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sabato 15 luglio 2017

To make a long story short

Per quanto sembri strano, pare proprio che la gente non veda che la libertà di movimento dei fattori produttivi (capitale e lavoro) è strutturale all'ideologia liberista.

Eppure... liberismo... libertà... le assonanze non vi aiutano!?

E per quanto possa essere assurdo, non sembra che la gente afferri il dato fondamentale: la libertà che si fa ideologia, cioè il liberismo, altro non è che la traduzione in prassi politica del desiderio di sottrarsi alle leggi altrui intensamente provato da chi può imporre la propria legge, cioè quella del più forte.

Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei l'altrui rifiuta.

Rileggete alla luce di questa semplice considerazione il post precedente, e mandate un abbraccio ai "progressisti"...

venerdì 14 luglio 2017

Aiutiamoci a casa nostra

Ho poco tempo (scadrà quando Marta arriverà in ufficio), e vorrei condividere con voi qualche riflessione non tecnica. Il tempo della "tecnica", d'altra parte, è finito. Quelli di voi che potevano capire "tecnicamente", hanno già sufficienti strumenti. Chi non poteva (l'adorabile Nat, per la quale una sottrazione - perché un saldo questo è - si configura quale paradosso logico insormontabile) è vergine (intellettualmente, dato che mi risulta abbia un paio di figli e non vada in giro con un manti azzurro), e ci ha pensato il carisma. Certo, potremmo andare oltre, e ci divertiremmo molto. Ma dovrei fornirvi (e lo farò) alcuni rudimenti minimi di statistica: diciamo, portarvi al test della t di Student, in modo da farvi apprezzare la mediocrità del male, lo squallore di certe analisi mainstream, che si traduce anche (spesso e volentieri) nell'evanescenza dei risultati sotto il profilo statistico. Certo, imponendovi un po' di econometria for dummies vi renderei il grande favore di farvi sentire inteligenti, vi darei altri argomenti per battibeccare coi piddini (attività che suscita in me profondo disprezzo per chi vi si dedica, da entrambi i lati del vuoto dialettico). Ma mi sembra che ci siano esigenze più pressanti da soddisfare: la nostra democrazia è in pericolo: un pericolo per sua natura insidioso e diffuso.

Non sono un politologo, quindi non so cosa sia la democrazia tecnicamente. Emotivamente, tenderei a definirla come un regime politico che dà libertà di espressione, che dà voice, come dicono (per una volta in modo espressivo) i nostri fratelli britannici. Per avvelenare la democrazia, quindi, basta fare una semplice operazione: inquinare il linguaggio. Questa è l'attività alla quale i media, che sono il nemico prossimo della democrazia, il suo assassino (il mandante essendo il capitale), si dedicano con tenacia e sagacia, come il post precedente dimostra. Non c'è (ancora) bisogno di censura, di limitazione "esogena" della libertà, di costrizione. Non ci trattano come trattarono Gramsci perché hanno trovato un modo più efficiente (in quanto massivo e politicamente sostenibile) di "impedire ai cervelli di pensare": impadronirsi del linguaggio e sovvertirne l'uso, impedire che le cose vengano chiamate col loro nome, e in limitatissimi casi addirittura criminalizzare l'uso del termine lessicalmente corretto, in nome del politicamente corretto. L'impedimento, col tempo, diventa endogeno: disapprendiamo la nostra lingua, e così perdiamo la capacità di rappresentare (e quindi di far comprendere, ma anche di comprendere) i processi in atto. Quando si arriva a questo punto abbiamo perso, perché scompare, in effetti, lo stesso terreno di scontro: avere voice non serve più, perché così come non si può combattere senza conoscere il linguaggio del nemico (indispensabile per comprenderne e prevenirne le tattiche), è evidentemente utopistico pensare di vincere una battaglia politica usando il linguaggio del nemico: se le sue parole diventano le tue, il tuo discorso, fatti salvi casi di eccezionale talento, fatalmente diventa il suo.

Non è che questa sia una novità, per chi segue questo blog, o, per altri versi, il blog del Pedante (epigono di grande talento: avercene!), e non è certo una novità per chi si sia ormai deterso la ricottina del rigurgito dalla nascente peluria. Quelli della mia età si ricorderanno di come il capitale, negli anni '80, ci fece digerire la nostra sconfitta propugnando l'idea che tutti fossimo capitalisti: la nostra sconfitta, cioè la liberalizzazione dei mercati finanziari, ci veniva presentata ossessivamente, insistentemente, come una nostra vittoria, come la possibilità di essere tutti azionisti. Peccato che il mercato finanziario, per sua natura, in tanto è efficiente in quanto veicoli correttamente le informazioni, e che nella vita vera l'informazione non sia diffusa, atomistica, simmetrica, gratuita, come dovrebbe essere per assicurare mercati efficienti, ma sia circoscritta, concentrata, asimmetrica, monopolistica, in mano a quelli che dai mercati traggono benefici esorbitanti, ovviamente a scapito di perdite altrui esorbitanti nel totale, ma individualmente sostenibili, di norma, perché ripartite su un gran numero di "buoi".

Ci voleva molto a capirlo?

No: sull'argomento, di per sé non impenetrabile, giravano anche film di discreto successo!

Ma è bastato sedare, in forme e modi che gli storici appureranno, chi doveva difendere gli interessi contrapposti a quelli del capitale, per rendere questa storiella della fine delle classi sociali totalmente egemone. Per l'uomo "de sinistra" odierno, un operaio è un Marchionne che non ce l'ha fatta: e come è merito di Marchionne se ce l'ha fatta, è demerito dell'operaio se guadagna una frazione infima di quanto guadagna il simpatico manager che non si sa annodare una cravatta (ed è pertanto caro ai nostri progressisti, i quali sono restii ad annodarsi qualcosa intorno al collo, forse perché sanno di meritarselo).

Questa mortificazione del linguaggio, questo avvelenamento della democrazia, procede, facendo strame (tra l'altro) di tutte le istituzioni nelle quali ritenevamo di poter aver fiducia, e che invece si sono dimostrate del tutto allineate a un semplice modello concettuale: chi viene finanziato con soldi pubblici in un contesto in cui lo Stato è catturato da interessi economici si allinea al pensiero unico del capitale e se ne fa docile servitore.

Pensate, tanto per fare un esempio, allo squallore di Bran Academy, di cui nel 2010 si discusse la chiusura, che poi non avvenne. Grati del salvataggio, gli illustri cattedratici si sono dati a esercizi meramente accademici, come sindacare su chi usasse il termine bail in, ma, attenzione!, non l'hanno fatto per difendere l'uso di una lingua che forse non conoscono (al cruscologo dauno o camuno, con tutto l'amore che ho per questi territori, credo poco, scusatemi: anche l'italiano va aiutato a casa sua...), ma per intorbidare ulteriormente le acque. Il bail in, infatti, non è un "salvataggio dall'interno", come qualche sprovveduto funzionale alle logiche del sistema andava sostenendo, forse aspettando una carezza del Capitale (sotto forma di elemosina per tirare avanti ancora un po'...), e non lo è non solo perché non salva un bel nulla (tant'è vero che, come sapete, le banche italiane sono state lasciate in stato di marcescenza nell'attesa che i regolatori europei trovassero un modo onorevole per disapplicare le norme che essi stessi avevano disegnato e di cui ci avevano eletti a cavie, distruggendo, invece di salvarle, alcune banche e alcune vite), ma anche perché esiste una legge universale, che travalica i confini delle singole discipline: è quella che rende esagonali le celle delle api, è quella che ci fa percepire una frattura del remo nel punto in cui si immerge in acqua. La Natura segue percorsi di minimo, è ottimizzante, aborre gli sforzi inutili, e così - vi assicuro - nonostante le apparenze, fa l'arte, e così fa il linguaggio (ed è questo, fra l'altro, che assicura l'osmosi perenne fra una lingua e l'altra: la scoperta di modi più sintetici ed espressivi per esprimere un concetto).

Avete contato i caratteri di "salvataggio dall'interno"? Bene: ora contate i caratteri di "esproprio". A occhio sono di meno, no? Chi vi dice di difendere il linguaggio usando una circonlocuzione prolissa e concettualmente falsa invece di un termine conciso, espressivo, e corretto, non sta difendendo il linguaggio: sta difendendo il capitale.

La Crusca, di cui mi venne detto avesse fatto simile lavoro (coi soldi nostri), o i Lincei, dove ancora troviamo queste slides (particolarmente poco pregevoli, soprattutto per come insultano il paese valutando il merito dei suoi governi sulla base delle copertine della grande stampa internazionale, prona ad interessi esplicitamente avversi alla nostra costituzione democratica), dovranno essere affidate a quel mercato che con tanta passione hanno difeso, e che farà di loro strame come meritano. C'è chi paga per fottere: io certamente non pago per essere fottuto.

