(...e anche il direttivo di INFER è dietro le spalle. Davanti cerco di tenerci meno roba possibile: la mia linea è molto chiara, e vale per tutti gli inviti. Se volete, potete provare a corrompermi. Ma temo che non avreste successo... Avrete visto che non ho un attimo di tempo da dedicarvi, o meglio: da dedicarvi in modo per voi visibile, da dedicarvi scrivendo quei bei post che vi fanno sentire tanto intelligenti. Il momento è prezioso: il nemico pensa di avere vinto, ce lo racconta, e, soprattutto, se lo racconta: la crisi economica è finita! Le proposte (?) di Macron (??) salveranno l'Europa (???). In questo momento di relativa disattenzione devo consolidare le retrovie: quando si ricomincerà, dovremo avere una struttura capace di diffondere informazioni corrette - nella misura in cui ce lo lasceranno fare - in modo sufficientemente penetrante.
Come sempre, i meno scemi mettono le mani avanti. Dalle grandi élite transnazionali arrivano quindi segni sparsi di consapevolezza, anche se in modo subliminale, perché ammonimenti troppo espliciti rischierebbero di smorzare il fattizio entusiasmo per la "ripresa" (un entusiasmo funzionale a evitare strappi politici nei prossimi appuntamenti elettorali). Noi sappiamo, ma sapevamo anche prima, che la moneta immessa nel circuito finanziario non ha rianimato l'economia reale, ma gonfiato bolle, in conformità con la logica perversa del "coupon pool capitalism" che i post-keynesiani conoscono e che vi ho descritto qui. Ammonire, ora, che questo modus operandi crea elementi di fragilità, servirà a chi queste fragilità le ha causate intanto per accreditarsi ("io l'avevo detto..."), e poi per addossare la colpa a noi ("sì, certo, la politica monetaria ha fallito, ma da sola cosa poteva fare, poverina? Siete voi [cioè noi, NdCN] che dovevate fare le riforme e non le avete fatte perché siete corrotti, familisti amorali, ecc.")
Questo, ovviamente, vale per le grandi élite, cioè per chi capisce e comanda. Chi invece vorrebbe comandare, per accedere al potere è costretto a ripetere i soliti luoghi comuni da bar. Eppure, ci vuol poco a smontarne l'intrinseca fallacia. Ma vedo che, nonostante i miei sforzi, non sempre siete in grado di farlo, come non sempre siete in grado di assumere posizioni dialetticamente forti, funzionali, difendibili. C'è ancora molto lavoro da fare, e anche se quello più rilevante è lavoro di consolidamento della struttura, lavoro di backoffice, ogni tanto vale la pena di tornare sul blog a mettere qualche puntino sulle "i", qualche chiodo sulla bara dell'ignoranza economica...)
Alcuni recenti tweet di Michele Emiliano:
hanno suscitato su Twitter una canea del tutto ingiustificata.
Personalmente, ritengo che simili affermazioni non siano degne di commenti, per il semplice motivo che uno dei loro intenti è proprio quello di suscitarne!
Ricordo, una volta, tanto tempo fa, di aver sentito su un qualche autobus di periferia una Debborah o una Denise di passaggio profferire queste sagge parole: "Er peggior disprezzo è l'indiferenza...". Quello che Denise applicava al (o subiva dal) suo fidanzatino, forse dovremmo imparare anche noi ad applicarlo sistematicamente a certi uomini politici desiderosi di emergere.
Intendiamoci una volta per tutte, a scanso di stupidi moralismi: il desiderio di emergere è assolutamente sano e lecito, in politica. Peraltro, alla faccia del simpatico De Coubertin (che peraltro, come sempre accade, non è l'autore delle parole che gli si attribuiscono), non si accede a nessun agone per perdere, ed è, ripeto, fisiologico e progressivo che sia così!
Tuttavia l'agone politico richiede qualche cautela in più, per un dato banale: la vittoria si ottiene col consenso, e il consenso lo si ottiene proponendo una visione del mondo. "Bello è d'un regno, sia comunque, l'acquisto!" Quando Manzoni mette queste parole in bocca a Carlo, non lo fa certo per esaltare la Realpolitik, anzi... (nota: c'è anche una certa tragica ironia nel fatto che Carlo apostrofi "prode tra' prodi miei" quel Rutlando cui queste parole si rivolgono...) L'illusione di molti politici che sia praticabile la strategia di accedere al potere dicendo le cose sbagliate, per poi, una volta raggiunto il potere, fare le cose giuste, è destinata a crudeli smentite. Se accedi al potere dicendo le cose sbagliate, per mantenerlo devi fare le cose sbagliate, altrimenti chi ti ha dato il consenso in virtù della tua lealtà a principi sbagliati te lo ritirerà, e ridiventerai irrilevante. Ricorderete che la nostra riflessione politica è partita proprio da qui: dal fatto che le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano la destra. E il lungo periodo è arrivato abbastanza in fretta...
Non vorrei però che la faceste troppo facile!
Quando proponevo al gatto (anzi, alla gattina...) e alla volpe delle scommesse sicuramente vinte, quando gli spiegavo come fosse matematicamente impossibile che Hollande, o Renzi, o la sinistra tedesca, mantenessero certe promesse, e che quindi forse sarebbe loro convenuto smarcarsi, per acquisire credibilità e consenso, le mie parole cadevano regolarmente nel vuoto. La linea del Piave, quella su cui attestarsi per dare battaglia, veniva sempre posposta: il jobs act non si poteva contestare, perché (pensavano loro, nonostante io gli dicessi il contrario) avrebbe creato posti di lavoro e rilanciato l'economia! Erano veramente così incolti da non vedere come quella delle riforme strutturali fosse una vuota retorica? Erano veramente così ignoranti da non capire che se tagli il reddito dei singoli (il jobs act a questo serve), il reddito della collettività non può crescere? Forse. Ma, soprattutto, e in misura largamente preponderante, il loro era un problema di tempo. Che quanto io dico mediamente poi accada ormai, chi voleva capirlo, l'ha capito (non vi rifaccio la lista: Finlandia, Francia, Grecia, suicidio della sinistra, ecc.). Resta però il fatto che i processi economici non sono deterministici: non è quindi possibile datare con precisione quando certe dichiarazioni roboanti si riveleranno fallaci. Di conseguenza, "shortarle", esprimere una opinione contraria, può essere pericoloso. Se i nostri politici non sono statisti è anche perché sono costretti dai meccanismi della politica ad andare di congresso in congresso, di elezione in elezione, cioè a operare su scadenze ravvicinate. D'altra parte, se qualcuno decidesse di scommettere con coraggio sul lungo periodo, agendo da statista, nel breve periodo otterrebbe senz'altro un risultato: quello di non essere messo in lista, e quindi, per aver voluto fare lo statista, di non poter fare nemmeno più il politico.
Sarebbe anche facile ironizzare sull'analfabetismo economico che certe asserzioni denotano: certe imprecisioni lessicali ("il deficit deve quadrare i conti"...) denotano un simpatico, genuino primitivismo, non privo di una sua efficacia espressiva. Certo, non possiamo chiedere ai nostri politici, che hanno per lo più fatto altri percorsi culturali (chi li ha fatti), e che hanno altri problemi da risolvere (comunque non i nostri), di essere dei Turner dell'economia: ma con questi tweet Emiliano si candida senz'altro al ruolo di Ligabue (quello vero)!
Così sanguigno, così naïf...
La verità è che dietro asserzioni simili c'è molta meno naïveté di quanta ce ne sia stata vista dagli ingenui, e la prova è in questa esternazione di un nostro vecchio amico:
Per noi, una sorta di bacio della morte, ma per Emiliano, in tutta evidenza, la prova di aver ricucito certi strappi probabilmente più apparenti che reali all'interno del partito, e una sostanziale assicurazione del fatto di essere rientrato nelle grazie degli ambienti che contano, quelli che Galli degnamente rappresenta nel partito.
Facciamo quindi tanti auguri a Emiliano - ma magari evitiamo di fargli tanta pubblicità, visto che non ce la paga - e, dopo questa operazione di cortesia, ricordiamo brevemente perché il suo progetto politico (che, ovviamente, non significa la sua carriera politica) è condannato al fallimento dall'aritmetica del debito pubblico.
Lo spunto ce lo dà il commento di De Giusti: indubbiamente, le esternazioni di Emiliano denotano una supina accettazione delle cosiddette regole europee, e in particolare del Fiscal compact e del principio di pareggio del bilancio. Vale quindi la pena di ricordare cosa significhi tenere il saldo del bilancio pubblico a zero nel lungo periodo. Ce lo dice la formula (5) del post su "Maastricht e l'aritmetica del debito pubblico", che qui riporto per vostra comodità:
Se non vi ricordate come ci si arriva (cosa scusabilissima), potete rileggervi il post. Qui mi limito a ricordarvi cosa significa: d è il rapporto debito/Pil nominale (ovvero: d = D/Y), f è il rapporto fabbisogno/Pil, e gamma è il tasso di crescita del Pil nominale. Pareggio di bilancio significa che in ogni periodo f è zero, e la formula (5) ci dice che quindi nel lungo periodo il rapporto debito/Pil sarà anch'esso zero. Se ci pensate, è banale: se il saldo di bilancio è zero, il debito D non cresce. Intanto, però, il Pil nominale Y cresce (se non cresce il Pil reale, cioè il volume di beni prodotti e servizi erogati, cresce il deflatore del Pil, cioè il prezzo di questi beni o servizi). Il rapporto fra una cosa che non cresce e una che cresce tende a zero.
Quindi, il mondo che Emiliano ci propone, forse senza rendersene conto (resta da stabilire se questa sia un'attenuante o un'aggravante) è di fatto un mondo con zero debito pubblico (in rapporto al Pil). Quali sono le implicazioni di questa simpatica caratteristica su cui mi sembra importante riflettere?
Sostanzialmente due.
La prima è che un mondo privo di debito pubblico è un mondo privo di titoli del debito pubblico (e fino a qui ci arriva anche un politico), cioè un mondo nel quale viene a mancare uno strumento sicuro, perché garantito dallo Stato, in cui investire i propri risparmi. In un mondo senza debito pubblico i risparmi possono essere tenuti sotto il materasso (ancora per poco, stante la battaglia per la smaterializzazione della moneta), oppure investiti in forme che oggi sono tutte, più o meno, rischiose: conti in banca (rischiosi in teoria solo da 100.000 euro in su, e in pratica vedremo presto...), obbligazioni private, azioni. La classica soluzione di "mettere ai bbotte" (investire in titoli di Stato), nel meraviglioso mondo di Emiliano a regime verrebbe a mancare. Il debito pubblico, ovviamente, non cesserebbe di esistere in termini assoluti. Ma in rapporto al Pil, cioè alle dimensioni dell'economia, cioè ai volumi di risparmio da allocare in strumenti finanziari, diventerebbe esiguo, lasciando in pratica al risparmiatore solo la scelta della corda privata con cui impiccarsi (e, come sapete, questa purtroppo non è solo una metafora).
