A distanza di cinque anni, potrei riscrivervi lo stesso post: stesso sospiro di sollievo, stessa esultanza dei piddini, stessa retorica dell'"adesso si cambia sul serio"... Non lo scrivo perché questa volta lo ha fatto Marcello Foa (qui), e non credo ci sia moltissimo da aggiungere alla sua analisi.
Vi ricordo che dopo la "svolta" di Hollande, da noi prontamente inquadrata come fasulla, all'Economist occorsero sei mesi per capire che aria tirava (la famosa copertina), e due anni dopo erano tutti d'accordo con noi: il compagno Hollande l'Europa non l'aveva cambiata (ci facemmo un altro QED, il 27°). È un po' desolante constatare quanto sia vero che la storia insegna ma non ha allievi. Di lezioni, da quanto è successo, se ne potrebbero trarre molte. L'elemento più interessante dal punto di vista politico è il suicidio della Le Pen in diretta televisiva nel corso del secondo dibattito. Io non so che dibattito abbiano visto molti di voi. Io ho visto quello in francese, nel quale fin dalle prime battute la Le Pen ha percorso una strada chiaramente inefficace. Non ho idea del perché l'abbia fatto. Temo però che la risposta sia sempre la solita: fare l'opposizione al proprio governo nazionale è un mestiere molto più comodo che non opporsi allo Zeitgeist. Sicuramente ha giocato un ruolo la scarsa preparazione nel campo determinante per orientare il voto (o la scarsa volontà di entrarci, magari determinata da una errata percezione delle priorità). L'analisi di Agénor sul blog di a/simmetrie mostra che le determinanti socioeconomiche erano state fondamentali al primo turno (e tali si poteva presumere che restassero al secondo). L'incapacità della Le Pen di spiegare cosa volesse effettivamente fare dell'euro, la sua incredibile inefficacia di approfittare delle tante palle "alzate" da Macron (quando questi ha ammesso l'esistenza di disoccupazione di massa, ci voleva tanto a chiarire che questa è funzionale al progetto europeo?), hanno determinato un risultato peggiore del prevedibile.
Riusciranno i nostri leader, di qualsiasi colore, a capire che quello economico non è un tema residuale? Anche in Italia abbiamo evidenze analoghe a quelle raccolte da Agénor. Riusciranno a capire che dall'estero non arriverà la cavalleria a salvarli, ma, come ci ammonisce regolarmente Andrea Mazzalai, una nuova crisi alla quale, in queste condizioni, saremo costretti a rispondere con altri cinque punti di disoccupazione in più? Indipendentemente da questo, riusciranno a capire che le divergenze fra paesi membri e dentro i paesi membri sono destinate comunque a crescere, rendendo al tempo stesso più costosa (e quindi meno proponibile e sostenibile politicamente) un'Europa federale, e più probabile una disgregazione violenta, quando la polarizzazione dei redditi diventerà a sua volta politicamente insostenibile?
Quello che qui non si può dire, Dani Rodrik a Harvard può permettersi di dirlo: "Gli economisti sanno da tempo che un tasso di cambio gestito male può essere disastroso per la crescita economica". Il suo contributo, suo di lui, di Rodrik, sarebbe quello di dimostrare che non solo un cambio sopravvalutato deprime la crescita, ma (udite, udite!) un cambio sottovalutato la stimola! Che novità! Qual è la conseguenza pratica, qui e ora, di questo brillante risultato teorico dimostrato utilizzando dati dell'universo mondo? Semplice! Siccome la moneta unica ha, per definizione, un valore intermedio fra quello delle economie più forti e di quelle più deboli, essa è debole per le forti (stimolandone la crescita) e forte per le deboli (ostacolandone la crescita). Questo ci spiegano i migliori ad Harvard: che la tendenza alla disgregazione reale dell'Eurozona, cioè alla divergenza delle sue economie (le migliori staranno meglio e le peggiori peggio), è oggettiva, e che non c'è nulla che possa renderla politicamente sostenibile, tranne la volontà dei paesi deboli di assoggettarsi in qualità di colonie alla potenza egemone (come è successo alla Grecia).
Questo esito è politicamente proponibile? In particolare, agli USA farà comodo confrontarsi con un IV Reich?
Io ho posto la domanda, e non sta a me dare la risposta. Lasciamone parlare i politologi. "A me col dolcificante, grazie!".
Quanto a noi, vorrei solo riportare qui, brevemente, un cruscotto della situazione macroeconomica francese, per valutare se le tensioni che Macron si trova a dover gestire sono di un ordine di grandezza analogo a quelle che Hollande fronteggiava.
Che Francia eredita Macron da Hollande?
Partiamo dal solito grafico, quello dei saldi settoriali (spiegato mille volte a partire da qui), che nel caso francese avevamo considerato qui e qui (il secondo link è utile perché dà una presentazione succinta dello strumento e delle fonti dei dati). All'epoca dell'elezione di Hollande (maggio 2012) la situazione era abbastanza maiala (ma non nel senso di majalis), come ricorderete. Vi fornisco qui il grafico dei saldi settoriali tratto dalla versione aprile 2012 del WEO, con le previsioni a cinque anni (cioè ad oggi):
Che capolavoro di wishful thinking! Per il Fmi, Hollande, facendo cambiare verso all'Europa, nel suo mandato avrebbe riportato tutti i saldi settoriali all'equilibrio: una correzione di circa 4 punti di Pil avrebbe riportato in equilibrio il deficit pubblico (risparmio netto negativo del settore pubblico, la linea arancione), mentre il risparmio netto del settore privato sarebbe anche lui diminuito (per effetto, si suppone, di una ripresa dei consumi e degli investimenti: è la linea blu), con una correzione di circa -2.5 punti di Pil, e così, essendo i settori interni in equilibrio finanziario, la Francia avrebbe smesso di importare capitali (la linea verde sarebbe scesa verso lo zero, con una correzione di -1.5 punti di Pil).
I dati di oggi ci dicono che le cose non sono andate esattamente così. Prima di riproporvi il grafico a oggi (con il disegnino di quello che ci aspetta nel futuro) confronto con voi le correzioni dei saldi che il Fmi si attendeva nel 2012, con quelle che ci riporta nel 2017.
La correzione del saldo pubblico è stata meno della metà di quella attesa, e la correzione del saldo estero pressoché inesistente, il che significa che la Francia continua a essere una importatrice netta di capitali dall'estero.
Ma naturalmente cosa si aspetta il Fmi dal quinquennato di Macron? Questo:
Ne traiamo due conclusioni. La prima è che lavorare al Fmi è una pacchia (soprattutto considerando che non è chiaro dove si paghino le tasse): quando devi fare una previsione, tiri una linea che va da dove sei arrivato allo zero, e fine lì! Altro che stimare equazioni, modelli, rompersi il capo sugli scenari politici...
La seconda è quella del grafico precedente: Hollande ha lasciato la Francia (e in particolare il suo saldo estero) più o meno dove l'ha trovata. Non poteva fare diversamente, d'altra parte: le tendenze sono oggettive. Senza riallineamento del cambio, la competitività non migliora: e in assenza di miglioramento della competitività, la domanda estera manca, e bisogna supplire con l'altra fonte di domanda autonoma, il deficit pubblico. I due studi più recenti sul tema, quello di El-Shagi et al. (2016), che abbiamo visto qui, e quello di Durand e Villemot (2016), che trovate qui, stimano che l'euro per la Francia sia sopravvalutato dal 3.6% all'11% (a seconda dei metodi di calcolo). In entrambi i casi, più di quanto non lo sia per l'Italia.
Naturalmente se accennate questa cosa agli esperti che frequentano certi blog, la risposta sarà una scrollata di spalle. "Ma come!" vi diranno: "Non vedete che i REER sono perfettamente allineati?" E vi mostreranno un grafico di questo tipo:
nel quale gli errori principali sono tre. Il primo è che non ha senso includere lo zero nell'asse delle ordinate, perché in questo modo si "schiaccia" la dinamica delle variabili, che è esattamente quello che un indice deve mostrare. Il secondo è che la scelta della base crea una illusione ottica: se come base di un indice si prende l'ultimo anno del campione (o un anno vicino alla fine del campione), gli indici per forza di cose appariranno convergenti verso il valore 100 che arbitrariamente si dà loro nell'anno base (e che ovviamente non è - essendo arbitrario - un valore di "equilibrio").
