(
donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum)
Vi ricordate il mio amico A.? Sì, proprio quello che aveva
assistito con me al derby fra
il
trotzkista e il vandeano (uno a zero per il trotzkista), quello che si era
appiccicato a casa di Erick con
l’enarca
delle zonzumides? Sì, lui, il mio
compagno di sbronze normanne.
Poveraccio, capitano tutte a lui, ed è colpa mia. Questa
volta Erick non c’entra proprio nulla.
Eh già, perché da Erick a cena c’ero io, insieme a Patrick,
altro avanzo degli anni ’70, come me, ma dotato di una invidiabile coda di
cavallo (cosa che non lo rende molto simpatico ad A., il quale “si è fatto la
boccia” – come dicono a Roma, cioè ha adottato la pettinatura che ha reso
immortale Yul Brinner. Del resto, a ciascuno secondo i suoi bisogni ecc.).
L’invito era nato così: avevo incontrato Erick al mercato
del sabato mattina, e l’amico si era sentito in dovere di presentarmi al
tempio: due ore durante le quali ho conosciuto la simpatica
brocante corsa, l’arcigna pescivendola
bretone, la bonaria macellaia normanna, ecc. Erick, perfettamente
à l’aise, passava dietro ai banchi per
tagliarsi una fetta di prosciutto, per scegliersi i manghi, per esaminare, a
mo’ di CSI (in francese:
Les experts),
il
cabillaud... Insomma: si vede che
a Napoli hanno regnato i normanni: lo vedi quando conosci un normanno!
Chiacchiere su chiacchiere, la mia produttività matta e disperatissima diluita
fra i banchi dei
bouquinistes e
quelli dei vestiti usati... ma intanto ho capito come scegliere un
tourteau (e da chi sceglierlo), come si
distingue (la mi’ nonna avrebbe detto “si conosce”) il maschio dalla femmina, e
quando è meglio comprare il maschio, e quando la femmina, ecc.
Ars longa, vita brevis.
Dice: “Ma questo è un blog di economia! Taglia neno, mica ce
fai ‘n’antro post da quattro ore!”. Bboni! Sono economista, e credo nel
mercato: nel mercato del samedi alla
piazza s. Marco (di Rouen), con bistrot
annesso. Perché, dice, fa tanto freddo, che non te lo fai un goccio di bianco?
Ma io quando sto a dieta ci sto sul serio, mica come
quel satrapo
del Guerani che se ne va a mangiare le tigelle col pesto (non genovese,
attenzione) sui colli... Una vita ascetica, di stenti e privazioni.
Ora, io ero rientrato in sala parto, al
cinquième de la fac, con dieci centimetri di dilatazione... Il
grugno di
Lampredotto
già si stava affacciando al canale del parto, quando Eric mi telefona
invitandomi a cena, e io che faccio? Non ci vado? Avendo visto il suo carrello
della spesa, la tentazione era forte. Sacramentando come un portuale elbano
(dell’
Elba,
non dell’
Elba),
indosso la giacca e vado, tanto più che A. era impegnato da certi suoi amici in
campagna, dai quali nemmeno lui voleva andare (sì, siamo due animali sociali,
infatti se non fosse per Erick non ci vedremmo mai la sera), ma dai quali gli
toccava andare, per una serie di complesse alchimie sociali sulle quali non mi
dilungo. L’uomo è un animale sociale. Io, se posso, preferisco essere un
animale e basta (la maggior parte di voi lo sa bene).
Vi dico prima com’è andata a me.
En entrée, tourteau (avec sa salade d’avocat),
suivi d’une épaule d’agneau grillée au feu de la cheminée (avec ses légumes
cuits à l’eau), et en dessert les mangues. Niente pane, una cena dietetica, se non
fosse per le due bottiglie a testa (rigorosamente): aperitivo con il Bordeaux
blanc, seguito da un Sauvignon con il tourteau, seguito da un Bordeaux rosso
cuocendo l’agnello, seguito da un
côte de Thongue mangiando
l’agnello (e lì ho goduto intensamente...), seguito da qualcosa che sapeva di
aceto (e lì ho fatto penitenza), seguito da un Monbazillac. Ho capito tante
cose. Ad esempio, che il
tourteau in
effetti si cuoce come l’aragosta (
à la
guerre comme à la guerre), e che quelli che avevo mangiato finora non
sapevano di niente per un paio di motivi: perché i pescivendoli che te li
vendono cotti cuociono quelli morti da un pezzo, e perché quelli che mangi al
ristorante sono stati in frigo, e il frigo pialla i sapori (poi c’è anche quel
discorso del
court bouillon, ma
questo
non è un post tecnico). Poi ho
capito cosa sono andati esattamente a fare i francesi in Mali, e altre cosucce
che vi racconterò, se e quando...