Guardate che questo non è un dato banale ed estemporaneo, un curiosum matematico, un elegante quanto sterile paradosso. Al contrario: è un obiettivo, anzi: l'obiettivo strategico, di chi comanda realmente (e quindi non di Emiliano, non so se purtroppo o per fortuna).
Il grande quadro è abbastanza evidente, e, per quel che mi riguarda, ho cercato di tratteggiarlo in Crisi finanziaria e governo dell'economia: è naturale che un sistema politico catturato dalla finanza privata abbia come obiettivo quello di canalizzare il risparmio verso il circuito finanziario privato. La distruzione delle pensioni, della sanità, e dell'istruzione pubblica non è fine a se stessa: è volta a costringere i cittadini a rivolgersi alla finanza privata per soddisfare bisogni che prima venivano soddisfatti dal sistema di sicurezza sociale: sottoscrivere piani di investimento privati per avere una pensione, assicurarsi privatamente per potersi curare, indebitarsi per poter studiare in scuole decenti (a quest'ultima cosa non siamo ancora arrivati, ma la strada è tracciata). Naturalmente, è nell'interesse della finanza privata, e dei suoi agenti, abolire qualsiasi meccanismo di socializzazione del circuito del risparmio. Previdenza, sanità, assistenza, istruzione pubbliche sono uno di questi meccanismi, ma lo è anche il debito pubblico: sia indirettamente, perché finanzia lo Stato sociale, sia direttamente, perché costituisce una forma di investimento finanziario alternativo (e sicuro, perché garantito dallo Stato) rispetto agli investimenti privati (intrinsecamente pù rischiosi).
Quindi per la grande finanza privata e per i suoi agenti politici l'investimento in titoli del debito pubblico va soffocato sul nascere, eliminando questi titoli e quindi la possibilità di servirsene per trasportare valore nel tempo in modo sicuro (e questa è oggettivamente la linea di Emiliano, che lui lo sappia o meno), o almeno scoraggiato, rendendo rischiosi anche i titoli pubblici. Quest'ultima linea è impersonata da personaggi un po' più rilevanti di quelli che qui in Italia, con una forzatura giornalistica tanto roboante quanto subalterna (ai telefilm USA), chiamiamo "governatori" (quando le nostre leggi li chiamano presidenti delle regioni): mi riferisco al Consiglio degli esperti della signora Merkel.
La proposta di applicare un coefficiente di rischio ai titoli di Stato nei bilanci bancari, fatta dal Consiglio nel suo rapporto 2015/2016, va proprio in questa direzione, e naturalmente il bravo politico piddino, tutto rigore (di bilancio) e distintivo, cosa ci direbbe? Che è una proposta sensata, come il caso greco e quello argentino dimostrano!
Al bravo politico piddino sfugge però un dettaglio. Come ormai ripetono da anni perfino gli economisti di regime (guardandosi però bene dal trarne le ovvie conclusioni), il debito argentino e quello greco avevano una caratteristica in comune: erano definiti in una valuta non controllata dallo stato emettitore dei titoli (il dollaro per l'Argentina e l'euro per la Grecia). Di converso, la Bce oggi ammette senza difficoltà quello che qui tutti sappiamo, ovvero che uno Stato è infinitamente liquido nella valuta che emette (e quindi non soggetto a rischio di fallimento sui propri titoli in essa definiti). Insomma, se i titoli dei paesi europei hanno un rischio da titoli di paesi "emergenti" o "in via di sviluppo", non è per una fatalità, ma per una scelta politica: quella di mettere la periferia dell'Eurozona sotto il ricatto di una banca egemonizzata dal nucleo dell'Eurozona. Logica vorrebbe che anziché inventare meccanismi asimmetrici per gestire questo rischio del tutto non necessario, nell'impossibilità politica di gestirlo in modo simmetrico (chiedendo alla Germania di condividerlo), se ne rimuovesse la causa. Ma questo lo vuole solo la logica. La politica, o meglio the dominant social force behind the authority (per usare le parole di quel Keynes che Emiliano forse farebbe veramente meglio a non nominare), invece, vuole esattamente il contrario: vuole che l'investimento in titoli pubblici diventi rischioso, e lo vuole per diversi motivi. Qui, nel pollaio europeo, perché questo (insieme alle nuove regole sulle sofferenze) le consente di sferrare un attacco ai paesi periferici. A livello globale, anche tramite le regole IFRS9 di cui Charlie Brown tanto ci ha parlato (in particolare, spiegandoci in anticipo il fallimento del QE), perché questo comunque sposta dal circuito pubblico a quello privato ingenti masse di liquidità.
La scomparsa (dei titoli) del debito pubblico, che Emiliano auspica (ripeto: forse senza nemmeno rendersene conto, quasi modo genitus infans...) ha anche un'altra implicazione, un minimo più tecnica: un mondo senza titoli di debito pubblico è anche un mondo nel quale diventa molto difficile fare politica monetaria. Qual è il problema delle politiche "non convenzionali", tipo QE? Lo "shortage of eligible assets", del quale il Financial Times ci parlava lo scorso agosto, e io vi parlavo cinque anni fa (cioè tre anni prima che il QE cominciasse). Le banche centrali regolano la massa monetaria, fra l'altro, acquistando e vendendo titoli, e naturalmente, soprattutto quando si tratta di acquistare (per immettere liquidità nel sistema), preferirebbero non caricarsi di spazzatura. Cosa ardua se i titoli di Stato non ci sono, o se si opera in un sistema, come quello dell'euro, che li fa diventare, o comunque vuole considerarli (per fini tattici), spazzatura!
Ma qui si eccede veramente l'ambito delle competenze del dr. Emiliano e sarebbe ingiusto chiedergli di seguirci in questo ragionamento, come sarebbe inutile chiedergli di riflettere sul messaggio profondo di Keynes: la proposta (utopistica, siamo d'accordo) di un modello di capitalismo in cui la possibilità di trasportare valore dal presente al futuro, per sovvenire ai molteplici rischi cui l'esistenza ci espone, non venga devoluta interamente alla finanza privata, soggetta a tutti i rischi di fallimento del mercato che conosciamo e che abbiamo visto materializzarsi durante la crisi, ma sia in parte confidata alla finanza pubblica, che, essendo controllata dal potere politico, offre una garanzia, per quanto teorica, di perseguire fini sociali.
Questo è il mondo che Emiliano rifiuta, ed è bene che, se non lui, se ne rendano conto almeno i suoi elettori.
Il dato interessante, a voler proprio essere scrupolosi, è che in questo mondo i politici (e quindi anche Emiliano), gestendo in modo più o meno diretto una parte più o meno rilevante del circuito del risparmio, avrebbero, in linea di principio, più potere che nell'incubo liberista di uno stato minimale con zero debito. Ma, stranamente, Emiliano questo maggior potere lo rifiuta. La domanda sorge allora spontanea: questo rifiuto è espressione di irrazionalità (che porterebbe Emiliano ad auspicare un mondo in cui egli stesso avrebbe meno potere), o è una riproposizione (su scala diversa) del paradosso del vincolo esterno? Ricordate? Per anni ci è stato detto, e ancora lo si ripete, che l'Italia aveva bisogno di regole esterne per moralizzare la propria classe politica: ma chi ce lo diceva era proprio quella classe politica per la quale queste regole esterne sarebbero state una ovvia diminutio dei propri poteri. Abbiamo poi appreso, qui, studiando, che in realtà questa apparente diminutio rafforzava le classi politiche periferiche nella loro lotta contro i lavoratori, perché consentiva loro di perpetrare politiche classiste (ultima arrivata, il jobs act), ostili agli interessi del lavoro e quindi in definitiva dell'impresa, sotto l'usbergo del "ce lo chiede l'Europa"! Non sapremo mai se nel sacro orrore del dr. Emiliano verso Keynes e la socializzazione del risparmio siano all'opera dinamiche simili, ma questo poco importa, perché riguarda lui e il suo foro interiore. Gli uomini si giudicano dai risultati, perché ce lo suggerisce il Vangelo e perché le intenzioni non sono misurabili. E i risultati, per ora, sono questi.
(...capita che quando ciò che è pubblico ti fa orrore, comme par hasard ciò che è privato prosperi. Ma questa, va da sé, è solo una correlazione, certo non un nesso causale...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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domenica 12 novembre 2017
lunedì 14 dicembre 2015
Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non convenzionale
Scusate, a me sembrate tutti matti.
Ma proprio tutti tutti tutti, a partire, ovviamente, dai miei colleghi.
A leggere alcuni commenti al post precedente, per non parlare poi di quanto si sente nel dibattito pubblico, sembra che finanziare con moneta la spesa pubblica sia qualcosa di inconcepibile, una bestemmia, una prassi non solo e non tanto deprecabile per motivi etici (in quanto svincolando i politici dai mercati sarebbe scaturigine certa di coruzzzzzzzzzione - perché il privato, si sa, moralizza, come il caso VW dimostra...), quanto inesplorata, bislacca, non contemplata dalla teoria economica e in quanto tale fonte di rischi imponderabili, qualcosa di cui non si deve nemmeno parlare; o, meglio ancora: qualcosa di cui, se proprio se ne deve parlare, se proprio non se ne può fare a meno, occorre farlo in termini altrettanto bislacchi, che veicolino l'idea di eccezionalità, di stramberia: helicopter money, unconventional policy, QE for people, e via dicendo.
Quale plastica rappresentazione di sardanapalesca, sterile e iniqua prodigalità, in queste espressioni! Gettare balle di banconote da un elicottero, così, a spaglio, a rischio che cadano nel ben recintato giardino del ricco Epulone, oppure stampare moneta così, per darla alla gente, senza che questa abbia fatto alcunché per meritarsela - incitando quindi il popolino all'ozio, allo scialacquamento, col loro sciagurato corteggio di depravazioni: la lussuria, l'etilismo, la violenza domestica...
Questa è la narraffione (le due "f" sono un errore politico, non un errore di pronuncia) del finanziamento monetario del deficit nella stampa odierna.
Molti di quelli che indulgono in queste (pretese) innovazioni lessicali lo fanno solo perché sono dei dilettanti, privi di esperienza di ricerca e di insegnamento in economia, e vogliono semplicemente fare i fighi. Capiscono che dire "stampare moneta" come un Giannino qualunque è cosa sciatta, da bar di periferia, e si danno una verniciata di professionalità ricorrendo a un lessico un po' più à la page.
Ma così facendo, purtroppo, come tutti i volenterosi neofiti, fanno più danni del nemico.
Cerco di farvi capire perché in tre foto, delle quali non vi chiedo di capire tutto. Voi provate a leggerle. Poi ne parliamo...
Ma...
Ma...
Ma...
Ma...
"Ma no, dai, Bagnai, te lo sei scritto tu questo testo! 'Il finanziamento con base monetaria', che assurdità! Le scemenze dei noeuro, che cercano di convincerci che il ritorno alla sovranità monetaria avrebbe un senso, anche perché provvederebbe i governi di una forma di finanziamento aggiuntiva oltre al debito, una forma di finanziamento svincolata dal ricatto dei "mercati" perché disponibile a costi sostanzialmente irrisori. Dai, su, che è questa robaccia? Non ha peer review, per fortuna, e spero bene che non venga insegnata nelle università...".
