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sabato 23 settembre 2017

Macron, Le Pen, e una verità scioccante sull'Eurozona

(...ogni tanto vi do dei compiti da fare, ma poi, siccome devo correggere quelli che sono pagato per correggere, mi dimentico di correggere i vostri. Oggi arriva la correzione. Enjoy!...)


La disastrosa prestazione di Marine Le Pen nel secondo dibattito delle presidenziali ha imposto un cambio di passo al dibattito sull'integrazione europea. Indipendentemente da come lo si consideri (molti lo considerano positivamente), questo autentico suicidio politico ha un che di enigmatico, o forse ci ricorda semplicemente l'importanza del fattore umano. Molti francesi che sarebbero stati disposti a votare anche il diavolo pur di dare un segnale, dopo aver visto la Le Pen farfugliare di doppia moneta, sulla base del precedente (?) dell'ECU che sarebbe stato utilizzato dalle imprese per effettuare i pagamenti (?), hanno reagito come un mio amico di sinistra che ovviamente non posso nominare (apprezzerete il gesto di scrivermi in italiano):


Caro Alberto,

La bionda si è suicidata in diretta alla tv. Da qui, mi viene in mente tre possibilita : (i) Non ha le capacità, (ii) Somiglia al suo padre e non voleva del potere, (iii) E stata creata dal sistema, ne fa parte e serve soltanto per fare paura al francese medio.
Veramente, non c'è nessuno di serio per rappresentarci : ne a destra, ne a sinistra. Domenica andrò a pescare.

La vittoria dell'astensionismo si spiega anche così. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti. Da un lato, con un certo anticipo su quanto avevamo previsto, tutti si stanno accorgendo che Macron non è una soluzione (il che ovviamente non implica sic et simpliciter che Le Pen lo sarebbe stata). Dall'altro, come era facilmente prevedibile, il partito della Le Pen si sta disgregando, il che dovrebbe essere di monito ai leader (o presunti tali) politici nei loro tentativi di mediare fra l'esigenza di restare ancorati ai fondamentali macroeconomici, che inesorabilmente condannano il progetto europeo, e gli umori dell'elettorato, che in questo momento sembrano improntati all'euforia o alla rassegnazione (o almeno così vengono rappresentati dai media ai politici, che, qui come lì, il polso della situazione non ce l'hanno, perché "popolo" per loro non è che un'astrazione...).

La lezione francese è che chi deflette perde: quindi, viene da pensare, meglio perdere con la schiena dritta...

Comunque, visto come vanno le cose, posso riproporvi un paio di slides che avevo preparato nello scorso inverno, così, per divertimento, e poi avevo lasciato lì: servono a illustrare con un semplice disegnino una scioccante verità sul meccanismo con cui l'Eurozona risponde agli shock esterni. Oggi anche Fassina sarebbe in grado di ripetere "se non svaluti la moneta svaluti il lavoro" (e se ha smesso di farlo è solo perché Le Pen ha smesso di farlo; chiaro indice della subalternità del campo "progressista"). Ma fra ripeterlo e capirlo c'è molta strada, e forse vederlo può aiutare a percorrerla più rapidamente. Non credo che Fassina abbia bisogno di aiuto: lui sa sbagliare da solo, soprattutto le proporzioni. Vedo però in giro molte persone che, dopo aver aperto gli occhi qui, ora stanno smarrendo la strada, e forse (dico forse) a loro può essere utile essere richiamati dalla dimensione emotiva della propaganda a quella razionale dei dati di fatto.

Intanto, bisogna capire cosa intendiamo per "shock esterni". In parole povere, per shock esterni noi qui, in Europa, intendiamo recessioni provenienti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti restano, ad oggi, di gran lunga la prima economia mondiale:


(...questi sono i dati del 2016, misurati come devono esserlo se quello che interessa è valutare la capacità di spesa di un'economia sui mercati globali, piuttosto che il benessere  - ovvero il potere d'acquisto - dei suoi cittadini. Nel primo caso, che è quello che ci interessa, visto che le economie interagiscono tramite il commercio - cioè attraverso quanto i loro cittadini comprano a casa altrui, non a casa propria! - occorre far riferimento ai dati misurati a prezzi correnti e convertiti al tasso di cambio di mercato nella valuta utilizzata per gli scambi internazionali, che è sostanzialmente il dollaro. Così facendo si misura quanto la singola economia può comprare - se cresce - o smette di comprare - se cala - dai suoi partner commerciali. Non sarebbe invece corretto utilizzare in questa valutazione misure del Pil a parità dei poteri di acquisto, che servono a capire quanto i cittadini di un paese possono comprare a casa loro, non sui mercati internazionali. Questo punto regolarmente sfugge nel dibattito, regalandoci quei titoloni insensati delle nostre gazzette, secondo cui la Cina avrebbe superato gli Usa in termini di Pil. Naturalmente siccome con un dollaro Usa compri più riso a Shanghai che a New York, e siccome i cinesi sono un po' più degli americani, se misuri il Pil in "riso acquistabile pro capite" (ovvero, a parità di poteri d'acquisto) e poi moltiplichi per gli abitanti ottieni risultati molto incoraggianti per la Cina! Se però avete avuto l'impressione che in media sia meglio vivere a New York, posso confermarvi che non avete avuto torto. La disuguaglianza c'è ovunque, ma trovarsi dalla parte sbagliata di essa in Cina è molto peggio che trovarcisi negli Usa. Chiusa la parentesi metodologica...)

Non solo: gli Stati Uniti sono molto più interconnessi con noi, in termini di flussi finanziari e di flussi di investimenti in genere, della Cina. I dati per l'Eurozona e per i suoi paesi membri sono qui e questa è una schermata riassuntiva:



Non so se è chiaro: stiamo parlando di investimenti diretti (questi sconosciuti...) ed è assolutamnte evidente che non solo la posizione netta dell'Eurozona verso gli Stati Uniti è fra le tre e le cinque volte quella verso la Cina, ma soprattutto che le rispettive esposizioni lorde sono infinitamente più grandi nel caso degli Usa: a spanna, gli europei investono negli Usa (e gli statunitensi in Europa) circa venti volte più di quanto lo facciano i cinesi (i dati cambiano di trimestre in trimestre, ma gli ordini di grandezza sono questi...).

Capite bene quindi perché personalmente sbuffi con insofferenza quando il cretino di turno cerca di farmi paura con la Cina! L'elefante nella cristalleria globale, o, per dirla con Bersani, la megattera nello sciacquone, non è certo la Cina (che comunque prima o poi del male ce lo farà): sono gli Stati Uniti.

Questa riflessione è utile perché le esperienze storiche degli ultimi decenni ci consentono di osservare cosa accade all'economia europea quando gli Stati Uniti vanno in recessione, confrontando cosa accade in regime di cambi aggiustabili, o in regime di cambi irrevocabilmente (?) fissi (cioè sotto l'euro). Insomma: osservando i dati storici dagli anni '90 ad oggi siamo in grado di vedere come reagisce a uno shock l'Eurozona, e come reagiva il Sistema Monetario Europeo (SME), in cui le parità erano aggiustabili. A gennaio di quest'anno mi ero trovato a fare questo esercizio per la Francia, partendo da un dato di fatto che regolarmente sfugge ai commentatori dilettanti: le due più gravi crisi europee di bilancia dei pagamenti degli ultimi trent'anni (quella del 1992-93 e quella del 2009-10) sono state entrambe precedute da uno shock esterno, cioè da una recessione Usa.

Tutti ricordano che nel 1992 le economie europee erano state messe sotto stress dalla politica tedesca di alti tassi di interesse. I nostri fratelli tedeschi volevano alti tassi per risolvere un loro problema, la riunificazione tedesca, il cui impatto è ben descritto qui. Gli alti tassi, come immaginate, servivano loro per attrarre capitali i capitali necessari all'Anschluss, ma erano molto meno opportuni per le economie europee più indebitate, come la nostra, cui rendevano più onerose le condizioni di finanziamento del debito, e sottraevano (convogliandoli in Germania) i capitali necessari per il rifinanziamento. Il decoupling della Germania dagli Usa si vede bene qui:


Prima del 1989 il tasso sui prestiti (lending rate) tedesco si muoveva più o meno di conserva con quello Usa (si farebbe prima a dire: quello mondiale, dato che oggi come ieri la piazza finanziaria di gran lunga più importante a livello globale resta Wall Street - con buona pace degli imbecilli che "oggi c'è la Ciiiiina!"). Dal 1989 in avanti è evidente una grande divergenza che arriva fino al 1992, per poi ricomporsi quando la Germania, dopo aver costretto i suoi confratelli europei più deboli a svalutare (per rianimare le proprie economie compresse dai tassi di interesse troppo alti), dovette a sua volta ridurre i tassi di interesse (per rianimare la propria economia messa in difficoltà dal tasso di cambio troppo alto).

Questo molti lo ricordano, ma non molti ricordano invece che un pezzo delle tensioni che mandarono in cocci lo SME proveniva dagli Stati Uniti. Lo vedete qui, dove ho riportato la crescita del Pil statunitense (barre azzurre) insieme con la disoccupazione francese (in arancione) e tedesca (in grigio):



Il 1991 fu negli Usa un anno di recessione (come lo sarebbero stati il 2001 e il 2009), il che spiega due cose: perché il tasso di interesse Usa diverge vistosamente verso il basso fra 1991 e 1992 (arriva una recessione, la Fed abbassa i tassi), e perché noi ci trovammo in difficoltà coi conti esteri nonostante stessimo facendo "le riforme strutturali" (che poi sapete che il nesso è un altro: si viene messi in difficoltà per fare le riforme strutturali...).

Certo che il mondo è proprio cambiato! Pensate! Alla fine degli anni '80 ai tedeschi facevano comodo tassi di interesse più alti (mentre ora...), mentre gli Stati Uniti rispondevano a una crisi della propria economia abbassando i tassi (mentre ora...).

Come dite?

Non è cambiato niente?

Sicuramente non è molto: le tensioni hanno origine e segno molto simili, il che, in fondo, serve a ricordarci che la storia ha sempre qualcosa da insegnarci, soprattutto se parliamo di pochi anni fa, non del Pleistocene (con tutto il rispetto per il Pleistocene, si intende). Ma qualcosa, come vedremo, è cambiato.

Ragioniamo allora sui tassi di disoccupazione dei paesi europei.

In seguito allo shock del 1992, vediamo che il tasso di disoccupazione aumenta in Francia e in Germania, di conserva, e di conserva si riduce a partire dal 1997. In seguito allo shock del 2009, invece, il tasso di disoccupazione tedesco e francese divergono: il primo si riduce, e il secondo aumenta.