Basta però cambiare base (prendendola all'inizio del campione), e le cose si presentano in modo lievemente diverso:
Qui risulta una persistente divergenza fra tassi di cambio effettivi reali, che vede quello italiano apprezzato rispetto a quello medio dell'Eurozona (RBXM), e quello tedesco deprezzato rispetto alla media e rispetto alla Francia, che nel quinquennato di Hollande non riesce a raggiungere (verso il basso) il proprio fratello coltello (la Germania). Nota che in entrambi i casi i dati dicono la stessa cosa: che dal 1994 al 2017 il cambio effettivo reale francese si è deprezzato del 14% e quello tedesco del 17% (cioè di più). Tuttavia la prima presentazione dei dati è involontariamente disonesta perché mira a suggerire una convergenza verso l'equilibrio che nel caso in questione è un mero artefatto grafico: non esiste infatti alcun motivo per il quale 100 possa essere considerato un valore di equilibrio (la disonestà è certamente involontaria perché, come i fatti dimostrano, normalmente chi parla di REER non sa di cosa stia parlando, non ha una preparazione specifica in economia, non ha esperienza di ricerca in economia internazionale, non ha idea di come funzionino i numeri indici e ignora in generale i rudimenti della statistica economica: quindi non può nemmeno essere disonesto, lui, mentre eventualmente si può pensare che ci sia un po' di slealtà intellettuale in chi gli dà un pulpito: ma questo è il mercato, che, come sapete, nel lungo periodo sa curare le sue storture!)
Il terzo motivo per il quale il grafico degli esperti da bar in realtà dice poco è che se si parla di tensioni interne all'Eurozona non ha molto senso osservare il REER (real effective exchange rate), dato che questo esprime la competitività del paese rispetto a tutti i partner commerciali, e quindi risente anche di eventi "esterni" all'Eurozona, come la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro (che non altera il rapporto valutario fra Francia e Germania). Sarebbe più utile osservare un RER bilaterale fra Francia e Germania (dove, appunto, manca la e di effective, perché quello che ci interessa non è l'effettivo - erga omnes - ma il bilaterale).
Dati disponibili non ce ne sono, ma un'idea la si può ricavare rapidamente in due modi. Il primo è prendere il rapporto fra i cambi effettivi. Dato che il REER francese è Pf/Pw (prezzi Francia su prezzi mondo) e il tedesco è Pg/Pw (prezzi Germania su prezzi mondo), prendendo il rapporto di queste due grandezze Pw si semplifica e restiamo con Pf/Pg (i limiti di questo approccio ve li dico dopo). Se operiamo così, otteniamo un grafico di questo tipo:
ed emerge chiara la tendenza "rivalutazionista" (per usare il termine introdotto nel dibattito da un brillante civil servant) della Francia, cioè la sua progressiva perdita di competitività rispetto alla Germania. Questa tendenza si interrompe nel 2012, in effetti (quindi Hollande qualcosa ha fatto: e in effetti in caso contrario non sarebbe stato tanto detestato!), ma probabilmente non abbastanza. Va anche detto che questo modo di calcolare il RER bilaterale ha qualche difettuccio. Ad esempio, siccome i REER sono calcolati in base ai prezzi al consumo, confondono prezzi di beni tradable (le automobili) e non tradable (il parrucchiere). In Germania i servizi (non tradable) hanno una produttività deplorevole, come qui sappiamo da tempo, quindi questo tipo di analisi rischia di far sembrare la Francia relativamente più competitiva di quanto non sia (cioè di sottostimare la sua perdita di competitività, sottostimando la competitività tedesca). Inoltre, per la Francia la Germania è un importante pezzo del "mondo" (e viceversa), per cui la semplificazione che vi ho proposto in realtà è un po' grossolana.
Forse si può fare di meglio rapportando gli indici dei deflatori delle esportazioni di Francia e Germania. In questo modo si rapportano direttamente i prezzi che i due paesi praticano sui mercati esteri. Li possiamo ricavare dai World Development Indicators (nota tecnica: ho rapportato export in dollari correnti a export in dollari 2010 e poi preso il rapporto di questi due deflatori impliciti). In questo caso la storia si presenta così:
Misurandolo meglio il quadro non cambia molto. Appare molto più evidente però da quando (e quindi perché) la Francia ha perso competitività. L'indice si impenna (cioè la competitività si deteriora) a partire dal 2003, cioè in buona sostanza, dall'entrata in vigore delle riforme Hartz, delle quali una volta solo noi sottolineavamo il potenziale distruttivo per gli equilibri europei (qui), mentre oggi ci assistono nel compito perfino gli esperti della Merkel! Anche qui si vede una correzione verso la fine, ma è difficile dire se si tratti o meno di una vera inversione di tendenza (i dati WDI disponibili arrivano solo fino al 2015).
Il problema di competitività quindi esiste: lo mette in evidenza la letteratura scientifica, che può stimare il cambio di equilibrio analizzando i fondamentali, ma lo si intuisce anche da un'analisi informale dei dati, secondo la quale lo scarto fra cambio reale francese e tedesco si è allargato dalle riforme tedesche in poi. Se questa è la causa, quale potrà essere la cura? In teoria, sarebbe quella che propone Macron: riformare di più anche il mercato del lavoro francese.
Esorterei però tutti quelli che si stanno riconzolando co l'ajetto della Schadenfreude a non farsi troppe illusioni. Macron difficilmente farà un bagno di sangue. Credo che abbia ragione il mio coautore francese preferito. Siamo in una pentola a pressione, e ora qualcuno ha aperto la valvola. Il vapore esce perché il cuoco tedesco non vuole saltare per aria. Prima della Brexit una Le Pen al secondo turno sarebbe stata salutata dal panico sui mercati. Dopo la Brexit il potere è diventato più furbo di così: evita di provocare un elettorato che ha imparato a ribellarsi (e che quindi viene vilipeso come ignorante e populista da Mariucce Antoniette di varia estrazione e professione).
La mia valutazione, a oggi, non può che essere quella della scienza economica: le tendenze alla disgregazione sono lì, oggettive, e continuano a agire. Ma contare sul fatto che Macron dia una mano ad accelerarle potrebbe rivelarsi un errore. In altre parole, penso che, esattamente come nel precedente giro di valzer, occorreranno sei mesi all'Economist per capire che c'è qualcosa che non va, e due anni al resto del mondo per prenderne atto.
L'unico elemento che potrebbe cambiare le carte in tavola (in un modo che personalmente non so valutare) sono le elezioni parlamentari (come ammonisce da tempo Mazzalai). Hollande poteva contare su una maggioranza parlamentare. Macron deve in qualche modo inventarsela, e fronteggia un'opposizione che almeno sulla carta dovrebbe essere agguerrita (nonostante il risultato molto meno brillante del previsto). Ma avere la mano meno libera nel redigere i compiti a casa è, almeno in prima battuta, una cosa che ostacola, anziché accelerare, l'acquisizione da parte dell'elettorato francese di una consapevolezza profonda su quale sia la condizione oggettiva della Francia e su cosa sarebbe necessario per ovviare a questa deprimente situazione.
Non c'è che dire: l'anno è nato interessante, e interessante resta... purtroppo!
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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lunedì 8 maggio 2017
venerdì 2 dicembre 2016
QED69: Tu l'as voulu François Dandin...
Tanti tanti anni or sono, avevo una regazzetta del Villaggio Olimpico. Lei non era rustica, ma le sue amiche abbastanza. Ricordo un giorno una di loro chiedere a un'altra: "Che profumo hai messo?" Et l'autre de repondre: "Anè Anè".
