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domenica 10 aprile 2016

Ecuador (preparando un QED...)

(...da "Uno de passaggio", che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre "Uno de passaggio" usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume la situazione di un paese che verosimilmente si avvia a sganciarsi - come sempre troppo tardi - da un accordo di cambio fisso. Vorrei farvi notare che qui non siamo esattamente nel caso del ciclo di Frenkel, per un dettaglio. Qui il paese è messo in crisi dal fatto che esporta un bene a domanda inelastica il cui prezzo è fortemente sceso, e quindi le difficoltà vengono da una svalutazione, più che da una rivalutazione, in termini reali (petite et dabitur vobis).

Vi ricordate cosa succede nei paesi esportatori di petrolio? Le condizioni di Marshall-Lerner non valgono, come abbiamo visto nel caso dell'Azerbaijan. Insomma: se la tua merce viene venduta a un prezzo più basso, guadagni di meno - e vai in deficit di bilancia dei pagamenti. Come abbiamo altresì visto, tutti i paesi esportatori di petrolio hanno reagito a questo increscioso fenomeno svalutando - peraltro, la svalutazione estremamente aggressiva portata avanti da Draghi con lo stabile eurone non ha ovviamente aiutato questi paesi, e anzi li ha costretti a reagire (nota bene: l'euro svalutato li ha fatti rivalutare verso di noi, e quindi mentre sono scesi i ricavi delle esportazioni di petrolio - perché è sceso il prezzo - si sono anche contratti quelli delle esportazioni nette di altre merci...). Hanno svalutato tutti tranne i più sfigati: i paesi dollarizzati, come l'Ecuador, e quelli "eurizzati" de facto, come i paesi della zona franco CFA - agganciati all'euro. Inutile dire che solo un diamante e una verruca sono per sempre.

Un cambio fisso no.

Naturalmente, dal fatto che questo post sia di "Uno de passaggio", cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di "Uno de passaggio" - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare una sfaccettatura particolarmente insidiosa del pensiero magico eurista: quella della "valuta stabile che ti protegge". Stabile una sega, se per tenere i cocci insieme la si è dovuta svalutare in fretta e furia del 40%! Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto, per quanto transeunte (come tutti voi e dopo molti di voi) non è "Uno de passaggio" e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.

Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di "Uno de passaggio", che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...

Eh? Come? Questo discorso vi sembra di averlo già sentito?... Bè, è probabile. Se ve lo ricordate, vuol dire che siamo a buon punto, e che presto potrò evitare di farlo: avrete imparato a leggere!)

Caro Alberto,



Ricorderai certamente la situazione dell'Ecuador della quale ti inviai testimonianze: esportatore principalmente di petrolio e frutta, dollarizzato, con pesante squilibrio della bilancia commerciale dovuto al forte calo del prezzo del greggio, dopo aver già nel 2014 introdotto una corposa serie di certificazioni e controlli doganali praticamente su tutti i prodotti di provenienza estera (eccetto i beni di prima necessità) che sostanzialmente impedisce le importazioni provenienti da soggetti non sufficientemente strutturati per far fronte alle numerosissime formalità, nella primavera del 2015 ha applicato, d'accordo con la WTO, in deroga agli accordi precedentemente sottoscritti, vari tipi di sovrattassa all'import ("Leggi di Salvaguardia") che hanno portato mediamente al 60%, dal precedente 15%, i dazi doganali [NdC per quelli che “i dazzziiiiii....”: come vedete – e come insegno ai miei studenti perché è scritto nei libri di testo – si può fare!].
Così facendo, hanno migliorato un po' la situazione (il ritaglio di giornale allegato parla di 900 milioni di $ di maggiori entrate), ma ovviamente i consumi ne hanno risentito, a seconda dei settori, fino ad una riduzione del 40%. 
A gennaio di quest'anno, sotto pressione da mesi da parte della WTO, hanno approvato una legge che prevedeva la progressiva riduzione dei dazi extra, fino al ritorno, previsto per giugno, alla situazione precedente l'introduzione delle leggi di Salvaguardia.  
Ovviamente il prezzo del petrolio non è risalito, né sembra avviato a risalire in tempi brevi, al break even che consentirebbe loro almeno di avvicinarsi al pareggio della bilancia commerciale. Non so esattamente quale sia l'obiettivo per il pareggio, ma devo dedurre, dai dati scaricabili da questo sito e dalla concomitante evoluzione storica dei prezzi del greggio, che, come nella prima parte del 2014, avrebbero bisogno di oltre 120$ al barile per recuperare col petrolio la gran parte del deficit generato dalla differenza fra l'export e l'import in tutti gli altri settori. Forse mantenendo qualche dazio importante ma non pesantissimo potrebbero cavarsela con un petrolio a 100$ al barile, ma certamente, senza leva valutaria, con un greggio a nemmeno 40$, sono proprio nelle peste. 
Infatti prontamente il loro parlamento ora inizia a discutere su come affrontare il problema (va considerato che, nel caso dell'Ecuador vi sono molti settori per i quali proprio non esistono strutture produttive locali, quindi sono totalmente dipendenti dall'import).
Ora, come vedi dal ritaglio di giornale che ci hanno inviato, il Presidente Correa ribadisce che, a differenza di quanto approvato e programmato, potrebbero non cessare gli extra dazi della Salvaguardia ed allo stesso tempo giudica anche interessante la proposta del "Timbre cambiario"  che, se non intendo male, è una sorta di messa all'asta dei dollari destinati alle importazioni, da aggiudicare, in un quantitativo massimo prestabilito, al miglior offerente.
Ricordo per esperienza lavorativa diretta, che un sistema simile fu applicato circa 8-10 anni fa nel Venezuela di Chavez (che però contava su una valuta nazionale - il "bolivar" - non liberamente convertibile in USD) e che, prima che in questo Paese venissero operate scelte davvero distruttive del tessuto sociale, ancor più che di quello economico, tale sistema sembrò, almeno parzialmente, funzionare.
Resta il fatto che ora il Venezuela è un Paese verso il quale, a meno di non essere davvero ammanicati con i militari (che, anche se non ufficialmente, gestiscono de facto "la cosa pubblica") è quasi impossibile esportare, per la generalizzata mancanza di valuta estera in tutti i settori commerciali (in effetti anche le importazioni gestite dai militari sono comunque molto inferiori ai consumi standard del Paese, tant'è che sistematicamente si verificano le interminabili code e gli scaffali vuoti che accompagnarono gli ultimi anni di vita dell'U.R.S.S.).  
Mentre in Ecuador, qualunque soluzione verrà adottata, credo vada nel senso "montiano" di distruzione della domanda interna, visto che, per ora, sembra che nessuno, nemmeno il Presidente Correa, che lo aveva ipotizzato nella sua prima campagna elettorale (la sua opinione in proposito si ritrova nella risposta alla prima domanda di questa intervista dell'epoca), mentre nel 2013 ha adottato una posizione molto più sfumata sul tema, proprio nessuno pensi di proporre il ritorno al "sucre", ovvero alla situazione precedente all'anno 2000.
Insomma caro Alberto, scusa la prolissità, ma per l'azienda in cui opero l'Ecuador è un paese che rappresenta un mercato importante che, nel solo anno scorso, si è contratto di oltre il 25% e nella cui evoluzione ritrovo, purtroppo, molti riscontri di quanto da te spiegato e divulgato in questi anni.     
Un abbraccio da uno de passaggio.



