(...d
a mikez73 ricevo e volentieri pubblico. mikez73 non sono io, per la proprietà riflessiva, cioè perché lui non è me, e infatti ha un figlio che ha l'età che vorrei avesse il mio, mentre il mio non potrà più avere l'età che ha il suo. Quindi qualcuno qui sotto scriverà: "complimenti per il post, professore!". Peché alla fine, anche se mikez73 nella lettera di accompagnamento mi comunica "lo sconcerto che ho provato di fronte all'odio che i sacerdoti della cultura hanno riversato, e continuano a riversare, sul resto del paese da ormai più di due secoli (e oltre, come vedrà)", va anche detto che alla fine #iostocoisacerdotidellacultura. Se laggente leggessero i pezzi che hanno davanti, cominciando da titolo, autore e data, staressimo tutti meglio, perché quello che ci volevano fare ce l'hanno detto in faccia...)
LETTURE PER SERVIRE ALLA STORIA
DELL'AUTORAZZISMO ITALIANO
"Gli Italiani sono senza
carattere, è il grido di scrittori e politici tra Sette e Ottocento. Carattere,
cioè qui, con significativa opzione semantica, tempra, fibra morale."
Così scrive Giulio Bollati nel testo
"L'Italiano", apparso nel 1972 nel primo volume ("I caratteri
originali") della "Storia d'Italia Einaudi".
Qual è il carattere degli Italiani,
si chiede Bollati, e dove se ne possono trovare le origini? Nel suo testo la
parola "autorazzismo" non compare mai, però emerge in filigrana
abbastanza facilmente, ai nostri occhi, dai passi degli autori che si trovano
citati man mano nel testo:
"Insensati
che siamo!… Eppure tra questo popolo noi viviamo, questo popolo forma la parte
più grande della nostra patria, da cui dipende, vogliamo o non vogliamo, la
nostra sussistenza e la difesa nostra; e noi abbiamo core di dormir tranquilli
affidando la nostra sussistenza e la difesa nostra a colui che noi stessi
reputiamo pieno di ogni vizio ed
incapace di ogni virtù?"
Così scrive Vincenzo Cuoco, nel 1802
in uno dei primi articoli del "Giornale Italiano", pubblicato a
Milano all'epoca della Repubblica Italiana (ex Cisalpina), quando uno dei primi
problemi che si pongono, di fronte alle armate di Napoleone, è quello della
coscrizione, cioè della formazione di un esercito, o, nelle parole di Bollati,
"come si possa armare il popolo per le necessità della difesa esterna e
interna senza che quelle armi si rivolgano contro i committenti."
Ancora Bollati: "La verifica di
quello che i liberali-romantici intendevano per 'nazione' e 'popolo' si ebbe in
occasione dei moti del 1821 e dei processi che seguirono. Una quota notevole
dell'energia dei cospiratori guidati dal Confalonieri fu spesa nell'evitare che
il popolo partecipasse alla progettata liberazione di Milano e della Lombardia.
Il terrore di una sollevazione popolare li indusse perfino a predisporre 'una
legge repressiva sui delitti che si poteano commettere con la stampa'. Il
rischio paventato era che gli austriaci e gli aristocratici (proprietari)
fossero travolti da una sola ondata di rancore e violenza. Il Borsieri,
ideatore del progetto di censura, aveva 'una poco favorevole opinione del
carattere morale degli italiani'. Più precisamente pensava che gli italiani
per effetto delle
varie forme di governo a cui soggiacquero in breve tempo erano assolutamente
così difformi tra loro, così destituiti
da ogni forza fisica e morale, che non solo sarebbero incapaci di procacciarsi
l'indipendenza, ma abbandonati a se stessi non avrebbero fatto che cadere
negli orrori della guerra civile. "
Sounds familiar?
Facciamo un passo indietro,
riassumendo e inquadrando il ragionamento di Bollati, il che ci permetterà poi
di affondare il coltello nelle carni dell'autorazzismo.
Premessa metodologica: fin dalle
prime pagine del suo saggio, Bollati rifugge da una ricerca sulla presunta
essenza del "carattere" degli italiani, come fosse un oggetto
astorico, immutabile nei secoli. Inutile cercarlo nello sguardo degli stranieri,
per esempio, perché la "supposta natura dell'italiano cambia secondo i
tempi, i luoghi e, certo non ultima, l'inferenza dell'osservatore."
