FNesti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Miracolo a Lisbona":
...e infatti arriva la medaglia dell'ordine del grembiule rosa:
Centeno eletto presidente eurogruppo [ansa]
Postato da FNesti in Goofynomics alle 4 dicembre 2017 17:49
(...che strano, vé? Proprio i bravi compagni portoghesi, quelli che erano riusciti a cambiare l'Europa dall'interno rifiutando l'austerità cattiva ma evitando le svalutazioni che deprimono la quota salari... e quindi avevano depresso la quota salari (sorpresona)! Patetici i giornali che ci raccontano come adesso abbiamo un amico all'Eurogruppo. Le colonie hanno solo ascari, questo concetto proprio non passa. E fino a qui vi dico cose che spero per voi siano poco interessanti: business as usual. Non è tanto la trama del film già visto che ci interessa (i collaborazionisti che vengono premiati), quanto il modo in cui essa viene raccontata e sfruttata nel dibattito. Per esempio: chi ha fatto una bandiera della giusta difesa della quota salari, partendo dall'affermazione sbagliata che a noi non interessasse, ora non ha nulla da dire? Cosa fa, agguattato nell'ombra, cosa aspetta? In quale anticamera siede paziente? O, per fare un altro esempio, su una scala del tutto diversa e in un contesto del tutto diverso: FNesti, che non conosco o non ricordo di conoscere, che magari è uno dei tanti tremebondi che "professoooooooore, io non sono nessuuuuuuuuuno..." (che poi che cazzo significa non essere nessuno? Ognuno è qualcuno, e l'ultimo che ha detto di essere nessuno lo ha fatto con un ben preciso intento, tale da suggerirmi di schiacciare con una pietra chi mi si avvicina con queste parole insulse prima che lui capisca in quale dei miei due occhi vuole piantare un palo...), FNesti, dicevo, con queste poche righe dimostra due cose: di saper leggere e di saper scrivere. Ora, io, che come Dmitrij trovo che l'uomo sia troppo vasto, posso solo auspicare che con tanta asciutta brillantezza, con tanto sfolgorante acume non coesistano quei conati "famoerpartitisti", quello sterile integralismo, quella goffa aspirazione a una insensata purezza ideologica che spingono tanti a dare il peggio di sè, fino alla delazione "à la Rick", e alla mancanza di rispetto per i nostri ospiti (cosa disdicevole in tempi normali, esecranda in tempi di guerra). Posso solo auspicarlo, appunto. Una volta ne sarei stato sicuro: la mia fiducia umanistica nell'organicità dell'essere umano, ereditata dalle mie letture e dalla mi' mamma (quella che "si fa tutto con la stessa testa"), è stata definitivamente abolita dall'esperienza di questo blog. Proprio perché esiste un certo principio di equilibrio, una certa mean reversion dell'esistente, questa esperienza che mi ha fatto tanto amare quei miei simili che prima tenevo a distanza, me ne ha anche svelato il lato più turpe, riavvicinandomi alla durezza delle leggi di Cipolla. La conclusione, sconsolata, è che non posso fidarmi di nessuno, nemmeno di me stesso, e che per costruire un'egemonia culturale non ci vogliono gli intellettuali: ci vuole (per voi ci vuole) la televisione. Report, che comincia a dire mezze verità - per sterilizzare le verità intere - sta avviando un processo che forse non riuscirà a gestire. Ma quando vedo certi tweet, a me viene tanto voglia di staccarvi la spina, e di mandarvi a quel paese, a fare il partito coi vostri lettori, non coi miei. Comunque: a quanto detto da FNesti c'è poco da aggiungere. Ciononostante, si apra la discussione. Io potrei aggiungere un #VLAD, ma tralascio di farlo. Potreste dirmi che non vi piace perché è made in Bangladesh, e a quel punto, sinceramente, non saprei cosa rispondervi, se non che avete ragione...).
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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martedì 5 dicembre 2017
martedì 17 ottobre 2017
Miracolo a Lisbona
(...vi farà piacere sapere che l'asfaltatore è stato asfaltato: Rockapasso, indignata: "Hai trattato male anche Alberto49!" Eja ergo advocata nostra! Gli è che lei si prende a cuore tutte le persone, tranne una. Non sto a dirvi quale. Ora, vedete, dai post precedenti - o meglio: dalle vostre discussioni - emerge che io e voi abbiamo due nozioni totalmente incompatibili di cosa sia inammissibile. A voi sembra inammissibile che Giuliano Amato faccia Giuliano Amato. Io, questo, sinceramente non lo capisco! Nessuno riesce a far tanto bene Giuliano Amato quanto Giuliano Amato: magari potrà non piacere il personaggio, ma l'interprete è ottimo, e noi, che siamo tutti di passaggio su questa terra, più che il personaggio, che non ci scegliamo, dovremmo giudicare l'interprete. Fuor di metafora: a me che una persona visibilmente, platealmente schierata col capitale appoggi il capitale - che per questo le è riconoscente - non mi scandalizza né trovo che sia censurabile. Il problema non è che il capitale trovi chi lo rappresenti. Il problema non è nemmeno che il lavoro non lo trovi. Il problema sorge quando chi ostenta di rappresentare il lavoro porta acqua al mulino del capitale. Lì il gioco diventa falsato, e a me non diverte giocare con un mazzo truccato, anche se so che vincerò comunque io. Quindi, scusatemi, ma pathos dei vostri commenti precedenti non lo capisco. Presumo, quindi, che simmetricamente non capirete perché quanto sto per raccontarvi manda invece in bestia me. Credo si chiami "appartenenza", quel cancro fottuto dal quale in sei anni non sono riuscito a liberarvi. Alla fine, Amato è "nemico", mentre le persone delle quali vi parlerò, in fondo, "amiche", e voi da questo schema non uscite, non ce la fate proprio. Dovremo abituarci a convivere coi nostri rispettivi limiti. Non sarà facile...)
In quanto intellettuale di sinistra, ci sono due cose che proprio non mi vanno giù nei miei cosiddetti simili: la prima è il loro vizietto di giudicare i libri, illustri o meno illustri, dalla copertina anziché dal contenuto; la seconda è la strabiliante leggerezza con la quale si bevono qualsiasi panzana venga defecata dagli organi di stampa "ufficiale". Sul primo vizietto scrissi un post qualche anno fa, a seguito di una delle giornate più pesanti della mia vita recente (e remota): questa. Sul secondo, che, come forse ricorderete, ho deprecato dalle auguste pagine di Micromega, vorrei intrattenervi oggi, parlandovi del miracolo a Lisbona.
Premessa
Prima di farlo, però, aggiungo una breve premessa. Una premessa personale, che, mi rendo conto, nonostante sia a mio avviso utile per inquadrare nella corretta prospettiva politica gli elementi tecnici che vi fornirò, potrà sembrare superflua a molti, e sgradevole ad alcuni, ma dalla quale non posso prescindere. Perché, vedete, domani, quando saremo liberi, e la vita normale sembrerà normale a tutti, tutti vorranno far credere di essersi sempre opposti alla perversione neoliberista nella quale stiamo vivendo, e nessuno vorrà ammettere di aver messo attivamente i bastoni fra le ruote a chi stava cercando di svegliare le coscienze sopite dalla propaganda. Sarà un generale "scurdammoce o passato", accompagnato da costruttivi inviti a volgere lo sguardo al futuro, in avanti, e a ritrovare un rinnovato senso di solidarietà.
Solidarietà un cazzo (mind my French)!
Chi è stato parte del problema non credo potrà essere parte della soluzione, e se in alcuni casi occorrerà giungere a una mediazione, in altri credo che se ne potrà tranquillamente fare a meno. Un esempio fra tutti: gli uscisti da sinistra. Qualche giorno fa, su Twitter, uno chiedeva: "ma che vuol dire uscita da sinistra?" Mi sono così reso conto che un pezzo di memoria storica del dibattito era già andata smarrita. Ma se verba volant, scripta manent. Partiamo dagli scritti, e in particolare da quanto scrivevo a p. 296 e 297 del mio libro del 2012 (dicesi duemiladodici):
Come vedete, non solo proponevo, a seguito dell'uscita, l'immediato ripristino di meccanismi di indicizzazione, ma chiarivo anche perché questa fosse la scelta più razionale proprio per disinnescare le aspettative di inflazione create dalla criminale cialtronaggine di chi straparlava e ancora straparla di inflazioni "argentine", e fornivo una serie di riferimenti alla letteratura scientifica sulla relazione (assente) fra indicizzazione e inflazione.
Oggi ce lo siamo dimenticato, ma quel testo, Il tramonto dell'euro, riaccendendo il dibattito sull'appartenenza dell'Italia all'eurozona, dette fastidio a molti, soprattutto a sinistra. Non furono i Micossi o gli Amato ad alterarsi: loro, a quell'epoca, non potevano vedere quello che io vedevo, cioè che le loro banche (certo non le mie, che non ne avevo!) sarebbero state sbriciolate, e che quindi sarebbero stati costretti ad addivenire a posizioni più critiche. Dal loro iperuranio di princisbecco non avrebbero degnato considerarmi come interlocutore: semplicemente, giocavo (come tuttora gioco) in un altro campionato (resta da vedere quale farà più raccolta pubblicitaria, ma questo è un altro discorso). Quindi gli attacchi non venivano (e, credetemi, nonostante le apparenze tuttora non vengono) da quelli che ritenevamo nostri avversari, bensì da quelli che alcuni di voi, e all'epoca anch'io, consideravano alleati. Il motivo era semplice. Il mio testo metteva in evidenza il dato che sapete e che qui ripetiamo ossessivamente: in quanto strumento per scaricare sul mercato del lavoro gli shock esterni, l'euro non poteva certo essere considerato "di sinistra". Anzi! Era uno strumento di lotta di classe al contrario (se a qualcuno non è chiaro può rinfrescarsi le idee qui), e in quanto tale non si capivano gli accorati appelli da sinistra a modificare l'Europa per salvarlo! Con quegli appelli ci si voleva salvare la coscienza, ma la battaglia da combattere era un'altra, e il mio libro aveva il grave torto di dimostrarlo more geometrico, mettendo i sedicenti "buoni" di fronte alla propria ipocrisia.
Ora, voi potrete capire il mio sbigottimento, la mia delusione, dopo aver scritto nel 2012 (dicesi duemiladodici) le parole che vi ho riportato sopra, nel leggere il tredici gennaio duemilaquattordici (2014) una roba del genere, dove non solo si rivendicava come idea originale quella che di fatto era una mia proposta (come vi ho documentato), ma in più mi si dava del "gattopardo" (rigorosamente senza far nomi, anche per evitare che l'originalità della proposta potesse essere messa nella corretta prospettiva)! Un attacco sleale, ingiustificato perché privo di qualsiasi base documentale (come vi ho mostrato), e a tradimento perché proveniente da quelli che speravo potessero aiutarmi, da quelli che non potevano non sapere (e lo avevano anche larvatamente dimostrato), e soprattutto da quelli che se si fossero espressi avrebbero consentito alla critica all'Europa di prendere a sinistra quel piede che ha preso a destra, cioè (con tutto il rispetto) dalla parte sbagliata (perché la Storia ci dimostrerà che una battaglia a difesa del lavoro deve essere combattuta da chi difende il lavoro). Bè, insomma, potrete capire che questi atteggiamenti suscitassero in me un lieve disappunto (quel lieve disappunto che vedete esternato nel video citato sopra, girato il 18 gennaio 2014 - cioè cinque giorni dopo questa scoperta dell'acqua calda di sinistra).
Questo sì che mi mandò in bestia: certo non i sorrisetti dalle Vero, poverina, che alla mia domanda sul perché Monti abbia fatto salire il debito non sapeva rispondere altro che le scemenze infantili su "autteità bbona" e "autteità attiva" (una persona che su Scholar compare tre volte, di cui due nei ringraziamenti per la sua research assistance... Ma l'avrà mai passata una peer review? Qualcuno sa dirmelo?). Mi mandò in bestia, e mi ci ammalai (ma lì l'errore fu mio) il fatto che gli estensori di cotanti appelli a difesa dello status quo spendessero tante energie non per aiutarmi, ma per banalizzare il mio messaggio, dandomi, contro ogni possibile evidenza (ma sapendo di poter contare sul fatto che a sinistra si leggono le copertine e non i libri), del fascioleghista che faceva il gioco del capitale (per fortuna a Radio Onda Rossa non se ne sono accorti), che proponeva una strategia di uscita tale da penalizzare senza scampo le classi lavoratrici, perché la svalutazione che io proponevo come una panacea (?) avrebbe eroso la quota salari, aumentando la disuguaglianza e il disagio degli umili. Se proprio di uscita si doveva parlare, era a loro, ai Licurghi e Soloni col marchio Sinistra DOP (Denominazione di Origine Piddina), che bisognava rivolgersi, perché loro sì che sapevano come fare: bisognava proteggere i salari dall'inflazione con una nuova scala mobile!
