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mercoledì 17 gennaio 2018

Deficit in Francia e in Italia: due paroline a Moscovici

Le dichiarazioni di Moscovici secondo cui portare il deficit oltre il 3% del Pil "sarebbe un controsenso", questo perché il tetto del 3% avrebbe un significato preciso, quello di evitare che il debito slitti ulteriormente, e quindi le elezioni italiane provocherebbero un "rischio politico" dato che da noi alcuni partiti si stanno interrogando sulla fondatezza di queste regole, sono non solo inopportune politicamente (come perfino Tajani è stato costretto ad ammettere, dando prova di buon senso e di un minimo di orgoglio nazionale), ma del tutto infondate sotto il profilo economico e anche storico: questo perché prima di fare lezioncine, bisognerebbe verificare di essere stati coerenti con i principi che si sbandierano a beneficio degli altri paesi (ma che in patria ci si è guardati bene dall'applicare).

Ho commentato queste dichiarazioni, aggiungendo alcuni numeri, i numeri che la nostra stampa, molto sensibile e accondiscendente verso interessi esterni al nostro paese, naturalmente non vi dà:


Mi limito ad aggiungere, per vostra erudizione, un grafichetto che potrete incidere su una lastra di piombo, da arrotolare e sbattere sul musetto dei botoli ringhiosi dell'austerità:


Come vedete i francesi (les bleus) sono sempre stati sopra a noi, e sempre oltre il parametro di Maastricht (in rosso), e lo saranno almeno fino al 2019, con in più il fatto che il divario fra loro e noi è destinato ad aumentare (a indicare che noi saremo, secondo il Fmi, sempre più virtuosi di loro, oltre a essere di fatto in regola con Maastricht già da sei anni: sei anni di sacrifici che l'Europa ci riconosce così, sberteggiandoci!).

Insomma: è il classico caso di bue che dice cornuto all'asino. Le differenze fra asino e bue vi sono note: credo che tutti noi (almeno noi maschietti) preferiremmo essere asini. Concludo con una nota: l'Italia sarà un paese libero quando un giornalista vi darà i numeri che trovate qui, e quando avrà il coraggio di sbatterli in faccia al nostro nuovo amico con le corna, giusto così, per vedere l'effetto che fa, e per ricordargli che, fra le tante differenze cui accennavo, c'è anche quella che l'anello al naso ce l'hanno i buoi, non gli asini. Ma per questo ci vorrebbe un giornalista col retrotreno più simile a quello di un asino che a quello di un bue. Sono sicuro che da qualche parte, nascosto, ci sia e ci legga. Speriamo che si palesi presto: altri seguiranno, perché non se ne può più: ad ognuno puzza questo barbaro dominio.

Con preghiera di far circolare, ricordando a chi leggerà che dire basta dipende da ognuno di noi.

venerdì 15 settembre 2017

Vingt ans après...

Alle 10:40 mi chiamerà Stefano Molinari da RadioRadio (nel Lazio FM 104.500, canale 826 di Sky, canale 218 del digitale terrestre, streaming su www.radioradio.it) per propormi un interessante tema: come è cambiata l'economia italiana rispetto al 1997?

Ora ho da fare, ma intanto, per vostra comodità, aspettando che mi ascoltiate per radio, vi fornisco il dati. Questo è l'"estratto conto" dell'Italia nel 1997 e nel 2016 secondo il Fondo monetario internazionale. Le colonne a destra dei dati indicano variazioni percentuali (%) o assolute (a seconda dell'unità di misura delle variabili: non ha senso calcolare una variazione percentuale di una variazione percentuale, e non ha senso calcolare variazioni assolute di un indice):



Trovate le differenze (quando ci sono). Quali vi sembrano più significative?

Vostro,

Athos

P.s.: non vorrei insistere, ma siccome nessuno vi informa così, ricordatevi di votare questo sito come miglior sito politico (categoria 27) ai Macchia Nera Award: servirà ad informare altri vostri concittadini così, cioè coi dati, e non col wishful thinking dei nostri politici inetti, al soldo, insieme alle nostre gazzette, dei nostri capitalisti cialtroni e bancarottieri. Ricordatevi di esprimere almeno 10 voti in totale: sul resto avete libertà di coscienza. L'euro è un confine, e tutti gli altri sono dall'altra parte, per cui politicamente si equivalgono: la cosa migliore è andare a simpatia!



martedì 25 aprile 2017

Vago già...

...di cercar dentro e d'intorno
la divina foresta spessa e viva
ch'agli occhi temperava il novo giorno

senza più aspettar lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento,
su per lo suol che d'ogni parte oliva.



(...mia nonna diceva: "non ne son vaga...". Poi, nella mia famiglia, si sperse l'uso della nostra lingua... e arrivò er Palla!...)

lunedì 24 aprile 2017

La politica europea (pro veritate)

Un amico mi ha scritto per rimproverarmi un'inesattezza del post precedente. Nonostante non sembri, io sono uno che i rimproveri li accetta, quindi faccio ammenda. Pare che l'opposizione di Fassina alla mia epurazione dal liturgico Plan B di Roma (epurazione che ha concorso a questo risultato), non sia stata "di circostanza". Fassina avrebbe sottolineato agli altri che stavano facendo un grosso errore ("big mistake"), e avrebbe rimproverato ai francesi la loro pretesa di comandare in casa altrui, per di più dando molto spazio politico a chi qui in Italia non ne ha più, per i motivi che in questo blog tutti conoscete, essendone stati testimoni (l'inettitudine del caro leader di turno).

Bene, ne prendo atto.

Ho detto un'inesattezza, e me ne scuso. Qui siamo per la verità fattuale, che ha tanti pregi, fra i quali quello di essere un potente strumento di analisi. In effetti, rettificare questo dettaglio (che non è un dettaglio) ci permette di capire meglio di che natura siano le aporie nelle quali si imbatte chi vuole promuovere un processo politico "europeo" (con l'esclusione di tutti i cantoni svizzeri, di tutti i fiordi norvegesi, e fra un po' del Regno Unito). È proprio l'energia con cui Fassina mi dicono mi abbia difeso a fare da cartina di tornasole.

Parto dal dato più evidente: in effetti, è un po' paradossale che l'esponente di una forza che in Italia non è nemmeno rappresentata in Parlamento (Rifondazione) venga a dettare legge, in una circostanza simbolicamente così rilevante, a chi di mandati popolari ne ha addirittura due (uno parlamentare e uno comunale), imponendogli una decisione cui questi strenuamente si oppone. In pratica, è come prima dire, e poi ripetere al popolo italiano, nella persona di un suo rappresentante: "non conti niente!" (e di ripeterglielo non c'è bisogno: il popolo, ormai, lo sa, e anche, con tutto l'affetto - poco - il rappresentante...).

Sono interessanti le dinamiche che portano a questo paradosso, il paradosso per cui Fassina non può ascoltare chi gli pare in un luogo che è due volte casa sua (perché Italia, e perché Comune di Roma).

C'è innanzi tutto una dinamica di ordine brutalmente finanziario.

