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giovedì 7 dicembre 2017

Lettera aperta agli imprenditori

(...sto partendo per Praga dove, come vi ho detto a Montesilvano, interverrò a un seminario della CNB come keynote speaker, insieme a Wilfried Steinheuer. Perlerò del mio ultimo paper su Monetary integration vs. real disintegration, e posso presumere che non saremo d'accordissimo su tutto. Se interessa, qui ci sono le slide del mio intervento. Vale la pena di aggiungere che sono stato invitato da Mojmir Hampl, e che la possibilità di confrontarmi con interlocutori di questo livello e in sedi di questo tipo è in parte il risultato della mia adesione al Manifesto di solidarietà europea , la cui esistenza mi era stata segnalata da Claudio Borghi, e suscitò in passato tante sciocche polemiche - Bagnai libbberistaaaa! Hai traditooooooo! Non fai sul serioooooo! Pinochettianooooooo! Ve li ricordate questi cretini? Sono ancora fra noi, btw - e in parte il risultato dell'operazione egemonica che a/simmetrie sta conducendo. Insomma: merito anche vostro che lo scorso anno, col vostro sostegno, mi avete permesso di invitare Hampl al nostro convegno annuale. Ve lo ricordo perché so - e ricordo - le sciocche polemiche contro il direttore di banca centrale libberista, sul perché non lo avessi blastato, ecc. Allora: voglio chiarirvi una cosa: io voglio blastare la Merkel - o chi sarà al posto suo - e lo farò con voi o senza di voi - mi dispiace per chi se ne sarà andato nel frattempo. Ma questo non è un incontro di calcetto: è una partita a scacchi. Qualche pedone bisognerà pur sacrificarlo: bisognerà arretrare: non bisognerà aprire - da soli, in minoranza, senza l'appoggio dei media - troppi fronti, ecc. Insomma: lebbasi. Eppure c'è chi non le capisce, e mi scrive per insultarmi, per dirmi che "sono solo un economista, e che la scienza senza passione civile non serve a nulla, e che io devo..." Io devo? Che cazzo devo io? E chi cazzo sei tu per chiedermelo? Che fatica...)

(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)




Caro Roberto Brazzale,

permettimi di darti del tu. Indosso la stessa “divisa” (nel settore alimentare), seppure di una” taglia” minore alla tua. Ho molto apprezzato la sincerità del tuo intervento a Montesilvano, la vivacità intellettuale e imprenditoriale che esprimi. Hai detto molte cose giuste. Hai espresso - e di questo ti ringrazio- il senso di quello che facciamo: organizziamo fattori produttivi.

C’è una grande responsabilità in questo, forse non compresa fino in fondo da altri “parti sociali” (e purtroppo, da qualcuno in sala). C’è anche, nel nostro lavoro, un forte elemento di creatività che molti sottovalutano: un bravo imprenditore non unisce solo puntini. Li unisce in un disegno che nessuno ha visto. Vediamo unicorni dove altri vedono conigli. Poi cerchiamo testardamente di avere ragione, perché la nostra “arte” vale qualcosa solo se diventa “oggetti di fatturazione” stabili nel tempo.

Perché allora la platea si agitava a Montesilvano? Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che “organizzare fattori produttivi” è quello che facciamo. Non è quello che siamo. Tra le cose che siamo c’è n’è una, fondamentale, che definisce e colloca quanto facciamo nello spazio e nel tempo. Siamo ITALIANI. È così scontato che a volte lo dimentichiamo.

Tutto quello che hai detto riguardo alle più varie provenienze delle componenti di prodotto, dei materiali, dei macchinari sono incontestabili. Ma, anche dopo tutto questo, il MADE IN ITALY esiste, caro Roberto. È un gusto, uno sguardo sulle cose, un modo di fare impresa. Lo riconoscono più all’estero di quanto siamo disposti a fare noi, lo sai. Sono convinto che (buona?) parte del tuo successo d’imprenditore sia imprescindibile dal tuo essere, prima di tutto, ITALIANO. Più prosaicamente è presumibile che le tue produzioni estere beneficiano di una rete commerciale, di contatti, di reputazione che si fondano sul tuo essere produttore di buoni cibi italiani.