Idea che, come vi ho appena mostrato, a me proprio non era venuta, due anni prima che a loro.
O no?
E poi, dopo tutto questo, io dovrei incazzarmi per Benny Della Vedova, con uno che non ha idea di quali siano i tassi di crescita dell'export italiano prima e dopo l'adozione dell'euro!? Per carità, con Benny ci possiamo, anzi: ci dobbiamo fare una risata, e ce la faremo. La sua sesquipedale ignoranza dei fatti stilizzati più rilevanti nell'economia del paese che contribuisce a governare, il suo adamantino permeismo, la sua totale impermeabilità a qualsiasi ragionamento poggiato su basi scientifiche forse meritano un commento (o forse no, visto che sono così platealmente evidenti). Ma non c'è alcun motivo di volergli male: Benny danni non ne fa se non a se stesso, quando parla (visto che ci tenete, lo metterò nero su bianco). C'è chi ha fatto molto più danno, scippando alla sinistra una battaglia che era in primo luogo sua, e bloccando una riflessione trasversale sulle criticità dell'Eurozona in nome di una becera reductio ad Salvinum. I miei ultimi interlocutori, che tanto vi hanno indignato, avranno certo i loro limiti analitici, ma non sono mai arrivati con me a un simile livello di slealtà. Magari non ci sono arrivati perché non hanno ritenuto di doverlo fare: non fa nulla! Quando lo riterranno sarà troppo tardi: non potranno più far danni. Altri sono intervenuti volendo fare danno, e ci sono riusciti. Se le politiche di destra nel lungo periodo avvantaggiano solo la destra, è anche perché gli intellettuali di sinistra sono sempre lì, pronti a dare una mano. Quelli di sinistra, capite? Questo mi manda, e dovrebbe mandare voi, in bestia, anche e soprattutto se siete di destra. Certo non Della Vedova che tira l'acqua al suo mulino, ma chi, per narcisismo, per tutelare la propria fottuta quota di mercato, ha reso impossibile un dibattito, ha ucciso la democrazia, usando argomenti falsi e sleali.
Ma voi, se vi fa piacere, continuate pure a prendervela con Micossi...
(...non commento nemmeno la minchiata dei fire sales, cioè l'idea che l'"euro forte" ci avrebbe difeso dall'acquisizione delle nostre imprese da parte di capitalisti esteri. Abbiamo visto quanto questo ragionamento si sia rivelato fallace in pratica, e lo era perché si basava su una teoria a sua volta fallace: ma non ci perdo tempo, questo lo sapete...)
Ora voi direte: ma questo con Lisbona che c'entra?
E ora ve lo spiego.
Compagni (?) che non (?) sbagliano
Da qualche mese circola sui media "mainstream" una simpatica fiaba a lieto fine: quella del Portogallo che, citando un componente del comitato scientifico di a/simmetrie:
"fa scuola: governo di sinistra che rilancia la crescita da dentro l'eurozona... E' la prova che le politiche di stimolo alla domanda "a saldo zero (o costante)" (redistributive) funzionano, magari dopo un'abbondante 'svalutazione interna'?"
(...questo tanto per dirvi che nel comitato idee ne scambiamo, e anche che non sempre siamo d'accordo...)
Insomma, pare proprio che a Lisbona governino dei bravi compagni, che sono riusciti a fare un vero miracolo: far ripartire la crescita "da sinistra" (cioè, prendendo come criterio quello degli uscisti da sinistra DOP, tutelando la quota salari), pur restando dentro la zona euro. Un'operazione che sul piano economico equivale alla dimostrazione dell'ultima congettura di Fermat su quello matematico: la mente vacilla, e così come io, digiuno di curve ellittiche, mi accontento di credere a Fermat, del quale mi sento, in fondo, un contemporaneo (ascoltiamo la stessa musica), a fronte della storiella del governo di "quelli buoni" che riescono a fare il bene dei lavoratori dentro l'euro mi potrei anche trincerare dietro un comodo credo quia absurdum, nel timore di affrontare una sfida che, oltre ad essere superiore alle mie capacità intellettuali, mi esponesse nella mia gattopardesca ipocrisia di fascistello che la fa facile per fottere i lavoratori (come disse senza dirlo quello che lancia il sasso e nasconde la mano).
Scoprire che dentro l'euro un governo riesce a tutelare la quota salari sarebbe in effetti la prova provata, la smoking gun che paleserebbe il mio callido intento di guidare i lavoratori fuori dall'euro per attirarli in una imboscata, in una trappola dalla quale uscirebbero con il salario decurtato da un'inflazione galoppante. Sarebbe dimostrare che ho torto nell'affermare che dentro l'euro non ci sono gradi di libertà per rilanciare l'economia tutelando i diritti dei lavoratori.
Eh, avere torto, si sa, è una bevanda amara per tutti (anche se io è da un po' che non la assaggio...).
Tuttavia... tuttavia... c'era qualcosa che non mi tornava...
Sarò malizioso, ma... se fosse stato veramente vero, verissimamente verissimo, che i "bravi compagni de sinistra" di Lisbona erano riusciti a far ripartire l'economia "da sinistra", cioè, ripeto, senza sacrificare la quota salari, come mai tutti, ma dico tutti, e ribadisco tutti i giornali del capitale ne avrebbero tessuto le lodi? Insomma, ce lo siamo detti mille volte, e non è una cosa così difficile da capire: i media costano, e chi li paga non vuole certo usarli contro i proprio interessi! Ora, aumentare la quota dei salari vuol dire diminuire quella dei profitti. Siamo proprio sicuri che giornali come Il Post, o La Stampa, o Il Sole 24 Ore, farebbero l'elogio di un governo che avrebbe "sfidato la Germania sull'austerità" per rilanciare la crescita nell'interesse di lavoratori, cioè diminuendo la quota dei profitti?
Sicuri sicuri?
Sicuri sicuri sicuri?
Sicuri sicuri sicuri sicuri?
Io sono pressoché sicuro del contrario: se i giornali del capitale elogiano un governo "socialista", è perché questo governo ha venduto i lavoratori. Solo idioti accecati dalla logica dell'appartenenza (io sò dde sinistra, quello è dde sinistra, quindi è bravo) possono prendere per buone, senza verificarle, certe favolette morali. Eppure verificarle è cosa immediata. Basta andare a vedere i dati, come abbiamo fatto tante volte, ad esempio per la Lettonia, poi per Irlanda e Ungheria, e infine per la Spagna.
In Portogallo le cose si presentano, in effetti, in modo del tutto diverso, cioè così:
Visto?
Mentre in Lettonia, Irlanda, Spagna, la quota salari è diminuita, in Portogallo invece, siccome ci sono quelli bravi, che fanno le cose da sinistra, la quota salari è diminuita!
"Volevi dire aumentata?"
Eh... sì, io avrei voluto dire aumentata, però io non sono del tutto di sinistra: lo sono fino a quando non urto contro i dati, e secondo me 44.2 è minore di 46.2. Quindi in Portogallo la quota salari è diminuita di un paio di punti in seguito alla crisi. L'avere un governo di sinistra a nulla è servito: o meglio, è servito a ciò a cui servono i governi socialdemocratici: a far stare cheti i lavoratori, mentre si infligge loro lo stesso trattamento che negli altri paesi... e questo non (solo) per cattiveria, ma (soprattutto) perché dentro una unione monetaria non ce n'è un altro disponibile (i dati sono qui).
Ma la famosa sfida all'austerità? Chissà che prodigalità avrà dimostrato il governo portoghese, che politica di bilancio aggressiva, che interventi di spesa a sostegno dei redditi (come sembra di cogliere nel resoconto del Sole o della Stampa - ma non li ho letti con attenzione, sapendo che non la meritano, quindi potrei sbagliare)!
E va bene, andiamo a vedere:
Per confronto ho riportato i dati italiani: si vede benissimo come il governo dei compagni socialisti in Portogallo dal 2015 con grande coraggio aumenta... "la spesa pubblica sociale!" (direte voi): no, il surplus di bilancio! "Ma... Ma... Ma... Ma almeno lo avrà fatto tassando i brutti ricchi cattivi!"
(...lo so, lo so, sono cattivo...)
E vediamo anche questo, tanto è gratis:
...ma... ops! Da quando arrivano i compagni bravi, in effetti, lo scarto fra entrate e uscite si riduce, solo che... entrambe diminuiscono, ma le uscite, la spesa, molto più delle entrate!
E a questo punto, se sapeste cosa vogliono dire, ripetereste le parole di Tamino! In effetti, un po' di Heuchelei è nell'aria... O, magari, quelle di Verlaine: quoi? Nulle trahison?
Ecco, queste forse sono un po' fuori luogo, perché di trahison in effetti ce n'è molta: e pure di austerité...
Come!?
Una politica di bilancio fatta diminuendo la spesa e anche le imposte (ma non a saldi invariati, anzi, con un aumento del surplus primario), e, quindi, una diminuzione della quota salari... e questo sarebbe un miracolo di sinistra!?
Eh, ma aspettate, perché il meglio deve ancora venire! Vogliamo parlare dell'incidenza del precariato, misurata come percentuale di contratti a termine sul totale? Aumentata:
(in parallelo con Italia e Spagna, e partendo da valori superiori a quelli italiani - alla faccia del miracolo).
Vogliamo parlare della popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale? Aumentata:
(come in Italia, meno che in Spagna).
E la disoccupazione? E daccela 'na soddisfazzzione, dai!
Sì, ve la do: la disoccupazione in Portogallo è a due cifre:
...e su livelli quasi italiani!
Ma... ma... ma... direte voi: però almeno è diminuita in fretta: nel 2012 era quasi al 16% e ora all'11.2%, ha perso quasi cinque punti, mentre da noi è aumentata...
Sì, naturalmente, cari, però vi dimenticate sempre un dettaglio, quello sgradevole dettaglio "de sinistra". Guardate un po' le quote salari di Italia e Portogallo:
E quindi?
E quindi il grande miracolo portoghese "de sinistra", come era facilmente prevedibile a chi del senso suo fosse signore, è consistito nell'assumere un po' più di persone pagandole un po' di meno. Voi mi direte che non è un miracolo, e non è di sinistra. Certo. Aggiungo però che questa è l'unica soluzione possibile nel meraviglioso mondo dell'euro: non potete pensare di fare politiche "di sinistra" in un mondo di destra, di fare politiche keynesiane con istituzioni liberiste, di sostenere i redditi dei lavoratori dove questo significa automaticamente deprimere la competitività del paese.
Più andiamo avanti, insomma, e più ci rendiamo conto di come il ruolo dei politici di sinistra sia, ovunque nei paesi avanzati, quello di rendere politicamente accettabili dai ceti subalterni politiche che li danneggiano, e il ruolo degli intellettuali di sinistra sia di sparare fumogeni (fire sales, uscita da sinistra, ecc.) al solo e unico scopo di nascondere questa amara verità. Eppure, avete visto come è facile smascherare simili favolette? Basta ripartire dalle basi: basta capire che un capitalista non finanzierà mai un giornale per fargli raccontare una cosa che vada contro i suoi interessi. E l'interesse del capitalista è quello di tenere alta la quota dei... dei p... dei pr... dei pro... dei prof... dei profi...
Dai! Ancora non avete capito!?
Non sarete mica lettori del Manifesto?
Concludendo
L'argomento rozzo secondo cui la sound money, sound finance che tanto piaceva ai monetaristi sarebbe un presidio delle classi lavoratrici mostra una volta di più la corda. Dovremo pensare che chi continua a portarlo avanti, più che i lavoratori, vuole difendere la sound money, e comunque, indipendentemente dalle sue intenzionalità, nei fatti la difende. Anche perché se andiamo a vedere cosa succederebbe alla quota salari in caso di dissoluzione dell'euro, i risultati che troviamo finora su rivista peer reviewed ci dicono che nei primi due anni, in effetti, questa fletterebbe di 0.7 punti, ma poi ricomincerebbe a crescere, e su un orizzonte di cinque anni si troverebbe 2.3 punti al di sopra (non al di sotto) dello scenario di base (quello senza uscita; hint: come vi ho mostrato qui, la quota salari è data dal rapporto fra salari reali e produttività del lavoro, per cui per capire come evolve la quota salari potete considerare la differenza fra il tasso di crescita dei salari reali e quello della produttività del lavoro. Se prendete i numeri della Table 2 e fate lo scarto cumulato, ottenete il numero che vi ho fornito).
Non è così strano, no? Se sappiamo, perché lo sappiamo, che il vincolo esterno, insomma: l'euro, è servito a piegare i lavoratori (non vi rifaccio tutta la litania degli autori che ce lo hanno detto, da Dornbusch a Featherstone), perché mai dovremmo trovare strano che uscirne non danneggi il lavoro?
D'altra parte, che il potere per difendersi ricorra a strategie "sofisticate" comincia a essere ormai evidenziato anche a sinistra: avete letto l'articolo di Counterpunch sugli antifa? Sinceramente, resisto con difficoltà alla tentazione di ravvisare molti isomorfismi fra movimento antifa e uscisti da sinistra. Isomorfi negli strumenti (demonizzare l'avversario, impedire il dibattito), e nei risultati (fare il lavoro sporco per il capitale).