Una serata riuscitissima, e ho preso solo un etto
(considerando le due bottiglie, un successo)!
Meanwhile... Il
povero A. si era ritrovato a una serata di piddini francesi!
Parentesi: la posizione di A., attualmente, è quella di
molti di voi (anche mia, nei momenti di depressione): ha capito benissimo che
le cose non vanno (il che lo pone nel primo percentile della professione), ma pensa
che la leadership tedesca ogni tanto toglierà pressione al sistema, con qualche
concessione ai Pigs (ai quali sa benissimo che anche la Francia appartiene),
per assicurare la sopravvivenza dell’euro e della propria supremazia. Un
ragionamento che secondo me ha solo il difetto di tornare troppo bene, perché
si basa sull’ipotesi che la Germania sia una specie di figura allegorica
giottesca, come quelle della Cappella degli Scrovegni, delle quali parla
Marcel,
che so, la Perfidia, la
Slealtà,
una sola persona, un singolo decisore perfettamente razionale. Insomma: l’idea
sottostante è quella che gli apprendisti stregoni della politica alamanna o
italiana possano smarcarsi elegantemente dalle menzogne che ci hanno propinato
per tre decenni. Non ne sono così convinto. Chi ci ha venduto l’euro come il
paese di Bengodi non può ora dire “abbiamo sbagliato”, soprattutto non ora che
è perfettamente chiaro, e rivendicato dagli stessi autori del misfatto, che
l’errore era quanto meno prevedibile, anzi, previsto (per questo Zingales parla
di disegno criminale). Chi al Nord ha venduto la crisi come colpa dei Pigs, a
sua volta, non può agevolmente proporre ai propri elettori soluzioni
cooperative, semplicemente perché verrebbe scavalcato da chiunque volesse
vincere le elezioni. Sapete, in Germania vincere è facile: basta dire che la
colpa è degli altri.
Qual è l’unico esito nel quale le classi politiche europee non
sarebbero costrette a rimangiarsi le loro sporche, infami, criminali, sordide,
meschine, incoerenti, turpi e vituperevoli menzogne? (se ho dimenticato qualche
aggettivo feel free, sotto c’è
posto). Ma è elementare, Watson: l’uscita della Germania! E perché? Ma perché
questo scenario è compatibile, appunto, con le menzogne dei politici del Nord,
e di quelli del Sud.
Cominciamo da questi ultimi: da noi i Fassini e le Fassine
potrebbero dire “signora mia, l’euro era tanto ‘na cosa bbella, ma ar monno c’è
tanta cattiveria, sti tedeschi so’ pproprio egoisti, e chi se l’aspettava? D’artra
parte, signora mia, bisogna pure capilli, certo, un po’ è pure corpa nostra che
nun avemo fatto ‘e riforme, però, signora mia, si quelli nun ereno così egoisti
forse quarcosa se poteva fa pe’ ‘a vedova e ppe ll’orfano. Vabbe’, mo comunque
semo usciti, vedemo che sse po’ ffa”. Questo per i Fassini e le Fassine (ubi tu
Fassinus, ego Fassina).
Al Nord, Joseph Merkel e Angela Goebbels potrebbero dire: “la
colpa è di quei porci del Sud, sono proprio irrecuperabili, talmente
irrecuperabili che alla fine ci conviene tirarci fuori, piuttosto che pagare
con una iperinflazione al 5,2% il fio delle loro malefatte. Siamo forti, ce la
faremo da soli, non ci servono partner pigri e sleali”.
