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sabato 30 giugno 2018

Le infinite


(...towards Pontida...)


Sempre odioso mi fu quel roco “urge”,
E quella fretta, che da tanta parte
Del politico agire ognuno esclude.
Ma vivendo e studiando, interminati
Spazi di là da quello, e sovrumani
Obiettivi, e infinito potere
Io nell’agir constato; ove per poco
Il cor non si spaura. E come l’urge
Odo gracchiar tra le mie email, io quello
Infinito potere a questo urge
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e l’urger suo. Così tra questa
Urgenza non s'annega l’agir mio:
E naufragar vi lascio in questo urge.


(...le infinite email, con il corredo di infinite rotture di coglioni... Urge, urge, urge! Qualche giorno fa parlavo con Giorgetti: "Non voglio nemmeno immaginare cosa possa essere il tuo telefonino...". Il mio, quando i gazzettieri presunsero che io volessi diventare sottosegretario, rischiò di fondersi - apprezzate il genio: se volessi qualcosa, per prima cosa lo farei sapere a loro, no? Ragazzi, non so come dirvelo: ci avete votato, giusto? E avete fatto bene, ma era scontato: peggio del PD non potremmo fare nemmeno volendolo, anche perché ne mancano i presupposti: tutto quello che poteva essere distrutto da comportamenti incauti o rapaci è già stato distrutto, con pochissime eccezioni sulle quali stiamo già lavorando. Quindi fidatevi, e lasciate che alle priorità ci pensiamo noi. Sono nel dibattito da sette anni, e sono sette anni che ogni sette giorni qualcuno arriva e mi parla di qualcosa che secondo lui è un punto di non ritorno, anzi:

IL PUNTO DI NON RITORNO

le colonne d'Ercole della politica, oltre le quali - urge! urge! urge! - qualsiasi spazio di ragionevole azione politica sarebbe irrimediabilmente precluso, e si aprirebbero scenari distopici, orwelliani, dai quale urge (urge! urge! urge! urge!) preservarsi, facendo esattamente la cosa tale o tal'altra, la cui urgenza urge capire: è questione di vita o di morte. I volenterosi carnefici dell'urge (carnefici delle mie gonadi, si intende) non sono minimamente sfiorati dalla constatazione di un singolare isomorfismo: quello fra il loro "urge" antisistema e il simmetrico "fate presto" di sistema. Uno si sfianca a far capire che forse per combattere efficacemente l'avversario bisogna sovvertirne le categorie, e quindi il lessico ed il metodo, e gnente: intorno è tutto un "urge stampare moneta", o qualsiasi altra urgenza urga all'urgitore di torno. Poi dice che uno non ce la fa più! Ma io ce la faccio ancora, perché dentro di me, oltre alla parodia, porto l'originale. Noi vinceremo, perché Deus vult, perché siamo qui, perché la globalizzazione e, soprattutto, i suoi utili idioti di sinistra, hanno tirato troppo la corda, perché viviamo ora una reazione che è comparabile per intensità, e sarà comparabile per durata, a quella che due secoli fa fu provocata dal cosmopolitismo borghese dei philosophes. Quindi: calma! Non urge. Credetemi. Niente trionfalismi - non abbiamo ancora vinto - ma anche niente ansie: non possiamo perdere. Sarebbe utile distinguere fra battaglia e guerra, fra tattica e strategia. Ma fra le tante cose che non urgono, non urge nemmeno questo. Chi è qui e mi ha conosciuto sa cosa pensare. A chi arriva ora non ho molto da dire: ogni percorso inizia dal primo passo, non dall'ultimo, e capisco che sia complesso a chi arrivi da fuori capire cosa succede qui. Ma, appunto, nell'immensa vastità del non urge, non urge nemmeno capire questo. Semplicemente, succede, e continuerà a succedere...)

