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martedì 1 gennaio 2019

Le illusioni (ottiche) perdute

Fine anno, tempo di bilanci.

Quello dello Stato ci ha occupato a lungo. Fedele al mio principio "rigore è quanto arbitro fischia, legge è quando esce in Gazzetta", ora potrò commentarlo con voi. A qualche comma ho lavorato, e magari potrà interessarvi sapere com'è andata, quanto lavoro c'è dietro quelle parole, anche quando non vi soddisfano.

Ma oggi mi preme soprattutto un altro bilancio, più personale, anche se non meno politico: quello della mia attività nel dibattito, svolta soprattutto attraverso questo blog. Tirare una linea, sette anni dopo, non è facile. Cosa mi proponevo con questo blog? Mi sono avvicinato all'obiettivo? Cosa posso fare per avvicinarmi ulteriormente? Lo sforzo c'è stato, credo che lo si veda. Quello che leggete è l'ultimo di 1965 post, che complessivamente hanno ricevuto in sette anni quasi 37 milioni di visualizzazioni.

Il rendimento qual è stato?

Rispondere è arduo, per un motivo che cerco di spiegarvi come posso. Le tante manifestazioni di affetto, di solidarietà, di sostegno che ho ricevuto e ricevo da voi, come pure quelle di segno contrario, le critiche, le manifestazioni di dissenso, di delusione, mi rinviano tutte, per un verso o per un altro, a un dato ineludibile: posto che ognuno di voi è (legittimamente) il centro del suo mondo, di Alberto Bagnai non ce n'è uno, ma ce ne sono tanti quanti siete voi. Detto in sintesi: voi credete di seguire me, ma in realtà seguite, inevitabilmente, voi stessi: quel pezzo di voi stessi che è il vostro "me", il "me" che pensate vi abbia detto le cose che desideravate sentirvi dire. Può darsi che quello che desideravate sentirvi dire abbia coinciso con quello che desideravo dirvi, almeno per un certo periodo di tempo, come può anche darsi che a un certo punto questa felice coincidenza si sia dissolta, magari perché sono cambiato io, o perché siete cambiati voi. Non c'è nulla di male: ognuno di noi fa propri gli autori in cui si imbatte: li legge con le lenti della propria esperienza, li adatta alle esigenze tattiche della propria battaglia quotidiana, se ne serve per ottenere ciò che desidera.

Quante volte mi avrete sentito dire spazientito: "Se mi seguite, seguitemi!", quando mi sembrava che vi foste persi qualche pezzo (dalla definizione di cambio reale a passaggi più banali, organizzativi, come la data del nostro convegno)? Ma mi rendo conto di essere stato qualche volta ingiusto. Ognuno di voi seguiva il "suo" Alberto, e non era colpa sua se questi non coincideva col "mio".

Tanto per farvi un esempio concreto: a giudicare da certe esternazioni recenti nella cloaca di Twitter, mi sembra che quasi nessuno abbia letto le uniche due interviste che ho rilasciato dopo l'estate, quella su Il Mattino, e quella su La Verità. Che dite, volete approfittare delle vacanze per recuperare il tempo perduto? Mi fareste la cortesia, anche se le leggeste allora, di rileggerle oggi, magari cercando, con l'immaginazione o con Google, di ricordare quale fosse la situazione al tempo in cui le interviste vennero rilasciate? E magari vedendo dove siamo arrivati?

E dai, fatemelo questo regalo! Magari, più sotto, vi spiego perché vi chiedo questa cortesia...










































Fatto?































Andiamo avanti?


































Bene!

Tornando al punto in cui ci eravamo interrotti, resta da decidere se il bilancio di questa attività, la valutazione di quanto questa sia riuscita a incidere, vada effettuato sull'Alberto che penso di essere, o sulla moltitudine dei vostri Alberti personali. Il primo compito è difficile, il secondo impossibile, anche per motivi di spazio, e quindi non ci resta che una scelta, la prima. Do quindi per scontato che questo bilancio deluderà tutti voi, appunto perché ognuno è il centro del proprio mondo, lo stratega della propria battaglia, e il detentore della propria verità: rassegnarsi ai mondi, alle battaglie e alle verità altrui non è difficile: è impossibile. Quello che cercherò di dirvi vi sembrerà quindi necessariamente falso (artificioso, strumentale, narcisistico, apologetico, pleonastico, ecc.).

Ma altro da dirvi, io, non ho, e quindi ve lo farete bastare.

Per rispetto del vostro tempo, in questo giorno così significativo dell'anno, vi faccio l'abstract, come si fa nei pèiper, così, esattamente come quando si leggono i pèiper, i più pigri potranno tranquillamente voltare pagina, o saltare alle conclusioni.


Abstract - A me sembra di avervi voluto dire in questi sette e più anni due sole cose: che la democrazia, intesa come rispetto della sovranità popolare che si esprime attraverso il voto, è importante, e, in subordine, che una delle principali insidie nella quale essa oggi incorre è la costante manipolazione esercitata dai media. Qui ci siamo occupati di fake news, e sul serio, ben prima che il tema venisse tirato fuori strumentalmente per criminalizzare il dissenso politico, evidenziando in particolare (ma non solo) il tentativo orwelliano di riscrittura del passato messo in opera per "controllare il futuro" (cioè per condizionare lo vostre scelte) da chi controlla(va) il presente. Nell'abstract di solito i risultati non si mettono, ma per farvi un favore vi sintetizzerò anche quelli: in tutta evidenza, non sono riuscito a farmi capire. Due cose volevo dire, e due cose non sono state capite. In sette anni. Quindi, ho fallito.


(...se a qualcuno interessa, aggiungo anche che ho elaborato il lutto: se non avessi sviluppato questa capacità, non potrei fare il lavoro che faccio...)

Segue svolgimento.

Tutti ricordiamo come ci incontrammo.

Il blog venne aperto sull'onda di un moto di indignazione: la mia, per il rifiuto opposto dalla redazione de lavoce.info alla richiesta di pubblicazione de I salvataggi che non ci salveranno (che così divenne il primo post di questo blog). La tesi dell'articolo era scientificamente fondata: la nostra crisi non dipendeva dal debito pubblico. La fondatezza è dimostrata, fra l'altro, dal fatto che le stesse persone che l'avevano respinta se ne appropriarono nel loro personale 8 settembre, che era il 7 settembre del 2015, proponendo come loro risultato originale un'analisi che non solo non era loro, ma (come poi scopersi) non era originale nemmeno quando, con quattro anni di anticipo su quelli bravi, su iCoNpetenti, l'avevo pubblicata qui. Fu uno di voi, non ricordo chi, a farmi notare che quanto io avevo scritto a novembre 2011 era stato scritto nell'ottobre dello stesso mese sul Bollettino economico della Bce: la crisi che stavamo, e stiamo, vivendo non dipendeva dal debito pubblico, ma da quello privato.

Gli squilibri erano nel settore privato, non nella finanza pubblica allegra...