Ecco: la quadratura del cerchio: ognuno rimarrebbe
perfettamente coerente con le proprie menzogne e quindi forse (dico forse) potrebbe
conservare la cadrèga.
Daje, Fassi’, che me stai simpatico, lo vedi che tte sto a
aiuta’, t’ho preparato un piano B de lusso! Ma tu vai tranquillo, ancora devi
continuare a dire in pubblico che l’euro è cosa buona e giusta, in privato che
è una merda ma ora arriva la Focialdemocrazia europea e lo sistema, e nel tuo
foro interiore quello che sse semo detti. Rimane fra me, te, e qualche
centinaio di migliaia di elettori, ma stai tranquillo: non t’avrebbero votato
comunque, quindi nun c’è probblema...
Ora, dovete sapere che A. inizialmente era Goofyscettico.
Parlo dell’anno scorso. Avevamo e abbiamo altro da fare che parlare dell’euro,
ma quando capitava, a causa della loro campagna elettorale, non era che i miei
argomenti lo convincessero molto, soprattutto per via del fatto che lui si
sentiva vicino al Fognatore francese, Mélénchon, e io, forte dell’esempio dei
Fognatori nostrani, glielo smontavo un pezzetto alla volta. Sì, lo so, sono
fastidioso. Sapete com’è, meglio perdere un amico che una buona risposta. E
così, un giorno, avevo siglato una nostra fugace schermaglia con questa frase:
“Ne t’en fais pas, mon chéri, sois content, car l’année prochaine la Petite
Couronne va fermer, mais nous on va pouvoir se marier. Il est temps, puisqu’on ne fait que de se
bagarrer...”.
As it happens,
sono successe
l’una cosa
e
l’altra,
il che ha definitivamente depiddinizzato A., facendogli cogliere le dimensioni
galattiche della presa per i fondelli di cui gli elettori della sinistra sono
stati i non del tutto incolpevoli oggetti.
E non è bello andare a cena da un piddino se sei stato
microchippato da Goofy...
Infatti...
Non era la prima volta che A. si recava dal brillante
economista piddino (che ogni tanto scrive su Le Monde, è ricercatore in un prestigioso istituto, ecc.). Era però
la prima volta che veniva accompagnato in macchina dal trotzkista. Una cosa
pratica, se vuoi, perché così se ti rompi i maroni (come era successo
regolarmente tutte le volte precedenti) puoi almeno svuotargli la cantina, al
piddino, senza rischiare che facciano coriandoli della tua patente. Ma ubi commoda, ibi et incommoda
(Goofylatino): se ti scassi veramente tanto, dipendi dalla macchina del
trotzkista, che è amico dell’indugiare sulla porta, cosa della quale Gadda e
(umilmente) io e A. siamo particolarmente nemici. Insomma: facilmente il
trotzkista fa le quattro di mattina nel weekend.
Allora, la cena si svolge in un ameno milieu intellettuale, fatto di psicanalisti, avvocati, docenti
universitari di tutte le materie tranne una (l’economia). Voi lo sapete, il
piddino avrà tanti difetti, ma non quello di non leggere libri senza figure.
Eventualmente ha il difetto di non capirli, ma questo non intacca la sua
autostima, perché, come sapete, il piddino sa di sapere, e del resto tutti noi,
nessuno escluso, avremo un giorno bisogno della misericordia divina (io più di
voi in questo momento perché sono a diecimila piedi).
E a un certo punto il maschio alfa, cioè il piddino, alfa
perché a casa sua (con la sua femmina alfa, e, chissà, magari anche un certo
numero di femmine beta, gamma, delta nel branco dei beoti piddini radunati ad audiendum verbum), e alfa anche
perché relativamente più prestigioso in termini accademici, parte per la tangente
dell’autocompiacimento, quella pericolosissima china sulla quale scivola la
maggior parte dei miei colleghi, quelli che affidano all’illusione di praticare
una scienza “dura” (absit iniuria verbis)
il compito di rafforzare la propria autostima.