Da italiano non puoi non notare che organizzi fattori produttivi in un sistema di regole europee che penalizza il nostro tessuto produttivo, la sua tipicità, la sua storia. Se questo sistema ti induce a produrre all’estero io sarò sempre al tuo fianco nel difendere la tua scelta razionale di imprenditore e sarò felice di applaudire il tuo successo. Nessuno può chiedere a un imprenditore di non cogliere opportunità.

Esiste però un tema più grande e non possiamo far finta di non saperlo: le scelte razionali del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una irrazionalità collettiva. Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la nozione di comunità di riferimento. O peggio: sembra averne scelta una diversa, più sfumata, inesistente, socialmente instabile. Senza dircelo.

Ecco perché - ai miei occhi, sempre di più - il cuore di quanto Alberto e Asimmetrie portano avanti non è macroeconomico: è politico. E avrà, prima o dopo, un chiaro riflesso politico, in un senso molto più alto del famerpartitismo. (Alberto: grazie. Per Montesilvano. Per tutto.)

Sono ragionevolmente sicuro che tu – e molti altri imprenditori – sapresti far vivere e prosperare imprese in Europa, qualunque regole economico/sociali questa Europa decidesse di darsi. Ciò vale per più imprenditori di quanto generalmente si crede, ma per MOLTI MENO di quanti crediamo noi, Roberto. E per molti meno di quanti ne servono al Paese perché i cittadini possano avere un lavoro degno di questo nome. Per la grande maggioranza degli imprenditori italiani è vitale poter produrre e vendere qui. Ecco perché è vitale difendere la specificità produttiva del MADE IN ITALY. Un tessuto imprenditoriale fatto di una miriade di piccolissime e piccole aziende, poche medie e pochissime grandi ha bisogno di politiche economiche e industriali attente e specifiche.

Il problema è che noi imprenditori, quando cadiamo, non cadiamo da soli. Quando chiude un’azienda il domino ha sempre una certa, triste lunghezza anche se l’azienda è piccola. Questa responsabilità ce la assumiamo, lo sai. E quindi, anche se fare l’imprenditore significa avere il senso del rischio ottuso (sperabilmente solo quello), abbiamo l’obbligo (professionale, prima che civile) di RIDURRE IL RISCHIO. Dovessimo fare una scelta basata sulla sola razionalità economica, i numeri sembrano spingere la nostra categoria verso una più decisa presa di posizione in favore di scelte politiche che difendano gli interessi del sistema italiano e delle sue specificità.

Io sono nato italiano, caro Roberto. Morirò italiano, non europeo. Forse i miei nipoti saranno europei, cittadini di un’Europa che (spero e credo) non sarà questa. Io e te, Roberto parliamo italiano, pensiamo italiano. I risultati imprenditoriali che cogliamo e coglieremo sono inestricabilmente -e fammi dire: fortunatamente- legati a questo Paese.

Di mestiere organizziamo fattori produttivi, come hai correttamente sintetizzato per astrazione. Un altro modo di esprimere il problema del paese oggi è, forse, dire che l’Italia ha bisogno di “organizzare fattori sociali” in un assetto più benefico per gli italiani e, di conseguenza, per le imprese italiane.

Forse i migliori di noi potrebbero contribuire a riorganizzare il Paese così che gli attori sociali siano allineati verso un maggior bene comune. Se prendessimo sul serio l’essere italiani prima dell’essere imprenditori, potremmo contribuire a disegnare assetti sociali più giusti, più degni, più umani per i nostri concittadini. E da li agire, gradualmente e con coerenza, per cerchi concentrici.

Alcune di queste riflessioni non ti sono estranee, ne sono convinto. Grazie ancora.



(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)

(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)

sabato 30 settembre 2017

Solidarietà a Jacques Sapir

Mi ero sempre chiesto cosa fosse quell'"hypothèses" che compariva nell'URL del blog di Jacques Sapir: http://russeurope.hypotheses.org/, ma questo dubbio non era esattamente in testa alla lista delle mie priorità, e quindi non avevo mai approfondito.

Hypothèses, con Calenda, Revues.org, OpenEdition Books, è una piattaforma informatica inserita nel portale francese Open Edition, un progetto il cui scopo è quello di promuovere la pubblicazione e la discussione di risultati scientifici nell'ambito delle scienze umane e sociali secondo i criteri dell'open access. Tanto per placare subito i lettori fallaciati, chiarisco che qui Soros non c'entra molto: anch'io ho pubblicato in open access, tant'è vero che se cliccate qui potete leggere uno dei miei ultimi articoli. Quindi placate i vostri riflessi pavloviani: la open society è un'altra cosa, e andiamo avanti.

