prezzo in linea di principio potrebbe restare invariata: infatti, è vero che per l'acquirente estero, a parità di prezzo nazionale, il bene nazionale costa di più, ma è anche vero che siccome i lavoratori sono diventati più produttivi, il costo del lavoro per unità di prodotto scende (uno stesso salario si "spalma" su più prodotti) e quindi il prezzo del bene nazionale in valuta nazionale può scendere. Può quindi darsi che questa discesa del prezzo in valuta nazionale sul mercato interno compensi l'aumento del prezzo della valuta per l'acquirente estero, dando come risultato un uguale prezzo in valuta estera sui mercati internazionali.
La morale di questa favola (per chi non si è perso: ma siccome a nessuno fa piacere far brutta figura, farete tutti finta di aver capito cosa è successo...) è che più che i movimenti in alto o in basso del cambio, contano gli scostamenti dall'equilibrio. Un paese con forte produttività può essere competitivo anche con un cambio "alto" (o in crescita), e un paese con debole produttività può essere non competitivo anche con un cambio "basso" (o in calo). Ovviamente, nel calcolare gli scostamenti del cambio dall'equilibrio si tiene conto, appunto, del divario fra la produttività del paese e quella dei suoi concorrenti, e di un paio di altre cosucce, come abbiamo visto un paio di anni or sono. Nell'articolo sull'uscita dell'Italia dall'eurozona avevo applicato uno di questi approcci (il BEER) per stimare di quanto si sarebbe apprezzata o deprezzata la nuova valuta italiana in seguito a uno sganciamento dall'euro. Nel frattempo, un gruppo di colleghi francesi che lavora presso il CEPII ha redatto EQCHANGE, un database che riporta le serie degli scostamenti del cambio dal proprio valore di equilibrio per oltre cento paesi, a partire dal 1973. Se vi interessa, potete iscrivervi e scaricarlo.
Qui mi limito a riportare un grafico costruito con due serie estratte dal database:
Nel grafico vedete gli scostamenti del tasso di cambio dal proprio valore di equilibrio per due paesi: Germania e Italia. La linea orizzontale (per gli amici: le ascisse) corrispondono a zero scostamento, cioè a una situazione di equilibrio. Sotto l'equilibrio la valuta è sottovalutata (cioè favorisce indebitamente le esportazioni), sopra è sopravvalutata (e quindi penalizza indebitamente le esportazioni). Com'è andata mi pare si capisca. Secondo queste stime, negli anni '70 l'Italia aveva una valuta piuttosto sottovalutata (intorno al -15%) e la Germania relativamente sopravvalutata (attorno al 5%). L'adesione allo SME nel 1979 ci riporta in equilibrio, e lo SME "credibile" (quello senza periodiche revisioni della parità) ci porta in territorio positivo: una sopravvalutazione cui rimediamo con la svalutazione del 1992. Il resto è piuttosto ovvio: con l'entrata nell'euro, la nostra valuta (appunto: l'euro) diventa progressivamente sempre più forte per noi, toccando punte di sopravvalutazione del 15%, fino alla gigantesca "svalutazionecompetitiva" predisposta da Draghi nel 2014, della quale ora paghiamo le conseguenze (sapete che qui abbiamo previsto l'una e le altre) sotto forma di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La situazione tedesca è quasi speculare. Dico "quasi", perché in effetti per capire come si sono sviluppati i rapporti fra noi e la potenza egemone conviene prendere lo scarto fra le due serie, cioè lo scostamento fra gli scostamenti dall'equilibrio:
Qui si vede meglio cosa sta succedendo. La tendenza "secolare", interrotta dal riallineamento del 1992, è quella di un indebolimento relativo del marco/euro rispetto alla lira. Anche alla fine della storia, quando noi ci troviamo sottovalutati (come si vede nel primo grafico), la Germania è più sottovalutata di noi, e quindi resta "sottoprezzata" per sul mercato italiano. Certo: per la Germania l'euro è debole perché la Germania è forte (in un certo senso che i lettori qui hanno imparato a comprendere). Ma il punto resta! Il fatto che questo grafico, invece di oscillare attorno allo zero, manifesti una tendenza negativa ci dice, di per sé, che un mercato non sta funzionando: quello della valuta, che oggi non funziona... perché non c'è! Ci siamo chiesti mille e una volta perché i "libbbberali" vedano nell'abolizione di un mercato una cosa buona e giusta. Forse perché sono scemotti a libro paga, che di Smith hanno solo sentito il nome in qualche corso di Istituzioni di economia politica di qualche facoltà minore (se pure...). In ogni caso, il punto di fondo è sempre lo stesso, e tale resta: accordi irrazionali non sono benefici per nessuno. E se ne volete una riprova, considerate che Deutsche Bank si è fumata in pochi anni oltre 10 miliardi di aumenti di capitale e non gode di ottima salute.