(...siccome mi amo molto, ma non fino al punto di scrivermi lettere d'amore, avrete desunto che questo testo non è mio. Giusto? Bene. Ora passiamo a cose più interessanti. Questi sono i saldi settoriali dell'Ecuador:

qui trovate il foglio Excel col quale ho costruito il grafico, e la fonte dei dati dovrebbe esservi nota, ma ovviamente se non distinguete Alberto Bagnai da "Uno de passaggio" non posso dare nulla per scontato.

Dal tracciato si desume una certa tendenza delle importazioni nette - equivalenti alle importazioni di capitali, cioè al saldo finanziario del settore estero, cioè alle esportazioni di capitali del settore estero verso l'Ecuador - a crescere nel tempo, a un ritmo piuttosto accelerato dal 2015. Al contempo il risparmio netto del settore privato sta diminuendo, il che indica che i maggiori afflussi di capitali vanno a finanziare questo settore, a fronte di una situazione dei conti pubblici piuttosto deteriorata. Dato che i tre valori devono sommare a zero, per tirare giù la linea grigia - ridurre le importazioni di capitali - il governo può, nelle sue condizioni attuali, fare una cosa sola: tirare su la linea arancione, cioè fare una politica di bilancio restrittiva, aka austerità. Oppure può fare subito quello che tanto alla fine sarà costretto a fare. Si apre... la discussione? No! Ma che vuoi discutere!? Non c'è discussione. Si aprono le scommesse! Quanto reggerà? Io non ne ho idea. Ma che possa reggere molto a lungo non lo credo, a meno che il petrolio non recuperi.

Vedremo...

Ah, a proposito, già che ci siamo:


questo è un altro esempio di caso in cui da discutere ci sarebbe poco, come c'è stato poco, anzi, pochissimo da discutere (e quindi molto da ragionare) al seminario molto interessante organizzato dall'Astril - qui l'intervista che ho rilasciato in chiusura. Vi immaginate quanto mi sia simpatica l'impostazione: di fatto, è un processo del lunedì! Però mi sta simpatico Franzini, col quale mi sento anche in colpa, e quindi ho accettato senza difficoltà.

Qualcuno mi ha fatto notare che la locandina non riporta l'indirizzo: non è un mio problema, ma a voi comunque posso dirlo: è alla facoltà di economia della Sapienza, a via del Castro Laurenziano.

Giuseppe De Arcangelis è un collega allievo di Gandolfo, che conosco da anni, convinto, come D'Alema, che siccome nemmeno gli USA sono un'area valutaria ottimale, allora il dollaro dovrebbe frazionarsi, ma dato che non lo sta facendo, non lo farà nemmeno l'euro. Non è un sillogismo, nel caso qualcuno di voi fosse tentato di considerarlo tale! Comunque, personalmente non ho un grande feticismo per il numero 3, ma posso dirvi che a Roma 3 questa fase l'hanno superata, anche se alcuni sembravano anelare agli Stati Uniti del Mondo, mentre altri capivano, e argomentavano con grande dottrina storica, che la stabilità del dollaro era stata costruita su alcuni milioni di morti, ma lo facevano con grande leggerezza, con quella simpatica nonchalance da "fine della Storia" che è esattamente il concime del quale la storia si serve per far prosperare i suoi fiori più letali: le guerre.

Insomma: se venite mi fa piacere, e ne sentirete certamente di ogni, ma attenzione: la sala delle lauree è piccola. Quindi vi tocca alzarvi presto!

sabato 9 gennaio 2016

Il buono, il brutto e l'azero

L'Azerbaijan...

Siete sicuri di sapere dov'è? Perché è un pochino passato di moda, per sua fortuna. Ne sentivamo spesso parlare quando c'era la guerra (sapete, quel problemino col Nagorno-Karabakh?). Comunque, per rinfrescarvi la memoria (ma non l'alito) c'è sempre Wikipedia. Sì, è quello stato che sta (in effetti, se è uno stato, a ben pensarci cos'altro dovrebbe fare?...), aspetta: diciamo così: è quello stato posto a sud del Caucaso, cioè in quel posto, sul Caspio, non si capisce bene se in Europa o in Asia (diciamo che sta in Eurasia, così son tutti contenti).

Oh, beninteso: per quanto io possa essere enciclopedico, tutte queste cose in effetti le so per caso. Un mio amico ha scritto questo (e io me lo sono anche letto. Peraltro, non vi farebbe male, anche se capisco che possiate avere altre priorità). Poi mi è capitato di assegnare una tesi sui gasdotti a una giovine tanto bella quanto brava (quanto dissoltasi nel nulla: ma son sicuro che avrà trovato la sua strada perché meritava). Poi, come dire, sono uomo di mondo, ho fatto il militare a Torricola, quindi sono in grado di  bluff my way in geography (ma quando c'è il mio ex-direttore di dipartimento in giro se posso evito, perché lui geografo lo nacque - e se vede che mi allargo, mi restringe subito...).

Ciò posto: a noi di un paese cosa interessa?

Ma, ad esempio, se vogliamo capire come butta, i saldi settoriali, no? (Li abbiamo visti migliaia di volte: per la Grecia, per la Francia, per la Slovenia, ecc.).

Ecco, quelli azeri fanno così:


Eh, voi ormai avete l'occhietto esperto (anche se qualcuno qui ha detto qualche lieve imprecisione, ma passons...). Non devo quindi spiegarvi la feature, o meglio, l'"er fatto stilizzato" più evidente del grafico! Non avete certo bisogno di me per notare il current account reversal, cioè il cambiamento di segno nell'indebitamento/accreditamento estero. Quando si verifica? Nel 2005, quando la linea verde, che rappresenta il saldo finanziario del resto del mondo verso l'Azerbaijan, da positivo diventa negativo. Attenzione: quello è il saldo del resto del mondo verso l'Azerbaijan. Significa quindi che il resto del mondo passa da una situazione di surplus verso l'Azerbaijan a una di deficit, cioè che l'Azerbaijan passa da una posizione di deficit verso il resto del mondo a una di surplus, cioè che il mondo smette di prestare soldi all'Azerbaijan, ovvero che l'Azerbaijan smette di indebitarsi col resto del mondo.

Ce semo?

Per i feticisti del debitopubblico: notate la linea rossa (saldo di bilancio pubblico). Per buona parte del periodo considerato l'Azerbaijan è stato "close to balance or in surplus", come Europa comanda.