In questo incontro "de sinistra", come in altri incontri "de destra", mi è capitato di constatare una semplice verità: solo due entità oggi sono in grado di finanziare la politica (di pagare i biglietti degli aerei, i conti degli alberghi, l'affitto delle sale, la pubblicità - che in questo caso non c'è stata, e che ci sarebbe stata gratis coinvolgendomi, perché qui abbiamo promoso tutti i dibattiti e ascoltato tutte le voci, ecc.): il grande capitale (vedi alla voce Lingotto), e Leuropa (TM Giuse). Quindi, chi non è con il grande capitale (se non come comprimario), deve necessariamente rivolgersi a Leuropa per finanziare eventi politici. Questo fornisce ai parlamentari europei (gli unici che possono richiedere fondi europei) un ovvio potere di ricatto sui loro colleghi "nazionali", che di fondi ne hanno molti di meno. Ora, mi sembra chiaro che questa situazione distorce le dinamiche politiche a favore del capitale, per l'ovvio motivo che Leuropa è una sua creazione (i salari non li si schiaccia per sport, ma per innalzare i profitti), e che chi è parte de Leuropa (come i parlamentari europei) difficilmente vuole combattere il progetto, soprattutto quando sa che ad esso sono legate le sorti del proprio conto in banca (magari perché in patria, come nel caso in specie, non ha più alcuno spazio politico). Coerentemente, questi personaggi non vogliono combattere Leuropa: vogliono un'altra Leuropa. Peccato che questa sia impossibile, per le aporie che abbiamo messo in luce fra i primi cinque anni or sono (e i fatti non ci hanno smentito). Credo che fra chi ancora aspira a un'altra Leuropa gli ingenui siano sempre di meno: credo che ormai prevalgano i furbi, quelli che, per amor di cadrèga, o per un malinteso senso di appartenenza, offuscano dietro gli incensi delle loro liturgie l'evidenza del fatto che Leuropa è un progetto imperialistico (lo diceva Lenin), in quanto tale strutturalmente distruttivo per gli interessi delle classi subalterne. Materia di riflessione per i nemici del finanziamento pubblico dei partiti.

C'è poi una dinamica di ordine politico, la solita.

Qualsiasi evento "europeo", dato che Leuropa non esiste, è fatalmente condizionato da dinamiche politiche nazionali, che, trasposte a livello Leuropeo, diventano in re ipsa dinamiche imperialistiche. Sono manifestazione di imperialismo (culturale, antropologico, politico), in vario grado, sia la pretesa del patetico Melensone di dettare l'agenda a Roma "perché ci ho le presidenziali a casa mia", che il benign neglect di De Masi verso un evento che avrebbe dovuto essere (in teoria) così significativo, così "fondante", ma sulla cui agenda lui non riteneva di intervenire (il che, come abbiamo messo in evidenza, implica quanto meno che non legga Flassbeck). Insomma: nello spazio politico Leuropeo, sia i governi che le opposizioni continuano a essere motivati da (e a inquinare il processo politico con) istanze nazionali che, come il fatto di Roma dimostra, precludono un autentico dialogo, e confinano ogni forza all'interno di uno spazio liturgico di mera appartenenza e testimonianza, all'insieme intersezione di tutti gli insiemi delle cose che si possono dire in ciascuno dei 27 paesi dell'Unione, anzi, della Leuropa. E siccome le cose che in questi 27 paesi si possono dire, quando sei "de sinistra" (ma anche quando sei "de destra") non coincidono esattamente da un paese all'altro, per motivi fin troppo noti ed evidenti, è altrettanto evidente che l'intersezione di questi 27 insiemi disgiunti puntualmente si rivela essere un insieme politicamente vuoto. E questo, si badi, strutturalmente avviene molto di più a sinistra, per quel fenomeno adolescenziale di ricostruzione di un'identità progressista "per negazione", che ho descritto nell'avvelenato post precedente (ricostruzione "per negazione" che a sua volta necessariamente consegue dal tradimento della sinistra - genitivo soggettivo - che ho descritto a lungo qui).

Il problema delle istanze nazionali, a loro volta, è duplice. A un primo livello, è evidente che la pretesa di dissolverle in un processo politico europeo, anziché agirle (vi piace? Oggi sono "de sinistra"...) nella sfera cui si riferiscono, quella nazionale, le snatura, le trasforma necessariamente in battaglie difensive, anziché comporle in un grande disegno di proposta. Insomma: questi ancora non ci hanno spiegato come vogliono eleggere il presidente degli Stati Uniti d'Europa, ma impediscono a me di parlare perché a casa loro devono eleggere il loro presidente. A un secondo livello, dato che i cicli politici nazionali non sono in sincrono (ma Leuropa sta rimediando...), agire a livello Leuropeo istanze politiche nazionali le rende in re ipsa tattiche e contradditorie. Esempio (già fatto nel post precedente): non ascolto tizio a Roma perché è a due gradi di separazione dalla Le Pen, facendo un gesto di censura fascista che inquina un anniversario altamente simbolico, ma poi a casa mia non invito a votare contro la Le Pen, perché se lo faccio a casa mia passo per quell'utile idiota del capitale che sono sempre stato! Non è magnifico? Per evitare di incontrare uno che in Francia nessuno sa chi sia (io) fai "a big mistake" (perché è stato "a big mistake") a casa altrui, poi però a casa tua, dove tutti sanno chi sei, non ti regoli di conseguenza perché oggettivamente non puoi farlo...

Ecco, direi che ce n'è abbastanza per capire come mai un processo politico europeo è strutturalmente impossibile. Non ci sono solo le barriere linguistiche. Io il francese lo parlo, l'inglese ci provo, e il tedesco posso far finta. Ma se ti impediscono di parlare, nessuna lingua ti permetterà di farti sentire. E ci sarà sempre un motivo di opportunità politica (nazionale) ad impedire un vero confronto politico (leuropeo). Questo, naturalmente, a meno che non si decida di fare un bel falò con tutte le costituzioni europee in sincrono (cosa che chi censura il pensiero libero potrebbe anche auspicare), facendo un salto nel buio verso il paradiso di von Hayek, che poi, come abbiamo capito due post fa, è in fondo il paradigma di riferimento della sinistra cherosene.

Tanto dovevo alle dinamiche oggettive, che sono senz'altro determinanti. Tuttavia, anche gli uomini può capitare che abbiano un ruolo. Anche la sinistra, chissà, avrà avuto il suo Lacoste. E poi, quando eravamo ggiovani, quante volte ci siamo sentiti dire che "il personale è politico"? Non ho capito bene cosa volesse significare: probabilmente che la legittima aspirazione all'autodeterminazione individuale deve essere presa in conto e mediata dai processi politici. Bene: apriamo allora uno spazio alle dinamiche soggettive, perché altrimenti mi rimane un po' di ghiaia nelle scarpe, e sto per andare in montagna, dove non so quanto potrò fare, quanto la mia salma mi seguirà: ma lo farà certamente meglio dopo aver rimosso qualche altro sassolino.

Vorrei chiarirvi, a voi, a voi lettori di questo blog, perché ve lo devo (come dovevo a Fassina la rettifica), che quello che mi indigna in quanto è successo non è l'affronto stupido e autolesionistico alla mia umile persona. Ma chi se ne fotte di andare a parlare per venti minuti a venti persone che nemmeno sono culturalmente preparate per ascoltare quanto ho da dirgli, considerando lo stato pietoso del dibattito negli altri paesi! No, qui la cosa è un pochino più complessa.

Intanto, io posso anche credere che Fassina abbia avuto stima per il lavoro che abbiamo fatto qui e abbia cercato di difenderlo in quella sede. Se lo ha detto, forse, lo avrà anche pensato. Solo che la sua azione politica non è stata coerente con questa premessa, il che, mi permetto di dire, ha concorso a renderla inefficace.