Così, senza minimamente tener conto del fatto che chi lo
ascoltava non potesse capire una beneamata fava, e anzi compiaciuto del proprio
pontificare su un registro tecnico irraggiungibile ai più, con fare patronizing monopolizza la
conversazione, scegliendo come sparring
partner il povero A. (che avrebbe solo voluto prosciugare un certo numero
di bottiglie), e col tono del “giovane collega, tu m’intendi” comincia a
sproloquiare sul fatto che però la scienza economica sta facendo passi da
gigante, e che ci sono dei progressi oggettivi, come il fatto che grazie a
recenti ricerche econometriche finalmente si è raggiunto un consenso sulle
dimensioni dell’elasticità dell’offerta di lavoro al salario reale, per la
quale, dopo tanti anni, e dopo un lavoro costruttivo e progressivo, si ha ormai
la certezza che cada in un intervallo fra 0.3 e 0.7, né sotto 0.3, né,
tantomeno, sopra 0.7, si badi (le evidenze in tal senso sono cogenti, ô
combien!), il che, come sicuramente non sfuggirà, a voi lettori, ha delle
interessanti implicazioni per la politica economica, che il tronfio
trombonaccio si accingeva a dettagliare...
Ora, voi siete beati per i noti motivi, ma sicuramente anche
lì le cose non è che stessero andando meglio. Gli astanti avrebbero avuto meno
difficoltà a decifrare la stele di Rosetta, o magari a eseguire a prima vista
la
Missa prolationum dall’originale
(quanti piddini ho visto estasiarsi per Ockeghem, e quanti per gli
In Nomine, ovviamente
senza sapere una beneamata fava di solfeggio né di setticlavio...), piuttosto
che a seguire il tronfio piddino nella sua agglutinata supercazzola
supply side, e ognuno reagiva a modo
suo: le femmine dalla beta in giù con sguardo adorante (del tipo: “Eh, tanto
l’economia è fuori dalla mia portata – io sono piddina, quindi sono per
definizione acculturata e intelligente, ma questa è materia tecnica e quindi
sono dispensata dal capirla – ma lui parla così bene...” (insomma, un po’ come
avrebbero reagito molte di voi quindici mesi or sono, prima dell’incontro che
ha cambiato in peggio la vostra vita, diciamocelo...). E la femmina alfa? Be’,
quella lo regge tutti i giorni, quindi, come dire, era assente giustificata. I
maschi dal beta in giù con un sorriso di circostanza (del tipo: “
Putain
de merde ce qu’il me gonfle ce mec, heureusement que son vin est buvable, et
que c’est A. qu’il a choisi pour le chapitrer”).
(ma perché la donna seduta dietro di me, che ha una fiatella
che nemmeno Lampredotto, deve stare incollata allo schienale del mio sedile e
funestare il mio viaggio col suo fetore? E tossisce pure...)
Ma A. era stato microchippato: superata la soglia degli 0.5
grammi di alcol per litro, il Goofychip entra in azione: sobrio (si fa per
dire), metodico, incisivo, tagliente, il buon A. comincia a dire che in effetti
la scienza economica non esce benissimo dalle vicende recenti, e questo più per
colpa degli economisti contemporanei che di quelli che li hanno preceduti, dato
che questi almeno avevano chiarito perfettamente natura e dinamiche della crisi
in corso, e che in effetti era veramente sorprendente come intellettuali di
sinistra potessero farsi portavoce e cassa di risonanza di ideologie così
visibilmente reazionarie, ecc.
Tutte quelle cose che mi avete sentito dire tante volte, e
che chi vuole vedere vede e chi vuol sapere sa.
E accadeva, al buon A., quello che accade a me quasi sempre
quando parlo, e abbastanza spesso (ma meno spesso) quando suono. Perché se
quando parli, o quando suoni, ti capita (e può capitare) di entrare in contatto
con la verità, allora scopri l’immenso potere comunicativo e persuasivo che la
verità, la semplice verità di una melodia, o di un ragionamento, esercita sugli
astanti, e li senti con te. Non c’è sensazione più appagante di questo senso di
comunione con persone che non hai mai visto né conosciuto, alle quali ti lega,
per un istante più o meno breve, quella cosa che è il principio di tutto, il
logos, alle quali senti di star regalando quella cosa tanto preziosa che è uno
sguardo diverso sul mondo, e dalle quali senti di essere ripagato con quella
moneta impalpabile e preziosa, quell’IOU che nessuna stampante del “genio
rinascimentale” potrà mai stampare: la semplice e vera riconoscenza. Per
averla, questa ricompensa, ci vuole poco: essere intonati, andare a tempo, e
mettersi al servizio della melodia, o della teoria delle aree valutarie
ottimali, senza pertanto dimenticare se stessi.