No, non è esattamente così.
Sono le pagine 268-270 di questo libro, che, come sapete, è stato tradotto in inglese dalla Cambridge University Press (con l'endorsement di uno de passaggio, come potete notare...), ed è quindi, con questo, uno dei due manuali di economia prodotti da autori italiani più diffusi all'estero (Acocella è stato tradotto anche in cinese). Casualmente, i due autori sono stati prima miei maestri e poi miei colleghi nel dipartimento di economia fondato da Caffè, che tanti dolori ci ha dato (da Draghi in giù, fino a Padoan...).
Quindi materiale ultraortodosso, tanto valido da essere adottato in università estere, a Atene, ma anche nella patria dell'ordoliberismo, ma anche a Londra, ecc. (per non parlare, ovviamente, di Pescara).
Capito come?
In tutto il mondo si studia, perché si deve studiare, altrimenti non si passa l'esame, che quello con base monetaria, nelle forme istituzionali storicamente e giuridicamente definite, è una delle possibili forme di finanziamento della spesa pubblica, o meglio, di copertura dello scarto fra le voci di spesa e le altre voci di entrata (raccolta fiscale, emissione di debito). Chi non lo sa semplicemente non passa l'esame, perché è materiale banale, ovvio. Non c'è nulla di non convenzionale, non si tratta di tirare a caso moneta dagli elicotteri, ma di scegliere politicamente quale parte di progetti di spesa decisi da un governo democraticamente costituito e soggetto al controllo democratico di un parlamento democraticamente eletto può essere finanziata ricorrendo al principale potere sovrano di ogni e qualsiasi stato: quello di battere moneta.
Non si tratta di chiedere al bancario centrale di dare una mancetta a tutti i cittadini perché la spendano in caramelle. Si tratta di finanziare investimenti, di assicurare l'operatività dei servizi pubblici, comprando benzina per le ambulanze e le volanti della polizia, comprando la carta igienica per i cessi delle scuole, e magari trasformando questi cessi in gabinetti; si tratta di evitare che ogni episodio di maltempo faccia un paio di morti; si tratta, se è il caso, e per tornare alla cronaca del giorno, di salvare istituzioni finanziarie. Nulla che possa essere fatto con un elicottero, o con un assegno staccato all'ordine di ogni cittadino.
Questa è la normalità, questo è quello che viene considerato convenzionale, ovvio, scontato, nei libri di testo undergraduate (cioè del triennio). È una politica assolutamente nota nelle sue implicazioni macroeconomiche, che, come sempre, sono duplici (perché non ci sono free lunch): il finanziamento monetario ha il vantaggio di portarti dal punto A al punto C della figura 11.1, quindi è più espansivo del finanziamento con debito, che ti porterebbe al punto B. Lo svantaggio è che se in B hai piena occupazione, il finanziamento monetario creerà tensioni sui prezzi. Ma ad oggi di "pieno impiego" non ne vediamo, e se ci sono "strozzature settoriali", queste sono determinate solo dal fatto che la deindustrializzazione del nostro sistema economico sta sgretolando le filiere, e così obbliga chi una volta si riforniva dal vicino, nello stesso distretto, a rivolgersi a fornitori o a trovarsi clienti più distanti. Cosa che non sarebbe successa se fin dall'inizio della crisi si fosse intervenuti attivamente, con politiche espansive finanziate anche con moneta.
La più grande vittoria di quello che gli idioti chiamano "neoliberismo" (e che di "neo" ha ben poco, come sa e ci insegna chi invece studia e ricerca: un esempio fra tutti), è stata quella di averci fatto disapprendere quanto avevamo appreso dai nostri libri di testo (e dagli 80 milioni di morti della seconda guerra mondiale). Tutti, ormai, hanno disappreso la normalità, anche a sinistra, e così si fanno sorpassare a sinistra dagli economisti servi, che tornano alla carica cianciando di "lezioni apprese dalla crisi", quando la crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già, che non fosse già nei nostri libri, compreso il modo per risolverla.
E uno di questi modi è, in presenza di calo di domanda e di rilevanti esposizioni debitorie, il finanziamento monetario della spesa pubblica.
Perché non lo si è fatto?
Ma è semplice, lo spiegava l'eterno secondo sul FT di due giorni fa, con riferimento al problema delle banche italiane:
"Resolving a public or private sector debt overhang through money printing is called debt monetisation — and it is strictly illegal under European law.
The central bank is allowed to buy debt instruments but only for the purpose of conducting its monetary policies — not to alleviate anyone of their burden. This opens a large grey area.
The official purpose of the ECB’s private and public sector asset purchase programmes — quantitative easing — is to achieve a higher level of inflation. If this goes on for a very long time — as I believe it will — it may end up as an ersatz debt resolution instrument."
Non lo si fa perché le regole europee lo proibiscono.
E perché le regole europee proibiscono quello che è normale in tutto il mondo, che si studia nei libri del triennio, che si deve sapere per laurearsi, e che nel caso che ci riguarda ha controindicazioni risibili? Perché le regole europee limitano la sovranità statuale ai due poteri residui, quello di imporre tasse e quello di dichiarare guerra?
Bè, voi che siete qui lo sapete, no?
Raccontano che è perché i tedeschi, porelli, hanno tanta paura dell'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione, ma noi abbiamo una visione più articolata del problema, sulla quale non torno. Gli ultimi arrivati faranno le loro domande (e riceveranno la risposta di prammatica: RTFM).
Nota bene: il barone di Munchausen dice che di fatto il QE è, o può diventare, appunto un surrogato del finanziamento monetario (ne parla con riferimento specifico alla risoluzione di crisi bancarie). Tecnicamente, il finanziamento monetario richiederebbe l'acquisto di titoli sul primario, e sappiamo che è vietato dal Trattato di Maastricht. Però che sia una cosa normale e che quindi di riffa o di raffa ci si debba arrivare, come vedete, lo ammettono tutti, anche sul FT. In ogni caso, al barone ancora sfugge una cosa che noi qui sappiamo bene, cioè che queste scappatoie sono inutili perché non possono alleviare il problema dell'Eurozona (non mi ripeto). Un finanziamento monetario camuffato, da parte della BCE, oltre a sollevare insormontabili problemi politici, non risolverebbe il problema degli squilibri fra paesi dell'Eurozona. Per risolvere questo problema è indispensabile che ognuno torni ad avere una valuta proporzionata alla forza della propria economia, ed è opportuno che ciò accada quanto prima, perché il passare del tempo non fa che acuire il divario fra le economie e quindi l'entità del necessario aggiustamento.
Ma il punto qui non è questo.
Il punto è che quando sentite qualcuno parlare di politiche "non convenzionali", o di QE for people, o di helicopter money, o di quel che è, i casi sono due: avete di fronte un ingenuo, o un furbacchione. Riconoscere che il potere di emissione di moneta è un attributo essenziale e fisiologico della sovranità statuale (comunque costituita: in forma democratica, o in altre forme), significa distinguere fra un mondo nel quale lo Stato rivendica il diritto di poter agire per il bene dei propri cittadini, disciplinando i mercati, e un mondo nel quale si attribuisce ai mercati il diritto di comprimere la democrazia e il potere regolatorio dello Stato, nell'interesse dei mercati stessi. Se di helicopter money parla un liberista, va bene: è pagato per farlo. Ma se ne parla uno che vuole fare il keynesiano, allora forse dovreste tirarlo da una parte, e fargli capire una cosa che evidentemente gli sfugge: siamo in guerra, ed è una guerra di annientamento dei nostri patrimoni, della nostra civiltà, della nostra cultura. Questa guerra richiede una resistenza anche culturale. Accettare il lessico del nemico (helicopter money), entrare nel suo frame, anche se ammantato di piacevole, vellicante, rassicurante populismo (QE for people) significa aver già perso.
Quello che va capito e rivendicato è che in tutto il mondo il finanziamento monetario della spesa pubblica da parte di una banca centrale nazionale è, o è stato (e comunque tornerà ad essere), una delle modalità ammissibili di esercizio della sovranità economica dello Stato. È letteralmente roba che si studia a scuola, sono lebbasi, le fottute bbasi della politica economica. Qualsiasi artificio lessicale, qualsiasi espressione distolga da questo principio elementare, qualsiasi arzigogolo intenda offuscare quanto vedete nelle tre pagine che ho fotografato sopra per voi, va visto con estremo sospetto, e, nella misura del possibile, cauterizzato con il dovuto garbo.
Perché una cosa è, spero, evidente a tutti voi: chi è parte del problema, non può essere parte della soluzione (per quanto aspiri a candidarsi a questo ruolo).
Da questa crisi non usciremo senza monetizzazione del deficit da parte di banche centrali nazionali.
Un giorno Munchau ce lo spiegherà dal Financial Times.
Voi sarete, come al solito, preparati.
Un semplice grazie non sarà sufficiente: ci vorrà anche un contributo ad a/simmetrie, che sarete fra i pochi a potervi permettere, essendo scampati al sacro macello dei fessi che "l'euro è solo una moneta"...
Good luck (e se passa un elicottero, scansatevi: non sia mai la mancia decidono di darvela in monete da due euro...)!
Ma proprio tutti tutti tutti, a partire, ovviamente, dai miei colleghi.
A leggere alcuni commenti al post precedente, per non parlare poi di quanto si sente nel dibattito pubblico, sembra che finanziare con moneta la spesa pubblica sia qualcosa di inconcepibile, una bestemmia, una prassi non solo e non tanto deprecabile per motivi etici (in quanto svincolando i politici dai mercati sarebbe scaturigine certa di coruzzzzzzzzzione - perché il privato, si sa, moralizza, come il caso VW dimostra...), quanto inesplorata, bislacca, non contemplata dalla teoria economica e in quanto tale fonte di rischi imponderabili, qualcosa di cui non si deve nemmeno parlare; o, meglio ancora: qualcosa di cui, se proprio se ne deve parlare, se proprio non se ne può fare a meno, occorre farlo in termini altrettanto bislacchi, che veicolino l'idea di eccezionalità, di stramberia: helicopter money, unconventional policy, QE for people, e via dicendo.
Quale plastica rappresentazione di sardanapalesca, sterile e iniqua prodigalità, in queste espressioni! Gettare balle di banconote da un elicottero, così, a spaglio, a rischio che cadano nel ben recintato giardino del ricco Epulone, oppure stampare moneta così, per darla alla gente, senza che questa abbia fatto alcunché per meritarsela - incitando quindi il popolino all'ozio, allo scialacquamento, col loro sciagurato corteggio di depravazioni: la lussuria, l'etilismo, la violenza domestica...
Questa è la narraffione (le due "f" sono un errore politico, non un errore di pronuncia) del finanziamento monetario del deficit nella stampa odierna.
Molti di quelli che indulgono in queste (pretese) innovazioni lessicali lo fanno solo perché sono dei dilettanti, privi di esperienza di ricerca e di insegnamento in economia, e vogliono semplicemente fare i fighi. Capiscono che dire "stampare moneta" come un Giannino qualunque è cosa sciatta, da bar di periferia, e si danno una verniciata di professionalità ricorrendo a un lessico un po' più à la page.