Ignorava, la rustichella, che sulle "i" va sempre messo un puntino, anche (e soprattutto) quando le "i" sono tante (una cosa tipo 888. A proposito, com'era quella cosa dell'euro che ci difende dai fire sales?), ma qualche volta ne vanno messi due, e la scelta non è casuale. So che non ci crederete, ma non corressi la rustichella. Detesto l'abuso di posizione dominante, anche quando è la mia. E poi, fra un intellettuale e una rustichella si sa bene chi domini. La rustichella.
Ignoravo l'esistenza di Anè... pardon: Anaïs Ginori fino a questa mattina, pour la simple et bonne raison che non leggo il giornale sul quale scrive, ritenendolo schierato e inattendibile. Eppure questa persona che non ho mai visto, che mai conoscerò, mi ha regalato oggi un momento di intenso piacere, questo.
Grazie, Anè!
Ma anche grazie Grazia Graziella...
Che il simpatico porco mandato a difendere "da sinistra" gli interessi del grande capitale finanziario (un po' come Blanchard, l'economista "tanto cheinesssiano signora mia!", che ha dato er tuist de sinistra a l'FMI, approvando la Strafexpedition dei creditori francesi contenente un colossale errore tecnico: quello che il moltiplicatore fosse pari a 0.5, e agendo quindi in spregio della deontologia, come vi ho dimostrato qui), che il simpatico trombatore di attricette avrebbe fallito era nei dati e qui ce lo siamo detti il giorno stesso della sua elezione, mentre i giornali inattendibili esultavano.
Dedichiamo a questa conferma il numero che Apollinaire qualificava come erotico. Sia di buon auspicio al futuro pensionato...
Ammetto che ci potesse essere un minimo, ma veramente un minimo, di alea circa le modalità con le quali il fallimento politico si sarebbe manifestato a valle del fallimento economico che era invece assolutamente certo. Poteva anche andare alle elezioni e farsi sconfiggere! Ma la sua sconfitta era talmente certa, nei sondaggi, che questo sarebbe stato atto di follia. L'unica cosa che poteva fare era ritirarsi.
Ora la sinistra un candidato non ce l'ha, per il semplice motivo che, come chi ci legge dall'inizio sa bene, non c'è più una sinistra. Ormai siamo arrivati al punto che nei seminari della sinistra ci si guarda in faccia e ci si dice: "Abbiamo un problema: ci chiamiamo sinistra, e la gente questa parola non vuole più sentirla". E certo, e chissà perché! Sarebbe stato possibile ridarle un senso, non dico cinque anni fa, quando l'avevo chiesto io, non essendo nessuno, ma un paio di anni fa, combattendo dalla parte giusta l'ultima battaglia che avesse un senso di classe, quella sul jobs act. E invece no, per i motivi che vi ho tanto spesso dettagliato: la paura che Renzi vincesse (delle vittorie di Renzi avremo presto un esempio)...
Diciamo che il tempo, che è galantuomo, ha reso giustizia a una verità tanto semplice, quanto terribile, quanto profonda: i regimi presidenziali/maggioritari, al tempo della globalizzazione finanziaria, offrono all'elettore la scelta fra due destre. Questa verità la si può nascondere mandando avanti un fantoccio, un Bersani, un Hollande (ma anche un Renzi), a fare il lavoro sporco. Tuttavia la verità è come il sughero (diciamo così): è nella sua natura venire a galla, e lo sta facendo ovunque in Europa. In Italia non ancora, va detto, come va anche detto che la differenza la fanno gli uomini e le donne. Marine Le Pen ha studiato. Chi ha avuto come me l'opportunità di lavorare per anni in Francia lo ha visto. Partiva già avvantaggiata rispetto alla destra de noantri per il fatto di vivere in un paese la cui identità nazionale non è sistematicamente vilipesa dai media e dai politici corrotti (cioè al soldo di interesse esteri, tanto per esser chiari). Ma questo non sarebbe bastato, perché il giusto orgoglio di essere francesi è un bene diffuso in Francia, ed è quindi abbastanza difficile farne una bandiera politica. Bisognava anche capire come funziona la globalizzazione e in che modo l'euro l'aiuta, e questo è stato studiato e capito, e quindi ora può essere fatto capire, dalla destra francese, con un'efficacia e un'immediatezza della quale vorremmo tanto che la sinistra si riappropriasse.
Ma questo è impossibile perché la sinistra ha difeso il progetto imperialista e globalista europeo, e non sa come sganciarsene. Ed è per questo che nei seminari di sinistra ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che "la transizione la gestirà la destra". Oddio, se lo dicono fra di loro, con quell'atteggiamento dei nobili dell'Ancien Régime avviati alla ghigliottina, quell'atteggiamento di composta ed elegante rassegnazione che faceva sclerare Stendhal, e che oggi fa sclerare Luciano. Quando c'è di mezzo la pelle, forse l'eleganza la si può tenere un momento da parte, no?
Quindi ora in Francia la scelta è fra Fillon e Le Pen. Difficile che si presenti un candidato "de sinistra" credibile. Per essere tale dopo anni di menzogna dovrebbe difendere l'Europa, cioè lo schiacciamento dei salari, e per arrivare almeno al ballottaggio ora che la menzogna è stata svelata dovrebbe difendere i salari. Ma c'è la contradizion che nol consente...
Ero a Bruxelles un paio di giorni fa, a pranzo coi vincitori (che sarebbero quelli che ho fatto di tutto per non far vincere: quindi io ero lo sconfitto, ma di sconfitta me ne basta una). Certo, anche loro di strada da fare ne hanno. Fillon è il loro Monti, e loro non sanno quali disastri abbia fatto Monti in Italia! Ma qualcuno gli ha fatto vedere due dati semplicissimi, che ignoravano: tredici trimestri di recessione continua con l'applicazione dell'austerità "thatcheriana", e tredici punti di rapporto debito/Pil in più. Due tredici non esattamente fortunati. Credo che nella campagna elettorale francese questi esempi verranno citati spesso.
Dopo di che, non è detto che questo basti a portare all'Eliseo il Front National, e comunque considero una sconfitta umiliante il doverlo auspicare, come peraltro ho già fatto pubblicamente nel famoso video in cui mandavo al posto suo Guy Verhofstadt, esplicitandone il motivo: questa vittoria sarebbe l'unica possibilità di dare una scossa alle nostre classi dirigenti per costringerle ad occuparsi dei nostri problemi.
Sì, perché poi alla fine diciamocelo molto francamente: l'idea che la compagna Marine, o il compagno Trump, si mobilitino per sollevare le sorti degli sconfitti della globalizzazione fa un po' sorridere, non è vero? Prendiamo ad esempio il compagno Trump. Oggi tutti fanno la semplice riflessione che qui abbiamo sempre fatto: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può essere un outsider, è un pezzo dell'establishment, e ne difenderà gli interessi. Sentite ad esempio in che modo Rick Wolff, l'autore del grafico che spiega tutto, ci racconta la Trumponomics: "Sì, dicono che quello tirerà su il muro, ma è evidentemente una scemenza, perché controllare le frontiere è come mettere una legge sul salario minimo. Poi dove li trovano, gli imprenditori americani, dei poracci disposti a lavorare per un tozzo di pane? Quindi non è credibile che deporterà così tanti clandestini..." Io ho fatto una sintesi, ma se vi ascoltate la sua intervista vedrete che viviamo in un mondo in cui i marxisti americani dicono quello che dicono i fascisti francesi, e in cui i "democratici" proseguono la costruzione dei muri avviata dai "repubblicani".
Dobbiamo preoccuparci?
Sì, certo, dobbiamo preoccuparci del fatto che chi fa certe promesse di giustizia sociale sia proprio chi ha tutto l'interesse (di classe) a disattenderle. D'altra parte, il capitalismo ha dimostrato di trovarsi sempre e ovunque perfettamente a suo agio con gli uomini (o le donne) forti al comando: quando non li ha espressi direttamente lui, questi personaggi, li ha comunque catturati. Mi sembra piuttosto ovvio che è più semplice catturare (che sarebbe il termine tecnico per corrompere) un singolo governante, un dittatore o dittatorello, un presidente padrone, piuttosto che una intera e variegata assemblea parlamentare nella quale i multiformi interessi di una collettività siano tutti proporzionalmente rappresentati, no? Se il numero di telefono è uno solo, chiamare costa meno. Non è un caso se si fa tanto per ridurre gli spazi nei quali i cittadini sono chiamati a esprimersi, come ho spiegato nel mio ultimo working paper, facendo i nomi dei tanti giuristi competenti e onesti che di questo fenomeno si preoccupano.