Pare poco...
Così, la serata virava all’ammutinamento.
Perché mentre il piddino, anzi, le piddin, cercava di tenere il punto e di difendere le
meravigliose sorti e progressive dell’euro, arrampicandosi su uno specchio sapientemente
insaponato da A. (in mancanza di altro), le semplici parole di A., deducendo
uguale da uguale (come dice un ingegnere meno privo di dubbi della media),
promuovevano negli astanti quella sensazione che anche voi avete provato: il
semplice ragionamento sul cui prodest,
la semplice scienza del prima e del dopo, ricomponevano in un quadro
intrinsecamente persuasivo una serie di fatti e di dichiarazioni (come questa)
delle quali altrimenti sarebbe stato difficile comprendere la criminale
coerenza. Ed era tutto un “c’est
vrai, mais oui, en effet, tiens, c’est ce que je pensais...”. Quelli che
fino a pochi istanti prima erano ancora rassegnati a non capire, e se ne
accontentavano, ariconsolandose co’ l’ajetto del saper di sapere qualcos’altro,
improvvisamente scoprivano, con loro sorpresa, di aver da sempre capito
benissimo, scoprivano che la risposta che era dentro di loro era quella giusta,
e che potevano tranquillamente esternarla senza passare per folli, o peggio per
populisti (quelle horreur!), essendo questa risposta avallata da
alcuni Tir di paper scientifici; scoprivano che i loro politici gli stavano
mentendo, scoprivano di essere entrati, inseguendo il Fogno della
Focialdemocrazia europea, nella camera della morte di una tonnara alamanna. Il
che, se permettete, per un francese non è che sia proprio il massimo. Veniva,
quindi, dai più arditi, dai maschi gamma, delta, epsilon, che non stavano nella
pelle dalla soddisfazione di poter finalmente canalizzare sul maschio alfa le
loro pulsioni finora irrisolte, veniva, disais-je,
chiamata in causa la dimensione politica della costruzione europea. Perché è
vero che in Francia non sta bene parlare di politica quando ci si ritrova, ma è
anche vero che proprio per questo infallibilmente si finisce a parlarne.
Smarrito, braccato dalla muta dei suoi ci-devant follower, ecco
che le piddin commette un errore,
perché all’n-esima osservazione sul
carattere non esattamente socialiste
delle politiche di Hollande, l’amico sbotta, per rivendicare, nello scatafascio
generale, almeno la propria coerenza di pensiero: “Mais de toute façon moi j’ai
toujours été libéral...”.
Oooooops!
Come come come?
Su una delle tante femmine, non so più dirvi quale, se la
zeta, la eta, la teta, questa tanto più veridica quanto involontaria confessione
si abbatte con lo scroscio di una secchiata di acqua gelida, estinguendone
istantaneamente il calore (in senso strettamente zoologico). Sorpresa, la femmina adorante reagisce allo sbalzo
di estrogeni con un: “Mais voyons, Armand, tu nous avais toujours dit que tu
étais keynésien!”.
L’infallibile memoria delle donne...
Esasperato dalla spiacevole, frustrante sensazione del
“stasera non si scopa” (qui mi rivolgo, ovviamente, ai congeneri), le piddin raddoppia di sforzi dialettici
e di fumogeni controintuitivi per dimostrare che comunque la Scienza, e la
Ragione, e la Politica, che, per inciso, non son roba da femminucce (di
qualunque sesso), sono dalla sua parte. Per nulla intimorito da tante
maiuscole, anzi, majuscules, A. tiene botta, e sgretola colpo su
colpo i paralogismi piddini, pur intuendo che l’atmosfera si sta riscaldando un
po’ troppo, e che insomma si sta arrivando ai limiti dei margini di manovra che
la sua situazione di ospite gli consente. Finché il piddino, che sente
sfaldarsi il piedistallo della sua statua di stronzo, pardon, di bronzo, accecato dal furore nel constatare che la
semplice dialettica di Ugo (ricordate, vero...) prevale senza confronti sul suo
contorto e bizantino garbuglio, nel comprendere che non c’è partita, nel vedere
quella platea di femmine tifare per la boccia di A., anziché per la sua folta chevelure, reagisce con un lapidario:
“Tu te tais maintenant!”.