Perché?

Per capirlo, dobbiamo dare un'occhiata al tasso di cambio reale bilaterale fra Francia e Germania, che possiamo approssimare come rapporto fra i rispettivi tassi di cambio reali effettivi (sul senso di questa misura e su possibili alternative ci siamo confrontati qui, parlando del fallimento di Macron).

La situazione è questa:

L'economia francese rispose alla crisi del 1992 con una rilevante svalutazione in termini reali rispetto a quella tedesca. Il tasso di cambio nominale del franco rispetto all'Ecu, in effetti, non cedette (come molti ricorderanno):


Al contrario, se nel 1991 per acquistare un Ecu ci volevano 6.95 franchi, nel 1993 ce ne volevano solo 6.57, a indicare che il tasso di cambio nominale bilaterale fra franco e Ecu si era rafforzato (il franco valeva di più). Tuttavia, pur avendo entrambe difeso la parità nominale con l'Ecu, Francia e Germania dopo la crisi si trovarono in condizioni molto diverse in termini di competitività misurata dai costi del lavoro relativi, come si vede qui:


Lo RNULC (relative unit labour cost) della Germania con la crisi aumenta del 16% fra 1991 e 1994 (passando da 99.67 a 115.28), mentre quello della Francia resta stabile attorno a 109 (sono numeri indici a base 2005=100). In effetti, la svalutazione dei PIIGS dell'epoca (Inghilterra e Italia) aveva reso i loro beni molto più convenienti, e questo aveva messo fuori mercato più della Francia la Germania (che competeva con i PIIGS in particolare nel settore della meccanica, come abbiamo recentemente ricordato).

Quella che si vede in giallo nel grafico precedente quindi, più che una svalutazione in termini reali della Francia, è una rivalutazione in termini reali della Germania, determinata dal movimento complessivo delle valute dello Sme, pur in assenza di un riallineamento francese. Insomma: si torna alla solita storia che lo scopo dell'euro non è impedire all'Italia di svalutare, ma alla Germania di rivalutare, e questo non solo e non tanto rispetto all'Italia, ma in generale (perché se l'Italia svaluta, una vettura italiana non diventa più conveniente solo per un tedesco, ma anche per un francese)!

Dopo il 2009, invece, il tasso di cambio reale resta stabile fra Francia e Germania, e le conseguenze si vedono se si combinano le informazioni dei grafici precedenti in modo da mostrare lo scarto fra i tassi di disoccupazione e di cambio reale:


Nel 1992, in seguito allo shock, la Francia aumentò la propria competitività relativa rispetto alla Germania (perché la Germania peggiorò la propria competitività rispetto alla Francia), il che le consentì di ridurre (se pure lievemente) lo scarto fra la propria disoccupazione e quella tedesca. Nel 2009 la Francia peggiorò lievemente la propria competitività rispetto alla Germania, il che mandò da meno di due a più di cinque punti lo scarto fra disoccupazione francese e tedesca. Nel primo caso possiamo dire che la svalutazione del cambio nominale dei paesi periferici, data la struttura del commercio intra-zona, evitò alla Francia di svalutare troppo il lavoro. Nel secondo caso, viceversa, l'implosione dei paesi periferici sta per costringere la Francia a una svalutazione massiccia del lavoro (svalutazione interna, taglio dei salari), nella speranza di tenere sotto controllo la disoccupazione, rianimando l'economia con la domanda estera (esportazioni).

Questo grafico esprime quindi una verità perfettamente nota sul funzionamento dell'Eurozona, che però deve essere ritenuta molto scioccante, tant'è che i media ve la nascondono: se l'aggiustamento non può avvenire sul cambio (al ribasso), avviene sulla disoccupazione (al rialzo). Certo, dire: "La moneta unica metterà a rischio il tuo posto di lavoro!", se pure più onesto intellettualmente, non sarebbe stato altrettanto efficace politicamente. La disoccupazione ai ricchi non dispiace: gli serve a mantenere la propria supremazia, come ormai avrete capito. L'euro a questo serviva, e per questo lo volevano. Il lungo periodo è sempre un problema altrui (finché non arriva)!

Qualcuno dirà: "Ma se proprio quest'anno la disoccupazione francese è prevista a una cifra, per la prima volta dal 2013?"

Certo! Infatti tutti sono convinti che la crisi sia finita, che gli "antieuro" (?) siano sconfitti, che Macron risolverà la situazione... e questo perché tutti dimenticano un dettaglio: nel Secondo dopoguerra negli Usa si sono verificate 11 recessioni, spaziate di circa 5 anni l'una dall'altra. L'ultima dicono sia finita nel 2009. La prossima non tarderà ad arrivare. Quando l'ultima arrivò, la disoccupazione in Francia era al 7.43%. In cinque anni salì a più del 10% dove restò per quattro anni. Ora è al 9.63%. Chiaro qual è il punto?

Tanto è chiaro, che negli Usa i bravi economisti democratici già mettono le mani avanti, vaticinando una crisi "come quella del 1929", e precisando che in ogni caso, qualsiasi cosa accada, #avràstatoTrump (qui un deludente - per i suoi standard elevatissimi: ma la politica corrompe tutto e tutti - Robert Shiller). Insomma, il mercato Usa sarebbe sopravvalutato per colpa dei populismi, che consisterebbero nel promettere tagli di imposte ai ricchi (che sono il popolo?), e non perché la Fed ha cercato di rianimare l'economia mettendo in circolo quantità siderali di monetà, che son finite ad acquistare attività finanziarie anziché beni reali (prevalentemente perché in fin dei conti sono capitate in mano ai sopracitati ricchi...).

Ma a noi di quale sia la genesi della prossima crisi statunitense in fondo interessa anche poco. Quello che ci interessa è che ci sarà: e in quel momento chi ora ha tassi di disoccupazione sotto le due cifre, li vedrà rinforzarsi, e chi già li ha sopra le due cifre li vedrà esplodere, in un contesto in cui i tassi di interesse non potranno scendere ulteriormente (posto che ciò serva a qualcosa) e in cui il tasso di cambio potrà solo salire (perché se ci sarà una crisi è difficile che gli Stati Uniti rivalutino, mettendo se stessi in difficoltà: molto più probabile che svalutino, mettendo in difficoltà noi)! Quindi, come vedete, non è del tutto esatto dire che la storia si ripete, che le dinamiche in atto sono identiche a quelle già sperimentate. La situazione è molto simile, ma il contesto molto peggiore. Come i migliori economisti avevano previsto e continuano a dire, anni di moneta unica hanno portato deflazione, e questa in re ipsa ha sottratto ulteriori gradi di libertà ai politici europei. In un contesto deflattivo, la politica monetaria è impotente. Se quella fiscale ti viene impedito di farla, ecco che la strada può essere percorsa solo in discesa, che per chi, come noi, nella scala dei redditi è piuttosto in basso, somiglia tanto a una salita.

Quindi, se incontrate uno di quelli che "ne siamo fuori, arrendetevi, la vostra battaglia non ha senso", dategli una carezza, e ditegli che è la carezza di Bagnai. Quella della realtà non arriverà molto dopo. Voi cercate di resistere...

lunedì 24 aprile 2017

Aspettando godo (2)...

(...la prima puntata era qui. Come passa il tempo!...)

Naturalmente da qui al secondo turno ne passerà di acqua sotto i ponti. Ma intanto permettetemi di intervenire per fatto personale, semplicemente per dirvi che

GODO

nel vedere Mélenchon trascinato a brandelli nel fango della storia.

Ed è solo il primo di quelli che voglio vedere, e vedrò, in queste condizioni, perché se lo meritano. Seguirà quel fariseo di De Masi, e seguiranno i simpatici fautori della censura per i social (in particolare Fassina, quello che esalta il dibattito del Sole 24 Ore).

Voi direte: ma perché tanta acredine? E che ti ha fatto il sociologo?

No, aspè... Intanto il sociologo De Masi qui non c'entra niente. Ma riavvolgiamo il nastro, altrimenti non riesco a farvi capire.

Non ve ne sarete nemmeno accorti, perché era una cosa organizzata male e condannata all'irrilevanza, ma la rete europea della sinistra di sinistra, quella che va sotto l'etichetta perdente di Plan B, aveva organizzato qui a Roma un raduno, nel mese di marzo. Questo non era esattamente il primo raduno della sinistra di sinistra. Ce n'era stato un altro, in particolare, a Parigi, in cui alcuni amici italiani avevano cercato di coinvolgermi, salvo poi dirmi che i francesi non avevano disponibilità, per un problema di quote rosa. Posto di fronte all'alternativa fra rinunciare a sedere in cotanto consesso, e rinunciare ai miei pondera (Super alta vectus Attis celeri rate maria...), dopo lunga esitazione, scelsi i pondera, soprattutto in base alla considerazione che in giro sono rari, ed è meglio tenerseli stretti: potrebbero servire...

Tanto più che, per blandirmi (ma perché blandire me che sono un pezzo di pane? È quando mi si blandisce che mi incazzo, et pour cause, come il resto della storia dimostrerà...) mi si diceva: vedrai! Quando ricorrerà l'augusto anniversario dei Trattati di Roma, organizziamo a Roma e tu potrai esprimerti. Io, naturalmente, annuivo compunto e pensavo ai fatti miei, che ne avevo e ne ho di ogni.

Arriva l'autunno (2016) e mi si dice: "Allora, mi raccomando, ci sarà il grande raduno europeo della sinistra di sinistra, devi esserci". E io, disciplinato: "Certo, naturalmente. E quando?" "Eh, nella prima metà di marzo" (2017). E io, remissivo: "Ma, veramente io avrei pensato di andare a Shanghai in quel periodo, e poi ci sarebbe anche un seminario di INFER a Kaifeng, però se la causa lo richiede rinuncio". E rinuncio.

Passa un giorno, passa l'altro...

Io, ormai, dopo sei anni di questa cazzo di trincea, ho un sesto senso piuttosto fine: so capire benissimo quand'è che a casa di chi mi invita qualcuno ha male al pancino. A me sembrava piuttosto strano che non mi venisse detto da subito quando e di cosa avrei dovuto parlare. Io non faccio così con le persone che invito ai miei eventi: né a quelli scientifici, né a quelli politici. Ma io, si sa, sono strano.

