L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Ci sono due modi di rispettarmi: rispettarmi, e non rispettarmi. Come ogni persona (con la probabile eccezione di NSGC e Gandhi), applico reciprocità.
C'è un unico modo di non rispettarmi: non rispettare il mio tempo.
In compenso, ci sono molti modi di non rispettare il mio tempo, e il più odioso di tutti è chiedere la mia opinione sugli sproloqui del primo dilettante che passa per strada.
Segue esempio (anonimizzato):
Buona sera Prof,
la seguo moltissimo su goofynomics [Ndc: non si direbbe!]e le chiederei
se volesse spendere 10 minuti del suo tempo per leggere il link di [sito dilettantesco infarcito di banner pubblicitari], e precisamente l’intervista a [quidam de populo non repertoriato né in Scholar né in IDEAS] che neanche tanto
velatamente mette in discussione dei punti [parole random] da lei affrontati in maniera molto analitica.
Che ne pensa? Cos’è che non funziona nell’articolato
dell’intervista?
Cordialmente
Un Kamikaze
Torno a chiarire un punto: la mia opinione su una banalità (dal punto di vista teorico) come la crisi dell'Eurozona non interessa nemmeno a me e non deve interessare a voi, per il semplice motivo che questo blog è nato per presentare fatti, non opinioni, e per insegnarvi a valutarli autonomamente. Tanto meno deve interessare la mia opinione su opinioni sconclusionate. Se non ce la fate a capirlo, vuol dire che non sono riuscito a spiegarlo: ne prendo atto, ma non posso farci niente: più di quello che ho fatto, dopo sei anni passati come un sol di violino accordato sul mi, non potevo fare, e difficilmente resisto alla umana tentazione di irritarmi nel constatare questo mio evidente fallimento. Quello che sta succedendo non è materia di "opinioni" o di "chennepenZa": sono processi oggettivi descritti in modo assolutamente rigoroso e inequivocabile dalla letteratura scientifica (chi non ne fosse convinto, può ripassare dal via). Anche solo evocare la doxa, anche solo immaginare di sollecitare un "chennepenZa" della doxa di chi, non avendo documentata esperienza di ricerca nel campo, non ha alcun titolo per esprimerla (pur avendone, evidentemente, tutto il diritto - ma diritto e titolo sono due parole diverse), significa non aver capito lo spirito di questo blog, che è aiutarvi a pensare, non a scassarmi i cabbasisi.
Tra l'altro, per una inesorabile regolarità empirica, chi si arroga in questo modo insulso il ruolo di padrone del mio tempo, in ogni singolo cazzo di caso risulta non aver contribuito ad a/simmetrie, che è la struttura che (fra l'altro) mi permette di risparmiare tempo, e di rendere più efficace e penetrante la diffusione del mio messaggio (che non sono le "mie" teorie, o, come dicono i cialtronissimi, "tesi", ma le teorie altrui, quelle del vero mainstream economico - non dei gentili colleghi che hanno deciso di rinnegarlo). Non dico che contribuire ad a/simmetrie implichi "comprare" il mio tempo (nel caso, vi faccio sapere quanto venivo pagato quando invece di salvare il mondo facevo consulenza... e vedrete che rinuncerete a farmi domande!). Significa però regalarmi tempo, cioè dare un'adesione concreta e rispettosa al progetto che qui a chiacchiere tutti dite di voler sostenere, mentre nei fatti, in molti casi, l'unica cosa che vi interessa è la mia riverita attenzione, l'attenzione di uno che vorrebbe solo essere dimenticato e appartarsi a commentare il Timeo per lo stipendio di nessuno. Non è quindi strano che chi distrugge il mio tempo con email inutili e irritanti (per i motivi appena esposti) si rifiuti, di converso, di dare un cenno concreto di sostegno al progetto.
Chi mi scippa tempo non lo fa per regalarmi tempo!
Il modo migliore di dimostrarmi il vostro affetto è offrirmi un caffè: in questo modo mi darete prova di due fatti essenziali:
1) che voi non avete più bisogno di me, cioè che sono riuscito a rendervi autonomi nel giudizio;
2) che voi credete nella mia capacità di riuscire a orientare progressivamente l'opinione pubblica portando nel dibattito contenuti scientificamente autorevoli e divulgandoli con efficacia comunicativa.