Ma dovremmo comunque preoccuparci molto di più, qui e ora, di un altro fatto: al di là delle dinamiche che nel lungo periodo possono portare la destra a difendere gli interessi della destra (oggi così efficacemente difesi dalla sinistra), resta il dato pesante come un macigno che in questa Europa, che è l'unica Europa possibile, quella che esprime i rapporti di forza definiti da una storia centenaria, e che vedono il prevalere del capitalismo tedesco, insomma: in un'ipotetica Europa unita, non c'è spazio per la democrazia, anzi, direi che non c'è spazio proprio per la politica "tout court". Il motivo è semplice: non ci può essere polis né demos senza logos, e il logos europeo non c'è, quindi non c'è il demos, e i tentativi di crearlo sono esperimenti di ingegneria etnica a confronto dei quali il nazismo è una passeggiata di salute (e questo gli etnografi lo vedono e lo capiscono).
Il predominio della governance (cioè dell'idea che chi ci guida debba semplicemente assicurare il rispetto di regole eteronome, sottoscritte ma non condivise né tantomeno elaborate democraticamente dalle comunità che a esse sono assoggettate) sulla politica non è solo una stortura rettificabile di un progetto complessivamente sensato, ma temporaneamente sottoposto alle forzature di una minoranza di dissennati. No, no, le cosa stanno in un altro modo! La politica ha il suo horror vacui: la filosofia politica della governance si insinua e si espande in un vacuum politico creato, più o meno deliberatamente, da chi ha preteso di creare uno spazio politico laddove non esisteva, perché non poteva esistere, uno spazio nazionale. Sì, cari amici "de sinistra": purtroppissimo in democrazia non ci può essere politica senza nazione. L'alternativa alla nazione, nella grammatica politica, è l'impero, che ha una simpatica dimensione coloniale non del tutto compatibile con l'esercizio pieno della sovranità democratica del popolo. Lo stiamo vedendo in questi giorni, con i simpatici pizzini che dallo zio Tom a er cariòla tutti gli esponenti dei poteri forti ci stanno recapitando...
L'idea di una governance delle regole che assicura la pace abolendo lo spazio nazionale è consustanziale all'idea che la distribuzione del reddito sia un fatto tecnico, dipenda dalle produttività marginali dei fattori di produzione. Insomma: i compagni che vogliono l'Europa vivono in un delirio neoclassico, quello nel quale il conflitto non c'è perché non ci sono rapporti di classe ma c'è solo il mercato, che sa quello che deve fare, e che quindi deve essere lasciato libero di esercitare la sua sovranità tecnica, visto che la sovranità "politica" delle nazioni è stata foriera di conflitti. Ovviamente il dettaglio che sfugge, la mucca nel corridoio, come direbbe un famoso perdente complice del progetto, è che il mercato fallisce (ma ha sufficienti soldi per assoldare una schiera di gazzettieri che compatti diano la colpa allo stato corotto cò du ere...). Sfugge anche il dettaglio storico che abolire i luoghi di conflitto, cioè di mediazione degli interessi, non è il modo migliore per prevenire esplosioni di violenza. Direi piuttosto il contrario, e questo i nostri amici tedeschi lo sanno:
"Damals erlebte ich, was ich jetzt begreife: jene schwere, massive, verzweifelte Zeit. Die Zeit, in der der Kuß zweier, die sich versöhnten, nur das Zeichen für die Mörder war, die herumstanden. Sie tranken aus demselben Becher, sie bestiegen vor aller Augen das gleiche Reitpferd, und es wurde verbreitet, daß sie die Nacht in einem Bette schlafen würden: und über allen diesen Berührungen wurde ihr Widerwillen aneinander so dringend, daß, sooft einer die schlagenden Adern des andern sah, ein krankhafter Ekel ihn bäumte, wie beim Anblick einer Kröte." (qui)
L'Europa che ci dà la pace abolendo le nazioni che hanno posto fine alle guerre di religione in effetti ci sta consegnando a un periodo storico nel quale, nonostante la NATO che ci ha dato la pace (perché sarebbe paradossale andare a bombardare una base americana in Germania facendo decollare in aereo americano da una base americana in Italia, no?), si sta aprendo un periodo pesante, duro, disperato, una nuova stagione di guerre di religione, combattute in nome di un nuovo dio: l'euro. Come tutte le divinità, anche l'euro ha la venerazione delle sue vittime. La musica quindi non credo cambierà, prima di eventi molti traumatici, ma nel frattempo il potere che ci opprime, per tirare a campare ancora un po', cambierà ovunque i suonatori.
Perché, come spiegavo ieri ad alcuni simpatici investitori in un ristretto, elegante e cordiale roadshow, "carissimi: noi siamo l'élite, giusto? Bè, sapete che c'è? Abbiamo un problema. Qualcuno sta insegnando agli elettori la lotta di classe. E quel qualcuno sono i fascisti (all'estero), per di più in un momento in cui (da noi) si fa la legge Acerbo...".
Sorrisetto di circostanza, ma capire hanno capito (e qualcuno ha anche ringraziato).
Intanto, e per concludere, dedichiamo un (QED) sessantanove al nostro amico François, che ha così degnamente onorato il suo paese. Un paese che amiamo, nonostante sia all'origine dei nostri problemi più della tanto vituperata (dalle élite) Germania, e dal quale è estremamente probabile che presto arrivi una scossa...
Ignorava, la rustichella, che sulle "i" va sempre messo un puntino, anche (e soprattutto) quando le "i" sono tante (una cosa tipo 888. A proposito, com'era quella cosa dell'euro che ci difende dai fire sales?), ma qualche volta ne vanno messi due, e la scelta non è casuale. So che non ci crederete, ma non corressi la rustichella. Detesto l'abuso di posizione dominante, anche quando è la mia. E poi, fra un intellettuale e una rustichella si sa bene chi domini. La rustichella.
Ignoravo l'esistenza di Anè... pardon: Anaïs Ginori fino a questa mattina, pour la simple et bonne raison che non leggo il giornale sul quale scrive, ritenendolo schierato e inattendibile. Eppure questa persona che non ho mai visto, che mai conoscerò, mi ha regalato oggi un momento di intenso piacere, questo.
Grazie, Anè!
Ma anche grazie Grazia Graziella...
Che il simpatico porco mandato a difendere "da sinistra" gli interessi del grande capitale finanziario (un po' come Blanchard, l'economista "tanto cheinesssiano signora mia!", che ha dato er tuist de sinistra a l'FMI, approvando la Strafexpedition dei creditori francesi contenente un colossale errore tecnico: quello che il moltiplicatore fosse pari a 0.5, e agendo quindi in spregio della deontologia, come vi ho dimostrato qui), che il simpatico trombatore di attricette avrebbe fallito era nei dati e qui ce lo siamo detti il giorno stesso della sua elezione, mentre i giornali inattendibili esultavano.
Dedichiamo a questa conferma il numero che Apollinaire qualificava come erotico. Sia di buon auspicio al futuro pensionato...
Ammetto che ci potesse essere un minimo, ma veramente un minimo, di alea circa le modalità con le quali il fallimento politico si sarebbe manifestato a valle del fallimento economico che era invece assolutamente certo. Poteva anche andare alle elezioni e farsi sconfiggere! Ma la sua sconfitta era talmente certa, nei sondaggi, che questo sarebbe stato atto di follia. L'unica cosa che poteva fare era ritirarsi.
Ora la sinistra un candidato non ce l'ha, per il semplice motivo che, come chi ci legge dall'inizio sa bene, non c'è più una sinistra. Ormai siamo arrivati al punto che nei seminari della sinistra ci si guarda in faccia e ci si dice: "Abbiamo un problema: ci chiamiamo sinistra, e la gente questa parola non vuole più sentirla". E certo, e chissà perché! Sarebbe stato possibile ridarle un senso, non dico cinque anni fa, quando l'avevo chiesto io, non essendo nessuno, ma un paio di anni fa, combattendo dalla parte giusta l'ultima battaglia che avesse un senso di classe, quella sul jobs act. E invece no, per i motivi che vi ho tanto spesso dettagliato: la paura che Renzi vincesse (delle vittorie di Renzi avremo presto un esempio)...