Fatto sta che me ne parto per la Francia (nella seconda settimana di febbraio) senza sapere ancora nulla, il che, tutto sommato, se non avessi avuto due revise&resubmit e sei referaggi da gestire, più l'articolo con i colleghi francesi di Paris XIII, mi avrebbe abbastanza infastidito, considerando che la mia agenda è messa peggio di quella di tanti politici, e soprattutto è messo peggio lo stipendio... Però, come mi diceva sempre il mio precedente direttore di dipartimento ("Professore Bagnai, lei è un sentimentale!"), io sono un sentimentale: il mio cuore è a sinistra, come dicono quelli che i coglioni li hanno intorno, anziché sotto... E quindi un po' perché distratto da altro, un po' perché sinceramente disponibile, aspettavo notizie, in altre faccende affaccendato.

Finché, il 13 febbraio, non mi viene girata una email inviata da un membro dello staff del gruppo parlamentare "GUE/NGL Another Europe is possible" ai membri del gruppo, su istigazione di una di essi, una persona a me (come credo alla maggior parte di voi) del tutto ignota, e senza futuro politico in Italia, ma che andava coinvolta nell'organizzazione dell'evento perché servivano du' spicci che solo un parlamentare europeo avrebbe potuto procurare. Il testo era un perentorio j'accuse alla mia persona:

FYI, hereby the link to the pamphlet published by northern league and ENF with the introduction of Alberto Bagnai


Eh, già! L'accusa era grave, e c'erano le prove! Avevo scritto, su richiesta di Claudio, la prefazione al Basta Euro di Salvini, il fasssssiiiiista, l'alleato della Le Pen. Morale della favola: siccome avevo parlato con Salvini, non potevo partecipare al convegno della sinistra de sinistra.

Si narra che Fassina abbia fatto una opposizione di circostanza, e che Zoe Kostantopolou ne abbia fatta una un po' più sostanziosa (da ciascuno secondo il suo testosterone). Ma la sintesi è che su imbeccata dei compagni di Rifondazione (cioè di quelli che avevo cercato di smuovere prima nel 2012, parlando con Ferrero, poi nel 2014, andando a Civitavecchia), quella fetecchia di Mélenchon aveva deciso, per motivi di bottega politica interna al suo paese, chi nel nostro paese potesse parlare a un convegno.

Questo con la sostanziale acquiescenza di Fassina e di De Masi (per citare gli altri politici rilevanti).

Che Rifondazione possa avercela con me lo capisco benissimo. Basta osservare il video dell'incontro con Ferrero: degno compare di Melensone! Uno al quale, nel 2012, avevo mostrato una prateria sterminata! A quel tempo, la Lega era ancora tutta ampolle e distintivo, europeista convinta, inebriata dalla stolta certezza di poter, per la propria superiorità etnica padana, competere contro il Sud in compagnia della Germania. Non avevano mica capito, ancora, e molti ancora non hanno capito (ma Salvini sì). La linea "ampollista" però non pagava, e la Lega era un filo sotto Rifondazione. Adottando una linea critica verso l'euro, Rifondazione, che era fuori dal Parlamento, avrebbe tranquillamente potuto rientrarci. Inutile consolarsi con la solfa che la progressione della Lega è dovuta ai voti rassssissti e xenofobi. Certo, lo so, c'è anche quella roba lì (e quando la incontro su Twitter la blocco). Ma c'è anche tanta gente di sinistra che vuole semplicemente vivere in un paese libero e non trova altrove chi glielo proponga. Molta di quella gente avrebbe votato molto più volentieri per Rifondazione che per la Lega (è lecito, se sei di sinistra, preferire di votare un partito di sinistra).

Non solo: se il tema della critica all'euro fosse stato occupato con decisione dalla sinistra, come sarebbe stato suo dovere fare, dato che l'euro è un progetto di compressione dei salari, e la sinistra dovrebbe difendere i lavoratori, se fosse stato presidiato, questo tema, sarebbe stato più complesso per le destre gestirlo, per un riflesso pavloviano uguale e contrario a quello che impedisce agli imbecilli "maiconisti" di parlare dei veri problemi. Perché per gli imbecilli i problemi della gente, se ne parla Salvini, diventano problemi di Salvini, e quindi siccome "mai con Salvini" allora di Unione Europea non si parla, di immigrazione non si parla, e chi ne parla deve essere epurato dal dibattito.

A dire il vero, non credo che a destra questo riflesso pavloviano esista in modo così diffuso. Fatto sta che i politici "de sinistra" ne sono totalmente succubi, e un motivo c'è. Avendo fallito nella loro missione in qualche modo "naturale" di difendere gli interessi del lavoro contro quelli del capitale, questi poracci, questi miserabili traditori, queste patetiche figure, sono alla ricerca, per coagulare un consenso, di una identità (proprio loro, che l'identità la demonizzano). Certo: se vuoi un voto, devi ahimè renderti identificabile, e siccome identificarsi come complici di trent'anni di attentati (riusciti) ai diritti dei lavoratori italiani non è esattamente un ottimo biglietto da visita, allora ti identifichi adolescenzialmente per negazione: "mai con...".

Certo, ai Rifondaroli dovevano scottare le parole che scrivo nella prefazione del Bastaeuro:

"Mi duole ammettere che questa operazione di verità, che nella sua essenza tutela gli interessi delle classi più deboli, quelle che l’Euro ha ulteriormente impoverito, venga portata avanti da un partito etichettato come “conservatore”: questo per me è un fallimento politico. Mi amareggia sottolineare che una simile operazione molti l’hanno aspettata invano da certe forze che a parole dicevano di voler combattere il progetto europeo. Li conoscerete dai loro frutti, è scritto, e la vita politica italiana ci sta offrendo tanti esempi di questa limpida verità."

Gli saranno fischiate le orecchie, e si sono regolati di conseguenza. Qui in Italia sono finiti, e quei quattro gatti che abbiamo mandato in Europa (e che non sono credibili nella loro critica all'Europa, dato che sanno benissimo che solo in quella sede possono ormai trovare di che campare...) saranno finiti (politicamente: umanamente non sono mai esistiti) al termine del loro mandato.

Su Fassina non mi dilungo. Il suo ruolo in questa vicenda è squallido: se non aveva le palle per difendermi, poteva non coinvolgermi. Le sue scuse, che ci sono state, non possono essere considerate credibili alla luce delle esternazioni successive: quella con cui ha appoggiato la crociata della terza carica dello Stato per censurare i social media, e quella in cui ha elogiato il ruolo svolto dal Sole 24 Ore nel promuovere il dibattito in Italia. Sono due esternazioni che si commentano da sé e compongono un quadro assolutamente coerente: misconoscere e vilipendere il ruolo svolto da questo blog nel promuovere il dibattito, auspicarne la censura, si sposa benissimo con il fatto di essersi limitato a una difesa di circostanza della mia libertà di espressione. Chi siano gli intellettuali di riferimento di cotanto statista si sa. Non commento.

Su De Masi, che sarà il prossimo a essere sbranato dagli elettori, vale invece la pena di aggiungere una chiosa. Perché io, ovviamente, non applicando i loro metodi da stalinisti da operetta, gliel'ho detto in faccia cosa pensavo. L'amico si è risentito, e per vie traverse mi ha fatto sapere che lui si era sentito attaccato personalmente (corretto: lo ho attaccato personalmente), cosa che non si aspettava da una persona della mia qualità (sbagliato: non bisogna sopravvalutarmi), e che comunque lui quella email non l'aveva letta perché aveva avuto altro da fare.

Come come come?....

Cosa cosa cosa?....

Si sta organizzando niente meno che il IV Forum internazionale del Plan B, della grande riunione politica della sinistra "de sinistra", e tu, che sei l'esponente di questa schiera di eletti (per ora nel doppio significato del termine) cosa fai? Nemmeno leggi le email nelle quali viene deciso il programma dell'evento? Eh, ma caro Fabio, così non si fa! Perché se si fa così, si fa capire una cosa, una sola: di non essere un politico di statura europea. Perché vedi, Fabiuccio, tu che sarai il prossimo a finire asfaltato dagli elettori (e quel giorno meriterai lapide su questo blog), se il raduno di Roma è stato un flop totale, un motivo c'è, e te lo dico io quale è: che quei "movimenti sociali" dei quali un anonimo sindacalista belga lamentava l'assenza al forum, in Italia, hanno un nome, e questo nome è: Goofynomics. Vi sarebbero bastate 50 persone, che per me non sono nemmeno un pubblico, sono gli amici coi quali vado in pizzeria, per considerare un successo quella cacata che avete fatto. E tu vuoi che uno che raduna seicento persone in provincia (come il tuo amico Flassbeck forse avrebbe dovuto dirti - qui per diversamente europei) non te ne avrebbe regalate un centinaio per venire a sentire il nulla che avevate da dire?

Ma tu, tronfio imperialista, tu, che a casa tua sarai anche qualcuno, ma che qui nessuno sa chi tu sia, hai dimostrato di battertene ampiamente la ciolla di cosa succede in quello che consideri un paese trascurabile nel quadro del Reich millenario. Con il che ci hai fatto capire tante cose, che però scriverò sulla tua, di lapide. Oggi torno a quella di Melensone, cui nella migliore delle ipotesi ti sei piegato (sbagliando).

Ecco: torniamo a Melensone.

Intanto, hai fatto la fine che ti meritavi. Ti ha fregato il tuo bordeggiare, il tuo essere tiepido. Andare in televisione a dire "il mio piano B è alzarmi dal tavolo così la Merkel torna per costringermi a fare il piano A" è stato un capolavoro, non di politica, ma di comicità involontaria, ed è stato remunerato coi due spicci elettorali che meritava.

Ora, poi, sei di fronte a un dilemma di non poco conto.

Se fai dichiarazione di voto per Macron (come alla fine farai) ti certificherai per quell'utile idiota che sei sempre stato e che qui abbiamo fotografato in tempi non sospetti. L'avevo detto nel 2012 che non avevi futuro. Perché hai provato ad averne? Non lo sai, birbantello, che quanto sta scritto qui poi succede?

Se invece non la fai, allora dimostrerai coerenza, ma proprio per questo motivo verrai ostracizzato come fasssssiiista da tutti i tuoi compari, e creerai a tua volta un enorme problema politico alle Fassine di tutta Europa, quelle che hanno accettato a casa loro che io non parlassi - perché avevo parlato con uno che aveva parlato con la Le Pen - e dovranno poi rassegnarsi al fatto che chi ha chiesto loro di coprirsi di vergogna con questo atto di censura, a casa sua, non si metta di traverso alla Le Pen.