L'economia, si sa, è cosa difficile. Laggente (ma anche Nat) non capiscono che se escono più soldi di quanti ne entrano alla fine c'è un probblema. Mettere un segno più davanti a quanto entra, e un segno meno davanti a quanto esce, è tecnicismo astruso, per molti, è sforzo di astrazione che a molti appare sterile. Il caparbio rifiuto ideologico (perché questo è) di utilizzare un linguaggio meno ambiguo (quello dei più e dei meno) espone così i volenterosi critici del sistema, quelli che hanno intuito che qualcosa non va, ad allinearsi, insensibilmente, involontariamente, inconsciamente, ai suoi volenterosi carnefici.

Ma il Signore è misericordioso, a modo suo, e, come la Bibbia in mille occasioni ci rammenta, ci invia segnali. Ecco: la cosiddetta "crisi" dei cosiddettissimi "migranti" possiamo anche vederla come un segnale: un segnale importantissimo e utilissimo per capire in che modo il capitale arma i suoi sicari (i media) per uccidere la democrazia.

Già parlare di "migranti", come sapete, è una lieve forzatura del linguaggio. Queste persone per l'Italia non sono "migranti", e infatti nelle statistiche ufficiali di "migranti" non si parla, ma di "immigrati". L'uso di un termine tecnicamente scorretto, quando non lessicalmente improprio, dovrebbe suscitare sospetto: sospetto che diventa certezza quando si veda, come non vogliono farci vedere (e quindi non  vediamo), che negare l'uso del termine "immigrati" significa negare la legittimità del nostro punto di vista, il punto di vista di un paese in cui la disoccupazione è raddoppiata e la povertà triplicata in pochi anni come risultato di precise scelte politiche, dettate da regole adottate per precisi motivi di distribuzione del reddito.

Il nigeriano col quale ho parlato venendo dalla Bios all'ufficio non è un migrante: è un emigrato (dalla Nigeria, per motivi da approfondire) ed è un immigrato (in Italia, con conseguenze da approfondire). Così figura (se figura) nelle statistiche del suo e del mio paese: questo è il dato. Ma il dato è amico della verità, quindi nemico del capitale e della sua simpatica favoletta.

Basterebbe questo (e, del resto, ora devo smettere: è appunto arrivata Marta) per far capire come stanno le cose.

Ma forse qualche elemento di riflessione in più occorre darlo, tanto per portare elementi di verità nel discorso: cose che sapete, ma che mi sento di ripetervi per giustificare la mia ambizione di essere nominato miglior sito politico e d'opinione ai prossimi MIA17.

Intanto, torniamo all'inciso: se (il simpatico nigeriano) figura (nelle statistiche). Ecco, forse dovremmo ricordarci che se ci sono delle leggi, sia nazionali che internazionali, a disciplinare l'ingresso di esseri umani (come di qualsiasi altra cosa, peraltro) in una data polity, in una data comunità, chi le viola è per definizione un criminale, un delinquente (e chi lo aiuta, come le ONG, concorre al delitto, e chi non se ne distanzia con vigore, come nessuna delle ONG asseritamente "nobili" ha fatto, purtroppo, si merita il sospetto nel quale incorre - e che potrà quantificare fra due anni alla liquidazione del 5x1000). Poi, si può discutere delle motivazioni per le quali si è spinti a delinquere, e naturalmente c'è chi è chiamato a valutarle. In un ordinamento democratico, però, questo "qualcuno" è l'ordine giudiziario, che lo fa secondo le norme che la polity in questione si è data. Non dovrebbero farlo i giornali. Ma lo fanno. Quando un giornale si rifiuta di chiamare clandestino chi è clandestino, o quando emette in prima pagina su cinque colonne una sentenza di condanna verso chi magari non ha nemmeno ancora ricevuto un avviso di garanzia, sta facendo esattamente la stessa operazione (anche se in un caso né noi né lui ce ne rendiamo conto): si sta sostituendo alla magistratura.

Perché, vedete, è un dato di fatto: un conto sono i rifugiati, e un conto gli immigrati. Se ci sono due parole diverse, un motivo ci sarà. E un conto sono i naufraghi, e un altro conto sono i passeggeri (per quanto pericoloso sia il mezzo che sono stati criminalmente indotti a scegliere). Anche qui, se ci sono due parole, un motivo ci sarà.

Riflettiamo sui rifugiati: persone i cui diritti politici o civili (o, in generale, umani) sono gravemente lesi nel paese in cui risiedono. Anche qui, la mia definizione è sbrigativa. Quella corretta esiste, ed è data dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifiugiati. Ora, si potrebbe andare sul tecnico, sul difficile... ma andrò sul semplice, dove non vogliono che andiate perché potreste capire cosa sta succedendo. Il semplice fatto che esistano dei rifugiati, cioè persone delle quali è ufficialmente riconosciuto che devono abbandonare una polity e muoversi in un'altra per potersi realizzare come esseri umani, per potersi esprimere, ci fa capire quanto sia essenziale, in termini di promozione umana e di protezione dei diritti universali dell'uomo, che esistano polity diverse. E in cosa si traduce, concretamente, l'esistenza di diverse polity? Nei confini che le separano. A me fa tenerezza, ma anche un po' paura e molto schifo, che ci sia chi, sdilinquendosi ostentatamente per il debole e l'oppresso (rigorosamente altrui), propugna l'abolizione delle frontiere. Un mondo senza confini è come un corpo senza membrane cellulari: un simpatico lago di citoplasma, che il sole di questi giorni farebbe evaporare nel giro di un quarto d'ora. I rifugiati sono persone che hanno necessità di superare un confine per pensare diversamente, e questo semplice dato strutturale ci fa comprendere che chi è sinceramente amico della diversità e della possibilità di esprimerla deve difendere le frontiere (non mi addentro sul fatto che questo sarebbe anche un obbligo imposto dal Trattato di Schengen - basta leggere il Capo II dell'Accordo di Schengen). Ma per qualche strano motivo, gli amici della "diversità" sessuale, culturale, e via dicendo, sono anche quelli che lottano strenuamente insieme al capitale perché venga abolito il presupposto della diversità politica, che poi è il presupposto fondamentale perché le altre diversità vengano riconosciute e disciplinate (nell'interesse di chi, legittimamente, volesse essere uguale, magari perché ha letto Sandro Penna:

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Forse Penna presagiva l'infinito squallore di un mondo paradossale in cui chi è felicemente comune viene condannato all'infelicità imponendogli di essere diverso per conformarsi al politicamente corretto, cioè alle forme uniche del pensiero unico dell'unico capitalismo che ci viene proposto).

Ma riflettiamo anche sugli immigrati, volete? Immigrare è un diritto? La risposta è un sonoro (ma taciuto dalla nostra stampa serva e vile, e quindi inascoltato dai suoi lettori boccaloni):
no.
E non è la risposta mia: è la risposta dell'ordinamento (come stiamo capendo ora che Franza e Spagna ci stanno prendendo a pesci in faccia, e noi scopriamo di non potergli dire niente perché loro stanno semplicemente applicando le regole), ma è anche la risposta di filosofi che si sono interrogati sul concetto di giustizia nel loro lavoro di ricerca, e che quindi si presuppone ne sappiano un tantino di più dei giornalisti, scherani del capitale, squadristi del fascismo dell'opinione, cancro della democrazia. Mi riferisco in particolare a David Miller, che si pone esplicitamente la domanda se esista un diritto umano ad immigrare, e si risponde: no (fra l'altro, sollevando un tema del quale concretamente nessuno parla, ovvero quello di come tutelare i diritti umani di chi invece ha diritto a rifugiarsi altrove: perché i cosiddetti "migranti economici", cioè gli immigrati - clandestini o meno - non solo si appropriano liberamente del capitale sociale di una comunità, in un mondo in cui il capitale privato invece si difende benissimo - come ci ricorda Mario Nuti - ma compromettono seriamente il sacro diritto dei rifugiati di trovare asilo politico, rendendone l'esercizio ulteriormente penoso, o magari vedendoselo rifiutare, come sta succedendo ai tibetani, che sono "meno migranti" degli altri).