E poi io dovrei prendermela con Amato!?
Secondo voi, io, o anche voi, siamo stati danneggiati di più da chi come Amato era nostro avversario politico, o da chi, dicendo di essere nostro alleato, ci ha attivamente impedito di organizzare una resistenza? Il nostro avversario cosa doveva fare, se non nuocerci? Era nella sua natura. Ma chi ha impedito ai nostri potenziali alleati di unirsi a noi, ecco: quello sì che ci ha danneggiato...
Ora capite un po' meglio perché ho trovato fuori luogo la vostra vis polemica? E capite perché non ho nessuna difficoltà a confrontarmi con un Amato, con un Tremonti, laddove essi benignamente accettino il confronto, mentre ne ho molte, moltissime, enormi, insormontabili, nel confrontarmi con un Fassina, o con un uscista da sinistra?
Magari sbaglierò...
Spiegarsi era obbligatorio (lo dovevo, più che a voi, all'advocata vestra).
Capire no.
Anche questa è un'asimmetria. Ma, se volete un consiglio, in questo caso uno sforzo fatelo: è nel vostro interesse...
(...io in teoria avrei un ottimo carattere. Però quando qualcuno è lievemente scorretto con me tendo a non dimenticarmene. So che è un errore. D'altra parte ho anche tante virtù. Anzi: una sola: i giornali del capitale li leggo rigorosamente al contrario. Me l'ha insegnato la mi mamma, che tutto sommato, nonostante credesse che Napolitano fosse "tanto una brava persona", un pochino di sinistra, a modo suo, lo era. Fate così anche voi, o magari fate meglio: non leggeteli. Viceversa, se dei libri, oltre alla copertina, leggerete il contenuto, magari imparerete qualcosa: dopo di che, da veri intellettuali di sinistra, potrete rivendervi alla prima bancarella...)
In quanto intellettuale di sinistra, ci sono due cose che proprio non mi vanno giù nei miei cosiddetti simili: la prima è il loro vizietto di giudicare i libri, illustri o meno illustri, dalla copertina anziché dal contenuto; la seconda è la strabiliante leggerezza con la quale si bevono qualsiasi panzana venga defecata dagli organi di stampa "ufficiale". Sul primo vizietto scrissi un post qualche anno fa, a seguito di una delle giornate più pesanti della mia vita recente (e remota): questa. Sul secondo, che, come forse ricorderete, ho deprecato dalle auguste pagine di Micromega, vorrei intrattenervi oggi, parlandovi del miracolo a Lisbona.
Premessa
Prima di farlo, però, aggiungo una breve premessa. Una premessa personale, che, mi rendo conto, nonostante sia a mio avviso utile per inquadrare nella corretta prospettiva politica gli elementi tecnici che vi fornirò, potrà sembrare superflua a molti, e sgradevole ad alcuni, ma dalla quale non posso prescindere. Perché, vedete, domani, quando saremo liberi, e la vita normale sembrerà normale a tutti, tutti vorranno far credere di essersi sempre opposti alla perversione neoliberista nella quale stiamo vivendo, e nessuno vorrà ammettere di aver messo attivamente i bastoni fra le ruote a chi stava cercando di svegliare le coscienze sopite dalla propaganda. Sarà un generale "scurdammoce o passato", accompagnato da costruttivi inviti a volgere lo sguardo al futuro, in avanti, e a ritrovare un rinnovato senso di solidarietà.
Solidarietà un cazzo (mind my French)!
Chi è stato parte del problema non credo potrà essere parte della soluzione, e se in alcuni casi occorrerà giungere a una mediazione, in altri credo che se ne potrà tranquillamente fare a meno. Un esempio fra tutti: gli uscisti da sinistra. Qualche giorno fa, su Twitter, uno chiedeva: "ma che vuol dire uscita da sinistra?" Mi sono così reso conto che un pezzo di memoria storica del dibattito era già andata smarrita. Ma se verba volant, scripta manent. Partiamo dagli scritti, e in particolare da quanto scrivevo a p. 296 e 297 del mio libro del 2012 (dicesi duemiladodici):
Come vedete, non solo proponevo, a seguito dell'uscita, l'immediato ripristino di meccanismi di indicizzazione, ma chiarivo anche perché questa fosse la scelta più razionale proprio per disinnescare le aspettative di inflazione create dalla criminale cialtronaggine di chi straparlava e ancora straparla di inflazioni "argentine", e fornivo una serie di riferimenti alla letteratura scientifica sulla relazione (assente) fra indicizzazione e inflazione.
Oggi ce lo siamo dimenticato, ma quel testo, Il tramonto dell'euro, riaccendendo il dibattito sull'appartenenza dell'Italia all'eurozona, dette fastidio a molti, soprattutto a sinistra. Non furono i Micossi o gli Amato ad alterarsi: loro, a quell'epoca, non potevano vedere quello che io vedevo, cioè che le loro banche (certo non le mie, che non ne avevo!) sarebbero state sbriciolate, e che quindi sarebbero stati costretti ad addivenire a posizioni più critiche. Dal loro iperuranio di princisbecco non avrebbero degnato considerarmi come interlocutore: semplicemente, giocavo (come tuttora gioco) in un altro campionato (resta da vedere quale farà più raccolta pubblicitaria, ma questo è un altro discorso). Quindi gli attacchi non venivano (e, credetemi, nonostante le apparenze tuttora non vengono) da quelli che ritenevamo nostri avversari, bensì da quelli che alcuni di voi, e all'epoca anch'io, consideravano alleati. Il motivo era semplice. Il mio testo metteva in evidenza il dato che sapete e che qui ripetiamo ossessivamente: in quanto strumento per scaricare sul mercato del lavoro gli shock esterni, l'euro non poteva certo essere considerato "di sinistra". Anzi! Era uno strumento di lotta di classe al contrario (se a qualcuno non è chiaro può rinfrescarsi le idee qui), e in quanto tale non si capivano gli accorati appelli da sinistra a modificare l'Europa per salvarlo! Con quegli appelli ci si voleva salvare la coscienza, ma la battaglia da combattere era un'altra, e il mio libro aveva il grave torto di dimostrarlo more geometrico, mettendo i sedicenti "buoni" di fronte alla propria ipocrisia.
Ora, voi potrete capire il mio sbigottimento, la mia delusione, dopo aver scritto nel 2012 (dicesi duemiladodici) le parole che vi ho riportato sopra, nel leggere il tredici gennaio duemilaquattordici (2014) una roba del genere, dove non solo si rivendicava come idea originale quella che di fatto era una mia proposta (come vi ho documentato), ma in più mi si dava del "gattopardo" (rigorosamente senza far nomi, anche per evitare che l'originalità della proposta potesse essere messa nella corretta prospettiva)! Un attacco sleale, ingiustificato perché privo di qualsiasi base documentale (come vi ho mostrato), e a tradimento perché proveniente da quelli che speravo potessero aiutarmi, da quelli che non potevano non sapere (e lo avevano anche larvatamente dimostrato), e soprattutto da quelli che se si fossero espressi avrebbero consentito alla critica all'Europa di prendere a sinistra quel piede che ha preso a destra, cioè (con tutto il rispetto) dalla parte sbagliata (perché la Storia ci dimostrerà che una battaglia a difesa del lavoro deve essere combattuta da chi difende il lavoro). Bè, insomma, potrete capire che questi atteggiamenti suscitassero in me un lieve disappunto (quel lieve disappunto che vedete esternato nel video citato sopra, girato il 18 gennaio 2014 - cioè cinque giorni dopo questa scoperta dell'acqua calda di sinistra).
Questo sì che mi mandò in bestia: certo non i sorrisetti dalle Vero, poverina, che alla mia domanda sul perché Monti abbia fatto salire il debito non sapeva rispondere altro che le scemenze infantili su "autteità bbona" e "autteità attiva" (una persona che su Scholar compare tre volte, di cui due nei ringraziamenti per la sua research assistance... Ma l'avrà mai passata una peer review? Qualcuno sa dirmelo?). Mi mandò in bestia, e mi ci ammalai (ma lì l'errore fu mio) il fatto che gli estensori di cotanti appelli a difesa dello status quo spendessero tante energie non per aiutarmi, ma per banalizzare il mio messaggio, dandomi, contro ogni possibile evidenza (ma sapendo di poter contare sul fatto che a sinistra si leggono le copertine e non i libri), del fascioleghista che faceva il gioco del capitale (per fortuna a Radio Onda Rossa non se ne sono accorti), che proponeva una strategia di uscita tale da penalizzare senza scampo le classi lavoratrici, perché la svalutazione che io proponevo come una panacea (?) avrebbe eroso la quota salari, aumentando la disuguaglianza e il disagio degli umili. Se proprio di uscita si doveva parlare, era a loro, ai Licurghi e Soloni col marchio Sinistra DOP (Denominazione di Origine Piddina), che bisognava rivolgersi, perché loro sì che sapevano come fare: bisognava proteggere i salari dall'inflazione con una nuova scala mobile!
Idea che, come vi ho appena mostrato, a me proprio non era venuta, due anni prima che a loro.
O no?
E poi, dopo tutto questo, io dovrei incazzarmi per Benny Della Vedova, con uno che non ha idea di quali siano i tassi di crescita dell'export italiano prima e dopo l'adozione dell'euro!? Per carità, con Benny ci possiamo, anzi: ci dobbiamo fare una risata, e ce la faremo. La sua sesquipedale ignoranza dei fatti stilizzati più rilevanti nell'economia del paese che contribuisce a governare, il suo adamantino permeismo, la sua totale impermeabilità a qualsiasi ragionamento poggiato su basi scientifiche forse meritano un commento (o forse no, visto che sono così platealmente evidenti). Ma non c'è alcun motivo di volergli male: Benny danni non ne fa se non a se stesso, quando parla (visto che ci tenete, lo metterò nero su bianco). C'è chi ha fatto molto più danno, scippando alla sinistra una battaglia che era in primo luogo sua, e bloccando una riflessione trasversale sulle criticità dell'Eurozona in nome di una becera reductio ad Salvinum. I miei ultimi interlocutori, che tanto vi hanno indignato, avranno certo i loro limiti analitici, ma non sono mai arrivati con me a un simile livello di slealtà. Magari non ci sono arrivati perché non hanno ritenuto di doverlo fare: non fa nulla! Quando lo riterranno sarà troppo tardi: non potranno più far danni. Altri sono intervenuti volendo fare danno, e ci sono riusciti. Se le politiche di destra nel lungo periodo avvantaggiano solo la destra, è anche perché gli intellettuali di sinistra sono sempre lì, pronti a dare una mano. Quelli di sinistra, capite? Questo mi manda, e dovrebbe mandare voi, in bestia, anche e soprattutto se siete di destra. Certo non Della Vedova che tira l'acqua al suo mulino, ma chi, per narcisismo, per tutelare la propria fottuta quota di mercato, ha reso impossibile un dibattito, ha ucciso la democrazia, usando argomenti falsi e sleali.
Ma voi, se vi fa piacere, continuate pure a prendervela con Micossi...
(...non commento nemmeno la minchiata dei fire sales, cioè l'idea che l'"euro forte" ci avrebbe difeso dall'acquisizione delle nostre imprese da parte di capitalisti esteri. Abbiamo visto quanto questo ragionamento si sia rivelato fallace in pratica, e lo era perché si basava su una teoria a sua volta fallace: ma non ci perdo tempo, questo lo sapete...)
Ora voi direte: ma questo con Lisbona che c'entra?
E ora ve lo spiego.
Compagni (?) che non (?) sbagliano
Da qualche mese circola sui media "mainstream" una simpatica fiaba a lieto fine: quella del Portogallo che, citando un componente del comitato scientifico di a/simmetrie:
"fa scuola: governo di sinistra che rilancia la crescita da dentro l'eurozona... E' la prova che le politiche di stimolo alla domanda "a saldo zero (o costante)" (redistributive) funzionano, magari dopo un'abbondante 'svalutazione interna'?"
(...questo tanto per dirvi che nel comitato idee ne scambiamo, e anche che non sempre siamo d'accordo...)
Insomma, pare proprio che a Lisbona governino dei bravi compagni, che sono riusciti a fare un vero miracolo: far ripartire la crescita "da sinistra" (cioè, prendendo come criterio quello degli uscisti da sinistra DOP, tutelando la quota salari), pur restando dentro la zona euro. Un'operazione che sul piano economico equivale alla dimostrazione dell'ultima congettura di Fermat su quello matematico: la mente vacilla, e così come io, digiuno di curve ellittiche, mi accontento di credere a Fermat, del quale mi sento, in fondo, un contemporaneo (ascoltiamo la stessa musica), a fronte della storiella del governo di "quelli buoni" che riescono a fare il bene dei lavoratori dentro l'euro mi potrei anche trincerare dietro un comodo credo quia absurdum, nel timore di affrontare una sfida che, oltre ad essere superiore alle mie capacità intellettuali, mi esponesse nella mia gattopardesca ipocrisia di fascistello che la fa facile per fottere i lavoratori (come disse senza dirlo quello che lancia il sasso e nasconde la mano).