Piuttosto, Bollati si appella alle scienze umane, a metà tra etnografia e
psicologia sociale, nel cui ambito "l'essenza, la natura, il carattere, è
la forma in cui un gruppo etnico tende a rappresentarsi a se stesso rispondendo
al bisogno di costruire e difendere la proprio identità." […]
"Da questo punto di vista sono
le caratterizzazioni dell'italiano fornite da italiani quelle che acquistano un
valore di gran lunga preminente", non solo per il loro valore sintomatico
ma ancor di più per l'incidenza pratica sulla vita di coloro che vengono di
volta in volta compresi o esclusi. Bisognerà quindi seguire "il filo
conduttore della volontà soggettiva di 'fare gli italiani', secondo la celebre
frase di Massimo D'Azeglio posta, non senza ragione, a coronare il fastigio del
Risorgimento unitario."
Aggiungiamo una premessa storica: come
argomenta Bollati, una delle architravi della coscienza italiana, della sua
identità, è l'essere la depositaria della grande civiltà classica (via romanità
cristiana, e con tutto il forte etnocentrismo implicato nell'opposizione tra
greci-latini e barbari). Ma il primato culturale si deve confrontare con la
decadenza sociale e politica, e addirittura, nel '500 (la seconda invasione dei
barbari! con buona pace dei moderni manuali di storia), con la perdita della
libertà. Nelle parole di Bollati: "Durano ancora oggi gli estremi effetti
di questa forma patologica della coscienza italiana (il cui terreno di cultura
fu costituito dagli intellettuali, addetti alla conservazione di quella
universalità disancorata) e li ritroveremo più avanti. Ora vorrei osservare che
nella simultaneità di primato e decadenza, di inferiorità oggettiva
ipercompensata da un senso invitto di superiorità, si istituisce uno degli
schemi più caratteristici e più stabili dell'intera storia italiana."
Possiamo considerare queste due
direttrici, formate da una parte dalla coppia interno/esterno, dall’altra dalla
coppia primato/decadenza, come la trama e l’ordito con cui viene tessuto il
telo dell’identità italiana. O, per usare un’altra metafora, i poli magnetici
attorno a quali oscilleranno e graviteranno
le riflessioni di politici e intellettuali di fronte ai problemi posti
dal contesto internazionale (il progresso sociale e politico, la rivoluzione
industriale) e da quello interno (come gestire la modernizzazione di una
società ancora fondamentalmente agricola, nella produzione e nella struttura
sociale, e come, e se, far partecipare il popolo alle magnifiche sorti e
progressive?).
Diamo di nuovo la parola a Bollati:
"La coscienza collettiva presunto specchio del carattere originario del
popolo, diventa un'astrazione mitologica […] e le manifestazioni della
coscienza etnica non possono essere ricondotte semplicemente al 'popolo', ma
dipendono in misura decisiva da un rapporto interno ad esso: tra liberi e
servi, tra governanti e governati, tra dominatori e dominati, tra consapevoli e
ignari."
Si potrà osservare allora "la
tendenza a produrre industrialmente i sentimenti popolari, a coltivare la
'spontaneità' nella gradazione e secondo gli orientamenti desiderati, tendenza
il cui primo avvio si può far risalire al fabbisogno di consenso indispensabile
alle rivoluzioni borghesi e alla trasformazione dei vecchi Stati dinastici in
nazioni di massa.”
“Da questo punto di vista ogni
discorso sull'indole, la natura, il carattere di un popolo appare come una
equivoca combinazione di conoscenze e di prescrizione, di scienza e di comando.
Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi
di dosaggio da ciò che si pretende che sia.
Nel caso dell'italiano c'è un momento
storico preciso in cui il bisogno di constatarne l'esistenza e di definirlo,
non bene distinto dall'altro bisogno di crearlo ex novo secondo parametri dati,
si manifesta con la maggiore evidenza, ed è all'immediata vigilia e durante il
processo di formazione dello Stato nazionale. In quel punto 'italiano' cessò di
essere unicamente un vocabolo della tradizione culturale, o la denominazione
generica di ciò che era compreso nei confini della penisola, per completare e inverare
il suo significato includendovi l'appartenenza a una collettività etnica con
personalità politica autonoma. La definizione dell' 'italiano', della
'italianità', divenne in quel punto, tra Settecento e Ottocento, un problema
politico dalla cui soluzione dipendeva se lo Stato-nazione Italia avrebbe avuto
una identità e un cittadino, e quali, o se sarebbe rimasto una nuda struttura
giuridico-diplomatica."
