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lunedì 22 febbraio 2016

Condizionalità senza frontiere (quello che non dovevate sapere dei finanziamenti comunitari)

(...è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari - Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice "eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!" è un perfetto imbecille. D'altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio... In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione - così gli effetti collaterali li subite ugualmente!...)




“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen) oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa quando?

A scongiurare l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per recuperare il nostro colpevole ritardo…”

Anche questo discorsetto lo avrete sentito fare, no?

Il libro di Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico (“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi come Non vale una lira di Mario Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti (ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne ritornino).

Attenzione: quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei, quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le dipingono.

In effetti, che l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione, trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati (integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi (le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno di asimmetria e di mancanza di solidarietà).

Ma l’analisi giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio, il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale, e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come quelli determinati dalla crisi finanziaria),  siano nella prassi un meccanismo di amplificazione di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due principi di cofinanziamento e condizionalità.

Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente, rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.

A questo condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità, intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove, peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare, obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di cofinanziamento.

A questo punto non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.
Il testo di Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.

mercoledì 7 ottobre 2015

Bagnai imbecille!

Andrea ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Confiteor (gli idioti)":

Salve, sono un aspirante docente e seguo da tempo il blog.

Riporto un episodio risalente a domenica scorsa, 4 ottobre, svoltosi all'internazionale di Ferrara. Seguivo un dibattito intitolato 'Sotto esame: cosa vuol dire fare politica sull'istruzione' al quale partecipavano insegnanti della scuola secondaria di secondo grado. Al termine, dopo che il dibattito aveva toccato i punti relativi alla carenza di democrazia nel processo di costruzione e dibattito delle riforme legate alla scuola, la mancanza di fondi e il ricorso alle leggi delega, il ruolo degli insegnanti svilito da anni di propaganda e addirittura una citazione del foglio excel taroccato di Alesina riguardante l'austerità espansiva, ho chiesto di fare un intervento.

Notando che molti dei punti toccati richiamavano il tema della crisi economica, dello svilimento della democrazia e della costituzione, ho pensato (ingenuamente) di trovare, da parte degli oratori, un interesse a sviluppare il tema.

Mi sbagliavo.. quanto mi sbagliavo. Questo è il video dell'intervento, dura 2 minuti.




La sera, mentre sconsolato tornavo a casa ripensando alle parole d'astio dell'oratore e al conseguente applauso della folla, mi è tornata alla mente un passaggio di un'intervista di Tommaso Segantini fatta a Noam Chomsky, letta qualche giorno prima: "In fact, recovery from the Great Depression was actually faster in many countries than it is today, for a lot of reasons. In the case of Europe, one of the main reasons is that the
establishment of a single currency was a built-in disaster, like many people pointed out. Mechanisms to respond to the crisis are not available in the EU: Greece, for example, can't devalue its currency."

Pensavo a questo paradosso: lo stesso Internazionale che spesso ospita Noam Chomsky con una pagina a lui dedicata, ha un pubblico che non ne condivide l'opinione e probabilmente non la conosce nemmeno. La stessa, peraltro, del cattivissimo professor Bagnai.

Ora, riguardando il video provo rabbia pensando all'ignoranza e all'arroganza che certi intellettuali sfoggiano, agli applausi che si prendono e a tutte le persone che stanno pagando e pagheranno sulla propria pelle tutto questo.

Volevo solo farvi sapere che non tutti gli insegnanti sanno di sapere.

Postato da Andrea in Goofynomics alle 7 ottobre 2015 13:19



































Ma stradaje a ride!





















































Caro Andrea,

non ti buttare giù.

Intanto, prima che me ne dimentichi, il mio avvocato ci terrebbe tanto a sapere chi è la persona che mi ha dato dell'imbecille e mestatore. È una sua curiosità, l'avvocato ci tiene molto a saperlo, e per ovvi motivi ho tutto l'interesse a essere gentile con lui. Io, per me, sai, di certe critiche non mi interesso, preferisco ragionamenti più articolati, come quelli svolti da Majone e D'Attorre a S. Gimignano:


Converrai con me che vale più la pena di partecipare a eventi come questo, che come quello al quale hai partecipato tu. Una "internazionale" di provincia, del resto, rischia di essere due volte provinciale: per il suo esserlo, e per la sua ansia di non volerlo essere.

Incidenti di percorso.