Andrebbe anche detto, ma sono pochi a farlo, che un conto è un paese in crescita, e un conto un paese in recessione (e mantenuto in questo stato per precise scelte politiche)! Riflessione che qui abbiamo fatto spesso, che viene fatta in modo molto limpido in questo articolo interessante per tanti versi e sul quale mi ripropongo di tornare, e che travalica la sfera dei diritti umani per coinvolgere quella della prassi politica. Alla fine, se mi permettete di allargare l'obiettivo, il problema dei nostri politici è tutto qui: non aver capito che non solo il moltiplicatore keynesiano, ma l'intera logica politica è diversa in bad times e in good times. Sapete quelli che "a politiga tu nun la capisci, a politiga è mediazzzzzzione?" Ecco, sì, quei cretini lì. Ora che la SStoria ne ha spazzati via un bel po', ai superstiti spiego cosa non hanno capito loro: un conto è la politica quando il Pil cresce, e un  conto quando il Pil cala, e questo perché nel primo caso l'accresciuta disuguaglianza relativa, che tutti i politici hanno voluto per decenni (dai comunisti alla Napolitano - Bersani, Fassina, D'Alema, D'Attorre, Fratoianni, ecc. - ai conservatori alla Berlusconi), e alla quale tutti hanno attivamente cooperato, nel primo caso non comporta necessariamente una diminuzione dei redditi assoluti, nel secondo sì, e quindi viene percepita dagli elettori (e infatti ora tutti i politici ipocriti e cialtroni devono correre ai ripari versando una affrettata lacrimuccia di circostanza per de-plorare un fenomeno che va avanti dalla metà degli anni '70, nell'indifferenza più assoluta di quelli che ci dicevano che eravamo tutti capitalisti).

Quando il Pil cresce la mediazzzzzione su come spartirsi la torta può anche andare bene: ma quando il Pil cala, solo strategie politiche radicali sono vincenti: e questo spiega sia i recenti fallimenti di alcune forze che pretendevano di essere antisistema (qui come altrove), sia perché dalle grandi recessioni emergano, come stanno emergendo, regimi totalitari (la UE lo è a modo suo, ma verrà spazzata via da qualcosa di peggio).

Ecco: la chiudo qui, che devo dedicarmi ad altro. Ma, visto che oltre ad essere il miglior sito politico e d'opinione (come questo post dimostra, per il semplice fatto che vi ha detto cose che nessuno vi dice), siamo anche la migliore community, vorrei chiudere questo appassionato elogio delle frontiere in nome della libertà esortando (diciamo così) Giuse a sbloccare con decorrenza immediata Massimo D'Antoni, pena la mia reazione, conforme al mio temperamento che tutti sapete essere moderato e tollerante. Massimo (posso dirlo, tanto lui è deciso a rovinarsi la carriera), fra le altre cose, è anche quello che mi ha fatto leggere Miller. Se lo ha fatto, come molti hanno fatto in questi anni, per lanciare il sasso nascondendo la mano, gli è andata male: la mia feroce onestà intellettuale mi impone di specificare quando una fonte è diretta (perché ci sono capitato sopra) o indiretta (perché me l'ha segnalata un altro). Quindi, cari "dicoloriani" (credo che "negriani" non si possa dire...) sappiatelo: Massimo fa letture che voi mettereste all'indice (senza essere la Santa Inquisizione, che aveva una sua estetica che voi decisamente non avete).

Quali interessi difendiate, cari "dicoloriani", è chiaro. Gli interessi che ogni tanto il popolo spazza via, quando decide di difendersi (a casa propria). La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, come diceva Julius Evola... o no?

sabato 21 novembre 2015

La bustineide (ovvero: aridatece Boldrin!)

Premessa: il capitalismo ha bisogno delle sue Pearl Harbor. Se sei marxista come Vlad Tepes dirai che servono a distruggere capitale, onde rialzare il saggio di profitto (nessuno è neoclassico quanto un marziano); se sei keynesiano, dirai che servono a fare la cosa giusta (politiche di bilancio espansive) nel modo sbagliato (bombardando qualcuno).

Attiro la vostra attenzione sul fatto che nessuno sta dicendo che l'unica cosa da fare sarebbe monetizzare il deficit, cioè abolire il "divorzio" fra Tesoro e Banca centrale. Questo è l'unico modo di sostenere la domanda con effetti espensivi su output e prezzi sufficientemente ampi e rapidi. Ma si sa, il divorzio è un diritto civile, quindi è "de sinistra" per definizione: per questo a sinistra si inventano qualsiasi cosa pur di non abolirlo. Anche quelli mediamente lucidi, tipo Wren-Lewis, parleranno di "helicopter money" (dimenticando che se usi il linguaggio del nemico hai già perso), o di "QE for people", e ti faranno così capire da che parte stanno: dalla parte di chi vuol dare "ar popolo" una mancetta (via banca centrale o via reddito della gleba), anziché un lavoro.

Vedrete: fra un paio di anni lo diranno tutti, e, come al solito, voi saprete perché.

Comunque, sia come sia, adesso il capitalismo la sua ricorrente Pearl Harbor l'ha avuta. Il modo per ottenerla è, naturalmente, sempre il solito: abbassare la guardia (qui). Fatto sta che io sono sempre in giro: a inizio mese ero, come sapete, a Rouen, ed ero partito con un solo bagaglio a mano, corredato da quei simpatici ammennicoli che distinguono l'uomo dalla bestia: deodorante, dentifricio, et similia, amenamente riposti nel bagaglio, senza alcuna bustina di plastica né altro. In teoria, avrebbero dovuto buttare tutto. In pratica, no. Perché io penso positivo, e perché la guardia era bassa. Tant'è che io, che sono umano e curioso, all'ultimo passaggio alla sicurezza di Fiumicino chiesi: "Ma com'è che oggi va tutto così liscio?" Risposta: "I livelli di allarme dipendono dalle destinazioni".

E Parigi era un luogo sicuro, come i fatti hanno dimostrato.

(...per i coglioni: non sto dicendo che i terroristi volano con EasyJet...)

A Pearl Harbor avvenuta, riparto per Parigi per un giorno con bagaglio minuscolo, e disposto a stivarlo per non avere rotture di cazzo ai controlli. Tuttavia, dato che il volo è in ritardo, una volta in aeroporto cerco di capire se posso portare il bagaglio in cabina, per non perdere tempo all'arrivo. Prevedendo una certa suscettibilità della security (porta sprangata a buoi scappati, secondo la migliore tradizione), cerco le mitiche "bustine di plastica trasparente sigillabili"...


Canto primo
Mi accosto al desk Vueling e alle sue splendide bigliettaie, e chiedo: "Scusate, so che non è compito vostro, ma... potreste dirmi dove trovo le famose bustine? Altrimenti mi tocca stivare un dentifricio". (la scusa più stronza...). Ed esse benignamente mi rispondono: "Veramente noi non sappiamo nulla, ma dovrebbe averle la security, dietro l'angolo".

Nota: sono anni che non vedo (e quindi non lo vedete nemmeno voi) distribuire bustine dalla security.

Giro l'angolo, e trovo le malebolge. Di bustine nemmeno l'ombra: una fila di dannati in coda verso il metal detector. A questo punto mi rassegno e procedo a stivare.

Canto secondo
Al check-in: "Signore, questa è la fila per la priority". E io: "Guardi che sono in priority: paga il Parlamento Europeo". Poi mi accosto, e dico: "Scusi, ma le famigerate bustine? Se non le trovo, devo stivare un bagaglio 10x20x30. Non mi sembra razionale". E la giovine: "Noi non le abbiamo, forse potrebbe averle la Feltrinelli, al piano di sotto." E io, dopo aver apprezzato fra me l'involontaria ironia consistente nell'associare il nome di Feltrinelli a delle operazioni di sicurezza, constato: "Sì, forse potrebbe: ma se poi non ce le ha, io come minimo mi faccio due volte la coda, e come massimo perdo il deodorante, che è una cosa utile. Possibile che non ci sia un distributore, qualcuno, qualcosa che le dia? Più in generale: possibile che uno debba perdere tutto sto cazzo di tempo perché un simpatico buontempone ha deciso di ricongiungersi con Allah?" E lei: "Mi dà un documento?" E io: "Volentieri!"

(...volentieri è scritto in una singola riga, quindi non si può leggere fra le righe. Tutto questo con un meraviglioso sorriso. Ah, a proposito: cara Vueling, il tuo nome è "mai più"!...)

Canto terzo
Stivato il microbagaglio, rigiro l'angolo, e trovo una piacente vigilante (la mia giornata fortunata). Con il mio miglior sorriso, deferente, moderatamente ammirato (ma sotto la soglia del viscido), cordiale (da "core", vedi alla voce L. Reichlin), chiedo: "Scusi, a me servirebbero le famose bustine. Secondo lei, dove posso trovarle?" E lei: "Ma, in teoria dovrebbero averle al banco del check-in, oppure ci dovrebbe essere qui uno prima dell'ingresso." E io: "La ringrazio. Sa, sono un ricercatore, a me le teorie appassionano molto. In pratica ho stivato il bagaglio". Sorriso di solidarietà, ciaone, e coda.