Riassumendo, sono due i metodi per
utilizzare, controllandola, la forza naturale del popolo oltre che i suoi
servigi (per la produzione e la difesa): le concessioni politiche e
l'educazione popolare. Che poi sono uno solo: ottenerne il consenso mediante
un'adeguata opera di persuasione.
Ergo, il carattere italiano è frutto,
anche e soprattutto, della prospettiva, della pedagogia e della retorica (pre)
risorgimentale DI UNA PARTE dell'Italia, alle soglie (e durante) le grandi
trasformazioni indotte dalla Rivoluzione Francese prima e dalla Rivoluzione
Industriale poi.
Quale parte? Quella che ha facoltà di
parola. La Ruling Class, per usare un termine caro ai Merikani: proprietari,
letterati, sacerdoti. Nobili e dotti. I signori della terra e della cultura.
Infatti, come mostra bene Bollati, il problema sarà sempre traghettare l'Italia
verso la modernità, ma conservando le antiche strutture di potere, concedere al
popolo quel tanto che basta di libertà politiche e costituzionali per farlo
diventare un esercito, una nazione (di lavoratori), ma evitando allo stesso
tempo ogni pericolo eversivo. Il problema sarà "educare gli italiani a
essere italiani. Essi avranno una loro identità, e un loro carattere, nella
misura in cui impareranno dai loro maestri."
Ma perché bisogna educarli, e perché
da questa pedagogia e da questa retorica si sedimenterà nella mente di ogni
italiano ciò che oggi noi possiamo chiamare autorazzismo?
Bisogna educare il popolo italiano
perché in realtà:
è un desiderio e
non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so
pur se si trovi nel nostro vocabolario. V'ha bensì un'Italia e una stirpe
italiana congiunte di sangue, di religione, di lingua scritta ed illustre; ma
divisa di governi, di leggi, d'istituti, di favella popolare, di costumi, di
affetti, di consuetudini.
scriverà nel 1844 l'abate Vincenzo
Gioberti (Del primato morale e civile
degli italiani).
"Nel Primato si manifesta
infatti in modo esemplare l'attitudine a considerare astratti gli italiani
reali, e reale un'idea astratta dell'Italia, culla della civiltà universale, di
cui sono depositari principi e prelati, nobili e borghesi colti, cioè le classi
dirigenti e proprietarie e gli intellettuali; il che equivale a stabilire due
gradi di italianità, quello unicamente qualificato delle classi alte e quello
soltanto oggettuale e vegetativo delle classi popolari. […] Il fatto stesso che
ci sia qualcuno che, detentore dell'italianità, stabilisce le norme di
appartenenza e amministra le promozioni o le esclusioni, conferma che non tutti
sono immediatamente italiani, anche se in teoria possono diventarlo."
Ancora fino a tutto il '700 il popolo
italiano non esisteva. Non almeno negli occhi di chi deteneva le chiavi della
coscienza italiana:
"Nella sua Descrizione de' costumi italiani (1727), Pietro Calepio"
descrive "un'Italia universale e perenne abitata essenzialmente da nobili
e dotti […], chi cerchi tra le sue pagine gli altri italiani, non nobili e non
dotti, ne troverà scarse e futili notizie: 'Tutto
questo [circa i veneziani] appartiene alle famiglie nobili: delle ignobili non
dico se non che qui non s'usa, come altrove, occupar le donne nelle botteghe."
[…] Nel libro di Calepio, le persone plebee recitano se stesse in 'volgari
commedie' che muovono le 'risa in eccellenza'. Ne Gl'Italiani di Giuseppe Baretti (1768-69), le troviamo invece
affollate in un teatro veneziano dove 'i nobili hanno l'usanza di sputare dai
palchetti nella platea'. Il commento del Baretti, che vorrebbe essere
di riprovazione, perfeziona ulteriormente l'insulto:
Quest'usanza
odiosa e infame non può derivare se non dal disprezzo che ha l'alta nobiltà pel
popolo; nondimeno esso tollera con molta pazienza tale insulto; e ciò che più
reca sorpresa, si è che esso ama coloro che lo trattano in un modo sì villano:
se qualcuno sente sulle mani e sul volto gli effetti di questi oltraggi, non
monta sulle furie, ma se ne vendica facendo qualche breve ed arguta esclamazione.