Però una cosa te la chiedo dal profondo del cuore. Sorveglia il tuo lessico. Non so cosa si creda di essere il tuo simpatico interlocutore, ma ti assicuro che per motivi etimologici la lingua italiana ti vieta di chiamarlo intellettuale. Quando mi dici come si chiama (e se non me lo dici tu, me lo dirà un altro) potrai forse chiamarlo indagato (se capisco bene per quale motivo il mio avvocato vuole conoscerlo...).

Ma "intellettuale"!...

Dai, per favore!...

Non esageriamo!

Gli intellettuali attaccano le idee, non le persone. Nel merito: posso anche essere convinto che non tutti gli insegnanti "sappiano di sapere", cioè, nel lessico di questo blog, che non tutti gli insegnanti siano piddini (antropologici). Tu ne sei un esempio, ne era un esempio la mia amica nel post che tu commentavi, ne sono altri esempi gli altri (pochi) insegnanti che hanno commentato qui e altrove lamentando la totale incapacità di ascolto dei propri colleghi, e preconizzando la loro migrazione in massa dal movimento di gestione del consenso (il PD) al movimento di gestione del dissenso (il 5 stelle), sempre in conto Dipartimento di Stato (de sinistra, beninteso: c'è Obama)!

Resta il fatto, e il tuo caso lo esplicita molto bene, che la stragrande maggioranza degli insegnanti è composta da persone incapaci di approfondire e in quanto tali vittime designate dei messaggi demagogici che il potere confeziona per loro, e veicola loro attraverso certi futuri indagati (questi ultimi, peraltro, del tutto inconsapevoli di farsi latori di un messaggio fortemente reazionario: vedi alla voce "non chiamiamoli intellettuali").

Lo ridico: la stolta presunzione della classe docente italiana, la sua incapacità di ragionare secondo logiche che non siano quelle della mera appartenenza politica, cioè la sua incapacità di ragionare (punto), è una delle più potenti forze di conservazione del sistema, forse quella cruciale.

Qui ci sarebbe da allargare il discorso, perché in questo atteggiamento la disinformazione mefitica di "intellettuali" dei quali ci siamo occupati di recente (e torneremo a occuparci) ha giocato un ruolo determinante. I tuoi colleghi vanno scusati. Non erano nati tutti per essere leoni. Molti erano nati per essere animali più miti e meno intraprendenti, e la qualità della loro elaborazione concettuale è, ahimè, quella dei pastori che il caso ha messo sulla loro strada. In fondo, a livello di ciclo di istruzione secondario non è richiesto, come sarebbe richiesto ai miei colleghi (i quali non sempre lo fanno), che uno sappia riconoscere un lavoro di ricerca scientifica quando lo incontra. Io ho compassione di loro (mi riferisco ai tuoi colleghi, soprattutto), perché posso immaginare che chi ha una visione così distorta dei processi in atto farà molta fatica a non restarne completamente schiacciato (e infatti, applaudendo compatti il futuro indagato, di fatto i tuoi colleghi ponevano la testa su un metaforico ceppo, quello sul quale si abbatterà la mannaia dei tagli consustanziali al progetto sociale "europeo": cosa che, come il mio lavoro di ricerca ha dimostrato, negli anni '70 era chiarissima agli intellettuali - quelli veri - e ai politici italiani - quelli veri).

Parce sepultis.

Bisogna però che voi, voi che avete fatto un minimo sforzo, voi che rappresentate la parte migliore del paese, voi che avete deciso di abitare nell'unico luogo di resistenza al fascismo dell'opinione, voi, vi facciate un pochino meno fessi (non dico più furbi).

Infatti, se da un lato a me tocca applicare il "qui autem scandalizaverit unum de pusillis istis, qui in me credunt, expedit ei, ut suspendatur mola asinaria in collo eius et demergatur in profundum maris" (a qualcuno devo pur ispirarmi), dall'altro sarebbe il caso che voi applicaste l'"estote ergo prudentes sicut serpentes". Che cosa vuoi che ti dica un futuro indagato se tu gli nomini Bagnai? Quello che ti ha detto! Ma se c'è una cosa che dovreste avere imparato qui da me, è che nominarmi, oltre a essere spesso inopportuno, è sempre  non necessario, perché io, a differenza di certi futuri indagati, ho sempre messo in chiaro di non essere un pensatore particolarmente originale. Più esattamente: i miei contributi originali si situano a un livello tecnico al quale non potete accedere e che non vi interessa, ma per quanto concerne il nucleo del mio messaggio divulgativo vi ho chiarito fin dal principio che citare me non era assolutamente necessario: c'erano decine e decine di altri autori da citare! Ed è tanto meno opportuno oggi, che altri intellettuali come Gallino hanno finalmente detto la verità.