Ce ri-semo?

Ovviamente queste configurazioni dei flussi si rifletteranno sugli stock. Cosa ci aspettiamo di trovare? Un rapporto debitopubblico/Pil basso, e un rapporto fra posizione netta sull'estero e PIL che prima si deteriora pesantemente (nel periodo in cui il mondo presta e gli azeri si indebitano, cioè fino al 2005) e poi migliora rapidamente, nel periodo in cui gli azeri restituiscono (vanno in surplus) e poi prestano.

E infatti:


Il debito pubblico, quando è majala ma di molto, a stento arriva alla metà della soglia di Maastricht (in effetti, è praticamente sempre sotto al 30%). La posizione finanziaria sull'estero va da una situazione debitoria netta di oltre il 100% nel 2004, a una situazione creditoria netta di quasi il 100% intorno al 2011 (data alla quale terminano i miei dati, che vengono da qui e successivi aggiornamenti).

E voi direte: ciclo di Frenkel!

Bè, no, non proprio. Diciamo che il manat ha avuto una storia burrascosa, ma in effetti in un intorno sinistro del 2004 (cioè, per i diversamente differenziali: prima del 2004) era stato piuttosto stabile e anzi si era rafforzato, andando nel 2005 a 4591 vecchi manat sul dollaro (cioè a 4591/5000 = 0.9182 nuovi manat), e il disegnino qua sotto:

(tratto da qui) ci mostra che nel 2006 era ancora lì, e dal 2007 al 2015 si era andato rafforzando (occhio, lo dico nel caso passino da qui Bisin o altri influencer minori: la quotazione è ovviamente incerto per certo, cioè Local Currency Units (LCU) per USD, cioè manat per un dollaro, e quindi se scende vuol dire che ci vogliono meno manat per un dollaro, cioè che il manat si rivaluta. Lo specifico, così evitate di fare figuracce come questa).

E quindi?

E quindi questi fatti mal si sposano con la narraFFione del ciclo di Frenkel, che è quel particolare tipo di ciclo minskyano che si presenta quando un paese si trova ad avere un cambio reale sopravvalutato perché ha "peggato" il proprio cambio nominale su una valuta forte (sarebbe "agganciare a", ma i fighi dicono "peggare su": lo dico per far partire un embolo a Fausto, lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché), e gli afflussi di capitale estero (incoraggiati dalla credibilità del cambio fisso) gonfiano l'economia del paese facendo crescere i prezzi e quindi deteriorare la competitività.

In questo caso, che, come sapete, è il nostro, normalmente la soluzione è quella di sganciarsi, e normalmente in seguito allo sganciamento il cambio si svaluta, il che riporta in equilibrio i conti con l'estero (perché ripartono le esportazioni e sono scoraggiate le importazioni, secondo un meccanismo che abbiamo descritto in dettaglio ad esempio qui).

Ma...

Ma...

Ma...

Ma nel caso dell'Azerbaijan vediamo che il reversal dei conti con l'estero si manifesta in concomitanza con un rafforzamento, non con un indebolimento, della valuta...

Com'è possibile che i conti esteri migliorino se il cambio nominale si rafforza?

Aspettate, buoni, calmi, non ditelo, no, fermi, non ditelo, non fate come quelli fighi, quelli che per fare i professionisti usano parole che non capiscono, dai, almeno voi, resistete, vi prego, no...

Ecco.

Lo sapevo.

L'avete detto.





Ma io vi avevo avvertito! Non parlate di tasso di cambio reale se siete beati, geometri quasi economisti...

Sì, lo so, qualcuno ha pensato: vabbè, il cambio nominale si è apprezzato, ma quello che conta è il cambio reale, e quindi può benissimo darsi che quest'ultimo si sia deprezzato, magari perché l'inflazione altrui è cresciuta molto, o perché l'Azerbaijan ha moderato salari e prezzi (se non capite è perché non vi leggete tutti i link, quindi fondamentalmente sono cazzi vostri ma io sono gentile e vi ricordo che la spiegazione è qui).

Ah sì?

E allora vi faccio vedere anche il cambio reale, volete?

(robba bbona, viene da qui).

"Come come? Durante il reversal, nel periodo in cui i conti esteri drasticamente migliorano, e il paese rientra di un debito estero pari al 100% del PIL, fra il 2004 e il 2008, il tasso di cambio reale si sarebbe apprezzato del 78%? Ma è follia! Allora ci hai sempre mentito, allora la rivalutazione fa bene ai conti esteri e all'economia, come diceva Fubini, e infatti guarda in Svizzera!"

Ops...

No, in Svizzera no.

Allora, ve la piantate di ragliare (e, in nome di Dio, di perder tempo con i reietti raglianti su Twitter, che non fanno ridere), e mi state a sentire, che è meglio?

Perché qui continuiamo a ragionare come se la Svizzera fosse uguale all'Azerbaijan. Ma qualche differenza c'è. Ad esempio, in Svizzera le montagne sono più alte. Ma in Azerbaijan c'è più petrolio.

Dai, che ci state arrivando...

Per memoria, questo è il grafico del prezzo del petrolio negli ultimi anni:


Guarda un po', fra 2004 e 2008 passa da 37 a 97 dollari al barile (quella che vedete è la media di Dubai Fateh, Brent, e Western Texas Intermediate). Ora, voi capirete che se siete un paese piccolo, le cui esportazioni per il 90% constano di petrolio, un aumento del 160% del prezzo di quello che esportate tanto male non vi fa.

"Ma come! E la legge della domanda e dell'offerta!? Ma se una cosa costa di più, se ne domanda di meno....".

E chi l'ha detto?

La storia dell'umanità è piena di cose che continuiamo a domandare quale che ne sia il prezzo: una è appunto il petrolio, e l'altra ha una storia più lunga e non la nomino per pudore. Si dice in questi casi che la domanda è rigida, ma non nel senso che pensate voi: nel senso che non è elastica al prezzo.

Ne consegue un fenomeno interessante, ma noto agli specialisti, e per loro non particolarmente sorprendente. Siccome la domanda del prodotto che esportano è rigida al prezzo, nei paesi petroliferi le condizioni di Marshall-Lerner tipicamente non valgono (nell'aggregato), cioè (nell'aggregato) una rivalutazione del cambio reale fa migliorare anziché peggiorare i loro conti esteri.

Un esempio? Bè, ci sarebbe la produzione scientifica del guru. Guardate come si comportano i paesi dell'Africa sub-sahariana (che se non esportano petrolio, sono comunque prevalentemente esportatori di prodotti del settore primario, non manufatti):

Vedete?

Le elasticità ai prezzi relativi (tasso di cambio reale) sono piuttosto piccole sia per l'import che per l'export. Ad esempio, se consideriamo quelle verso i paesi emergenti asiatici (DA, Developing Asia), vediamo che la somma delle elasticità import ed export (in valore assoluto) è 0.06+0.56 =0.62<1, per cui le condizioni di Marshall-Lerner non sono rispettate e una svalutazione del cambio reale fa peggiorare la bilancia dei pagamenti.