Anche i ricchi piangono, a quanto pare, soprattutto perché sono poveri.
Quindi, a chi mi chiede se usciremo dall'euro, io continuo a ripetere quello che dissi a un giornalista particolarmente poco piacevole la prima volta che andai in televisione, molti anni fa: questo è un falso problema, perché sarà l'euro a uscire da noi. I numeri per una soluzione politica ad oggi non ci sono, ma stanno diventando sempre più grandi, esattamente come stanno diventando sempre più grandi le cifre necessarie per tenere insieme la baracca. Non ci voleva quel genio di Stiglitz per suggerirci che un giorno i costi supereranno i benefici.
Intanto, godiamoci il seguito della telenovela...
(...ah, fedele allo spirito di questo blog, come vedete, non vi parlo di cronaca, ma una cosa ve la dico: sono umanamente - prima che politicamente - molto contento...)
(...ovviamente questa modifica metodologica, che tiene conto dell'osservazione di Zingales, non altera in nulla i risultati dei precedenti studi: la sopravvalutazione - rispetto all'equilibrio - deprime la dinamica della produttività. Non c'è niente da fare: se una moneta è sbagliata, è sbagliata...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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lunedì 30 aprile 2018
domenica 7 gennaio 2018
Il saccheggio del Made in Italy
(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)
(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)
Caro Alberto,
l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze
per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25
anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.
Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così
efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo
intervento al goofy6:
Dalla mia credo di avere un lungo periodo di
esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un
paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese.
Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era
la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi
Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e
di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.
Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made
in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e
comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno,
giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di
trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per
un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la
concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di
cercare un minimo comune denominatore.
Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:
Come sottolineato in un tweet, Brazzale
si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori
produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate
nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di
provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.
Si focalizza infatti, in particolare, sul tema
della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di
retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.
Il fattore differenziale non risiede infatti
nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di
arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di
trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia.
Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T
maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero,
apprezza e compra.
Intestardirsi, come continuano a fare
Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della
materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in
Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori
mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura
dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe
accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e
dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è
un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi
confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte
tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione
di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo
perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività.
Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.
Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che
la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno
dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi
sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato
questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene
dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i
parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che
tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e
nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti
miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di
decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la
pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in
Moldavia.
In Turchia, il settore della pasta sta avendo
un forte sviluppo negli ultimi anni. Stanno
comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia,
stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto
sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più
prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma,
soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore
vuole mangiare italiano, a prescindere.
Non voglio dire che Brazzale solleva un
problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale
manca di cogliere è purtroppo un altro.
Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche
indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha
sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie
imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200
giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti
proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi
ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una
discriminante e penalizzasse i piccoli?
Quanti studi farlocchi che dimostravano la
insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando
che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi
tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale?
Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di
sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per
dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli
anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.
Quanti fondi di private equity abbiamo visto
all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare,
tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità
decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza
giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora
intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?
Un’ultima riflessione, non specificamente legata
al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto
sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una
inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli
atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con
cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben
diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i
suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è
l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo,
distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per
strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.