Questo può accadere perché, come si
ricava da altri luoghi del libro, gli italiani del popolo sono 'creduli', 'ignoranti', 'superstiziosi';
ma soprattutto perché
naturalmente
docili al giogo che loro impone il governo, soffrirebbero le più dure esazioni
senza pensar a far tumulto: credo che non vi sia nazione in Europa più
sommessa, più pronta ad obbedire e più soggetta a' suoi padroni. Non mi ricordo
di aver mai inteso parlare di sedizione popolare in Italia."
Sounds familiar?
E ancora:
“…
nell’Antichità non vi è che un solo popolo; nel tempo moderno la società si
compone invece di due popoli: l’uno è il Popolo Antico, nel quale il pensiero
moderno è costume, abito, sentimento; l’altro è il vero Popolo Moderno, nel
quale il moderno pensiero non è che pensiero, ed egli è perciò il Popolo
Sovrano… Il secondo popolo pensa il sentimento del primo popolo; ed è perciò il
suo sovrano legittimo e naturale.”
Ecco cosa ci dice il De Meis (Il Sovrano, saggio di filosofia politica con riferenza all’Italia, 1868), ovvero,
di nuovo, che il popolo italiano “non sussiste, essendo nient’altro (quello
Antico) che materiale spento e inerte finché non lo penetrano la luce e
l’attività dell’elite pensante (il Popolo Moderno, Sovrano).”
E mentre invochiamo Totò e Eduardo De
Filippo per una grande, sonora pernacchia all’elite pensante di allora e di
oggi, siamo pronti a scavare l’ultima vena aurifera dell’autorazzismo italico.
Sì perché, tenuto conto “che ‘popolo’,
fino a tempi relativamente vicini a noi, indica in Italia essenzialmente, anche
se non solo, i contadini, il doppio popolo può ancora presentarsi nella
contrapposizione tra città e campagna […] così che la classe più duramente
sfruttata e oppressa è anche quella che gli sfruttatori hanno per secoli più
ferocemente schernita e quotata a livelli pressoché subumani.”
Una sintesi per tutte le calunnie in
danno dei contadini le possiamo trovare nella Piazza universale di tutte le professioni (1587) del Garzoni:
…il
contadino o villano è da meno che un plebeo, perché il plebeo riposa pur la
domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al
frumento… Il villano è sordido quanto dir si possa… si muta camiscia se non
allo spuntar delle lustre… la qual cosa avviene una volta l'anno… I villani
hanno la coscienza grossa et massime nel pigliar la robba del padrone,
servendosi di quella ordinaria ragione che son troppo aggravati et angariati da
lui. Questa è quella che gli fa diventar
furbi et ladroni, che gli induce a fornicar con le mogli dei vicini, a
tornar Gomorra in piedi, a partir da messa innanzi all'ite missa est.”
Sounds familiar? Furbi e ladroni. Anno
di grazia 1587.
Potremmo
concludere quindi che l'autorazzismo non è dovuto al senso di inferiorità nei
confronti degli altri popoli (conflitto esterno) ma al senso di superiorità di
una razza italiana sull'altra (conflitto interno). In realtà abbiamo detto che
di autorazzismo Bollati non parla mai (com’è giusto che sia, trattando un’epoca
in cui il concetto non aveva senso), MA una sua citazione viene in soccorso,
quando parla dei “due popoli”:
“Tutto il discorso può essere trascritto
nella metafora delle due ‘razze’, nel senso in cui la impiega Gramsci quando
scrive:
Negli
intellettuali italiani l'espressione 'umili' indica un rapporto di protezione
paterna e paternale, il sentimento 'sufficiente' di una propria indiscussa
superiorità, il rapporto come tra due razze una ritenuta superiore e l'altra
inferiore. (Letteratura e vita nazionale)
Ecco, Gramsci
sì che può parlare di “razze”, essendo pensatore novecentesco. Inoltre, due
piccioni con una fava, abbiamo guadagnato il suo suggello pure al concetto di “paternalismo”. Amen.