Il portale si articola su quattro assi: pubblicazione di riviste on line (Revues.org), pubblicazione di ebook (OpenEdition), una bacheca di eventi scientifici (Calenda), e un aggregatore di blog, appunto, Hypothèses. Quest'ultimo comprende 2408 blog, fra cui anche LEO (L'Edition électronique ouverte), blog di Open Edition che informa sugli sviluppi del progetto. Il 28 settembre questo blog annunciava che il Comitato scientifico di Hypothèses e quello di Open Edition sospendevano il blog di Sapir, aperto cinque anni or sono, a causa della pubblicazione di post privi di attinenza con il contesto scientifico e accademico del blog. I contenuti pubblicati non verranno rimossi, ma a Jacques verrà impedito di pubblicare nuovi post sulla piattaforma.

Voi sapete benissimo come la penso: quando a me accadde una cosa sostanzialmente simile, ne presi atto e reagii con successo. Ma il mio temperamento è portato agli estremi: se subisco un torto, non penso a ottenere giustizia, ma più semplicemente a schiacciare chi me lo ha fatto. Jacques, invece, ha una mentalità più strategica. Pubblicare su Hypothèses, in effetti, ha un suo valore. Il fatto che l'aggregatore raccolga 2408 blog significa che scrivendoci ci si rivolge a un pubblico potenziale di diverse migliaia di persone qualificate (insomma, non vorrei dirvelo: non a dei buzzurri come voi...). Questo spiega, fra l'altro, perché, nonostante Russeurope faccia circa un terzo degli accessi di Goofynomics, Jacques sia (meritatamente) molto più influente in rete di chi vi scrive (un pezzo di questa storia è anche la vostra scelta di farmi scrivere in italiano perché, detto con affetto, siete dei poverini...).

Ieri Jacques ha scritto ai membri del Manifesto di Solidarietà Europea per chiarire la situazione:



Carissimi,

Hypothese.org e Open Edition hanno sospeso l’accesso al mio blog RussEurope. Non posso scrivere più sul mio blog. In una breve lettera pubblicata sul mio blog il direttore di Open Edition, Marin Dacos, spiega che questa misura è stata presa perché i miei ultimi post non sono più “accademici”. In effetti fin dagli esordi del blog ho pubblicato articoli di diverso tipo, che vanno da lunghi articoli scientifici, a pezzi brevi. Questo pezzo del 22 settembre 2012 dà un buon esempio del contenuto “politico” di alcuni miei post.

L’accusa di utilizzare il blog come spazio puramente politico è falsa e tende a occultare il fatto che è impossibile scrivere di economia o scienze politiche senza essere coinvolti in polemiche politiche. Ho sempre rispettato lo statuto di Open Edition e in particolare il suo capitolo 10 che definisce i diritti e gli obblighi degli autori.

Il fatto che Dacos sia, dai primi di luglio, consulente di un direttore del Ministo dell’Istruzione Superiore e della Ricerca del governo francese potrebbe spiegare perché mi sia stata applicata una simile sanzione. Come minimo, c’è un conflitto di interessi fra la posizione di Dacos come direttore di Open edition e la sua nuova funzione di consulente ministeriale.

Naturalmente è del tutto verosimile che il successo del mio blog, che è passato da 26000 a oltre 200000 connessioni al mese


spieghi perché quello che veniva ritenuto tollerabile nel 2012 non lo sia più nel 2017 sotto il governo Macron.

Questa sospensione è un atto arbitrario di censura politicamente motivata.

Ho già ricevuto il sostegno di diversi professori francesi, fra cui Giavarini, Lecour, Taguiev, Rials, e altri. Chiedo solennemente a Dacos e al suo superiore gerarchico presso il Ministero, Alain Beretz, di garantirmi nuovamente pieno accesso a RussEurope.

Potete inviare le vostre proteste a Dacos (marin.dacos@openedition.fr) e Beretz (alain.beretz@recherche.gouv.fr).

Cordialmente.

Jacques Sapir


Vorrei aggiungere qualche considerazione.

Una si salda al post in cui vi ho riportato l'invettiva di Cesaratto contro la sinistra.