Oggi rendersene conto è facile. Allora lo era un po' meno. Io ci ero arrivato da solo, e con me altri sparsi per il mondo, ma l'ortodossia negava: poi si piegò, confermando che la mia indignazione non era l'isteria di un autore lunatico indispettito per il sereno responso di un lettore "coNpetente", ma aveva un fondamento, naturalmente di natura politica. I redattori avevano censurato il mio articolo perché in base a un ragionamento scientifico preconizzava il fallimento delle politiche di quello che allora era un loro, e oggi è un mio collega: Mario Monti. Il fallimento poi ci fu, e ancora ne portiamo le cicatrici, che si vedranno nella storia economica del paese per decenni e forse secoli a venire. Di questo fallimento l'articolo spiegava partitamente e inoppugnabilmente le ragioni: curare una crisi di debito privato come se fosse una crisi di debito pubblico (cioè con l'austerità), tagliare la gamba, se non sana, meno malata... e poi stupirsi che il paziente non riesca a correre!

Ma non bisognava disturbare il manovratore, o almeno la redazione non voleva farlo: aveva judo...

Questo, qui, ce lo siamo detti mille volte. Gli aspiranti Pulitzer che grufolano fra queste pagine, mentre incombe su di loro lo scatolone di cartone col quale si troveranno in mezzo a una strada, forse ignorano questa storia, o forse vorranno strumentalizzarla a uso delle loro gazzette che nessuno legge più: facciano! Male che vada, porteranno qui altri lettori, che scopriranno come quello che essi intravedono confusamente nel 2018 fosse stato descritto per filo e per segno nel 2011... dalla BCE!

Questa esperienza, voi, l'avete già fatta: ma ad altri potrebbe tornare utile...

(...cari aspiranti Pulitzer: io vi vedo e vi piango. Quello che viene scritto su questo blog, dove scrivo solo io, ha una sua speciale caratteristica. Quale? Chiedetelo a Macron...)

Tuttavia credo che abbiate dimenticato, almeno a giudicare da come una minoranza rumorosa di voi si comporta, che era stato un ben altro facit indignatio a farmi entrare nel dibattito!

Erano state le agghiaccianti parole di Aristide, sulla scaletta dell'aereo che ci riportava a Parigi da Ouagadougou (per mero caso, la città dove era stato assassinato Sankara!). Quelle parole mi pervasero di un orrore che, tanti anni dopo, non riesco a scrollarmi di dosso: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa." Questo nauseabondo paternalismo non mi sorprese più di tanto: conoscevo abbastanza la sinistra, essendomi riconosciuto antropologicamente in essa per anni, da sapere di quanto feroce disprezzo verso il popolo essa fosse e sia irrimediabilmente intrisa. La cosa sbalorditiva, mi ripeto: agghiacciante, era che esso venisse ostentato, rivendicato, con orgoglio, quasi a ulteriore riprova della superiorità morale e politica di chi lo faceva proprio...

Tenni dentro di me queste parole per un anno, mentre assistevo, passo dopo passo, allo sprofondare della Grecia. Ogni mese, ogni settimana, ogni giorno ci allontanava visibilmente dall'obiettivo in nome del quale qualcuno aveva ritenuto giusto che tanti sacrifici venissero sopportati da tutti gli altri. Poi, come ricorderete, nell'agosto del 2011 scrissi per il Manifesto/Sbilanciamoci un articolo che svegliò molti di voi.

Ammetto che in termini politici quell'articolo non fosse un capolavoro: una parte del paese, per di più quella che ritiene di essere per diritto divino migliore dell'altra (la sinistra) veniva messa di fronte a una sgradevole alternativa: ammettere di essere composta da imbecilli, o da traditori (con ogni possibile combinazione convessa). Il tradimento del lavoro era lì, sotto gli occhi di tutti: quegli stessi sindacalisti che oggi scendono in piazza contro quota 100 e il reddito di cittadinanza erano stati acquiescenti di fronte a decenni di caduta, lenta ma inesorabile, della quota salari, allo smantellamento di tutti i presidi a tutela dei lavoratori... Quanto alla "non particolare brillantezza" (diciamo così) dei miei interlocutori "de sinistra", questa risaltò in tutto il dibattito che ne seguì (qui un punto saliente, e qui un abisso particolarmente significativo, soprattutto col senno di poi, che per me era stato come di consueto il senno di prima...). Ogni successiva occasione di incontro sgretolava il pilastro sul quale aveva poggiato la mia Bildung: l'idea che la sinistra, pur con tutti i suoi umani difetti (fra cui il disprezzo dell'umanità), fosse comunque il luogo in cui albergava la cultura, e la libertà di espressione. L'evidenza, dolorosa, era lì: mi ero accompagnato per anni a degli imbecilli traditori, di cui ero stato correo, perché avevo creduto a quanto mi era stato insegnato: che io ero nato dalla parte giusta, dalla parte di quelli che avevano vinto una guerra che il paese aveva perso, e l'avevano vinta perché erano migliori degli altri.

Tuttavia in politica, come in generale nella vita, bisognerebbe sempre lasciare una via di fuga all'avversario, soprattutto se è un imbecille, e naturalmente a meno che non si abbiano sufficienti divisioni da potersi permettere il lusso di considerarlo un nemico, ed annientarlo. Nel mio caso una evidente sproporzione di forze in effetti c'era, ma era tutta a mio svantaggio! Ero solo. Eppure, indipendentemente dalla mia volontà, la logica del ragionamento economico vie di uscita non ne lasciava. Se anche avessi voluto, l'onestà intellettuale imponeva di dire le cose in quel modo, perché in quel modo stavano. E poi, proprio perché ero solo, non avrei mai pensato che quell'articolo avrebbe avuto tanta risonanza, tanto più perché si rivolgeva alla ristretta cerchia della "sinistra de sinistra". Era un urlo di rabbia: non volevo costruire nulla, perché non pensavo che sarei riuscito a costruire nulla, e soprattutto perché non pensavo che spettasse a me costruire qualcosa. Nonostante non mi sentissi particolarmente rappresentato da nessuno, ritenevo comunque di vivere in una democrazia rappresentativa: la politica non era affar mio, avevo delegato, col voto, e aspettavo che qualcuno aprisse gli occhi...

Non sapevo, allora, quanto la mia attesa sarebbe stata vana. In effetti, ignoravo che quanto mi indignava nell'atteggiamento di Aristide era in realtà il distillato di una lucida e consapevole filosofia politica, quella del cosiddetto federalismo europeo. L'uso deliberato delle crisi, in particolare di quelle economiche, come strumento di "avanzamento del progetto" era stato teorizzato da personaggi quali Albertini o Spinelli, e questo non lo dico io: lo dicono, e ne menano vanto, i federalisti stessi! La costruzione consapevole e deliberata (mi ripeto: deliberata) di una struttura imperfetta, assistita da regole stupide, condotta con la pretestuosa illusione di aggiustarla sulla spinta di una crisi, trascurando il fatto che durante le crisi i rapporti di forza (fra capitale e lavoro, fra potenze e colonie...) necessariamente vivono una situazione di patologico squilibrio, e che le riforme condotte a colpi di crisi altro esito non possono avere che quello di cristallizzare queste patologie. "Un giorno ci sarà una crisi...". L'uso deliberato (mi ripeto: deliberato) della violenza economica, e in particolare del vincolo esterno, come manganello per costringere i popoli ad avanzare in una strada che non si erano scelti: nulla poteva sembrarmi più fascista, e lo dissi.