È strano? No. È petrolio. Tant'è vero che, se ci fate caso, in questi paesi normalmente si divide l'analisi fra settore oil e non-oil (come feci anch'io quando me ne andai in CEMAC), e il settore non-oil di solito si comporta normalmente. Basta tornare alla Figura cortesemente fornita dai nostri amici di Washington (il box 1 qua sopra). Le esportazioni "non-oil" sono la linea nera, e guarda caso precipitano quando il cambio reale (spezzata rossa) si impenna (cioè si rivaluta, perché il cambio reale è sempre certo per incerto: prezzi nazionali su prezzi esteri).

Solo che...

L'Azerbaijan ha il male olandese, che non è, nonostante le recenti vicende, la stronzaggine. Le materie prime energetiche fanno quasi il 90% delle esportazioni. Quindi, anche se gli studi ci dicono che:


(le elasticità export del non-oil sono maggiori di uno, e quindi il commercio non-oil rispetta per definizione le condizioni di Marshall-Lerner), però sappiamo anche che:


cioè l'elasticità delle esportazioni di petrolio al cambio nominale è negativa (quando il manat svaluta, azn_usd cresce, e il rapporto oilexct/azn_usd scende, con un impatto (negativo, visto che scende!) di 0.894 nel breve e 0.888 nel lungo periodo).

Sì, lo so, non è semplice. Mi rendo conto, è il primo ECM che vedete...

Ma è il mio lavoro e siete voi che mi chiedete di parlarne. Io mi ben guardo di reciprocare...

Capisci che se sul 90% dell'export succede una cosa simile, evidentemente il fatto che sul 10% dell'export succeda il contrario non cambia molto il risultato aggregato.

In un paese petrolifero Marshall-Lerner non funziona punto.

Ne consegue, quindi, che un apprezzamento del cambio reale indotto da un aumento del prezzo dei beni esportati (petrolio) porterà in surplus le partite correnti e quindi farà apprezzare anche il cambio nominale, mentre un deprezzamento del cambio reale indotto da un calo del prezzo dei beni esportati (petrolio) porterà in deficit le partite correnti e quindi farà deprezzare anche il cambio nominale.

Questo è quello che è successo quest'anno: nei due grafici sopra vedete il tuffo del prezzo del petrolio, vedete che quindi il surplus verso l'estero (deficit dell'estero) sta convergendo a zero (si sta riducendo), e vedete anche che quindi nell'ultimo anno il manat ha ceduto due volte.

È una cosa del tutto fisiologica, per quanto, ovviamente, traumatica (per capirci: anche un parto è fisiologico ma traumatico - spesso tanto più quanto più è fisiologico), e viene a valle di una catena causale innescata da un evento esogeno (perché il prezzo del petrolio non lo fa un paese solo, né tanto meno un paese piccolo come l'Azerbaijan...).

E qui arriva Tuco Scacciavillani. Leggetevi questo suo tweet:

No, direi proprio di no. Io ho scritto un paper in fascia A per ricordare che i paesi petroliferi vanno in merda quando il prezzo del petrolio scende! (per i curiosi: lo Zambia ha problemi - ricorrenti - col prezzo del rame, ma il Khazakistan è un paese petrolifero...). Quindi cazzo c'entro io?

Però, come dire, anche se sicuramente le cose non stanno come le mette la propaganda di regime, ovviamente non stanno nemmeno come le mette la propaganda di regime, che Tuco ecolalicamente ci pedissequava nel suo tweet acidulo come il gesso sulla lavagna, tant'è vero che:


Mica male per un paese che secondo Tuco sarebbe in dissesto!

Povero Tuco...

Tu pensavi che gli azeri fossero sudisti, ma poi loro si sono scrollati la sabbia dalle uniformi, e si sono comprati un pezzo di Milano da bere.

Certo, loro non devono essere dei gran fulmini. Fare un investimento immobiliare in Italia proprio ora, col casino che sta per succedere, è una cosa che non pensavo potesse venire in mente nemmeno al loro vicino di casa...

Però, anche tu, caro Tuco Scacciatestesso!....

Non so come dirtelo...

Il tuo Dio, il mercato è visibilmente con noi, perché quelli come te se li magna e se li ricaca nel breve volgere di quattro giorni: quelli che passano dal tuo tweet strafottente verso gli azeri, alla notizia che questi du' spicci da parte ce li hanno. Perché ce li hanno, e tu dovresti saperlo: non sei nel settore oil? Ma certo che se di paesi petroliferi sai così poco, i tuoi datori di lavoro rischiano di essere presto scontenti di te.

Tuco, lo dico per te. Io, in fondo, ti voglio bene, anche se tu non mi stai mai a sentire quando ti spiego i fondamentali:


Il Signore, Tuco, facendo comprare al fondo sovrano azero il prestigioso immobile meneghino, ti ha mandato un avvertimento. Smettila di dire stronzate. Torna sui libri, studiati non dico il Blanchard-Fischer, ma almeno il Dornbusch-Fischer. E soprattutto, quando scrivi, non arrischiarti sul registro ironico. Sei lassativo, scusami se te lo faccio notare, tanto più che dici un fracco di castronerie! Guarda qui, ad esempio, cosa scrivevi lordando la stessa pagina che io impreziosivo del verbo fidelis ac verum:

"La Federal Reserve al posto della rete elastica ha piazzato vasche di liquidità"... "Gli investitori trapezisti..." "Trascurare i rischi delle acrobazie non significa esorcizzarne la materializzazione..."

Ussignùr...

Che rigoglio di acrobazie stilistiche! Che florilegio di ardite metafore!

Non c'è che dire!

Scrivi come proprio Proust, ma come Proust quando vuole asfaltare gli intellettuali di secondo rango, quelli che aspirerebbero al bello scrivere, ma, come te, non ce la fanno proprio, perché pretenziosi, autocentrati, e sostanzialmente stitici. Non te la prendere: sei solo un economista. Non omnes possumus omnia.

Certo, anche come economista talora dici un sacco di minchiate: non offenderti, è un dato di fatto.

Esempio: per te il Brent a un quarto del prezzo del 2014 (cioè intorno ai 30 dollari, più o meno dove tende adesso) avrebbe dato "uno stimolo 3 o 4 volte maggiore" (non si sa né di cosa né a cosa, perché la tua sintassi non è smagliante come il tuo sorriso, ma passons...). Ma allora com'è che tutti si lamentano del fatto che il prezzo del petrolio troppo basso crea problemi? E quando dico tutti, non mi riferisco al gemello diversamente intelligente di Robin Williams (uno che come te sull'inflazione non ha le idee chiare, e infatti si sta coprendo di guano), ma a decine di imprenditori che conosco (perché io non vivo, come te, nel mondo dell'alta finanza, ma nel mondo dell'economia reale, sai, di quell'economia italiana di provincia dove ci sono ancora tante aziende che fanno il culo al resto del mondo...).