In primo luogo, se personaggie in cerca di elettore come la piccola delatrice che ha armato tutto questo casino si sono potute permettere di diffamarmi come "fascista", questo è dovuto alla sostanziale inerzia di Fassina (e D'Attorre) nel promuovere il nostro lavoro (e non solo il nostro: anche quelli di Luciano, Sergio, Vladimiro, ecc.). Vladimiro si stupiva nell'apprendere che Anschluss era sui tavoli agli eventi della Lega. Ma è colpa di Vladimiro se la Lega promuove un libro documentato, che racconta una storia che ci riguarda tutti, o è colpa della sinistra "de sinistra" se non è lei a farlo? E lo stesso discorso vale per il mio libro, e forse ancora di più, dato che il mio libro raccontava la nostra, di storia (anche se io personalmente consiglio di partire sempre dal libro di Vladimiro). Se Fassina e D'Attorre avessero fatto un decimo di quello che ha fatto Salvini per promuoverlo, sarebbe stato impossibile per una legione di fetecchie derubricarmi a intellettuale organico della Lega (ruolo che non rivesto, pur essendo grato per l'attenzione rivolta al mio lavoro). A monte della piccola delazione c'è uno stillicidio di omissioni che l'hanno resa possibile e credibile. Nei loro acrobatici giri di valzer dentro e fuori i vari partiti (dal partito della sinistra "de destra" a quello della sinistra "de sinistra", per poi scindersi fra la sinistra della sinistra di destra e la destra della sinistra di sinistra...), avrebbero anche potuto, ogni tanto, chiarire che dei testi di riferimento c'erano, no? D'altra parte, glielo aveva anche detto in faccia Fabio Petri (in mia presenza, ma Fabio non lo sapeva): "Mi sentirei di consigliare Alberto Bagnai come economista di riferimento per una sinistra che voglia tornare a difendere il lavoro" (e questo alla presentazione di un libro altreuropeista: io ci sono rimasto...).

In altre parole: "Belli de casa: mettetecela la faccia, su! La vostra non basta: dovete far capire a chi ha capito che avete capito, e per farlo dovete utilizzare il lavoro di chi ha aiutato a capire...".

Ecco, perché poi il punto è questo: questo stillicidio di omissioni, condito, per di più, dall'esaltazione del lavoro di una schiera di utili idioti e idiote (o idiotesse) tutte "austerità brutta/euro bbello" e distintivo (volto a inquinare ulteriormente il dibattito), avveniva in un contesto nel quale quotidianamente il nostro lavoro aiutava chi avesse dubbi a toglierseli. Chi dubbi non ne ha, non se li toglierà mai, e il lavoro del politico dovrebbe essere (anche) di farglieli venire. Ma perché farsi terra bruciata intorno evitando di convincere chi vacilla? Salvo poi, regolarmente, venire da me a fare il noto discorsetto: "i nostri non sono ancora pronti, non riusciamo a farci capire...". Ma Dio santo! Se oscurate regolarmente, se vi vergognate letteralmente di citare un testo dove lo sforzo didattico è stato fatto, se impedite a chi sa comunicare di aiutarvi a trovare le chiavi per forzare le menti più indurite, se continuate ad agire in modo frammentario, sconnesso, velleitario, scoordinato, come potete pensare che i "vostri" capiscano voi? I vostri capiscono me, e se voi non mi volete con voi, dopo un po' i vostri non saranno con voi. Io, più che offrire aiuto, cosa posso fare?

La verità è che persone come Fassina hanno continuato a sputarmi (e quindi sputarci) in faccia per anni senza che io volessi accorgermene e senza che io vi stessi a sentire, nella mia testardaggine, forse anche perché tratto in inganno da atti riparatori sporadici, avulsi da un percorso strategico, e quindi, in definitiva, controproducenti: chiedere scusa per i danni fatti dalla sinistra al paese un attimo prima di tornare da Bersani, indicarmi come intellettuale "coraggioso" (grazie) poco prima di sostenere la terza carica della Stato nella sua allarmante battaglia per la censura della rete...

Ecco, vogliamo parlarne, di questa cosa?

L'unico argomento "valido" da oppormi, quando gli rimproveravo la loro ignavia, era: "Eh, ma i tuoi toni...". Allora, parliamone. Argomento: i miei toni. Personaggi: io e loro. Domanda: "Perché devo urlare?" Risposta: "Perché ti hanno lasciato solo." Domanda: "Chi mi ha lasciato solo?" Risposta: "Noi." Domanda: "Allora perché, invece di rimproverarmi i miei toni, non manifestate in modo organico e strategicamente coordinato vicinanza, così io posso usarvi come megafono e abbassare la voce?" Risposta: .... [la sto ancora aspettando perché non c'è].

Ma ormai siamo andati troppo oltre. Inutile farmi dei complimenti formali se poi non ti distanzi recisamente da chi censura: i complimenti ti servono a perdere anche i miei nemici, ma certo non possono riavvicinarmi a te, perché la censura di Stato, il Ministero della Verità, sono un Rubicone che tu hai deciso di traversare, non so perché, né con quali intenzioni, ma con ovvie implicazioni oggettive. Questo blog, e tutta l'attività divulgativa che ne è conseguita, non sarebbero stati possibili nel mondo auspicato dal Presidente della Camera. Si avvicina il momento in cui per potermi esprimere dovrò andare all'estero o cautelarmi con opportune garanzie. Quelle che voi siete strutturalmente nell'impossibilità di offrirmi (quand'anche ne ravvisaste l'opportunità).

E a questo contesto voi non state facendo nulla per opporvi.

Non solo!

Oltre a non promuovere voci di verità, to add insult to injury, promuovete chi diffonde menzogne, elogiando il macchiettistico dibattito del noto quotidiano coi libri sulla strada del tribunale! Ringraziare Zingales per l'ennesima presa in giro? Ringraziare uno che dopo aver proclamato in modo altisonante le regole di un dibattito nel quale ha preso tutte le posizioni possibili, regole fra cui rientra quella di argomentare in modo scientifico e con riferimenti bibliografici, pubblica come esordio un articolo dove si racconta che la moneta è come l'olio nel motore di una macchina? Il riferimento bibliografico qual è? Topolino? Ma siamo pazzi!? Ma ci si comporta così!? Fra l'altro, è assolutamente ovvio che Zingy è il candidato del grande capitale (in quota PD o 5 stelle a seconda delle convenienze tattiche del momento, come da scenario), cioè è in teoria un tuo avversario politico, al quale non mi sembra tanto il caso di fare un bell'inchino, in un momento in cui per capire da che parte stai bisogna veramente fare un enorme sforzo (che fa passare la voglia). Se fai così, perdonami, ma si capisce solo che hai capito chi vincerà, e che non vuoi resistere: vuoi piegarti.

Vorrei che una cosa fosse chiara. Finché gli sputi me li sono presi io, me li sono più o meno tenuti (non tutti, come sapete). Ma l'elogio al dibattito sul Sole 24 Ore è stato un insulto a tutti voi, l'avallo al progetto di censura (noto come lotta alle "fake news") è stato un insulto a tutti gli ideali che ho sempre considerato di sinistra, e l'acquiescenza all'imperialismo dei compagni ultramontani è stato un insulto a tutto il paese.

Io non c'entro, ma non posso non registrarlo. Sì, è stato un "big mistake". E non sono io a dover rimediare.

Peraltro, l'andazzo è e continua a essere questo.