Credo di aver dato prova di queste abilità (se sono arrivato sul Sole 24 Ore, e prima sul Financial Times, e sulla CNN...), e credo che sostenermi per molti di voi non sarebbe un enorme sacrificio.
Eppure, il semplice fatto che con migliaia di lettori e follower (molti sono troll) il 5x1000 sia venuto solo da circa 1400 persone è abbastanza eloquente. A differenza di altre benemerite istituzioni, quella che sostiene la mia attività di ricerca e divulgazione non riceve (chissà perché!) un pozzo di milioni dalle istituzioni europee. Informatevi, fate due conti, e vedete un po' voi come metterla. Da chi ritiene che tutto gli sia dovuto, incluso il lavoro mio e di a/simmetrie, e sia gratis, mi aspetto creda anche che noi possiamo risolvere i problemi del mondo (i problemi dell'infanzia, dei rifugiati, dei poveri) senza prima aver risolto i nostri, come se diventare poveri ci consentisse di aiutare meglio chi povero lo è già: e invece, semplicemente, diventare poveri, distruggere il nostro benessere applicando regole irrazionali dettate dagli interessi miopi ed autodistruttivi di una minoranza, ha come unico risultato quello di impedirci di solidarizzare con chi ha bisogno del nostro aiuto, e di privarci dei mezzi per darglielo. Mi sembra quindi evidente quale sia la priorità, nel momento in cui si voglia tentare di rendere il mondo un posto migliore. Ma indipendentemente da queste valutazioni, non chiedetemi di rispondere a una oggettiva mancanza di rispetto con manifestazioni di commosso e riconoscente entusiasmo: sarei ipocrita.
La pubblicazione del lavoro sull'uscita dell'Italia dall'Eurozona chiude un primo ciclo dell'attività di a/simmetrie, portando in Classe A dell'ANVUR (non chiedetemi che ne penso) il tema dei costi macroeconomici di una dissoluzione dell'euro, che abbiamo visto finora affrontare per lo più in modo indegnamente cialtronesco, a un punto tale da rendere inevitabile la reazione della parte sana del mainstream economico (purtroppo ancora minoritaria: il che rende tanto più meritorie le voci isolate che si stanno levando).
Ora inizia un secondo ciclo: quello in cui questi contenuti devono essere diffusi. Se già la ricerca costa (i ricercatori mangiano, quindi hanno bisogno di uno stipendio; i dati e i software costano; inviare un articolo a una rivista scientifica costa; i PC costano; rendere open access un paper costa; presentare un lavoro a una conferenza costa; e così via...), la diffusione dei suoi risultati costa ancora di più, perché richiede staff per gestire contatti, inviare newsletter e comunicati stampa, analizzare il traffico social, organizzare seminari, ecc.
Queste risorse devo cercarle io, e non è un'attività semplice. Quindi, quand'anche non fosse (come è) una cosa estremamente inopportuna, piantatela coi "chennepenZa": purtroppo ho cose più urgenti da fare che rispondere a domande sciape e irrilevanti. Devo ancora rispondere a Cochrane, per dire: non posso occuparmi di Pinco Pallino (che rispetto come persona, ma che non esiste come economista). Viceversa, se non avete migliori opportunità, considerate di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie (qui è spiegato come fare). E se ne avete la possibilità ricordatevi di offrirmi un caffè: non lo berrò, lo dedicherò alle attività che vi ho appena descritto, e che descriverò in un post più analitico.
Credo mi corra l'obbligo di commentare una vittoria annunciata (in fondo a questo post: "E comunque il Cazzaro perde").
Credo anche che il modo migliore di farlo, per quanto possa sembrare eccessivamente egotista, sia quello di metterla in relazione a un'altra vittoria annunciata, la nostra seconda vittoria consecutiva ai MIA.
