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domenica 6 gennaio 2019

La deflazione in salsa olandese

(...sempre rispondendo alle email. Questa credo fosse di settembre, e ci insegna qualcosa che forse non sapevamo. Il problema dei nostri media non è che sbagliano il mio nome, ma che sbagliano il loro mestiere. Da post-Keynesiano, mi costringeranno ad ammettere che il mercato non è poi così male, se consideri l'alternativa...)


Questa mattina ho ascoltato una simpatica trasmissione radiofonica dove si elogiava l'Olanda. I giovini batavi tra i 15 e i 24 anni lavorano assai più dei nostri (60% e passa versus 17%, poi ascolterò il podcast per avere le cifre esatte). Visto che adesso fa comodo buttarla sullo scontro generazionale, si è detto che andare in pensione prima non serve e che ovviamente il nostro è un problema culturale, perché i batavi (quelli che sul sito del governo ammettono placidamente che l'euro fa bene all'export perché il fiorino tanto ino non era) vanno in pensione tardi e iniziano a lavorare presto. Solo che non hanno citato un piccolo dettaglio: il fatto che in Olanda esiste un salario minimo dai 15 ai 22 anni che aumenta progressivamente con l'età, per cui a 15 anni costi 2,76€ (lordi) l'ora per 40 ore settimanali, a 21 ... 7,82! Dai 22 anni scatta poi il salario minimo uguale per tutti (tutti, meno quelli che hanno meno di 22 anni, s'intende. Anvedi!). Sospetto che qui in Barbaria Meridionale un provvedimento simile sarebbe incostituzionale; nel qual caso, ovviamente anche quello sarebbe un problema culturale. Nel 2018, questi italici populisti che pretendono di pagare tutti allo stesso modo sono a dir poco passé, no?


(...la più infame colpa dei media liberisti è stata appunto quella di mettere i figli contro i padri in nome di una guerra generazionale della quale i loro stessi intellettuali di riferimento disconoscevano la fondatezza: non è perché i vecchi hanno una pensione che i giovani non hanno un lavoro, ma, esattamente al contrario, è perché i vecchi non vanno in pensione che i giovani non trovano lavoro. E a questo, anche se non il 5 marzo, un rimedio abbiamo cominciato a metterlo...)

venerdì 17 marzo 2017

Pasok reloaded




And now for something (not) completely different.

The graph shows the shares of overall votes of two "left-wing" parties (the Greek Pasok and the Dutch PvdA) in the last elections for which data is available in Wikipedia (Pasok, PvdA). Since each country has its own political calendar, the elections dates do not match, so the graph was constructed as follows:

1) the horizontal axis shows the dates of the Greek elections from 1985 to 2015;
2) the Dutch election data from 1982 to 2017 were plotted matching the fall of PvdA between 2012 and 2017 with the fall of Pasok between 2009 and 2012.

So 2009 on the horizontal axis coincides with the orange (Dutch) bar for 2012, and 2012 coincides with the orange bar for 2017. I take the well-deserved disaster of Pasok as a leading indicator of what is going to happen to PvdA: it's going to disappear for a long time. I surmise that when the next elections are held in the Netherlands, the orange bar will stay close to the blue bars of 2012 and 2015.

The simple correlation coefficients between these electoral results is 0.76 and jumps to 0.99 if we consider the last four elections held in Greece (2004, 2007, 2009, 2012) and in the Netherlands (2006, 2010, 2012, 2017).

This is an empirical verification of what I have been saying since 2011: in the long run, right-wing policies only benefit the right.

(... traduzione per i diversamente europei e appassionati difensori dell'identità nazionale, cresciuti a McDonald e Beatles, ignari di Monteverdi e di Ariosto, ma che proprio tanto ci tengono a che questo blog sia scritto in una lingua che non è più la loro di quanto sia quella di un marsuino - e nel frattempo il resto del mondo rimane indietro nel dibattito - perché il resto del mondo è fottutamente indietro nel dibattito, cioè è fottutamente indietro rispetto a questo blog, visto che in Italia questo blog è il dibattito:


E ora qualcosa di (non) completamente diverso. 

Il grafico riporta le percentueli di due partiti "de sinistra" (il Pasok greco e il Pvda olandese) nelle ultime elezioni per le quali ci sono dati disponibili su Wikipedia. Dato che ogni paese ha il suo calendario politico le date degli appuntamenti elettorali non coincidono e quindi il grafico è stato costruito nel modo seguente:

1) l'asse orizzontale riporta le date delle elezioni greche dal 1985 al 2015;

2) i dati delle elezioni olandesi dal 1982 al 2017 sono stati rappresentati in modo da far coincidere il crollo del PvdA fra il 2012 e il 2017 con quello del Pasok fra l 2009 e il 2012.