Quante altre cose non sapevo, che, se le avessi sapute, mi avrebbero vieppiù inorridito! Non conoscevo ancora la dichiarazione di voto di Giorgio Napolitano contro l'entrata nello SME (la trovate a pag. 24992). Sembra scritta da Krugman oggi, in uno dei suoi sprazzi di lucidità, ed invece era verosimilmente stata scritta da Spaventa allora, nel 1978.

Sapevano.

Col tempo acquistai la lancinante certezza che tutti quelli che mi trovavo schierati in difesa di un sistema le cui contraddizioni stavano esplodendo con violenza, avevano denunciato le stesse contraddizioni, con le mie stesse parole (perché erano le parole giuste) ma con maggiore lucidità della mia, oltre trent'anni prima di me.

Sapevano.

Pochi mesi dopo aver lanciato quel grido di rabbia, in agosto, preconizzando la caduta di Berlusconi (oggi mi dicono che nei salotti della Roma che conta la caduta che io credevo di prevedere ad agosto era già data per fatto assodato a luglio: ma allora ero un outsider, non potevo contare su informazioni privilegiate, come potevano allora molti di quelli che oggi frequento, e non potevo ricevere certe visite, come quelle che ricevettero alcuni miei nuovi amici...), pochi mesi dopo, dicevo, partì il blog, in novembre.

La domanda sottesa a tutti gli articoli che si affastellavano, motivati dalle vostre domande, o dall'intervento di qualche pirla di passaggio, come ne abbiamo visti e ne vedremo a decine, era però sempre la solita: come avevamo fatto a cascarci? Perché, in effetti, ci eravamo cascati un po' tutti, o, se non tutti, la maggioranza, che in democrazia è la stessa cosa (more on this later).

La risposta era sotto gli occhi: quotidianamente assistevamo alla distorsione dei fatti economici perpetrata dai media. Prima ancora di leggere con trasporto e con un senso di liberazione libri quali Gli stregoni della notizia o La fabbrica del falso, ragionando per induzione ricostruivamo i meccanismi retorici attraverso i quali verità parziali diventavano mattoni per costruire il falso, per inculcare al lettore un'immagine delle dinamiche economiche unilaterale e moralistica: la raffigurazione di un mondo dove un debito non è mai anche un credito, dove una svalutazione non è mai anche una rivalutazione, dove una esportazione non è mai anche un'importazione. Una medaglia con una sola faccia, priva di coerenza logica, ancor prima che scientifica, ma forse per questo ancor più attraente per gli inesperti. L'esposizione sistematica di questa retorica sarebbe arrivata dopo, con La crisi narrata, di cui qui vi anticipai la prefazione.

Giorno dopo giorno, post dopo post, emergeva che un pezzo importante del colossale fallimento della democrazia nel quale vivevamo era direttamente riconducibile alle dinamiche del sistema dei media, quelle dinamiche sulle quali Gramsci aveva le idee piuttosto chiare: ma Gramsci, per la sinistra cui mi rivolgevo, è ormai un santino, un elemento da venerare per soddisfare una naturale ma sterile pulsione identitaria, guardandosi però bene dal leggerlo (e quante volte ci siamo imbattuti in questo atteggiamento)!

Così, accanto alla riflessione su come si potesse ripristinare un ordine economico che liberasse l'esercizio della democrazia da quel senso di urgenza fasulla (FATE PRESTO!), descritto così bene nelle prime pagine de La costituzione nella palude, dall'oppressione di una perenne crisi, dal peso dei sacrifici da fare quando le cose vanno male perché le cose stanno andando male, e quando le cose vanno bene perché bisogna riparare il tetto quando non piove (cioè perché le cose vanno bene), insomma: dei sacrifici da fare sempre, accanto alla riflessione su quali forze politiche, e, soprattutto, quali nuovi rapporti di forza, avrebbero potuto consentire ai popoli europei di riprendere un percorso di autodeterminazione, di poter realmente progettare un proprio futuro, invece di agire sempre reattivamente a eventi catastrofici amplificati da regole completamente irrazionali, accanto a questa riflessione, nel blog si sviluppava quella su come difendersi dalla costante manipolazione cui siamo sottoposti. Un pezzo importante della crisi, come ci ha insegnato il Pedante, è appunto la sua narrazione: è questa a influire in modo determinante sulle decisioni politiche.

Il governo che sostengo, finalmente, sta cominciando ad affidare al mercato gli aedi del mercato: sine, ut mortui sepeliant mortuos suos. Lo ritengo un provvedimento giusto: pluralismo non è quando molte voci dicono la stessa cosa, ma quando poche voci dicono cose diverse. Lo spazio lasciato libero da chi non riuscirà a sopravvivere in un mercato non drogato da sussidi diretti e indiretti (e su questi ultimi c'è ancora tanto lavoro da fare) verrà occupato da altri: cambieranno i suonatori, e forse, chissà, anche la musica.

Questo per il futuro.

Oggi, però, dopo sette anni passati a vagliare, riscontrandole sulle fonti primarie, le sciocchezze che ci vengono ammannite, spesso anche da voci autorevoli o presunte tali (a partire dalla favolosa "inflazione a due cifre negli anni '90"), mi aspetterei che anche prima che il mercato ci sbarazzi da chi lo proclama igiene del mondo, voi esercitaste un minimo di attenzione critica verso certe notizie, esattamente come da chi segue un blog nato per denunciare un metodo di governo e una filosofia politica intrinsecamente antidemocratica perché paternalistica (quella secondo cui gli aristoi di sinistra sanno ciò che è bene per il popolo, e lo conducono col vincastro del vincolo esterno verso le magnifiche sorti e progressive da essi determinate), mi aspetterei un minimo di sensibilità democratica.

Ma non è così, e non lo è al punto che certe volte veramente io boh...

(...tradotto: mi chiedo veramente cosa ci stiate ancora a fare qui e chi crediate di avere letto...)

Faccio un esempio molto semplice, che riguarda il mio partito. Qualche giorno fa io e i miei colleghi abbiamo appreso con un certo divertimento che "la Lega era scesa al 32%". In quelli che come me se la ricordavano al 4% questi titoli promuovevano una franca ilarità. A pensar male si fa peccato, naturalmente. Eppure, leggendo non tanto i sondaggi, quanto il modo in cui ci vengono ammanniti, è difficile sfuggire a una sensazione: quella che i risultati della Lega vengano esaltati per preoccupare i nostri alleati, e poi magari depressi per preoccupare noi, sempre nel tentativo di spaccare la coalizione, che però (mi dispiace) non si spacca, anche perché Salvini avrà tanti difetti, ma non è Theresa May (per citare un esempio illustre di persona andata alle urne con un sondaggio in tasca: quello sbagliato!).

Il gioco è trasparente: chi potrebbe caderci?

Purtroppo... voi!