Ve ne racconto un'altra (ma ne ho ancora molte da raccontarvi, se vi divertono: la storia della sinistra europea è costellata di farseschi processi politici...). Avrete visto che la CNN insieme a me ha intervistato Sergi Cutillas, che non conosco, ma che apparentemente fa sul serio. Sergi mi ha invitato a un meeting di Erensep a Barcellona. Erensep è stato messo su da Lapavitsas e Flassbeck. Sapete quale attenzione ho dato a queste due persone e al loro lavoro, a vari livelli. In cambio non mi hanno invitato al primo meeting della rete (che era ad Atene, quindi forse i mal di pancia lì erano di Costas, e dato il contesto oggettivamente delicato non mi sono nemmeno permesso di fare una domanda), non mi hanno invitato nemmeno a Roma (e questo è già più strano), e non mi hanno invitato (loro) nemmeno a Barcellona (Sergi mi ha prima "sondato" tramite un altro amico, Antoni Soy, e poi mi ha scritto). Io ho invitato queste persone in Italia a parlare a centinaia di persone attente, portandole nei trending topic di Twitter e diffondendo su Youtube i loro interventi a migliaia di persone. In risposta, questi mi invitano (per interposta persona) a parlare a quattro gatti, in un momento in cui ho bisogno soprattutto di pensare alla salute. Loro credono che questa sia politica, lo so: non c'è nulla di personale. Ma siamo sicuri che sia veramente politica? La politica, ancora, è fatta di uomini, ed è fatta in polis che non si sono ancora dissolte in una nube di cherosene...

Voi che dite, ci vado a Barcellona? Vale la pena di orripilare incontrando nei corridoi Ska Keller, o di provare disagio incontrando Fassina, per avere il piacere di incontrare Cutillas o Durand, che posso invitare al #goofy6?

Insomma: volevo solo dirvi che io ci ho provato in tutti i modi possibili.

Voi avete visto solo quando ci ho provato con le cattive, ma, vi assicuro (e tre di voi lo sanno): ci ho provato anche con le buone. Mi è difficile distinguere il ruolo del singolo da quello dei processi "oggettivi". Mi guardo indietro, e cerco di capire se avrei potuto fare di più, o meglio. Sarà senz'altro così, molti di voi mi hanno consigliato, rimproverato, alcuni senza avere sufficienti informazioni, altri con maggior costrutto e fondamento, altri, come il simpatico rico di qualche post fa, senza aver la benché minima idea di che lavoro stessimo facendo qui. Ma evidentemente con queste persone ho fallito, e alla fine, nella situazione in cui siamo, il punto resta uno, e uno solo: hanno capito che se si parla al "popolo" il "popolo" capisce e vogliono censurare chi lo fa. A me pare così strano che nessuno si renda conto dell'estrema gravità di questa decisione, per il suo contenuto, e per i modi in cui viene proposta e adottata. Per l'ennesima volta, dopo, verranno a dirmi che avevo ragione. Ora, però, non si rendono conto (forse perché non vogliono farlo) che in una fase storica critica come questa chiudere spazi di mediazione politica è una responsabilità enorme. Eppure tutti i loro atti politici, da quello che è successo al Plan B alla battaglia contro le fake news, vanno concordi in questa direzione. Coincidenze? Come Renzo Tramaglino, anch'io "posso aver fallato". Ma per questi Don Rodrigucci, per questi Gauleiterini della potenza imperialistica di turno, il destino è tracciato, ed è il fango della storia. L'ho detto e lo ripeto, e, in tutta umiltà, non posso rimproverarmi che una singola cosa: il tempo perso nel tentativo di sottrarre queste persone a un destino tanto meritato quanto inevitabile.

Ora guardiamo avanti.

(...e io faccio le valigie: ho bisogno di aria: Luft, Luft...)

sabato 29 ottobre 2016

Appunti per Corviale...

(...sto andando qui, e mi servono come promemoria questi grafici...)




(...perché? E fatevi i fatti vostri! Chi verrà vedrà. A proposito: esco...)

mercoledì 31 agosto 2016

Tre storie (scusa, Oscar!)...

(...in ordine cronologico...)

Prima storia
Il 14 maggio 1993, alle ore 21:40, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e di Corso dei Mille fece brillare all'angolo di via Ruggero Fauro con via Umberto Boccioni (Roma) una Fiat Uno con circa un quintale d'esplosivo al passaggio dell'Alfa 164 che stava riportando a casa Maurizio Costanzo e la sua compagna. I danni agli immobili circostanti furono ingenti, ma l'obiettivo presunto dell'attentato salvò la vita a causa di un'esitazione degli attentatori. Non ci furono vittime, se si eccettua qualche lesione agli agenti della scorta, e una signora anziana che morì di crepacuore il giorno dopo (così riporta la tradizione orale). La fonte delle fonti parla di danni gravi ma non disastrosi. Fatto sta che alcuni palazzi vennero evacuati per un lungo periodo di tempo, e che il vetraio di via Fauro chiuse. Il suo prodotto, dopo l'esplosione del petardo, si trovava in eccesso di domanda nel raggio di alcuni chilometri. Purtroppo, però, ciò che aveva causato l'aumento della domanda aveva anche frantumato totalmente la sua capacità di offerta. Questa cosa un economista non la capirebbe: per lui gli shock o sono di domanda o di offerta. Che offerta e domanda possano essere collegate, e in modo così cogente, non riuscirete a farglielo capire, se non con un esempio. Ma naturalmente vi sconsiglio dal farglielo.

Seconda storia
Il 17 agosto del 2007, alle ore 10, presentavo il paper "China as an engine of sustainable growth" nella sessione parallela Chinese Economy and Business della conferenza Rising China in the Age of Globalization organizzata dall'Istituto Confucio dell'University College of Dublin (keynote speaker... è lui o non è lui?... Ma certo che è lui: Bob Mundell, quello della Columbia, e naturalmente dell'OCA). Ero arrivato due giorni prima e avevo noleggiato una macchina all'aeroporto per recarmi al mio B&B, l'Andorra, 94 Merrion Road. Venendo da nord, passo il fiume, e all'altezza del Trinity vedo un cartello alto un metro che mi segnala lavori in corso. Io, che già ero prudente per via della guida a sinistra (avrete capito che con la sinistra ho un rapporto delicato), rallento ulteriormente la velocità, nonostante di fronte a me non vedessi nulla: né buche, né cantieri, né macchinari, né rallentamenti. Il centro di un ordinato paesotto di provincia, nonché capitale della tigre celtica. Per farvi capire, questo è il disegnino di dove ero quando ho visto il cartello, e di dove dovevo arrivare:


Il cartello era a 4100 metri (o se volete a 4,1 km, o a 410000 centimetri) da dove dovevo arrivare, cioè a circa 12 minuti in automobile. Io proseguo fiducioso, e dopo altri 500 metri un altro cartello mi avverte che ci sono lavori ahead. Vabbè, dico io: sono prudente, tengo la sinistra, mi sorpasseranno a destra, non gli manderò i morti come farei se fossi a Roma (dove terrei la sinistra per sorpassare a sinistra, cosa che ormai in Italia riesce solo al Fmi): prima o poi sti lavori si vedranno, non tamponerò chi mi sta davanti. Proseguo per altri 500 metri: nessuna buca, nessuna coda, traffico regolare. Altro cartello... A questo punto comincio a preoccuparmi: se lo segnalano così, sarà come minimo il cantiere per l'erezione di una nuova piramide, pensavo. Chissà che bordello poi per arrivare all'UCD.