Scusa: non potevi citare lui? Avresti mandato in corto circuito il futuro indagato, e avresti reso meno facile scatenare l'applauso liberatorio delle future bestie da macello.

È così difficile arrivarci?

In un mondo nel quale tutti hanno il coraggio delle altrui idee, capisco che tu possa aver visto un valore etico ed estetico nel fare atto di testimonianza. Ma io non ho bisogno di martiri: a me servono vittorie. E tu hai perso perché hai commesso un errore tattico.

Ricordatelo, e con te se lo ricordino le altre persone di buona volontà che, per motivi meramente affettivi, sono disposte a perder tempo nel tentativo frustrante e vano di salvare dalla mannaia le vittime designate.

lunedì 7 settembre 2015

#pirreviù7: Colombo vs. Majone (ovvero: Ungheria vs. UE)




Dibattito "Siamo in Europa  o in Grecia", al minuto 31:10, Furio Colombo:

"Ma quando è venuto fuori Orban, personaggio che non si può non definire nazista [applauso dei beoti – chiedendo scusa alla Beozia, che in questo momento soffre], personaggio che non si può non definire nazista, quando compare una persona come Orban, che prende le decisioni che prende! Ha cambiato radicalmente la loro Costituzione, rendendola praticamente completamente (e questo dovrebbe farci fischiare le orecchie) nelle mani dell’esecutivo, dove il Parlamento non ha alcuna funzione, quando si tratta di Orban, quando Orban fa le cose che ha fatto, con la crudeltà spaventosa di tenere uomini donne e bambini senz’acqua..."

 (...il resto ce lo risparmiamo, non senza aver notato che, essendo estate, se qualcuno fosse stato lasciato senz’acqua verosimilmente sarebbe morto: e altrettanto verosimilmente qualche reporter “indipendente”, seduto su una pila di cadaveri fatti dagli amici di chi lo manda in giro, ne avrebbe tratto spunto per fare un bel cappottino d’abete a Orban. Il Guardian racconta una cosa un po’ diversa: che i rifugiati siriani hanno fatto – o minacciato – lo sciopero della fame e della sete perché non volevano essere collocati in un campo profughi in Ungheria, ma volevano procedere verso la Germania, e credo che la dottoressa Arcazzo ci confermi che questo è in effetti l’intendimento dei profughi, e anche della Germania. Con questo non sto dicendo che il dottor Colombo abbia intenzionalmente mentito: non mi permetterei mai! Sto solo dicendo che dalla mia affrettata ricerca di fonti per l’esecrando episodio che lui giustamente esecra – del resto, se è esecrando, come non esecrarlo? – è saltata fuori solo una cosa che a un beota potrebbe sembrare uguale a quella che dice lui, ma che invece è esattamente opposta. Ma io, si sa, sono un ragazzo sfortunato...).


Giandomenico Majone, Rethinking the union of Europe, p. 132:

One of the most striking features of the EU institutional arrangements is the monopoly of agenda setting enjoyed by the non-elected Commission: in all matters related to market integration, only the Commission can make legislative and policy proposals. It is important to understand clearly what is implied by such an extensive delegation of powers. First, other European institutions, including the Parliament, cannot legislate in the absence of a prior proposal from the Commission. It is up to the latter institution to decide whether the EU should act and, if so, in what legal form, and what content and implementing procedures should be followed. Second, the Commission can amend its proposal at any time while it is under discussion in the Committee of Permanent Representatives of the member states, or in the Council of Ministers, while the Council can amend a Commission proposal only by unanimity. Moreover, if the Council unanimously wishes to adopt a measure which differs from the proposal, the Commission can deprive the Council of its power of decision by withdrawing its own proposal. Finally, neither the Council nor the EP nor a member state can compel the Commission to submit a proposal, except in those few cases where the Treaty imposes an obligation to legislate.

As I had occasion to point out some time ago, this monopoly of legislative and policy initiative granted to a non-elected body represents a violation of fundamental democratic principles that is unique in modern constitutional history, and fairly rare even in ancient history.

(...la differenza fra un dilettante e un professionista è come quella fra un bufalo e una locomotiva: salta all’occhio. Peraltro, questa citazione non vale tanto a darvi testimonianza della mia sfacciata wide-rangedness, quanto a ricordarci cosa occorre fare, in una qualsiasi parte del mondo, per creare degli “Stati Uniti”. La prima cosa da fare è sterminare chiunque abiti il territorio da “unire”, e, come vi ho detto più volte, se in America gli Stati Uniti sono nati dallo sterminio degli indiani – e dei bisonti, che sarebbero i “buffalo”, nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa gli indiani siete voi – mentre Furio pensa di essere un colonizzatore...).