Canto quarto
A metà della file, controllo del boarding pass (questo lo scrivo così per Fausto: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché). Al simpatico giovine dal capello alla moda chiedo: "Ma scusi, per curiosità, le bustine famose, chi dovrebbe averle?" E lui: "Ma, secondo me le trova al banco delle informazioni". E io: "Grazie!"

Rasserenato, comincio a intravedere una logica: forse, se avessi chiesto l'informazione alle informazioni, avrei avuto la bustina. Ma in realtà la composizione di questo delirio in una superiore razionalità arriva nel prossimo canto.

Canto quinto
Arrivo alle vaschette: tolgo cintura, apro borsa PC, ecc. (mentre il pirla davanti a me cerca la carta d'imbarco, della quale evidentemente non aveva intuito la ratio - da pronunciare, naturalmente, rescio). Approfittando di questo contrattempo, chiedo al baldo giovine dal capello non alla moda: "Ma scusi, giusto per sapere: le famose bustine, nelle quali in teoria dovrei mettere anche l'alimentatore del PC, in pratica dove le avrei dovute trovare?" (notate che formato dalle precedenti esperienze separavo accuratamente il livello teorico da quello pratico).

Risposta: "Ma guardi, veramente non servono a niente: basta che tiri tutto fuori".

E io: "Lo avevo sospettato: la settimana scorsa mi sono imbarcato al terminal 2 con pochi liquidi, ma rigorosamente in valigia, e non hanno detto niente".

E lui: "E a Parigi?"

E io: "Nemmeno a Parigi. Ma siccome poi è successo tutto sto casino, temevo che oggi voi voleste rendervi utili".

Ri-ciaone, e passaggio sotto il metal detector, che fischia per colpa delle Church (ste cazzo di scarpe extra-Eurozona...). Passo scalzo e procedo verso la "lange".

Morale
La morale è semplice. Voi Michele non l'avete saputo capire. Aveva ragione lui (solo in questo): come minchia si fa a vivere in un paese che detta regole, senza che vi sia un enforcement deterministico (ho detto enforcement per Fausto, ancora una volta), ma solo uno sporadico e aleatorio controllo, e senza che si sia messi in condizione di rispettarle? Se gli stessi controllori ti dicono che le regole non servono a una beneamata faba (è latino), capisci bene che tanto lontano non si andrà.

Dopo di che, ovviamente Michele, che è un intenditore (e ce ne siamo accorti), ha torto su tutto il resto.

L'unico modo di ovviare a una crisi di domanda con politiche dal lato dell'offerta è distruggere sufficiente offerta. Questo lo ricordo, con tanti auguri e un sorriso affettuoso, agli imprenditori che difendono l'euro. Quando schianterete (perché schianterete) sulla vostra tomba non ci sarà il mio fiore, ve lo dico subito: io nel mercato ho fiducia, quindi non contesto le sue decisioni. Se schianterete, vorrà dire che ve lo meritavate, e io il perché lo so. Perché mediamente vi credevate leoni, e invece eravate qualcos'altro: quello che pensavate fossero i tanti vostri colleghi che avete visto schiantare senza esprimere un minimo non dico di solidarietà, ma di preoccupazione.

Allo Stato dovreste chiedere di pagarvi "stampando moneta", come dite voi. Invece gli chiedete di scomparire. Ottima scelta: siete pesci piccoli, tolto di mezzo lo Stato i pesci grossi vi mangeranno.

Ecco: bisognerebbe che il vivere in un paese kafkiano (quello che la bustineide descrive, quello dove le cose dipendono sempre da un altro, e i controlli si fanno a simpatia...) non ci facesse mai perdere di vista il quadro generale.

Noi siamo qui per non perderlo di vista...

(...e ora qualcuno - lei sa chi è, lei sa perché, lei sa cos'è - andrà dall'ultimo dei moicani, Dal chiodo al computer, a comprare le cazzo di bustine, perché la prossim volta ritardo non si aggiunga a ritardo. Ringrazzziando anticipatamente...)

(...la mia allergia nei confronti della mia professione ha raggiunto livelli preoccupanti. Ormai mi stanno talmente sul cazzo tutti, che alla fine mi torna simpatico Boldrin. Ho fatto il giro...)

venerdì 29 maggio 2015

Sorpresa! Sono marxista...

Questa mattina mi sveglio e trovo su Twitter:


Ma guarda un po'! Proprio quello di cui vi parlavo ieri sera: la merda che ci rovesciano addosso quelli che hanno perso il treno. Si vede che anche Diego ne ha abbastanza. Scopro così con sollievo che irritarsi lievemente per i pettegolezzi da portierato è marxista. Saranno contente le varie portinaie marxiste che parlano di noi? Non credo. Peccato. Si condannano all'estinzione. Ma, come credo avrete notato, ne sono fieri.

Che poi questa storia non si sa come finirà: si sa solo che finirà male.

Mal comune, fossa comune...

giovedì 28 maggio 2015

Il QE è un diversivo

(...diciamoci tutto: in sincerità e amicizia, e col massimo rispetto per la vita biologica altrui, desidero significarvi per l'ultima volta una cosa che ho spiegato molto chiaramente nel mio primo libro (ma anche nel mio primo articolo sul Manifesto, poi ripreso qui). L'euro è un confine, il confine fra la possibilità di una democrazia e la certezza del fascismo, inteso come regime classista e paternalista - astenersi storici e politologi dilettanti: nella mia politica more geometrico demonstrata uso le definizioni che mi pare e mi mantengo coerente ad esse. Ora, voglio chiarirvi una cosa: io sono cresciuto in tempi apparentemente meno sereni di quelli attuali. Per strada si urlava "uccidere un fascista non è un reato". E questa è una solenne scemenza. Ma è anche una solenne scemenza, chiedo scusa in anticipo, starlo ad ascoltare, un fascista. Voglio dire una cosa ben precisa, che poi è una delle tante cose nette e a fuoco che ho sentito dire a Sergio Cesaratto - questa la disse al #goofy3: oggi chi non ha ancora capito è inutile. A me non interessa perché chi è rimasto dall'altra parte del confine, dalla parte del "portare le decisioni importanti al riparo dal processo elettorale", dalla parte della Bce ai cui funzionari manca solo la licenza di uccidere - ma forse ce l'hanno, solo che noi non possiamo saperlo, perché l'accesso ai suoi atti è precluso alla magistratura, dalla parte della libertà sfrenata dei movimenti di capitale, dalla parte dello strumento principe della pax americana, insomma, dalla parte dell'euro, c'è rimasto. Sono fondamentalmente fatti suoi. Solo che lui ora è lì, io sono qui, in mezzo c'è un muro di propaganda che si sta trasformando in un muro di odio, io quello che potevo fare per farmi ascoltare l'ho fatto, non posso ogni volta riavvolgere il nastro da capo e ricominciare a spiegare il perché e il per come politico ed economico di questo regime fascista, e se chi sta dall'altra parte ha l'eguccio fragile e non gli va di studiare, sapete che c'è? Cazzi suoi. Io ho altro da fare, vi assicuro. Gioco in un altro campionato, e lo faccio con onestà intellettuale. Leggo i libri di cui devo parlare -

NESSUNO DI QUELLI CHE SON STATI CHIAMATI A PARLARE DEI MIEI LIBRI LO HA MAI FATTO

- controllo i dati che pubblico, cerco di scrivere in modo comprensibile, documento le mie asserzioni, e faccio il possibile per mettere in contatto le persone di buona volontà e dar loro strumenti per incidere nel dibattito.

Punto.

Questo è il lavoro di un intellettuale, del resto. Dopo di che, se devo perdere tempo con uno, prima voglio sapere da che parte del confine sta. Il mio principio è che collaboro con chiunque voglia ripristinare la democrazia. Il ripristino della democrazia passa per lo smantellamento dell'euro. Un altro euro - un euro "democratico" - non è possibile. Questo non vuol dire che eliminare l'euro significhi ripristinare automaticamente la democrazia. Significa però che chi non vede oggi quale vulnus per la democrazia sia l'euro - cioè, in buona sostanza, la banca centrale indipendente come potere costituzionalmente sovraordinato agli altri poteri dello Stato - non sarà nemmeno in grado domani di cooperare a un progetto di ricostruzione del paese su basi partecipate e democratiche. Tutti quelli che vi parlano di prezzo della benzina, o di technicalities apparentemente meno futili - e i derivati? E il debito under foreign law? E la rava? E la fava? - in realtà stanno perdendo pericolosamente di vista il punto.