Perché forse, leggendo questo post, caro Tuco, una cosa l'avrai capita, che potrebbe esserti utile nel tuo lavoro: un paese petrolifero, quando il prezzo del petrolio scende, si trova in difficoltà. Non ci avevi mai pensato, eh? Bè, non è mai troppo tardi, lo spirito di questo blog è questo. E ora fai un altro sforzettino. Da quando noi abbiamo deciso di suicidarci con l'euro che tanto piace ai dilettanti di economia, dove vendiamo? Nei paesi emergenti, che, se non esportano petrolio, campano comunque su altre commodities (come dite voi fighi), i cui prezzi sono tirati giù dal calo della domanda (e dal calo del prezzo del petrolio). In quei paesi, quindi, le cose non vanno bene quando il prezzo del petrolio e delle commodities scende. Insomma, siccome non c'è solo la Cina, ma c'è (anzi, c'era) la Libia, c'è (ancora per poco) l'Ucraina, c'è il Venezuela, ecc., ti assicuro che nei posti dove si lavora (scusa se ho detto questa parolaccia) ci sono fior di imprenditori che preferirebbero pagare la benzina dieci, ma anche cinquanta centesimi in più al litro, pur di veder pagate dall'estero le loro fatture.

So che questo per te non è un problema: tu non fai impresa, ti limiti a smerdare (e disinformare) chi la fa, dandogli dell'improduttivo, dell'incapace di innovare, del retrogrado: insomma, il mantra della cordata voce.info-Bocconi-Sole24Ore-Confindustria. Finché agli imprenditori andrà di farsi insultare, e di tener su coi loro soldi la baracca di chi li dileggia...

Ma credimi, Tuco, tiratene fuori da quel brutto giro. Noi qui ti vogliamo tutti bene, perché di risate ce ne hai fatte fare tante.

Il segno che il Signore ti ha mandato accettalo, e regolati di conseguenza. Se vuoi fare lo spiritoso, prosegui pure. Ritenta, sarai più fortunato, ma lascia in pace la mia università. Sai, la pacchia non durerà per sempre. Le cose andranno come dico io, e non posso credere che tu non lo sappia. Resta il fatto che se io sono il buono, tu, purtroppo, sei il brutto: un po' perché ti ci dipingi, e un po' perché è andata così. Quando le cose andranno come dico io, per chi mi ha insultato gratuitamente la situazione oggettivamente peggiorerà (per quanto sia forte e determinata la mia volontà soggettiva di restare sereno e indifferente). Certo, tu te ne stai... dov'è che stai? Insomma, giù al caldo, non so bene dove. Ma è un posto pericoloso! Metti che l'Iran si fa rodere il chiccherone contro l'Arabia? Non capita, ma se capita? Poi ti tocca tornare qui, dove tutti ti riderebbero dietro, ricordandosi quante ne hai dette...

Io, fossi in te, accoglierei con animo pio lo stop loss che il Padreterno ti ha inviato, e inizierei a darmi una calmata. Hai visto Plateroti? Ecco, fai come lui. Una faccia, una razza. Sta cominciando a dire cose sensate. Pensa! Oggi ha detto perfino "sovranità"! Non è difficile. Provaci.

Ma prima scava...

lunedì 11 febbraio 2013

Marshall-Lerner (astenersi piddini)



(post tecnico)

Una doverosa precisazione terminologica

Visto che la famiglia cresce e che gli ultimi arrivati rigorosamente non si conformano al precetto di consultare le istruzioni per l’uso, mi corre l’obbligo di premettere una breve nota terminologica che permetta comunque loro di raccapezzarsi nella complessa commedia (o forse tragedia) umana che questo blog va rappresentando da un anno. Particolarmente importante in tal senso è la distinzione fra piddino, PDno e PUDino. In sintesi:

1)      il piddino è qualsiasi essere umano dotato di un unico neurone;
2)      il PDno è un iscritto/simpatizzante/elettore del PD;
3)      il PUDino è un iscritto/simpatizzante/elettore del PUDE, partito unico dell’euro.

La terza categoria è la più ampia. Ad oggi, chiunque voti voterà PUDE (qualsiasi cosa voti). Non esistono, ad oggi, sufficienti prove del contrario, cioè del fatto che si possa votare “non PUDE”. Non fatemi esempi del belìno (termine scelto non a caso) perché non ci voglio perder tempo qui. Se son rose fioriranno e ne sarò lietissimo (festeggeremo così il mio primo errore), ma una rondine non fa primavera.

La seconda categoria è la più facile da definire, e quindi non ci spendo molte parole.

La prima categoria, quella del piddino, è la più difficile da individuare per chi non ha seguito lo sforzo di approfondimento che abbiamo condotto in questo blog. Il piddino ha un unico neurone, dicevamo, che dedica notoriamente a un unico compito: il sapere di sapere. Il piddino sa di sapere: di questa stravagante e perniciosa filosofia abbiamo parlato a lungo. Capisco che qualche PDno possa essere incuriosito dall’etimologia del termine “piddino”. Gli suggerisco di non indagare troppo.

Volete esempi: Monti è PUDino, ma ovviamente non PDno e certo non piddino. Fassina è certamente PDno, quindi ovviamente PUDino, ma forse non piddino. La ‘zdora racchiude in se tutte e tre queste categorie. Ingroia, Ferrero, ecc. sono tutti PUDini, anche se non sono PDni... e qui mi fermo. Vogliamo dire una parola buona anche a Crosetto? So che non è piddino, e tutti vedono che non è nemmeno PDno: quindi, come Monti, è solo PUDino (non gli farà piacere essere in questa compagnia, ma se l’è scelta da solo)!

Il motivo per il quale invito i piddini ad astenersi dal leggere questo post è che purtroppo per farlo occorrono tre neuroni: quindi, piddino caro, o ti fai prestare i due che ti mancano...

Propensione ed elasticità

Supponiamo che una variabile y dipenda da una variabile x. Esempio: il consumo dipende dal reddito. I matematici indicano questa dipendenza così: y = f(x), che si legge: “y è funzione di x”, cioè varia in funzione di come varia x.

Di questa dipendenza in genere ci interessano due cose: il segno, e l’intensità.

Nel caso “reddito-consumo” il segno è certamente positivo: se guadagni di più, spendi di più. Nel caso “prezzo-domanda di un bene” la relazione è normalmente negativa: se un bene costa di più, normalmente ne chiedi di meno, cerchi di sostituirlo con un bene che costa di meno. Questo per quanto riguarda il segno, che può quindi essere positivo o negativo.

Per quanto riguarda l’intensità, in macroeconomia ci sono due modi di misurarla.