Scoprire che dentro l'euro un governo riesce a tutelare la quota salari sarebbe in effetti la prova provata, la smoking gun che paleserebbe il mio callido intento di guidare i lavoratori fuori dall'euro per attirarli in una imboscata, in una trappola dalla quale uscirebbero con il salario decurtato da un'inflazione galoppante. Sarebbe dimostrare che ho torto nell'affermare che dentro l'euro non ci sono gradi di libertà per rilanciare l'economia tutelando i diritti dei lavoratori.
Eh, avere torto, si sa, è una bevanda amara per tutti (anche se io è da un po' che non la assaggio...).
Tuttavia... tuttavia... c'era qualcosa che non mi tornava...
Sarò malizioso, ma... se fosse stato veramente vero, verissimamente verissimo, che i "bravi compagni de sinistra" di Lisbona erano riusciti a far ripartire l'economia "da sinistra", cioè, ripeto, senza sacrificare la quota salari, come mai tutti, ma dico tutti, e ribadisco tutti i giornali del capitale ne avrebbero tessuto le lodi? Insomma, ce lo siamo detti mille volte, e non è una cosa così difficile da capire: i media costano, e chi li paga non vuole certo usarli contro i proprio interessi! Ora, aumentare la quota dei salari vuol dire diminuire quella dei profitti. Siamo proprio sicuri che giornali come Il Post, o La Stampa, o Il Sole 24 Ore, farebbero l'elogio di un governo che avrebbe "sfidato la Germania sull'austerità" per rilanciare la crescita nell'interesse di lavoratori, cioè diminuendo la quota dei profitti?
Sicuri sicuri?
Sicuri sicuri sicuri?
Sicuri sicuri sicuri sicuri?
Io sono pressoché sicuro del contrario: se i giornali del capitale elogiano un governo "socialista", è perché questo governo ha venduto i lavoratori. Solo idioti accecati dalla logica dell'appartenenza (io sò dde sinistra, quello è dde sinistra, quindi è bravo) possono prendere per buone, senza verificarle, certe favolette morali. Eppure verificarle è cosa immediata. Basta andare a vedere i dati, come abbiamo fatto tante volte, ad esempio per la Lettonia, poi per Irlanda e Ungheria, e infine per la Spagna.
In Portogallo le cose si presentano, in effetti, in modo del tutto diverso, cioè così:
Visto?
Mentre in Lettonia, Irlanda, Spagna, la quota salari è diminuita, in Portogallo invece, siccome ci sono quelli bravi, che fanno le cose da sinistra, la quota salari è diminuita!
"Volevi dire aumentata?"
Eh... sì, io avrei voluto dire aumentata, però io non sono del tutto di sinistra: lo sono fino a quando non urto contro i dati, e secondo me 44.2 è minore di 46.2. Quindi in Portogallo la quota salari è diminuita di un paio di punti in seguito alla crisi. L'avere un governo di sinistra a nulla è servito: o meglio, è servito a ciò a cui servono i governi socialdemocratici: a far stare cheti i lavoratori, mentre si infligge loro lo stesso trattamento che negli altri paesi... e questo non (solo) per cattiveria, ma (soprattutto) perché dentro una unione monetaria non ce n'è un altro disponibile (i dati sono qui).
Ma la famosa sfida all'austerità? Chissà che prodigalità avrà dimostrato il governo portoghese, che politica di bilancio aggressiva, che interventi di spesa a sostegno dei redditi (come sembra di cogliere nel resoconto del Sole o della Stampa - ma non li ho letti con attenzione, sapendo che non la meritano, quindi potrei sbagliare)!
E va bene, andiamo a vedere:
Per confronto ho riportato i dati italiani: si vede benissimo come il governo dei compagni socialisti in Portogallo dal 2015 con grande coraggio aumenta... "la spesa pubblica sociale!" (direte voi): no, il surplus di bilancio! "Ma... Ma... Ma... Ma almeno lo avrà fatto tassando i brutti ricchi cattivi!"
(...lo so, lo so, sono cattivo...)
E vediamo anche questo, tanto è gratis:
...ma... ops! Da quando arrivano i compagni bravi, in effetti, lo scarto fra entrate e uscite si riduce, solo che... entrambe diminuiscono, ma le uscite, la spesa, molto più delle entrate!
E a questo punto, se sapeste cosa vogliono dire, ripetereste le parole di Tamino! In effetti, un po' di Heuchelei è nell'aria... O, magari, quelle di Verlaine: quoi? Nulle trahison?
Ecco, queste forse sono un po' fuori luogo, perché di trahison in effetti ce n'è molta: e pure di austerité...
Come!?
Una politica di bilancio fatta diminuendo la spesa e anche le imposte (ma non a saldi invariati, anzi, con un aumento del surplus primario), e, quindi, una diminuzione della quota salari... e questo sarebbe un miracolo di sinistra!?
Eh, ma aspettate, perché il meglio deve ancora venire! Vogliamo parlare dell'incidenza del precariato, misurata come percentuale di contratti a termine sul totale? Aumentata:
(in parallelo con Italia e Spagna, e partendo da valori superiori a quelli italiani - alla faccia del miracolo).
Vogliamo parlare della popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale? Aumentata:
(come in Italia, meno che in Spagna).
E la disoccupazione? E daccela 'na soddisfazzzione, dai!
Sì, ve la do: la disoccupazione in Portogallo è a due cifre:
...e su livelli quasi italiani!
Ma... ma... ma... direte voi: però almeno è diminuita in fretta: nel 2012 era quasi al 16% e ora all'11.2%, ha perso quasi cinque punti, mentre da noi è aumentata...
Sì, naturalmente, cari, però vi dimenticate sempre un dettaglio, quello sgradevole dettaglio "de sinistra". Guardate un po' le quote salari di Italia e Portogallo:
E quindi?
E quindi il grande miracolo portoghese "de sinistra", come era facilmente prevedibile a chi del senso suo fosse signore, è consistito nell'assumere un po' più di persone pagandole un po' di meno. Voi mi direte che non è un miracolo, e non è di sinistra. Certo. Aggiungo però che questa è l'unica soluzione possibile nel meraviglioso mondo dell'euro: non potete pensare di fare politiche "di sinistra" in un mondo di destra, di fare politiche keynesiane con istituzioni liberiste, di sostenere i redditi dei lavoratori dove questo significa automaticamente deprimere la competitività del paese.
Più andiamo avanti, insomma, e più ci rendiamo conto di come il ruolo dei politici di sinistra sia, ovunque nei paesi avanzati, quello di rendere politicamente accettabili dai ceti subalterni politiche che li danneggiano, e il ruolo degli intellettuali di sinistra sia di sparare fumogeni (fire sales, uscita da sinistra, ecc.) al solo e unico scopo di nascondere questa amara verità. Eppure, avete visto come è facile smascherare simili favolette? Basta ripartire dalle basi: basta capire che un capitalista non finanzierà mai un giornale per fargli raccontare una cosa che vada contro i suoi interessi. E l'interesse del capitalista è quello di tenere alta la quota dei... dei p... dei pr... dei pro... dei prof... dei profi...
Dai! Ancora non avete capito!?
Non sarete mica lettori del Manifesto?
Concludendo
L'argomento rozzo secondo cui la sound money, sound finance che tanto piaceva ai monetaristi sarebbe un presidio delle classi lavoratrici mostra una volta di più la corda. Dovremo pensare che chi continua a portarlo avanti, più che i lavoratori, vuole difendere la sound money, e comunque, indipendentemente dalle sue intenzionalità, nei fatti la difende. Anche perché se andiamo a vedere cosa succederebbe alla quota salari in caso di dissoluzione dell'euro, i risultati che troviamo finora su rivista peer reviewed ci dicono che nei primi due anni, in effetti, questa fletterebbe di 0.7 punti, ma poi ricomincerebbe a crescere, e su un orizzonte di cinque anni si troverebbe 2.3 punti al di sopra (non al di sotto) dello scenario di base (quello senza uscita; hint: come vi ho mostrato qui, la quota salari è data dal rapporto fra salari reali e produttività del lavoro, per cui per capire come evolve la quota salari potete considerare la differenza fra il tasso di crescita dei salari reali e quello della produttività del lavoro. Se prendete i numeri della Table 2 e fate lo scarto cumulato, ottenete il numero che vi ho fornito).
Non è così strano, no? Se sappiamo, perché lo sappiamo, che il vincolo esterno, insomma: l'euro, è servito a piegare i lavoratori (non vi rifaccio tutta la litania degli autori che ce lo hanno detto, da Dornbusch a Featherstone), perché mai dovremmo trovare strano che uscirne non danneggi il lavoro?
D'altra parte, che il potere per difendersi ricorra a strategie "sofisticate" comincia a essere ormai evidenziato anche a sinistra: avete letto l'articolo di Counterpunch sugli antifa? Sinceramente, resisto con difficoltà alla tentazione di ravvisare molti isomorfismi fra movimento antifa e uscisti da sinistra. Isomorfi negli strumenti (demonizzare l'avversario, impedire il dibattito), e nei risultati (fare il lavoro sporco per il capitale).
E poi io dovrei prendermela con Amato!?
Secondo voi, io, o anche voi, siamo stati danneggiati di più da chi come Amato era nostro avversario politico, o da chi, dicendo di essere nostro alleato, ci ha attivamente impedito di organizzare una resistenza? Il nostro avversario cosa doveva fare, se non nuocerci? Era nella sua natura. Ma chi ha impedito ai nostri potenziali alleati di unirsi a noi, ecco: quello sì che ci ha danneggiato...
Ora capite un po' meglio perché ho trovato fuori luogo la vostra vis polemica? E capite perché non ho nessuna difficoltà a confrontarmi con un Amato, con un Tremonti, laddove essi benignamente accettino il confronto, mentre ne ho molte, moltissime, enormi, insormontabili, nel confrontarmi con un Fassina, o con un uscista da sinistra?
Magari sbaglierò...
Spiegarsi era obbligatorio (lo dovevo, più che a voi, all'advocata vestra).
Capire no.
Anche questa è un'asimmetria. Ma, se volete un consiglio, in questo caso uno sforzo fatelo: è nel vostro interesse...
(...io in teoria avrei un ottimo carattere. Però quando qualcuno è lievemente scorretto con me tendo a non dimenticarmene. So che è un errore. D'altra parte ho anche tante virtù. Anzi: una sola: i giornali del capitale li leggo rigorosamente al contrario. Me l'ha insegnato la mi mamma, che tutto sommato, nonostante credesse che Napolitano fosse "tanto una brava persona", un pochino di sinistra, a modo suo, lo era. Fate così anche voi, o magari fate meglio: non leggeteli. Viceversa, se dei libri, oltre alla copertina, leggerete il contenuto, magari imparerete qualcosa: dopo di che, da veri intellettuali di sinistra, potrete rivendervi alla prima bancarella...)
martedì 26 settembre 2017
Brexit e ripresa in una figura
Si è parlato molto nei post precedenti del ruolo delle "figure" nella formazione degli individui. Questa mattina, prendendo lo zaino di Uga, uno dei vantaggi della comunicazione "visuale" mi è immediatamente balzato agli occhi, o meglio ai bicipiti: le figure prendono spazio, ed esigono carta di una certa qualità. Ne beneficiano ortopedici e, naturalmente, editori, cui non pare vero di poter diluire in macigni da un chilo l'uno quello che un tempo poteva essere contenuto in manuali più snelli, anche se, in effetti, meno sgargianti.
Questa non vuole essere una critica radicale e senza appello: naturalmente le figure spesso servono, e questo potrebbe essere un buon esempio. Incrociando i dati sui tassi di crescita di Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, Lorenzo Totaro di Bloomberg nota che, nonostante tutto il terrorismo sulla Brexit, l'Inghilterra continua ad accogliere molte persone in provenienza dai paesi dove la crescita in pratica non c'è (o almeno noi non la vediamo: ma è dei fenomeni il manifestarsi...).
Resta da chiedersi quale crescita sia quella che invece vediamo negli altri paesi. Sulla Spagna ci siamo dati delle risposte piuttosto univoche. Resta da fare lo stesso lavoro per il Portogallo, dove, corre voce, dei compagni tanto bravi e tanto cheinesiani stanno facendo cose egregie (così mi si dice). Ma lo facciamo un'altra volta: mi resta da scrivere una lettera di invito per il #goofy6 (coming soon)...
Questa non vuole essere una critica radicale e senza appello: naturalmente le figure spesso servono, e questo potrebbe essere un buon esempio. Incrociando i dati sui tassi di crescita di Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, Lorenzo Totaro di Bloomberg nota che, nonostante tutto il terrorismo sulla Brexit, l'Inghilterra continua ad accogliere molte persone in provenienza dai paesi dove la crescita in pratica non c'è (o almeno noi non la vediamo: ma è dei fenomeni il manifestarsi...).