Sintesi
Sintesi: dal letame può nascere un fiore (o anche un fungo), e Furio Colombo (si parva licet) può dire una cosa giusta. Non so se la costituzione ungherese sia come lui la descrive. Il fervore livoroso con il quale era intento a subornare la platea mediante una squallida reductio ad Hitlerum lascia sospettare che potrebbe anche aver fornito, per rafforzare il proprio argomento, o anche semplicemente perché trascinato dal proprio empito retorico, una visione distorta, e in effetti Wikipedia racconta una storia diversa. Ma diamogliela per buona, la sua versione: supponiamo che lo scopo del gioco, nel riformare la costituzione ungherese, fosse esclusivamente quello di rendere il Parlamento succube dell’esecutivo. E allora sì, avrebbe ragione Colombo, ci dovrebbero in effetti fischiare le orecchie: perché, come ci ricorda Majone (e come io ho ricordato alla Versiliana), questo è esattamente quanto accade nella “costituzione” europea, cioè nel combinato disposto del TUE e del TFUE, che a Colombo tanto piacciono. 

Business as usual...

Se una cosa la fa (forse) uno che consideri un nemico politico, è esecranda. Se la fanno (sul serio) i rappresentanti degli interessi che difendi, è laudabile (o ci passi sopra con eleganza). Se anche le cose stessero come dice Colombo (e abbiamo capito che le sue affermazioni accorate e categoriche occorre siano verificate con attenzione), l’UE che rimprovera l’Ungheria, sarebbe il classico caso di bue che dice cornuto all’asino.

Piccolo cabotaggio, ed è perché ne avete piene le tasche che siete qui...

E sapeste quanto ne ho piene le tasche io!

A Stefano Feltri voglio bene, è una mia perversione, non posso farci niente. Lui, per me, è e resta un grande mistero. Vi faccio presenti due cose: che nonostante sia totalmente succube della mortifera ideologia europea, mi lascia esprimere un parere contrario sul suo giornale (niente di simile è accaduto su testate che non voglio nominare), e che è l’unico ad aver avuto l’onestà intellettuale di ammettere che “forse ha ragione il nostro Alberto Bagnai nel sostenere che per la Grecia non c’è ribellione possibile nell’euro”.

Forse, eh...

Ma abbiamo visto che l’onestà intellettuale è una merce rara, e quindi vi esorto ad apprezzarla, qualora si manifesti (son apparizioni fugaci).

Il mio apprezzamento a Stefano l’ho mostrato accogliendo il suo invito alla Versiliana, un invito al quale “non potevo sottrarmi” (me l’ha messa così), e non mi sono sottratto. Sapevo ciò cui andavo incontro. La perla che ho riportato in apertura è solo una di una lunga collana: guardatevi il video e fatevi due risate (mitico Fini che voleva “lasciare in pace l’Africa”, col telefonino che gli squillava in tasca: gli ho spiegato da dove viene il coltan, ma ho capito subito che il mio accanimento terapeutico era inutile...). Ma questo sacrificio mi è valso anche l’incontro e l’abbraccio di tanti di voi, e, a sorpresa, anche di Chiara Geloni, la mia bersaniana preferita (non c’è niente da fare, le cattocomuniste sono anch’esse, più di Stefano, una mia perversione).

Però ero, sono, stremato.

Quest’estate è stata un incubo. Non mi sono riposato un momento. Tornando in treno, mi sono letto l’ultimo libro di San Vladimiro. Il tentativo di riassumere “a prova di idiota” alcune cose che qui sappiamo benissimo, grazie soprattutto a Quarantotto (convenientemente citato). Ammiro la dedizione con la quale San Vladimiro si dedica a salvare le anime piddine. Per chi sa di sapere non c’è cura. Come ci diceva Buffagni in coda al post precedente, qualsiasi tentativo di articolare un discorso razionale sul percorso europeo, quel percorso che, secondo studiosi tanto diversi quanto Majone, Klaus, Zielonka, Frey, si è decisamente spinto troppo in là e sulla strada sbagliata, qualsiasi tentativo di dissuadere gli euristi dal loro élan vital totalitario, dal loro anelito a “gettare l’Unione oltre l’ostacolo” (che in questo caso è la SStoria), urterà contro la reductio ad Hitlerum uso Furio Colombo, ed è quindi un tentativo vano, prova di sconfinato amore per l'umanità, ma per quella parte dell'umanità che tale amore non merita, perché in fondo aveva ragione Sergio Cesaratto al goofy4: ormai chi poteva capire ha capito, e gli altri sono inutili.