Il primo è la propensione marginale, che è definita come il rapporto fra le due variazioni. Supponiamo che quando il reddito aumenta di 10, i consumi aumentino di 7. La propensione marginale è:


Una propensione marginale al consumo di 0.7 indica che il 70% di ogni incremento di reddito viene indirizzato a nuovi consumi. Evidentemente, in questo caso la propensione marginale al risparmio sarà del 30% (quello che non viene consumato viene risparmiato).

Il secondo è l’elasticità, definita come rapporto fra due variazioni percentuali. Per definirla dobbiamo conoscere non solo di quanto variano x e y, ma anche qual è il loro valore iniziale (prima della variazione), altrimenti non siamo in grado di esprimere le variazioni in termini percentuali.

Ad esempio, se, nel caso precedente, il livello iniziale del consumo è 50 e quello del reddito è 100, l’elasticità sarà:


che poi significa che in quel punto, la variazione percentuale del consumo è il 140% di quella del reddito (il reddito aumenta del 10%, il consumo del 14%).

Nota bene: in questo caso il rapporto fra le due variabili, cioè la propensione media, aumenta, perché il numeratore (y) in proporzione è aumentato più del denominatore (x). Infatti, prima della variazione il rapporto è 50/100=0.5=50%, dopo la variazione il rapporto è 57/110=0.51818=52%.

Se invece il livello iniziale del consumo fosse 80, lasciando invariato tutto il resto, l’elasticità sarebbe:


cioè: solo l’87.5% dell’incremento percentuale di reddito si trasforma in un incremento percentuale del consumo. Ovviamente in questo caso, visto che il numeratore varia proporzionalmente di meno, il rapporto diminuisce (verificare per credere).

L’elasticità è un concetto relativamente più complesso, ma molto utile, perché in economia spesso ci interessa sapere in quale proporzione reciproca si vengono a trovare certi effetti. Insomma: le variazioni percentuali sono più significative di quelle assolute, e quindi, purtroppo, le elasticità ci danno informazioni più utili delle propensioni marginali.

Il caso più ovvio è quello nel quale ci interessa sapere se due variabili evolvono mantenendo un rapporto costante (cioè una propensione media costante). Questa caratteristica, definita crescita bilanciata, è molto importante nell’analisi dinamica, perché definisce alcuni stati stazionari, cioè situazioni di equilibrio di lungo periodo. Vi immaginate, ad esempio, che non è concepibile una situazione di lungo periodo nella quale il rapporto consumo/reddito non si stabilizzi: se diminuisse per sempre, il consumatore morrebbe di fame; se aumentasse per sempre, il consumatore esploderebbe. Quindi normalmente il lungo periodo è caratterizzato da crescita bilanciata. Ma la crescita bilanciata richiede che l’elasticità fra le due variabili considerate sia uguale a uno, cioè che numeratore e denominatore crescano nella stessa proporzione (stessa variazione percentuale): solo così il loro rapporto può restare costante.

L’incubo del materieprimista

Dal meraviglioso mondo dei dilettanti dell’economia ci giungono fantasiose ipotesi su cosa accadrebbe se l’Italia riacquistasse la propria sovranità valutaria e monetaria. Qui ci occupiamo della prima, cioè del fatto di emettere un valuta nazionale liberamente commerciata sui mercati dei cambi (e quindi soggetta a fluttuazione). Sì, proprio quella cosa che gli spaghetti-liberisti aborrono, mentre, chissà perché, i veri liberisti, come Milton Friedman, quelli che credono in tutti i mercati, compreso quello dei cambi, ovviamente ritengono fisiologica e desiderabile.

Quei dilettanti particolarmente fastidiosi e patetici che sono i materieprimisti (definizione di Claudio Borghi Aquilini) insistono sul fatto che siccome è noto che l’Italia svaluterebbe (per recuperare il differenziale di inflazione cumulato con la Germania), ciò aggraverebbe irrimediabilmente il nostro deficit, perché dovremmo pagare proporzionalmente di più le materie prime...

Poveri materieprimisti! Li ho sempre presi in giro, ma questa sera mi sono accorto che in effetti hanno ragione loro. Mi scuso quindi con loro: è vero, compatibilmente con la struttura del loro cervello mononeuronale, effettivamente andremmo in deficit. Vi spiego perché.

Supponiamo che la bilancia commerciale parta da una posizione di equilibrio. Potremmo esprimere questo equilibrio così:

PX = EPfM

dove P sono i prezzi nazionali, X le esportazioni, E il tasso di cambio incerto per certo (quantità di valuta nazionale per una unità di valuta estera), Pf i prezzi esteri in valuta estera, M le importazioni. La condizione qua sopra ci dice che il valore delle esportazioni (prezzo dei beni per quantità) uguaglia quello delle importazioni (che siccome sono prezzate in valuta estera, devono essere convertite in valuta nazionale col cambio). Ora, nel caso considerato, una svalutazione corrisponde a un aumento di E. Chi ha un neurone solo ovviamente vede solo quello, e quindi giustamente nota che se E aumenta, a parità di altri condizioni (col vostro riverito permesso dirò ceteris paribus, una clausola della quale abbiamo bisogno dato che i piddini sono endemici), il valore delle importazioni (quello che dobbiamo pagare per averle) aumenta, e quindi andiamo in rosso.

Orrore!

A questo punto il materieprimista rinfodera l’unico neurone che possiede e si allontana soddisfatto: è convinto di averci asfaltato, e a noi piace ricordarlo così, appagato da questa sua beota convinzione. Lasciamolo andare: se non lui, il suo modo di ragionare emana un fetore del quale siamo lieti di liberarci il prima possibile. Non fate l’errore di tentare di convincerlo: il ragionamento tecnico non riesce a seguirlo (ne saranno prova le domande a questo post), e i precedenti storici non lo convinceranno mai, perché il materieprimista strutturalmente appartiene alla categoria dei fuuuuuuuuuuuuuuurbi: sì, quelli che confutano le strampalate teorie di Bagnai, quelli che si sono formati in economia leggendo assiduamente gli inserti di Repubblica. I fuuuuuuuuuuuuuurbi sono una miniera sterminata di aneddoti: dei bulimici collezionisti di foglie, che usano a mo’ di lenti a contatto per non rischiare di vedere l’albero. Prepariamo la borsa del ghiaccio per l’inevitabile bernoccolo e andiamo avanti, ma non prima di aver fatto un opportuno “disegnino” con lo scenario del materieprimista:




L’ho tenuto semplice: i prezzi e il cambio nella baseline (lo scenario di partenza) sono tutti normalizzati a uno, e i volumi scambiati sono identici e uguali a 50. In questo caso il valore delle esportazioni e delle importazioni coincidono e sono uguali anche loro a 50, e il saldo commerciale è nullo. Ci siete?