Resta da chiedersi quale crescita sia quella che invece vediamo negli altri paesi. Sulla Spagna ci siamo dati delle risposte piuttosto univoche. Resta da fare lo stesso lavoro per il Portogallo, dove, corre voce, dei compagni tanto bravi e tanto cheinesiani stanno facendo cose egregie (così mi si dice). Ma lo facciamo un'altra volta: mi resta da scrivere una lettera di invito per il #goofy6 (coming soon)...
domenica 17 aprile 2016
Rostos
(...pensa che a Nat gli erano rimaste impresse le tentazzzioni di S. Antonio di quello del trapano [Bosch, cit. Daniela Ranieri] e a me, invece, gli apostoli di Zurbaran. Gli è che le cattocomuniste son represse, e noi keynesiani, invece, siamo aristocraticamente dalla parte del popolo - che poi è sempre meglio di essere proletariamente dalla parte della finanza. Io domani vado alla Sé, e voi votate sì. Il voto, lo sapete, non serve a nulla. Ma un segnale lo dà. Al cazzaro che ci ha venduti e che sta facilitando l'esproprio dei nostri risparmi sarà utile far capire che abbiamo capito e che non gradiamo. Non potrà continuare per sempre a svolgere un ruolo politico senza l'investitura di un voto. Fategli capire che aria tira. Grazie...)
mercoledì 13 aprile 2016
Lisbona (venerdì)
(...voltiamo pagina. Solo una precisazione sul senso del post precedente, visto che mi pare non sia stata capita una cosa molto importante - molto importante per i maschietti ma anche per le femminucce. La mia valutazione circa il fatto che a seguito della scomparsa di Casaleggio gli equilibri non cambieranno qualsiasi cosa succeda è basata su un dato oggettivo, che qui dovrebbe essere noto perché ci mise in allarme tempo addietro e lo documentammo e denunciammo con sistematicità: l'opera capillare di disinformazione messa in atto dal movimento. Vi ricordate i bei tempi di Beppe Scienza, di Eugenio Benetazzo, addirittura di Lannutti? Ecco, tutto qui. Per molto tempo mi son sentito fare un discorso che, oltre a essere poco cristiano, era anche molto stupido. Si sapeva che Casaleggio aveva problemi seri di salute, e ogni tanto qualcuno diceva: "Eh, ma lì dentro l'eurista è lui, vedrai che poi se scompare le cose cambiano". Al di là della barbarie insita nell'auspicare che un equilibrio politico cambi in questo modo - per non parlare della barbarie di un sistema che fa sì che qualcuno arrivi a tanto - questa valutazione, secondo me, è erronea. Chi è stato "castacriccacoruzzionato" per anni non apprende a ragionare in termini di dialettica di classe, di interesse nazionale, e nemmeno di interesse personale, dall'oggi al domani. Non so che fine farà il movimento, ma se proseguirà - e ci vorrà molta abilità a tenerlo in vita - si manterrà ambiguo, mentre se non proseguirà, la diaspora che questo evento originerà sarà più o meno equiripartita fra sinistra - dove finiranno gli ortotteri più ecologisti - e destra - dove finiranno gli ortotteri più "statoladrooooooo". Punto. Siccome sono fifty-fifty, personalmente non credo che questo secondo evento rischi di sconvolgere gli equilibri del PUDE. Le decisioni vengono prese altrove.
Aggiungo, per chiudere, e a scanso di equivoci, una precisazione. Le dinamiche delle quali parlo sono oggettive e basate su riscontri altrettanto oggettivi. Non si tratta di giudizi personali né sugli eletti né sugli elettori del Cinque stelle. Ho ottimi rapporti con tutti quelli che conosco, e non vedo perché non dovrei averne. Non vedo nemmeno perché dovrei però rinunciare a dire che il modello di democrazia che praticano non mi convince. Questo blog nasce sul presupposto di fornire informazioni corrette, riscontrate e riscontrabili, per mettere realmente i cittadini in grado di decidere, e infatti molti, leggendolo, hanno preso delle decisioni. Se uno ha a disposizione un megafono sterminato, ma non lo usa per fare corretta informazione, salvo poi enfatizzare il ricorso alla democrazia diretta - per la cui vitalità la corretta informazione degli elettori è molto ma molto più essenziale che non per la democrazia rappresentativa - io, scusatemi, ma faccio le spallucce e sto alla larga. Peraltro, tutte le mie previsioni che tendevano a smorzare facili entusiasmi riguardo al movimento mi pare non siano state smentite ad oggi. Aggiungo che è segno di maturità e civilità da parte di (alcuni) elettori ed eletti del movimento il mantenere un atteggiamento comunque dialogico con chi ha manifestato tante perplessità circa il loro progetto. Questo tanto per sedare il tifo da stadio, va bene?
That's all. La pagina non l'abbiamo girata noi, ma è stata comunque girata, e ora potremo leggere se sulla nuova pagina c'è scritto quello che penso io (cioè niente) o quello che pensano gli espertoni...)
(...la cosa molto importante per maschietti e femminucce non capita nel post precedente - anche da persone che consideravo al disopra di ogni sospetto - è ovviamente questa...)
giovedì 12 novembre 2015
Il Portogallo
No, non voglio parlarvi di politica. Voglio parlarvi di crescita. Per i cialtroni anche il declino del Portogallo avrebbe certo radici antiche, da rinvenire negli anni '70 (o forse risalendo alla morte di Vasco da Gama). Il suo tasso di crescita infatti, come abbiamo visto un paio di post or sono, fa così:
più o meno come il nostro, che, come ricordate, fa così:
Fateci caso: i coefficienti angolari delle due rette sono molto simili. In entrambi i paesi la crescita è diminuita in media di 0.112 punti all'anno. L'interpolazione in Portogallo è peggiore perché la recessione del 1975 è stata catastrofica (portò la crescita da quasi il 10% a quasi il -10%), e la varianza di questa oscillazione ciclica così violenta ovviamente non può essere captata da un trend lineare: ma queste sono cose che gli statistici apprezzeranno anche senza che gliele dica, il giovine Baroni non capirebbe nemmeno se gliele spiegassi (egli ostenta "umanesimo"), e gli altri chissà...
Comunque, che i due disegnini, oltre ai colori, abbiano qualcos'altro in comune penso lo vediate un po' tutti. Quindi anche in Portogallo daje de coruzzzzione, de familismo amorale, de "scarsa spesa in ricerca e sviluppo", ecc., giusto?
Bè, direi di no!
Abbiamo visto che un profilo simile lo tiene anche la Germania: anche lì il tasso di crescita è andato diminuendo progressivamente, e il fenomeno è fisiologico: con funzione di produzione strettamente concava, la convergenza verso lo stato stazionario avviene a tassi di crescita progressivamente smorzati. Quindi, eventualmente, il problema è capire se il rallentamento è maggiore o minore di quello altrui, e così a occhio non si capisce benissimo.
Sempre parlando di convergenza, però, abbiamo visto che in effetti l'economia portoghese fra 1960 e 1995 era collocata più o meno dove ci saremmo aspettati di trovarla:
A sinistra (perché paese inizialmente più povero) e in alto (perché paese che, in quanto più povero, era cresciuto più rapidamente degli altri, seguendo un fisiologico percorso di convergenza, con tassi di crescita fisiologicamente smorzati).
Quindi tutto bene?
Insomma...
Perché la convergenza, volendo, la si può andare a vedere in dettaglio, anno per anno: basta fare il rapporto fra il reddito pro capite del paese, e quello medio del gruppo di paesi considerati (nel nostro caso, evidentemente, l'Eurozona). Se facciamo così, otteniamo il seguente grafichetto, piuttosto esplicito:
Che ci dice? Che nel 1960 il reddito pro capite del Portogallo era il 40% di quello medio del gruppo di paesi corrispondenti alla futura Eurozona, ma è visibile una tendenza al recupero, che, se pure interrotta dalla catastrofica recessione del 1975, conduce il Portogallo al 59.5% del reddito dell'Eurozona nel 1999. Un risultato in piena coerenza con quello del grafico precedente, che ci indica appunto che il Portogallo, fra 1960 e 1995, aveva avuto una crescita media coerente con un processo di fisiologica convergenza.
E poi?
E poi, dopo il 1999, l'ultimo grafico ci mostra che il processo di convergenza si arresta, e inizia una moderata, ma inesorabile, divergenza (verso il basso): dal quasi 60% della media europea conquistato, si ritorna a scendere verso il 50%.
E il motivo c'è!
Come tutti ricorderete, nel 1999 Macao è stata restituita alla Cina. La perdita dell'ultima colonia ha soffocato lo slancio dell'economia portoghese.
O no?
(...ne parliamo domenica mattina, ma temo di non aver grosse sorprese per voi...)
più o meno come il nostro, che, come ricordate, fa così:
Fateci caso: i coefficienti angolari delle due rette sono molto simili. In entrambi i paesi la crescita è diminuita in media di 0.112 punti all'anno. L'interpolazione in Portogallo è peggiore perché la recessione del 1975 è stata catastrofica (portò la crescita da quasi il 10% a quasi il -10%), e la varianza di questa oscillazione ciclica così violenta ovviamente non può essere captata da un trend lineare: ma queste sono cose che gli statistici apprezzeranno anche senza che gliele dica, il giovine Baroni non capirebbe nemmeno se gliele spiegassi (egli ostenta "umanesimo"), e gli altri chissà...
Comunque, che i due disegnini, oltre ai colori, abbiano qualcos'altro in comune penso lo vediate un po' tutti. Quindi anche in Portogallo daje de coruzzzzione, de familismo amorale, de "scarsa spesa in ricerca e sviluppo", ecc., giusto?
Bè, direi di no!
Abbiamo visto che un profilo simile lo tiene anche la Germania: anche lì il tasso di crescita è andato diminuendo progressivamente, e il fenomeno è fisiologico: con funzione di produzione strettamente concava, la convergenza verso lo stato stazionario avviene a tassi di crescita progressivamente smorzati. Quindi, eventualmente, il problema è capire se il rallentamento è maggiore o minore di quello altrui, e così a occhio non si capisce benissimo.
Sempre parlando di convergenza, però, abbiamo visto che in effetti l'economia portoghese fra 1960 e 1995 era collocata più o meno dove ci saremmo aspettati di trovarla:
A sinistra (perché paese inizialmente più povero) e in alto (perché paese che, in quanto più povero, era cresciuto più rapidamente degli altri, seguendo un fisiologico percorso di convergenza, con tassi di crescita fisiologicamente smorzati).
Quindi tutto bene?
Insomma...
Perché la convergenza, volendo, la si può andare a vedere in dettaglio, anno per anno: basta fare il rapporto fra il reddito pro capite del paese, e quello medio del gruppo di paesi considerati (nel nostro caso, evidentemente, l'Eurozona). Se facciamo così, otteniamo il seguente grafichetto, piuttosto esplicito:
Che ci dice? Che nel 1960 il reddito pro capite del Portogallo era il 40% di quello medio del gruppo di paesi corrispondenti alla futura Eurozona, ma è visibile una tendenza al recupero, che, se pure interrotta dalla catastrofica recessione del 1975, conduce il Portogallo al 59.5% del reddito dell'Eurozona nel 1999. Un risultato in piena coerenza con quello del grafico precedente, che ci indica appunto che il Portogallo, fra 1960 e 1995, aveva avuto una crescita media coerente con un processo di fisiologica convergenza.
E poi?
E poi, dopo il 1999, l'ultimo grafico ci mostra che il processo di convergenza si arresta, e inizia una moderata, ma inesorabile, divergenza (verso il basso): dal quasi 60% della media europea conquistato, si ritorna a scendere verso il 50%.
E il motivo c'è!
Come tutti ricorderete, nel 1999 Macao è stata restituita alla Cina. La perdita dell'ultima colonia ha soffocato lo slancio dell'economia portoghese.
O no?
(...ne parliamo domenica mattina, ma temo di non aver grosse sorprese per voi...)
domenica 1 novembre 2015
Parlate chiaro (e chiedete scusa): la tabellina del due
(...che rispetto all'antefatto, quella dello zero, è comunque un progresso...)