Loro, gli inutili (e quindi pericolosi perché strumentalizzabili), prenderanno sempre per buoni, come hanno fatto ieri, gli argomenti di Colombo: "Pensi che l’euro non funzioni perché sono sessant’anni che la teoria e la prassi economica spiegano tutto quello che qui sappiamo? Allora sei un nazista e vuoi che i bambini muoiano sulle spiagge". Questo è il “Colombo-pensiero” in sintesi. E i beoti applaudono, senza capire che questo pensiero magico “negativo” per il quale il ragionamento critico è il male assoluto, è la Shoah, è uguale e contrario al pensiero magico “positivo” per il quale l’Europa risolverà tutti i problemi, per il quale il nazionalismo si combatte creando una supernazione. Ma il pensiero magico, e i suoi canuti sciamani, non hanno mai condotto chi lo praticava sul cammino dello sviluppo...

I conflitti non esistono “perché esistono confini”, più o meno formalizzati (e parliamone anche del fatto che esistono diversi percorsi storici e culturali, e che pensare di cancellarli con un tratto di penna ha portato nel resto del mondo solo morte e distruzione, e così farebbe a casa nostra... Avete mai guardato un mappamondo? Avete mai notato che dove i confini sono tirati col righello la gente muore a coorti, con l’unica eccezione di quelle aree che corrispondono a parti dell’ex-Impero britannico, dove la gente oggi non muore più perché il tributo di sangue è già stato pagato, mi ripeto, per lo più da gruppi etnici sprovvisti di un efficace ufficio stampa: aborigeni, “native Americans”, ecc.).

No, i conflitti non esistono perché esistono i confini: i conflitti esistono perché esistono gli imbecilli (e gli avidi, che degli imbecilli sono un sottoinsieme).


Pensare che un insieme di regole, per di più particolarmente disfunzionali, possa valere a salvare l’umanità dai conflitti è un atto addirittura blasfemo nella sua ingenua arroganza, la stessa arroganza blasfema di chi pensa di aver creato una cosa “irreversibile”. Lo scopo dell’Europa lo abbiamo ormai capito: non è quello di garantirci dai conflitti, ma quello di mettere “al riparo dal processo elettorale” (come diceva Monti) i luoghi politici dove questi possano comporsi in modo democratico. La stucchevole retorica dell’euro (o dell’Europa) che ci ha dato la pace non è solo insulsa, infondata, e intellettualmente squallida. È anche pericolosa, come è pericoloso, e fonte di violenza (e in particolare di violenza nazionalistica) qualsiasi mito “identitario” che faccia riferimento a una terra promessa. L’Europa promessa, la nazionciona che non farà la guerra perché non avrà confini...

Un attimo!

Non li avrà al proprio interno! E forse che non esistono le guerre civili? E forse che il resto del mondo non esiste? Allora stiamo dicendo che quando avremo creato un impero mondiale vivremo tutti in pace? Tutti tutti? E se uno non sarà d’accordo, magari sul colore delle tutine attillate, tutte uguali, che porteremo in questo impero distopico, cosa farà? Dove andrà? Avete mai pensato che un mondo senza confini è un mondo senza diritto di asilo? Avete mai pensato a quello che volete sacrificare per raggiungere un obiettivo che non ha senso, perché non esiste forma di organizzazione umana che possa impedire all’uomo di essere uomo, con le sue debolezze, le sue tensioni, i suoi conflitti? Avete pensato che, mentre ci dite che le bandiere nazionali erano così brutte, volete farci intenerire perché un poveraccio entra nei nostri confini con la nostra bandiera al collo (a favore di telecamera)? Siete scemi voi, o provate a prendere per scemi noi?

Ecco...

Questi erano i pensieri che mi turbinavano in capo mentre rientravo, sfranto, sfibrato, stremato, dalla Versiliana. E pensavo: “Cristo, domattina viene Renato, e dobbiamo provare per i prossimi quattro concerti, e io sono esausto, come faccio, come faccio, ma chi me l’ha fatto fare di prendere questi concerti, io faccio troppe cose, devo smettere, devo imparare a dire di no, basta, non è possibile, sono esausto...”.

Ed esausto mi sono steso a letto.

Poi, questa mattina, facendomi forza, ho accordato.

Arriva Renato, e mi fa vedere questa bella pirreviù:



E certo che ad Andrea Bedetti, per queste belle parole, va tutta la nostra gratitudine (e comunque è vero che il tecnico del suono che avevamo era fantastico – e molto simpatico). Erano del resto abbastanza favorevoli i pareri in calce al nostro altro disco, ma quelli erano pareri del pubblico, e quindi non valevano come pirreviù... Inutile dire che leggerla mi ha dato la forza di provare fino alle 20. E ora siamo pronti. Seguirà comunicazione di servizio.