Non pretendo di stabilire alcuna relazione causale fra le due. Non siamo certo stati noi a far perdere Renzi: qualsiasi sconfitta è sempre ed ovunque merito dello sconfitto (anche se lui tende legittimamente a vederla in un altro modo), così come del resto non è certo stato Renzi a far vincere noi. Diciamo che queste due increspature distanti e incorrelate del gran mare dell'essere sono però epifenomeni dello stesso vento: il vento della SStoria, e sono entrambe rivelatrici, ognuna à sa façon, di quale sia oggi il principale problema, di chi sia oggi il più temibile nemico della nostra democrazia e del nostro benessere.
Si suole dire che quello della prostituta sia il mestiere più antico del mondo. Ma questa asserzione è palesemente errata, e a smentirla basta la Genesi. Adamo ed Eva vivevano nel Paradiso terrestre, dove non avevano bisogno di lavorare col sudore della fronte (e nemmeno di partorire con dolore): un mondo privo di ostetriche e di capufficio, un mondo di innocenza e serenità, così come ce lo restituisce la Vulgata: "Erant autem uterque nudi, Adam scilicet et uxor eius, et non erubescebant."
Dove cominciano i problemi? Nel capitolo 3 (come il parametro di Maastricht, ma anche come il numero pitagorico della Vollendung, per chi può capirmi: gli altri sono europeisti...). Compare, in quel capitolo, il primo professionista della storia:
1 Et serpens erat callidior cunctis animantibus agri, quae fecerat Dominus Deus. Qui dixit ad mulierem: “Verene praecepit vobis Deus, ut non comederetis de omni ligno paradisi?”.
2 Cui respondit mulier: “De fructu lignorum, quae sunt in paradiso, vescimur;
3 de fructu vero ligni, quod est in medio paradisi, praecepit nobis Deus, ne comederemus et ne tangeremus illud, ne moriamur”.
4 Dixit autem serpens ad mulierem: “Nequaquam morte moriemini!
5 Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut Deus scientes bonum et malum”.
Il serpente si rivolge a Eva per propagandarle il mito di un mondo senza confine alcuno ("Verene praecepit vobis Deus..."), assistito in questo suo compito mortifero dal poter vendere a Eva l'illusione di accedere, accettando acriticamente questo mito scisso da alcuna reale esigenza ("De fructu lignorum vescimur..."), ad una élite culturalmente e quindi antropologicamente superiore ("Eritis sicut Deus").
Io non sono un esegeta, ma... questa storia vi ricorda qualcuno o qualcosa?
(...Riccardo: se mi leggi, mi perdonerai, e poi mi darai una penitenza. Ma S. Agostino ancora non l'ho letto: in trincea mi si infangherebbe. La trinità la capirò quando sarà venuto il momento...)
Eh già... Il mestiere più antico del mondo non è la prostituta: è la presstitute, il gazzettiere al servizio di una disumana élite globalista. Insomma, il giornalista con la "s" di serpente, ma anche con la "s" di...
Le due vittorie, quella nostra e quella del "no" (che è anch'essa, soggettivamente, una vittoria nostra perché qui tutti auspicavamo una sconfitta del "sì"), sono entrambe, in diversa misura, una sconfitta delle presstitutes, l'ultima di una lunga serie che non si arresterà qui, come hanno capito pochi ma buoni.
Ha cominciato Marco Palombi, sul Fatto Quotidiano del 23 novembre:
distanziandosi in modo risentito e incisivo dal più triste dei nuovi farisei: Rampini, autore di una ipocrita e tardiva palinodia che non meritava nulla di diverso dalle poche, veementi parole che Palombi gli ha dedicato. Quello che Marco dice a Rampini è appunto: "Caro Federico, "eritis sicut Deus" lo hai detto tu, non io, quindi parla per te!"
Certo, Palombi è bravo e coraggioso. Ma basterà un Palombi a salvare l'onore della professione?
Forse no, come del resto non basterò io a salvare l'onore della mia (nonostante abbia iniziato con cinque anni di anticipo a fare nella mia il lavoro che Marco sta facendo nella sua).
Stanno però arrivando i rinforzi.