(...ormai la situazione è paradossale. Da Meloni a Cremaschi, passando per Cisnetto - e molti altri - il numero e la qualità di chi ha capito che le cose così non vanno cresce di giorno in giorno. Non si tratta di "opinioni". Il dato è oggettivo, risalta agli occhi, e non dipende dalle intenzioni mie, o vostre, o della Merkel, o di Obama. Semplicemente, questa cosa non funziona, e quindi sarebbe il caso di cominciare a parlarne e di capire come tirarsene fuori - dato che sul perché mi pare che dubbi non ne abbia più nessuno, e che comunque che la cosa possa durare per sempre nessuno lo crede sul serio. In questa situazione, chi sono i nemici? Chi sono quelli che lottano attivamente per impedire che si costituisca un movimento trasversale di resistenza a difesa dell'interesse e dei valori della costituzione nazionale? Ma è semplice! Quelli che sanno meglio e da prima di tutti quale sia la cosa giusta, ma sanno anche che chiunque - tranne loro - la farà nel modo sbagliato, ed è quindi meglio che nessuno faccia niente. Sì, ci siamo capiti: quelli dell'uscita a sinistra. Abbiamo avuto la fase "se usciamo ci saranno i fire sales" - e infatti si è visto - ora abbiamo la fase "se usciamo sospenderemo Schengen" - e infatti si è rivisto. Che poi, su, invece di inventarsi tanti giri di parole, uno potrebbe anche avere un minimo di coraggio e dirla come la pensa: "Non ascoltate Bagnai perché è leghista e xenofobo!". Faremmo prima, no? Al convegno di oggi, visibilmente seccato dall'intervento di un uscista da sinistra, un giovane in platea mi guarda e mi fa: "Praticamente quello lì sta dicendo che dobbiamo scegliere fra l'euro o Salvini!". E un meno giovane (scusa, però eri meno giovane): "Esatto. E così facendo senza capirlo fa campagna per Salvini, pensando di farla per se stesso".
Allora, vogliamo parlare di Schengen? Perché questa è l'ultima frontiera degli "uscisti da sinistra": "se uscissimo sospenderemmo Schengen....".
Posso dire sommessamente una cosa?
E STI GRAN CAZZI NON CE LI METTI?
Perché?
Perché gli "uscisti da sinistra" ultimamente insistono così tanto su Schengen? Credo che sia perché è l'ultima cosa cui pensano di potersi attaccare. Hanno provato con i fire sales (e abbiamo visto com'è andata: si dovrebbero vergognare, glielo avevo detto tre anni or sono, ora non so con che faccia possano andare in giro a dire che l'euro ci protegge, visto che ogni giorno pezzi di aziende più o meno importanti passano in mano straniera); hanno provato col libberismo di Bagnai, ma anche lì, poracci, figure demmerda a raffica: tutto quello che pensavano di insegnarmi era già nel mio libro, ma proprio tutto, e anche di più, perché loro, gli uscisti da sinistra, di controlli dei movimenti di capitali ne parlano solo con tono minaccioso e apocalittico - mentre per me è normale che questi movimenti li si dovrebbe disciplinare, e l'euro è servito proprio a non farlo - e di riportare la banca centrale sotto il controllo del governo non ne parlano proprio - il che rende un po' debole la loro proposta.
E ora Schengen.
"Parliamo di Schengen, che Bagnai nel libro non ne parla, e così lo facciamo passare per leghista, e ci diamo una scialbatina di rosso...". Ma vogliamo ragionare un momento su Schengen? Cos'è Schengen? Siamo sicuri che sia una cosa tanto di sinistra? Nei suoi termini essenziali, è un accordo che facilita la circolazione del fattore lavoro all'interno del mercato unico. Nota bene: ciò che definisce un mercato unico è proprio la libera circolazione dei fattori di produzione - la libera circolazione delle sole merci definirebbe un'area di libero scambio. Ora, l'Atto Unico Europeo - che instaura il Mercato Unico - è del 1986, con entrata in vigore nel 1987, e obiettivo di compimento del mercato unico entro il 1992. Peraltro, ad oggi, come ricorda Majone, il mercato unico ancora non è realizzato, ad esempio per quanto riguarda i servizi - che sono circa il 70% del PIL. Non sto dicendo che sia un bene o un male: sto dicendo che anche qui si è andati avanti alla spicciolata e vendendo come successi e dati acquisiti cose che - come il mercato unico - erano nella migliore delle ipotesi in fieri, e nella peggiore impossibili da realizzare. In ogni caso, gli accordi di Schengen sono dell'anno precedente all'Atto Unico - il 1985 - e le loro disposizioni sono incorporate oggi nel Trattato di Lisbona, fanno parte dell'acquis communautaire, che in italiano si traduce: "o così, o Pomì!". Chi entra se le becca come stanno (e peraltro alcuni paesi sono Schengen senza essere UE, mentre altri sono UE con opt-out - ancora una volta)!
La domanda che mi pongo è: ma la libera circolazione dei fattori di produzione, e più in generale il mercato unico, è una cosa di sinistra? Questo Schengen-fetishism mi sembra sinceramente un pochino inquietante. Va bene, ne abbiamo viste di ogni, ma non pensavo che saremmo arrivati a veder elogiare "da sinistra" le virtù della libera circolazione dei fattori, e del fattore lavoro, e per di più da parte di economisti che per provenienza geografica dovrebbero sapere come si chiama, nel capitalismo, la libera circolazione del lavoro: si chiama emigrazione. Siamo sicuri che sia una cosa "di sinistra" favorire la libera circolazione del lavoro in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata, nella quale le barriere culturali rendono i flussi migratori interni necessariamente selettivi (perché a lavorare nei paesi del Nord ci andranno solo i migliori, quelli sufficientemente istruiti da poterselo permettere)? Siamo sicuri che questo tipo di movimenti siano stabilizzanti, servano ad assorbire gli shock, e non ad ampliarli? E, di converso: quando mai dover fare un visto - posto che sia questo il problema - ha impedito a chi voleva andare a lavorare altrove di farlo? Cioè, fatemi capire: chi viene da aree che hanno visto drenate le loro energie migliori verso gli Stati Uniti (dove il visto occorre ancora oggi), chi parla - secondo me a ragione - dei pericoli di mezzogiornificazione dell'Europa meridionale che l'attuale assetto delle regole europee comporta, poi elogia Schengen, cioè il meccanismo che consente al Nord di drenare senza barriere linfa dal Sud? E questa bella prova di keynesismo a intermittenza a cosa serve? A dire a me che sono leghista? Ma allora ditemi che sono leghista, cazzo, se ne avete il coraggio, e dite meno stronzate, però! Se vogliamo metterla sul personale, facciamolo, non ci sono mica problemi: voi dite "Bagnai leghista!", io mi ci faccio una risata sopra (facendo anche notare che personalmente non lo considero un insulto: chi vota Lega avrà i suoi buoni motivi per farlo e io alla democrazia ci credo: semplicemente, non mi rispecchio in quel movimento politico), e passiamo avanti senza inquinare il dibattito con argomenti che non stanno in piedi, fuorvianti, pericolosi. Perché come l'insistenza sui fire sales di fatto offuscava il vero meccanismo attraverso il quale il capitale estero sta predando il nostro paese e distruggendo valore e posti di lavoro, ovvero la compressione della redditività delle nostre aziende sotto un cambio sopravvalutato, così l'enfasi su Schengen in chiave antiliberista sinceramente è dadaismo puro! Cosa c'è di più liberista del provvedimento che ha consentito al capitalismo tedesco di trasformare i PECO nel suo esercito industriale di riserva? Me lo dite voi? E col dadaismo dove si va? Io un'idea ce l'avrei, ma la tengo per me. I miei lettori mi avranno capito...
Sed de hoc satis.
Segue il testo del mio intervento di oggi al seminario Euro e Unione Europea... I lavori sono stati filmati, qualcuno li ha ripresi in diretta Periscope, ma c'erano anche riprese con telecamere fisse, che verranno forse messe su Youtube. A differenza da quanto ho sempre fatto, questa volta il discorso me l'ero scritto, e l'ho praticamente letto, con minimi adattamenti per rimarcare alcuni punti di contatto coi relatori che mi avevano preceduto. Ve lo offro com'è sul mio hard disk. Potrete divertirvi a trovare le differenze - minime - con quanto ho effettivamente detto. Ma il succo è nel titolo del post. E per favore, ora basta con l'uscismo da sinistra: è il cancro di questo dibattito. Le terapie ci sono...)
Credo che ora si veda
come poiché la sinistra non si è opposta al simbolo del capitalismo trionfante,
cioè all’euro, questo capitalismo abbia perso qualsiasi freno inibitore. Non basta
l’esempio della Grecia? Non basta l’esempio del Portogallo? Vogliamo aspettare
che anche qui, a casa nostra, l’eversione veicolata dai Trattati europei, che
Vladimiro denuncia con tanta chiarezza, si manifesti in tutta la sua violenza?
Lo capite che allora sarà troppo tardi?
(...e la sfida emotiva? Bè, ho perso anche quella. Perché quando alla fine è arrivato uno che ha esordito con "non sono un economista ma" e ha proseguito con "m'ha detto micuggino che la svalutazione sarebbe del 30%" ho sclerato e me ne sono andato. La disonestà intellettuale non si può spingere fino a dire "non ci sono analisi". Ci sono. Chi dice il contrario certifica come minimo la sua ignoranza - e oggi chi esprime opinioni non informate oggettivamente contribuisce a un progetto criminale - e nel peggiore dei casi un grado inaccettabile di pessima fede. E io, sinceramente, ne ho i coglioni pieni. Tuttavia mi dispiace di essermi indignato. La platea era sufficientemente satura di certe idiozie, e forse avrei fatto meglio a starmene cheto e godermi il risentimento che montava verso tanta inconsistente e boriosa supponenza - "non ci sono analisi? Sai cosa ti dice non ci sono analisi?" - parte italiana e parte nopea. Ha provato a consolarmi Vlad, dicendo che anche Lenin non era esattamente un campione di bon ton. E anche in questo aveva illustri precedenti - Lenin, non Vlad...)
(...ormai la situazione è paradossale. Da Meloni a Cremaschi, passando per Cisnetto - e molti altri - il numero e la qualità di chi ha capito che le cose così non vanno cresce di giorno in giorno. Non si tratta di "opinioni". Il dato è oggettivo, risalta agli occhi, e non dipende dalle intenzioni mie, o vostre, o della Merkel, o di Obama. Semplicemente, questa cosa non funziona, e quindi sarebbe il caso di cominciare a parlarne e di capire come tirarsene fuori - dato che sul perché mi pare che dubbi non ne abbia più nessuno, e che comunque che la cosa possa durare per sempre nessuno lo crede sul serio. In questa situazione, chi sono i nemici? Chi sono quelli che lottano attivamente per impedire che si costituisca un movimento trasversale di resistenza a difesa dell'interesse e dei valori della costituzione nazionale? Ma è semplice! Quelli che sanno meglio e da prima di tutti quale sia la cosa giusta, ma sanno anche che chiunque - tranne loro - la farà nel modo sbagliato, ed è quindi meglio che nessuno faccia niente. Sì, ci siamo capiti: quelli dell'uscita a sinistra. Abbiamo avuto la fase "se usciamo ci saranno i fire sales" - e infatti si è visto - ora abbiamo la fase "se usciamo sospenderemo Schengen" - e infatti si è rivisto. Che poi, su, invece di inventarsi tanti giri di parole, uno potrebbe anche avere un minimo di coraggio e dirla come la pensa: "Non ascoltate Bagnai perché è leghista e xenofobo!". Faremmo prima, no? Al convegno di oggi, visibilmente seccato dall'intervento di un uscista da sinistra, un giovane in platea mi guarda e mi fa: "Praticamente quello lì sta dicendo che dobbiamo scegliere fra l'euro o Salvini!". E un meno giovane (scusa, però eri meno giovane): "Esatto. E così facendo senza capirlo fa campagna per Salvini, pensando di farla per se stesso".
Allora, vogliamo parlare di Schengen? Perché questa è l'ultima frontiera degli "uscisti da sinistra": "se uscissimo sospenderemmo Schengen....".
Posso dire sommessamente una cosa?
E STI GRAN CAZZI NON CE LI METTI?
Perché?
Perché gli "uscisti da sinistra" ultimamente insistono così tanto su Schengen? Credo che sia perché è l'ultima cosa cui pensano di potersi attaccare. Hanno provato con i fire sales (e abbiamo visto com'è andata: si dovrebbero vergognare, glielo avevo detto tre anni or sono, ora non so con che faccia possano andare in giro a dire che l'euro ci protegge, visto che ogni giorno pezzi di aziende più o meno importanti passano in mano straniera); hanno provato col libberismo di Bagnai, ma anche lì, poracci, figure demmerda a raffica: tutto quello che pensavano di insegnarmi era già nel mio libro, ma proprio tutto, e anche di più, perché loro, gli uscisti da sinistra, di controlli dei movimenti di capitali ne parlano solo con tono minaccioso e apocalittico - mentre per me è normale che questi movimenti li si dovrebbe disciplinare, e l'euro è servito proprio a non farlo - e di riportare la banca centrale sotto il controllo del governo non ne parlano proprio - il che rende un po' debole la loro proposta.
E ora Schengen.