Allora, io mi scuso con l'amico che riportava la senz'altro utile lezioncina di Losurdo su cosa sia il vero impegno politico. Se lui (Losurdo) lo sa, cosa sia l'impegno politico, fa bene a dirlo: a qualcosa servirà. Ma se io, prima di ascoltare una persona, voglio sapere da che parte del confine sta, ho le mie ragioni, che sono tante, e una delle prime è che le persone che appartengono alla galassia cui questo astro appartiene altro non hanno fatto che irridermi, insultarmi, diffamarmi, ostacolarmi, fraintendermi, distorcere il mio messaggio... e potrei continuare per pagine, perché non sono uno scrittore "de borgata", quindi una certa tecnica la ho - salvo poi fare un bel "cut and paste" del Tramonto dell'euro o de L'Italia può farcela, quando capita, e scoprire l'acqua calda per il beneficio di quei tre gatti che li seguono - sempre però con l'idea che noi, cioè io e voi, siamo degli appestati, dobbiamo essere guardati con sospetto, se non con riprovazione, perché abbiamo avuto una colpa che nessuno ci potrà mai perdonare: quella di aver capito dopo tantissimi altri, ma prima di loro, e di esserci espressi meglio di tutti. Questo non gli andrà mai giù. Ma naturalmente quello "non egemonico" e "divisivo" sono io, s'intende... Eppure se in questo paese un dibattito c'è, e tante scimmie cominciano a cadere dall'albero, credo che dipenda essenzialmente da quello che ho fatto, e soprattutto da come l'ho fatto: mettendo a nudo non il mio pisello o quel che ne rimane, ma il mio cuore, secondo una tradizione europea, e rendendovi intellettualmente ed emotivamente partecipi della mia disperazione e della mia solitudine. Questo non ci perdonano, lo capite? Lo vedete? Non ci perdonano di esserci incontrati e di esserci riconosciuti, e di averlo fatto in base a valori di umanità che trascendono le loro liturgie stantie, il loro linguaggio polveroso, quel linguaggio e quelle liturgie che sono state per loro il principale ostacolo a un percorso di comprensione che si svolgesse in tempi politicamente efficaci, per il fatto stesso di essere lo stendardo del loro unico valore politico: l'appartenenza.

Ormai senza grosse scosse non se ne uscirà. Il pareggio di bilancio in Costituzione è la fine della democrazia italiana, è la definitiva obliterazione dei principi economici della nostra carta costituzionale, e questo lo sapete meglio di me grazie a Quarantotto. Mentre questa cosa succedeva, il PD avallava il raccontino del "fate presto", e i fenomeni "de sinistra" che facevano? Discutevano se ero (eravamo) abbastanza marxista (marxisti), prendevano cappello se andavo da Tizio o da Caio, si sorvegliavano l'un l'altro nel terrore che una loro parola potesse uscire dal ristretto recinto della purezza etnica marZiana... E intanto noi ci logoravamo a spiegare le cose, e condividevamo la nostra frustrazione nel non riuscirci, o le piccole soddisfazioni nell'essere riusciti a seminare un po' di consapevolezza fra la gente, quella gente che intanto, nell'indifferenza dei marZiani puri e duri, moriva. Dovremo perdonarli, certo, ma non so se potremo farlo. Per quel che mi riguarda, e qui concludo, chi vuole avvicinarsi deve prima dire da che parte sta, e gli consiglio di scriverlo su una bandiera bianca - perché su quella rossa rischio di vederlo male. E anche se blocco a vista chi parla di Norimberghe, sia chiaro che qui qualcuno dovrà delle scuse, e gli interessi stanno già decorrendo, perché nel 2015 siamo già in mora da un pezzo. Questo vale anche e soprattutto per i colleghi che poi si sveglieranno, dopo avermi lasciato per x anni a fare da solo il lavoro sporco.

A questo proposito, però, permettetemi anche di aprire e chiudere un altro discorso. Ultimamente questo blog ha ripreso la consuetudine di ospitare terzi che scrivono sotto pseudonimo. Una volta c'era istwine, ce ne son stati altri - ad esempio kthrcds - c'à stato Agenor, che scrive sotto pseudonimo sullo Sbilifesto, per anni nel giornale degli utili idioti ha scritto sotto pseudonimo Galapagos, ecc. Mi spiegate cosa cazzo vi è preso nell'ultimo post? Perché non vi va bene che Charlie Brown si firmi così? Qual è il problema? Che ne sapete voi del perché non vuole firmarsi? Volete insegnare a me chi devo o non devo ospitare nel blog? Molti di voi si sono fatti andar bene un economista che appellava a manetta semplicemente perché la sua posizione in un gruppo bancario gli impediva di dire quello che tutti - lui compreso - sanno, per poi tornare nel dibattito intervenendo a spalare merda sul nostro lavoro, proponendo articoli con dati truccati. Quello era bravo, andava bene, era de sinistra, ci metteva la faccia. Ah, mi fa piacere! Sentite, qui non siamo in democrazia. No. È molto meglio. Siamo in autocrazia. Voi siete autocrati del vostro PC. Avete un cazzo di mouse in mano, no? Bene: qua sotto c'è il link a un articolo di Charlie Brown su a/simmetrie. È piaciuto a Brigitte Granville e a Peter Oppenheimer. Se non piace a voi me ne batto il belino a manetta. Cliccate altrove, ma non fatemi lezioncine di etica o di comunicazione o di filosofia dei fenomeni sociali o di sociologia dei fenomeni filosofici o del cazzo che avete studiato e che credete di sapere, perché a me non me ne frega niente e non sono disposto a perdere tempo. Se qui è rimasto un pugno di persone per bene è perché ho cordialmente invitato quelle per male ad andarsene, e hanno dovuto farlo. Le mie scelte su come gestisco il blog non sono materia di discussione: sono materia di voto. Se vi sta bene è così, se non vi sta bene andatevene, quando sarò rimasto solo deciderò se parlare al muro o chiudere il blog, ma finché il blog è aperto cosa, chi, come, e quando si pubblica lo deciderò io e non gradirò - per usare un eufemismo - commenti sull'ordine dei lavori. Saranno invece sempre graditi e bene accetti commenti sul merito, come quelli che hanno dato vita a una interessante - e animata - discussione in coda al post precedente.

E ora, se vi interessa, qua sotto c'è spiegato perché il QE è semplicemente un modo per prender tempo. Alcune di queste cose le abbiamo già discusse, altre no, ma i due articoli sotto pseudonimo, quello di Agenor e quello di Charlie Brown, forniscono un quadro esauriente della situazione). 


Giochiamo a unire i puntini...

lunedì 11 febbraio 2013

Dixit Dominus: il trotzkista e il liberista

(donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum)




Vi ricordate il mio amico A.? Sì, proprio quello che aveva assistito con me al derby fra il trotzkista e il vandeano (uno a zero per il trotzkista), quello che si era appiccicato a casa di Erick con l’enarca delle zonzumides? Sì, lui, il mio compagno di sbronze normanne.

Poveraccio, capitano tutte a lui, ed è colpa mia. Questa volta Erick non c’entra proprio nulla.

Eh già, perché da Erick a cena c’ero io, insieme a Patrick, altro avanzo degli anni ’70, come me, ma dotato di una invidiabile coda di cavallo (cosa che non lo rende molto simpatico ad A., il quale “si è fatto la boccia” – come dicono a Roma, cioè ha adottato la pettinatura che ha reso immortale Yul Brinner. Del resto, a ciascuno secondo i suoi bisogni ecc.).

L’invito era nato così: avevo incontrato Erick al mercato del sabato mattina, e l’amico si era sentito in dovere di presentarmi al tempio: due ore durante le quali ho conosciuto la simpatica brocante corsa, l’arcigna pescivendola bretone, la bonaria macellaia normanna, ecc. Erick, perfettamente à l’aise, passava dietro ai banchi per tagliarsi una fetta di prosciutto, per scegliersi i manghi, per esaminare, a mo’ di CSI (in francese: Les experts), il cabillaud... Insomma: si vede che a Napoli hanno regnato i normanni: lo vedi quando conosci un normanno! Chiacchiere su chiacchiere, la mia produttività matta e disperatissima diluita fra i banchi dei bouquinistes e quelli dei vestiti usati... ma intanto ho capito come scegliere un tourteau (e da chi sceglierlo), come si distingue (la mi’ nonna avrebbe detto “si conosce”) il maschio dalla femmina, e quando è meglio comprare il maschio, e quando la femmina, ecc.

Ars longa, vita brevis.