Marco Travaglio, un giornalista al quale non si può disconoscere uno sfolgorante talento, anche se mi è capitato di polemizzare spesso con lui per la sua visione dell'economia fattualmente incoerente con quei principi liberali cui egli stesso dichiara di ispirarsi (ricorderete l'ironica legge di Travaglio, sulla quale ma non c'è mai stato tempo per un confronto approfondito), ieri sera ha magistralmente scacciato i mercanti dal tempio:
Ecco, Marco, tu sei abituato alla solitudine (dici), ti meravigli della sorpresa altrui, e ti indigni per il tradimento dell'intellighenzia...
Benvenuto nel mio mondo.
Sai, su questo tradimento io qualche parola l'ho spesa (penso al capitolo 5 de L'Italia può farcela), il fenomeno l'ho studiato, e posso dirti che questo tradimento delle élite ha un nome, un nome che tu, per motivi che non mi spiego, non vuoi pronunciare. Se e quando vorrai farlo, quello sarà un vero punto di svolta per il nostro paese, perché con un alleato come te al suo fianco la verità, che già a mani nude se la cava benissimo (come i risultati di ieri dimostrano) liquiderebbe immediatamente la menzogna. Se invece vorrai continuare a ripetere come un Gutgeld qualsiasi che "il problema dell'Italia è l'Italia", noi continueremo comunque a volerti bene per le tue parole di ieri sera.
Quelle parole hanno messo a nudo, di fronte al circolo dei nuovi farisei (il cui principe infatti ha immediatamente sviato il discorso) quale sia oggi la questione politica cruciale, perché è cruciale per il nostro ordinamento politico democratico: quella di un giornalismo che è totalmente appiattito di fronte ai grandi interessi economici, che è puro veicolo di propaganda e non di lecita espressione di opinioni, che è showbusiness e non laboratorio di elaborazione e confronto di idee, che è completamente privo di qualsiasi rappresentatività rispetto a una società civile cui non solo non dà voce, ma della quale denigra e combatte le voci migliori per mezzo di sicari prezzolati, che si costituisce, in tal modo, come ostacolo alla democrazia impedendo la maturazione della coscienza dei lettori, e che però, proprio per questo, si sta avvitando su se stesso, e constata con uno stupore commovente (ma inquietante) la propria crescente incapacità di incidere sull'opinione pubblica, la propria vertiginosa perdita di credibilità e di autorevolezza.
Qualche sera fa, a cena con uno degli esponenti del più prestigioso fra questi megafoni del potere, a valle della mia osservazione che un certo articolo sulle banche che sarebbero fallite a causa del no era lievemente impreciso (se avesse vinto il sì, voi oggi comprereste azioni MPS, nonostantestiano per ovvi motivi recuperando mentre scrivo!?), raccoglievo con commossa e partecipe solidarietà le sue parole: "Ma tanto oggi non contiamo più nulla, la gente non legge noi, legge il Daily Mail...". Lo sanno che si stanno condannando all'irrilevanza, come lo scorpione sa che annegherà, al punto che usano questa crescente coscienza della propria incapacità di raggirare i lettori come meccanismo autoassolutorio: "Possiamo dire qualsiasi scemenza ci venga chiesto di dire da chi ci paga, tanto non siamo più in grado di far danno perché non siamo più credibili". E dormono sonni tranquilli (agli Hamptons).
Ma attenzione, non è affatto un bene che i media si stiano palesando per quello che sono: meri strumenti di propaganda unidirezionale, nemici del pluralismo, nemici della democrazia, apertamente ostili al suffragio universale, pronti a denigrare (al netto degli ipocriti mea culpa à la Rampini) gli elettorati che si pronuncino in modo contrario agli interessi percepiti dei propri editori, i quali, a loro volta, non sembrano poi tanto in grado di percepire quali siano i loro reali interessi, come la vicenda fallimentare del Sole 24 Ore dimostra. Il metodo fascista dei media, quello che ho chiamato in tempi non sospetti "il fascismo dell'opinione" (a pag. 283 de "L'Italia può farcela), il metodo consistente nel presentare come fatti le porche e disinformate opinioni dei loro mestieranti (Lombroso reconnaitra les siens...), sta determinando due derive pericolosissime, dalle quali tutti, loro per primi, rischiamo di venire schiacciati.