Perché alla fine da questa storia quella che esce definitivamente insozzata, svilita, vilipesa, è l'immagine della sinistra, fatta di gente capace solo di pugnalare alle spalle, di soffocare il dibattito epurando le voci scomode, censurando i social, elogiando i dibattiti orientati, fatta di politici capaci di agire solo in base a effimere e contrastanti pulsioni tattiche (oggi non ascolto Bagnai perché ha parlato con Le Pen, domani non dico di votare contro Le Pen perché altrimenti mi schiero col capitale che dicevo di voler combattere, oppure dico di votare contro Le Pen, ma così faccio vedere che ho difeso fin dall'inizio il capitale che dicevo di voler combattere...), ominicchi privi di visione, privi di coraggio, che si sono inibiti qualsiasi possibilità di successo quando ce n'erano tante, forse perché a loro vincere non interessava, perché tutto quello che interessava loro, da ominicchi, era vivacchiare...

E allora, caro Melensone, a mai più rivederci

sabato 25 febbraio 2017

Melensone

Il mio visiting a Parigi volge al termine: ho lavorato molto, vi ho trascurato troppo.

Va anche detto, per riequilibrare, che i dubbi su quanto valga la pena di spiegarvi "lebbasi" dell'economia crescono col passare del tempo, per motivi soggettivi ed oggettivi.

Quelli soggettivi li spiegavo ieri ai lettori parigini, convocati nel ristorante sbagliato (quello giusto era questo): sottrarvi al vostro stato di beatitudine è un'impresa titanica, e sono costretto ad ammettere il mio fallimento. Un fallimento congiunto ad un miracolo: riuscire a convincere di aver capito una legione di persone (sareste voi) che in effetti non ha capito una beneamata fava, ma che per qualche motivo ha trovato convincenti argomenti che non sa utilizzare, proprio perché non ne afferra il fondamnto (da qui una infinita serie di frustrazioni e relative querimonie quando uscite sconfitti dall'ordalia col piddino di turno...). Non è colpa vostra (l'economia, come il pianoforte, va studiata da piccoli) e non è colpa mia (da solo e in pochi anni non si sovvertono quarant'anni di propaganda).

Possiamo restare amici, soprattutto considerando che intervengono i motivi oggettivi: sbattersi per spiegarvi, ad personam o coram populo, cosa c'è che non va nelle idiozie dei propagandisti, è del tutto inutile, perché la SStoria sta facendo il suo porco lavoro. In tempi rapidi (se Trump vince la guerra civile che vediamo imperversare in America), o meno rapidi, saranno i media a dire a voi, e a quelli che voi non riuscite a convincere (vedi alla voce: motivi soggettivi) come stanno le cose. Paesi diversi non possono avere una stessa moneta, l'imperialismo tedesco è pericoloso per la pacifica convivenza dei popoli europei, ecc. Banalità, insomma. Ma proprio per questo, quando la televisione ve le dirà (venit autem fortior me, cuius non sum dignus solvere corrigiam calceamentorum eius...), le troverete limpide come acqua di fonte: un liquido relativamente banale, per esempio rispetto al Beaumes-de-Venise che ha accompagnato la mia parca cena, ma fisiologico. Ne siamo fatti, anche se non ce ne rendiamo esattamente conto. Ecco: oggi il vostro corpo è fatto del 60% di acqua, e il vostro cervello dell'80% di propaganda (non è colpa vostra: ci siete immersi). Domani il vostro corpo non so, ma il vostro cervello sarà fatto per l'80% di una diversa propaganda...

(...so che voi non sapete di non sapere che i balsami non c'entrano nulla, e ancor meno c'entra Venezia: ora lo sapete: piccolo gradino nel gradus ad Parnassum che dovrebbe farvi membri della cosiddetta élite...)

E la cosa più divertente (anche se oggi si deve dire "ironica", che secondo me è un barbarismo... ma lasciamo perdere) sarà che il compito di battezzarvi con questa nuova verità sarà affidato a persone totalmente inadeguati e incompetenti. Ma, appunto, l'incompetenza (documentata) ne sancirà l'inadeguatezza soggettiva, che però sarà ampiamente compensata dal fatto che oggettivamente il capitale avrà deciso di servirsi dei soliti scagnozzi per ammannirvi una diversa propaganda. Voi penserete di aver cambiato i suonatori: sarà cambiata invece la musica... perché i suonatori restino gli stessi!

Non vi disturbi il mio pessimismo, e non temete: torneranno i post tecnici, quelli che vi fanno sentire intelligenti (son qui per servirvi). È solo che sono reduce dal dibattito televisivo nel quale Melensone ha presentato ai francesi il proprio programma: un dibattito che mi ha insegnato solo cose che sapevo, ma va bene così: anche le conferme hanno un loro valore pedagogico.

La prima cosa è che per essere giornalista "economico" bisogna essere laureato nella qualunque, tranne che in economia, e non avere un intelletto particolarmente brillante. Il giornalista economico di riferimento per la Francia è questo qui (quello per l'Italia lo conoscete e non lo nomino). I colleghi di Paris XIII mi hanno riferito che in un dibattito questo povero infelice ha dichiarato che la BCE non poteva continuare a stampare moneta perché i biglietti di banca devono mantenere un certo rapporto con le riserve auree. Non so se sia vera, non mi hanno dato la fonte, ma senz'altro collima con la fisiognomica del personaggio.

A fronte di questo sonoro pezzo di fesso, troneggiava (si fa per dire) Melensone. Uno scontro fra Titanic del quale ho visto solo la parte che mi interessava, quella sull'Europa: il famoso piano B.

Tallonato dal vulcaniano e dalla belloccia libanese, il povero Melensone snocciolava le sue coglionaggini, che suonavano più o meno così: "No, io non sono come la Le Pen, che è populista, perché io ho un piano B, il che significa che per me l'Europa è un valore, ma non può essere dominata dagli interessi germanici: quindi noi andiamo a negoziare, e poi se ci dicono di no noi ce ne andiamo dal tavolo, e vedrete: la Francia è un grande paese, quindi se ce ne andiamo ci inseguiranno nel corridoio per dirci di restare, e così avremo delle condizioni migliori". E la belloccia: "Ma se non vi inseguono? Lei prenderebbe questa decisione autoritaria?" E Melensone: "Non sia mai, io non sono come la Le Pen, che è fascista: la parola spetta ai cittadini, ai quali faremo fare un referendum!" E il vulcaniano: "Ma insomma, lei e la Le Pen avete tanto in comune nel programma economico, ad esempio il protezionismo!" E Melensone: "Ma il mio non è un protezionismo nazionalista, come quello della Le Pen: è un nazionalismo solidale!" E il vulcaniano: "Sarebbe?" E Melensone: "Sarebbe che noi prima negoziamo....".

Un inetto, un perdente che vuole trascinare nel fango l'onore del proprio paese, i cui abitanti ha tradito appoggiando a suo tempo Maastricht (così non fecero tutti), un povero illuso (o un falso) che si avvia a un ovvio fallimento, ma che se riuscisse (cosa impossibile) potrebbe al massimo far percorrere alla Francia la stessa traiettoria che ha percorso con Tsipras la Grecia. Perché alla fine questo gegno della politica cosa riusciva a trasmettere, col suo palpabile impaccio? Semplice! Quello che la comunicazione incentrata sul concetto di piano B ti trasmette naturaliter, ovvero che il piano A sarebbe l'alternativa preferibile, per cui l'uscita sarebbe comunque l'esito di una sconfitta politica. Mi sembra un'ottima idea, nel paese di Vichy (nota stazione termale) impostare un percorso politico ponendone le basi sulle sabbie mobili del revanscismo. Questi apprendisti stregoni scherzano col fuoco, nel vano tentativo di nascondere le proprie responsabilità. Ho orrore di loro, e del futuro cui ci condannano...

Ma di quale pasta fosse fatto quest'uomo abbiamo già parlato quando servì da utile idiota di Hollande (qui in francese e qui in italiano), capendo che non era esattamente cioccolata. E di quale Caporetto comunicativa fosse il piano B, anche di questo, abbiamo sufficientemente parlato (qui in francese e qui in italiano). Quindi per voi (e soprattutto, se permettete, per me) nulla di nuovo, anche se, a dire il vero, qualcosa ci sarebbe. Intanto, è spettacolare che dopo la lessata presa in Grecia gli "altreuropeisti", quelli che pensano che il dialogo col capitalismo tedesco sia possibile, siano ancora lì, imperturbabili. Il colonnello Melensone non si arrende mai, nemmeno davanti all'evidenza (non a caso il protagonista era francese). Poi, ma di questo non parliamo oggi, sono esilaranti i metodi vichysti coi quali questo personaggio e i suoi accoliti fanno intorno a sé pulizia etnica del buon senso. Ma oggi volevo parlarvi del colonnello Melensone: del maresciallo Melensone vi parlerò, se avrò tempo, un altro giorno.

Una cosa è certa: al secondo turno questo perdente chiederà di votare per l'Europa. Avevo, lo confesso, qualche dubbio, ma me lo sono tolto guardandolo parlare.

E così sia...




(...e la morale della favola è fatta di un bicchiere mezzo vuoto, e di un bicchiere mezzo pieno. Comincio dal secondo, per consolarvi: voi non avete capito una fava - vi sfido a dimostrarmi il contrario - ma tanti hanno capito meno di una fava, come quanto precede ampiamente dimostra. E il bicchiere mezzo vuoto? Ah, sì, ci sarebbe quel dettagliuccio: quelli che hanno capito meno di una fava sono la classe politica che governerà, o farà l'opposizione. No way. Colgo l'occasione per ricordarvi che quest'anno si festeggia un centenario. M'ha detto micuggino che un nostro amico lo celebrerà con un bel libro...)

venerdì 2 dicembre 2016

QED69: Tu l'as voulu François Dandin...

Tanti tanti anni or sono, avevo una regazzetta del Villaggio Olimpico. Lei non era rustica, ma le sue amiche abbastanza. Ricordo un giorno una di loro chiedere a un'altra: "Che profumo hai messo?" Et l'autre de repondre: "Anè Anè".

Ignorava, la rustichella, che sulle "i" va sempre messo un puntino, anche (e soprattutto) quando le "i" sono tante (una cosa tipo 888. A proposito, com'era quella cosa dell'euro che ci difende dai fire sales?), ma qualche volta ne vanno messi due, e la scelta non è casuale. So che non ci crederete, ma non corressi la rustichella. Detesto l'abuso di posizione dominante, anche quando è la mia. E poi, fra un intellettuale e una rustichella si sa bene chi domini. La rustichella.