Per chiudere, vi fornisco due contributi dalla regia. Il primo è la definizione di europeismo:


che si applica con tanto maggior vigore quanto più grande e fasulla è la patria che gli europeisti vogliono costruire, e il secondo è la dimostrazione plastica della differenza fra un europeista (cioè una canaglia, e una canaglia pericolosa), e un europeo:



Spero che, in questo caso, la differenza salti all'orecchio (non solo a quello di Bedetti...).

Ecco. Un europeo è una persona che non ha bisogno di avere un dischetto di metallo in tasca per sentirsi legato alle proprie radici, è una persona che conosce e diffonde il patrimonio di civiltà che questa porzione di terra emersa ha sedimentato negli anni, senza alcun desiderio di supremazia, ma con spirito di condivisione. È stato bello condividere con Bud, che veniva dagli “Stati Uniti del Canada”, la creazione di questo disco. Ci pensate? Un dottorando in musicologia, finanziato con spesa pubblica improduttiva canadese per studiare la musica italiana, quella musica che Renzi fa tagliare allo scialbo Franceschini e ai suoi burocrati. Eh, ma il Pedante ce lo spiega ogni giorno suTwitter: non sei italiano se non sei antitaliano.

E così sia.

Voi siete qui perché siete europei, non europeisti, e per essere europei non avete bisogno di altro che di essere quello che siete: italiani. Non nemici, non peggiori, non migliori: semplicemente diversi da un tedesco, o da un canadese, o da un tibetano.

Se volete difendere il vostro diritto ad essere diversi, a pensare in modo diverso, ricordatevi di votare questo blog nella categoria "economia", di votare il fact checking sulla Grecia come migliore articolo, e di votare chi ha il coraggio di smascherare la fallacia della reductio ad Hitlerum, e le lievi imprecisioni sulla cronaca, come peggior cattivo. Il buonismo, del resto, è l'ultimo rifugio degli europeisti...



Se invece volete fare dell'Europa una patria fittizia, siete delle reali canaglie. Anche se il vostro posto non è certo qui, io posso perdonarvi, per i lutti che provocherete.

Ma la storia non lo farà.

sabato 15 agosto 2015

QED 55: Passera, la Cina, e il "dark secret" dell'Eurozona

Un gentile lettore su Twitter mi ha fatto notare che quanto sta accadendo al cambio cinese in effetti è un QED. Purtroppo le perle di saggezza che profondo sono talmente tante che non riesco a tenerne l'inventario, ma per fortuna ci siete voi! Riguardatevi er contribbuto dalla reggìa:


Vi propongo di degustarlo a ritroso, partendo dalla spettacolare boria di Passera che al minuto 11:35 mi si rivolge dicendo: "Come sa, il mondo è costellato di economisti che pensano di avere il modello sicuro." Cosa aveva motivato questo scomposto accesso di qualunquismo da bar? La mia ovvia osservazione che la svalutazione dell'euro non sarebbe stata risolutiva perché avrebbe "suscitato reazioni nel resto del mondo", espressa a 11:20. Le reazioni erano prevedibili, per il semplice motivo che una svalutazione da parte di un paese in surplus (e l'Eurozona lo è molto più della Cina, come vi ricordavo ieri sul Fatto Quotidiano) corrisponde a una dichiarazione di guerra valutaria. Immancabilmente, le reazioni ci sono state, come sapete e come abbiamo visto nei post precedenti.

D'altra parte, era del tutto chiaro a chiunque non fosse un dilettante che la mossa della Bce, priva di qualsiasi logica economica, e dettata solo dalla logica politica di assicurare la propria (della Bce) sopravvivenza, ci avrebbe messo nei guai, sempre al nobile scopo di salvare l'euro (da noi).

La logica della decisione era politica: si trattava di tentare di alleviare le sofferenze dei paesi della periferia europea e di indurre una parvenza di ripresa economica che supportasse i governi che "avevano fatto la cosa giusta" (cioè massacrato diritti dei lavoratori e stato sociale), per evitare reazioni troppo violente in vista delle elezioni greche e spagnole. La cosa giusta però era sbagliata: noi l'avevamo detto, 362 giorni dopo lo dicono tutti, ma questo rafforzava l'esigenza di nascondere il danno fatto! L'indebolimento dell'euro doveva appunto permettere in qualche modo alle economie devastate dall'austerità di recuperare competitività sui paesi terzi (Stati Uniti ed emergenti), alleviando il costo delle scelte politiche sbagliate.