Il materieprimista vede solo l’aumento del cambio determinato dalla svalutazione. Nel caso in specie, ho immaginato una svalutazione del 20% (cioè: il cambio passa a 1.2, occorre il 20% in più di valuta nazionale per acquistare la valuta estera), quindi il valore delle esportazioni resta invariato a PxX=1x50=50, quello delle importazioni passa da 1x1x50=50 a 1.2x1x50=60 e quindi il saldo passa a 50-60=-10.

Deficit! Sciagura! Criminali insensati, ecco dove ci ha portato il vostro folle volo! Perché avete abbandonato l’euro che ci protegge...

La condizione di Marshall-Lerner

Il problema è che solo un perfetto cretino può immaginare una simile clausola ceteris paribus. In realtà sappiamo benissimo, perché lo osserviamo da sempre sui mercati, che importazioni ed esportazioni reagiscono al tasso di cambio, sono cioè “elastiche” al cambio. Del resto questo è esattamente il motivo per il quale gli alamanni hanno costruito un'Europa nella quale chi ha un surplus di 200 miliardi di dollari non possa rivalutare! Quello che succede alla fine della storia dipende appunto da quanto sono elastiche esportazioni e importazioni. Da questo orecchio i materieprimisti non ci sentono, eppure non è poi così difficile strutturare un discorso serio.

Il fatto è che quando il cambio si svaluta (E cresce) i prodotti nazionali diventano più convenienti (le esportazioni aumentano) e quelli esteri meno convenienti (le importazioni diminuiscono). Avremo quindi due elasticità delle esportazioni al cambio. Se la quotazione è incerto per certo, quella delle esportazioni sarà positiva, quella delle importazioni negativa.


(Nota: che se invece la quotazione fosse, come va di moda ora nell'Eurozona, certo per incerto, i segni sarebbero cambiati. In quel caso, infatti, una svalutazione si tradurrebbe in una diminuzione del cambio, e quindi l'elasticità delle esportazioni sarebbe negativa (se il cambio scende, le esportazioni salgono), e quella delle importazioni positiva. Sotto vediamo un esempio).

Questi effetti evidentemente contrastano l’effetto negativo determinato dalla svalutazione del cambio sul costo delle importazioni. L’aumento del costo delle importazioni fa peggiorare la situazione (è lo scenario materieprimista visto sopra), ma sia l’aumento del volume delle esportazioni che la riduzione di quello delle importazioni tendono a far migliorare la situazione.

Il problema è: quanto devono essere elastiche esportazioni e importazioni affinché il movimento dei loro volumi compensi l’effetto negativo dato dall’aumento del valore delle importazioni?

La regola è molto semplice e si chiama condizione di Marshall-Lerner: bisogna che la somma dei valori delle due elasticità, presi tutti col segno positivo (cioè in valore assoluto, come si dice in matematica) sia maggiore di uno. Ovviamente, dato che l’elasticità delle esportazioni è già positiva, prima di sommare le elasticità basta cambiare segno all’elasticità delle importazioni (ricordando sempre che se il cambio è quotato al contrario, le elasticità cambiano segno, ma non ce ne frega niente, perché tanto a noi interessa il loro valore assoluto).

Prima di darvi la doverosa dimostrazione (che comunque trovate su Internet in tutte le salse), vi fornisco qualche esempio, riprendendo la tabella precedente alla quale ho aggiunto tre colonne: una per l’elasticità al cambio delle esportazioni (exp), una per quella delle importazioni (imp), e una per la somma dei loro valori assoluti (ML).



Lo scenario del materieprimista, lo avrete capito, corrisponde al caso assolutamente improbabile in cui né esportazioni né importazioni variano, per cui la loro elasticità al cambio è nulla: zero per le esportazioni, zero per le importazioni, e quindi, siccome zero più zero uguale zero, la condizione di Marshall-Lerner non è rispettata: la somma delle elasticità (zero) è minore di uno.

Ma attenzione.

Non occorre essere ottusi come un materieprimista perché la condizione non venga rispettata.

Guardate ad esempio il caso (A). Faccio con voi i conti passo passo. Intanto, ho immaginato che le elasticità siano 0.4 per l’export e -0.4 per l’import. La somma dei valori assoluti è 0.8<1, quindi la condizione non è rispettata e già possiamo immaginare che le cose finiranno male.

Infatti nel caso (A) le esportazioni in volume aumentano, ma, dato che il cambio è aumentato del 20%, il loro incremento è solo di 0.2x0.4=0.08=8%, cioè le esportazioni passano da 50 a 54 (essendo 4 appunto l’8% di 50 per quella storia che cerco di far capire a Uga secondo la quale 5x8=40...). Dato che i prezzi rimangono fissi, anche il valore delle esportazioni passa da 50 a 54.

Quanto al volume delle importazioni, lui, certo, diminuisce, ma solo dello 0.2x(-0.4)=-8%. Il volume delle importazioni quindi scende a 46. Solo che siccome il cambio è aumentato del 20%, il valore delle importazioni è pari a 46x1.2=55.2, quindi aumenta rispetto alla baseline.

Certo, sono aumentate anche le esportazioni, ma solo fino a 54: il risultato quindi è che i conti passano in rosso per -1.2.

Bello, vero?

Dai, se ne fa un’altra...

Vediamo ad esempio il caso (B). Qui ho immaginato che le elasticità siano un po’ più grandi, del 60% per import e export, somma dei valori assoluti 1.2>1, quindi la condizione di ML è rispettata. Ci dobbiamo aspettare allora che una svalutazione migliori il saldo, portandolo in positivo, e in effetti è così, come verifichiamo insieme.

Dunque: le esportazioni in volume aumentano, questa volta del 0.2x0.6=0.12=12%, passando da 50 a 56 (che è appunto uguale a 50x1.12). Supponendo che i prezzi siano fissi, questo è anche l’aumento del valore delle esportazioni. Le esportazioni aumentano quindi più di prima, ma questo basta a sconfiggere l’incubo dei materieprimisti?

Vediamo: le importazioni, in volume, diminuiscono del 12%, passando a 44. Certo, il loro valore è influenzato dal fatto che il cambio è aumentato del 20%, e quindi corrisponde a 44x1.2=52.8. Caspita! Anche in questo caso il materieprimista ha ragione! Mi trovo a pagare le importazioni più di prima... Ma... Oooops! Non sto forse dimenticando qualcosa? Ah, già!  È vero che pago le importazioni 2.8 lire in più che nella baseline, ma è anche vero che dalle esportazioni ricavo 6 lire in più. Quindi il mio saldo migliora di 3.2 lire.

Abbiamo sconfitto l’incubo del materieprimista!

Notate che il risultato funziona quando anche solo uno dei flussi (solo l’export, o solo l’import) è elastico, purché la somma delle elasticità sia maggiore di uno: lo vedete nei casi (C) e (D).

Dalla teoria alla pratica

Ma queste elasticità, in pratica, quanto valgono? Quanto è plausibile che siano così grandi da tirarci fuori dai guai?