Dice: “Ma questo è un blog di economia! Taglia neno, mica ce fai ‘n’antro post da quattro ore!”. Bboni! Sono economista, e credo nel mercato: nel mercato del samedi alla piazza s. Marco (di Rouen), con bistrot annesso. Perché, dice, fa tanto freddo, che non te lo fai un goccio di bianco?

Ma io quando sto a dieta ci sto sul serio, mica come quel satrapo del Guerani che se ne va a mangiare le tigelle col pesto (non genovese, attenzione) sui colli... Una vita ascetica, di stenti e privazioni.
Ora, io ero rientrato in sala parto, al cinquième de la fac, con dieci centimetri di dilatazione... Il grugno di Lampredotto già si stava affacciando al canale del parto, quando Eric mi telefona invitandomi a cena, e io che faccio? Non ci vado? Avendo visto il suo carrello della spesa, la tentazione era forte. Sacramentando come un portuale elbano (dell’Elba, non dell’Elba), indosso la giacca e vado, tanto più che A. era impegnato da certi suoi amici in campagna, dai quali nemmeno lui voleva andare (sì, siamo due animali sociali, infatti se non fosse per Erick non ci vedremmo mai la sera), ma dai quali gli toccava andare, per una serie di complesse alchimie sociali sulle quali non mi dilungo. L’uomo è un animale sociale. Io, se posso, preferisco essere un animale e basta (la maggior parte di voi lo sa bene).

Vi dico prima com’è andata a me.

En entrée, tourteau (avec sa salade d’avocat), suivi d’une épaule d’agneau grillée au feu de la cheminée (avec ses légumes cuits à l’eau), et en dessert les mangues. Niente pane, una cena dietetica, se non fosse per le due bottiglie a testa (rigorosamente): aperitivo con il Bordeaux blanc, seguito da un Sauvignon con il tourteau, seguito da un Bordeaux rosso cuocendo l’agnello, seguito da un côte de Thongue mangiando l’agnello (e lì ho goduto intensamente...), seguito da qualcosa che sapeva di aceto (e lì ho fatto penitenza), seguito da un Monbazillac. Ho capito tante cose. Ad esempio, che il tourteau in effetti si cuoce come l’aragosta (à la guerre comme à la guerre), e che quelli che avevo mangiato finora non sapevano di niente per un paio di motivi: perché i pescivendoli che te li vendono cotti cuociono quelli morti da un pezzo, e perché quelli che mangi al ristorante sono stati in frigo, e il frigo pialla i sapori (poi c’è anche quel discorso del court bouillon, ma questo non è un post tecnico). Poi ho capito cosa sono andati esattamente a fare i francesi in Mali, e altre cosucce che vi racconterò, se e quando...

Una serata riuscitissima, e ho preso solo un etto (considerando le due bottiglie, un successo)!

Meanwhile... Il povero A. si era ritrovato a una serata di piddini francesi!


Parentesi: la posizione di A., attualmente, è quella di molti di voi (anche mia, nei momenti di depressione): ha capito benissimo che le cose non vanno (il che lo pone nel primo percentile della professione), ma pensa che la leadership tedesca ogni tanto toglierà pressione al sistema, con qualche concessione ai Pigs (ai quali sa benissimo che anche la Francia appartiene), per assicurare la sopravvivenza dell’euro e della propria supremazia. Un ragionamento che secondo me ha solo il difetto di tornare troppo bene, perché si basa sull’ipotesi che la Germania sia una specie di figura allegorica giottesca, come quelle della Cappella degli Scrovegni, delle quali parla Marcel, che so, la Perfidia, la Slealtà, una sola persona, un singolo decisore perfettamente razionale. Insomma: l’idea sottostante è quella che gli apprendisti stregoni della politica alamanna o italiana possano smarcarsi elegantemente dalle menzogne che ci hanno propinato per tre decenni. Non ne sono così convinto. Chi ci ha venduto l’euro come il paese di Bengodi non può ora dire “abbiamo sbagliato”, soprattutto non ora che è perfettamente chiaro, e rivendicato dagli stessi autori del misfatto, che l’errore era quanto meno prevedibile, anzi, previsto (per questo Zingales parla di disegno criminale). Chi al Nord ha venduto la crisi come colpa dei Pigs, a sua volta, non può agevolmente proporre ai propri elettori soluzioni cooperative, semplicemente perché verrebbe scavalcato da chiunque volesse vincere le elezioni. Sapete, in Germania vincere è facile: basta dire che la colpa è degli altri.

Qual è l’unico esito nel quale le classi politiche europee non sarebbero costrette a rimangiarsi le loro sporche, infami, criminali, sordide, meschine, incoerenti, turpi e vituperevoli menzogne? (se ho dimenticato qualche aggettivo feel free, sotto c’è posto). Ma è elementare, Watson: l’uscita della Germania! E perché? Ma perché questo scenario è compatibile, appunto, con le menzogne dei politici del Nord, e di quelli del Sud.

Cominciamo da questi ultimi: da noi i Fassini e le Fassine potrebbero dire “signora mia, l’euro era tanto ‘na cosa bbella, ma ar monno c’è tanta cattiveria, sti tedeschi so’ pproprio egoisti, e chi se l’aspettava? D’artra parte, signora mia, bisogna pure capilli, certo, un po’ è pure corpa nostra che nun avemo fatto ‘e riforme, però, signora mia, si quelli nun ereno così egoisti forse quarcosa se poteva fa pe’ ‘a vedova e ppe ll’orfano. Vabbe’, mo comunque semo usciti, vedemo che sse po’ ffa”. Questo per i Fassini e le Fassine (ubi tu Fassinus, ego Fassina).

Al Nord, Joseph Merkel e Angela Goebbels potrebbero dire: “la colpa è di quei porci del Sud, sono proprio irrecuperabili, talmente irrecuperabili che alla fine ci conviene tirarci fuori, piuttosto che pagare con una iperinflazione al 5,2% il fio delle loro malefatte. Siamo forti, ce la faremo da soli, non ci servono partner pigri e sleali”.

Ecco: la quadratura del cerchio: ognuno rimarrebbe perfettamente coerente con le proprie menzogne e quindi forse (dico forse) potrebbe conservare la cadrèga.

Daje, Fassi’, che me stai simpatico, lo vedi che tte sto a aiuta’, t’ho preparato un piano B de lusso! Ma tu vai tranquillo, ancora devi continuare a dire in pubblico che l’euro è cosa buona e giusta, in privato che è una merda ma ora arriva la Focialdemocrazia europea e lo sistema, e nel tuo foro interiore quello che sse semo detti. Rimane fra me, te, e qualche centinaio di migliaia di elettori, ma stai tranquillo: non t’avrebbero votato comunque, quindi nun c’è probblema...

Ora, dovete sapere che A. inizialmente era Goofyscettico. Parlo dell’anno scorso. Avevamo e abbiamo altro da fare che parlare dell’euro, ma quando capitava, a causa della loro campagna elettorale, non era che i miei argomenti lo convincessero molto, soprattutto per via del fatto che lui si sentiva vicino al Fognatore francese, Mélénchon, e io, forte dell’esempio dei Fognatori nostrani, glielo smontavo un pezzetto alla volta. Sì, lo so, sono fastidioso. Sapete com’è, meglio perdere un amico che una buona risposta. E così, un giorno, avevo siglato una nostra fugace schermaglia con questa frase: “Ne t’en fais pas, mon chéri, sois content, car l’année prochaine la Petite Couronne va fermer, mais nous on va pouvoir se marier. Il est temps, puisqu’on ne fait que de se bagarrer...”.

As it happens, sono successe l’una cosa e l’altra, il che ha definitivamente depiddinizzato A., facendogli cogliere le dimensioni galattiche della presa per i fondelli di cui gli elettori della sinistra sono stati i non del tutto incolpevoli oggetti.

E non è bello andare a cena da un piddino se sei stato microchippato da Goofy...

Infatti...

Non era la prima volta che A. si recava dal brillante economista piddino (che ogni tanto scrive su Le Monde, è ricercatore in un prestigioso istituto, ecc.). Era però la prima volta che veniva accompagnato in macchina dal trotzkista. Una cosa pratica, se vuoi, perché così se ti rompi i maroni (come era successo regolarmente tutte le volte precedenti) puoi almeno svuotargli la cantina, al piddino, senza rischiare che facciano coriandoli della tua patente. Ma ubi commoda, ibi et incommoda (Goofylatino): se ti scassi veramente tanto, dipendi dalla macchina del trotzkista, che è amico dell’indugiare sulla porta, cosa della quale Gadda e (umilmente) io e A. siamo particolarmente nemici. Insomma: facilmente il trotzkista fa le quattro di mattina nel weekend.
Allora, la cena si svolge in un ameno milieu intellettuale, fatto di psicanalisti, avvocati, docenti universitari di tutte le materie tranne una (l’economia). Voi lo sapete, il piddino avrà tanti difetti, ma non quello di non leggere libri senza figure. Eventualmente ha il difetto di non capirli, ma questo non intacca la sua autostima, perché, come sapete, il piddino sa di sapere, e del resto tutti noi, nessuno escluso, avremo un giorno bisogno della misericordia divina (io più di voi in questo momento perché sono a diecimila piedi).