La prima pericolosa deriva è quella di aver disabituato i cittadini a ragionare in termini di fatti, in particolare di serena e fattuale valutazione del dato economico, e di quanto esso incida sui propri e sugli altrui interessi. Nel mondo dell'opinione totalizzante, i fatti diventano fattoidi, e chiunque può costituirsi fonte statistica nel dibattito, tenendo sempre aperta la porticina del "l'economia non è una scienza", da usare come uscita di sicurezza nel caso in cui venga messo di fronte alle proprie responsabilità e alla propria incompetenza. Se l'economia non è un scienza, chiunque può parlarne, giusto? Parlare di medicina senza averne titolo può costituire reato, mentre di economia chiunque può parlare, come di calcio, perché... non sono scienze! Eppure la cattiva economia uccide quanto e più della cattiva medicina: uccide i corpi, ma soprattutto le anime: priva di futuro, di prospettiva, di speranza...
Lo scopo di chi si costituisce epistemologo della domenica è esattamente questo: accreditare nel dibattito opinioni totalmente infondate, partendo dal presupposto (falso) che tanto una valga l'altra, che un economista non sia più legittimato a pronunciarsi in materia economica di un simpatico laureato in lettere. Va notato un paradosso: i centri dai quali parte questa denigrazione della dignità scientifica dell'economia sono, come chi è nel dibattito sa bene, esattamente quelle grandi università connesse alle reti transnazionali di elaborazione del pensiero unico, i cui aderenti sono così puntigliosi nel rivendicare e nel pretendere scientificità (da misurare secondo parametri autoreferenziali). Sì, insomma, paradossalmente i bocconiani della pirreviù sono anche quelli de "l'economia non è una scienza". Ma il paradosso è solo apparente: loro, infatti, sono quelli che più hanno mentito, e che quindi più di tutti, perfino più dei giornalisti, hanno necessità di potersi assolvere, portando avanti l'idea che le loro menzogne sarebbero state ininfluenti, perché, dato che l'economia "non è una scienza", dire a un governo che in recessione l'austerità fa bene non è come dire a un adolescente che fumare fa bene.
Purtroppo non è così: il nesso causale esiste, è stabilito dalla letteratura scientifica, e un economista che porta avanti certe tesi smentite dalla sua stessa scienza è del tutto equivalente a certi medici dal comportamento poco scrupoloso. Questo blog è testis fidelis ac verus del fatto che l'economia è una scienza, perché quanto abbiamo scritto o si è già realizzato (a partire dalle crisi di Finlandia e Francia) o si realizzerà (e qui sapete di cosa parlo), e questo è il motivo del suo successo (e del fallimento altrui).
Torniamo ad occuparci di media...
Le idiozie profferite da questi ultimi in tema di "svalutazzioneinflazzionebbrutto" (di cui qui vi ricordo un esempio) sono solo la punta di un iceberg che galleggia perché fatto non di ghiaccio, ma di un'altra materia dallo scarso peso specifico (e dall'odore più penetrante). Questo simpatico iceberg marrone, a differenza del dirigibile cui ci parla Elio, un'elica e un timone ce l'ha: il suo scopo è molto trasparente, e l'ho descritto qui: costruire una società orwelliana dove il controllo del passato, da parte di chi controlla il presente, sia strumento di controllo del futuro (non è un caso se Elio parla di "Nubi di ieri sul nostro domani odierno": l'arte, se è arte, ci parla dell'uomo e quindi della società più di intere legioni di "scienziati").
Sì: i media, o meglio i loro editori, vogliono farci credere che quando ieri ci autodeterminavamo stavamo peggio di oggi, perché è loro intento negarci ulteriore autodeterminazione domani.
Dobbiamo opporci, e ieri lo abbiamo fatto, in assoluta coerenza con un lavoro che qui stiamo portando avanti da cinque anni.