Purtroppo questa decisione, meramente politica, avrebbe messo in ulteriori guai economici l'Eurozona, perché la Cina prima si sarebbe trovata in difficoltà (e un calo della sua domanda si sarebbe trasformato in una prima frenata delle nostre esportazioni - a danno della stessa Germania) e poi avrebbe svalutato, per recuperare un valore del cambio reale più compatibile con la sua strategia di rivalutazione continua e moderata (descritta nel post precedente). Senza contare che, come previsto dal modello di a/simmetrie, la svalutazione ovviamente non sarebbe stata risolutiva nei confronti dell'Eurozona, cioè del nostro maggiore partner commerciale (cosa che altresì avevo evocato in trasmissione: lo testimonia il video).

Spettacolare boria, ripeto, cui il dilettante, ex post, rimedia con questo simpatico pezzo di arte povera: le deliranti parole in libertà di un prigioniero dell'ideologia.

Ma tant'è: come ha detto giustamente Claudio Borghi, Passera è uno che alle elezioni non supererebbe la soglia di sbarramento nemmeno se questa non ci fosse. Gli vogliamo bene, però, perché lui, come il suo consigliere economico, ci regalano momenti di ilarità.

Lasciamoci ora Passera alle spalle, per recuperare un minimo di serietà. Per non parlare sempre delle stesse cose, note, stranote e arcinote a chi ci segue dall'inizio, e a chi ha la buona volontà di documentarsi prima di intervenire, vi aggiungo un dettaglio illuminante, sul quale ho riflettuto grazie al libro di Giandomenico Majone (il quale, peraltro, sarà al #goofy4).

Passera dice: "Gestire il cambio come è stato fatto saggiamente dalla Bce"...

Ma...

Chi è responsabile della gestione del tasso di cambio dell'euro?

Ecco, bella domanda. La risposta, però, non c'è (anche se i dilettanti non lo sanno).

Come nota Majone, l'art. 109 del Trattato di Maastricht era sufficientemente ambiguo, tanto che, come notava l'eurista Wyplosz (non uno di passaggio) l'euro aveva bisogno di competenze più chiare: in particolare, chi ne gestisse il valore esterno restava un oscuro segreto. Non è male, vero, aver fatto una moneta unica senza nemmeno stabilire chi, come e perché ne gestisca il cambio?

La situazione non è cambiata poi molto con il successivo Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea. Il suo articolo 127, nel definire le competenze della Bce, rinvia all'articolo 219 che contiene lo stesso pastrocchio giudicato ambiguo da Wyplosz (eurista) e da Majone (europeo). Quindi la riforma dei trattati effettuata nel 2007 si è ben guardata dal far luce sull'oscuro segreto.

Perché?

Come mette in evidenza Majone, questa ambiguità, e omissioni consimili (ad esempio, l'assenza di qualsiasi meccanismo decente di gestione delle crisi, che si è manifestata puntuale con la prima crisi), non sono il risultato di una cattiva stesura dei Trattati, quanto di un fondamentale disaccordo politico fra le parti contraenti. L'impossibilità di risolvere questo disaccordo ha portato a soluzioni di compromesso nelle quali una serie di questioni cruciali vengono semplicemente omesse. Si ottiene così l'obiettivo politico a breve termine di non scontentare nessuno, ma si pongono le basi per successive catastrofi.

La natura del disaccordo è nota, ma vale la pena di rammentarla. Il punto di fondo, qui, è sempre il contrasto franco-tedesco, e in particolare l'insofferenza francese verso la "German dominance", verso la tirannia del marco, ovvero verso la necessità, per il paesi dello SME, di adeguarsi alla politica monetaria della potenza egemone, salvo subire movimenti di capitale destabilizzanti. La crisi del 1992 era stata esemplare: essa dipendeva anche dal fatto che nel periodo precedente molti paesi europei, a partire dal nostro, erano stati costretti ad adottare tassi di interesse troppo alti per le condizioni della loro economia e della loro finanza pubblica, semplicemente perché se non lo avessero fatto i capitali sarebbero fuggiti in Germania, dove i tassi si erano alzati per sovvenire al bisogno di finanziare la riunificazione tedesca.