Ve lo dimostro con un grafico, questo:

Qui trovate, da sinistra verso destra, il risultato della Lega alle politiche (poco sotto il 18%), quello dei sondaggi attuali (il 32%), quello che occorrerebbe per governare da soli (posto che sia un obiettivo sensato: il 51%), e quello che i tuttosubitisti, nella loro percezione appannata, evidentemente ritengono che noi abbiamo: il 100%.

Io adoro i tuttosubitisti!

Poverini: non è colpa loro se non si rendono conto che la Lega non è "scesa dal 35% al 32%", ma salita dal 4% al 17%. Non esiste nessuna discesa di tre punti: esiste una crescita di tredici punti, che però arriva a un culmine ben inferiore al 32%. Ma loro niente! Duri come il ferro, cadono nell'illusione ottica di chi vuole dipingerci come un partito di maggioranza assoluta, un partito al 51%, che dico, al 100%, al 1000% dei consensi, per poi poter presentare come sconfitte i nostri risultati. Questi, certo, non sono sempre pienamente conformi a quanto magari avremmo desiderato ottenere (siamo in coalizione, e lo stesso vale per i nostri alleati): ma, soprattutto, i nostri risultati non sono quasi mai conformi a quelli che avrebbe auspicato il PD (che, non dimentichiamolo, ancora esercita sui media una determinante egemonia culturale). Non è strano che il PD, pardon: i media, li dipingano come nostre sconfitte: perché sono sconfitte loro!

Insomma: i giornali battono la grancassa, per motivi tanto leciti quanto evidenti, ma i nostri amici tuttosubitisti si bevono la qualunque, a testimonianza del fatto che non hanno letto questo blog, ma un altro, che l'Alberto che hanno seguito non era il mio, ma il loro.

Se avessero letto questo blog, narraFFioni come quella del "momento Tsipras" incuterebbero in loro un certo sospetto, mica per altro: per chi le diffonde! In effetti, i lettori di un blog che dal primo articolo ha smascherato la fallacia delle politiche montiane (ricostruendone le intenzioni redistributive) e per sette anni ha evidenziato le bufale dei giornali, forse non dovrebbero prendere troppo sul serio quanto dice Monti su un giornale (e soprattutto su Il Giornale). In questo, come in tanti altri casi, più che chiedersi che cosa stia dicendo il pensatore di turno, occorrerebbe chiedersi perché lo stia dicendo, e perché ora. Ma il tuttosubitista è deluso: ultimo esemplare di quella lunga teoria di amanti tradite che ha punteggiato col proprio isterico starnazzare le pagine di questo blog, ulcerato dalla perdita delle sue illusioni, il tuttosubitista prorompe in strepiti e improperi: "Hai traditoooh! Volevi solo la poltronaaah! Caporettoooooh!"...

E questo perché?

Perché con il 17% dell'elettorato, di cui si stima che solo un terzo ci abbia scelto per la nostra motivata critica del progetto europeo, quindi, di fatto, con uno 0.3x0.17=0.051=5.1% dell'elettorato, non abbiamo ancora realizzato una cosa che non è nel contratto di governo per i noti motivi!

Povero tuttosubitista! Gli siamo vicini nell'elaborazione del suo lutto, ma non possiamo fare a meno di constatare che le sue illusioni perdute sono, prima di tutto, illusioni ottiche. La Lega, unico partito che avesse messo in programma un serio ripensamento del progetto europeo, ha il 17%, e in Parlamento lavora (bene) con quello, non con il millanta per cento che i giornali e la percezione distorta dei boccaloni che ancora li leggono gli attribuiscono. Diciassette per cento significa un sesto degli elettori, di cui forse il 5% (che significa un ventesimo) ha una qualche consapevolezza delle dinamiche che vi ho descritto fin qui. Notate bene: è un risultato enorme, epocale! In nessun altro paese europeo esiste una minoranza così forte da aver portato in Parlamento tante voci critiche e consapevoli. Ma ai tuttosubitisti questo non basta: invece che l'inizio di una lunga guerra di indipendenza, lo considerano, per motivi strumentali, o semplicemente per mancanza di tempra, una sconfitta definitiva...

Ora, vedete, il dato politico è che stiamo parlando di quattro gatti: i tuttosubitisti sono un sottoinsieme degli zerovirgolisti! Appartengono cioè a quello che il violoncellista neoborbonico, amico degli amici del blog, chiama il PIP: "Partito Italiano Prefissi". Sì, insomma: quella coalizione in cui ricade chi ottiene risultati con uno zero davanti... Quindi, in effetti, visto che la politica si fa coi numeri (e magari anche col cervello) gli scleri di queste persone sono totalmente irrilevanti, se non per chi, come alcuni futuri Pulitzer (ricordatevi la scatola di cartone, amici...), esercita il lavoro pagato (ancora per poco) di grufolare fra queste pagine per redigere simpatici articoli di colore su giornali la cui rilevanza è anch'essa da prefisso telefonico.

Voglio essere più esplicito. Due giorni fa su Twitter ho segnalato un dato che a me sembrava paradossale:


Vi esorto a cliccare qui per seguire la discussione che ne è seguita e capire come siamo messi. Una estenuante maratona di scemenze e luoghi comuni, ma anche una sbalorditiva, disarmante incapacità della stragrande maggioranza di quella esigua minoranza che ha capito qualcosa (o crede di averlo capito) di argomentare nei riguardi di chi non ha ancora capito niente. Esattamente quello che mi aspettavo.

Ora, quello che speravo di avervi trasmesso, in tanti anni, era anche e soprattutto il senso di quanto profonde siano le radici del male, di quale battaglia sia necessario combattere sul piano culturale, prima ancora che politico, per costruire un minimo di coscienza dei processi in atto. Essere riusciti ad arrivare dove siamo è il primo passo per l'affermazione di un minimo di pluralismo nel dibattito. Ma un dibattito vero ancora non c'è stato: ne stiamo appena costruendo le premesse. Il fatto che alcuni di voi, nel loro eguccio più o meno ipertrofico, siano profondamente convinti di qualcosa che nella maggior parte dei casi, peraltro, non hanno nemmeno capito perché non riescono a ripeterla in modo convincente, non fa di essi una maggioranza. Essere convinti delle proprie idee è condizione necessaria di un'azione politica, ma è largamente non sufficiente. In politica non basta che siamo convinti noi: occorre che siano convinti anche gli altri!

Che i fascisti di Casapound, nel nobile intento di salire dallo 0,x% allo 0,y% (con y poco maggiore di x) urlino e strepitino che noi abbiamo traditooooh, che siamo diventati europeisti, e che quindi bisogna votare per loro perché sono puri e duri, io, questo, lo capisco, e lo guardo (dall'alto, perché ora sono in alto) con simpatia e umana solidarietà. Ma, appunto: loro sono fascisti! Da loro, certo, mi aspetto che ragionino come un federalista qualsiasi, come uno dei tanti (Albertini, Prodi, Spinelli, Padoa Schioppa...) che hanno apertamente teorizzato la necessità che la maggioranza sia guidata da una eletta minoranza. Casapound è il degno pendant di quegli intellettuali di princisbecco che oggi ci spiegano come la democrazia, signora mia, sia tanto sopravvalutata: quindi, averli contro non mi preoccupa!