Insomma, ve la faccio breve: stavano cambiando un tubo del gas di fronte al mio B&B, con un restringimento di carreggiata di un paio di metri, che non causava nemmeno un senso unico alternato, ma un piccolo rallentamento locale, del tutto gestibile per un romano (un napoletano non se ne sarebbe nemmeno accorto - e, peraltro, avrebbe guidato a destra, visto che a Napoli guida a sinistra, cosa per la quale gli sono spiritualmente vicino...).

Ma avevano avuto la civiltà di mettere cartelli da quattro chilometri prima, per avvertire i contribuenti che forse avrebbero potuto incontrare dei disagi.

Terza storia
Il 30 agosto 2016 esco da un ristorante per turisti nel quartiere Prati, reduce da una serata sgradevole per vari e giustificati motivi: perché un mio amico cui tengo, e non si sa perché, sta male, e non si sa perché; perché mi impone persone spiacevoli, e non si sa perché; perché i ristoratori romani ogni tanto vogliono fare gli chef francesi, e non si sa perché. Tanti misteri, un'unica certezza: quando sul menù di un ristorante trovate scritto "con il suo" (e.g.: "Il filetto di narvalo delle Lofoten con il suo letto di cannabis del Pakistan") potete tranquillamente alzarvi ed andarvene: non avrete perso nulla. Se invece trovate scritto "con il mio" (dove l'io me della situazione è lo chef) dovete alzarvi, e darvela a gambe levate: non facendolo perderete molto (in termini finanziari).

Ovviamente, è solo un suggerimento: poi voi fate come vi pare, e dopo verrete a piagnucolare da me: "avevi ragione". Se è successo per Grillo, che almeno non vi ha sfilato una cento, figuratevi se non succederà per lo chef.

Me ne torno verso casa, ai Parioli. Dovete sapere (o forse saprete: ad esempio, Claudio Borghi lo sa), che la parte bassa di viale Parioli è il paradiso del liberismo. A causa di una rilevante concentrazione di locali alla moda (e non si sa perché) lo standard è la tripla fila (una fila di macchine parcheggiate a spina di pesce, più due file di macchine parcheggiate normalmente). Poco importa che ci sia anche una importante caserma dei vigili urbani, i quali, evidentemente, sono degli assidui lettori di John Locke (salvo fare sporadiche spedizioni punitive - ma anche queste scelte di metodo temo siano conseguenza dei noti fenomeni: i tagli, le carenze di organico, ecc.). Così,  insomma, i vigili tollerano, e naturalmente, dove il ritrarsi dello stato crea un'opportunità, il mercato interviene. Le due triple file sono gestite da uno strano personaggio, molto caratteristico, un po' zoppicante, che si para in mezzo alla strada (a rischio della pelle) e alloca i giovin signori, o, per meglio dire, le loro vetture, con estrema efficienza. Fatto sta che la doppia tripla fila di viale Parioli la carreggiata la restringe un po' più del singolo tubo di Dublino, e prima o poi qualcuno si farà del male, dopo di che ci si chiederà come mai una situazione simile potesse essere stata per anni la norma (e ognuno si darà le sue risposte).

Comunque, questa sera passo indenne le due triple file e mi accingo ad andarmene a casa, quando, ops!, una via che dovevo imboccare, adiacente a via Fauro, era bloccata.

Di fatto, ci impedivano di tornare a casa. Cartelli quattro chilometri prima? Ma ovviamente non se ne parla! Cartelli sul posto? Io non ne ho visti. Un simpatico nastrino giallo, e due signori con un gilet giallo.

Sapete cosa stavano facendo? Stavano girando un film sulla prima storia. E, per farlo "realistico", lo giravano ai Parioli, ma non sul luogo dell'attentato. Ora, io dico, i casi sono due, caro cineasta che sicuramente avrò sovvenzionato con le mie tasse (perché viale Parioli è il regno del liberismo, ma il cinema italiano è il regno dello statalismo...): vuoi fare una cosa realistica? Bene: vai sul luogo in cui è successo il disastro, e chiedi a proprietari delle case: "Gentili signori, desiderate rivivere le splendide emozioni di quella notte? Posso scarnificare con una ruspa la facciata di casa vostra? Posso fottervi, al rientro delle vacanze, una quarantina di posti macchina per occuparli con automobili finte, pseudodistrutte da pseudocalcinacci?". Tu vai a chiederlo, loro verosimilmente ti respingono con perdite (cosa che disapprovo, ma si spiega col trauma subito), quello che resta di te si dedica ad altro, e morta lì.

In alternativa, fai come tutti: ci sono tanti begli studi a Cinecittà: ti fai fare una via Fauro fasulla, e fai con quella. Tanto oggi con l'elettronica tutto si aggiusta! Invece no! Il simpatico cineasta, cui va fin d'ora la mia gratitudine per la passione civile con la quale sta affrontando un episodio negletto della nostra storia recente (e che ricorderò nelle mie preghiere fino a quando non sarà più necessario) che si inventa? In studio no, sul luogo dell'evento no, ma un po' vicino, in un quadrivio (per bloccare mezzo quartiere) e naturalmente non in pieno agosto, quando ai Parioli c'eravamo solo io e il giornalaio, ma alla fine del mese, alla ripresa del delirio.

Tralascio la parte folcloristica della terza storia, che sarebbe quando un tizio in gilet giallo mi si avvicina nell'ombra per spiegarmi che non posso rientrare a casa perché c'è un film, e io chiedo: "ma un cazzo di cartello non lo potevano mettere?" e lui: "non si arrabbi, che una soluzione si trova!" e io: "guardi, per sua informazione: ancora non mi ha visto arrabbiato...".

Un po' di creatività e qualche contromano mi hanno permesso di rientrare. Ma solo perché so come è fatto il dedalo di viuzze che ci circonda. Lui, che forse doveva saperlo e dirmelo, non era visibilmente in grado di trovare una soluzione.

La morale
La morale è semplice: aridatece Oscare!

Noi ogni tanto ci prendiamo amabilmente gioco di Giannino, che però, a pensarci bene, non se lo merita. In effetti, nella sua vicenda ci sono due paradossi e un insegnamento.

Il primo paradosso è nel fatto che lui, che attribuisce i mali dell'Italia al fatto di essere un paese cialtrone e non meritocratico, abbia una simile esposizione dopo quanto si è scoperto. Ma proprio questo dimostra che ha ragione lui! In un paese normale, un'associazione imprenditoriale un minimo seria si sarebbe ben guardata dal tenersi un testimonial simile. Non c'è che dire, ha ragione Oscar: siamo un paese di cialtroni, non meritocratico (e così è chi ci rappresenta, non solo in parlamento, ma anche e soprattutto nei corpi intermedi).

Il secondo paradosso è nel fatto che lui venga chiamato economista senza esserlo. Ma proprio l'assenza di titoli dimostra che in effetti la sua conoscenza dei principi della scienza economica è superiore a quella di molti miei colleghi. Sarebbe infatti irrazionale, e quindi antieconomico, dotarsi (con fatica) delle competenze adeguate al titolo che ti viene attribuito (e ti lasci attribuire), se questo ti viene riconosciuto senza che tu faccia tanta fatica.