giovedì 22 giugno 2017

Ambasciatore porta (tanta) pena

Avvertite anche voi un senso di smarrimento, di vuoto? Siete anche voi oppressi da un'angoscia indefinibile, che non sapete a cosa attribuire? Vi opprime, lancinante, la subitanea appercezione del non senso di questa nostra esistenza travagliata e fragile, della precarietà che insiste su di noi, tre volte periferici: alla periferia dell'Europa (per colpa vostra; #fateskifen), del Sistema solare (per colpa di Copernico), e della Galassia (qui non saprei dirvi di chi è la colpa, perché non mi ricordo chi se ne sia accorto...)? Vi siete sorpresi a ripetere fra voi, senza particolare motivo, questi versi immortali:

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

quegli stessi versi che io e il neoborbonico recitiamo a mo' di giaculatoria ogniqualvolta Natura matrigna Inc. (sponsor di Musica perduta) allieta le maggesi odorose con una bella adacquata, di quelle che solo lei sa dispensare, e regolarmente dispensa quando c'è da scaricare il clavicembalo e trasportarlo per trenta metri all'aperto, fino alla porta (sprangata) della sala da concerto?

No, non credo che sia stata la peperonata di vostra suocera (anche se...).

Il motivo di tanto ennui sospetto sia un altro, questo:


Ci ha lasciato (dice lui, perché l'account è sempre lì...) un uomo al quale saremmo stati degni di legare insieme i lacci dei calzari: il "goodwill ambassador" dell'UNHCR, l'artista, e figlio di artista (una catena di affetti e di talenti...).

Le motivazioni?

Bè, diciamo che si dividono in due: le sue, e quelle vere.

Per le sue, vi rinvio alla mielosa apologia nella quale il nostro caro amico si dipinge quale uomo di mondo animato da tanta buona volontà, e per questa ingiustamente vilipeso da una torma di dissennati e primitivi teppisti (voi). Se vi interessa, Google sarà il vostro pastore (e io - o la mia assistente - non siamo la vostra segretaria): quaerendo invenietis.

In verità (come esordisce sempre Uga) credo che l'apologia gliel'abbia scritta qualcuno (e non credo fosse Platone), perché la cosa si era fatta un tantinello delicata.

Come mai?

Perché animato dalla sacra presunzione di potersi permettere qualsiasi cosa, inquantonato dalla parte giusta dell'universo (quella sbagliata essendo quella di tutti gli altri), il nostro amico aveva espresso valutazioni lievemente discutibili, se non altro in termini di opportunità, perché squadernavano all'universo mondo la sua (infondata) certezza dell'altrui inferiorità, come ci aveva fatto notare l'avatar più sexy del web (anche se personalmente non bacerei mai un portacenere: l'ho fatto una volta a 17 anni ma poi ho smesso...):


Ora, io non so se l'ambasciatore fosse effettivamente "pagato". Credo di no, ma se così fosse sarei veramente l'ultimo a scandalizzarmi. In un tempo in cui il capitale vede come unica soluzione dei suoi problemi quella di prendersi tutto, non pagando il lavoro, figuratevi se mi spiace che una persona, per quanto possa non averne bisogno (che poi, chi siamo noi per giudicare i bisogni di un ottimate?) pretenda un giusto guiderdone? Quindi il problema non è l'esser "pagato", notazione poco elegante (in effetti io Cristina regolarmente la blocco proprio per questa sua rusticità, meno sexy dell'avatar).

Viceversa, sul fatto che andar fuori di melone quando si occupa una posizione apicale, in particolare quando si è responsabili dell'immagine di un organismo che per sua vocazione dovrebbe rivolgersi all'umanità intera, e in particolare di quella più vilipesa e sofferente, sul fatto che questo sia un grave e preoccupante errore, ecco: su questo, purtroppo, Cristina proprio non posso bloccarla. Fra l'altro, non è mica la prima volta che un figlio (nel caso in specie, figlia) d'arte abbia messo l'arte da parte per delirare sui social...

Credo che Platone abbia affrontato questo tema ne La Repubblica, appunto (non ditemi come faccio a ricordarmelo: sono noto per essere uno che non sa di cosa parla, ma fa finta di saperlo con grande dignità...).