La seconda deriva che i media, i "fascisti dell'opinione", hanno messo in moto, è ancora più pericolosa. Presentando opinioni come fatti, hanno talmente screditato il diritto alla libertà di opinione, che se una deriva autoritaria si manifestasse (come potrebbe) e mettesse un bavaglio a questi che ormai sono collettivamente percepiti come servi cialtroni, l'opinione pubblica accoglierebbe questa decisione non con preoccupazione, ma con sollievo. La reazione sarebbe: "Ci avete mentito per anni, mentito sui dati fattuali (quanto fosse la disoccupazione nel 1977, quanto fosse l'inflazione nel 1992), ci avete mentito sugli scenari, riportandone di totalmente scissi dai risultati della ricerca scientifica (ad esempio sulla Brexit): se ora vi mettono un bavaglio, ce ne faremo una ragione!". Sbaglierebbe, certo, chi pensasse così, e non condivideremmo, come non condividiamo, nessun vincolo al diritto di opinione come ad altri diritti costituzionalmente garantiti.
Ma una domanda dobbiamo pur porcela: oggi è realmente possibile esercitare in modo sostanziale, non puramente formale, questo diritto?
Sui media, oggi, non esiste alcun confronto di opinioni. Attuare la Costituzione oggi vorrebbe dire, prima di ogni altra cosa, garantire una rappresentazione equilibrata delle opinioni prevalenti nella società civile. Non è così. Mentre in Europa si procede a tappe forzate verso una criminalizzazione del dissenso degna delle migliori teocrazie (da quella pontificia a quelle orientali), qui, nella periferia, i merdia continuano ad articolare trasmissioni basate sull'uno contro tutti, dove, per di più, l'uno viene estratto da un insieme di cardinalità due: o è il sottoscritto, o è Claudio Borghi (che se con la sua scelta politica, che rispetto, ha tatticamente guadagnato diritto di tribuna, d'altra parte ha anche prestato il fianco alle critiche degli imbecilli che "quello non lo ascolto perché è leghista"). Con le uniche tre eccezioni che conoscete (Il Fatto Quotidiano, TgCom24, e le trasmissioni di Andrea Pancani su La7), sui media oggi di opinioni ne esiste una sola, la loro, e una delle possibili voci di dissenso, la nostra, è stata sistematicamente denigrata e conculcata, nonostante fin dall'inizio fossimo stati molto scrupolosi nel mettere in evidenza come essa, al netto del delirio dei servi cialtroni che infestano anche la mia, di professione (come sopra ho ricordato), fosse scientificamente solida e condivisa dagli esponenti più autorevoli della scienza economica. Il j'accuse di Marco (uno dei due) mette in evidenza, non so quanto volontariamente, questo dato. Soprattutto Travaglio lo dice esplicitamente: nella società si agitavano altri conflitti, altre esigenze, e voi non avete saputo dar loro voce, non avete saputo rappresentarli.
La verità è che forse non hanno voluto, ma il risultato è comunque lo stesso: così facendo, i fascisti dell'opinione si stanno condannando all'irrilevanza e questo, purtroppo, non è un bene. Loro, e chi li paga, possono riprendere il sopravvento solo alzando i toni dello scontro, a costo di esplicitarne il contenuto reale, ovvero la regressione a una società neofeudale. Questo è quello che ormai non hanno paura di dirci, a partire dai guitti locali, tutto sommato irrilevanti nel loro patetico provincialismo,per arrivare a esponenti più rilevanti della fabbrica del falso. Guardate ad esempio questi due: la simpatica consulente della McKinsey che vorrebbe che le politiche pubbliche fossero certificate da agenzie "indipendenti" (come la sua):
(McKinsey, la patria di Yoram "il problema è l'Italia" Gutgeld, by the way...) e alla quale mi è occorso ricordare l'abbecedario della democrazia:
e il simpatico collega di Cornell:
Dopo averci tolto una parola che non ci hanno mai dato, vogliono toglierci un diritto di voto che la maggioranza non ha mai avuto reali opportunità di esercitare con consapevolezza.
Ecco cosa lega le due vittorie che mi proponevo di commentare: il rifiuto di questo metodo, la resistenza a questa aggressione. Le vittorie dimostrano che la Storia è con noi. Ma questi sono momenti terribili, pericolosi. Esorto tutti alla calma. La deriva autoritaria è alle porte, visibile nei documenti della Commissione che vi ho citato, e in tutte le riverite opinioni che vi ho documentato. La nostra risposta è efficace, ma potrebbe esserlo di più con più mezzi (e questo è un altro problema, del quale parleremo in altra sede). Intanto, ci sia di ausilio nella nostra lotta l'aver individuato il nemico immediato e prossimo della nostra: il sistema dei media. Dobbiamo contrastarlo con gli strumenti che ci offre non tanto la democrazia, che con questi media, appunto, non può esistere (non ci può essere democrazia sostanziale dove predomina il fascismo dell'opinione), quanto il capitalismo, quello sì reale, perché condannato a esserlo dalla sua stessa logica interna, quella del profitto.