Ma così facendo, purtroppo, come tutti i volenterosi neofiti, fanno più danni del nemico.
Cerco di farvi capire perché in tre foto, delle quali non vi chiedo di capire tutto. Voi provate a leggerle. Poi ne parliamo...
Ma...
Ma...
Ma...
Ma...
"Ma no, dai, Bagnai, te lo sei scritto tu questo testo! 'Il finanziamento con base monetaria', che assurdità! Le scemenze dei noeuro, che cercano di convincerci che il ritorno alla sovranità monetaria avrebbe un senso, anche perché provvederebbe i governi di una forma di finanziamento aggiuntiva oltre al debito, una forma di finanziamento svincolata dal ricatto dei "mercati" perché disponibile a costi sostanzialmente irrisori. Dai, su, che è questa robaccia? Non ha peer review, per fortuna, e spero bene che non venga insegnata nelle università...".
No, non è esattamente così.
Sono le pagine 268-270 di questo libro, che, come sapete, è stato tradotto in inglese dalla Cambridge University Press (con l'endorsement di uno de passaggio, come potete notare...), ed è quindi, con questo, uno dei due manuali di economia prodotti da autori italiani più diffusi all'estero (Acocella è stato tradotto anche in cinese). Casualmente, i due autori sono stati prima miei maestri e poi miei colleghi nel dipartimento di economia fondato da Caffè, che tanti dolori ci ha dato (da Draghi in giù, fino a Padoan...).
Quindi materiale ultraortodosso, tanto valido da essere adottato in università estere, a Atene, ma anche nella patria dell'ordoliberismo, ma anche a Londra, ecc. (per non parlare, ovviamente, di Pescara).
Capito come?
In tutto il mondo si studia, perché si deve studiare, altrimenti non si passa l'esame, che quello con base monetaria, nelle forme istituzionali storicamente e giuridicamente definite, è una delle possibili forme di finanziamento della spesa pubblica, o meglio, di copertura dello scarto fra le voci di spesa e le altre voci di entrata (raccolta fiscale, emissione di debito). Chi non lo sa semplicemente non passa l'esame, perché è materiale banale, ovvio. Non c'è nulla di non convenzionale, non si tratta di tirare a caso moneta dagli elicotteri, ma di scegliere politicamente quale parte di progetti di spesa decisi da un governo democraticamente costituito e soggetto al controllo democratico di un parlamento democraticamente eletto può essere finanziata ricorrendo al principale potere sovrano di ogni e qualsiasi stato: quello di battere moneta.
Non si tratta di chiedere al bancario centrale di dare una mancetta a tutti i cittadini perché la spendano in caramelle. Si tratta di finanziare investimenti, di assicurare l'operatività dei servizi pubblici, comprando benzina per le ambulanze e le volanti della polizia, comprando la carta igienica per i cessi delle scuole, e magari trasformando questi cessi in gabinetti; si tratta di evitare che ogni episodio di maltempo faccia un paio di morti; si tratta, se è il caso, e per tornare alla cronaca del giorno, di salvare istituzioni finanziarie. Nulla che possa essere fatto con un elicottero, o con un assegno staccato all'ordine di ogni cittadino.
Questa è la normalità, questo è quello che viene considerato convenzionale, ovvio, scontato, nei libri di testo undergraduate (cioè del triennio). È una politica assolutamente nota nelle sue implicazioni macroeconomiche, che, come sempre, sono duplici (perché non ci sono free lunch): il finanziamento monetario ha il vantaggio di portarti dal punto A al punto C della figura 11.1, quindi è più espansivo del finanziamento con debito, che ti porterebbe al punto B. Lo svantaggio è che se in B hai piena occupazione, il finanziamento monetario creerà tensioni sui prezzi. Ma ad oggi di "pieno impiego" non ne vediamo, e se ci sono "strozzature settoriali", queste sono determinate solo dal fatto che la deindustrializzazione del nostro sistema economico sta sgretolando le filiere, e così obbliga chi una volta si riforniva dal vicino, nello stesso distretto, a rivolgersi a fornitori o a trovarsi clienti più distanti. Cosa che non sarebbe successa se fin dall'inizio della crisi si fosse intervenuti attivamente, con politiche espansive finanziate anche con moneta.
La più grande vittoria di quello che gli idioti chiamano "neoliberismo" (e che di "neo" ha ben poco, come sa e ci insegna chi invece studia e ricerca: un esempio fra tutti), è stata quella di averci fatto disapprendere quanto avevamo appreso dai nostri libri di testo (e dagli 80 milioni di morti della seconda guerra mondiale). Tutti, ormai, hanno disappreso la normalità, anche a sinistra, e così si fanno sorpassare a sinistra dagli economisti servi, che tornano alla carica cianciando di "lezioni apprese dalla crisi", quando la crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già, che non fosse già nei nostri libri, compreso il modo per risolverla.
E uno di questi modi è, in presenza di calo di domanda e di rilevanti esposizioni debitorie, il finanziamento monetario della spesa pubblica.
Perché non lo si è fatto?
Ma è semplice, lo spiegava l'eterno secondo sul FT di due giorni fa, con riferimento al problema delle banche italiane:
"Resolving a public or private sector debt overhang through money printing is called debt monetisation — and it is strictly illegal under European law.
The central bank is allowed to buy debt instruments but only for the purpose of conducting its monetary policies — not to alleviate anyone of their burden. This opens a large grey area.
The official purpose of the ECB’s private and public sector asset purchase programmes — quantitative easing — is to achieve a higher level of inflation. If this goes on for a very long time — as I believe it will — it may end up as an ersatz debt resolution instrument."
Non lo si fa perché le regole europee lo proibiscono.
E perché le regole europee proibiscono quello che è normale in tutto il mondo, che si studia nei libri del triennio, che si deve sapere per laurearsi, e che nel caso che ci riguarda ha controindicazioni risibili? Perché le regole europee limitano la sovranità statuale ai due poteri residui, quello di imporre tasse e quello di dichiarare guerra?
Bè, voi che siete qui lo sapete, no?
Raccontano che è perché i tedeschi, porelli, hanno tanta paura dell'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione, ma noi abbiamo una visione più articolata del problema, sulla quale non torno. Gli ultimi arrivati faranno le loro domande (e riceveranno la risposta di prammatica: RTFM).
Nota bene: il barone di Munchausen dice che di fatto il QE è, o può diventare, appunto un surrogato del finanziamento monetario (ne parla con riferimento specifico alla risoluzione di crisi bancarie). Tecnicamente, il finanziamento monetario richiederebbe l'acquisto di titoli sul primario, e sappiamo che è vietato dal Trattato di Maastricht. Però che sia una cosa normale e che quindi di riffa o di raffa ci si debba arrivare, come vedete, lo ammettono tutti, anche sul FT. In ogni caso, al barone ancora sfugge una cosa che noi qui sappiamo bene, cioè che queste scappatoie sono inutili perché non possono alleviare il problema dell'Eurozona (non mi ripeto). Un finanziamento monetario camuffato, da parte della BCE, oltre a sollevare insormontabili problemi politici, non risolverebbe il problema degli squilibri fra paesi dell'Eurozona. Per risolvere questo problema è indispensabile che ognuno torni ad avere una valuta proporzionata alla forza della propria economia, ed è opportuno che ciò accada quanto prima, perché il passare del tempo non fa che acuire il divario fra le economie e quindi l'entità del necessario aggiustamento.
Ma il punto qui non è questo.
Il punto è che quando sentite qualcuno parlare di politiche "non convenzionali", o di QE for people, o di helicopter money, o di quel che è, i casi sono due: avete di fronte un ingenuo, o un furbacchione. Riconoscere che il potere di emissione di moneta è un attributo essenziale e fisiologico della sovranità statuale (comunque costituita: in forma democratica, o in altre forme), significa distinguere fra un mondo nel quale lo Stato rivendica il diritto di poter agire per il bene dei propri cittadini, disciplinando i mercati, e un mondo nel quale si attribuisce ai mercati il diritto di comprimere la democrazia e il potere regolatorio dello Stato, nell'interesse dei mercati stessi. Se di helicopter money parla un liberista, va bene: è pagato per farlo. Ma se ne parla uno che vuole fare il keynesiano, allora forse dovreste tirarlo da una parte, e fargli capire una cosa che evidentemente gli sfugge: siamo in guerra, ed è una guerra di annientamento dei nostri patrimoni, della nostra civiltà, della nostra cultura. Questa guerra richiede una resistenza anche culturale. Accettare il lessico del nemico (helicopter money), entrare nel suo frame, anche se ammantato di piacevole, vellicante, rassicurante populismo (QE for people) significa aver già perso.
Quello che va capito e rivendicato è che in tutto il mondo il finanziamento monetario della spesa pubblica da parte di una banca centrale nazionale è, o è stato (e comunque tornerà ad essere), una delle modalità ammissibili di esercizio della sovranità economica dello Stato. È letteralmente roba che si studia a scuola, sono lebbasi, le fottute bbasi della politica economica. Qualsiasi artificio lessicale, qualsiasi espressione distolga da questo principio elementare, qualsiasi arzigogolo intenda offuscare quanto vedete nelle tre pagine che ho fotografato sopra per voi, va visto con estremo sospetto, e, nella misura del possibile, cauterizzato con il dovuto garbo.
Perché una cosa è, spero, evidente a tutti voi: chi è parte del problema, non può essere parte della soluzione (per quanto aspiri a candidarsi a questo ruolo).
Da questa crisi non usciremo senza monetizzazione del deficit da parte di banche centrali nazionali.
Un giorno Munchau ce lo spiegherà dal Financial Times.
Voi sarete, come al solito, preparati.
Un semplice grazie non sarà sufficiente: ci vorrà anche un contributo ad a/simmetrie, che sarete fra i pochi a potervi permettere, essendo scampati al sacro macello dei fessi che "l'euro è solo una moneta"...
Good luck (e se passa un elicottero, scansatevi: non sia mai la mancia decidono di darvela in monete da due euro...)!
sabato 8 dicembre 2012
Endogenous money for dummies, part 2
Addendum del 9/12: penso di dovervi fare un piccolo briefing prima della lettura di questo articolo, altrimenti rischiate di perdervi nelle foglie senza vedere l'albero, che è rigoglioso e elemento essenziale della nostra foresta. Dunque: come ragionano i monetaristi/liberisti/neoclassici? La Banca centrale "crea" la moneta e la moneta "causa" l'inflazione. Sono due scemenze, e istwine, in questo ciclo di articoli, si sta occupando della prima. Istwine sta cioè cercando di farvi capire (e ci riesce, oppure andate su nFA), che la Banca centrale non "crea" una beneamata fava, perché la quantità di moneta presente nel sistema è largamente al di fuori del controllo della Banca stessa.
Chiaro fin qui? Per chi ha il libro, stiamo parlando della figura 35 a p. 204, dove si vede quanto la Bce (non) abbia controllato la moneta in Europa.