(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)
giovedì 7 dicembre 2017
Lettera aperta agli imprenditori
(...sto partendo per Praga dove, come vi ho detto a Montesilvano, interverrò a un seminario della CNB come keynote speaker, insieme a Wilfried Steinheuer. Perlerò del mio ultimo paper su Monetary integration vs. real disintegration, e posso presumere che non saremo d'accordissimo su tutto. Se interessa, qui ci sono le slide del mio intervento. Vale la pena di aggiungere che sono stato invitato da Mojmir Hampl, e che la possibilità di confrontarmi con interlocutori di questo livello e in sedi di questo tipo è in parte il risultato della mia adesione al Manifesto di solidarietà europea , la cui esistenza mi era stata segnalata da Claudio Borghi, e suscitò in passato tante sciocche polemiche - Bagnai libbberistaaaa! Hai traditooooooo! Non fai sul serioooooo! Pinochettianooooooo! Ve li ricordate questi cretini? Sono ancora fra noi, btw - e in parte il risultato dell'operazione egemonica che a/simmetrie sta conducendo. Insomma: merito anche vostro che lo scorso anno, col vostro sostegno, mi avete permesso di invitare Hampl al nostro convegno annuale. Ve lo ricordo perché so - e ricordo - le sciocche polemiche contro il direttore di banca centrale libberista, sul perché non lo avessi blastato, ecc. Allora: voglio chiarirvi una cosa: io voglio blastare la Merkel - o chi sarà al posto suo - e lo farò con voi o senza di voi - mi dispiace per chi se ne sarà andato nel frattempo. Ma questo non è un incontro di calcetto: è una partita a scacchi. Qualche pedone bisognerà pur sacrificarlo: bisognerà arretrare: non bisognerà aprire - da soli, in minoranza, senza l'appoggio dei media - troppi fronti, ecc. Insomma: lebbasi. Eppure c'è chi non le capisce, e mi scrive per insultarmi, per dirmi che "sono solo un economista, e che la scienza senza passione civile non serve a nulla, e che io devo..." Io devo? Che cazzo devo io? E chi cazzo sei tu per chiedermelo? Che fatica...)
(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)
(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)
(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)
(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)
Caro Roberto
Brazzale,
permettimi di
darti del tu. Indosso la stessa “divisa” (nel settore alimentare), seppure di
una” taglia” minore alla tua. Ho molto apprezzato la sincerità del tuo
intervento a Montesilvano, la vivacità intellettuale e imprenditoriale che
esprimi. Hai detto molte cose giuste. Hai espresso - e di questo ti ringrazio-
il senso di quello che facciamo: organizziamo fattori produttivi.
C’è una grande
responsabilità in questo, forse non compresa fino in fondo da altri “parti
sociali” (e purtroppo, da qualcuno in sala). C’è anche, nel nostro lavoro, un
forte elemento di creatività che molti sottovalutano: un bravo imprenditore non
unisce solo puntini. Li unisce in un disegno che nessuno ha visto. Vediamo
unicorni dove altri vedono conigli. Poi cerchiamo testardamente di avere
ragione, perché la nostra “arte” vale qualcosa solo se diventa “oggetti di
fatturazione” stabili nel tempo.
Perché allora la
platea si agitava a Montesilvano? Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che
“organizzare fattori produttivi” è quello che facciamo. Non è quello che siamo.
Tra le cose che siamo c’è n’è una, fondamentale, che definisce e colloca quanto
facciamo nello spazio e nel tempo. Siamo ITALIANI. È così scontato che a volte
lo dimentichiamo.
Tutto quello che
hai detto riguardo alle più varie provenienze delle componenti di prodotto, dei
materiali, dei macchinari sono incontestabili. Ma, anche dopo tutto questo, il
MADE IN ITALY esiste, caro Roberto. È un gusto, uno sguardo sulle cose, un modo
di fare impresa. Lo riconoscono più all’estero di quanto siamo disposti a fare
noi, lo sai. Sono convinto che (buona?) parte del tuo successo d’imprenditore
sia imprescindibile dal tuo essere, prima di tutto, ITALIANO. Più prosaicamente
è presumibile che le tue produzioni estere beneficiano di una rete commerciale,
di contatti, di reputazione che si fondano sul tuo essere produttore di buoni
cibi italiani.