L'insegnamento è che questo, nonostante lo amiamo (perché se lo merita) non è, non riesce a essere un paese normale. È un paese nel quale i vigili (o chi per loro) non riescono a capire che non possono autorizzare il simpatico cineasta animato da passione civile a impedirti di tornare a casa senza: (1) avvertirti e (2) spiegarti (loro) cosa puoi fare. Semplicemente, non sono culturalmente attrezzati a farlo, non sono culturalmente pronti a tutelare la più ovvia delle libertà, più di quanto Stiglitz sia culturalmente attrezzato a capire la politica del nostro paese (spettacolare la sua richiesta di abolire il referendum per salvare l'euro che, però, secondo lui, è stato un errore - al perseverare nel quale dobbiamo sacrificare quel bene che gli americani con tanta larghezza esportano: la democrazia)!

Quanto rispetto nei cartelli di Dublino!

Un rispetto, una civiltà, che in effetti qui riscontro di rado in condizioni normali. Un rispetto che fa la differenza fra cittadino e suddito. E quindi, sì, devo dirvelo, e ve lo dico: quanto vorrei vivere in un paese normale nei momenti eccezionali, ed eccezionale nei momenti normali! Insomma: in un paese di cittadini normali, non di eccezionali sudditi. Credo che la pensasse così anche Gadda, e credo che tre persone qui abbiano chiaro il passo al quale mi riferisco.

Si apra la discussione, ma io non potrò partecipare: sono riuscito a tornare a casa, e adesso dormo...


(...domani mi informo se è normale questo modus operandi. Any clue? Io non ho nulla contro il nuovo cinema italiano. Però mi piace molto anche Proietti...)


Addendum pro veritate
SAR Rodelinda, regina dei Longobardi, mi ha imposto di pubblicare la seguente rettifica: "La vicenda del vetraio di via Fauro non dimostra la relazione fra shock di domanda e di offerta, ma l'elasticità della domanda al prezzo in regime di concorrenza monopolistica. In effetti è vero che il vetraio perse il magazzino, ma poteva approvvigionarsi da fornitori lontani da cratere, e vendere ai facoltosi (e tordi) abitanti dei Parioli, i quali, nell'urgenza, non poterono esercitare la loro sovranità di consumatori - con buona pace di Oscarè - e quindi si fecero tosare, dato che in concorrenza monopolistica la curva di offerta non è infinitamente elastica, il che attribuiva al vetraio un certo potere di mercato. Quindi, se vi siete preoccupati per lui, tranquillizzatevi: ora ci fa ciao ciao con la manina da un qualche paradiso tropicale, dove spero abbia avuto il buon senso di ritirarsi".

(...ho creato un mostro...)

martedì 17 maggio 2016

Autorazzismo e lotta di classe

(...da mikez73 ricevo e volentieri pubblico. mikez73 non sono io, per la proprietà riflessiva, cioè perché lui non è me, e infatti ha un figlio che ha l'età che vorrei avesse il mio, mentre il mio non potrà più avere l'età che ha il suo. Quindi qualcuno qui sotto scriverà: "complimenti per il post, professore!". Peché alla fine, anche se mikez73 nella lettera di accompagnamento mi comunica "lo sconcerto che ho provato di fronte all'odio che i sacerdoti della cultura hanno riversato, e continuano a riversare, sul resto del paese da ormai più di due secoli (e oltre, come vedrà)", va anche detto che alla fine #iostocoisacerdotidellacultura. Se laggente leggessero i pezzi che hanno davanti, cominciando da titolo, autore e data, staressimo tutti meglio, perché quello che ci volevano fare ce l'hanno detto in faccia...)


LETTURE PER SERVIRE ALLA STORIA DELL'AUTORAZZISMO ITALIANO

"Gli Italiani sono senza carattere, è il grido di scrittori e politici tra Sette e Ottocento. Carattere, cioè qui, con significativa opzione semantica, tempra, fibra morale."

Così scrive Giulio Bollati nel testo "L'Italiano", apparso nel 1972 nel primo volume ("I caratteri originali") della "Storia d'Italia Einaudi".
Qual è il carattere degli Italiani, si chiede Bollati, e dove se ne possono trovare le origini? Nel suo testo la parola "autorazzismo" non compare mai, però emerge in filigrana abbastanza facilmente, ai nostri occhi, dai passi degli autori che si trovano citati man mano nel testo:

"Insensati che siamo!… Eppure tra questo popolo noi viviamo, questo popolo forma la parte più grande della nostra patria, da cui dipende, vogliamo o non vogliamo, la nostra sussistenza e la difesa nostra; e noi abbiamo core di dormir tranquilli affidando la nostra sussistenza e la difesa nostra a colui che noi stessi reputiamo pieno di ogni vizio ed incapace di ogni virtù?"

Così scrive Vincenzo Cuoco, nel 1802 in uno dei primi articoli del "Giornale Italiano", pubblicato a Milano all'epoca della Repubblica Italiana (ex Cisalpina), quando uno dei primi problemi che si pongono, di fronte alle armate di Napoleone, è quello della coscrizione, cioè della formazione di un esercito, o, nelle parole di Bollati, "come si possa armare il popolo per le necessità della difesa esterna e interna senza che quelle armi si rivolgano contro i committenti."

Ancora Bollati: "La verifica di quello che i liberali-romantici intendevano per 'nazione' e 'popolo' si ebbe in occasione dei moti del 1821 e dei processi che seguirono. Una quota notevole dell'energia dei cospiratori guidati dal Confalonieri fu spesa nell'evitare che il popolo partecipasse alla progettata liberazione di Milano e della Lombardia. Il terrore di una sollevazione popolare li indusse perfino a predisporre 'una legge repressiva sui delitti che si poteano commettere con la stampa'. Il rischio paventato era che gli austriaci e gli aristocratici (proprietari) fossero travolti da una sola ondata di rancore e violenza. Il Borsieri, ideatore del progetto di censura, aveva 'una poco favorevole opinione del carattere morale degli italiani'. Più precisamente pensava che gli italiani

per effetto delle varie forme di governo a cui soggiacquero in breve tempo erano assolutamente così difformi tra loro, così destituiti da ogni forza fisica e morale, che non solo sarebbero incapaci di procacciarsi l'indipendenza, ma abbandonati a se stessi non avrebbero fatto che cadere negli orrori della guerra civile. "

Sounds familiar?

Facciamo un passo indietro, riassumendo e inquadrando il ragionamento di Bollati, il che ci permetterà poi di affondare il coltello nelle carni dell'autorazzismo.

Premessa metodologica: fin dalle prime pagine del suo saggio, Bollati rifugge da una ricerca sulla presunta essenza del "carattere" degli italiani, come fosse un oggetto astorico, immutabile nei secoli. Inutile cercarlo nello sguardo degli stranieri, per esempio, perché la "supposta natura dell'italiano cambia secondo i tempi, i luoghi e, certo non ultima, l'inferenza dell'osservatore." Piuttosto, Bollati si appella alle scienze umane, a metà tra etnografia e psicologia sociale, nel cui ambito "l'essenza, la natura, il carattere, è la forma in cui un gruppo etnico tende a rappresentarsi a se stesso rispondendo al bisogno di costruire e difendere la proprio identità." […]

"Da questo punto di vista sono le caratterizzazioni dell'italiano fornite da italiani quelle che acquistano un valore di gran lunga preminente", non solo per il loro valore sintomatico ma ancor di più per l'incidenza pratica sulla vita di coloro che vengono di volta in volta compresi o esclusi. Bisognerà quindi seguire "il filo conduttore della volontà soggettiva di 'fare gli italiani', secondo la celebre frase di Massimo D'Azeglio posta, non senza ragione, a coronare il fastigio del Risorgimento unitario."