"Parliamo di Schengen, che Bagnai nel libro non ne parla, e così lo facciamo passare per leghista, e ci diamo una scialbatina di rosso...". Ma vogliamo ragionare un momento su Schengen? Cos'è Schengen? Siamo sicuri che sia una cosa tanto di sinistra? Nei suoi termini essenziali, è un accordo che facilita la circolazione del fattore lavoro all'interno del mercato unico. Nota bene: ciò che definisce un mercato unico è proprio la libera circolazione dei fattori di produzione - la libera circolazione delle sole merci definirebbe un'area di libero scambio. Ora, l'Atto Unico Europeo - che instaura il Mercato Unico - è del 1986, con entrata in vigore nel 1987, e obiettivo di compimento del mercato unico entro il 1992. Peraltro, ad oggi, come ricorda Majone, il mercato unico ancora non è realizzato, ad esempio per quanto riguarda i servizi - che sono circa il 70% del PIL. Non sto dicendo che sia un bene o un male: sto dicendo che anche qui si è andati avanti alla spicciolata e vendendo come successi e dati acquisiti cose che - come il mercato unico - erano nella migliore delle ipotesi in fieri, e nella peggiore impossibili da realizzare. In ogni caso, gli accordi di Schengen sono dell'anno precedente all'Atto Unico - il 1985 - e le loro disposizioni sono incorporate oggi nel Trattato di Lisbona, fanno parte dell'acquis communautaire, che in italiano si traduce: "o così, o Pomì!". Chi entra se le becca come stanno (e peraltro alcuni paesi sono Schengen senza essere UE, mentre altri sono UE con opt-out - ancora una volta)!
La domanda che mi pongo è: ma la libera circolazione dei fattori di produzione, e più in generale il mercato unico, è una cosa di sinistra? Questo Schengen-fetishism mi sembra sinceramente un pochino inquietante. Va bene, ne abbiamo viste di ogni, ma non pensavo che saremmo arrivati a veder elogiare "da sinistra" le virtù della libera circolazione dei fattori, e del fattore lavoro, e per di più da parte di economisti che per provenienza geografica dovrebbero sapere come si chiama, nel capitalismo, la libera circolazione del lavoro: si chiama emigrazione. Siamo sicuri che sia una cosa "di sinistra" favorire la libera circolazione del lavoro in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata, nella quale le barriere culturali rendono i flussi migratori interni necessariamente selettivi (perché a lavorare nei paesi del Nord ci andranno solo i migliori, quelli sufficientemente istruiti da poterselo permettere)? Siamo sicuri che questo tipo di movimenti siano stabilizzanti, servano ad assorbire gli shock, e non ad ampliarli? E, di converso: quando mai dover fare un visto - posto che sia questo il problema - ha impedito a chi voleva andare a lavorare altrove di farlo? Cioè, fatemi capire: chi viene da aree che hanno visto drenate le loro energie migliori verso gli Stati Uniti (dove il visto occorre ancora oggi), chi parla - secondo me a ragione - dei pericoli di mezzogiornificazione dell'Europa meridionale che l'attuale assetto delle regole europee comporta, poi elogia Schengen, cioè il meccanismo che consente al Nord di drenare senza barriere linfa dal Sud? E questa bella prova di keynesismo a intermittenza a cosa serve? A dire a me che sono leghista? Ma allora ditemi che sono leghista, cazzo, se ne avete il coraggio, e dite meno stronzate, però! Se vogliamo metterla sul personale, facciamolo, non ci sono mica problemi: voi dite "Bagnai leghista!", io mi ci faccio una risata sopra (facendo anche notare che personalmente non lo considero un insulto: chi vota Lega avrà i suoi buoni motivi per farlo e io alla democrazia ci credo: semplicemente, non mi rispecchio in quel movimento politico), e passiamo avanti senza inquinare il dibattito con argomenti che non stanno in piedi, fuorvianti, pericolosi. Perché come l'insistenza sui fire sales di fatto offuscava il vero meccanismo attraverso il quale il capitale estero sta predando il nostro paese e distruggendo valore e posti di lavoro, ovvero la compressione della redditività delle nostre aziende sotto un cambio sopravvalutato, così l'enfasi su Schengen in chiave antiliberista sinceramente è dadaismo puro! Cosa c'è di più liberista del provvedimento che ha consentito al capitalismo tedesco di trasformare i PECO nel suo esercito industriale di riserva? Me lo dite voi? E col dadaismo dove si va? Io un'idea ce l'avrei, ma la tengo per me. I miei lettori mi avranno capito...
Sed de hoc satis.
Segue il testo del mio intervento di oggi al seminario Euro e Unione Europea... I lavori sono stati filmati, qualcuno li ha ripresi in diretta Periscope, ma c'erano anche riprese con telecamere fisse, che verranno forse messe su Youtube. A differenza da quanto ho sempre fatto, questa volta il discorso me l'ero scritto, e l'ho praticamente letto, con minimi adattamenti per rimarcare alcuni punti di contatto coi relatori che mi avevano preceduto. Ve lo offro com'è sul mio hard disk. Potrete divertirvi a trovare le differenze - minime - con quanto ho effettivamente detto. Ma il succo è nel titolo del post. E per favore, ora basta con l'uscismo da sinistra: è il cancro di questo dibattito. Le terapie ci sono...)
Ringrazio gli
organizzatori per questo invito, che mi ha fatto molto piacere, temperato da
altrettanta amarezza. Non ho infatti capito esattamente perché sono stato
invitato, e invitato oggi, ma ho accettato l’invito perché esso mi poneva due
sfide importanti, una intellettuale, e l’altra emotiva.
Cominciamo dalla
sfida intellettuale.
Voi siete, in
varie sfumature, eredi di una tradizione comunista, di sinistra, chiamatela
come volete (non interessa molto precisarla in questa sede, e credo che
interessi sempre meno agli elettori). Vi collocate comunque in quella parte
dello spettro visibile (si fa per dire) che va dai 590 ai 750 nanometri di
lunghezza d’onda, dall’arancione al rosso.
E allora, cosa
posso io dirvi che voi non sappiate già?
Fu Vladimiro
Giacché, che avete ascoltato, a segnalare a me, del tutto ignaro e
fondamentalmente indifferente alla storia politica di questo paese, anzi, di
questa colonia, che c’era stato un tempo nel quale il PCI aveva ben chiare le
dinamiche che l’integrazione finanziaria avrebbe attivato in Europa. Basta
pensare alla frase lapidaria di Luciano Barca, messa a verbale di una direzione
del PCI svoltasi il 12 dicembre 1978: “Europa o non Europa questa resta la
mascheratura di una politica di deflazione e recessione antioperaia”.
Ora credo tutti
vedano che Barca aveva ragione. Ma chi ha riportato alla luce questa frase,
pronunciata in una sede riservata? Perché ce la ricordiamo, oggi?
Perché Vladimiro
mi citò, la prima volta che lo incontrai, la dichiarazione di voto di
Napolitano contro l’entrata dall’Italia nel Sistema Monetario Europeo
(pubblicata sull’Unità, il 14 dicembre del 1978, il quotidiano fondato da
Antonio Gramsci che il 14 novembre 2011 applaudì l’arrivo di Monti). Dal mio
punto di vista, il punto culminante di questa dichiarazione è quello in cui
Napolitano afferma che l’idea secondo cui l’Italia “potrebbe evitare sviluppi
catastrofici solo con l’intervento di un vincolo esterno nella forma di un
rigoroso meccanismo di cambio” fa “un grave torto a tutte le forze democratiche
italiane”.
Quando
nell’agosto 2011 denunciai sul Manifesto l’antidemocraticità dell’euro, che non
credo qui oggi qualcuno voglia contestare, dopo gli esempi di Grecia e
Portogallo, non sapevo come questa antidemocraticità fosse già perfettamente
chiara (sub specie SME) a Napolitano 33 anni prima. Con me lo ignoravano molti
italiani che a differenza di Vladimiro lo avevano dimenticato o, come me, non
l’avevano mai saputo. Lo hanno poi appreso nel 2012 grazie al mio libro, in cui
riportavo questo discorso. Giornalisti come Marco Palombi, letto il Tramonto
dell’euro, sono andati a rivedersi archivi e atti parlamentari, e così ora
sappiamo cosa diceva Barca, o Spaventa, che, sempre alla Camera, chiariva ilproblema nodale, quello dei rapporti di forza. Diceva, Spaventa, che l’area
monetaria europea rischiava di “configurarsi come un'area di bassa pressione e
di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese
dello sviluppo dell'occupazione e del reddito”, e questo perché “non sembra mutato
l'obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che
potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo
marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda
interna.”
Il paragrafo del
mio libro nel quale cito Napolitano ha un titolo molto sintetico: “Sapevano”. E
se sapevano loro allora, sarebbe strano che oggi voi non sapeste più, quando
quelle che Barca, Napolitano, Spaventa prospettavano come rischiose eventualità
sono diventate cronaca quotidiana.
Questo anche
perché Barca, Napolitano, Spaventa, con tutto il rispetto per chi non c’è più,
davano in quella circostanza prova di onestà intellettuale, ma certo non di
particolare genialità, né in ambito politico né in ambito economico. Il loro
discorso era una minestra riscaldata. Gli argomenti di Spaventa (il compagno
Spaventa del 1978, non il compagno di articoli di Giavazzi) provengono pari
pari da un lavoro dell’economista laburista James Meade scritto nel 1957,
mentre quelli di Napolitano da un lavoro dell’economista laburista NicholasKaldor, scritto nel 1971. E attenzione! Non sto dicendo che fosse plagio: sto
dicendo che, come dimostro nel mio ultimo lavoro, in corso di pubblicazione,
queste riflessioni erano (e sono) materiale assolutamente standard nel pensiero
progressista europeo: erano cose che nessuno si sarebbe mai sognato di
contestare. Era stato Meade a dire, quando ancora il sistema monetario
internazionale si basava sui cambi fissi, che “se un paese in surplus come la
Germania avesse voluto fare politiche deflazionistiche”, allora in Europa “si
sarebbe dovuto usare l’arma difensiva del riallineamento di cambio”,
soprattutto “nelle fasi iniziali del processo di integrazione economica”.
Ora, i rapporti
di forza che queste analisi delineano non sono mutati, anzi, si sono rafforzati
(in peggio). Peraltro, a me sembra stano che studiosi di estrazione marxista non
capiscano che istituzioni e regole riflettono i rapporti di forza prevalenti.
In questo senso, pensare a un’Europa a trazione tedesca le cui regole
“imbriglino” la Germania è una solenne imbecillità, come lo è l’idea che il
nazionalismo si combatta con una supernazione europea.
Come abbiamo fatto a
ridurci così?
Va detto che
oltre a quello che Barca, Napolitano, Spaventa vedevano, c’era anche quello che
non potevano vedere, ma che per noi dovrebbe ormai essere evidente:
l’integrazione monetaria finanziaria non solo richiede che agli squilibri si
risponda con deflazione e recessione a danno delle classi subalterne (questo
loro lo vedevano), ma:
[1] esaltando la
mobilità del capitale, aumenta il potere di ricatto di quest’ultimo nei
riguardi del lavoro (“non accetti un taglio dei salari? E io me ne vado
all’estero…”); e:
[2] promuovendo
la finanziarizzazione dell’economia, è al tempo stesso causa ed effetto dello
smantellamento dello Stato sociale.
Il capitale vuole
meno Stato non perché aborra moralisticamente gli sprechi, ma perché vuole prosaicamente
appropriarsi del risparmio che nelle socialdemocrazie europee è (era?)
intermediato dallo Stato, cioè perché vuole lucrare su sanità, previdenza,
istruzione. Fa male constatare che anche la sinistra sia caduta nell’equivoco diattribuire la crisi alla finanza pubblica, quando sappiamo che la radice della
crisi era ed è nella finanza privata. Un equivoco che è servito a legittimare
posizioni di austerità “punitiva” nei riguardi dello Stato a vantaggio del
capitale, e a corroborare i negazionisti dell’euro.
Perché a sinistra abbiamo un serio, e del tutto aberrante, problema di negazionismo.
Nel suo ultimo
articolo “Perché l’euro divide l’Europa?”, Wolfgang Streeck chiarisce in modo
mirabile che i sistemi monetari sono istituzioni. L’idea che la moneta sia un
dispositivo tecnico neutrale appartiene alla tradizione liberale, smithiana.
Quindi, in buona sostanza, chi a sinistra dice “l’euro è solo una moneta”
ragiona come Oscar Giannino. E chi non capisce che una cosa come la moneta
unica, fatta per far circolare meglio i capitali, fa comodo al capitale, e
quindi meno decisamente comodo al lavoro, chi non capisce questo non ragiona
nemmeno come Giannino: non ragiona e basta.
Ma voi queste
cose le sapete, le avete sempre sapute: se siete “di sinistra” fanno parte del
vostro DNA, come vi ho appena ricordato. E allora, dichiaro persa la mia sfida
intellettuale. Cosa potrei dire di nuovo a chi, per il suo percorso politico,
sa già tutto, perché lo ha appreso in tempi non sospetti dai propri padri
nobili?
Niente.
Resta allora la
sfida emotiva.