Da italiano non
puoi non notare che organizzi fattori produttivi in un sistema di regole
europee che penalizza il nostro tessuto produttivo, la sua tipicità, la sua
storia. Se questo sistema ti induce a produrre all’estero io sarò sempre al tuo
fianco nel difendere la tua scelta razionale di imprenditore e sarò felice di
applaudire il tuo successo. Nessuno può chiedere a un imprenditore di non
cogliere opportunità.
Esiste però un
tema più grande e non possiamo far finta di non saperlo: le scelte razionali
del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una
irrazionalità collettiva. Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è
ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali
verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore
di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la
nozione di comunità di riferimento. O peggio: sembra averne scelta una diversa,
più sfumata, inesistente, socialmente instabile. Senza dircelo.
Ecco perché - ai
miei occhi, sempre di più - il cuore di quanto Alberto e Asimmetrie portano
avanti non è macroeconomico: è politico. E avrà, prima o dopo, un chiaro
riflesso politico, in un senso molto più alto del famerpartitismo. (Alberto:
grazie. Per Montesilvano. Per tutto.)
Sono
ragionevolmente sicuro che tu – e molti altri imprenditori – sapresti far
vivere e prosperare imprese in Europa, qualunque regole economico/sociali
questa Europa decidesse di darsi. Ciò vale per più imprenditori di quanto
generalmente si crede, ma per MOLTI MENO di quanti crediamo noi, Roberto. E per
molti meno di quanti ne servono al Paese perché i cittadini possano avere un
lavoro degno di questo nome. Per la grande maggioranza degli imprenditori
italiani è vitale poter produrre e vendere qui. Ecco perché è vitale difendere
la specificità produttiva del MADE IN ITALY. Un tessuto imprenditoriale fatto
di una miriade di piccolissime e piccole aziende, poche medie e pochissime
grandi ha bisogno di politiche economiche e industriali attente e specifiche.
Il problema è che
noi imprenditori, quando cadiamo, non cadiamo da soli. Quando chiude un’azienda
il domino ha sempre una certa, triste lunghezza anche se l’azienda è piccola. Questa
responsabilità ce la assumiamo, lo sai. E quindi, anche se fare l’imprenditore
significa avere il senso del rischio ottuso (sperabilmente solo quello),
abbiamo l’obbligo (professionale, prima che civile) di RIDURRE IL RISCHIO. Dovessimo
fare una scelta basata sulla sola razionalità economica, i numeri sembrano
spingere la nostra categoria verso una più decisa presa di posizione in favore
di scelte politiche che difendano gli interessi del sistema italiano e delle
sue specificità.
Io sono nato
italiano, caro Roberto. Morirò italiano, non europeo. Forse i miei nipoti
saranno europei, cittadini di un’Europa che (spero e credo) non sarà questa. Io
e te, Roberto parliamo italiano, pensiamo italiano. I risultati imprenditoriali
che cogliamo e coglieremo sono inestricabilmente -e fammi dire: fortunatamente-
legati a questo Paese.
Di mestiere
organizziamo fattori produttivi, come hai correttamente sintetizzato per
astrazione. Un altro modo di esprimere il problema del paese oggi è, forse,
dire che l’Italia ha bisogno di “organizzare fattori sociali” in un assetto più
benefico per gli italiani e, di conseguenza, per le imprese italiane.
Forse i migliori
di noi potrebbero contribuire a riorganizzare il Paese così che gli attori
sociali siano allineati verso un maggior bene comune. Se prendessimo sul serio
l’essere italiani prima dell’essere imprenditori, potremmo contribuire a
disegnare assetti sociali più giusti, più degni, più umani per i nostri
concittadini. E da li agire, gradualmente e con coerenza, per cerchi
concentrici.
Alcune di queste
riflessioni non ti sono estranee, ne sono convinto. Grazie ancora.
(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)
(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)
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