Più in dettaglio: come fa la Banca centrale a "creare" moneta, secondo gli spaghetti-liberisti? La Banca centrale "stampa" base monetaria (la definizione tecnica la trovate nell'articolo, a scuola la identifichiamo coi biglietti di banca), cioè, approssimando la famosa moneta a corso forzoso, quella che deve essere accettata come strumento liberatorio delle obbligazioni. Questa base monetaria arriva al pubblico (famiglie, imprese), che la deposita in banca. La banca trattiene una parte di questi depositi mettendoli a riserva obbligatoria, e presta il resto.
Ulteriore dettaglio: la base monetaria arriva al pubblico attraverso diversi canali:
1) il canale del Tesoro (finanziamento monetario della spesa pubblica, se c'è: la Banca centrale stampa e l'odiato lavoratorepubblicoimproduttivo si trova l'euretto in tasca);
2) il canale estero (l'esportatore riceve il dollaretto, va in banca centrale e si fa dare un euretto);
3) il rifinanziamento del sistema bancario (la Banca centrale presta l'euretto direttamente alla banca commerciale, e sul perché e il per come vi informa appunto istwine).
Ci siete anche fino a qui? Allora vi faccio notare che questo meccanismo ha due caratteristiche:
1) i depositi (di base monetaria, effettuati da famiglie e imprese, presso le banche commerciali) generano i prestiti (delle banche commerciali a famiglie e imprese);
2) la moneta bancaria (prestiti) è in un rapporto fisso (moltiplicatore) con la base monetaria, rapporto determinato dal coefficiente di riserva obbligatoria, cioè dalla quantità di base monetaria che le banche devono trattenere presso di sé.
Esempio: supponiamo che il coefficiente di riserva sia 0.5 (il 50%). Seguite il ragionamento:
a) il buon padre di famiglia deposita il suo euretto;
b) la banche trattiene 50 cent e presta gli altri 50 cent a un sagace imprenditore;
c) il sagace imprenditore depositerà i 50 cent nel suo conto presso la banca;
d) la banca tratterà 25 cent e presterà gli altri 25 cent a una giovano famigliuola che intende acquistare la sua prima casetta;
e) il venditore della casetta depositerà i 25 cent;
f) la banca trattiene 12,5 cent e presterà gli altri 12,5 a...
Chiaro? Se voi foste un po' meno beati, e sapeste le tabelline, capireste subito dove va a finire questa storia, che è una progressione geometrica di ragione 0.5. La sua somma:
1 + 0.5 + 0.25 + 0.125 +....
è uguale a 2, il che significa che con un euretto iniziale di base monetaria, il sistema bancario crea due euretti di depositi, cioè di moneta bancaria. Ci siamo? In questo caso 2 è il moltiplicatore monetario. La sua formula, in questo semplice caso, è 1/r (dove r è il coefficiente di riserva). Come dire che se r=0.5, allora ogni euro crea 1/r=1/0.5=1/(1/2)=2 euro di depositi.
Chiaramente, se r fosse più piccolo, il moltiplicatore aumenterebbe, perché la banca potrebbe erogare maggior credito a fronte dello stesso euretto depositato (e così via nei cicli successivi). Ad esempio, se r=0.25 il moltiplicatore diventa 4, ecc.
Se invece r=1, come voglio gli austriacanti (riserva integrale), allora il moltiplicatore sarebbe uno, e, come dice il buon Torny, areremmo i campi col vomere di legno (il nazismo della riserva integrale si sposa quindi col nazismo della decrescita: tout se tient).
Per ulteriori dettagli sull'approccio "moltiplicatore dei depositi" c'è sempre il mio testo online (vedi la 4.2.2).
Di conseguenza, il sagace e solerte (SS) banchiere centrale, in questo mondo, controlla perfettamente la quantità di moneta (base monetaria più moneta bancaria) presente nel sistema, perché:
1) quanta base monetaria stampare lo decide lui;
2) quanta moneta bancaria verrà creata (a valle) lo decide altresì lui, fissando il valore di r, coefficiente di riserva, che determina l'ammontare dei depositi.
Bene: ci siete? Quelli che hanno studiato economia diranno: "Eh già" Proprio così! Mi ricordo...".
Istwine ci spiega come e perché le cose non stanno affatto così, per diversi motivi:
1) perché nell'accordare un prestito il funzionario di banca non controlla la quantità di riserve disponibili presso il suo istituto, esattamente come nel fissare il prezzo il bancarellaro non controlla la quantità di M3 in circolazione in quel giorno (Tramonto dell'euro, p. 199); di conseguenza sono i prestiti a creare i depositi, e non viceversa, nel senso che nella sequenza causale viene prima la decisione della banca di accordare il credito.
2) perché la Banca centrale ha l'obbligo statutario di fornire moneta di banca centrale (base monetaria) per evitare il collasso del sistema dei pagamenti, quindi l'emissione di questo strumento, in larga misura, non è decisa da lei (ma il costo al quale fornirlo sì); di conseguenza, la Banca centrale non controlla l'offerta di moneta, che deve invece adattare alle condizioni del mercato interbancario per evitare il collasso del sistema dei pagamenti;
3) perché, banalmente, ci sono anche sistemi nei quali il coefficiente di riserva obbligatoria è nullo, cioè le banche possono prestare tutto quello che viene loro depositato (e possono farlo, ovviamente, perché la Banca centrale interviene come lender of last resort in caso di problemi), e in questi sistemi la massa monetaria non è infinita, come sarebbe se valesse la regola 1/r; di conseguenza, la Banca centrale non ha alcun mezzo di controllo diretto ed efficace sulla massa monetaria in senso ampio (base monetaria e depositi), come del resto non ce l'ha sulla moneta in senso stretto (base monetaria).
Chiaro?
Capirete quindi che il discorZetto "facciamo stampare moneta alla Banca centrale, tanto poi se c'è inflazione dreniamo liquidità con le tasse" aderisce al paradigma spaghetti-liberista (totalmente insensato) ed è quindi paradossale che sia stato inculcato nelle molli menti di tante giovani "intelligenze" da uno sconclusionato e psicotico assertore (secondo lui) dei principi keynesiani. Questo non vuol dire che io o istwine o qualsiasi economista in buona fede sia contrario a politiche monetarie espansive. Ho detto questo? È esattamente il contrario. Vuol dire che un folle in Italia sta propugnando le politiche monetarie espansive inculcando al tempo stesso nei suoi sempre più sparuti seguaci l'idea che queste politiche generino meccanicamente inflazione, il che non è vero, per i motivo di cui sopra: la Banca centrale non "stampa" a suo beneplacito moneta, la moneta "stampata "(base monetaria) è in un rapporto molto labile con la moneta in circolazione, e poi (cosa della quale istwine non si occupa qui, ma noi ci siamo occupati tante volte), le dinamiche inflattive sono molto più legate alla struttura del mercato del lavoro (la curva di Phillips esiste, cosa che mi sembra il folle neghi).
Cominciate a capire? Ci siete?
E allora godetevi istwine. Certo: non godrete, nel leggerlo, quanto ho goduto io. Però io ho anche sofferto per tanti anni...
Da istwine ricevo e volentieri pubblico:
Chiaro fin qui? Per chi ha il libro, stiamo parlando della figura 35 a p. 204, dove si vede quanto la Bce (non) abbia controllato la moneta in Europa.
Più in dettaglio: come fa la Banca centrale a "creare" moneta, secondo gli spaghetti-liberisti? La Banca centrale "stampa" base monetaria (la definizione tecnica la trovate nell'articolo, a scuola la identifichiamo coi biglietti di banca), cioè, approssimando la famosa moneta a corso forzoso, quella che deve essere accettata come strumento liberatorio delle obbligazioni. Questa base monetaria arriva al pubblico (famiglie, imprese), che la deposita in banca. La banca trattiene una parte di questi depositi mettendoli a riserva obbligatoria, e presta il resto.
Ulteriore dettaglio: la base monetaria arriva al pubblico attraverso diversi canali:
1) il canale del Tesoro (finanziamento monetario della spesa pubblica, se c'è: la Banca centrale stampa e l'odiato lavoratorepubblicoimproduttivo si trova l'euretto in tasca);
2) il canale estero (l'esportatore riceve il dollaretto, va in banca centrale e si fa dare un euretto);
3) il rifinanziamento del sistema bancario (la Banca centrale presta l'euretto direttamente alla banca commerciale, e sul perché e il per come vi informa appunto istwine).
Ci siete anche fino a qui? Allora vi faccio notare che questo meccanismo ha due caratteristiche:
1) i depositi (di base monetaria, effettuati da famiglie e imprese, presso le banche commerciali) generano i prestiti (delle banche commerciali a famiglie e imprese);
2) la moneta bancaria (prestiti) è in un rapporto fisso (moltiplicatore) con la base monetaria, rapporto determinato dal coefficiente di riserva obbligatoria, cioè dalla quantità di base monetaria che le banche devono trattenere presso di sé.
Esempio: supponiamo che il coefficiente di riserva sia 0.5 (il 50%). Seguite il ragionamento:
a) il buon padre di famiglia deposita il suo euretto;
b) la banche trattiene 50 cent e presta gli altri 50 cent a un sagace imprenditore;
c) il sagace imprenditore depositerà i 50 cent nel suo conto presso la banca;
d) la banca tratterà 25 cent e presterà gli altri 25 cent a una giovano famigliuola che intende acquistare la sua prima casetta;
e) il venditore della casetta depositerà i 25 cent;
f) la banca trattiene 12,5 cent e presterà gli altri 12,5 a...
Chiaro? Se voi foste un po' meno beati, e sapeste le tabelline, capireste subito dove va a finire questa storia, che è una progressione geometrica di ragione 0.5. La sua somma:
1 + 0.5 + 0.25 + 0.125 +....
è uguale a 2, il che significa che con un euretto iniziale di base monetaria, il sistema bancario crea due euretti di depositi, cioè di moneta bancaria. Ci siamo? In questo caso 2 è il moltiplicatore monetario. La sua formula, in questo semplice caso, è 1/r (dove r è il coefficiente di riserva). Come dire che se r=0.5, allora ogni euro crea 1/r=1/0.5=1/(1/2)=2 euro di depositi.
Chiaramente, se r fosse più piccolo, il moltiplicatore aumenterebbe, perché la banca potrebbe erogare maggior credito a fronte dello stesso euretto depositato (e così via nei cicli successivi). Ad esempio, se r=0.25 il moltiplicatore diventa 4, ecc.
Se invece r=1, come voglio gli austriacanti (riserva integrale), allora il moltiplicatore sarebbe uno, e, come dice il buon Torny, areremmo i campi col vomere di legno (il nazismo della riserva integrale si sposa quindi col nazismo della decrescita: tout se tient).
Per ulteriori dettagli sull'approccio "moltiplicatore dei depositi" c'è sempre il mio testo online (vedi la 4.2.2).
Di conseguenza, il sagace e solerte (SS) banchiere centrale, in questo mondo, controlla perfettamente la quantità di moneta (base monetaria più moneta bancaria) presente nel sistema, perché:
1) quanta base monetaria stampare lo decide lui;
2) quanta moneta bancaria verrà creata (a valle) lo decide altresì lui, fissando il valore di r, coefficiente di riserva, che determina l'ammontare dei depositi.