Alla fine anche lui non ce l'ha fatta più. Il mio punto di non ritorno è arrivato un po' prima, e sapete tutti quando: quando all'inizio di quest'anno la sostanziale acquiescenza di Fassina alla decisione di Forenza di escludermi dal Plan B (avrebbe dovuto fare una sana politica della sedia vuota: ma l'ha fatta ugualmente, sedendocisi), preceduta dal diniego suo e di D'Attorre di prestare attenzione al tema delle fake news, e seguita dal convinto sostegno verbale dato da Fassina alle iniziative censorie della terza carica dello Stato (a mio parere potenzialmente eversive, perché tale ritengo l'affidare la definizione di "verità" in ambito politico a enti "tecnici" e ad attori privati per lo più rei di aver scientemente falsificato dati storici - come questo blog ha dimostrato in diverse occasioni - e a esperti dal curriculum quanto meno meritevole di approfondimento...), mi convinsero che queste persone, che erano state alleati piuttosto inefficienti, si stavano trasformando in nemici assolutamente spietati ed efficientissimi dell'unico bene al quale tengo: la mia libertà di parola (e ci tengo perché è la mia libertà che vi ha portato qui). Elogiando le iniziative irresponsabili di chi, in spregio al dettato costituzionale, ha deciso di arrogarsi una funzione di indirizzo politico che spetta al governo, facendo strame della posizione di terzietà che dovrebbe essere assunta e mantenuta da chi dirige il dibattito parlamentare, il gatto e la volpe, l'unico lembo di sinistra col quale mi fosse sembrato possibile costruire qualcosa, si ponevano senza mediazione e senza redenzione oltre la sottile linea rossa.

Per alcuni mesi mi sono chiesto se avessi esagerato.

Quando ho incontrato Fassina a un convegno promosso da Baldassarri mi è venuto abbastanza spontaneo non salutarlo, ritenendo che lui non lo meritasse e sapendo che non avevo nulla da dirgli, né da farmi dire. Eppure, come sapete, io sono un buono: preferisco essere cortese, mantenere le forme, essere amico di tutti. Mi restava il dubbio di essere stato troppo integralista sul tema della libertà di espressione.

Quanto accade a Jacques mi dimostra che purtroppo avevo ragione. Fermo restando che i miei clic (metaforici o reali) sono tutti irreversibili, e tanto più quanto sono più ingiusti (perché servono a insegnarvi che la vita è ingiusta), e dato quindi per assodato che in ogni caso non sarei tornato sulla decisione presa, resta il fatto che nel contesto attuale di spiaggiamento della sinistra, descritto da questi dati:


e spiegato in questo mio articolo:


dove mi ero permesso di chiarire col solito anticipo che la sinistra si stava suicidando a causa della sua adesione al paradigma neoliberista (il fenomeno che Cesaratto chiama: "sinistra monetarista"), questi sviluppi, insomma, ci fanno capire che le socialdemocrazie utili idiote del capitale, che hanno garantito la tenuta sociale di un sistema in cui gli shock si scaricano sui redditi della maggioranza, hanno un'unica possibilità di resistere allo sgretolamento: ricorrere alla violenza della censura.

L'ho detto mille volte, e lo ripeto: quando, per il fatto di aver inibito gli aggiustamenti di cambio, crei un sistema in cui l'unica valvola di sfogo è la compressione dei salari... l'esito inevitabile è la compressione dei diritti politici!

Quindi, no, non credo di aver sbagliato nell'interrompere i rapporti con i complici della censora: ancora una volta i fatto dimostrano che il fronte è dove l'ho individuato, e il nemico è quello che avevo nel collimatore. Il caso di Jacques non è il primo, non sarà l'ultimo, ma è particolarmente significativo.

Ci sono poi alcune considerazioni che riguardano il signor Dacos, che non conosco, ma al quale credo che sarebbe il caso che faceste pervenire una breve nota invitandolo a riconsiderare la sua decisione.

Dacos, in effetti, è quello che in francese si direbbe un pauvre sire: da questa storia lui, con i suoi pennacchi CNRS-ministeriali, esce piuttosto male per almeno tre motivi.