Quanto seguirà
potrà non piacervi, potrà sembrarvi eccessivamente personalistico. Ma io sono cresciuto
sentendo dire che “il personale è politico”, e ci credo. Se sono qui è perché
il successo della mia divulgazione è legato all’aver adottato un metodo di
comunicazione estremamente personale. Molto spassionatamente, vedete, la mia
sensazione è questa: che voi non mi abbiate invitato perché volevate farlo, ma
perché in qualche modo avete dovuto farlo.
Il dato è che tutti
gli snodi ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, dalla sostituzione di
Berlusconi con un governo tecnico, al fallimento di questo governo,
all’avanzata delle destre (compreso il PD), all’implosione della Germania,
erano stati da me anticipati il 23 agosto 2011 sul Manifesto. Non era difficile
arrivarci. La lettera della BCE era sufficientemente inquietante: “avete un
problema di finanza pubblica, riformate il mercato del lavoro!”. Un messaggio
apparentemente incoerente: che c’entrano le regole di contrattazione collettiva
nel comparto privato con un eventuale eccesso di spesa pubblica? Ma era chiaro,
per chi avesse un minimo di cognizioni di economia, che in questa follia c’era
del metodo, e ne abbiamo parlato.
Da allora, i miei
libri, i miei interventi, il mio blog, sono serviti ad aprire gli occhi anche a
persone molto più addentro di me alla storia politica ed economica di questo
paese come Vladimiro (che, bontà sua, lo riconosce). Ma quando il 13 dicembre
2012, dopo un anno e mezzo di tentativi di apertura a sinistra, organizzai un
incontro con esponenti di Rifondazione e SEL a Roma, gli argomenti (tuttora
visibili nel mio blog, nel post “La tabellina dello zero”) erano ancora di una
povertà culturale sconcertante, e, soprattutto, erano quelli della destra
neoliberale più becera! “Non si può rimettere il dentifricio dentro al tubetto”
(Ferrero e Boldrin), “la svalutazione colpirebbe i lavoratori” (Gianni, e
Giannino, e Giannini). Non mancai di farlo notare, e quindi, ovviamente, quando poi, a
maggio 2013, Rifondazione organizzò un suo seminario su “La crisi economica e
il ruolo dell’Europa”, io non c’ero, con un certo sconcerto in Bellofiore e
Porcaro (per citare due intellettuali “di area”), i quali non capivano perché
la sinistra non coinvolgesse chi da parte sua aveva cercato così strenuamente
di coinvolgerla.
Ma la sinistra
era impegnata in altro: era impegnata a liquidare come nazionalista, fascista,
leghista, monarchico, liberista, e chi più ne ha più ne metta, chi stava
facendo maturare negli italiani la percezione di quali rapporti di classe si
estrinsecassero nella costruzione europea. Quante volte mi sono sentito dire
“tu sei solo un economista, ma la politica è sogno, si nutre di simboli” e via
delirando! Questo negazionismo del ruolo dei rapporti sociali di produzione
(alias: economia) nel determinare i percorsi storici e politici non fa molto
onore a chi lo propugna da sinistra. Siamo sicuri che sminuire il ruolo
dell’economia sia marxismo?
Ma il punto è un
altro: cosa dicevo io effettivamente nel mio libro? Forse è il caso di
ricordarlo, oggi:
“Se anche fuori
dall’euro ci fosse un baratro economico, sarebbe comunque dovere morale e
civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della
crisi economica un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la
deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico
[nota: quello che pensava Napo nel 1978]. Se accettiamo questo metodo, non ci
sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l’unico modo per opporci è
rifiutare l’euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi
fallimenti.”
Non c'è male, vero, per uno che ragiona in termini riduttivamente economicistici?
Non ci sono limiti significa che non ci sono limiti, e lo abbiamo visto. Oggi qualcuno ha detto "non potevamo immaginare"! Scusate, sono in conflitto di interessi, ma devo dirlo: non vi veniva chiesto di immaginare.
Sarebbe bastato leggere.
E allora,
avviamoci a concludere. Se, come do per scontato, qui abbiamo tutti capito come
stanno le cose, se non abbiamo dimenticato quello che era chiaro a Barca e
Spaventa nel 1978, due snodi sono assolutamente essenziali perché questa
consapevolezza si trasformi in un’azione politica efficace:
[1] chiedere
scusa;
[2] dare un
messaggio chiaro.
Parto dalla
seconda. È inutile, insensato, regressivo, baloccarsi oggi con l’idea che “però
un’altra Europa – o un altro euro – avrebbe potuto essere possibile”. Anni di
ricerche sulle basi ideologiche e sul processo storico che hanno condotto alla
moneta unica ci dicono che questa è stato un assoluto e totale successo: il suo
scopo era sbriciolare Stato sociale e diritti dei lavoratori (per motivi chiari
ai comunisti negli anni ’70 e dati per scontati dalla letteratura scientifica),
ed è stato raggiunto. Se anche questo non fosse chiaro qui, è chiaro, sempre
più chiaro, fuori da qui, anche per merito (o colpa, dipende dai punti di
vista) mio. Quindi se non volete parlare solo “ai vostri” (cosa che, per
definizione, già fate, ma che alla prova dei numeri evidentemente non basta), se
volete recuperare spazi politici, non potete ignorarlo. Il messaggio deve
essere chiaro e inequivocabile: l’euro non è una “solo una moneta” (come
direbbero Smith o Giannino o altri). L’euro è, ed è sempre stato, fin
dall’inizio un confine: il confine fra democrazia e oligarchia finanziaria. Si
può legittimamente stare da una parte o dall’altra, ma illudersi e illudere che
esista un euro “democratico”, cioè che un’Europa le cui regole sono state
scritte dal capitale finanziario e a misura di capitale finanziario possa
condurre a assetti sociali più equilibrati, significa compiere un’operazione di
ottundimento delle coscienze reazionaria e controproducente.
Perché si
continua a fare questa operazione?
Lo sappiamo tutti.
Se si fosse svolto nel novembre 2011, quando ho aperto il mio blog, questo
incontro si sarebbe comunque svolto troppo tardi. Questa è la fonte della mia amarezza. È stato perso tempo prezioso,
per tanti motivi. Chi lo ha perso deve in qualche modo giustificarsi. E da
questo tentativo, un po’ goffo, è nata in Italia, e sta nascendo in Francia, la
mistica dell’uscita “da sinistra”.
Vi risparmio gli aspetti comici di questa
mistica (trovo ridicolo che mi si venga a insegnare nel 2015 quello che ho scritto
nel 2012, per farsi perdonare di non averlo detto nel 1999, ma lasciamo stare).
L'uscismo da sinistra non è un cancro solo italiano. Jacques Sapir, un economista marxista che con i suoi studi sul costo del federalismo europeo, ripresi da Streeck nel suo libro (e da me nel mio, peraltro), è riuscito a convincere qui da noi Fassina e D'Attorre (e all'estero molti altri) dell'impossibilità che euro e sinistra possano convivere, bene: lo stesso Jacques, a casa sua, è persona non grata per la sinistra, e questo perché? Perché in diversi dibattiti televisivi ha cercato di spronare Mélenchon a prendere posizione, ma così facendo ne ha pubblicamente certificato il ritardo sulla storia. Ora quello Mélenchon, come altri "leader" europei, "non potevano immaginare", ma che nel mio libro era scritto, si è palesato senza margini di dubbio. Ma Mélenchon non può ammettere di aver perso tempo, e quindi, per giustificarsi, sta animando anche in Francia un farsesco dibattito sull'uscita a sinistra, demonizzando chi, pur di mandare le cose avanti, ha fatto quello che deve fare qualsiasi intellettuale veda in pericolo gli interessi del proprio paese e delle sue clasi subalterne: parlare a tutti.
Niente di nuovo sotto il sole.
Vorrei però portare la
vostra attenzione su un altro aspetto, cruciale: arrampicarsi sullo specchio
dell’uscita da sinistra è il modo sbagliato per scaricare le proprie
responsabilità. Quello giusto, come ho cercato di chiarire fin dall’inizio nel
mio blog, è chiedere scusa. Voi qui rappresentate tante anime della sinistra,
tanti sigle: qualcuno è un po’ più fucsia, qualcuno un po’ più scarlatto, ecc.
Sono tanti percorsi che hanno le loro motivazioni, tutte rispettabili. Voi
conoscete i motivi della vostra alterità rispetto al PD (col quale comunque avete
condiviso e condividete significative esperienze di governo), e probabilmente
riterreste ingiusto che vi venissero accollati i costi politici di scelte
compiute da Prodi o da Visco, per citarne due.
Il danno l’hanno fatto loro:
perché dovreste scusarvi voi?
Fondamentalmente
per due motivi: perché avete perso tempo (quello lo avete perso voi, e l'ostracismo al quale sono stato soggetto, a dire il vero battendomene abbastanza, ne è comunque prova), e perché per quelli che non sono
“vostri” la distinzione fra voi e Prodi o Renzi è molto sfuocata: voi siete
“sinistra”, e la “sinistra” ha rivendicato l’euro come un successo (salvo
intendersi su cosa sia, questo successo), e per questo è odiata, anche perché il paese ha capito quello che D'Attorre lucidamente confessa: l'amore della sinistra per l'Europa è stato la manifestazione più estrema dell'odio della sinistra verso l'Italia, verso un paese del quale si sentiva migliore, senza che questa convinzione fosse supportata da particolari motivi.
Non è possibile
portare avanti una battaglia politica efficace e su scala nazionale senza dare
un messaggio chiaro, e non è possibile dare un messaggio chiaro senza una
precisa assunzione di responsabilità, senza un minimo di autocritica. Quando
nel febbraio 2012 scrissi “Eurodelitto ed eurocastigo”, esortando la sinistra a
fidarsi della capacità di comprensione della sua base, a chiederle scusa, e a
girare pagina, i tempi erano senz’altro prematuri, era troppo presto perché un
discorso simile venisse recepito. Ma oggi, carissimi, dovrebbe essere molto più
evidente: guardate cosa ha fatto Tony Blair, in un contesto totalmente diverso,
e con ovvie finalità opportunistiche. La corda è stata tirata troppo: non ci si
può rivolgere in modo credibile agli elettori altrui senza spiegare perché si è
difeso un progetto così delirante, anche se non lo si è difeso (perché da fuori
certe distinzioni sfuggono).
Non si tratta di
andare con la corda al collo e il capo cosparso di cenere sulle scale del
Campidoglio.
Si tratta di dire chiaro e tondo che è stato fatto un errore di
valutazione, e (per chi avesse bisogno di salvare la faccia), che un progetto
che poteva avere senso negli anni ’70, quando c’era la cortina di ferro e
l’inflazione a due cifre, non ha evidentemente più senso oggi, in deflazione e
con assetti geopolitici del tutto diversi, tanto più che esso ha fallito
rispetto ai due obiettivi che si proponeva esplicitamente: spostare a occidente
l’asse dell’influenza tedesca (e l’allargamento a Est dell’UE è stato
propugnato dalla Germania con effetti devastanti per noi) e accelerare il
processo di integrazione europea (che grazie all’euro è ormai irrimediabilmente
compromesso); mentre è fin troppo ovvio che i veri obiettivi erano altri, e
sono stati raggiunti (con la complicità di chi ha taciuto). Siamo nella crisi più grave dell'ultimo secolo, e la gente ormai lo ha capito e ne ha i coglioni pieni di trovarsi davanti politici che dicono che tutto va bene e che loro non hanno nulla da rimproverarsi.
Questa
responsabilità politica, ripeto, dovete avere il coraggio di assumervela.
Chiedere scusa diventerà un modulo di comunicazione politica, l’unico efficace
(talvolta anche nella sua ipocrisia).
Non fatevi scippare anche le forme dalla destra, dopo esservi fatti scippare i contenuti.
Tanto vi dovevo,
e vi ringrazio per avermi ascoltato.
(...e la sfida emotiva? Bè, ho perso anche quella. Perché quando alla fine è arrivato uno che ha esordito con "non sono un economista ma" e ha proseguito con "m'ha detto micuggino che la svalutazione sarebbe del 30%" ho sclerato e me ne sono andato. La disonestà intellettuale non si può spingere fino a dire "non ci sono analisi". Ci sono. Chi dice il contrario certifica come minimo la sua ignoranza - e oggi chi esprime opinioni non informate oggettivamente contribuisce a un progetto criminale - e nel peggiore dei casi un grado inaccettabile di pessima fede. E io, sinceramente, ne ho i coglioni pieni. Tuttavia mi dispiace di essermi indignato. La platea era sufficientemente satura di certe idiozie, e forse avrei fatto meglio a starmene cheto e godermi il risentimento che montava verso tanta inconsistente e boriosa supponenza - "non ci sono analisi? Sai cosa ti dice non ci sono analisi?" - parte italiana e parte nopea. Ha provato a consolarmi Vlad, dicendo che anche Lenin non era esattamente un campione di bon ton. E anche in questo aveva illustri precedenti - Lenin, non Vlad...)
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