“Ce lo chiede
l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col
passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam
pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a
inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante
autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di
Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento
dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei
capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen)
oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una
schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa
quando?
A scongiurare
l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della
gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in
questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi
finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in
grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per
recuperare il nostro colpevole ritardo…”
Anche questo
discorsetto lo avrete sentito fare, no?
Il libro di
Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come
abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico
(“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa
che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di
adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi
come Non vale una lira di Mario
Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza
verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in
Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era
mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di
regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci
in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti
(ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne
ritornino).
Attenzione:
quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di
quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in
Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe
sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese
relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto
fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso
futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei,
quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se
si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità
analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno
molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le
dipingono.
In effetti, che
l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista
dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che
questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio
sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio
fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in
generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi
l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle
politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione,
trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso
sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la
stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un
meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera
di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati
(integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli
squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi
(le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche
verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si
guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno
di asimmetria e di mancanza di solidarietà).
Ma l’analisi
giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente
come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione
degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il
carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito
proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese
sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio,
il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale,
e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come
quelli determinati dalla crisi finanziaria), siano nella prassi un meccanismo di amplificazione
di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due
principi di cofinanziamento e condizionalità.
Il
cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi
comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse
proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel
computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi
vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in
conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non
decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso
alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di
risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo
italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa
propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata
su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo
nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente,
rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la
conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che
in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di
controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.
A questo
condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità,
intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo
Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle
risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse
per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici
specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non
solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove,
peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare,
obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di
cofinanziamento.
A questo punto
non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un
economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della
cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata
dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà
poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se
invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se
perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede
politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a
porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.
Il testo di
Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che
necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed
escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma
imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce
Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare
rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a
turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.