Bene: ci siete? Quelli che hanno studiato economia diranno: "Eh già" Proprio così! Mi ricordo...".
Istwine ci spiega come e perché le cose non stanno affatto così, per diversi motivi:
1) perché nell'accordare un prestito il funzionario di banca non controlla la quantità di riserve disponibili presso il suo istituto, esattamente come nel fissare il prezzo il bancarellaro non controlla la quantità di M3 in circolazione in quel giorno (Tramonto dell'euro, p. 199); di conseguenza sono i prestiti a creare i depositi, e non viceversa, nel senso che nella sequenza causale viene prima la decisione della banca di accordare il credito.
2) perché la Banca centrale ha l'obbligo statutario di fornire moneta di banca centrale (base monetaria) per evitare il collasso del sistema dei pagamenti, quindi l'emissione di questo strumento, in larga misura, non è decisa da lei (ma il costo al quale fornirlo sì); di conseguenza, la Banca centrale non controlla l'offerta di moneta, che deve invece adattare alle condizioni del mercato interbancario per evitare il collasso del sistema dei pagamenti;
3) perché, banalmente, ci sono anche sistemi nei quali il coefficiente di riserva obbligatoria è nullo, cioè le banche possono prestare tutto quello che viene loro depositato (e possono farlo, ovviamente, perché la Banca centrale interviene come lender of last resort in caso di problemi), e in questi sistemi la massa monetaria non è infinita, come sarebbe se valesse la regola 1/r; di conseguenza, la Banca centrale non ha alcun mezzo di controllo diretto ed efficace sulla massa monetaria in senso ampio (base monetaria e depositi), come del resto non ce l'ha sulla moneta in senso stretto (base monetaria).
Chiaro?
Capirete quindi che il discorZetto "facciamo stampare moneta alla Banca centrale, tanto poi se c'è inflazione dreniamo liquidità con le tasse" aderisce al paradigma spaghetti-liberista (totalmente insensato) ed è quindi paradossale che sia stato inculcato nelle molli menti di tante giovani "intelligenze" da uno sconclusionato e psicotico assertore (secondo lui) dei principi keynesiani. Questo non vuol dire che io o istwine o qualsiasi economista in buona fede sia contrario a politiche monetarie espansive. Ho detto questo? È esattamente il contrario. Vuol dire che un folle in Italia sta propugnando le politiche monetarie espansive inculcando al tempo stesso nei suoi sempre più sparuti seguaci l'idea che queste politiche generino meccanicamente inflazione, il che non è vero, per i motivo di cui sopra: la Banca centrale non "stampa" a suo beneplacito moneta, la moneta "stampata "(base monetaria) è in un rapporto molto labile con la moneta in circolazione, e poi (cosa della quale istwine non si occupa qui, ma noi ci siamo occupati tante volte), le dinamiche inflattive sono molto più legate alla struttura del mercato del lavoro (la curva di Phillips esiste, cosa che mi sembra il folle neghi).
Cominciate a capire? Ci siete?
E allora godetevi istwine. Certo: non godrete, nel leggerlo, quanto ho goduto io. Però io ho anche sofferto per tanti anni...
(Paulo majora canamus.
In guerra è purtroppo dato fisiologico assistere a tragedie umane. Bisogna
farsene una ragione, e certo è più facile elaborare il lutto se quello che ci
lascia è il colonnello della nostra armata che in un delirio di follia ha
decimato le nostre fila col suo preziosissimo, ma un po’ improvvisato, fuoco di copertura. Uno dei frutti più
perversi dell’opera di divulgazione approssimativa, sconclusionata e fascista
del compianto Donald – il quale ha promesso di farsi da parte, e speriamo
mantenga – è stato aver diffuso in un certo tipo di pubblico, ricettivo a
messaggi distorti, l’idea completamente fasulla che “la moneta crei
inflazione”. Proprio così! Per chi conosce un minimo la storia del pensiero
economico, è veramente paradossale che un tentativo di divulgazione che
rivendica origini keynesiane giunga al risultato di inculcare nella testa del
pubblico la teoria quantitativa della moneta nella sua forma più becera, in una
forma che avrebbe fatto sorridere Wicksell, e alla quale oggi crede – o fa
finta di credere – solo l’ “““economista””” Giannino. Il dato politicamente
pericoloso è che se tu ribadisci l’idea distorta che l’inflazione sia causata da
una moneta esogenamente “creata” dalla Banca centrale, di fatto accetti in toto
la logica distorta di chi sostiene che dobbiamo rendere indipendente la Banca
centrale, perché altrimenti saremo schiacciati dall’inflazzzzzione che
danneggia la vedova, l’orfano e il proletario – e quanto li danneggi lo abbiamo
visto qui! Ovviamente i “colleghi” americani sono corresponsabili di questo
delitto contro la democrazia, e non preoccupatevi: il cavajere nero ha in serbo
una sorpresina per loro. Nel frattempo, però, cerchiamo di ricordarci e di
capire bene, perché la moneta non è esogena e perché non “crea” inflazione.
Prosegue la pubblicazione del lavoro di istwine. Nel seguito, l’acronimo ndC
sta per “nota der Cavajerenero”. Enjoy irresponsibly!)
Da istwine ricevo e volentieri pubblico:
I PRINCIPI DELLA MONETA ENDOGENA.
I “PRESTITI CREANO I DEPOSITI”. I sistemi di pagamento, principi e meccanismi universali. 2 PARTE.
Una precisazione non polemica prima di iniziare.
Questo scritto ha un unico scopo: spiegare, a un livello un
poco sopra la media giornalistica e dei blog divulgativi come funziona il sistema
monetario e quali sono le sue principali caratteristiche. Questo scritto non ha
questo scopo: fare proposte, creare nuovi paradigmi (non) alternativi,
dimostrare come semplice sia l’economia, discutere dei problemi del mondo
servendosi esclusivamente di una conoscenza basilare dei sistemi monetari.
Introduzione.
When students enter a post-Keynesian class in monetary economics, their
minds have been so much distorted by the neoclassical fallacy of an exogenous
supplied stock of money that they find difficult to understand even the
simplest story about demand-led endogenous money. (Lavoie 2003, pag. 1)
(ndC for the unhappy many, anche allo scopo di evitare
traduzioni dilettantesche tipo “spesa a deficit” e “bilance settoriali”: “quando
gli studenti iniziano un corso di economia monetaria post-keynesiana, le loro
menti sono state a tal punto distorte dal fallace argomento neoclassico secondo
il quale l’offerta di moneta è esogena, che rimane loro difficile da capire
anche la più semplice spiegazione di come la moneta sia endogenamente creata
dalla domanda”).
(ndC: cazzo, studiatela la lingua del nemico, altrimenti
l’unica rivoluzzzione che farete sarà quella intorno al vostro asse mentre
dormite fra comode piume – o sotto un ponte!).
(ndC: e troncatevi nel cranio – chi ce vole prova’ – che per
tradurre non bisogna pensare di sapere l’inglese: bisogna sapere molto bene
l’italiano. Forse non c’entra, forse sì: sono sicuro che un 20% del
facilismo/fascismo di certa divulgazione deriva direttamente da traduzioni
fatte sulla base della presunzione di sapere la lingua aliena, accoppiata a una
patetica incapacità di esprimersi nella lingua propria. Occhio. Bilancia in
inglese è “scales”, bilancio è “budget” o “balance sheet”, e “balance” in
economia è un saldo. Così, tanto per capirsi...).
Marc Lavoie inizia il suo scritto A Primer on Endogenous Credit-Money (2003) con questo incipit, e mi
è sembrato perfetto per iniziare un articolo sui principi basilari della moneta
endogena, in quanto, per diversi motivi (in primis l’insegnamento accademico a
senso unico, più altri fattori storici che esulano dal contenuto di questo
articolo), è veramente difficile far capire in cosa consiste l’endogenità della
moneta a chi ha in testa il modello monetarista. Non è semplice, ma alla fine
del testo, vi renderete conto (spero), che in realtà, vista la sua natura
controintuitiva e illogica, la tesi monetarista è più complessa, semplicemente
perché non va capita, ma va ricordata, poiché essendo una costruzione senza
fondamenta logiche sin dal principio, non ci si può ragionare, e dunque la
conclusione sarà per forza di cose quella di rigettarla completamente.
Nella prima parte si è visto che la natura endogena della moneta non è una teoria
recente, anzi, si direbbe che gli economisti di un secolo fa fossero molto più
attrezzati in termini di comprensione del funzionamento del sistema monetario
di quanto non siano attualmente molti esimi studiosi. Se da un punto di vista
logico la teoria regge, è necessario però anche conoscere gli strumenti, le
variabili e in generale i cosiddetti tecnicismi per poter avere un quadro
completo. Per prima cosa chiariamo cosa
s’intende in questo testo per esogeno ed endogeno: sono variabili esogene
quelle che sono sotto il controllo dell’autorità monetaria e variabili endogene
quelle che l’autorità monetaria non controlla direttamente. Perciò, saranno
esogeni i tassi d’interesse a breve termine e sarò endogena la quantità di
riserve bancarie presenti nel sistema bancario e in generale la quantità di
mezzi di pagamento in circolazione. Chiunque capisca questo è già più esperto
di tutti i firmatari di liste pre-contabili.
Se c’è una cosa che non mi hanno insegnato a scuola, ma che
mi hanno insegnato Wynne Godley e Marc Lavoie (assieme anche a Gennaro Zezza) è
che “In a water-tight accounting framework, the transaction flows of the
ultimate sector are entirely determined by the transaction flows of the other
sectors. […] In the words of
Godley and Cripps (1983: 18), ‘the fact that money stocks and flows must satisfy accounting
identities in individual budgets and in an economy as a whole provides a
fundamental law of macroeconocomics analogous to the principle of conservation
of energy in physics’.” (Godley - Lavoie 2007)
(ndC: “in un sistema contabile a tenuta stagna, i flussi di
transazione dell’ultimo settore sono interamente determinati da quelli dei
settori precedenti [...] Con le parole di Godley e Cripps (1983: 18) ‘il fatto
che gli stock e i flussi di moneta debbano soddisfare identità contabili nei
bilanci individuali e nel complesso dell’economia costituisce una legge
fondamentale della macroeconomia, analoga al principio di conservazione
dell’energia in fisica’.”)
Cito questi, perché io ho studiato da loro, ma per chi legge
il blog, Alberto c’ha fatto un articolo
goliardico sul fatto che non sia nulla di nuovo (a differenza di come lo
hanno presentato taluni).