Diciamo che il tempo, che è galantuomo, ha reso giustizia a una verità tanto semplice, quanto terribile, quanto profonda: i regimi presidenziali/maggioritari, al tempo della globalizzazione finanziaria, offrono all'elettore la scelta fra due destre. Questa verità la si può nascondere mandando avanti un fantoccio, un Bersani, un Hollande (ma anche un Renzi), a fare il lavoro sporco. Tuttavia la verità è come il sughero (diciamo così): è nella sua natura venire a galla, e lo sta facendo ovunque in Europa. In Italia non ancora, va detto, come va anche detto che la differenza la fanno gli uomini e le donne. Marine Le Pen ha studiato. Chi ha avuto come me l'opportunità di lavorare per anni in Francia lo ha visto. Partiva già avvantaggiata rispetto alla destra de noantri per il fatto di vivere in un paese la cui identità nazionale non è sistematicamente vilipesa dai media e dai politici corrotti (cioè al soldo di interesse esteri, tanto per esser chiari). Ma questo non sarebbe bastato, perché il giusto orgoglio di essere francesi è un bene diffuso in Francia, ed è quindi abbastanza difficile farne una bandiera politica. Bisognava anche capire come funziona la globalizzazione e in che modo l'euro l'aiuta, e questo è stato studiato e capito, e quindi ora può essere fatto capire, dalla destra francese, con un'efficacia e un'immediatezza della quale vorremmo tanto che la sinistra si riappropriasse.
Ma questo è impossibile perché la sinistra ha difeso il progetto imperialista e globalista europeo, e non sa come sganciarsene. Ed è per questo che nei seminari di sinistra ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che "la transizione la gestirà la destra". Oddio, se lo dicono fra di loro, con quell'atteggiamento dei nobili dell'Ancien Régime avviati alla ghigliottina, quell'atteggiamento di composta ed elegante rassegnazione che faceva sclerare Stendhal, e che oggi fa sclerare Luciano. Quando c'è di mezzo la pelle, forse l'eleganza la si può tenere un momento da parte, no?
Quindi ora in Francia la scelta è fra Fillon e Le Pen. Difficile che si presenti un candidato "de sinistra" credibile. Per essere tale dopo anni di menzogna dovrebbe difendere l'Europa, cioè lo schiacciamento dei salari, e per arrivare almeno al ballottaggio ora che la menzogna è stata svelata dovrebbe difendere i salari. Ma c'è la contradizion che nol consente...
Ero a Bruxelles un paio di giorni fa, a pranzo coi vincitori (che sarebbero quelli che ho fatto di tutto per non far vincere: quindi io ero lo sconfitto, ma di sconfitta me ne basta una). Certo, anche loro di strada da fare ne hanno. Fillon è il loro Monti, e loro non sanno quali disastri abbia fatto Monti in Italia! Ma qualcuno gli ha fatto vedere due dati semplicissimi, che ignoravano: tredici trimestri di recessione continua con l'applicazione dell'austerità "thatcheriana", e tredici punti di rapporto debito/Pil in più. Due tredici non esattamente fortunati. Credo che nella campagna elettorale francese questi esempi verranno citati spesso.
Dopo di che, non è detto che questo basti a portare all'Eliseo il Front National, e comunque considero una sconfitta umiliante il doverlo auspicare, come peraltro ho già fatto pubblicamente nel famoso video in cui mandavo al posto suo Guy Verhofstadt, esplicitandone il motivo: questa vittoria sarebbe l'unica possibilità di dare una scossa alle nostre classi dirigenti per costringerle ad occuparsi dei nostri problemi.
Sì, perché poi alla fine diciamocelo molto francamente: l'idea che la compagna Marine, o il compagno Trump, si mobilitino per sollevare le sorti degli sconfitti della globalizzazione fa un po' sorridere, non è vero? Prendiamo ad esempio il compagno Trump. Oggi tutti fanno la semplice riflessione che qui abbiamo sempre fatto: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può essere un outsider, è un pezzo dell'establishment, e ne difenderà gli interessi. Sentite ad esempio in che modo Rick Wolff, l'autore del grafico che spiega tutto, ci racconta la Trumponomics: "Sì, dicono che quello tirerà su il muro, ma è evidentemente una scemenza, perché controllare le frontiere è come mettere una legge sul salario minimo. Poi dove li trovano, gli imprenditori americani, dei poracci disposti a lavorare per un tozzo di pane? Quindi non è credibile che deporterà così tanti clandestini..." Io ho fatto una sintesi, ma se vi ascoltate la sua intervista vedrete che viviamo in un mondo in cui i marxisti americani dicono quello che dicono i fascisti francesi, e in cui i "democratici" proseguono la costruzione dei muri avviata dai "repubblicani".
Dobbiamo preoccuparci?
Sì, certo, dobbiamo preoccuparci del fatto che chi fa certe promesse di giustizia sociale sia proprio chi ha tutto l'interesse (di classe) a disattenderle. D'altra parte, il capitalismo ha dimostrato di trovarsi sempre e ovunque perfettamente a suo agio con gli uomini (o le donne) forti al comando: quando non li ha espressi direttamente lui, questi personaggi, li ha comunque catturati. Mi sembra piuttosto ovvio che è più semplice catturare (che sarebbe il termine tecnico per corrompere) un singolo governante, un dittatore o dittatorello, un presidente padrone, piuttosto che una intera e variegata assemblea parlamentare nella quale i multiformi interessi di una collettività siano tutti proporzionalmente rappresentati, no? Se il numero di telefono è uno solo, chiamare costa meno. Non è un caso se si fa tanto per ridurre gli spazi nei quali i cittadini sono chiamati a esprimersi, come ho spiegato nel mio ultimo working paper, facendo i nomi dei tanti giuristi competenti e onesti che di questo fenomeno si preoccupano.
Ma dovremmo comunque preoccuparci molto di più, qui e ora, di un altro fatto: al di là delle dinamiche che nel lungo periodo possono portare la destra a difendere gli interessi della destra (oggi così efficacemente difesi dalla sinistra), resta il dato pesante come un macigno che in questa Europa, che è l'unica Europa possibile, quella che esprime i rapporti di forza definiti da una storia centenaria, e che vedono il prevalere del capitalismo tedesco, insomma: in un'ipotetica Europa unita, non c'è spazio per la democrazia, anzi, direi che non c'è spazio proprio per la politica "tout court". Il motivo è semplice: non ci può essere polis né demos senza logos, e il logos europeo non c'è, quindi non c'è il demos, e i tentativi di crearlo sono esperimenti di ingegneria etnica a confronto dei quali il nazismo è una passeggiata di salute (e questo gli etnografi lo vedono e lo capiscono).
Il predominio della governance (cioè dell'idea che chi ci guida debba semplicemente assicurare il rispetto di regole eteronome, sottoscritte ma non condivise né tantomeno elaborate democraticamente dalle comunità che a esse sono assoggettate) sulla politica non è solo una stortura rettificabile di un progetto complessivamente sensato, ma temporaneamente sottoposto alle forzature di una minoranza di dissennati. No, no, le cosa stanno in un altro modo! La politica ha il suo horror vacui: la filosofia politica della governance si insinua e si espande in un vacuum politico creato, più o meno deliberatamente, da chi ha preteso di creare uno spazio politico laddove non esisteva, perché non poteva esistere, uno spazio nazionale. Sì, cari amici "de sinistra": purtroppissimo in democrazia non ci può essere politica senza nazione. L'alternativa alla nazione, nella grammatica politica, è l'impero, che ha una simpatica dimensione coloniale non del tutto compatibile con l'esercizio pieno della sovranità democratica del popolo. Lo stiamo vedendo in questi giorni, con i simpatici pizzini che dallo zio Tom a er cariòla tutti gli esponenti dei poteri forti ci stanno recapitando...