Ignoravo l'esistenza di Anè... pardon: Anaïs Ginori fino a questa mattina, pour la simple et bonne raison che non leggo il giornale sul quale scrive, ritenendolo schierato e inattendibile. Eppure questa persona che non ho mai visto, che mai conoscerò, mi ha regalato oggi un momento di intenso piacere, questo.

Grazie, Anè!

Ma anche grazie Grazia Graziella...

Che il simpatico porco mandato a difendere "da sinistra" gli interessi del grande capitale finanziario (un po' come Blanchard, l'economista "tanto cheinesssiano signora mia!", che ha dato er tuist de sinistra a l'FMI, approvando la Strafexpedition dei creditori francesi contenente un colossale errore tecnico: quello che il moltiplicatore fosse pari a 0.5, e agendo quindi in spregio della deontologia, come vi ho dimostrato qui), che il simpatico trombatore di attricette avrebbe fallito era nei dati e qui ce lo siamo detti il giorno stesso della sua elezione, mentre i giornali inattendibili esultavano.

Dedichiamo a questa conferma il numero che Apollinaire qualificava come erotico. Sia di buon auspicio al futuro pensionato...

Ammetto che ci potesse essere un minimo, ma veramente un minimo, di alea circa le modalità con le quali il fallimento politico si sarebbe manifestato a valle del fallimento economico che era invece assolutamente certo. Poteva anche andare alle elezioni e farsi sconfiggere! Ma la sua sconfitta era talmente certa, nei sondaggi, che questo sarebbe stato atto di follia. L'unica cosa che poteva fare era ritirarsi.

Ora la sinistra un candidato non ce l'ha, per il semplice motivo che, come chi ci legge dall'inizio sa bene, non c'è più una sinistra. Ormai siamo arrivati al punto che nei seminari della sinistra ci si guarda in faccia e ci si dice: "Abbiamo un problema: ci chiamiamo sinistra, e la gente questa parola non vuole più sentirla". E certo, e chissà perché! Sarebbe stato possibile ridarle un senso, non dico cinque anni fa, quando l'avevo chiesto io, non essendo nessuno, ma un paio di anni fa, combattendo dalla parte giusta l'ultima battaglia che avesse un senso di classe, quella sul jobs act. E invece no, per i motivi che vi ho tanto spesso dettagliato: la paura che Renzi vincesse (delle vittorie di Renzi avremo presto un esempio)...

Diciamo che il tempo, che è galantuomo, ha reso giustizia a una verità tanto semplice, quanto terribile, quanto profonda: i regimi presidenziali/maggioritari, al tempo della globalizzazione finanziaria, offrono all'elettore la scelta fra due destre. Questa verità la si può nascondere mandando avanti un fantoccio, un Bersani, un Hollande (ma anche un Renzi), a fare il lavoro sporco. Tuttavia la verità è come il sughero (diciamo così): è nella sua natura venire a galla, e lo sta facendo ovunque in Europa. In Italia non ancora, va detto, come va anche detto che la differenza la fanno gli uomini e le donne. Marine Le Pen ha studiato. Chi ha avuto come me l'opportunità di lavorare per anni in Francia lo ha visto. Partiva già avvantaggiata rispetto alla destra de noantri per il fatto di vivere in un paese la cui identità nazionale non è sistematicamente vilipesa dai media e dai politici corrotti (cioè al soldo di interesse esteri, tanto per esser chiari). Ma questo non sarebbe bastato, perché il giusto orgoglio di essere francesi è un bene diffuso in Francia, ed è quindi abbastanza difficile farne una bandiera politica. Bisognava anche capire come funziona la globalizzazione e in che modo l'euro l'aiuta, e questo è stato studiato e capito, e quindi ora può essere fatto capire, dalla destra francese, con un'efficacia e un'immediatezza della quale vorremmo tanto che la sinistra si riappropriasse.

Ma questo è impossibile perché la sinistra ha difeso il progetto imperialista e globalista europeo, e non sa come sganciarsene. Ed è per questo che nei seminari di sinistra ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che "la transizione la gestirà la destra". Oddio, se lo dicono fra di loro, con quell'atteggiamento dei nobili dell'Ancien Régime avviati alla ghigliottina, quell'atteggiamento di composta ed elegante rassegnazione che faceva sclerare Stendhal, e che oggi fa sclerare Luciano. Quando c'è di mezzo la pelle, forse l'eleganza la si può tenere un momento da parte, no?

Quindi ora in Francia la scelta è fra Fillon e Le Pen. Difficile che si presenti un candidato "de sinistra" credibile. Per essere tale dopo anni di menzogna dovrebbe difendere l'Europa, cioè lo schiacciamento dei salari, e per arrivare almeno al ballottaggio ora che la menzogna è stata svelata dovrebbe difendere i salari. Ma c'è la contradizion che nol consente...

Ero a Bruxelles un paio di giorni fa, a pranzo coi vincitori (che sarebbero quelli che ho fatto di tutto per non far vincere: quindi io ero lo sconfitto, ma di sconfitta me ne basta una). Certo, anche loro di strada da fare ne hanno. Fillon è il loro Monti, e loro non sanno quali disastri abbia fatto Monti in Italia! Ma qualcuno gli ha fatto vedere due dati semplicissimi, che ignoravano: tredici trimestri di recessione continua con l'applicazione dell'austerità "thatcheriana", e tredici punti di rapporto debito/Pil in più. Due tredici non esattamente fortunati. Credo che nella campagna elettorale francese questi esempi verranno citati spesso.

Dopo di che, non è detto che questo basti a portare all'Eliseo il Front National, e comunque considero una sconfitta umiliante il doverlo auspicare, come peraltro ho già fatto pubblicamente nel famoso video in cui mandavo al posto suo Guy Verhofstadt, esplicitandone il motivo: questa vittoria sarebbe l'unica possibilità di dare una scossa alle nostre classi dirigenti per costringerle ad occuparsi dei nostri problemi.

Sì, perché poi alla fine diciamocelo molto francamente: l'idea che la compagna Marine, o il compagno Trump, si mobilitino per sollevare le sorti degli sconfitti della globalizzazione fa un po' sorridere, non è vero? Prendiamo ad esempio il compagno Trump. Oggi tutti fanno la semplice riflessione che qui abbiamo sempre fatto: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può essere un outsider, è un pezzo dell'establishment, e ne difenderà gli interessi. Sentite ad esempio in che modo Rick Wolff, l'autore del grafico che spiega tutto, ci racconta la Trumponomics: "Sì, dicono che quello tirerà su il muro, ma è evidentemente una scemenza, perché controllare le frontiere è come mettere una legge sul salario minimo. Poi dove li trovano, gli imprenditori americani, dei poracci disposti a lavorare per un tozzo di pane? Quindi non è credibile che deporterà così tanti clandestini..." Io ho fatto una sintesi, ma se vi ascoltate la sua intervista vedrete che viviamo in un mondo in cui i marxisti americani dicono quello che dicono i fascisti francesi, e in cui i "democratici" proseguono la costruzione dei muri avviata dai "repubblicani".

Dobbiamo preoccuparci?

Sì, certo, dobbiamo preoccuparci del fatto che chi fa certe promesse di giustizia sociale sia proprio chi ha tutto l'interesse (di classe) a disattenderle. D'altra parte, il capitalismo ha dimostrato di trovarsi sempre e ovunque perfettamente a suo agio con gli uomini (o le donne) forti al comando: quando non li ha espressi direttamente lui, questi personaggi, li ha comunque catturati. Mi sembra piuttosto ovvio che è più semplice catturare (che sarebbe il termine tecnico per corrompere) un singolo governante, un dittatore o dittatorello, un presidente padrone, piuttosto che una intera e variegata assemblea parlamentare nella quale i multiformi interessi di una collettività siano tutti proporzionalmente rappresentati, no? Se il numero di telefono è uno solo, chiamare costa meno. Non è un caso se si fa tanto per ridurre gli spazi nei quali i cittadini sono chiamati a esprimersi, come ho spiegato nel mio ultimo working paper, facendo i nomi dei tanti giuristi competenti e onesti che di questo fenomeno si preoccupano.

Ma dovremmo comunque preoccuparci molto di più, qui e ora, di un altro fatto: al di là delle dinamiche che nel lungo periodo possono portare la destra a difendere gli interessi della destra (oggi così efficacemente difesi dalla sinistra), resta il dato pesante come un macigno che in questa Europa, che è l'unica Europa possibile, quella che esprime i rapporti di forza definiti da una storia centenaria, e che vedono il prevalere del capitalismo tedesco, insomma: in un'ipotetica Europa unita, non c'è spazio per la democrazia, anzi, direi che non c'è spazio proprio per la politica "tout court". Il motivo è semplice: non ci può essere polis né demos senza logos, e il logos europeo non c'è, quindi non c'è il demos, e i tentativi di crearlo sono esperimenti di ingegneria etnica a confronto dei quali il nazismo è una passeggiata di salute (e questo gli etnografi lo vedono e lo capiscono).

Il predominio della governance (cioè dell'idea che chi ci guida debba semplicemente assicurare il rispetto di regole eteronome, sottoscritte ma non condivise né tantomeno elaborate democraticamente dalle comunità che a esse sono assoggettate) sulla politica non è solo una stortura rettificabile di un progetto complessivamente sensato, ma temporaneamente sottoposto alle forzature di una minoranza di dissennati. No, no, le cosa stanno in un altro modo! La politica ha il suo horror vacui: la filosofia politica della governance si insinua e si espande in un vacuum politico creato, più o meno deliberatamente, da chi ha preteso di creare uno spazio politico laddove non esisteva, perché non poteva esistere, uno spazio nazionale. Sì, cari amici "de sinistra": purtroppissimo in democrazia non ci può essere politica senza nazione. L'alternativa alla nazione, nella grammatica politica, è l'impero, che ha una simpatica dimensione coloniale non del tutto compatibile con l'esercizio pieno della sovranità democratica del popolo. Lo stiamo vedendo in questi giorni, con i simpatici pizzini che dallo zio Tom a er cariòla tutti gli esponenti dei poteri forti ci stanno recapitando...