Mi preoccupa di più chi dice di aver aperto gli occhi grazie a questo blog, ma poi viene qui a esprimere la sua frustrazione perché la Lega non ragiona come Aristide!

Ci dispiace, cari "tuttosubitisti non di Casapound" (posto che ve ne siano): non siamo fascisti come Casapound, e non siamo fascisti come la sinistra: per noi la democrazia esiste, e quindi la maggioranza va rispettata, come va rispettato il suffragio universale, nonostante ci veda al 17%, non al 100% (dove ci dipingete voi per i vostri ovvi motivi tattici). Ci dispiace molto anche per il prossimo lutto che dovrete elaborare, il più doloroso: perché tutto questo strepito, frutto di poca intelligenza o di molta furbizia, il cui unico esito dovrebbe essere quello di indebolirci nel momento in cui, in effetti, sarebbe più razionale rafforzarci (visto che qualcosa stiamo facendo, e altro faremo), avrà un diverso risultato: quello di mettervi per l'ennesima volta di fronte alla pochezza dei vostri numeri. Mentre voi sbraitate, spostando al più decimali come un volenteroso carnefice di Bruxelles, nel restante 95% degli italiani, quelli che ancora se ne strabattono del tema Europa, perché non lo capiscono, perché nessuno (tanto meno voi) è stato in grado di presentarglielo, o perché a loro sta bene così, cresce il numero di quelli che sentono parlare Garavaglia o Molinari e si dicono che in fondo noi leghisti non siamo così male, considerando l'alternativa.

Quindi, cari tuttosubitisti, le vostre grida dicono molto di voi, e poco di noi. Purezza e durezza sono due qualità insidiose, soprattutto la seconda! C'è il forte rischio che dalla coscienza si trasferisca al cervello: la cloaca di Twitter pullula di esempi! Io, qui, ho esercitato il massimo sforzo per farvi capire che la democrazia conta, e democrazia significa anche reciprocità. Quelli per cui la democrazia funziona solo quando va come dicono loro, ve lo ricordo, sono i piddini. Noi siamo diversi. Dobbiamo convivere col fatto che la maggioranza degli italiani non ha votato per noi, e continuiamo a portare avanti un'azione politica coerente con il nostro disprezzo verso un progetto che disprezza la democrazia: coerenza quindi vuole che non siamo noi stessi i primi a disprezzarla.

So che vi sembra difficile: alcuni di voi sono tecnicamente fascisti, quindi se non ci arrivano sono giustificati. La democrazia non è affar loro, e va bene così (soprattutto perché non hanno i numeri per cambiare le cose). Altri, semplicemente, non sono molto brillanti. Una di quelle che sbraita di più su Twitter in questi giorni credo di averla conosciuta a un mio incontro pubblico. Mi ricordo che dal pubblico strepitava a ogni intervento del mio interlocutore, mettendomi in seria difficoltà: interrompendo il mio avversario mi faceva perdere il filo, impedendomi di confutarlo, oltre a screditarmi facendomi passare per il guru di una setta di invasati privi delle più elementari nozioni di civiltà e di buona educazione (uno spin che piace alla stampa che piace... solo a se stessa!). Non sono stupito che ora continui a fare sostanzialmente lo stesso lavoro nella piccola bolla di Twitter (che, vorrei ricordarvelo, non è il mondo reale).

Allora: si è fatto tardi, nel frattempo è iniziato l'anno nuovo, e vorrei riassumere: qui il problema da risolvere, a monte, non è se vi piaccia o meno l'Europa, ma se vi piace o meno la democrazia. Se il vostro rifiuto dell'attuale progetto europeo deriva, come il mio, dal vostro amore per la democrazia, allora cercate di essere coerenti con voi stessi, e invece di interrogarvi su come realizzare contro la volontà della maggioranza progetti politici più o meno fondati, o sul perché avendo il 17% dell'elettorato non abbiamo realizzato una cosa che non è nel contratto di governo (risposta: perché non è nel contratto di governo e perché non siamo al 51%), cercate di sostenerci nel nostro sforzo di incidere sul dibattito culturale e politico, cosa che con il nostro 17% stiamo facendo con qualche risultato.

Altrimenti vorrà dire che non sono riuscito a farvi capire niente, ma va bene così: tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile.

Neanche voi, nonostante siate non il 17%, ma addirittura il 100%... di voi stessi!

Buon anno!


(...a proposito: come vi sembrano, ora, le interviste di settembre?...)

(...sono troppo stanco per rileggere: rileggete voi. Anzi: rileggeste voi...)

domenica 29 novembre 2015

La proxima salida del euro

(...per i lettori italiani dal cervello in mogano (se siamo nell'euro un motivo c'è!): si tratta della traduzione de "L'uscita dall'euro prossima ventura". Thanks to Paolo Agnelli for his translation...)


(...nota: este artículo fue escrito en agosto de 2011. En octubre 2011 el artículo fue traducido en griego (generosamente, pero inútilmente). En novembre 2011 yo publiqué el mismo artículo en mi blog, con estas premisas - en negrita:


Después de 3 meses desde la publicación en el Manifesto de mi artículo acerca de la salida del euro (nota: mientras tanto el Manifesto que se proclama periódico "de izquierdas" ha borrado el artículo de su web aunque generara un tráfico considerable y desde entonces censura sistemáticamente todos los artículos de los economistas críticos con Europa, como ha hecho notar otro importante economista italiano), quisiera volver a proponerlo en mi blog con su titular original (“il teorema della piscina”) y comentarlo brevemente para a ver dónde hemos llegado. El articulo había sido banalizado por muchos (empezando por la redacción) como un manifiesto en favor de las devaluaciones competitivas. Cualquiera que se informe mínimamente sabe que el problema europeo está provocado por las devaluaciones competitivas… ¡pero de Alemania, no de Italia! La intención del artículo no era si quiera el de “prever” el final del euro, porque no había y no hay nada que prever. Cualquiera que se informe mínimamente sabe bien que acerca de la insostenibilidad del euro se han pronunciado los máximos economistas del mundo. Y, además, todos lo pueden ver. No hace falta prever, basta ver.