L'idea di una governance delle regole che assicura la pace abolendo lo spazio nazionale è consustanziale all'idea che la distribuzione del reddito sia un fatto tecnico, dipenda dalle produttività marginali dei fattori di produzione. Insomma: i compagni che vogliono l'Europa vivono in un delirio neoclassico, quello nel quale il conflitto non c'è perché non ci sono rapporti di classe ma c'è solo il mercato, che sa quello che deve fare, e che quindi deve essere lasciato libero di esercitare la sua sovranità tecnica, visto che la sovranità "politica" delle nazioni è stata foriera di conflitti. Ovviamente il dettaglio che sfugge, la mucca nel corridoio, come direbbe un famoso perdente complice del progetto, è che il mercato fallisce (ma ha sufficienti soldi per assoldare una schiera di gazzettieri che compatti diano la colpa allo stato corotto cò du ere...). Sfugge anche il dettaglio storico che abolire i luoghi di conflitto, cioè di mediazione degli interessi, non è il modo migliore per prevenire esplosioni di violenza. Direi piuttosto il contrario, e questo i nostri amici tedeschi lo sanno:
"Damals erlebte ich, was ich jetzt begreife: jene schwere, massive, verzweifelte Zeit. Die Zeit, in der der Kuß zweier, die sich versöhnten, nur das Zeichen für die Mörder war, die herumstanden. Sie tranken aus demselben Becher, sie bestiegen vor aller Augen das gleiche Reitpferd, und es wurde verbreitet, daß sie die Nacht in einem Bette schlafen würden: und über allen diesen Berührungen wurde ihr Widerwillen aneinander so dringend, daß, sooft einer die schlagenden Adern des andern sah, ein krankhafter Ekel ihn bäumte, wie beim Anblick einer Kröte." (qui)
L'Europa che ci dà la pace abolendo le nazioni che hanno posto fine alle guerre di religione in effetti ci sta consegnando a un periodo storico nel quale, nonostante la NATO che ci ha dato la pace (perché sarebbe paradossale andare a bombardare una base americana in Germania facendo decollare in aereo americano da una base americana in Italia, no?), si sta aprendo un periodo pesante, duro, disperato, una nuova stagione di guerre di religione, combattute in nome di un nuovo dio: l'euro. Come tutte le divinità, anche l'euro ha la venerazione delle sue vittime. La musica quindi non credo cambierà, prima di eventi molti traumatici, ma nel frattempo il potere che ci opprime, per tirare a campare ancora un po', cambierà ovunque i suonatori.
Perché, come spiegavo ieri ad alcuni simpatici investitori in un ristretto, elegante e cordiale roadshow, "carissimi: noi siamo l'élite, giusto? Bè, sapete che c'è? Abbiamo un problema. Qualcuno sta insegnando agli elettori la lotta di classe. E quel qualcuno sono i fascisti (all'estero), per di più in un momento in cui (da noi) si fa la legge Acerbo...".
Sorrisetto di circostanza, ma capire hanno capito (e qualcuno ha anche ringraziato).
Intanto, e per concludere, dedichiamo un (QED) sessantanove al nostro amico François, che ha così degnamente onorato il suo paese. Un paese che amiamo, nonostante sia all'origine dei nostri problemi più della tanto vituperata (dalle élite) Germania, e dal quale è estremamente probabile che presto arrivi una scossa...
giovedì 20 febbraio 2014
QED 31: la Peugeot et les Boccara.
(...je me crève le cul du matin au soir, sans
arrêt. Je ne sors de la fac que pour m’acheter un sachet de salade, je n’ai
même pas eu le temps d’aller une seule fois au marché de la place St
Marc : vous me permettrez bien de m’amuser un tout petit peu, avec mon
amabilité qui est passée en proverbe, n’est-ce pas ? Soyez indulgent avec
un pauvre vieux à qui aucun plaisir ne reste, si ce n’est celui de boire du
rouge, et de répéter : « Je vous l’avais bien dit... »)
J’aime la France.
Ceci est bien évident à qui me lit, c’est à dire à qui me connait. C’est dans
sa littérature que je puise, avec plus ou moins de succès, la force de ma
prose, et c’est sa littérature qui me donne les mots quand je n’en ai pas ; c’est ici, en France, que vous me voyez – ou mieux, que vous me
lisez – heureux et productif ; c’est ici, en France, que Roberta m’a vu enfin
rire, oublier mon fardeau, chez Erick, ce qui en Italie ne peut se passer que dans des
circonstances très exceptionnelles, telles que la conjonction de deux astres de
ce blog, les deux Marco (Basilisco et P.).
Mais ici je me sens à l’aise, parce
que je me sens ailleurs, quoique cette sensation ne soit pas si justifiée,
comme vous le verrez par la suite...
J’aime la France,
mais, en homme cultivé et respectueux, je ne me leurre pas de la comprendre.
Mais je l’aime
toute, même dans ce que mes compatriotes, les Italiens (en supposant qu’ils
existent) trouvent détestable.
Je vous fais un
exemple : certains d’entre vous ont trouvé écœurants « le risatine,
gli ammiccamenti, le offese velate e quelle manifeste che pensavo fossero
appannaggio dei vari Boldrin o Bisin di passaggio e invece, hélas, scopro che
sono nel DNA dei comunisti francesi coi baffi all'insù », qui ont aimablement agrémenté
mon séminaire à Paris XIII, où une moitié de l’audience était de mes lecteurs,
et l’autre était composée par la famille Boccara au grand complet. Vous avez
loué ma patience, qui passe généralement inaperçue (hélas, ce que le monde est
injuste !), la patience du crotale, comme vous le savez bien, mais il ne
fallait pas. Car si la France est digne d’amour, c’est surtout parce qu’elle
nous offre des bons modèles, et mon modèle, vous le savez bien, reste
Palamède :
« Pensez-vous
qu’il soit à votre portée de m’offenser ? Vous ne savez donc pas à qui
vous parlez ? Croyez-vous que la salive envenimée de cinq cents petits
bonshommes de vos amis, juches les uns sur les autres, arriverait à baver
seulement jusqu’à mes augustes orteils ? »
Cher Palamède, ce
que je te comprends...
Et ce sont plus
ou moins tes mots que j’ai dit au fils, celui qui sait exactement comme la
courbe en J de la France est faite (c’est surprenant, vous verrez cela sur
Youtube), lorsqu’après le débat il m’a approché en me disant une chose de ce
genre : « Je suis étonné de la valeur thaumaturgique que vous
attribuez au taux de change ». Et moi de répondre : « Ecoutez,
cher monsieur, je suis bien habitué à cela, ça c’est de la dialectique qui ne
vaut rien du tout ». Et lui : « Je trouve ça insultant ».
Et moi : « Faite comme vous voulez. Cela fait maintenant deux heures
que vous essayez de m’insulter ». Aurait-il compris ? Je n’en sais
rien. Il ne m’avait pas l’air d’avoir lit Proust, ni Marx non plus, d’ailleurs.
Mais, vous voyez,
en revenant au point de départ, j’aime aussi ce petit air gonflé, cet air de
supériorité, cette obtuse fermeture au dialogue, cela me plait. Ils ne
connaissent pas trop bien leur histoire, certains français, car autrement il
sauraient bien que « qui s’y frotte s’y pique ». Gare à qui rencontre
Taquin le superbe !
Et pourtant le
fils avait bien eu l’exemple du père. Car lorsque celui interrompait sans cesse
ma réplique à son discours extrêmement creux, tout fait d’appels rhétoriques
(« il ne faut pas se résigner, il faut lutter pour changer les
choses ! » - c’est à dire pour rester dans l’euro... Et c’était à moi
qu’il le disait, de lutter ! Vous comprenez ? A moi ! C’est à dire à la
personne sans laquelle il n’y aurait pas de débat en Italie, on est
d’accord ?), lorsque ce monsieur, disais-je, m’interrompait en
franchissant les bornes pourtant bien visibles de la politesse (car les
frontières, il faut qu’on se le dise, ont leur raison d’être), il m’a été
simple de l’inviter à se taire en lui posant une question laquelle lui il
n’avait pas de réponse : « Puisque vous vous posez tellement de
questions, il faudra bien que vous vous demandiez aussi pourquoi un parti qui
faisait plus que 20% maintenant il fait moins que 2% ».