Il primo è adombrato nella lettera di Jacques, ma vale la pena di esplicitarlo: partire dall'assunto che il dibattito nelle scienze sociali debba, o anche soltanto possa, spogliarsi della sua dimensione politica, significa sposare toto corde l'agenda liberista, la cui essenza, come avete potuto apprezzare seguendo questo blog, e come era del resto chiaro anche a Keynes, consiste nel tentativo di trasformare le scienze sociali in scienze naturali, per i noti motivi (ostentare prestigio intellettuale, imporre una narrazione moralistica, perseguire bellezza formale, deresponsabilizzare gli intellettuali, ecc.: tutte cose che trovate qui nel terzo paragrafo). Il povero Dacos si trova quindi in una situazione analoga a quella della terza carica dello Stato: lui dovrebbe garantire il dibattito su una piattaforma aperta (lei in un parlamento), e entrambi lo fanno, o meglio pretendono di farlo, partendo da una forte petizione di principio in favore dei principi neoliberali (sui quali ormai perfino gli economisti cosiddetti mainstream cominciano ad avere qualche dubbio). Sono cose che riconciliano con la morte della sinistra.

Il secondo motivo è anch'esso delineato da Jacques: non è certo la prima volta che l'analisi socioeconomica porta Jacques a criticare un presidente in carica. Hollande ha preso la sua vagonata di sberle, ma nessuno ha mai pensato, per quattro anni, di sospendere il blog di Jacques perché era "partigiano" (nel senso di "di parte" - avversa al presidente). Il fatto che poco dopo la nomina a consulente governativo del direttore della piattaforma parta il provvedimento censorio oggettivamente porta a credere che Dacos stia eseguendo ordini. Magari non sarà così: forse, a dirgli di sospendere Jacques, è stato l'arcangelo Gabriele, o la sua coscienza. Ma il fatto è che in ogni caso sembra così, e bisognerebbe ricordarsi che la moglie di Cesare, così come la terza carica dello Stato, o chi si fa vanto e fregio di promuovere una discussione "aperta", non deve solo essere onesto: deve anche, e soprattutto, sembrarlo.

Del terzo motivo Jacques non parla, per carità di patria, ma possiamo farlo noi. Come dicono a Livorno, Macron ce n'ha per du'... I fondamentali macroeconomici lo condannavano, come abbiamo visto, e la sconfitta della Merkel (più esattamente: la progressione dei liberali) gli danno il colpo di grazia. Il poverino sarà costretto a fare politiche impopolari sul fronte interno, senza nemmeno poter placare gli elettori con qualche scampolo di grandeur acquistato sulla bancarella dell'altra Europa. Quando il governo del fesso megalomane cadrà rovinosamente, il povero Dacos rimpiangerà di aver puntato una somma così elevata di reputazione sul cavallo che tutti noi, qui, grazie al ragionamento scientifico, sappiamo essere quello sbagliato. I fondamentali macroeconomici non perdonano nessuno speculatore: Dacos non sarà certo il primo (né l'ultimo) a prendere una bella lessata, a tempo debito. Si renderà allora conto di avere il vuoto intorno: perché per i perdenti, come lui sarà e ha dimostrato di essere col suo gesto, non c'è solidarietà. Per i combattenti, come Jacques, invece c'è: e sta a voi dimostrarla, come già hanno fatto molti ai quali ho comunicato per le vie brevi. Semplicemente, chiedete che Jacques possa continuare a pubblicare.

A mio parere, Dacos non restituirà i diritti di accesso a Jacques. Farlo sarebbe per lui una terribile sconfitta. Preferirà attendere che gli crolli in testa la Bastiglia (e, del resto, anche al governatore della Bastiglia aprire le porte non portò bene). Ma non sarà inutile far vedere a questa gente che siamo tanti: bisogna che abbiano paura. La mossa intrapresa contro Jacques è già un segno di paura, nella sua irrazionalità. Più paura avranno, più errori commetteranno. E per terrorizzarli non c'è bisogno di molto: basta, con molta cortesia, far notare che noi esistiamo, e non siamo d'accordo. Il resto, poi, lo faranno gli elettori francesi. Nel frattempo, Jacques si sarà aperto un suo blog, e avrà schiacciato la concorrenza, come facemmo noi. Ma aiutarlo a difendere il punto è doveroso, e spero di essere riuscito a spiegarvi perché. Quindi, coraggio: una email ai nostri due nuovi amici, e poi giriamo pagina...