Durante tutto il percorso verso l'euro i francesi (e i loro satelliti) hanno adottato la visione che Majone chiama "monetarista": "Facciamo subito la moneta unica (che potremo controllare collegialmente, diluendo l'influenza tedesca). Le economie si coordineranno da sole e la politica seguirà". Lo scopo di questa visione delirante era l'urgenza di sottrarre la gestione del Sistema Monetario Europeo alla Germania (l'abbaglio del quale abbiamo parlato qui). Secondo i francesi (ma anche secondo Modigliani) la moneta unica avrebbe operato sotto il controllo politico di tutti i paesi europei (in particolare francese), cosa che, evidentemente, in Europa non poteva accadere finché comandava la Bundesbank! Un'aspirazione di per sé nobile a una maggiore simmetria, che però veniva perseguita nel modo sbagliato (e anche qui sappiamo perché, e sappiamo che l'errore era prevedibile: il modo sbagliato era funzionale a giustificare le politiche di repressione salariale nei paesi periferici - "ce lo chiede l'Europa!" - mentre il fallimento era prevedibile perché era chiaro che il consiglio della Bce sarebbe stato dominato dal blocco coeso dei paesi dell'ex area del marco).

La Germania invece era fautrice della visione che Majone chiama "economicista": "Prima facciamo convergere le economie, e poi uniamo la moneta, perché a noi di pagare il vostro conto non va" (e anche qui ci sarebbe da discutere su chi e come in Germania sostenesse questa visione, che comunque è agli atti delle varie discussioni).

Il punto è che la fuga in avanti verso l'unione monetaria, alla fine accettata dalla Germania (cui faceva comodo per togliersi di mezzo un concorrente scomodo: noi) lasciava un vuoto politico. I francesi, nel propugnarla, volevano però evitare di rendere troppo evidente un dato ovvio, ovvero che la Bce non è semplicemente "indipendente", come lo sono molte banche centrali (fra crescenti contestazioni) dal proprio interlocutore politico. La Bce questo interlocutore politico (ipoteticamente, il Ministero del Tesoro) semplicemente non lo ha, il che significa che comanda da sola.

La vicenda della creazione dell'Eurogruppo è eloquente in questo senso.

Esso nasce dal desiderio francese di fornire una controparte "politica"alla Bce: il gruppo dei ministri del Tesoro dell'Eurozona (una caricatura del naturale interlocutore politico di una banca centrale). Strauss-Kahn (quello che se sò bbevuto nel modo che sapete) all'epoca (1997) sosteneva che "in assenza di un organo politico visibile e legittimo, la Bce rischierebbe di essere presto vista dal pubblico come l'unica istituzione responsabile della politica economica europea" (Majone, p. 34). La dialettica fra francesi e tedeschi all'epoca fu rivelatrice, perché i tedeschi, di un simile interlocutore politico, non volevano saperne nulla. Lo spazio che l'Eurogruppo si è conquistato nella gestione dell'ultima eterna crisi è la conseguenza di un cambio di atteggiamento tedesco, motivato dalla certezza di aver ormai assunto uno status di egemonia tale che un organo "politico" dello spessore dell'Eurogruppo (carta velina) non può contrapporsi dialetticamente alla Bce (con la quale infatti va d'amore e d'accordo, cosa che i francesi non volevano quando lo hanno proposto).

Di fatto, anche l'Eurogruppo non è un organo previsto dai Trattati e non ha poteri definiti (motivo per il quale Trippas avrebbe tranquillamente potuto non andarci a parlare, peraltro).

Lascia quindi stupefatti l'entusiasmo col quale Alberto Quadrio Curzio lo definisce il nuovo regista del risveglio europeo. Veramente non si capisce in quale modo possa essere visto come un passo avanti il fatto che un ruolo così importante sia stato giocato da un organo la cui natura informale viene chiaramente esplicitata dai siti ufficiali, e le cui competenze, a differenza di quello che sembra pensare Quadrio Curzio, non sono chiaramente definite (e non lo sono per i motivi che specifica Majone: omissioni determinate dalla mancanza di accordo politico fra i due attori principali dell'Eurozona).

Il fatto che l'Eurogruppo sia diventato così rilevante certifica il fallimento, non il risveglio dell'Europa, perché indica chiaramente come le istituzioni e le regole che essa si è data siano insufficienti a garantirne una ordinata gestione in caso di crisi. Questo, ovviamente, dipende anche e soprattutto dalle regole che non si è data (come quelle su chi gestisca effettivamente il tasso di cambio dell'euro), e dai motivi per i quali non se le è date: il fondamentale e irrisolto conflitto franco-tedesco.

Suppongo che il dr. Passera si sia perso parecchie righe fa. A voi, che mi avete seguito fin qui, spero di aver dato qualche utile spunto di riflessione.


(...oltre ad avervi dato ulteriore riprova della differenza fra un professionista e un dilettante...)