I SISTEMI DI PAGAMENTO E LE RISERVE BANCARIE
Le riserve bancarie (in inglese reserve balances o settlement
balances), altrimenti dette base monetaria o moneta di banca centrale (ndC:
o anche moneta ad alto potenziale, high-powered
money) sono quella forma di mezzo
di pagamento che sta al vertice della gerarchia monetaria. Esse sono emesse
esclusivamente dalle Banche Centrali e sono il principale mezzo di pagamento
utilizzato dal settore bancario per finalizzare i pagamenti. La ratio di questa scelta (per certi versi
obbligatoria) è una regola ben precisa dei sistemi di pagamento: nessuno può pagare un proprio debito con
moneta emessa da se stesso ma è necessario utilizzare un mezzo di pagamento
emesso da un agente differente. E quindi laddove il settore privato non
bancario si serve della moneta emesse dalle banche commerciali, le banche
commerciali si servono della moneta emessa dalle Banche Centrali. Come rileva
il personale specializzato che lavora in banca e come indicano le pratiche
effettive, ‘banks do not accept bank money in interbank transactions, but
ultimately require their claims to be settled in central bank money’ (Deutsche
Bundesbank, 1994, p. 46; ndC: “le banche non accettano moneta bancaria nelle
transazioni interbancarie, ma alla fine esigono che i propri crediti siano
regolati usando moneta di banca centrale”. In soldoni: Unicredit non può
restituire somme a Banca Intesa staccando un assegno: je deve da da’ li sordi –
base monetaria). La logica alla base è sempre la stessa, ovvero la sicurezza
nei sistemi di pagamento e la gerarchia dei mezzi di pagamento.
Questo vale soprattutto in un’economia basata su moneta
creditizia in cui i flussi transfrontalieri crescono annualmente a un ritmo
notevole. Difatti, come rileva
il Committee on Payment and Settlement Systems
della BIS (2003b, p. 4):
“While the
role of the central bank as settlement institution is a long-standing one, in
many cases this role only required the central bank to settle the relatively
small net positions of commercial banks resulting from a netting procedure.
Moreover, this occurred only once each day, at the end of the day. But with the
introduction of newer, safer systems to handle the substantially increased
payment system values, and in particular with the widespread adoption of
real-time gross settlements (RTGS), where each payment is settled in real time
throughout the day, central banks and central bank money have come to take on a
much wider and more active role.”
(2003b, p. 4)
(ndC: “le banche centrali svolgono da tempo il ruolo di camera di
compensazione, ma in molti casi ciò comportava solo che esse regolassero le
posizioni nette delle banche commerciali, risultanti dalla compensazione dei
rispettivi saldi, che erano relativamente piccole. Inoltre, cià accadeva solo
una volta al giorno, alla fine della giornata. Ma con l’introduzione di sistemi
più sicuri e aggiornati per trattare gli accresciuti volumi di scambi nei
sistemi di pagamento, e in particolare con la diffusione del regolamento lordo in tempo reale (RTGS),
col quale ogni pagamento è regolato in tempo reale nel corso della giornata, le
banche centrali e la moneta di banca centrale hanno assunto un ruolo più ampio
e più attivo”).
(ndC: il testo usa
l’espressione “”settlement institution” – letteralmente: istituzione per il
regolamento (delle transazioni finanziarie) – che è semanticamente più ampio di
“camera di compensazione” (in inglese clearing
house), ma penso che la traduzione renda meglio l’idea, e eventualmente
istwine mi correggerà).
e ancora:
“On the
other hand, central bank deposit money plays a crucial role as the settlement
asset in payment systems which transfer
substantial values of funds each day and where there is significant potential
for systemic risk. The quantity of central bank money and/or the terms on which
it is available are of course pivotal aspects of central banks’ monetary
policy. But, as illustrated in Figure 1, balances with the central bank also
play an important role from the viewpoint of payments policy. During the day,
deposits with the central bank can be used to make interbank payments, whose
completion is a critical activity for the economy at large. If the intraday
balance available for payments is too small relative to the value of payments
to be made in a given time, it could result in gridlock, preventing payments
from being executed. Thus in many cases central banks provide intraday credit
to banks and other account holders. Indeed, particularly with the decline in
importance of reserve requirements in many economies, balances held by banks
during the day are often substantially larger than those held overnight.” (2003b,
p. 8)
(ndC: “d’altra parte, i depositi di base monetaria presso la
banca centrale svolgono un ruolo cruciale come strumento finanziario per il
regolamento delle transazioni interbancarie, in un sistema che trasferisce
fondi per importi notevoli ogni giorno e nel quale esiste un significativo
potenziale di rischio sistemico. La quantità di base monetaria e/o le
condizioni alle quali è disponibile sono evidentemente aspetti cruciali della
politica monetaria della banca centrale. Ma i saldi delle banche commerciali
presso la banca centrale giocano un ruolo essenziale anche dal punto di vista
della politica dei pagamenti. Durante il giorno, i depositi presso la banca
centrale possono essere utilizzati per effettuare pagamenti interbancari, il
cui regolare compimento è un’attività cruciale per il funzionamento del sistema
economico. Se il saldo giornaliero disponibile per i pagamenti è troppo piccolo
rispetto al valore dei pagamenti da effettuare in un dati momento, potrebbe
risultarne un blocco che impedirebbe la regolare esecuzione dei pagamenti. Di
conseguenza, in molti casi le banche centrali accordano credito alle banche
commerciali e agli altri titolari di conto. In effetti, soprattutto a causa della
diminuita importanza degli obblighi di riserva in molte economie, i saldi
detenuti dalle banche commerciali durante il giorno sono spesso molto più
grandi di quelli detenuti nottetempo”).
I sistemi RTGS (Real-Time
Gross Settlement; ndC: regolamento lordo in tempo reale) non sono altro che
dei sistemi di trasferimento di fondi in tempo reale, cioè sono trasferimenti
non soggetti a un tempo di attesa. Le transazioni vengono completate
immediatamente. Il Gross significa che i pagamenti vengono regolati su base
lorda, cioè operazione per operazione, anziché su base netta in cui debiti e
crediti delle controparti si compensano e poi si regolano le posizioni rimaste.
Il sistema TARGET2 ad esempio è un sistema RTGS, difatti TARGET2 significa
Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System e
se vi state chiedendo come abbiano riordinato le lettere, non ne ho idea, ma
TARGET suona meglio di TEARGSETS2. Comunque, trovate tutto sull’efficiente sito
della Banca d’Italia.
Non a caso quindi le riserve bancarie prendono il nome di
settlement balances, proprio per via del loro ruolo di mezzo di pagamento
definitivo nell’interbancario. Ma cosa sono concretamente? Sono dei depositi
che le banche commerciali mantengono in Banca Centrale, e sono anche le
banconote cartacee. Una curiosità: la Banca Centrale Europea non considera le
banconote nel computo delle riserve bancarie, dunque queste sono uno strumento
sostanzialmente richiesto dalla clientela ma che non ha nessun significato
particolare nella politica monetaria (ma che fa tanto arrabbiare Milena
Gabanelli perché, come tutti i giornalisti in prima serata, non capisce di cosa
parla e non parla di ciò di cui non si può parlare).
(ndC: la pianta si riconosce dai frutti e viceversa, o anche
ab uno disce omnes).
Le banche commerciali detengono riserve bancarie per due
motivi principali:
1) Il regolamento dei pagamenti nel mercato interbancario;
2) Soddisfare la riserva obbligatoria dove richiesta (molti
paesi come per esempio Canada, Regno Unito, Australia, Svezia, Norvegia hanno
una riserva obbligatoria pari a 0);
1. Il regolamento dei pagamenti
Come si è detto, le riserve bancarie sono il mezzo di
pagamento tramite il quale le banche commerciali finalizzano i pagamenti a
favore delle controparti, sia che si tratti della stessa Banca Centrale, sia
che si tratti di apparati della Pubblica Amministrazione sia che si tratti di
istituti di credito.
Nel primo caso prendiamo in considerazione per esempio il
rimborso da parte di una banca commerciale di un prestito ottenuto dalla Banca
Centrale.
Il Bilancio della Banca Centrale vedrà due movimenti, un
-100 nella parte Assets, e un -100 nella parte Liabilities. Il primo “-100”
deriva dal rimborso del prestito, e quindi la Banca Centrale per forza di cose
avrà un credito nei confronti del settore bancario inferiore di -100. Il
secondo è derivante dalla diminuzione delle riserve bancarie nei conti delle
banche commerciali. Li ho chiamati in maniera così generica perché la voce
cambia da sistema a sistema, l’Eurosistema li chiama “Current Accounts”, ma ad
esempio la Bundesbank li chiama semplicemente “Deposits”.
Questa semplice transazione varia l’ammontare di riserve
bancarie presenti nel sistema. Niente di più semplice, anche se è importante
avere chiaro in mente cosa succede a livello di bilanci, perché altrimenti non
si capiscono poi determinate implicazioni che vedremo successivamente. Per
capirsi, quando dico bilanci mi riferisco allo schema semplificato che qui
propongo, che però è abbastanza completo. Il bilancio della Banca Centrale si
muove continuamente per via delle molteplici transazioni che fanno variare di
volta in volta le varie voci del bilancio, ma siccome ogni bilancio è redatto
in maniera differente da paese a paese, utilizziamo questi schemi semplici per
avere chiaro in mente che ogni singola azione ha delle conseguenze diverse. Ma
se siete incuriositi da cosa fa variare maggiormente le voci di un bilancio di
una Banca Centrale, e in particolare la quantità di riserve bancarie nel
sistema, questa
pagina fornita dalla FED è interessante.
Comunque ci torneremo prossimamente quando spiegherò meglio
la natura difensiva delle operazioni di politica monetaria.
Tornando agli esempi: nel secondo caso invece possiamo
prendere in considerazione il pagamento delle tasse da parte dei clienti della
banca commerciale che in questo caso trasferisce le riserve bancarie che ha nel
proprio conto, al conto del Tesoro.
Dal momento che il conto del Tesoro è nella parte
Liabilities del bilancio della Banca Centrale, anche ogni transazione tra il
Tesoro e le banche commerciali cambia l’ammontare di riserve bancarie presenti
nel sistema bancario, non a caso ogni spostamento di fondi tra le due
controparti (il Tesoro e le banche commerciali) crea un potenziale problema per
la Banca Centrale. Ma anche questo lo vedremo successivamente, però tenete a
mente il movimento tutto interno alla parte Liabilities del bilancio della
Banca Centrale.
Il terzo caso, il più diffuso, è il caso in cui il cliente A
avente il conto in una banca A emette un ordine di pagamento nei confronti del
cliente B che detiene il conto nella Banca B. Mentre la transazione tra i due
clienti è completata tramite accrediti e addebiti nei rispettivi conti, la
transazione tra banche ha un altro passaggio. Inutile dirlo, la transazione tra
clienti si completa esattamente perché il pagamento è avvenuto attraverso un
mezzo di pagamento emesso da un altro agente (la banca commerciale) ed
accettato dalle controparti.
In questo caso la Banca A trasferisce, via Banca Centrale,
le proprie riserve bancarie in favore della Banca B. La tabella 3 implica
quindi che la Banca A per finalizzare il pagamento, utilizzi un proprio asset,
le riserve bancarie, secondo uno schema in cui l’agente gerarchicamente
superiore è esattamente la Banca Centrale, graficamente:
Dato che questa è una transazione orizzontale, da banca a
banca, l’ammontare di riserve bancarie non cambia ma viene solo trasferita la
posizione (dal conto in Banca Centrale della Banca A al conto in Banca Centrale
della Banca B).