L'idea di una governance delle regole che assicura la pace abolendo lo spazio nazionale è consustanziale all'idea che la distribuzione del reddito sia un fatto tecnico, dipenda dalle produttività marginali dei fattori di produzione. Insomma: i compagni che vogliono l'Europa vivono in un delirio neoclassico, quello nel quale il conflitto non c'è perché non ci sono rapporti di classe ma c'è solo il mercato, che sa quello che deve fare, e che quindi deve essere lasciato libero di esercitare la sua sovranità tecnica, visto che la sovranità "politica" delle nazioni è stata foriera di conflitti. Ovviamente il dettaglio che sfugge, la mucca nel corridoio, come direbbe un famoso perdente complice del progetto, è che il mercato fallisce (ma ha sufficienti soldi per assoldare una schiera di gazzettieri che compatti diano la colpa allo stato corotto cò du ere...). Sfugge anche il dettaglio storico che abolire i luoghi di conflitto, cioè di mediazione degli interessi, non è il modo migliore per prevenire esplosioni di violenza. Direi piuttosto il contrario, e questo i nostri amici tedeschi lo sanno:

"Damals erlebte ich, was ich jetzt begreife: jene schwere, massive, verzweifelte Zeit. Die Zeit, in der der Kuß zweier, die sich versöhnten, nur das Zeichen für die Mörder war, die herumstanden. Sie tranken aus demselben Becher, sie bestiegen vor aller Augen das gleiche Reitpferd, und es wurde verbreitet, daß sie die Nacht in einem Bette schlafen würden: und über allen diesen Berührungen wurde ihr Widerwillen aneinander so dringend, daß, sooft einer die schlagenden Adern des andern sah, ein krankhafter Ekel ihn bäumte, wie beim Anblick einer Kröte." (qui)

L'Europa che ci dà la pace abolendo le nazioni che hanno posto fine alle guerre di religione in effetti ci sta consegnando a un periodo storico nel quale, nonostante la NATO che ci ha dato la pace (perché sarebbe paradossale andare a bombardare una base americana in Germania facendo decollare in aereo americano da una base americana in Italia, no?), si sta aprendo un periodo pesante, duro, disperato, una nuova stagione di guerre di religione, combattute in nome di un nuovo dio: l'euro. Come tutte le divinità, anche l'euro ha la venerazione delle sue vittime. La musica quindi non credo cambierà, prima di eventi molti traumatici, ma nel frattempo il potere che ci opprime, per tirare a campare ancora un po', cambierà ovunque i suonatori.

Perché, come spiegavo ieri ad alcuni simpatici investitori in un ristretto, elegante e cordiale roadshow, "carissimi: noi siamo l'élite, giusto? Bè, sapete che c'è? Abbiamo un problema. Qualcuno sta insegnando agli elettori la lotta di classe. E quel qualcuno sono i fascisti (all'estero), per di più in un momento in cui (da noi) si fa la legge Acerbo...".

Sorrisetto di circostanza, ma capire hanno capito (e qualcuno ha anche ringraziato).

Intanto, e per concludere, dedichiamo un (QED) sessantanove al nostro amico François, che ha così degnamente onorato il suo paese. Un paese che amiamo, nonostante sia all'origine dei nostri problemi più della tanto vituperata (dalle élite) Germania, e dal quale è estremamente probabile che presto arrivi una scossa...

lunedì 19 settembre 2016

Franza o Germagna... purché se magna!

(...ricevo da un giovine lettore - i giovini, si sa, sono la mia passione - questa appassionante quanto erudita digressione storico-geografico-politica sul destino della mejo goiventù di un paese a me particolarmente caro. Quale? Leggete e vi sarà risposto...)



Gentile Prof. Bagnai,

si ricorda di ITAZUBI? Le scrivo ora da Vergate sul Membro, una piccola cittadina nella pianura di Giovinia dove lo scorso giugno il Movimento del Nuovo Che Avanza ha vinto le elezioni amministrative contro il Partito del Vecchio Che Resiste.

Sono davanti a un buon bicchiere di Sangioviniese (l’IGP locale, gliene porterò due bottiglie al Goofy5 che cade proprio dopo san Martino) col funzionario responsabile per le politiche giovanili di un luogo in cui la conflittualità sociale presto potrebbe far sembrare gli anni ’70 un cartone animato; grazie al suo lavoro di divulgazione stiamo cercando di trasmettere ai nuovi amministratori alcuni concetti ormai acquisiti dai suoi lettori, fra cui quello che, in una crisi di domanda (di lavoro), agire sul piano dell’offerta (di lavoro) ha la medesima razionalità di curare il mal di denti con un collirio, con buona pace di quanti farfugliano di tubetti e dentifrici o di “sradicare un milione di giovani dal divano” col famigerato Garanzia Giovani.

Noi ce la mettiamo tutta, ma Vergate storicamente non ha mai avuto una classe dirigente eccellente [ndC: l'omoteleuto lo avrei evitato, anche se...]: quando nel XII secolo i comuni si ribellarono al Barbarossa, si alleò dapprima coi Milanesi che sfidarono l’impero e persero, così la città fu distrutta insieme con Milano e altre nel marzo 1162; imparata la lezione, Vergate allora si alleò col Barbarossa, che nel 1176 – sceso per la quinta volta in Italia – fu sconfitto a Legnano: così, per rappresaglia, i Milanesi la distrussero nuovamente (azzeccare i riposizionamenti era anche allora una questione di timing).

Oggi come allora per andare a Milano i vergatesi devono varcare il Ticino: ne consegue che Vergate è in Piemonte, perciò i suoi “giovani e adulti, fra i 18 e i 35 anni, inoccupati/disoccupati disponibili sul mercato del lavoro” possono approfittare della “quota di sussistenza” di 100 euro a settimana (più cuccia e ciotola) messa a disposizione dal Fondo Sociale Europeo per alcuni tirocini “presso imprese/enti del settore turistico-alberghiero” nel sud della Francia.

Ora, in quel territorio Marine Le Pen e il F.N. hanno già risultati elettoralmente apprezzabili e non avrebbero particolare bisogno di un aiuto da Bruxelles; inoltre, se italiani e piemontesi son piuttosto ben accolti come turisti, storicamente lo sono un po’ meno in veste di lavoratori stagionali: si pensi ai fatti dell’agosto 1893 a Aigues-Mortes.

Ma ora tutto è cambiato e probabilmente per imparare a servir correttamente una crêpe (almeno per chi ha fatto l’alberghiero e acquisito esperienza nella ristorazione in Italia) forse 4 mesi sono appena sufficienti.

Grazie e buona guarigione,

Anonimo Italiano


(...poi dice che uno se ne vuole uscire dall'unione... Comunque questa storia di Aigues-Mortes non la conoscevo, ma la trovo estremamente istruttiva e attuale. Effettivamente, la sintesi di Daniele mi pare impeccabile: senza l'aiuto di Bruxelles, Marine non ce la farebbe. La vera domanda quindi è: ma perché Bruxelles sta aiutando Marine in ogni modo possibile? Eterogenesi dei fini? La rana e lo scorpione? Vai a sapere. Germagna o Franza, purché si avanza...)

(..."più cuccia e ciotola" è spettacolare. Solo voi riuscite a tenermi in piedi. Il problema è che sta cazzo di granata non arriva. D'altra parte, è francese, mica tedesca, quindi non ci si aspetta sia in orario...)

giovedì 26 novembre 2015

Demain la sortie de l’Euro

(…voici l'article qui m'a lancé dans le débat italien il y a quatre ans. Il n'a pas perdu d'actualité, comme vous verrez. Mes remerciements à Paul Friedrich pour sa traduction du texte de l’article. J’ai pensé bon retenir quelque faute dont je déclare ma responsabilité…)


Il y a un an (en juillet 2010, note du traducteur), je débattais avec Aristide et lui demandais comment était-il possible que la gauche italienne ait revendiqué avec tant de fierté la paternité de l’Euro : ne voyait-il pas à quel point c’était contraire aux intérêts de son électorat ? Une demande similaire à celle de Rossanda. Aristide, économiste de gauche, me répondit “Cher Alberto, les coûts de l’Euro, comme tu dis, sont connus, tous les manuels les expliquent. Nos hommes politiques les voient aussi, mais ils ne peuvent pas les expliquer à leurs électeurs : si ces derniers avaient pu comparer les coûts et les bénéfices, ils n’auraient jamais accepté l’Euro. En maintenant les électeurs dans l’ignorance, nous avons pu agir, les mettant dans une impasse dont ils ne peuvent sortir qu’en décidant de faire la chose juste, c’est-à-dire d’avancer vers l’union totale, fiscale et politique, de l’Europe.” En résumé : “le peuple ne sait pas quel est son intérêt : heureusement à gauche nous le savons et nous le ferons contre sa volonté”. Ou encore : “je sais que tu ne sais pas nager et que si je te mets dans la piscine tu vas te noyer.... à moins que tu ne “décides librement” de faire la chose juste : apprendre à nager”. Une sage décision que tu prendras après un débat loyal, fondé sur le fait que je te fonce dessus à pleine vitesse et que je te jette à l’eau. Belle conception de la démocratie pour un intellectuel de gauche ! Ce paternalisme terrifiant peut sembler plus physiologique chez un démocrate-chrétien, mais ça ne devrait pas l’être. “Il est toujours beau de régner, n’importe comme on y parvienne” dit Charlemagne dans l’Adelchi de Manzoni. Le catholique Prodi n’a pas lu la suite. S’il avait continué, il aurait vu que pour le catholique Manzoni la Realpolitik finit en tragédie : la fin ne justifie pas les moyens. Il est tragique de croire que “Plus d’Europe” puisse résoudre les problèmes : c’est un argument dont la futilité ne peut s’apprécier que si on analyse d’abord la véritable cause des tensions actuelles.

La dette publique n’y est pour rien
L’unanimité avec laquelle la gauche et la droite continuent de se concentrer sur la dette publique est consternante. Que la droite le fasse n’est pas anormal : la contre-attaque idéologique dirigée contre l’intervention de l’Etat dans l’économie est au cœur de la contre-réforme qui a suivi l’effondrement du mur de Berlin. Ceci est clair pour Rossanda. Je rappelle qu’aucun économiste n’a jamais affirmé, avant le traité de Maastricht, que la viabilité d’une union monétaire exige le respect de seuils sur la dette publique (les 60% dont Rossanda parle). Le débat sur la “convergence fiscale” est né après Maastricht. Rappelons-nous au passage que ces seuils sont insensés. Maastricht est un manifeste idéologique : moins d’Etat (donc plus de marché). Mais pourquoi donc ici (à gauche) personne n’ose ouvrir le débat sur Maastricht ? Cela, Rossanda ne l’a pas vu et ne se l’est pas demandé. Si le problème était la dette publique, en 2008 la crise aurait touché d’abord la Grèce (avec une dette publique à 110% du PIB) puis l’Italie (106%), la Belgique (89%), la France (67%) et l’Allemagne (66%). Les autres pays de l’Eurozone avaient des dettes publiques inférieures. Mais la crise a explosé d’abord en Irlande (avec une dette publique de seulement 44% du PIB), en Espagne (40%), au Portugal (65%) et seulement après en Grèce et en Italie. Qu’ont en commun ces pays ? Pas la dette publique (très faibles pour les premiers pays touchés, très élevées pour les derniers) mais l’inflation. Déjà en 2006 la BCE indiquait qu’au Portugal, en Irlande, en Grèce et en Espagne l’inflation ne convergeait pas vers celle des pays “vertueux”. Les PIGS étaient un club à part, distinct du club du mark (Allemagne, France, Belgique...) et c’est cela le vrai problème : les économistes savent depuis longtemps que des taux d’inflation différents dans une union monétaire conduisent à une crise de la dette extérieure (qui est essentiellement privée).