Aggiungiamo una premessa storica: come argomenta Bollati, una delle architravi della coscienza italiana, della sua identità, è l'essere la depositaria della grande civiltà classica (via romanità cristiana, e con tutto il forte etnocentrismo implicato nell'opposizione tra greci-latini e barbari). Ma il primato culturale si deve confrontare con la decadenza sociale e politica, e addirittura, nel '500 (la seconda invasione dei barbari! con buona pace dei moderni manuali di storia), con la perdita della libertà. Nelle parole di Bollati: "Durano ancora oggi gli estremi effetti di questa forma patologica della coscienza italiana (il cui terreno di cultura fu costituito dagli intellettuali, addetti alla conservazione di quella universalità disancorata) e li ritroveremo più avanti. Ora vorrei osservare che nella simultaneità di primato e decadenza, di inferiorità oggettiva ipercompensata da un senso invitto di superiorità, si istituisce uno degli schemi più caratteristici e più stabili dell'intera storia italiana."

Possiamo considerare queste due direttrici, formate da una parte dalla coppia interno/esterno, dall’altra dalla coppia primato/decadenza, come la trama e l’ordito con cui viene tessuto il telo dell’identità italiana. O, per usare un’altra metafora, i poli magnetici attorno a quali oscilleranno e graviteranno  le riflessioni di politici e intellettuali di fronte ai problemi posti dal contesto internazionale (il progresso sociale e politico, la rivoluzione industriale) e da quello interno (come gestire la modernizzazione di una società ancora fondamentalmente agricola, nella produzione e nella struttura sociale, e come, e se, far partecipare il popolo alle magnifiche sorti e progressive?).

Diamo di nuovo la parola a Bollati: "La coscienza collettiva presunto specchio del carattere originario del popolo, diventa un'astrazione mitologica […] e le manifestazioni della coscienza etnica non possono essere ricondotte semplicemente al 'popolo', ma dipendono in misura decisiva da un rapporto interno ad esso: tra liberi e servi, tra governanti e governati, tra dominatori e dominati, tra consapevoli e ignari."

Si potrà osservare allora "la tendenza a produrre industrialmente i sentimenti popolari, a coltivare la 'spontaneità' nella gradazione e secondo gli orientamenti desiderati, tendenza il cui primo avvio si può far risalire al fabbisogno di consenso indispensabile alle rivoluzioni borghesi e alla trasformazione dei vecchi Stati dinastici in nazioni di massa.”
“Da questo punto di vista ogni discorso sull'indole, la natura, il carattere di un popolo appare come una equivoca combinazione di conoscenze e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si pretende che sia.
Nel caso dell'italiano c'è un momento storico preciso in cui il bisogno di constatarne l'esistenza e di definirlo, non bene distinto dall'altro bisogno di crearlo ex novo secondo parametri dati, si manifesta con la maggiore evidenza, ed è all'immediata vigilia e durante il processo di formazione dello Stato nazionale. In quel punto 'italiano' cessò di essere unicamente un vocabolo della tradizione culturale, o la denominazione generica di ciò che era compreso nei confini della penisola, per completare e inverare il suo significato includendovi l'appartenenza a una collettività etnica con personalità politica autonoma. La definizione dell' 'italiano', della 'italianità', divenne in quel punto, tra Settecento e Ottocento, un problema politico dalla cui soluzione dipendeva se lo Stato-nazione Italia avrebbe avuto una identità e un cittadino, e quali, o se sarebbe rimasto una nuda struttura giuridico-diplomatica."

Riassumendo, sono due i metodi per utilizzare, controllandola, la forza naturale del popolo oltre che i suoi servigi (per la produzione e la difesa): le concessioni politiche e l'educazione popolare. Che poi sono uno solo: ottenerne il consenso mediante un'adeguata opera di persuasione.
Ergo, il carattere italiano è frutto, anche e soprattutto, della prospettiva, della pedagogia e della retorica (pre) risorgimentale DI UNA PARTE dell'Italia, alle soglie (e durante) le grandi trasformazioni indotte dalla Rivoluzione Francese prima e dalla Rivoluzione Industriale poi.
Quale parte? Quella che ha facoltà di parola. La Ruling Class, per usare un termine caro ai Merikani: proprietari, letterati, sacerdoti. Nobili e dotti. I signori della terra e della cultura. Infatti, come mostra bene Bollati, il problema sarà sempre traghettare l'Italia verso la modernità, ma conservando le antiche strutture di potere, concedere al popolo quel tanto che basta di libertà politiche e costituzionali per farlo diventare un esercito, una nazione (di lavoratori), ma evitando allo stesso tempo ogni pericolo eversivo. Il problema sarà "educare gli italiani a essere italiani. Essi avranno una loro identità, e un loro carattere, nella misura in cui impareranno dai loro maestri."

Ma perché bisogna educarli, e perché da questa pedagogia e da questa retorica si sedimenterà nella mente di ogni italiano ciò che oggi noi possiamo chiamare autorazzismo?
Bisogna educare il popolo italiano perché in realtà:

è un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario. V'ha bensì un'Italia e una stirpe italiana congiunte di sangue, di religione, di lingua scritta ed illustre; ma divisa di governi, di leggi, d'istituti, di favella popolare, di costumi, di affetti, di consuetudini.

scriverà nel 1844 l'abate Vincenzo Gioberti (Del primato morale e civile degli italiani).

"Nel Primato si manifesta infatti in modo esemplare l'attitudine a considerare astratti gli italiani reali, e reale un'idea astratta dell'Italia, culla della civiltà universale, di cui sono depositari principi e prelati, nobili e borghesi colti, cioè le classi dirigenti e proprietarie e gli intellettuali; il che equivale a stabilire due gradi di italianità, quello unicamente qualificato delle classi alte e quello soltanto oggettuale e vegetativo delle classi popolari. […] Il fatto stesso che ci sia qualcuno che, detentore dell'italianità, stabilisce le norme di appartenenza e amministra le promozioni o le esclusioni, conferma che non tutti sono immediatamente italiani, anche se in teoria possono diventarlo."

Ancora fino a tutto il '700 il popolo italiano non esisteva. Non almeno negli occhi di chi deteneva le chiavi della coscienza italiana:

"Nella sua Descrizione de' costumi italiani (1727), Pietro Calepio" descrive "un'Italia universale e perenne abitata essenzialmente da nobili e dotti […], chi cerchi tra le sue pagine gli altri italiani, non nobili e non dotti, ne troverà scarse e futili notizie: 'Tutto questo [circa i veneziani] appartiene alle famiglie nobili: delle ignobili non dico se non che qui non s'usa, come altrove, occupar le donne nelle botteghe." […] Nel libro di Calepio, le persone plebee recitano se stesse in 'volgari commedie' che muovono le 'risa in eccellenza'. Ne Gl'Italiani di Giuseppe Baretti (1768-69), le troviamo invece affollate in un teatro veneziano dove 'i nobili hanno l'usanza di sputare dai palchetti nella platea'. Il commento del Baretti, che vorrebbe essere di riprovazione, perfeziona ulteriormente l'insulto:

Quest'usanza odiosa e infame non può derivare se non dal disprezzo che ha l'alta nobiltà pel popolo; nondimeno esso tollera con molta pazienza tale insulto; e ciò che più reca sorpresa, si è che esso ama coloro che lo trattano in un modo sì villano: se qualcuno sente sulle mani e sul volto gli effetti di questi oltraggi, non monta sulle furie, ma se ne vendica facendo qualche breve ed arguta esclamazione.