...
Là on nous a
gracieusement octroyé un peu de silence pour développer nos arguments, auxquels
il n’y a pas eu de véritable réplique.
...
Car il faudra
quand-même qu’on se le dise : si vous ne comptez rien, après avoir compté
beaucoup, et moi je compte quelque chose, après n’avoir compté rien, c’est que
vous n’avez rien compris, et moi j’ai compris quelque chose.
Il y aura le
temps de vous expliquer pourquoi vous n’avez rien compris. Ce sera d’autant
plus facile que vous le savez très bien. Je suis de l’avis de M. Sapir :
dans vos raisonnements il n’y a pas seulement de la mauvaise économie (et
d’ailleurs vous avez tout de suite compris qu’avec moi cette route était
barrée) : il y a surtout de la mauvaise foi. Votre jeu est clair :
vous approprier avec un message faussement critique (lutte au capitalisme) et
faussement positif (pas de résignation) d’une partie du marché de l’opposition,
du mécontentement, pour vous assurer une petite réussie personnelle dans la vie
politique de votre pays. Vous échouerez, parce que c’est la Bible qui le
dit : « Ecris à l’ange de l’Eglise de Laodicée : Voici ce que
dit l’Amen, le témoin fidèle et véritable, le principe de la création de Dieu.
Je connais tes œuvres. Je sais que tu n’es ni froid ni bouillant. Puisses-tu
être froid ou bouillant! Ainsi, parce que tu es tiède, et que tu n’es ni froid
ni bouillant, je te vomirai de ma bouche. »
Et en effet vous
serez vomi de la bouche de l’histoire, mais ce ne sera pas trop
douloureux : vous y êtes bien habitués.
Il est donc plus
intéressants de rappeler, aujourd’hui, les peux de choses que moi j’ai compris
sur la France (sans me leurrer, je me répète, de la comprendre toute :
mais vous verrez que j’avais pourtant saisi quelques détails...).
Ah, vous me dites
qu’un tel Généreux vient de faire une révélation époustouflante, notamment que
M. Mélénchon n’a pas prôné la sortie de l’euro car les communistes s’y seraient
opposés !? En êtes-vous bien sûrs ? Il aurait donc renoncé à faire 20% pour écouter le 2% ?
Voilà ce qui en effet est bien généreux, de la part d’un politicien. Moi je me
suis permis de voir la chose autrement, en 2012, et les faits ne m’ont pas
démenti jusqu’à présent. M. Mélénchon était en 2012 ce que M. Tsipras est
aujourd’hui : un leurre. Leur raison d’être est (et était) très
évidente : neutraliser une partie de l’opposition, en la ramenant au
discours néolibéral, après avoir donné aux électeurs la fausse illusion de
pouvoir changer quelque chose. Mais les électeurs, en France comme en Italie,
ne sont pas si bêtes que vous les faites, mes chers. Et en effet aux
législatives le parti qui était crédité par les sondages d’un score au-delà de
17% avant les présidentielles, fit un maigre 7%. Et, comme prévu, Marine
la blonde poursuivit sa résistible montée, car la gauche avait fait une erreur
majeure : lui avait permis, à elle, à la blonde, de définir par défaut
l’agenda politique de la gauche.
« La blonde
parle de l’euro ? Donc il ne faut pas en parler. Et si quelqu’un s’avise
d’en parler, il suffira de lui dire qu’il est un fasciste ».
Et non, mes
chers, ça ne suffit plus, et voilà la première chose que j’ai comprise :
que votre stratégie (pourvu qu’elle existe) est suicidaire, et que le niveau de
votre débat est vraiment très en retard par rapport à celui du débat italien,
ou la gauche néolibérale commence à se poser des questions (et si ceci arrive,
c’est parce-que quelqu’un l’a forcée à se les poser).
Ah, vous me
dites, en frissonnant d’horreur, que M. Hollande a trahi vos attentes, en
adoptant une politique néolibérale, alors que vous aviez vu en lui un espoir de
rachat pour les classes ouvrières non seulement de la France, mais de toute
l’Europe ? Mais, mes chers messieurs, ceci est aussi triste que
prévisible, si fait que je
l’avais prévu le 6 mai 2012, lorsque vous étiez tous contents !
Il
n’est pas méchant, il n’est pas un traitre, M. Allemagne, pardon : M.
Hollande. Simplement, il n’avait pas d’autre choix, et les solde sectorielles
le montraient d’une façon tellement claire ! Quoi ? Marx n’en parle
pas, des soldes sectorielles ? Je n’en serais pas si sûr, et, quoi qu’il
en soit, j’imagine qu’il y a plein de choses dont Marx n’a pas parlé : de
l’accord de septième de dominante, de la nébuleuse d’Andromède, du cassoulet,
du boson de Higgs, des chansons de Pétrarque... Plein de choses... Mais le fait
qu’il n’ait pas daigné en parler, chers camarades, n’entraine pas forcement que
ces choses n’existent pas, vous êtes d’accord ? Ores, il s’avère que la trajectoire des
soldes sectorielles français était formelle : la France ne pouvait pas se
permettre l’euro. Lorsque le solde des partie courantes fléchit inexorablement,
comme il le faisait en France et en Italie, il n’y a qu’une solution :
soit on laisse agir les prix, donc, on réaligne le taux de change, soit on
applique l’austérité, qui coupe les importations et, après, peut-être, relance
les exportations (par le biais du chômage, qui force les ouvriers à « se
modérer »). Voilà le système que vous défendez: un système qui prevoit la déflation des salaires comme issue obligée.
Et vous, qui êtes si politiciens,
qui êtes si clairvoyants, comment pouvez-vous ne pas comprendre que lorsqu’il faut faire ce sale travail,
lorsque il faut abattre les revenus des classes subalternes, le capital choisit toujours un boucher au
tablier rouge, car sur le tablier rouge les éclaboussures de sang sont moins
saillantes ? Qui a massacré les travailleurs allemands ? Schroeder.
Qui a massacré les travailleurs italiens ? Le Parti démocratique, par le
biais des gouvernements soi-disant « techniques ». Qui est en train
de massacrer les français ? M. Allemagne, pardon, Hollande, avec son joli
tablier rouge, ou plutôt rose (ce qui fait que les éclaboussures, en effet,
commencent à paraitre, et la blonde s’en donne à cœur joie...).
Est-ce une
surprise ? Pour vous, peut-être (ce qui explique le rien% auquel vous vous
êtes réduits), mais pas pour moi. Désolé, ce n’est pas très élégant de le faire
remarquer, mais moi je l’avais compris bien avant que cela se produise :
la France est le grand malade d’Europe, et pour cela son gouvernement n’aurait pas
eu d’autre choix que celui de trahir ses électeurs.
Et on en vient
ici à la troisième chose que j’avais compris (et elle était pourtant bien
simple, et sous les yeux de tout le monde), et que ni vous, ni votre allié dans
le projet euriste-néolibéral, M. Moscovici, semblez avoir compris, même si
entre temps, avec un peu de retard, l’Economist
et Newsweek ont daigné
s’en apercevoir. Là, je vous assure, je m’en veux, parce-que, comme je vous
l’ai dit dès le début, j’aime la France, et c’est très cruel, très impoli, et
en tout cas très embarrassant, de devoir dire une vérité désagréable à
quelqu’un qu’on aime. Mais il me faut pourtant le faire. J’en souffre (et je
crois que cela soit bien visible, pardon, lisible), j’en souffre, mais amicus Plato, sed magis amica veritas.