Inflation et dette extérieure
Si dans un pays X les prix augmentent plus vite que ceux de ses partenaires, X exporte toujours moins et importe toujours plus (car les produits de X deviennent plus chers que ceux de ses partenaires), mettant en déficit la balance des paiements. La monnaie de X, nécessaire pour acheter ses produits, est moins demandée et son prix diminue. En fait, X dévalue : dans ce cas, ces produits deviennent moins chers à l’export et son déséquilibre commercial diminue. Les mêmes effets se produisent de façon inversée dans le pays en excédent commercial : sa monnaie devient plus recherchée et elle s’apprécie. Mais si X est lié à ses partenaires dans une union monétaire, le prix de sa monnaie ne permet plus de rétablir l’équilibre de son commerce extérieur, et donc il n’y a que deux solutions : ou X se met en déflation, ou ses partenaires excédentaires augmentent l’inflation. Dans la vision keynésienne, les deux mécanismes sont complémentaires, les partenaires doivent trouver un compromis parce que l’excédent des uns et le déficit des autres sont les deux faces d’une même médaille (on ne peut pas être excédentaire si personne n’est en déficit). Aux coupes dans le pays déficitaire doit s’accompagner une expansion de la demande dans les pays en excédent. Mais la vision qui prédomine aujourd’hui est asymétrique : la seule bonne inflation est une inflation morte, c’est-à-dire à zéro, les pays en excédent sont des “bons élèves” et ce sont les “méchants” en déficit qui doivent se mettre en déflation, pour converger vers les gentils. Et que se passe-t-il si des pays, comme les PIGS, n’y arrivent pas ? Les recettes d’exportations diminuent et ils doivent s’endetter auprès de l’extérieur pour financer leurs importations. Les pays à plus forte inflation sont aussi ceux qui ont accumulé le plus de dette extérieure de 1999 à 2007 : la Grèce (+78% de points de PIB), le Portugal (+67%), l’Irlande (+65%) et l’Espagne (+62%). Avec la hausse de la dette les intérêts augmentent et on entre dans la spirale infernale : on s’endette auprès de l’extérieur pour payer les intérêts vers l’extérieur, le spread augmente et la crise se déclenche.

Le spectre de 1992
Et l’Italie ? Rossanda dit “Notre endettement est surtout interne”. Cela n’est plus vrai. Pensez-vous vraiment que les marchés s’intéressent à qui passe les nuits avec Berlusconi ? Vous pensez qu’ils s’inquiètent parce que la dette publique est “élevée” ? Mais cela fait 20 ans que notre dette publique dépasse les 100% du PIB et nos gouvernements passés, quoique moins folkloriques, ont été souvent plus instables. Ce n’est pas cela qui préoccupe les marchés : ce qui les préoccupe est qu’aujourd’hui, comme en 1992, notre endettement auprès de l’extérieur est en train d’augmenter, et que cette augmentation, comme en 1992, provient de la hausse des remboursements d’intérêts sur la dette extérieure, qui est pour l’essentiel une dette privée, contractée par les ménages et les entreprises (65% du passif extérieur de l’Italie est d’origine privée).

A qui profite le crime ?
Fondé sur l’asymétrie idéologique mercantiliste (les “bons élèves” ne doivent pas coopérer) et monétariste (inflation zéro) le choix politique de se priver de l’instrument du taux de change devient un instrument de lutte de classes. Si le taux de change est fixe, le poids de l’ajustement se transfère sur les prix des biens, qui peuvent diminuer soit en réduisant les coûts (ceux du travail puisque celui des matières premières ne dépend pas de nous) soit en augmentant la productivité. La précarité et la réduction des salaires sont au coin de la rue. La gauche qui veut l’Euro mais ne veut pas de Marchionne me fait un peu peine (note du traducteur : Sergio Marchionne, PDG de FIAT, très critiqué à l’époque par la gauche comme exemple de capitaliste prédateur). Celui qui n’entre pas en déflation accumule lde a dette extérieure, jusqu’à la crise, à la suite de laquelle, l’Etat, pour éviter l’effondrement des banques, reprend les dettes causées par les déséquilibres extérieurs et les transforment ainsi en dette publique. A la privatisation des profits suit la socialisation des pertes, avec l’avantage de pouvoir blâmer a posteriori les comptes publics. Le choix n’est donc pas d’entrer ou pas en déflation, mais plutôt d’entrer en déflation tout de suite ou plus tard. Un choix restreint, mais uniquement parce que la stupidité idéologique impose de se concentrer sur le symptôme (le déficit public, qui ne peut être corrigé qu’en taillant dans les dépenses), plutôt que sur la cause (le déséquilibre extérieur, qui pourrait être corrigé en coopérant). La réponse correcte à la demande de Rossanda “ n’y aurait-il pas eu une erreur quelque part ?” est donc celle donnée par elle-même. Non, il n’y a eu aucune erreur. Le but qu’on voulait atteindre, à savoir la “discipline” des travailleurs, a été atteint. Il ne sera pas “de gauche”, mais si vous voulez continuer à appeler “ gauche” des gouvernements “techniques” d’orientation démocrate-chrétienne, grand bien vous fasse ! Le manuel d’Acocella le dit clairement : le “taux de change fort” sert à discipliner les syndicats.

Plus d’Europe ?
Selon la théorie économique, une union monétaire peut tenir sans tension sur le chômage si les pays sont fiscalement intégrés, parce que cela facilite les transferts de ressources des pays en expansion vers ceux en récession. Une “solution” qui intervient en aval, c’est à dire qui atténue le symptôme, sans guérir la cause (les déséquilibres extérieurs). C’est le fameux “Plus d’Europe”. Un exemple : nous fêtons cette année le 150ème anniversaire de l’heureuse union monétaire, fiscale et politique de notre pays (qui a compté ses morts, comme toute union). “Plus d’Italie” nous l’avons eu, n’est-ce pas ? Mais 150 ans après, la convergence des prix entre les différentes régions n’est pas achevée et le Sud a un rapport entre endettement extérieur et PIB supérieur à 15%, c’est à dire que l’Italie du Sud survit en important des capitaux du reste du monde (en fait, surtout du reste de l’Italie). Après cinquante ans d’intégration fiscale dans l’Italie (monétairement et politiquement) unifiée, nous avons eu les chemises vertes en Italie du Nord : il suffirait de dix ans d’intégration fiscale dans la zone Euro, peut-être à coup d’Eurobonds pour avoir de nouveau les chemises brunes en Allemagne (note du traducteur : les chemises vertes sont l’uniforme des militants de la Ligue du Nord, le parti qui revendique la sécession du Nord de l’Italie). L’intégration fiscale n’est pas politiquement soutenable parce que personne ne veut payer pour les autres, surtout quand les médias, esclaves de l’asymétrie idéologique, bombardent le message que les autres sont des fainéants, peu productifs, et que c’est “de leur faute”. Qu’ils soient Grecs, Turcs, ou Juifs, nous savons comment cela va finir quand on nous dit que la faute est aux autres.

Deutschland über alles
Les solutions “en aval” des déséquilibres extérieurs sont politiquement insoutenables, mais les solutions “en amont” le sont aussi. Continuer avec l’Euro exigerait de sortir de l’asymétrie idéologique mercantiliste. Il faudrait prévoir des incitations symétriques pour revenir à la norme pour les pays qui ont dépassé par le haut ou par le bas un objectif d’inflation. La coordination dont parle Rossanda devrait être construite autour de cet objectif. Mais le poids des pays “vertueux” l’empêcherait. En effet, l’Euro est le succès de deux processus historiques. Rossanda voit le premier (la contre-attaque du capital pour récupérer le terrain perdu depuis les Trente glorieuses) mais pas le second : la lutte séculaire de l’Allemagne pour se doter d’un pré carré commercial. On s’extasie (à gauche et à droite) devant le succès de l’Allemagne, la “locomotive” de l’Europe, qui croît en captant la demande des pays émergents. Mais que disent les chiffres ? De 1999 à 2007, l’excédent commercial allemand a augmenté de 239 milliards de dollars, dont 156 réalisés en Europe, alors que le solde commercial avec la Chine s’est dégradé de 20 milliards (d’un déficit de -4 à un de -24). Les journalistes disent que l’Allemagne exporte en Orient et que c’est ainsi qu’elle soutient sa croissance. Les chiffres disent le contraire. C’est la demande des pays européens, drogués au taux de change fixe, qui soutient la croissance allemande. Et l’Allemagne ne renoncera pas à une asymétrie sur laquelle elle s’engraisse. Mais pourquoi les gouvernements “périphériques” se sont-ils fait embobiner par l’Allemagne ? Le manuel de Gandolfo le dit : la monnaie unique favorise une “illusion de politique économique” qui permet aux gouvernements de poursuivre des objectifs politiquement inacceptables, et de s’en sortir en prétendant qu’ils sont imposés par des instances supérieures (combien de fois avons-nous entendu “l’Europe nous demande de”... ?). La fin (de la lutte des classes inversée) justifie les moyens (l’ancrage à l’Allemagne).