In realtà vi sono molti altri aspetti su cui discutere
riguardo all’ultimo caso, in quanto sono sempre più diffusi sistemi di
compensazione offerti da istituti privati, in cui non vi è nessun trasferimento
di fondi, ma a fine giornata debiti e crediti vengono compensati. Lo stesso
vale anche per le Banche Centrali, laddove la Banca A è indebitata con la Banca
B, a sua volta indebitata con la Banca A. Trattasi di semplice clearing, e non
vi è nessun trasferimento, ma a fine giornata debiti e crediti bilaterali si
compensano.
Non c’è dubbio quindi che il ruolo ultimo delle riserve
bancarie sia quello di rendere sicuro e stabile il sistema dei pagamenti
nazionale (e internazionale), evitando che i pagamenti vengano regolati tramite
promesse di pagamento di agenti privati. Difatti, ogni banca commerciale emette
il suo mezzo di pagamento tramite il quale gli agenti non-banca (famiglie e
imprese) possono regolare le proprie relazioni di debito-credito ma ciò che non
si vede in superficie è, appunto, la finalizzazione che avviene nel mercato
interbancario in seguito ai molteplici e continui ordini di pagamento da parte
dei clienti delle banche commerciali. Il principio che guida l’attuale sistema
dei pagamenti è, in definitiva, la gerarchia monetaria che vede al vertice la
moneta di Banca Centrale. E questo è poi il perché chi ragiona in termini di
clic del mouse sbaglia. Ciò non significa negare che le banche commerciali
emettano moneta né significa negare che abbiano un potere spropositato e che
viviamo in un mondo in cui la forma più diffusa di mezzo di pagamento è la
moneta creditizia emessa dalle banche commerciali secondo uno schema “i
prestiti creano i depositi”. Significa, semmai, capire come tecnicamente queste
transazioni avvengano e significa capire come funzionano i sistemi di
pagamento. Dopo tutto se fossero come dicono i fautori del clic, non
esisterebbe nessuna stretta creditizia. Comunque, successivamente vedremo che
una banca commerciale crea moneta all’atto del prestito e si procura le riserve
necessarie a finalizzare i pagamenti successivamente come i seguaci di Kaldor e
di Moore sostengono, che è l’ennesimo modo di dire che la moneta è creata dalla
domanda di credito e dunque è una variabile endogena.
2. L’obbligo di emettere moneta
È un titolo un po’ provocatorio ma questo è un punto fondamentale
da comprendere. Scott Fullwiler nel suo pregevole studio Modern Central Bank Operations – The General Principles (2008) ci
ricorda, come secondo principio, che la Banca Centrale, dal momento che detiene
il monopolio dell’emissione di riserve bancarie (base monetaria) ha l’obbligo giuridico di promuovere e
garantire il buon funzionamento dei sistemi di pagamento. Questo punto è
spesso sottovalutato se non dimenticato dai cultori della materia, ma ad
un’analisi attenta delle transazioni non può che essere così. Immaginate se una
Banca Centrale si rifiutasse costantemente di emettere l’ammontare di riserve
bancarie esattamente domandato dalle controparti: oltre che una pesante
volatilità dei tassi d’interesse avremmo anche notevoli disfunzioni nei pagamenti,
perché viene a mancare il mezzo di pagamento necessario da un punto di vista
gerarchico. Questo lo dice,
tra le righe, anche la BIS:
“Because
the settlement of each payment involves a direct transfer of the settlement
asset, RTGS systems require substantially more of the asset to ensure smooth
payment flows. To enable this, most central banks provide intraday credit to
banks participating in these systems in quantities which in some cases dwarf
the banks’ overnight balances or their overnight borrowing from the central
bank.” (2003b, p. 4)
(ndC: “dato che il regolamento di ogni pagamento richiede un
trasferimento diretto dello strumento di regolamento, i sistemi RTGS richiedono
un ammontare molto superiore di questo strumento per assicurare un flusso
regolare di pagamenti. Per garantirlo, durante il giorno molte banche centrali
forniscono alle banche che partecipano a questi sistemi credito in quantità
tali da far sembrare esigui i saldi overnight, o i prestiti overnight da parte
della banca centrale”)
(ndC: nella prima frase ci sono troppi “menti”, ma ho
dormito solo cinque ore, poi vedrò di regolare la situazione).
E anche:
“During the
day, deposits with the central bank can be used to make interbank payments,
whose completion is a critical activity for the economy at large. If the intraday balance available for
payments is too small relative to the value of payments to be made in a given
time, it could result in gridlock, preventing payments from being executed.
Thus in many cases central banks provide intraday credit to banks and other
account holders.” (2003b, p. 8, grassetto mio)
(ndC: vedi sopra per la traduzione).
È importante notare che i sistemi di pagamento sono le
fondamenta di un sistema economico efficiente, quindi il ruolo che la Banca
Centrale ha in questo frangente è indispensabile ed è per questo che da secoli
agiscono così. Lo riconosce anche il Board of Governors della FED nel 1990:
“[…] a
reliable payments system is crucial to the economic growth and stability of the
nation. The smooth functioning of
markets for virtually every good and service is dependent upon the smooth
functioning of banking and financial markets, which in turn is dependent upon
the integrity of the nation’s payments system” (Board of Governors 1990, 2)
(ndC: “un sistema dei pagamenti affidabile è cruciale per la
crescita e la stabilità economica della nazione. Il regolare funzionamento di
praticamente ogni mercato di beni e servizi dipende dal regolare funzionamento
dei mercati bancario e finanziario, che a sua volta dipende dall’integrità del
sistema dei pagamenti della nazione”).
Non a caso quindi ogni Banca Centrale fornisce le riserve
bancarie domandate (contro garanzia), esattamente per evitare sia la volatilità
dei tassi, che, soprattutto, difficoltà nei pagamenti interbancari. Anche
questo principio ci conferma la natura endogena della moneta, in quanto la
Banca Centrale non può sapere l’ammontare di riserve necessarie (o meglio, può prevederlo,
e ci sono alcuni casi in cui lo fa abbastanza bene, come in Canada) e non può
sapere gli eventuali deficit di liquidità che si vengono a creare. Per questo
motivo fornisce la liquidità necessaria e fa in modo che sia sempre presente la
liquidità necessaria, in quanto questo è il suo ruolo, come riconosciuto da più
parti, “the primary objective of all
central banks is to ensure the smooth functioning of their countries payments
systems” (Government Accountability Office 2002, 2, grassetto mio; ndC:
“l’obiettivo primario di ogni banca centrale è quello di assicurare il regolare
funzionamento del sistema dei pagamenti del proprio paese”).
3. La riserva obbligatoria
“Today,
there is consensus that the main purpose of reserve requirements lies in
facilitating the control of short-term interest rates. This stabilizing effect
works in two ways. First, if reserve requirements are set above the demand for
working balances, which fluctuate from day to day, they stabilize the demand
for reserves. Second, if reserve requirements are to be held only on average
over a reserve maintenance period, they provide a buffer against transitory
autonomous factor shocks.” (Bindseil 2007)
(ndC: “Oggi si pensa unanimemente che lo scopo principale della
riserva obbligatoria sia
quello di facilitare il controllo dei tassi di interesse a
breve termine. L’effetto stabilizzante agisce in due modi. Primo, se gli
obblighi di riserva sono superiori alla domanda di saldi operativi, i quali
fluttuano da un giorno all’altro, essi stabilizzano la domanda di riserve.
Secondo, se gli obblighi di riserva devono essere soddisfatti solo in media con
riferimento a un certo periodo, essi forniscono un tampone contro shock transitori
determinati da fattori autonomi”)
Così il solito Ulrich Bindseil spiega la funzione della
riserva obbligatoria. Lo stesso punto è confermato dalla stessa BCE nel
documento The Monetary Policy of ECB (2011, pag. 101) in cui si spiega:
“The first
key function of the minimum reserve system is to stabilise money market
interest rates. […] A second important function assigned to the minimum reserve
system is the enlargement of the structural liquidity shortage of the banking
system. The need for credit institutions to hold reserves with the NCBs
contributes to increasing the demand for central bank credit which, in turn,
makes it easier for the ECB to steer money market rates through regular
liquidity-providing operations.” (ECB 2011)
(ndC: la prima funzione chiave della riserva obbligatoria è
quella di stabilizzare il tasso di interesse del mercato monetario. [...] La
seconda importante funzione assegnata alla riserva obbligatoria è l’ampliamento
della strutturale carenza di liquidità del sistema bancario. Il bisogno delle
istituzioni creditizie di mantenere riserve presso le banche centrali nazionali
contribuisce ad accrescere la domanda di credito erogato dalla banca centrale,
il che, a sua volta, consente alla Bce di pilotare più facilmente i tassi di
interesse di mercato monetario attraverso operazioni regolari di provvista di
liquidità”.
È chiaro, quindi, che la riserva obbligatoria ha lo scopo di
facilitare il controllo del tasso d’interesse a breve termine, stabilizzare la
domanda di riserve bancarie e mantenere uno stock di riserve per far fronte a
fattori autonomi fuori dal controllo sia delle banche che della Banca Centrale.
La riserva obbligatoria, peraltro, non è
detto che sia uno strumento necessario, come confermano i vari casi di Banche
Centrali che non la richiedono, ma le due più importanti Banche Centrali,
ovvero la FED e la BCE richiedono il mantenimento di una riserva minima,
attualmente molto bassa, con una differenza importante, la prima concede alle
banche la possibilità di inserire nel computo della riserva obbligatoria anche
la moneta fisica detenuta (le banconote), mentre la seconda come dicevo, non lo
permette.
La riserva
obbligatoria, come in genere il livello di riserve bancarie, non ha nulla a che
fare con il cosiddetto moltiplicatore monetario, in quanto, quest’ultimo, è
un modello che non ha nessuna attinenza con la realtà dei sistemi di pagamento
e delle prassi quotidiane. Come
sottolinea Bindseil:
“In
addition, whoever has worked in the credit department of a commercial bank,
will confirm that the decision to grant a loan is never done on the basis of
the bank’s current level of excess reserves. Excess reserves can be traded in
the money market, and what matters is their opportunity cost” (Bindseil, 2004)
(ndC: “inoltre, chiunque abbia lavorato nel settore crediti
di una banca commerciale, confermerà che la decisione di accordare un prestito
non è mai preso sulla base del livello corrente di riserve in eccesso. Le
riserve in eccesso possono essere scambiate sul mercato monetario, e quello che
conta è il loro costo opportunità”
Comunque, ci torneremo nelle parti successive.
Bibliografia
Bindseil,
U. (2004). The Operational Target of Monetary Policy and the Rise and Fall of
Reserve Position Doctrine, ECB Working Paper Series N. 372
Bindseil,
U. Nyborg K. (2007). Monetary policy implementation: A European Perspective,
NHH
Committee
on Payment and Settlement Systems (2003b), The Role of Central Bank Money in
Payment Systems, Basle: Bank for International Settlements.
Godley, W.
and Cripps, F. (1983). Macroeconomics, London, Fontana
Godley, W.
and Lavoie, M. (2007). Monetary Economics: An Integrated Approach to Credit,
Money, Income, Production, and Wealth, London, Palgrave/Macmillan
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