Ovviamente il dibattito su questo punto sarà eterno, e se volete un giorno ve ne racconto la storia, che conosco piuttosto bene, a partire dal primo articolo rilevante, quello di Houthakker e Magee (1969) su American Economic Review. Qui mi limito a farvi osservare una cosa. Vi ricordate di quando abbiamo parlato del Verbum Domini? Sì, insomma, di quell’altra strana genia, i competitivitànondiprezzisti, un’altra categoria di fuuuuuuuuuuuurbi che confuta le strane teorie di Bagnai venendogli a spiegare (perché loro hanno lavorato, son stati in azienda e hanno fatto il militare a Corato) che quello che conta non sono i prezzi ma la qualità del prodotto, della rete di assistenza, ecc. (senza sapere che il povero Bagnai si è nutrito di pane e Fagerberg lavorando per Pier Carlo Padoan, ma lasciamo perdere...). Bene. Lì vi ho citato un rapporto trimestrale della Commissione Europea il quale serenamente ammette che la competitività non di prezzo sarà anche importante in teoria, ma in pratica c’entra poco, perché il diverso comportamento delle esportazioni fra Italia e Germania è spiegato interamente dal comportamento del tasso di cambio reale (cioè corretto per l’inflazione).

È interessante vedere quali sono le elasticità delle esportazioni al cambio secondo gli esperti della commissione. Vi riporto il pezzo rilevante del loro Box IV.1:



Le elasticità al cambio sono nella colonna REER. Attenzione: REER significa real effective exchange rate, ed è appunto la misura del tasso di cambio sensata per una stima simile. Vi ricordo che il tasso di cambio reale è il rapporto fra il livello dei prezzi interni ed esteri espressi nella stessa valuta, e quindi nel nostro caso sarebbe:



(prezzi interni in valuta nazionale, diviso prezzi esteri in valuta nazionale). Notate che il cambio reale è sempre quotato certo per incerto, cioè in ogni caso una sua diminuzione corrisponde a una svalutazione reale, cioè a un aumento della convenienza dei beni interni, per qualsiasi motivo (perché diminuiscono i prezzi interni, perché si svaluta il cambio, perché aumentano i prezzi esteri).

Ora, caso vuole che se consideriamo i prezzi interni ed esteri come fissi, il cambio reale varia solo se cambia quello nominale, e sostanzialmente dello stesso importo: se E si svaluta (sale) del 20%, er si svaluta (scende) di circa lo stesso importo.

E qui arriva l’ennesimo fuuuuuuuuuuuuuuurbo, il circoloviziosista: “Bagnai vuole ingannarmi, ma a me non la si fa! Io sono fuuuuuuuuuuuurbo. Si sa, è noto che l’immorale svalutazione immediatamente genera inflazione e quindi se aumenta E, abbassando il cambio reale, poi aumenta P, riportandolo dov’era prima, ecc. ecc.”. Vabbe’, questo è solo un poro cojone, inutile perderci tempo: abbiamo visto in tutte le salse che la svalutazione non si traduce interamente in inflazione né nel breve né nel lungo periodo, e per chi non fosse convinto c’è tanto bella la Fig. 12 del mio libro. Nel breve-medio periodo è senz’altro lecito supporre che i prezzi non compensino le variazioni del cambio, che possono essere rapide ma si trasmettono con ritardi e solo in parte ai prezzi, dal che deriva che le elasticità al cambio reale di fatto ci dicono cosa succede se varia il cambio nominale.

E l’altra “E”, quella di “effective”?

Scusate, ma perché non lo chiedete a quel pirla secondo il quale io ormai dovevo chiudere il blog perché voi sapete già tutto? Ecco, cercatevi su Wikipedia (non quella italiana, la fiera della disinformazione) cos’è un cambio effettivo, e la prossima volta siate umili, che qua di superbo basto io.

Anyway, quanto sopra per dirvi che le elasticità della colonna REER possono essere prese come misura dell’impatto del cambio sulle esportazioni. Dice: ma perché sono negative? Dico: ma perché abbiamo visto che con le convenzioni che stiamo usando (e che sono quelle in uso fuori dall’Eurozona) la svalutazione nominale corrisponde a un aumento di E, ma quella reale a una diminuzione di er, e quindi il segno dell’elasticità cambia. Ma a noi non ce ne frega niente, perché quello che è rilevante comunque è la somma dei valori assoluti, capite?

Bene, guardiamo ‘sta tabella. Cosa vedete? Sono rispettate le condizioni di Marshall-Lerner?

Dice: ma ci mancano le elasticità al prezzo delle importazioni! Non possiamo fare la somma.
Ehi, amico, scusa, guarda bene: in Spagna, Francia e Italia le elasticità di prezzo delle esportazioni sono, già loro, maggiori di uno. Capisci, amico? Siamo nel caso (C) della tabella, quello in cui solo le esportazioni sono elastiche ai prezzi... Ma con una elasticità simile, maggiore di uno, se anche le importazioni in volume non si muovessero, l’aumento di costo determinato dalla necessità di pagare di più la valuta estera verrebbe più che compensato dall’aumento di ricavi prodotto dall’incremento del volume delle esportazioni. Quindi in tutti questi paesi (che guarda caso sono tutti del Sud, Francia inclusa) una uscita con svalutazione avrebbe necessariamente effetti positivi sul saldo commerciale.

E notate un altro fatto interessante. In quale paese le esportazioni sono più elastiche al prezzo? E quindi a quale paese converrebbe di più tirarsi fuori dl letamaio dell'euro?

L'I...

L'It....

L'Ita....

L'Ital...

L'Itali....

L'Italia....

"L'Italia!"

Sì. ecco, bravi, avete indovinato subito! Bene: ora dovete solo raccontarlo a una minoranza rumorosa di traditori degli interessi del proprio paese, e convincerli, e siamo a posto: ecco risolto il problema politico!

(Ah, ovviamente il trollazzo demente - Alex78 - era intervenuto su Verbum Domini per farmi capire che io avevo sbagliato, visto che avevo trascurato le importazioni, ma così mi ha fatto solo capire che non conosceva le condizioni di Marshall-Lerner... Porello... Con queste elasticità delle esportazioni - e si può discutere di quanto siano affidabili - di sapere cosa fanno le importazioni non ce ne fotte niente).


Intanto, la dimostrazione delle condizioni ve la fate per esercizio. Qui c’è l’esempio con il cambio quotato certo per incerto, potrete adattarlo voi al caso che studiamo qui (nota che l’elasticity pessimism di Wikipedia è datato e fuorviante, ma di questo si può parlare un’altra volta). Se siete tanto bravi da volere la dimostrazione, siete anche tanto bravi da capire perché ho scelto, per la prima parte di questo post, la quotazione incerto per certo (l’incubo del materieprimista... ricordate... quindi?).


(volete i post tecnici? E qui siamo solo all'inizio. Pensa quando parleremo di come scegliere le stime più rappresentative di queste benedette elasticità...)