Quindi in corrispondenza del 2009 sull'asse orizzontale abbiamo la barra arancione (olandese) corrispondente al 2012, mentre in corrispondenza del 2012 la barra arancione del 2017. In altri termini, prendo il ben meritato disastro del Pasok nel 2017 come indicatore di quello che accadrà al PvdA: sparirà per un lungo periodo. Insomma: quando in Olanda si terranno le prossime elezioni, la barra arancione resterà dove sono le barre celesti delle elezioni greche svoltesi fra 2012 e 2015 dopo il crollo del Pasok. Il coefficiente di correlazione semplice fra questi risultati elettorali è 0.76 e sale a 0.99 se consideriamo solo le ultime quattro elezioni svoltesi in Grecia e Olanda, cioè se teniamo conto dell'ultima elezione pre-crisi e delle successive tre elezioni tenute a crisi iniziata.

Prendo questa come una prima evidenza di quanto vado ripetendo dal 2011: le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Chissà se i tanti che mi hanno chiesto: "Ma professore, che vuol dire? Ma professore, la destra e la sinistra esistono ancora?" e amenità simili, posti di fronte a questo bel grafichetto con colori complementari capiscono di cosa stavo parlando?)

domenica 12 marzo 2017

Gli olandesi sono contenti?

Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.

Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).

Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.

Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.

(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)

La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?

Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.

Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.

Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.

Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.

Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:

Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.

Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:


(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).


Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.

Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).

Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:

ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.

Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.

Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).

Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):


Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:

Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.

Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:


Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:


Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).

Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:

Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.

Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:


E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.

Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.

Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.

Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:

Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.

Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.

Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.

Che conclusioni trarre da tutta questa storia?

Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.

Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.

Si apra la discussione...

sabato 11 febbraio 2017

Nazismo e mercantilismo

Il mercantilismo è la dottrina economica che promuove un modello di crescita basato sulla spesa altrui, cioè sulle esportazioni. In quanto tale, esso è intrinsecamente nazionalista e "socialista", cioè nazionalsocialista. Per gli amici: nazista.

Il mercantilismo è nazionalista perché si articola su una concezione perversa e aggressiva di interesse nazionale, quella che consiste nel fare l'interesse della propria nazione letteralmente a spese degli altri. Per il mercantilismo la nazione non è una comunità identificata da un percorso storico e culturale e raccolta attorno a valori condivisi. Quando questi valori sono democratici e progressisti, come quelli della nostra Costituzione (il lavoro, la limitazione di sovranità in condizioni di parità con altri Stati al fine di assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni), che male c'è a raccogliersi attorno ad essi? Solo un completo cretino, o un parlamentare di Sinistra Italiana, potrebbe biasimare il desiderio di agire un processo politico nell'unico modo in cui è possibile, cioè condividendo una lingua nella quale mediare i conflitti, o la legittima aspirazione a riconoscersi in dei principi fondanti condivisi, cioè comuni. Ma il mercantilismo non è questo: il mercantilismo è identificare la propria nazione come un outlet, e le altre nazioni come clienti, anche loro malgrado. Se chi deve comprare non vuole farlo, il mercantilismo diventa aggressione militare, colonialismo, imperialismo, europeismo...

Il mercantilismo è "socialista" (pregasi notare l'uso delle virgolette) perché per diventare l'outlet del mondo non puoi usare solo il bastone della forza militare, o almeno non sempre. Devi anche usare la carota della convenienza di prezzo. Il fatto è che questa carota finisce dove sapete, cioè nelle parti molli delle tue classi subalterne. E allora, pro bono pacis (perché la guerra è meglio farla agli altri che in casa propria), il capitalismo mercantilista gestisce il suo rapporto con le proprie classi subalterne in un modo peculiare: da un lato schiaccia le sue retribuzioni (cosa che qui abbiamo detto quando non si poteva dire), ma dall'altro supplisce con uno stato "sociale" che è, nei fatti, una massiccia manipolazione del mercato, perché altro non è che un sussidio dato alle imprese, le quali possono permettersi di pagar poco i lavoratori (tanto questi campano lo stesso) visto che c'è lo stato (nazional)sociale che ci pensa. Anche di questo abbiamo parlato quando non ne parlava nessuno, ed è quindi scusabile chi, arrivato oggi, non sappia che per noi certe cose sono chiare e archiviate (mentre la stampa di regime le sta scoprendo ora, cautamente...).

Quindi, sì, viviamo in un regime, e in un regime nazista, impreziosito delle consuete amenità.