E a un certo punto il maschio alfa, cioè il piddino, alfa perché a casa sua (con la sua femmina alfa, e, chissà, magari anche un certo numero di femmine beta, gamma, delta nel branco dei beoti piddini radunati ad audiendum verbum), e alfa anche perché relativamente più prestigioso in termini accademici, parte per la tangente dell’autocompiacimento, quella pericolosissima china sulla quale scivola la maggior parte dei miei colleghi, quelli che affidano all’illusione di praticare una scienza “dura” (absit iniuria verbis) il compito di rafforzare la propria autostima.

Così, senza minimamente tener conto del fatto che chi lo ascoltava non potesse capire una beneamata fava, e anzi compiaciuto del proprio pontificare su un registro tecnico irraggiungibile ai più, con fare patronizing monopolizza la conversazione, scegliendo come sparring partner il povero A. (che avrebbe solo voluto prosciugare un certo numero di bottiglie), e col tono del “giovane collega, tu m’intendi” comincia a sproloquiare sul fatto che però la scienza economica sta facendo passi da gigante, e che ci sono dei progressi oggettivi, come il fatto che grazie a recenti ricerche econometriche finalmente si è raggiunto un consenso sulle dimensioni dell’elasticità dell’offerta di lavoro al salario reale, per la quale, dopo tanti anni, e dopo un lavoro costruttivo e progressivo, si ha ormai la certezza che cada in un intervallo fra 0.3 e 0.7, né sotto 0.3, né, tantomeno, sopra 0.7, si badi (le evidenze in tal senso sono cogenti, ô combien!), il che, come sicuramente non sfuggirà, a voi lettori, ha delle interessanti implicazioni per la politica economica, che il tronfio trombonaccio si accingeva a dettagliare...

Ora, voi siete beati per i noti motivi, ma sicuramente anche lì le cose non è che stessero andando meglio. Gli astanti avrebbero avuto meno difficoltà a decifrare la stele di Rosetta, o magari a eseguire a prima vista la Missa prolationum dall’originale (quanti piddini ho visto estasiarsi per Ockeghem, e quanti per gli In Nomine, ovviamente senza sapere una beneamata fava di solfeggio né di setticlavio...), piuttosto che a seguire il tronfio piddino nella sua agglutinata supercazzola supply side, e ognuno reagiva a modo suo: le femmine dalla beta in giù con sguardo adorante (del tipo: “Eh, tanto l’economia è fuori dalla mia portata – io sono piddina, quindi sono per definizione acculturata e intelligente, ma questa è materia tecnica e quindi sono dispensata dal capirla – ma lui parla così bene...” (insomma, un po’ come avrebbero reagito molte di voi quindici mesi or sono, prima dell’incontro che ha cambiato in peggio la vostra vita, diciamocelo...). E la femmina alfa? Be’, quella lo regge tutti i giorni, quindi, come dire, era assente giustificata. I maschi dal beta in giù con un sorriso di circostanza (del tipo: “Putain de merde ce qu’il me gonfle ce mec, heureusement que son vin est buvable, et que c’est A. qu’il a choisi pour le chapitrer”).

(ma perché la donna seduta dietro di me, che ha una fiatella che nemmeno Lampredotto, deve stare incollata allo schienale del mio sedile e funestare il mio viaggio col suo fetore? E tossisce pure...)

Ma A. era stato microchippato: superata la soglia degli 0.5 grammi di alcol per litro, il Goofychip entra in azione: sobrio (si fa per dire), metodico, incisivo, tagliente, il buon A. comincia a dire che in effetti la scienza economica non esce benissimo dalle vicende recenti, e questo più per colpa degli economisti contemporanei che di quelli che li hanno preceduti, dato che questi almeno avevano chiarito perfettamente natura e dinamiche della crisi in corso, e che in effetti era veramente sorprendente come intellettuali di sinistra potessero farsi portavoce e cassa di risonanza di ideologie così visibilmente reazionarie, ecc.

Tutte quelle cose che mi avete sentito dire tante volte, e che chi vuole vedere vede e chi vuol sapere sa.

E accadeva, al buon A., quello che accade a me quasi sempre quando parlo, e abbastanza spesso (ma meno spesso) quando suono. Perché se quando parli, o quando suoni, ti capita (e può capitare) di entrare in contatto con la verità, allora scopri l’immenso potere comunicativo e persuasivo che la verità, la semplice verità di una melodia, o di un ragionamento, esercita sugli astanti, e li senti con te. Non c’è sensazione più appagante di questo senso di comunione con persone che non hai mai visto né conosciuto, alle quali ti lega, per un istante più o meno breve, quella cosa che è il principio di tutto, il logos, alle quali senti di star regalando quella cosa tanto preziosa che è uno sguardo diverso sul mondo, e dalle quali senti di essere ripagato con quella moneta impalpabile e preziosa, quell’IOU che nessuna stampante del “genio rinascimentale” potrà mai stampare: la semplice e vera riconoscenza. Per averla, questa ricompensa, ci vuole poco: essere intonati, andare a tempo, e mettersi al servizio della melodia, o della teoria delle aree valutarie ottimali, senza pertanto dimenticare se stessi.

Pare poco...

Così, la serata virava all’ammutinamento.

Perché mentre il piddino, anzi, le piddin, cercava di tenere il punto e di difendere le meravigliose sorti e progressive dell’euro, arrampicandosi su uno specchio sapientemente insaponato da A. (in mancanza di altro), le semplici parole di A., deducendo uguale da uguale (come dice un ingegnere meno privo di dubbi della media), promuovevano negli astanti quella sensazione che anche voi avete provato: il semplice ragionamento sul cui prodest, la semplice scienza del prima e del dopo, ricomponevano in un quadro intrinsecamente persuasivo una serie di fatti e di dichiarazioni (come questa) delle quali altrimenti sarebbe stato difficile comprendere la criminale coerenza. Ed era tutto un “c’est vrai, mais oui, en effet, tiens, c’est ce que je pensais...”. Quelli che fino a pochi istanti prima erano ancora rassegnati a non capire, e se ne accontentavano, ariconsolandose co’ l’ajetto del saper di sapere qualcos’altro, improvvisamente scoprivano, con loro sorpresa, di aver da sempre capito benissimo, scoprivano che la risposta che era dentro di loro era quella giusta, e che potevano tranquillamente esternarla senza passare per folli, o peggio per populisti (quelle horreur!), essendo questa risposta avallata da alcuni Tir di paper scientifici; scoprivano che i loro politici gli stavano mentendo, scoprivano di essere entrati, inseguendo il Fogno della Focialdemocrazia europea, nella camera della morte di una tonnara alamanna. Il che, se permettete, per un francese non è che sia proprio il massimo. Veniva, quindi, dai più arditi, dai maschi gamma, delta, epsilon, che non stavano nella pelle dalla soddisfazione di poter finalmente canalizzare sul maschio alfa le loro pulsioni finora irrisolte, veniva, disais-je, chiamata in causa la dimensione politica della costruzione europea. Perché è vero che in Francia non sta bene parlare di politica quando ci si ritrova, ma è anche vero che proprio per questo infallibilmente si finisce a parlarne.

Smarrito, braccato dalla muta dei suoi ci-devant follower, ecco che le piddin commette un errore, perché all’n-esima osservazione sul carattere non esattamente socialiste delle politiche di Hollande, l’amico sbotta, per rivendicare, nello scatafascio generale, almeno la propria coerenza di pensiero: “Mais de toute façon moi j’ai toujours été libéral...”.

Oooooops!

Come come come?

Su una delle tante femmine, non so più dirvi quale, se la zeta, la eta, la teta, questa tanto più veridica quanto involontaria confessione si abbatte con lo scroscio di una secchiata di acqua gelida, estinguendone istantaneamente il calore (in senso strettamente zoologico). Sorpresa, la femmina adorante reagisce allo sbalzo di estrogeni con un: “Mais voyons, Armand, tu nous avais toujours dit que tu étais keynésien!”.

L’infallibile memoria delle donne...

