"Infelice Atlante! Un mondo, l'intero mondo del dolore devo portare. Sopporto l'insopportabile, e il cuore mi scoppierà in petto."
Così Schubert, nel suo Schwanengesang, il canto del cigno. Simbolicamente, anche quello che rischia di essere il canto del cigno di un ben altro artista, Pier Carlo Padoan, nasce all'insegna di Atlante. Il fondo Atlante, quello del quale avrete sentito parlare e che mi accingo a commentare a Prima Serata su Mediaset TgCom 24 (alle 21:30, dopo una meritata doccia).
Preferirei farvi l'analisi dell'Atlas di Schubert. Ma mi tocca farvi una rapida analisi del fondo Atlante, frutto di conversazione con membri del comitato scientifico di a/simmetrie (le opinioni espresse sono comunque mie) e con Charlie Brown, che ringrazio particolarmente.
Il Fondo Atlante
è una operazione impostata in fretta e furia per puntellare il sistema a fonte
del rifiuto dei mercati di sostenere le banche italiane più o meno decotte/deficitarie
di capitale. Di fatto sposta perdite in conto capitale da una parte all'altra
del sistema finanziario, con l'unico scopo di far sopravvivere il sistema in
attesa della "ripresa". Una "ripresa" che non arriverà
finché siamo nell'euro, come ci siamo detti mille volte. Ma è anche un intervento
marginale e quindi insufficiente. A livello sistemico le perdite
inespresse a bilancio sono di qualche decina di miliardi, come
ammette Repubblica. Va infatti capito che il problema non sono le sofferenze
di per sé, cioè il fatto che una banca possa trovarsi a che fare con cattivi
pagatori (cosa tanto più probabile quanto più l’economia è in crisi), ma il
fatto che esse siano correttamente appostate in bilancio (cioè siano
correttamente svalutate: insomma, se si sa che la banca dei 100 che ha prestato
ne riceverà 40, l’importante è che il bilancio sia in equilibrio dopo che all’attivo
è stato scritto 40 al posto di 100). Se e in quanto non lo siano, il sistema
bancario diventa una bomba a orologeria.
Per di più, l’operazione
nasce in una logica emergenziale: il fondo pare sia di 5 miliardi di cui la
gran parte "prenotati" per i 2 aumenti veneti ed il restante per MPS.
Cosa resta per sostenere il sistema?
Il punto ancora
più grave è che le sofferenze sono in realtà sopravvalutate nei bilanci di buona
parte delle banche. Le svalutazioni effettuate da Bankit nel caso Etruria sono
rivelatrici (c'è chi sostiene che abiano accettato un 17% per paura di trovare qualcosa di peggio dopo una accurata due diligence), e forse potrebbe interessarvi questa semplice
simulazione.
Collocare le
sofferenze al valore giusto vorrebbe dire per le banche erodere il capitale,
con effetti a catena devastanti. Per questo, probabilmente, i crediti
verrebbero acquistati ad un valore superiore a quello veramente
"equo". Quello " veramente equo" riflette le condizioni
dell'economia reale ( attorno al 30%, pare) mentre quello "equo a
bilancio" è messo a bilancio dalle banche in gran parte non usando il
concetto forward looking di cui all'IFRS9. La logica applicata è
quella di aspettare l’autopsia per diagnosticare il cancro, e fino a quel
momento si presume che sia una
polmonite curabile.
Vi sono poi altri
punti da considerare.
1. più la cosa si
gestisce "privatisticamente in emergenza" più, per l’effetto panico, il
valore di realizzo scende anche sotto il valore "veramente equo",
aprendo spazi per l'intervento di fondi avvoltoio che pasteggiano sui resti del
cadavere. Ecco i vari Quaestio, Apollo, ecc. all'opera, all'interno di
quel "pacchetto professionale" che è l'operazione Atlante, ma
anche, sicuramente nei piani, ed in modo molto più massiccio, dopo.
2. Tanto per
capirci, la logica emergenziale è quella che ha spinto il governo ad accettare
la risoluzione delle quattro banche famigerate prezzando le loro sofferenze a
un valore del 17%, decisamente inferiore a tutte le precedenti valutazioni,
causando alcuni danni collaterali quali la morte di una persona e la perdita di
35 miliardi di capitalizzazione del comparto bancario fra gennaio e metà
febbraio (quando i problemi hanno lambito Deutsche Bank, e dall’Europa è
arrivato il “contrordine compagni” – non si sa bene come: forse un’ELA a
Deutsche Bank per
riacquistarsi un po’ delle sue deiezioni?).
3. La cosa oltre a
essere indegna è molto pericolosa perché se il mercato vede che il
"salvataggio" non basta allora aggredisce le “big” (tra cui
Unicredit). Ed il filo porta dritto a Berlino e Parigi.
4. gli aiuti di
stato impliciti nell'acquisto delle sofferenze a prezzi comunque sopra il
"vero valore equo" forse non sfuggiranno. Renzi sta vendendo il
benestare prima di averlo o avuto, esattamente come fu fatto per l'aumento del
Banco Popolare. Negoziare con Bruxelles in una situazione di emergenza
vita o morte vuol dire esser sempre più condizionati Quello che servirebbe
sarebbe una garanzia pubblica senza tante storie (anzi, per MPS e BpopVi e
Veneto e Etruria e le altre morte che camminano una nazionalizzazione secondo
me): come
ho detto al GR stamattina.
Il Financial
Times indica in 56 miliardi le "sofferenze" lorde da gestire:
sofferenze che dovrebbero valere solo 15 miliardi (30%). Ma le
“sofferenze” son sottovalutate: moltissimi “incagli” e “ristrutturati” sono in
realtà sofferenze. Ovviamente la City vuole una “narrativa” che “calmi le
acque” e permetta di fare business sul sistema finanziario italiano
(spogliandolo di valore).
Insomma: siamo vicini
al commissariamento previsto a Natale, più lo spolpamento (i profitti dei
vulture funds sono risorse sottratte all’economia ed al credito nazionale).
Ci sarebbero
altre considerazioni da aggiungere su questa Europa che fa due pesi e due
misure (quando hanno dovuto salvare la banche del Nord Europa che erano
impestate di prodotti speculativi hanno impegnato fino a 6000 miliardi di
garanzie pubbliche, di cui effettivamente spesi 1500, di cui circa 260 in
Germania, per nazionalizzare, fra l’altro, fior di banche), e su queste
autorità di “supervisione” che in realtà svolgono un ruolo destabilizzante
attraverso normative come quella sul bail-in, che noi applichiamo da bravi
soldatini, mentre il resto dell’Europa si netta le terga con Trattati in vigore
da 20 anni, come quello di Schengen. Di una cosa in vigore da due mesi e della
quale si vede che non funzione e che ce l’hanno imposta per fotterci forse
potremmo serenamente fare a meno, no? O anche, se la gentile signora Vestager
dovesse ritenere che la tutela costituzionale del risparmio è aiuto di Stato,
magari un governo interessato alle sorti del paese potrebbe dirle: “Cara,
grazie per la sua opinione. Noi intanto facciamo come ci pare, così evitiamo di
bruciare in borsa 35 miliardi che lei certo non ci ridarà – e l’Europa nemmeno.
Poi, se lei non è d’accordo, ci faccia causa alla Corte di Giustizia dell’Unione
Europea. Se perderemo decideremo se pagare o anche no. Stia bene”.
Ecco: questo, se
Renzi si decidesse a cantarlo, non sarebbe il canto del cigno. Ma anche quello
che sta cantando, più che il canto del cigno, duole dirlo, sembra il canto del cappone.