Come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona l'umanità viene sacrificata alla produttività, che poi altro non sarebbe che il presupposto per vendere all'estero, in un assurdo gioco al ribasso nel quale il compratore viene fatalmente declassato a Untermensch, perché se compra da te è perché tu sei più produttivo e quindi "migliore". Articolare la dialettica economica attorno alla sopraffazione commerciale (che è cosa diversa dallo scambio in condizioni di parità) non può che condurre alla violenza, ma, come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona ci sono i Chaim Rumkowski che, affascinati dalla "narraffione" dominante, illudendosi di poter essere cooptati nei ranghi dei superuomini, dei quali condividono la Weltanschauung, o semplicemente soggiacendo a un perverso calcolo nel quale l'umanità viene vilipesa relativizzando come male minore la perdita degli elementi più deboli, collaborano col regime, glorificandone le scelte, esaltandone le "regole", nonostante queste siano contrarie a qualsiasi etica e a qualsiasi razionalità economica.

Mi riferisco, è chiaro, a quegli economisti diversamente a proprio agio con la contabilità nazionale, i quali non capiscono che non tutti i paesi possono essere esportatori netti allo stesso tempo, e che un afflusso di capitale, se non è un'eredità dello zio d'America, è un debito, perché dovrai restituirlo, il capitale, dopo averlo remunerato corrispondendo interessi o dividendi.

E, come nella Francia di Vichy, anche nell'attuale regime nazista, che in quanto regime totalitario mal tollera la libertà di espressione, fioriscono i delatori, e si sta strutturando una censura di stato. Ma in questo caso torna veramente appropriato ricordare che la storia si ripete come farsa.

Concludo con un simpatico grafico che attira la vostra attenzione su un dato del quale, chissà perché, non si parla mai. Tutti oggi sanno e dicono quello che cinque anni fa sapevamo e dicevamo solo noi, cioè che il surplus tedesco è il tumore dell'Europa. Sfugge regolarmente nel dibattito che c'è un paese non trascurabile, erede di una simpatica tradizione coloniale, che in termini di surplus estero è messo molto, ma molto peggio. Quale? Questo:

(il grafico rappresenta la media mobile a tre termini del saldo delle partite correnti in rapporto al PIL, ai sensi della Procedura sugli squilibri macroeconomici, e in rosso abbiamo la soglia, che per i surplus è al 6%).

Eh già, sono i simpatici arancioni, gli olandesi.

Due osservazioni. La prima è che esistono anche governi disarmanti nella loro trasparente ingenuità. Il governo olandese può essere annoverato fra di essi. Alla domanda "Waarom keert Nederland niet terug naar de gulden?" (Warum kehrt Holland nicht zurück nach Gulden?), il sito del governo olandese risponde candidamente che i prodotti olandesi diventerebbero troppo "duur" (teuer).

Non avete capito?

Bè, voi siete Untermenschen (non offenderò la vostra intelligenza nascondendovelo), diversamente a vostro agio con le lingue europee e con le arti del quadrivio, ma almeno, se siete qui, ve ne siete accorti!

Pensate invece al povero piddino pseudocolto, che per ostentare latitudine di visuali tiene in vista sul tavolo del salotto la traduzione dell'ultimo bestesller uiguro promosso dal Völkischer Beobachter eurista, che "ha letto" Proust (o simile traduzione) un po' come "si fa" il morbillo, per non prenderlo più, che si annoia nelle sale da concerto (potendole frequentare solo passivamente), e che vi mostro qui in visita a Berlino intento a sfoggiare il suo fluente tedesco.

Ecco: lui, porello, non capirebbe nemmeno se glielo traducessi, e quindi non lo traduco...

Seconda osservazione: se chi esporta è bravo, come mai gli olandesi sono così scontenti e voteranno compatti per Geert Wilders? Forse che nel mondo nazionalsocialista la virtù non viene premiata, e i bravi patiscono? Non posso crederlo! Sarebbe impossibile, per un regime che ha eretto la meritocrazia a Grundnorm etica, convivere con una simile contraddizione (chiamiamola così)...

Ci deve essere sotto qualche mistero. Per scoprirlo, vi suggerisco di seguire @_polemicamente, una regazzetta (?) piuttosto sveglia e addentro alle cose arancioni, sulla cui tweetline troverete molte, moltissime chicche, inclusa quella che non vi ho tradotto sopra...

Ed ora vado: il mio tempo è molto duur, e voi ne avete avuto abbastanza!


(...domenica, da Parigi, riprendiamo il discorso...)

(...per gli intenditori: sì, ho usato "agire" in senso transitivo per far capire ai coglioni che sono di sinistra. Chi non è coglione dovrebbe capirlo dai contenuti, non dai vezz@, ma questo è un lutto che ho elaborato, e altri ne elaborerò...)