(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)
Caro Roberto
Brazzale,
permettimi di
darti del tu. Indosso la stessa “divisa” (nel settore alimentare), seppure di
una” taglia” minore alla tua. Ho molto apprezzato la sincerità del tuo
intervento a Montesilvano, la vivacità intellettuale e imprenditoriale che
esprimi. Hai detto molte cose giuste. Hai espresso - e di questo ti ringrazio-
il senso di quello che facciamo: organizziamo fattori produttivi.
C’è una grande
responsabilità in questo, forse non compresa fino in fondo da altri “parti
sociali” (e purtroppo, da qualcuno in sala). C’è anche, nel nostro lavoro, un
forte elemento di creatività che molti sottovalutano: un bravo imprenditore non
unisce solo puntini. Li unisce in un disegno che nessuno ha visto. Vediamo
unicorni dove altri vedono conigli. Poi cerchiamo testardamente di avere
ragione, perché la nostra “arte” vale qualcosa solo se diventa “oggetti di
fatturazione” stabili nel tempo.
Perché allora la
platea si agitava a Montesilvano? Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che
“organizzare fattori produttivi” è quello che facciamo. Non è quello che siamo.
Tra le cose che siamo c’è n’è una, fondamentale, che definisce e colloca quanto
facciamo nello spazio e nel tempo. Siamo ITALIANI. È così scontato che a volte
lo dimentichiamo.
Tutto quello che
hai detto riguardo alle più varie provenienze delle componenti di prodotto, dei
materiali, dei macchinari sono incontestabili. Ma, anche dopo tutto questo, il
MADE IN ITALY esiste, caro Roberto. È un gusto, uno sguardo sulle cose, un modo
di fare impresa. Lo riconoscono più all’estero di quanto siamo disposti a fare
noi, lo sai. Sono convinto che (buona?) parte del tuo successo d’imprenditore
sia imprescindibile dal tuo essere, prima di tutto, ITALIANO. Più prosaicamente
è presumibile che le tue produzioni estere beneficiano di una rete commerciale,
di contatti, di reputazione che si fondano sul tuo essere produttore di buoni
cibi italiani.
Da italiano non
puoi non notare che organizzi fattori produttivi in un sistema di regole
europee che penalizza il nostro tessuto produttivo, la sua tipicità, la sua
storia. Se questo sistema ti induce a produrre all’estero io sarò sempre al tuo
fianco nel difendere la tua scelta razionale di imprenditore e sarò felice di
applaudire il tuo successo. Nessuno può chiedere a un imprenditore di non
cogliere opportunità.
Esiste però un
tema più grande e non possiamo far finta di non saperlo: le scelte razionali
del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una
irrazionalità collettiva. Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è
ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali
verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore
di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la
nozione di comunità di riferimento. O peggio: sembra averne scelta una diversa,
più sfumata, inesistente, socialmente instabile. Senza dircelo.
Ecco perché - ai
miei occhi, sempre di più - il cuore di quanto Alberto e Asimmetrie portano
avanti non è macroeconomico: è politico. E avrà, prima o dopo, un chiaro
riflesso politico, in un senso molto più alto del famerpartitismo. (Alberto:
grazie. Per Montesilvano. Per tutto.)
Sono
ragionevolmente sicuro che tu – e molti altri imprenditori – sapresti far
vivere e prosperare imprese in Europa, qualunque regole economico/sociali
questa Europa decidesse di darsi. Ciò vale per più imprenditori di quanto
generalmente si crede, ma per MOLTI MENO di quanti crediamo noi, Roberto. E per
molti meno di quanti ne servono al Paese perché i cittadini possano avere un
lavoro degno di questo nome. Per la grande maggioranza degli imprenditori
italiani è vitale poter produrre e vendere qui. Ecco perché è vitale difendere
la specificità produttiva del MADE IN ITALY. Un tessuto imprenditoriale fatto
di una miriade di piccolissime e piccole aziende, poche medie e pochissime
grandi ha bisogno di politiche economiche e industriali attente e specifiche.
Il problema è che
noi imprenditori, quando cadiamo, non cadiamo da soli. Quando chiude un’azienda
il domino ha sempre una certa, triste lunghezza anche se l’azienda è piccola. Questa
responsabilità ce la assumiamo, lo sai. E quindi, anche se fare l’imprenditore
significa avere il senso del rischio ottuso (sperabilmente solo quello),
abbiamo l’obbligo (professionale, prima che civile) di RIDURRE IL RISCHIO. Dovessimo
fare una scelta basata sulla sola razionalità economica, i numeri sembrano
spingere la nostra categoria verso una più decisa presa di posizione in favore
di scelte politiche che difendano gli interessi del sistema italiano e delle
sue specificità.
Io sono nato
italiano, caro Roberto. Morirò italiano, non europeo. Forse i miei nipoti
saranno europei, cittadini di un’Europa che (spero e credo) non sarà questa. Io
e te, Roberto parliamo italiano, pensiamo italiano. I risultati imprenditoriali
che cogliamo e coglieremo sono inestricabilmente -e fammi dire: fortunatamente-
legati a questo Paese.
Di mestiere
organizziamo fattori produttivi, come hai correttamente sintetizzato per
astrazione. Un altro modo di esprimere il problema del paese oggi è, forse,
dire che l’Italia ha bisogno di “organizzare fattori sociali” in un assetto più
benefico per gli italiani e, di conseguenza, per le imprese italiane.
Forse i migliori
di noi potrebbero contribuire a riorganizzare il Paese così che gli attori
sociali siano allineati verso un maggior bene comune. Se prendessimo sul serio
l’essere italiani prima dell’essere imprenditori, potremmo contribuire a
disegnare assetti sociali più giusti, più degni, più umani per i nostri
concittadini. E da li agire, gradualmente e con coerenza, per cerchi
concentrici.
Alcune di queste
riflessioni non ti sono estranee, ne sono convinto. Grazie ancora.
(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)
(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)