Vous
n’êtes pas en si bon état que vous le croyez, chers amis, et, hélas, je m’étais
permis de prévoir cela non seulement dans mon blog et dans mon livre en 2012
(ici la
traduction en anglais, faite en 2014 guise de « ce qu’il fallait
démontrer »), mais aussi dans des publications scientifiques (si vous voyez ce
que c’est...). Vous vous leurrez d’être de la même taille que nos frères,
les Allemands, mais il n’en est rien, et M. Feldstein vous en avait bien
prévenu en 1997 : « What is clear is that a French aspiration for
equality and a German expectation of hegemony are not consistent » (“EMU
and international conflict”, Foreign
Affairs, vol. 76, n. 6, 1997).
Pauvre M.
Moscovici ! Dans la même émission dans laquelle il liquidait M. Sapir
comme « économiste
d’extrême droite », il s’était aussi avisé de dire que la France
n’était pas comme l’Italie. Eh bien, en effet il y a des différences. On
pourrait leur donner un coup d’œil, si vous le voulez bien ? Je vous en
donne une synthèse dans ce graphique, dans cette joli rosace, ou j’ai choisi le
bleu, le rouge, et le noir, qui, comme j’ai récemment appris en visitant la
Sainte Chapelle, étaient les couleurs préférés dans les verrières du XIII
siècle, c’est à dire d'un âge où les théologiens en savaient d’économie bien
plus que les martiens d’aujourd’hui (ce n'est pas une faute de frappe : c'est qu'ils viennent d'une autre planète).
Je vous donne
quelques explications, dans le sens de l’aiguille de la montre :
PC c’est la
variation du déficit des partie courantes entre 1999 et 2007 (en rapport au Pib);
SP c’est la
variation du déficit budgétaire primaire (en rapport au Pib);
SS c’est la
variation du déficit budgétaire structurel (en rapport au Pib);
DP c’est la
variation du rapport dette publique/PIB
CH c’est la
variation du taux de chômage ;
IN c’est le taux
d’inflation moyen ;
CR c’est le taux
de croissance moyen ;
...et on a fait
le tour ! Il va de soi que vous êtes les bleus, et nous les rouges, et la
ligne pointillé représente le zéro. Petite remarque sur les unités de mesure :
j’ai choisi la variation lorsque les variables sont des rapports (au Pib, ou
aux forces de travail), et j’ai choisi la moyenne lorsque les variables sont
des taux de variation. Un choix bien naturel, car en économie ce qui compte est
surtout la trajectoire, comme vous le savez bien.
Donc, voyons, en
quoi l’économie française aurait-t-elle été tellement meilleure que l’italienne
avant la crise, donc sur la période 1999-2007 ?
La rosace, vous
le voyez, est construite de telle façon que celui qui est à l’intérieur est le
meilleur, sauf sur l’axe de la croissance. En effet, si l’on part d’ici, c’est
à dire de CR, on voit que la performance de la France a toujours été meilleure.
Par exemple, de 1999 à 2007 la croissance moyenne de la France se situait à
2.2%, 0.5 points plus haut que celle de l’Italie, qui n’était qu’à 1.7%. Un
résultat d’autant plus remarquable que sur l’axe de l’inflation (IN), où, d’après
les pères de nos patries, il serait mieux de se situer à l’intérieur (c’est à
dire, d’avoir un taux de croissance des prix plus petit), la situation est renversée :
nous les italiens étions les méchants, avec un taux d’inflation moyen à 2.3%,
alors que vous aviez un rassurant 1.8%.
Que c’est beau !
Mais c’est fini
les bonnes nouvelles, parce que sur toutes les autres coordonnées, où il
faudrait être à l’intérieur, la France, hélas, se trouvait dans une très
mauvaise position. Le déficit des parties courantes (PC) a augmenté en France
et en Italie, mais en France l’augmentation a été presque double. Le solde
budgétaire primaire (SP) a augmenté dans les deux pays dans la même mesure, mais le
solde budgétaire structurels (SS) a augmenté en France plus qu’en Italie, ce qui montre que la France aurait pu mieux profiter de sa croissance. Il s’ensuit
que la France, où la croissance a été plus rapide, a vu son rapport dette
publique/Pib augmenter de 5 points, alors qu’en Italie il diminuait de 10. Et
comment cela se fait qu’une économie où l’endettement augmente n’ait pas été
capable de faire diminuer d’une façon plus significative le chômage ? En
Italie il avait diminué de 5 points, alors qu’en France seulement de 2.
Comment cela se
fait qu’avec un état moins austère, avec une augmentation de l’endettement net
extérieur, et donc avec plus de ressources mises à disposition de l’économie (ou moins de ressources soustraites), le chômage
n’ait pas diminué plus ? C’est à vous de me le dire. Ce que je peux vous
dire c’est qu’après cela il ne faut pas se plaindre si la blonde dépasse 30%. Ce
n’est même pas politique : c’est purement économique.
Mais... Comment nos pays ont-ils réagi à la crise ? Faisons-en un
autre, de tour : voilà la même rosace, pour la période 2008-2013 :
Si l’on
regarde la dette publique (DP), bien, la réacion a été exactement la même :
une augmentation d’environ 25 points de Pib. Pas mal, n’est-ce pas ?
Mais,
encore une fois, cette performance nous montre en réalité la France dans une
position plutôt défavorable, car en Italie le Pib (CR) a chuté, avec une
croissance moyenne de -1.5%, alors qu’en France la croissance moyenne a été
quasiment nulle. Donc, puisque les taux d’inflation (IN) ont été très proches,
le fait que la dette publique ait eu la même augmentation dans les deux pays
indique une chose : que la politique budgétaire française a été moins
rigoureuse. En effet, en France le déficit primaire a augmenté, et le déficit
structurel a diminué, mais moins qu’en Italie. Bien sûr, en tant que keynésien
je n’ai rien contre une politique fiscale anticyclique, cela va de soi. Mais il
y a un petit pépin. Est-ce que vous pouvez bien vous la permettre, cette
politique ? La réponse est clairement négative : non. C’est le solde
des parties courantes qui le montre (PC) : en Italie il a diminué, en
France non. La politique de destruction de la demande intérieure, avouée par M.
Monti dans une célèbre interview, a fonctionné. Et ceux qui n’ont pas (encore) détruit
leur demande intérieure, qu’est-ce qu’ils font ? Ils continuent à s’endetter
avec le reste du monde.
Ceci était bien prévisible.
Ce n’est pas par hasard que vous avez besoin des chinois pour faire survivre
Peugeot. Je vous explique comment ça marche, c’est très simple. Vous êtes en
train de vendre l’usine Peugeot à l’étranger car vous ne réussissez plus à
vendre ses produits à l’étranger. C’est simple : vous vendez la Peugeot car vous ne vendez plus assez de Peugeot. Si on a un problème de
compétitivité, on s’endette avec l’étranger, et lorsqu’on est endetté il faut
vendre les bijoux de famille. Ce n’est pas nouveau. Il y a un autre pays
européen qui a beaucoup d’analogies avec la France, vous le savez ? Son
nom commence par F, ses habitants se croyaient meilleurs que les autres, et j’avais
prévu sa chute dans mon livre (à p. 29). Ah,
vous avez compris, maintenant: c'est la Finlande.
Nous sommes donc dans
la même situation, mais avec une différence, ou peut-être deux. La première est
qu’en effet nos finances publiques, compte tenu de leur
trajectoire avant la crise, et de leur état après le stress auxquelles elles
ont été soumises par les politiques d’austérité, sont dans un état relativement
plus solide que les françaises. La deuxième est que nous, de nos problèmes,
nous nous en rendons compte, et nous commençons à en parler. Ce n'est pas la politique de l'autruche, des rencontres à huis clos. C'est fini chez nous.
A ma rentrée, le
7 mars, je serai avec d’autres économistes pour en parler dans une rencontre
organisé par le Parti Démocratique. Imaginez-vous un colloque organisé par M.
Moscovici sous le titre « Titanic Europe » ! Ce n’est pas
imaginable, n’est-ce pas ? En Italie oui. Et, si vous le voulez bien, mais
même si vous ne le voulez pas, ceci dépends aussi du fait que les trois
choses que je sais m'ont aidé à vendre à peu près 20000 copies de mon livre.
Amicalement.
Un économiste qui
ne connait pas la courbe en J de son pays (mais connait bien la littérature du
vôtre).
(...e fra le righe si
legge?...)
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