Questo può accadere perché, come si ricava da altri luoghi del libro, gli italiani del popolo sono 'creduli', 'ignoranti', 'superstiziosi'; ma soprattutto perché

naturalmente docili al giogo che loro impone il governo, soffrirebbero le più dure esazioni senza pensar a far tumulto: credo che non vi sia nazione in Europa più sommessa, più pronta ad obbedire e più soggetta a' suoi padroni. Non mi ricordo di aver mai inteso parlare di sedizione popolare in Italia."

Sounds familiar?

E ancora:

“… nell’Antichità non vi è che un solo popolo; nel tempo moderno la società si compone invece di due popoli: l’uno è il Popolo Antico, nel quale il pensiero moderno è costume, abito, sentimento; l’altro è il vero Popolo Moderno, nel quale il moderno pensiero non è che pensiero, ed egli è perciò il Popolo Sovrano… Il secondo popolo pensa il sentimento del primo popolo; ed è perciò il suo sovrano legittimo e naturale.”

Ecco cosa ci dice il De Meis (Il Sovrano, saggio di filosofia politica con riferenza all’Italia, 1868), ovvero, di nuovo, che il popolo italiano “non sussiste, essendo nient’altro (quello Antico) che materiale spento e inerte finché non lo penetrano la luce e l’attività dell’elite pensante (il Popolo Moderno, Sovrano).”

E mentre invochiamo Totò e Eduardo De Filippo per una grande, sonora pernacchia all’elite pensante di allora e di oggi, siamo pronti a scavare l’ultima vena aurifera dell’autorazzismo italico.

Sì perché, tenuto conto “che ‘popolo’, fino a tempi relativamente vicini a noi, indica in Italia essenzialmente, anche se non solo, i contadini, il doppio popolo può ancora presentarsi nella contrapposizione tra città e campagna […] così che la classe più duramente sfruttata e oppressa è anche quella che gli sfruttatori hanno per secoli più ferocemente schernita e quotata a livelli pressoché subumani.”

Una sintesi per tutte le calunnie in danno dei contadini le possiamo trovare nella Piazza universale di tutte le professioni (1587) del Garzoni:

…il contadino o villano è da meno che un plebeo, perché il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento… Il villano è sordido quanto dir si possa… si muta camiscia se non allo spuntar delle lustre… la qual cosa avviene una volta l'anno… I villani hanno la coscienza grossa et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni, che gli induce a fornicar con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partir da messa innanzi all'ite missa est.”

Sounds familiar? Furbi e ladroni. Anno di grazia 1587.

Potremmo concludere quindi che l'autorazzismo non è dovuto al senso di inferiorità nei confronti degli altri popoli (conflitto esterno) ma al senso di superiorità di una razza italiana sull'altra (conflitto interno). In realtà abbiamo detto che di autorazzismo Bollati non parla mai (com’è giusto che sia, trattando un’epoca in cui il concetto non aveva senso), MA una sua citazione viene in soccorso, quando parla dei “due popoli”:

“Tutto il discorso può essere trascritto nella metafora delle due ‘razze’, nel senso in cui la impiega Gramsci quando scrive:

Negli intellettuali italiani l'espressione 'umili' indica un rapporto di protezione paterna e paternale, il sentimento 'sufficiente' di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze una ritenuta superiore e l'altra inferiore. (Letteratura e vita nazionale)

Ecco, Gramsci sì che può parlare di “razze”, essendo pensatore novecentesco. Inoltre, due piccioni con una fava, abbiamo guadagnato il suo suggello pure  al concetto di “paternalismo”. Amen.

Ite missa est.



P.S.
Il saggio di Bollati venne poi pubblicato in volume nel 1983 con lo stesso titolo, L’Italiano – il carattere nazionale come storia e come invenzione, per le edizioni Einaudi. Una nuova edizione uscì nel 2011, anno delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Per l’occasione, la casa editrice organizzò un convegno, durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, a cui parteciparono nomi di spicco della cultura italiana e i cui interventi (o almeno un loro estratto) si possono trovare sul sito dell’Einaudi.
Il primo, visto che sono presentati in rigoroso ordine alfabetico, è di Asor Rosa, critico letterario famoso non solo per il cognome palindromo ma anche per aver scritto il saggio “Scrittori e popolo”.
Ebbene, ho trovato il suo intervento francamente allucinante, soprattutto alla luce della lettura del libro di Bollati. Si sa, era il tempo in cui Abbelluscone era la fonte di ogni male…

Gli italiani a loro volta si dividono in due specie nettamente distinte, anzi, più esattamente, contrapposte: quelli che troverebbero opportuno fondere le due cose, l’alto e il basso, l’identità culturale e l’identità nazionale, la cultura e la politica, e a questo fine lottano, si battono ed eventualmente sono disposti a morire; e quelli ai quali nulla importa di meno che raggiungere tali obiettivi. Chiamo i primi italiani, i secondi non italiani.
 […]
Gli italiani non sono mai stati capaci di una normalità nobile, elevata, produttiva. In Italia la normalità produce mediocrità e la mediocrità produce decadenza. E nella decadenza il potere passa o resta più facilmente nelle mani dei non italiani; e i non italiani contagiano più facilmente gli italiani.
 Oggi che il governo del paese è nelle mani dei non italiani, e non c’è un forte ceto politico, e non c’è una forte classe intellettuale, bisognerà lavorare sodo e a lungo, e con grande pazienza, perché, diversamente dal passato, questa maggioranza torni a essere, e per le vie normali, una maggioranza di italiani.

Sembra scritto nel 1802. O nel 1587. Con lo stesso schema concettuale reperito da Bollati.
Oggi, quando ci si può sciacquare la bocca con termini più alla moda, come “opinion makers”, “propaganda”, stupefà la persistenza secolare non solo di modi di dire, di frasi fatte, ma di un medesimo atteggiamento: come non pensare alla Lucia Annunziata che rivendica il suo dovere non di informare ma di educare il popolo italiano (purtroppo cito a memoria, non riesco a trovare la citazione esatta); come non pensare ai fondatori di giornali che sputano sul resto del paese dal loro palchetto della domenica, ogni domenica?



(...ma infatti noi ci pensiamo, e ogni giorno li raccomandiamo a Dio nelle nostre preghiere. Ora capite quello che del resto Vladimiro Giacchè ha espresso benissimo nel suo Anschluss, in un brano che riprendo ne "L'Italia può farcela". Con buona pace della sinistra subalterna, che va in deliquescenza appena vede apparire lo spettro dei nazionalismi - i cretini lo dicono al plurale - la distruzione dell'identità di un popolo è uno strumento di dominio e di controllo sociale da parte delle élite. Vale fra paesi (Germania Ovest e Germania Est, Germania unificata e Grecia, ecc.) e vale dentro i paesi, dove il problema di come armare le persone per combattere le guerre del capitale senza che le stesse persone rivolgessero quelle armi contro il capitale è stato brillantemente risolto anche grazie, guarda un po', all'autorazzismo! Credo che di questo Marx fosse consapevole, e ne abbiamo già parlato. Peraltro, come avrete notato, prima che sparisse il contante è sparita la leva obbligatoria: ora gli eserciti sono fatti di "contractors". Non si vuole usare il termine italiano: mercenari, per il semplice motivo che se lo si usasse sarebbe troppo evidente che stiamo tornando a quel periodo della storia dal quale gli stati nazionali ci hanno fatto uscire: il medioevo...)