Che, come ognuno vede, non è esattamente il massimo della politesse, e, per dirla tutta, nemmeno
dell’obligeance (per la precisione).
...
Silenzio tombale.
...
Interrotto dopo una pausa eterna dall’improvvida
constatazione dello chauffeur. Quale?
Ma sì, ricordate? Il trotzkista, che in guisa di riconciliazione emette questa remarque: “Mais voyons, A., en effet tu
es un peu trop virulent avec ces histoires d’euro!".
Remarque
abbastanza improvvida, considerando che per riequilibrare (ove mai) la
situazione, in effetti il trotzkista tradiva A., sottraendogli il proprio
sostegno. Ma lo sapete come sono i marZiani, compreso questo spiritosone. Loro
dicono: il capitale è unito, è transnazionale. Quindi noi per combatterlo
dobbiamo unirci, diventare transnazionali. Quindi ben venga l’euro, che uccide
la democrazia, ci mette in mano ai mercati, ci condanna alla deflazione
salariale, alla mobilità forzata e presto ai lavori forzati, ma ci permette di
viaggiare per l’Europa senza sapere le tabelline: fra duecento anni saremo
tutti fratelli, noi proletari, e potremo tutti insieme andare a casa del
capitale transnazionale e dirgli: “Amico, adesso discutiamo di distribuzione
del reddito”. Un ragionamento chiaro, semplice, e realistico.
Colto di sorpresa (immagino un repentino “Ah, putain!”
recitato in petto), A. si gira verso l’ex amico e condensa questo ragionamento
con un disgustato: “Ben oui, j’oubliais que pour les marxistes tels que toi
l’euro est le meilleur ami du prolétaire!”.
Colpo di scena!
Perché le piddin,
a sua volta, si gira verso il trotzkista e, frappé
de stupeur, inquisisce: “Toi, marxiste!?”. Sorpresa, delusione, orrore...
Tale la madre del futuro Reggente, Elisabetta Carlotta di Baviera, quando
apprese che il figlio aveva accettato di sposare una bastarda del Re Sole (da
cui il noto ceffone in piena corte di Versailles del quale ci parla Saint
Simon, ovviamente non il socialista, ma il duca – un equivoco che, come sapete,
stava per costar caro a Victor Hugo... altri tempi, altre madri... e quella poi
era tedesca... e aveva fatto anche lei il suo matrimonio omosessuale, nel senso
che suo marito... ma non entriamo in questo commérage).
Eh già...
Capito? Dai, su, ne abbiamo visti tanti anche su questo blog
(Marco Basilisco, per non far nomi): il marZiano francese andava a casa dell’intello liberal-piddino, e nei lunghi
anni nel corso dei quali questa frequentazione si era dipanata, e durante i
quali chissà quante volte avevano parlato di economia, di ricchezza, di
povertà, o anche semplicemente di fica (mi si dice che gli intellettuali talora
affrontino l’argomento), o magari di elasticità dell’offerta di lavoro al
salario reale (argomento questo che non mi ricordo di aver mai affrontato con
Marco Basilisco), il nostro buon marZiano mai e poi mai aveva lasciato
trapelare la propria fiducia nel sol dell’avvenire.
Insomma: paese che vai, marZiano che trovi, ma è sempre
dello stesso tipo: pronto a partire all’assalto del Palazzo d’Inverno con il
volto coperto dalla maschera di Nonna Papera. Del resto, anche voi, se aveste
aspettato che certe semplici cose ve le raccontassero i marZiani, sareste ancora
attivisti convinti del PUDE (il cui account Twitter è stato censurato per la seconda
volta in una settimana).