La dévaluation rend aveugle
C’est un film déjà vu. Vous vous souvenez du SME “crédible” ? De 1987 à 1991 les taux de change des pays d’Europe sont restés fixes. En Italie l’inflation est montée de 4,7% à 6,2%, avec un prix du pétrole en chute (mais les taux de change fixes n’étaient donc pas censés dompter l’inflation ?). L’Allemagne voyageait sur une moyenne de 2%. La compétitivité italienne donc diminuait, l’endettement extérieur augmentait et après la récession américaine de 1991, l’Italie dut dévaluer. Dévaluation ! Essayez de dire ce mot à un intellectuel de gauche. Il rougira de toute sa pudeur virginale. Ce n’est pas sa faute. Pendant des décennies, on l’a bombardé avec le message que la dévaluation est comme la masturbation : une « sale chose », qui provoque un soulagement temporaire et stérile, et des dommages terribles à long terme. Il n’est pas anormal que dans un système avec un guide allemand le principe de Goebbels soit appliqué : il suffit de répéter assez un mensonge pour qu’il devienne une vérité. Mais que s’est-il passé après 1992 ? L’inflation a baissé d’un demi-point en 1993 et encore un demi-point en 1994. Le rapport dette extérieure/PIB a été divisé par deux en cinq ans (de -12 à -6 points de PIB). La facture énergétique s’est améliorée (de -1,1 à -1,0 point). Après le choc initial, l’Italie a cru à une moyenne de 2% de 1994 à 1997. La leçon sur les dommages de la dévaluation (cela génère de l’inflation, procure un soulagement seulement temporaire, on ne peut pas se le permettre quand on importe du pétrole) est fausse.

Irréversible ?
On dit que la dévaluation ne serait pas une solution et que les procédures de sortie ne sont pas prévues, donc... Donc quoi ? Qui est à ce point naïf pour ne pas voir que l’absence de procédure de sortie n’est qu’un expédient rhétorique, dont l’objectif est d’imprimer dans l’opinion publique l’idée d’une irréversibilité “naturelle” ou “technique” de ce qui est en fait choix humain et politique (et en tant que tel réversible). Bien sûr, la dévaluation rendrait plus coûteuse la dette définie en monnaie étrangère. Mais elle ferait passer d’une situation d’endettement extérieur à une situation de désendettement extérieur, offrant les ressources suffisantes pour payer les dettes, comme en 1992. Si cela ne suffisait pas, il resterait la possibilité du défaut. Prodi veut faire payer une partie de l’addition aux “grands investisseurs institutionnels” ? Bien : la façon la plus directe de le faire n’est pas d’émettre des Eurobonds qui “socialisent” les pertes au dépens de l’Allemagne (avec un risque réel de retour des chemises brunes) mais de déclarer, si c’est nécessaire, le défaut, comme l’ont déjà fait des pays qui n’ont pas été effacés de la géographie économique pour autant. C’est déjà arrivé et cela arrivera de nouveau. “Les marchés nous puniront, nous finirons écrasés !”. En voilà encore une idiotie. Pendant des décennies l’Italie a connu la croissance sans recourir au financement extérieur. C’est l’Euro qui, en écrasant les revenus et donc l’épargne des ménages, a conduit le pays à s’endetter auprès de l’étranger. L’épargne nationale brute, stable autour de 21% de 1980 à 1999, a diminué constamment depuis lors jusqu’à atteindre 16% de la richesse nationale. Dans la même période, les passifs financiers des ménages ont doublé de 40% à 80%. Remplaçons l’Euro et l’Italie aura moins besoin des marchés financiers alors que les marchés continueront à avoir besoin des 60 millions de consommateurs italiens.

Que la gauche ne fasse pas ce que fait la droite
De l’Euro nous sortirons, parce qu’à la fin l’Allemagne coupera la branche sur laquelle elle est assise. C’est à la gauche de se rendre compte de ce processus ou alors elle finira en déroute. Je ne parle pas des prochaines élections. Berlusconi s’en ira : 10 ans d’Euro ont créé des tensions telles que la boucherie sociale doit tourner à plein régime. Et les éclaboussures de sang se voient moins sur un tablier rouge. Il sera encore une fois concédé à la gauche de la Realpolitik de gérer la situation, parce qu’il existe une autre illusion de la politique économique, celle qui rend plus acceptable les politiques de droite si on les met en œuvre en disant être de gauche. Mais les électeurs commencent à deviner qu’on peut arrêter la boucherie sociale en sortant de l’Euro. Chère Rossanda, les ouvriers ne sont pas “égarés” comme tu le dis : ils sont seulement en train de comprendre. “Le péché et la honte ne restent pas cachés” dit l’esprit malin à Gretchen. Ainsi, après 20 ans de Realpolitik passés à tâtonner, les hommes politiques de gauche se retrouvent coincés entre la nécessité de dérouler le tapis rouge à la finance, et celle de justifier à leur électorat un choix fasciste, non pas tant pour ses conséquences de classe, mais pour le paternalisme avec lequel il est imposé. Ils s’exposent ainsi aux incursions des nombreuses Marine Le Pen qui font leur apparition dans les démocraties les plus accomplies, et ce sera aussi bientôt le cas chez nous. Parce que les politiques de droite, sur la longue période, avantagent seulement la droite. Mais je me rends compte que dans un pays dans lequel une législature suffit pour se faire une retraite dorée, la longue période peut ne pas être un problème pour les politiques, de droite et de gauche. Cela explique une telle unanimité de vues.







(…cet article parut le 23 aout 2011 sur « Il Manifesto », un journal de pseudo-gauche plus ou moins équivalent à Libération en France. A l’époque, la position de la soi-disante gauche italienne était formelle : on était dans une crise de dette publique due à la corruption de Berlusconi. L’euro, pour la gauche, n’y entrait pour rien : il ne pouvait être, lui, l’euro, qu’une bonne chose, car c’était la gauche qui l’avait proposé : les pères de l’Europe, les Altiero Spinelli, les Prodi, étaient de gauche, donc bons, parce que la gauche est bonne – quoi qu’elle fasse – et la droite mauvaise. Un message simple et efficace, qui n’avait qu’un défaut : il était faux, car l’euro, et la finance privée, favorisée par l’intégration financière sans contrôles, jouaient dans la crise un rôle majeur. En tant qu’intellectuel progressiste, c’est-à-dire, à ce que je croyais à l’époque, de gauche, je crus mon devoir intervenir dans le débat, en répondant à un article abominablement hypocrite que Rossana Rossanda, une icône de la gauche « de gauche », avait publié sur le Manifesto, pour souligner certains côtés du problème qui lui échappaient (à elle, comme à toute la gauche italienne) : bref, le fait que l’euro, dans sa qualité de projet de déflation des salaires, ne pouvait pas être considéré comme un régime économique « de gauche ». Une simple vérité qui était bien connue par les communistes italiens dans les années 1970 – comme je l’ai montré dans mon premier livre sur le déclin de l’euro – mais que leurs héritiers paraissaient avoir oublié.

En lisant mon article il faut se souvenir qu’à sa date (aout 2011) le gouvernement Monti était loin de paraitre (Monti aurait été fait sénateur à vie, et tout de suite après premier ministre, en novembre), Berlusconi paraissait inébranlable, l’Allemagne semblait un parangon de vertu et de santé économique, et personne ne nommait la dette privée comme source de la crise. C’est seulement en gardant cela à l’esprit que vous réussirez à comprendre pourquoi beaucoup de mes lecteurs prirent mes mots comme une gifle en pleine figure, qui les réveillait du sommeil dans lesquels la propagande les avait endormis, pour qu’ils rêvent le « rêve européen ». Les racontars de la propagande étaient rassurants : on donnait au peuple de la gauche un méchant (Berlusconi), qui avait le physique du rôle, et en plus il était du bon côté (c’est-à-dire, à droite !). Mais quelque chose clochait. Si la droite et sa corruption, sous forme de dette publique, étaient le mal, pourquoi l’Espagne ou l’Irlande se trouvaient en crise ? Mon article, comme vous l’aurez constaté, donnait une explication plus cohérente, qui n’avait qu’un défaut : obligeait ceux qui avaient aveuglement cru à l’euro à se prendre pour des idiots, et à revoir complétement leur attitude.

Ceux qui ont accepté ce défi m’ont après suivi sur ce blog, qui est devenu le premier blog d’économie en Italie, ce qui a contribué au succès de mes deux livres sur la crise, qui se sont vendu par dizaine des milliers. Ce succès est dû au simple, mais incontournable, fait que les prévisions de cet article se sont réalisées : Berlusconi a été remplacé par une suite de gouvernements techniques (les « bouchers au tablier rouge », comme je les appelais à l’époque), ces gouvernements ont failli car ils abordaient le problème du faux côté (comme je l’expliquais avant que cela ne se produise), le modèle allemand montre aujourd’hui tous ses limites (l’Allemagne a en effet presque entièrement scié la branche où elle est perché), les partis de droite ont profité des tensions sociales causées par l’euro (car, comme je le disais il y a quatre ans, l’euro est de droite, à savoir : il est contraire aux intérêt du travail, et les politiques de droite ne profitent qu’à la droite), etc.

Mon approche, tout en n'étant pas original (comme j’avais toute de suite expliqué à mes lecteurs), à l’époque paraissait hérétique, ce qui me valut maintes attaques personnelles, à la limite de la diffamation (et parfois au-delà de cette limite, ce dont les tribunaux italiens sont en train de s’occuper), avant de devenir, en mai 2013 la position officielle de la Bce (grâce à un papier de Vitor Constancio).

Il m’est pénible de remarquer, avec beaucoup d’amertume, que cette position, qui avait toujours été celle de la meilleure doctrine économique, est devenue, en septembre 2015, avec un retard qui serait ridicule s’il n’était pas tragique, et dont je me suis bien moqué sur le Fatto Quotidiano, la soi-disante « consensus view » d’un manipule d’opportunistes, qui se sont tus pendant des années, et qui maintenant commencent à émettre des petits brins de vérité, dans un essai désespéré, et voué à une faillite certaine, de sauver la mamelle à laquelle ils tètent : les institutions européennes, les mêmes qui financent leurs « think tanks ». 

Si, au lieux de m’attaquer, ces collègues avaient décidé de dénoncer tout de suite les véritables raisons de la crise, et l’absurdité des politiques d’austérité, on aurait peut-être épargné tant des souffrances et tant d’horreur à nos frères européens. C’est pour les éviter que je me suis exposé il y a quatre ans dans le débat avec cet article. Il a fallu du courage pour l’écrire, mais il ne faut pas le surévaluer : ce n’était que le courage du désespoir. Je croyais, à l’époque, que personne n’aurait écouté mon cri de douleur. Par contre, beaucoup m’ont écouté, mais pas assez pour faire basculer les équilibres politiques dans la direction du bon sens. La propagande de Bruxelles empêche une issue rationnelle de la crise, car cette issue passe par une redéfinition radicale du rôle des institutions européennes actuelles. Et alors, qu’un sang impur abreuve nos sillons ! A cela aura mené cette « Europe » qui « nous donne la paix » ...)