Ite missa
est.
P.S.
Il saggio
di Bollati venne poi pubblicato in volume nel 1983 con lo stesso titolo, L’Italiano – il carattere nazionale come
storia e come invenzione, per le edizioni Einaudi. Una nuova edizione uscì nel
2011, anno delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità
d’Italia. Per l’occasione, la casa editrice organizzò un convegno, durante il
Salone Internazionale del Libro di Torino, a cui parteciparono nomi di spicco
della cultura italiana e i cui interventi (o almeno un loro estratto) si possono
trovare sul sito dell’Einaudi.
Il primo,
visto che sono presentati in rigoroso ordine alfabetico, è di Asor Rosa,
critico letterario famoso non solo per il cognome palindromo ma anche per aver
scritto il saggio “Scrittori e popolo”.
Ebbene, ho
trovato il suo intervento francamente allucinante, soprattutto alla luce della
lettura del libro di Bollati. Si sa, era il tempo in cui Abbelluscone era la
fonte di ogni male…
Gli italiani a
loro volta si dividono in due specie nettamente distinte, anzi, più esattamente,
contrapposte: quelli che troverebbero opportuno fondere le due cose, l’alto e
il basso, l’identità culturale e l’identità nazionale, la cultura e la
politica, e a questo fine lottano, si battono ed eventualmente sono disposti a
morire; e quelli ai quali nulla importa di meno che raggiungere tali obiettivi.
Chiamo i primi italiani, i secondi non italiani.
[…]
Gli italiani non sono mai stati
capaci di una normalità nobile, elevata, produttiva. In Italia la normalità
produce mediocrità e la mediocrità produce decadenza. E nella decadenza il
potere passa o resta più facilmente nelle mani dei non italiani; e i non
italiani contagiano più facilmente gli italiani.
Oggi che il governo del paese
è nelle mani dei non italiani, e non c’è un forte ceto politico, e non c’è una
forte classe intellettuale, bisognerà lavorare sodo e a lungo, e con grande
pazienza, perché, diversamente dal passato, questa maggioranza torni a essere,
e per le vie normali, una maggioranza di italiani.
Sembra
scritto nel 1802. O nel 1587. Con lo stesso schema concettuale reperito da
Bollati.
Oggi,
quando ci si può sciacquare la bocca con termini più alla moda, come “opinion
makers”, “propaganda”, stupefà la persistenza secolare non solo di modi di
dire, di frasi fatte, ma di un medesimo atteggiamento: come non pensare alla
Lucia Annunziata che rivendica il suo dovere non di informare ma di educare il
popolo italiano (purtroppo cito a memoria, non riesco a trovare la citazione
esatta); come non pensare ai fondatori di giornali che sputano sul resto del
paese dal loro palchetto della domenica, ogni domenica?
(...
ma infatti noi ci pensiamo, e ogni giorno li raccomandiamo a Dio nelle nostre preghiere. Ora capite quello che del resto Vladimiro Giacchè ha espresso benissimo nel suo Anschluss, in un brano che riprendo ne "L'Italia può farcela". Con buona pace della sinistra subalterna, che va in deliquescenza appena vede apparire lo spettro dei nazionalismi - i cretini lo dicono al plurale - la distruzione dell'identità di un popolo è uno strumento di dominio e di controllo sociale da parte delle élite. Vale fra paesi (Germania Ovest e Germania Est, Germania unificata e Grecia, ecc.) e vale dentro i paesi, dove il problema di come armare le persone per combattere le guerre del capitale senza che le stesse persone rivolgessero quelle armi contro il capitale è stato brillantemente risolto anche grazie, guarda un po', all'autorazzismo! Credo che di questo Marx fosse consapevole, e ne abbiamo già parlato. Peraltro, come avrete notato, prima che sparisse il contante è sparita la leva obbligatoria: ora gli eserciti sono fatti di "contractors". Non si vuole usare il termine italiano: mercenari, per il semplice motivo che se lo si usasse sarebbe troppo evidente che stiamo tornando a quel periodo della storia dal quale gli stati nazionali ci hanno fatto uscire: il medioevo...)