Comunque, siccome sono anche uno che i problemi cerca di risolverli, mi ero permesso quanto meno di indicare a chi di dovere la potenziale criticità, essendo io, per vocazione e per professione, un praticante del constructive criticism:


La soluzione, poi, è arrivata spintaneamente da sé, come avete visto (questo mi ricorda il caso di un altro focoso assertore delle proprie ragioni, dipendente di un noto paradiso fiscale).

Se non fossi stato io (il più lurido dei pronomi) a formulare la prima legge della termodidattica (ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate), se pensassi di non perdere tempo nel rivolgermi a una persona che gira con la verità in tasca e si sente in dovere di usarla come una clava, meglio, come il gladio infuocato dell'arcangelo Michele, farei notare al sanguigno difensore della vedova e dell'orfano che l'umanità è ovunque: perfino in lui (e sì che questo richiede uno sforzo di immaginazione)! Certo, è in chi, scacciato dalle bombe statunitensi, francesi, inglesi, presto tedesche, ecc., ha visto distrutta in un istante un'esistenza, e cerca rifugio. Ma è anche in chi questo rifugio lo ha perso, o teme di perderlo, per altri motivi, solo apparentemente meno violenti.

Io non credo che l'uomo rifiuti soccorso all'uomo, se non sotto la costrizione di una qualche forma di violenza. Non credo che sia sempre razzismo chiedersi cosa dividere con chi non ha nulla, quando ogni giorno si ha di meno, e il nulla è all'orizzonte: potrebbe anche essere pragmatismo. Se in tutta questa storia, che ho seguito con l'attenzione che meritava (quasi nulla), dovessi individuare uno che si sentiva migliore degli altri, e in quanto tale in diritto, anzi, in dovere di vilipenderne le paure, i dubbi, le angosce, insomma: l'umanità!, bè, credo che saprei chi designare per questo spiacevole ruolo.

E forse lo sapete anche voi.

Comunque, non è del tutto un male che le agenzie della Nazioni Unite si siano lasciate andare, se non altro tollerandola troppo a lungo, in questo come in altri casi (che non ho avuto il tempo di sviscerare, anche se mi sarebbe piaciuto tanto), a una comunicazione intimidatoria, aggressiva, arrogante e soprattutto sciatta. La loro è stata l'arroganza del loro padrone di casa (gli Usa), ed ha contribuito a fare chiarezza. Ci ha ricordato che questa agenzie nascono per gestire il progetto imperiale americano, la pax americana. Dove sono state messe seriamente alla prova (in Ruanda, a Srebrenica,...) hanno fallito, a un punto tale che forse solo l'appartenenza a una certa banca che doveva vigilare e non l'ha fatto (e ora passa il tempo sui social a farsi i complimenti da sola) può essere considerata un più avvilente marchio se non di infamia, quanto meno di inettitudine. Va anche detto che nei tragici scenari che vi ho ricordato i morti sono stati molti di più. Tuttavia, questa storia dell'aritmetica della morte non mi convincerà mai molto: almeno, non fino a quando saremo riusciti a capire quanto valga una vita umana. Fino a quel momento, il suo valore è infinito, con tutti i paradossi che ne conseguono, e dopo quel momento non è detto che il mondo sarebbe un posto migliore: non sarà per caso che lo starets Zosima si inginocchia di fronte a Dimitri, no?

Con la scomparsa dai social dell'ambasciatore che portava tanta pena, invece, mi sento di poterlo dire: il mondo è migliorato. Lui ha emesso un segnale chiaro (l'arroganza dei potenti, a vari livelli: da quella della superpotenza che vince una guerra mondiale e giustamente poi si regola come crede, mostrando - ovviamente - il volto buono, fino all'arrivo del testimonial sbagliato, a quella di chi è nato dalla parte giusta), ma poi anche tanto rumore. Dell'averci dato il primo gli siamo grati, anche se non era sua intenzione farlo. Dell'aver intermesso, speriamo definitivamente, il secondo, pure, anche se il gesto certamente non è stato spontaneo.