Sarebbe così bello se ve la smetteste di guardare trasmissioni di merda alzando la loro share e portandole nei trending topic! Quando capirete questo, avrete cominciato a votare col portafoglio, e avremo fatto un piccolo passo avanti. Sarebbe così bello se smetteste di comprare i giornali che vi mentono! Quando cominceranno a fallire, dedicheremo loro un commosso e partecipe epicedio, e ci diremo che quando si spegne una delle tante voci che ripetono la stessa menzogna, il pluralismo si arricchisce e la democrazia ne guadagna. Sarebbe così bello se ve la smetteste di assumere sui social media toni esagitati che si rivelano infallibilmente un boomerang! Ora che sono loro, i servi delle élite, ad assumerli, nel loro smarrimento, voi servitevi a piene mani del nostro dizionario, marcando così lo scarto antropologico che esiste fra un uomo libero e un servo, fra un patriota e un verme, fra un partigiano e un repubblichino. La metà delle persone che ho bloccato su twitter (si parla di parecchie migliaia) erano cretini che credevano di stare dalla mia parte e che invece, pagati o meno, mi stavano oggettivamente mettendo in difficoltà.
Bene: questo deve essere il fulcro della nostra riflessione politica: come riappropriarci di reale rappresentatività politica. Mi sembra chiaro che il discorso non è circoscritto ai media e al loro tentativo fascista di soffocare la nostra voce, ma investe il ruolo di tutti gli altri corpi intermedi: sindacati, partiti, associazioni di categoria.
Il tempo a mia disposizione, però, è scaduto, e vi lascio con una nota biografica: per la prima volta da parecchi, troppi anni, ieri sono riuscito a dormire. Eppure, quella di ieri non è assolutamente una vittoria definitiva: è solo l'inizio di una lotta da combattere con un nemico più insidioso e più pericoloso perché sa che ora il suo avversario (la democrazia, noi!) ha dalla sua la pericolosa illusione di poter cambiare le cose col proprio voto. Ci volevano sfiduciati, sconfitti.
Siccome che l'amichi miei Schützen m'hanno detto che fra cinque giorni se n'annamo sur Tagewaldhorn, dove da solo nun andrei, pe' ssicurezza me faccio un Rittner Horn al volo. Devo tagliandare il ginocchio destro. O forse tagliarlo. Vi farò sapere, chiamo io (se torno). Un abbraccio agli #opinionistiproeuro, e in particolare ai fraciconi col fisico da poeta e le vertigini. Chissà perché, ma io certi strampalati dilettanti dell'economia monetaria internazionale, così categorici nell'imporre il loro darwinismo sociale meritocratico, così lirici nel loro afflato libberista con le altrui terga, proprio non riesco a immaginarli in un contesto nel quale un tuo errore rischia di avere conseguenze per te, e non per una folla indistinta di anonimi altri. Eh già! I fan del mercato si affidano ad esso solo dopo averlo sapientemente distorto, in modo che tutte le salite per loro siano discese.
Ma la montagna è la verità, e quindi con lei il giochetto non funziona.
Sarà per questo che incontro così pochi "colleghi"!?
Ooops! Rettifico. Uno l'ho trovato:
(...poveri, grami Tersite proeuro! Cosa farebbero, se non ci fossi io a dare un senso alla loro turpe esistenza!?)
(...per diversamente europei: dallo Sciliar al Weisshorn passando per il Latemar...)
(...was betrübst Du dich, meine Seele?)
(...allargare la visuale costa fatica. Ora c'è anche il Rosengarten. I grami Tersite sono appesi a un cavo, nella cabina. Petulanti Italiani a rischio cardiovascolare, col giro vita ben oltre i 100 cm. Li intuisco libberisti e li saluto in tedesco...)