Mi intervención proponía sin embargo un análisis político, un análisis que me parece que se está demostrando correcta cada vez más, y que políticos y periodistas no me parecían y no me parecen capacitados para llevar a cabo, por motivos cada vez más evidentes. Este análisis se puede resumir en pocos puntos:
  1. Revindicando el euro la izquierda italiana se ha suicidado políticamente, porque el euro es el culmen de dos proyectos no exactamente de izquierda: el proyecto imperial de Alemania, y el proyecto para disciplinar los sindicatos a través del vínculo externo, amado por las clases dominantes de los países periféricos.
  2. La ideología del vínculo externo, además, era intrínsecamente de derechas porque no reconocía, en manera paternalista, el derecho de los ciudadanos de orientar las decisiones económica de su propio país, delegándolo en instancias tecnocráticas vendidas por independientes, y se basaba en un amplio proyecto de desinformación, orientado a esconder los costes económicos del euro ampliamente documentados por la literatura económica; la Realpolitik sugería sin embargo a la izquierda de adherir a esta ideología de derechas, que era la única que le diera alguna esperanza de acceder de vez en cuando a la sala de mando.
  3. Siguiendo con la defensa del euro, para evitar una desagradable autocritica, la izquierda se expone al riesgo de ser adelantada por la izquierda. Es decir, dejará en manos de la derecha más vulgar y nacionalistas (desde la Lega hacia abajo) un argumento verdadero e incontestable. Y entonces la situación se volverá difícilmente reversible.
Este análisis político ha sido comprendido por muchos pero ha encontrado también una serie de críticas previsibles, tal vez porque también los periodistas quieren hablar de economía (sin saber mucho de ello), pero no soportan que quien conoce las dinámicas económicas de la sociedad se atreva a sacar concusiones políticas. Desafortunadamente (para ellos pero sobre todo para nosotros) todo lo que había previsto en el artículo ha ocurrido. Lo subrayo, volviendo a leerlo con vosotros, no por vanidad (es verdad que nuestra profesión nos deja pocas satisfacciones más, aparte de actuar como unas Cassandras, pero aquí había poco que prever: es algo ya visto). Insisto sobre este punto porque juntos podamos reflexionar acerca de qué hacer para evitar el suicidio total de las fuerzas progresistas de nuestro país. Os recuerdo que el artículo ha sido enviado a la redacción el 8 de agosto 2011 y publicado el 23 de agosto 2011. Os recuerdo también que ha sido el artículo de la bitácora “La Rotta d’Europa” que más ha sido referenciado en Google (47800 hits).

Quiero finalmente subrayar que no dejo de reconocer a nadie, y mucho menos a un periodista, el derecho a expresar igualmente sus opiniones, por desinformadas que sean. Quiero sin embargo hacer hincapié en el hecho de que expresarse en manera desinformada durante una crisis económica es equivalente a hacerlo durante una epidemia, durante una catástrofe nuclear, en resumen, durante un evento en el cual quién no coopera para el prevalecer de la racionalidad se asume una responsabilidad muy grave. En especial manera, la desinformación acerca de temas económicos en esta fase de crisis económica y política es una operación intrínsecamente antidemocrática, porque capaz de influir sobre la libre elección de los electores y porque existe el riesgo de propugnar opciones que nos pueden llevar a resultados nacionalistas y autoritarios. Por esta defensa por mi parte de la racionalidad técnica de la economía me han tachado de maestra “sabelotodo” que se enroca en su saber técnico y emite sentencias desde su torre de marfil. Juzgad vosotros mismos.


Aquí el artículo: todo lo que se preveía en sus líneas se ha vuelto realidad: desde la sustitución forzosa de Berlusconi por un gobierno técnico, al fracaso de ese mismo gobierno técnico, al crecimiento de partidos de derecha, a la compresión de los derechos de los trabajadores, al fracaso del modelo alemàn. Todo menos una cosa: el final del euro. Pero esto también llegará...)





El teorema de la piscina.
Hace un año, conversando con Arisitide, preguntaba porque la izquierda revindicaba tan orgullosamente la paternidad del euro. ¿No veía que esto iba totalmente en contra de los intereses de su electorado? Una pregunta parecida a la de Rossanda. Arisitde, economista de izquierda, me dejó helado: “querido Alberto, los costes del euro, como dices, son conocidos, todos los manuales los enseñan. Nuestros políticos ya los observaban pero no podían explicarlos a sus electores: si éstos últimos hubieran podido confrontar costes y beneficios nunca habrían aceptado el euro. Escondiendo a los electores hemos podido actuar, poniéndoles en un punto muerto del cual no podrán salir de otra forma sino que decidiendo de hacer lo correcto, es decir de seguir hacia la total unión, fiscal y política de Europa. En resumen: “el pueblo no sabe cuál es su interés: por suerte desde la izquierda lo sabemos y lo haremos en contra de su voluntad”. O sea: sé que no sabes nadar y que si te tiro a la piscina te ahogarás, a no ser que tú no “decida libremente” de hacer lo correcto: aprender a nadar. Decisión que tomarás después de un debate leal, por el cual te habré ganado la espalda y te empujo al agua. ¡Bonita idea de democracia en un intelectual de izquierdas! Este terrible paternalismo puede parecer más propio de un democristiano, pero no debería serlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice el Rey Desiderio. El católico Prodi el Adelchi lo ha leído solo hasta aquí. Siguiendo, habría visto que para el católico Manzoni la Realpolitik termina en tragedia: el fin no justifica los medios. La némesis está en la convicción de que “más Europa” solucione los problemas: un argumento cuya futilidad no puede apreciarse sin antes analizar la real naturaleza de las tensiones actuales.

La deuda pública no tiene nada que ver
Deja boquiabierta la unanimidad con la cual derecha e izquierda siguen concentrándose en la deuda pública. Que lo haga la derecha no tiene que extrañar: el contrataque ideológico a la intervención del Estado en la economía es el fulcro de la “contrarreforma” después de la caída del muro. Esto Rossanda lo tiene claro. Le recuerdo que ningún economista ha afirmado, antes del Tratado de Maastrcht, que la sostenibilidad de una unión monetaria requiera el respecto de umbrales sobre la deuda pública (el 60% de la que ella habla). El debate acerca de la “convergencia fiscal” ha nacido después de Maastricht, confirmando que dicho umbrales son insensatas. Maastricht es un manifiesto ideológico: menos Estado (ergo más mercado). Pero, ¿Por qué aquí (es decir en la izquierda) nadie pone Maastricht en entredicho? Esto Rossanda no lo percibe y no se lo pregunta. Si el problema fuera la deuda pública, desde 2008 la crisis hubiese golpeado primero la Grecia (deuda al 110% del PIB), luego Italia (106%), Belgica (89%), Francia (67%) y Alemania (66%). Los demás países de la zona Euro tenían deudas públicas inferiores. Pero la crisis ha explotado antes en Irlanda (deuda pública la 44% del PIB) y España (40%), Portugal (65%) y solo después Grecia e Italia. ¿Qué es lo que tienen en común dichos países? No la deuda pública (baja en los primeros, muy alta en los últimos), sino la inflación. Ya en 2006 la BCE avisaba que en Portugal, Irlanda, Gracia y España la inflación no estaba alineándose hacia la de los países “virtuosos”. I PIGS eran un club aparte, distinto del club del Marco (Alemania, Francia, Bélgica, etc.), y esto sí era un problema: los economistas saben hace tiempo que tasas de inflación no uniformes en una unión monetaria conducen a crisis de deuda exterior (prevalentemente privada).