Questa seconda agnizione (dopo un preteso keynesiano che si
scopre liberale, un preteso liberale che si scopre marxista) è seguita da
un’altra pausa di attonito silenzio della quale A., con perfetta intelligenza
scenica, approfitta per uscire a fumare una sigaretta. E inizia il
pellegrinaggio di tutti quelli che, per esprimergli solidarietà, escono a
fumare con lui. Situazione quasi imbarazzante, anche perché la temperatura
(intorno a -5° con una decina di nodi di tramontana, anzi, di bise, tanto per gradire) rendeva
perfettamente chiaro che quello che si andava costituendo nel portico della
villa era in effetti un piccolo Aventino.
Nel frattempo, io mi godevo il c
ôtes de Thongue davanti al caminetto, ascoltando la
Musique pour le souper du Roi
di Delalande, in un
boudoir reso
particolarmente Louis XIV dall’illuminazione
à l’ancienne: solo candele. Ma vedete com’è, il mondo è in
equilibrio: quando uno si rilassa da una parte, ce ne dev’essere uno che si
incazza da un’altra parte. Per rassicurarvi, vi ricorderò che, come è noto, io
sono sempre incazzato: quindi rilassatevi.
Comunque, insomma, siamo fra persone civili (sono del resto
così rappresentati, come persone civili, di ottime letture, estremamente
educate, e di squisito gusto musicale, anche i criminali nazisti in qualsiasi
film di guerra, come credo avrete notato), siamo fra gente progredita e
progressista, e quindi occorre che si ricompongano le fratture. Fumata una
stecca di Gauloises, A. rientra, e il clima si è decisamente rasserenato.
Si
parla di altro.
Bonario, verso la fine della serata, al momento del
commiato, le piddin offre a A. un libro, un oggetto
fatto di tante pagine con le quali A. avrebbe ben saputo cosa fare (pur non
essendo particolarmente interessato alla letteratura francese), e lo postilla con
una dedica spiritosa: “Al mio avversario preferito” (o qualcosa del genere). A.
accetta deferente, compito e cordiale. Siamo alle strette di mano, la
lacerazione pare ricomposta, fa parte di un passato da dimenticare, anzi, già
dimenticato, quando sul passo della porta si sente uno degli astanti esclamare:
“Però è una bella cosa vedere che ci sono dei giovani economisti capaci di
rifiutare il pensiero unico e di esporre con coraggio le proprie convinzioni”.
Lo sguardo du piddin diventa
tagliente come una lama di Toledo, e A. pensa bene di defilarsi rapidamente,
sgattaiolando nella voiture del
trotzkista. Cosa si siano detti lo ignoro. Una cosa è certa: se fossi nel
trotzkista, cercherei di diventare professeur
prima di A...
Io, nel frattempo, alla luce delle candele, ignaro di tanto
conflitto, ascoltavo
questa
bella canzone, perché Erick mi vizia con i miei autori preferiti, canzone della
quale è opportuno e salutare che vi traduca il testo:
“Disse il Signore al mio signore:
siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a
sgabello dei tuoi piedi.”
Ecco. Teniamocelo per detto. Verbum Domini.
(
ho girato tanto, ma
alla fine per avere il tiro che ci vuole m’è toccato prendere la versione dei
coreani. Sentite questo quanto è moscio. Capito cosa vuol
dire “emerging economy”?... Vabbò, poi ce so' questi, so' amici...
However, amicus Plato sed magis amica veritas... Nun ce se po fida' manco de Gardiner... Senti com'è solfeggiato... Ma il lato Charlus di Haendel sfugge, a questi illustri colleghi, la volizione sottilmente isterica del Gaddus... No? Niente? Cazzo, l'ha detto il Signore: metterò i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. Non è che ha detto "domenica annamo a magna' a Fiumicino", capisci? Sta parlando dei piddini, il salmo 110! Sta parlando di quelli che ti hanno umiliato, sta parlando del muro di gomma sul quale hai rimbalzato per venti anni, ma ora arriva il Signore, e ce penZa lui. Per Dio, non lo puoi dirigere contando uno, due, tre, quattro... Niente: so' mejo i coreani. No, aspetta, forse questo si salva, e si salvava pure quello di Erick, che infatti era... un tedesco! Fermo: anche questo è abbastanza esplosivo, forse possiamo fare a meno di importarlo dai fottuti Charlie).