Esasperato dalla spiacevole, frustrante sensazione del “stasera non si scopa” (qui mi rivolgo, ovviamente, ai congeneri), le piddin raddoppia di sforzi dialettici e di fumogeni controintuitivi per dimostrare che comunque la Scienza, e la Ragione, e la Politica, che, per inciso, non son roba da femminucce (di qualunque sesso), sono dalla sua parte. Per nulla intimorito da tante maiuscole, anzi, majuscules, A. tiene botta, e sgretola colpo su colpo i paralogismi piddini, pur intuendo che l’atmosfera si sta riscaldando un po’ troppo, e che insomma si sta arrivando ai limiti dei margini di manovra che la sua situazione di ospite gli consente. Finché il piddino, che sente sfaldarsi il piedistallo della sua statua di stronzo, pardon, di bronzo, accecato dal furore nel constatare che la semplice dialettica di Ugo (ricordate, vero...) prevale senza confronti sul suo contorto e bizantino garbuglio, nel comprendere che non c’è partita, nel vedere quella platea di femmine tifare per la boccia di A., anziché per la sua folta chevelure, reagisce con un lapidario: “Tu te tais maintenant!”.

Che, come ognuno vede, non è esattamente il massimo della politesse, e, per dirla tutta, nemmeno dell’obligeance (per la precisione).

...

Silenzio tombale.

...

Interrotto dopo una pausa eterna dall’improvvida constatazione dello chauffeur. Quale? Ma sì, ricordate? Il trotzkista, che in guisa di riconciliazione emette questa remarque: “Mais voyons, A., en effet tu es un peu trop virulent avec ces histoires d’euro!".

Remarque abbastanza improvvida, considerando che per riequilibrare (ove mai) la situazione, in effetti il trotzkista tradiva A., sottraendogli il proprio sostegno. Ma lo sapete come sono i marZiani, compreso questo spiritosone. Loro dicono: il capitale è unito, è transnazionale. Quindi noi per combatterlo dobbiamo unirci, diventare transnazionali. Quindi ben venga l’euro, che uccide la democrazia, ci mette in mano ai mercati, ci condanna alla deflazione salariale, alla mobilità forzata e presto ai lavori forzati, ma ci permette di viaggiare per l’Europa senza sapere le tabelline: fra duecento anni saremo tutti fratelli, noi proletari, e potremo tutti insieme andare a casa del capitale transnazionale e dirgli: “Amico, adesso discutiamo di distribuzione del reddito”. Un ragionamento chiaro, semplice, e realistico.

Colto di sorpresa (immagino un repentino “Ah, putain!” recitato in petto), A. si gira verso l’ex amico e condensa questo ragionamento con un disgustato: “Ben oui, j’oubliais que pour les marxistes tels que toi l’euro est le meilleur ami du prolétaire!”.

Colpo di scena!

Perché le piddin, a sua volta, si gira verso il trotzkista e, frappé de stupeur, inquisisce: “Toi, marxiste!?”. Sorpresa, delusione, orrore... Tale la madre del futuro Reggente, Elisabetta Carlotta di Baviera, quando apprese che il figlio aveva accettato di sposare una bastarda del Re Sole (da cui il noto ceffone in piena corte di Versailles del quale ci parla Saint Simon, ovviamente non il socialista, ma il duca – un equivoco che, come sapete, stava per costar caro a Victor Hugo... altri tempi, altre madri... e quella poi era tedesca... e aveva fatto anche lei il suo matrimonio omosessuale, nel senso che suo marito... ma non entriamo in questo commérage).

Eh già...

Capito? Dai, su, ne abbiamo visti tanti anche su questo blog (Marco Basilisco, per non far nomi): il marZiano francese andava a casa dell’intello liberal-piddino, e nei lunghi anni nel corso dei quali questa frequentazione si era dipanata, e durante i quali chissà quante volte avevano parlato di economia, di ricchezza, di povertà, o anche semplicemente di fica (mi si dice che gli intellettuali talora affrontino l’argomento), o magari di elasticità dell’offerta di lavoro al salario reale (argomento questo che non mi ricordo di aver mai affrontato con Marco Basilisco), il nostro buon marZiano mai e poi mai aveva lasciato trapelare la propria fiducia nel sol dell’avvenire.

Insomma: paese che vai, marZiano che trovi, ma è sempre dello stesso tipo: pronto a partire all’assalto del Palazzo d’Inverno con il volto coperto dalla maschera di Nonna Papera. Del resto, anche voi, se aveste aspettato che certe semplici cose ve le raccontassero i marZiani, sareste ancora attivisti convinti del PUDE (il cui account Twitter è stato censurato per la seconda volta in una settimana).

Questa seconda agnizione (dopo un preteso keynesiano che si scopre liberale, un preteso liberale che si scopre marxista) è seguita da un’altra pausa di attonito silenzio della quale A., con perfetta intelligenza scenica, approfitta per uscire a fumare una sigaretta. E inizia il pellegrinaggio di tutti quelli che, per esprimergli solidarietà, escono a fumare con lui. Situazione quasi imbarazzante, anche perché la temperatura (intorno a -5° con una decina di nodi di tramontana, anzi, di bise, tanto per gradire) rendeva perfettamente chiaro che quello che si andava costituendo nel portico della villa era in effetti un piccolo Aventino.

Nel frattempo, io mi godevo il côtes de Thongue davanti al caminetto, ascoltando la Musique pour le souper du Roi di Delalande, in un boudoir reso particolarmente Louis XIV dall’illuminazione à l’ancienne: solo candele. Ma vedete com’è, il mondo è in equilibrio: quando uno si rilassa da una parte, ce ne dev’essere uno che si incazza da un’altra parte. Per rassicurarvi, vi ricorderò che, come è noto, io sono sempre incazzato: quindi rilassatevi.

Comunque, insomma, siamo fra persone civili (sono del resto così rappresentati, come persone civili, di ottime letture, estremamente educate, e di squisito gusto musicale, anche i criminali nazisti in qualsiasi film di guerra, come credo avrete notato), siamo fra gente progredita e progressista, e quindi occorre che si ricompongano le fratture. Fumata una stecca di Gauloises, A. rientra, e il clima si è decisamente rasserenato. 
Si parla di altro.

Bonario, verso la fine della serata, al momento del commiato,  le piddin offre a A. un libro, un oggetto fatto di tante pagine con le quali A. avrebbe ben saputo cosa fare (pur non essendo particolarmente interessato alla letteratura francese), e lo postilla con una dedica spiritosa: “Al mio avversario preferito” (o qualcosa del genere). A. accetta deferente, compito e cordiale. Siamo alle strette di mano, la lacerazione pare ricomposta, fa parte di un passato da dimenticare, anzi, già dimenticato, quando sul passo della porta si sente uno degli astanti esclamare: “Però è una bella cosa vedere che ci sono dei giovani economisti capaci di rifiutare il pensiero unico e di esporre con coraggio le proprie convinzioni”. Lo sguardo du piddin diventa tagliente come una lama di Toledo, e A. pensa bene di defilarsi rapidamente, sgattaiolando nella voiture del trotzkista. Cosa si siano detti lo ignoro. Una cosa è certa: se fossi nel trotzkista, cercherei di diventare professeur prima di A...

Io, nel frattempo, alla luce delle candele, ignaro di tanto conflitto, ascoltavo questa bella canzone, perché Erick mi vizia con i miei autori preferiti, canzone della quale è opportuno e salutare che vi traduca il testo:

“Disse il Signore al mio signore:
siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.”

Ecco. Teniamocelo per detto. Verbum Domini.


(ho girato tanto, ma alla fine per avere il tiro che ci vuole m’è toccato prendere la versione dei coreani. Sentite questo quanto è moscio. Capito cosa vuol dire “emerging economy”?... Vabbò, poi ce so' questi, so' amici... However, amicus Plato sed magis amica veritas... Nun ce se po fida' manco de Gardiner... Senti com'è solfeggiato... Ma il lato Charlus di Haendel sfugge, a questi illustri colleghi, la volizione sottilmente isterica del Gaddus... No? Niente? Cazzo, l'ha detto il Signore: metterò i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. Non è che ha detto "domenica annamo a magna' a Fiumicino", capisci? Sta parlando dei piddini, il salmo 110! Sta parlando di quelli che ti hanno umiliato, sta parlando del muro di gomma sul quale hai rimbalzato per venti anni, ma ora arriva il Signore, e ce penZa lui. Per Dio, non lo puoi dirigere contando uno, due, tre, quattro... Niente: so' mejo i coreani. No, aspetta, forse questo si salva, e si salvava pure quello di Erick, che infatti era... un tedesco! Fermo: anche questo è abbastanza esplosivo, forse possiamo fare a meno di importarlo dai fottuti Charlie).