Inflación y deuda exterior
Si en X los precios crecen más rápido que en sus socios, X exporta cada vez menos, e importa cada vez más, yendo hacía un déficit de balanza de pagos. La divisa de X, necesaria para adquirir los bienes de X está menos demandada y su precio baja, es decir X devlúa: de tal manera sus bienes se vuelven convenientes y el desequilibrio se alivia. Efectos iguales y contrarios se producen en los países en superávit, cuya divisa se vuelve escasa y se aprecia. Pero si X está atado a sus socios por medio de una unión monetaria, el precio de la divisa no puede restablecer el equilibrio externo, y por tanto hay 2 soluciones: o X crea deflación, o sus socios en superávit crean inflación. En la visión keynesiana los 2 mecanismos son complementarios: hay que acercarse porque superávit y déficit son las 2 caras de la misma medalla (no puedes encontrarte en superávit si nadie se encuentra en déficit). A los recortes del país en déficit tiene que acompañarse una expansión de la demanda en los países en surplus. Sin embargo la visión prevalente es asimétrica: la única inflación buena es la nula, los países en superávit son “buenos”, y son los “malos” en déficit a tener que recurrir a la deflación, convergiendo hacía los buenos ¿Y si, como los PIGS, no lo consiguen? Los ingresos por exportaciones disminuyen y se contraen deudas con el exterior para financiar las importaciones. Los países con inflación mayor son también lo que han acumulado más deuda exterior desde 1999 hasta 2007: Grecia (+78% del PIB), Portugal (+67%), Irlanda (+65%) y España (+62%), Creciendo la deuda crecen los intereses, y nos adentramos en la gran espiral: mayor endeudamiento con el exterior para pagar los intereses en el exterior, crece el spread y arranca la crisis.

El Fantasma del 1992
¿E Italia? Dice Rossanda: “nuestro endeudamiento es sobre todo hacia nosotros”. Ya no es verdad. ¿De verdad creéis que a los mercados interesa con quien se acuesta Berlusconi?¿Pensáis que se preocupan porque la deuda pública es “alta”? Pero si nuestra deuda pública está por encima del 100% desde hace 20 años y nuestro gobiernos, aunque menos folclóricos, han sido a menudo más instables. Eso no es lo que preocupa a los mercados: lo que les preocupa es que hoy, como en 1992, nuestra deuda exterior es cada vez mayor, y este aumento, al igual que en 1992, impulsado por mayores pagos de intereses sobre la deuda exterior, que es en gran parte de la deuda privada, contratada por los hogares y las empresas (65 % de los pasivos externos de Italia proceden de fuentes privadas).

¿Cui Prodest?
Empapada en la asimetría mercantilista ideológica (los "buenos" no deberían cooperar) y monetarista (inflación cero), la decisión política de privar al instrumento de cambio se convierte en un instrumento de la lucha de clases. Si se fija el tipo de cambio, la carga de la arreglar la situación se revierte en los precios de los bienes, que pueden disminuir o reduciéndose los costes (el de trabajo, ya que la materia prima está más allá de nuestro control) o incrementándose la productividad. Precariedad laboral y reducciones de los salarios están a la vuelta de la esquina. La izquierda quiere el euro, pero que no quiere a Marchionne me resulta penosa. Si no se realiza una deflación se acumula de deuda exterior, hasta la crisis, a raíz de la cual el Estado, para evitar el colapso de los bancos, asumirá las deudas contraídas por desequilibrios exteriores, convirtiéndolos en deuda pública. A la privatización de las ganancias hace acto seguido la nacionalización de las pérdidas, con la ventaja de poder culpar a posteriori los presupuestos públicos. No se puede elegir entre realizar la deflación o no, sino entre hacerlo ahora o no. Una elección restringida, pero sólo porque la cerrazón ideológica impone poner al centro de la atención el síntoma (los desequilibrios públicos, que sólo pueden corregirse por medio de recortes), en lugar de la causa (los desequilibrios exteriores, que podrían corregirse mediante la cooperación). Pregunta Rossanda "¿ha habido algún error?" La respuesta es la que se da ella misma: no, no ha habido ningún error. El objetivo que se quería lograr, es decir, la "disciplina" de los trabajadores, se ha alcanzado: no será "de izquierdas", pero si se quiere seguir llamando a un gobierno "técnico" liderado por los cristiano-demócratas, "de izquierda" allá vosotros. Dice el manual Acocella: el "cambio fuerte (del euro)" sirve a disciplinar sindicatos.

¿Más Europa?
Según la teoría económica, una unión monetaria puede aguantar sin trasladar tensiones a los salarios si los países se integran fiscalmente, ya que esto facilita la transferencia de recursos de los que están expansión a los que están en recesión. Una "solución aguas abajo”, que alivia los síntomas sin tratar la causa (los desequilibrios exteriores). Es el famoso "más Europa". Un ejemplo: se celebra este año el 150 aniversario de la unión monetaria, la política fiscal y de nuestro país. "Más Italia" hemos tenido, ¿no os parece? Pero 150 años después, la convergencia de precios entre regiones no se ha completado, y el Sur tiene una deuda exterior estructural superior al 15% de su PIB, es decir, sobrevive mediante la importación de capital del resto del mundo (pero, efectivamente, del resto de Italia). Después de cincuenta años de integración fiscal en una Italia (monetariamente) unida tenemos las “camisas verdes” en Padania: bastarían diez años de integración fiscal en la zona euro, tal vez con golpes de eurobonos, para volver a tener las “camisas pardas” en Alemania. La integración fiscal no es políticamente sostenible porque nadie quiere pagar por otros, especialmente cuando los medios de comunicación, esclavos ideológicos de la asimetría, te bombardean con el mensaje de que los demás son perezosos, improductivos, que "es su culpa". Que sean griegos, turcos o Judios, ya sabemos cómo va a acabar cuando la culpa es de los demás.

Deutschland über alles
Las soluciones "aguas abajo" de los desequilibrios exteriores son políticamente insostenibles, pero también lo son las de tipo "aguas arriba". Vivir con el euro requeriría la salida de la asimetría ideológica mercantilista. Debería haber incentivos simétricos para la vuelta al equilibrio de los que alejaron del umbral superior o inferior de un objetivo de inflación. La coordinación de la que habla Rossanda debería construirse alrededor de este objetivo. Pero el peso de los países "virtuosos" impedirá eso. Debido a que el euro es el resultado de dos procesos históricos. Rossanda ve el primero (el contraataque del capital para recuperarse del revés sufrido por el New Deal posbélico), pero el segundo: la secular lucha de Alemania para dotarse de unos mercados para dar salida a sus productos. Hay cierto deleite (en la izquierda como en la derecha) con el éxito de Alemania, la "locomotora" de Europa, que crece mediante la interceptación de la demanda de los países emergentes. ¿Pero qué dicen los datos? De 1999 a 2007, el superávit de Alemania se elevó a 239 millones de dólares, de los cuales 156 están logrados en Europa, mientras que la balanza comercial con China empeoró en 20 mil millones (de un déficit de -4 a uno de -24). Los periódicos dicen de Alemania que exporta hacia Oriente y al hacerlo nos apoya con su crecimiento. Los datos dicen lo contrario. La demanda de los países europeos, drogada por el tipo de cambio fijo, sustenta el crecimiento alemán. Y Alemania no renunciará a la asimetría por la cual está ganando peso. ¿Pero porque los gobiernos "periféricos" se han hecho engatusar por Alemania? Dice el manual de Gandolfo: la moneda única favorece una "ilusión de la política económica" que permite a los gobiernos perseguir objetivos políticamente inasumibles, arreglándosela diciendo que son impuestas por instancias de orden superior (¿cuántas veces hemos escuchado "Europa nos pide ..."?). El fin (de la lucha de clases a la inversa) justificaba los medios (el anclaje a Alemania).