Agli amici delle Nazioni Unite (qualcuno che fa qualcosa di buono ci sarà, come ovunque: da Casapound a Rifondazione...) va la mia solidarietà: a differenza che in Ruanda, o in Jugoslavia, questa volta le vittime sono state loro. E di fronte a una vittima, un homo non si chiede se se la sia cercata: prima esprime solidarietà. I conti si fanno dopo, possibilmente alla fine, ed è inutile infierire con chi, dopo aver fatto la cosa sbagliata, ha verosimilmente corretto il tiro.

Ora, sgombrato il campo dai guappi di cartone, vorremmo che gli amici dell'UNHCR ci dicessero una cosa. La loro missione, mi sembra di capire (io, si sa, vengo dalla provincia) è occuparsi dei rifugiati.

Bene.

Siamo d'accordo che se qualcuno (non mi interessa chi, il mio è un discorso puramente ipotetico: io, loro, un altro?), se qualcuno, dicevo, inducesse i rifugiati dei quali loro si occupano ad affrontare un viaggio pericoloso, ad esempio ad attraversare un mare non sempre tranquillo su imbarcazioni di fortuna, farebbe un'opera non esattamente conforme allo spirito di questa missione?

La risposta può essere un sì, un no, o anche, come certamente sarà, un eloquente silenzio. In ogni caso, temiamo che molti, dopo il capolavoro di comunicazione qui attestato, la troverebbero superflua.

D'altra parte, Oscar Wilde vi aveva avvertito: "Ignorance is like a delicate exotic fruit; touch it and the bloom is gone". Il fiore della nostra ignoranza su cosa siano le organizzazioni non governative e su come agiscano le agenzie delle Nazioni Unite è stato un pochino più che toccato. Diciamo che è stato preso a randellate (dall'ambasciatore), dopo esser stato calpestato da un altro social media manager che ricorderete, e che un certo giornale acclamò "eroe".

Now the bloom is gone.

E un exotic fruit senza bloom ho proprio timore che non se lo compri nessuno.

Per restare nei paraggi di Wilde, anch'io sono come Keynes... no, non nel senso che sono come Wilde (magari!): nel senso che I am a liberal. Quindi il mercato è sempre e comunque il mio pastore.

Ma a voi che importa? Vi finanziano gli stati, cioè noi con le nostre tasse, quindi, siamo pur franchi: il rischio che correte insultandoci è minimo.

Ciò rende tanto più apprezzabile, perché dettato da disinteressata eleganza, e non da motivi venali, il consiglio affettuoso e fraterno dato a quel brandello di umanità che, in tutta evidenza, ne aveva tanto bisogno.

E a noi piace ricordarlo così...

mercoledì 28 dicembre 2016

L'è finito

Assai caro mi fu quest’euro folle,
e quel trattato,
che da tanta parte dell’ultima speranza il volgo esclude.
Ma sedendo e mirando,
interminati abissi a causa di quello,
e sovrumane tragedie, e profondissima crisi,
io nel pensier mi struggo;
ove per poco il cor non si spaura.
E oggi che il vento odo stormir su questi pianti,
rimembro ancor quello infinito dramma e le sue gesta;
e mi sovvien l’angoscia, le morti inutili,
la propaganda vile, le menzogne e i guai.
Così da quella immensità s’affranca il pensier mio
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

(...parodia a cura del Buon Peppe...)

(...sto lavorando come un ciuco per smascherare le menzogne dei mainstreamers nei loro giornalucoli. Mi divertirei molto di più a star con voi che a confrontarmi con quell'abisso di miseria intellettuale ed umana. Che squallido spettacolo danno di sé, ora che il giocattolo si sta rompendo. Ma avevamo previsto anche questo. Io dimentico: il mio hard disk no. Godetevi questo gioiello...)