La devaluación te vuelve ciego
Es una película ya vista. ¿Os acordáis del SME "creíble"? De 1987 a 1991, los tipos de cambios europeos se mantuvieron fijos. En Italia la inflación subió del 4,7% al 6,2%, con los precios del petróleo cayendo (pero ¿los cambios fijos no tenían la inflación bajo control?). Alemania viajaba en un promedio de 2%. La competitividad italiana disminuía, la deuda exterior aumentaba, y después de la recesión en Estados Unidos de 1991 Italia tuvo que devaluar. ¡Devaluación! Intentar decir esta palabra a un intelectual de izquierda. Enrojecerá enojado de virginal vergüenza. No es su culpa. Durante décadas, le bombardean con el mensaje de que la devaluación es algo feo que provoca un alivio temporal estéril y daños terribles a largo plazo. No es de extrañar que un sistema liderado por Alemania se rige por el principio de Goebbels: es suficiente con repetir una mentira para que ésta se convierta en verdad. Pero ¿qué pasó después de 1992? La inflación se redujo de medio punto en el 93 y de otro medio en el 94. La relación deuda exterior/PIB se redujo a la mitad en cinco años (desde -12 hasta -6 puntos del PIB). La factura energética mejoró (de -1,1 a -1,0 puntos). Después de un choque inicial, Italia creció a un promedio del 2% desde 1994 hasta 2001. La lección sobre el daño de la devaluación (genera inflación, reporta sólo un alivio temporal, no nos la podemos permitir porque importamos el petróleo) es falsa.

¿Irreversible?
Pero todo esto Rossanda no lo sabe. Sabe que la devaluación no sería decisiva, y los procedimientos de salida no está previstos, así que... ¿Y qué? ¿Es realmente Rossanda tan ingenua como para no ver que el argumento de la falta de procedimientos de salida es sólo un recurso retórico, cuyo propósito es consolidar en la opinión pública la idea de una irreversibilidad "natural" o "técnica" de lo que básicamente es una elección humana y política (y, como tal, reversible)? Por supuesto que la devaluación haría más onerosa la deuda definida en moneda extranjera. Pero llevaría desde una situación de la deuda exterior a una situación de superávit exterior, produciendo los recursos suficientes para pagar las deudas, como en 1992. Si no fuera así, cabría la posibilidad de impago. ¿Prodi quiere hacer pagar una parte de la cuenta a los "grandes inversores institucionales"? Bien: la forma más directa de hacerlo no es emitiendo eurobonos para "socializar" las pérdidas en beneficio de Alemania (con el peligro de una vuelta de “las camisas pardas”), sino declarar, en su caso, el default, como hicieron muchos países que no por ello se han vistos eliminados de la geografía económica. Ya ha ocurrido antes y volverá a ocurrir. "Los mercados nos castigarán, vamos a terminar aplastados". Otra idiotez. Durante décadas, Italia ha crecido sin recurrir al ahorro exterior. Es el euro, que, aplastando los ingresos y los ahorros de los hogares, obligó al país a pedir prestado del extranjero. El ahorro nacional bruto, estables en torno al 21% desde 1980 hasta 1999, ha disminuido constantemente desde entonces para llegar el 16% de los ingresos. En el mismo período, los pasivos financieros de los hogares se han duplicado, del 40% al 80%. Eliminemos el euro, e Italia necesitará menos a los mercados, mientras que los mercados seguirán necesitando los 60 millones de consumidores italianos.

No haga la izquierda lo que hace la derecha
Del euro saldremos, porque al final Alemania va a cortar la rama sobre la cual está sentada. Toca a la izquierda darse cuenta y gestionar este proceso, en lugar de acabar hecha añicos. Yo no estoy hablando de las próximas elecciones. Berlusconi se irá: diez años de euro han creado una tensión tal que la carnicería social ahora tiene que trabajar a pleno rendimiento. Y las salpicaduras de sangre se notan menos en un delantal rojo. Una vez más se le concederá a la izquierda de la Realpolitik manejar la situación, porque hay otra ilusión de la política económica, la que hace que las políticas de derechas se vean más aceptables si quien las implementa dice que ser de izquierdas. Pero los votantes están comenzando a darse cuenta de que la carnicería social se puede terminar con la salida del euro. Estimada Rossanda, los trabajadores no están "trastornados", como dice Usted: sólo están entendiendo. "El pecado y la vergüenza no permanecen ocultos", dice el espíritu malo de Gretchen. Así que, después de veinte años de Realpolitik, a navegar en aguas revueltas se encuentran los políticos de izquierda, atrapados entre la necesidad de presentar sus respetos a la Finanza, y de justificar a su electorado una elección fascista, no solo por sus consecuencias de clase, sino también por el paternalismo con el que se impuso. Se exponen a las incursiones de Marine Le Pen y similares, que están apareciendo en los países de comprobada trayectoria democrática, y pronto lo harán aquí. Porque las políticas de derechas, en el largo plazo sólo beneficiarán a la derecha. Pero me doy cuenta de que en un país donde con solo una legislatura es suficiente ganar una jubilación dorada, el largo plazo no puede ser un problema de los políticos de derechas y de izquierdas. Eso explica tanta unanimidad.



(...a few words in the European koiné. As you may see, everything was clear in 2011. Meanwhile, four countries: Spain, Greece, Portugal and Italy have been crushed by austerity policies, those policies that were the right answer to the wrong question, as I explain here, but had told as early as November 2011. This was made possible by the ideological support provided by economists funded by the banking system and the European institutions (an example here), and hence operating in a - concealed - conflict of interests. The economists that supported austerity policies are morally, and in some cases also politically, responsible for the suffering of so many human beings. They did not behave according to professional standards, because, as I have many times explained to my Italian readers, their position in the public debate was at odd with the scientific literature, including their own contributions, on the topic of monetary unions viability. Their only purpose was to defend the vested interests that provided resources to their think tanks. May God forgive them. As for us, I suggest to be extremely careful in accepting and interpreting their late conversions and analyses. What the experience shows us is that those people tell only what their allowed to tell. If they expose now the criticisms to the Eurozone that were known since the very beginning, the conclusion we must reach is that the vested interests they defend are now for tactical reasons ready to give some way, in order to keep alive the most irrational and inhuman political regime ever conceived: the European Union. My guess is that these distinguished colleagues will propose some Eurobond programme, because Germany is now afraid that without some concession, the European countries would recover their freedom. Be extremely careful in accepting such compromises. They come from a country - Germany - that is panicking, because its imperialistic and mercantilistic strategy has put it in the way of the US and China, and from elites - my "distinguished colleagues" - that have discredited themselves by lying for years, as well as by censoring the correct analyses that a few colleagues had produced at the right time...)