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giovedì 13 dicembre 2018

Ai confini della surrealtà


Questo grafico riporta, per ogni anno, il valore del saldo di bilancio pubblico del nostro paese rinvenibile nello scenario tendenziale calcolato nel DEF dell'anno precedente (in blu), dello scenario programmatico proposto dalla NADEF sempre dell'anno precedente (in arancione), e effettivo, tratto dall'ultima edizione del World Economic Outlook (in grigio: il dato del 2018 è stimato, visto che l'ultima edizione del WEO è di ottobre 2018, cioè di quando ancora non si poteva sapere come sarebbero andate a finire le cose, e il dato del 2019 non l'ho proprio riportato, perché le proiezioni dell'IMF fanno già sufficientemente schifo per l'anno in corso).

Tanto per capirci, cominciando da sinistra per finire a destra (un percorso naturale): con riferimento all'anno 2014 vedete che ad aprile 2013 il DEF (varato da Monti) supponeva che a politiche invariate il saldo sarebbe stato negativo per -1.8 (percentuale del Pil), poi la NADEF (redatta da Enrico "stai sereno" Letta) ipotizzava che si sarebbe fatta una politica espansiva fino al -2.3% del Pil, ma a conti fatti il risultato fu un -3.0% tondo (peggiore di 1.2 rispetto al tendenziale e di 0.7 rispetto al programmatico).

In ogni singolo anno questa dinamica si ripete in modo più o meno accentuato. Il saldo programmatico è peggiore del tendenziale (e ci sta, perché il programmatico incorpora gli effetti della manovra, che, laddove sia espansiva, prevederà un maggior deficit rispetto allo scenario tendenziale o "a politiche vigenti"), e, soprattutto, l'effettivo è peggiore del programmatico, il che significa che i governi tendono a sottostimare sistematicamente l'impatto delle loro politiche sul deficit, cioè dichiarano di fare meno deficit con le loro manovre di quanto poi effettivamente ne facciano.


In questo grafico ho aggiunto alle variabili già descritte lo scarto fra deficit programmatico e deficit tendenziale, che misura lo sforzo espansivo dichiarato dalle singole manovre (questa affermazione necessita di una precisazione che faccio più avanti, nell'ultimo grafico). Se consideriamo, ad esempio, il 2018, vediamo che nel DEF 2017 Gentiloni si aspettava per il 2018 un deficit di -1.2, portato nello scenario programmatico della NADEF a -1.6: un -0.4 che si riflette nella barra gialla.

Vi faccio vedere solo le barre gialle, così capiamo di cosa stiamo parlando:


Il DEF del quale sono stato relatore prevedeva un tendenziale di 0.8 (non so se ve lo ricordate). Ora siamo finiti al 2, cioè a -1.2 di deficit addizionale. Fra il 2014 e il 2018 lo scarto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF è stato in media di -0.4. Nel 2019, dopo la "ritirata" del Governo, è tre volte tanto.

La mia dichiarazione di voto è qui:


ed ho quindi detto in modo sufficientemente chiaro cosa ritenevo auspicabile. Rispetto a quanto ho dichiarato in quella sede pare che le cose stiano andando in modo diverso. Il Presidente del Consiglio, che è stato così gentile da apprezzare il mio discorso, pare abbia ritenuto di comportarsi in modo diverso, più affine a quanto sembrava anche a me opportuno fare quando vedevo emergere "le contraddizioni di un progetto articolato sulla svalutazione del salari", ma queste contraddizioni non erano ancora esplose. Voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta: quando si dà un parere, può darsi che non venga ascoltato, e questo, certo, in linea di principio potrebbe ulcerare la vanità di qualche eguccio debole. D'altra parte io, che ho meno informazioni di Conte, non me la sento di esprimere un giudizio sulla sua scelta. Come ho detto in un'altra occasione, suscitando i lazzi della nostra stampa più autorevole, per me essere in squadra significa portare a termine il compito che mi è stato assegnato senza pretendere di avere l'immediata visione d'insieme e senza volermi sostituire né fare lezioncine a chi ne sa più di me.

So bene che molti di voi immaginano che io passi, o debba passare, il tempo a dare lezioni di politica a Salvini: lo so, perché per sette anni avete dato su questo blog lezioni di economia a me. Ora, non è che Salvini abbia un carattere peggiore del mio, anzi! Ha semplicemente meno tempo, e io, che me ne rendo conto, vedendo quanto sia scarso il tempo di cui dispongo da quando rivesto una carica infinitamente meno impegnativa della sua, cerco di limitare allo stretto essenziale le interazioni. Lo stesso vale, con maggior forza, per il Presidente Conte.

L'acquiescenza a richieste che in termini economici sono del tutto surreali (lo confermo, perché, come detto in dichiarazione di voto, lo confermano gli uffici tecnici della Commissioni) viene vista da molti di voi come una inopportuna arrendevolezza. Può darsi. D'altra parte, ora il signor Moscovici è politicamente in lieve difficoltà. Se continua a dire che non gli basta mai, certificherà il fatto che "l'Europa" ha come ragion d'essere quella di imporre politiche procicliche a chi se le lascia imporre, cioè farà campagna elettorale per noi, non solo qui, ma anche negli altri paesi europei (e infatti le ultime agenzie dicono che abbia smesso, anche perché alla Francia, che ora ha alle calcagna la Germania, non conviene isolarsi politicamente dall'Italia, ma il contrario non è necessariamente vero, finché un francese ci spara addosso!). Se la mossa del Governo eviterà la procedura di infrazione, permetterà di portare a casa i risultati della manovra in termini sostanzialmente invariati (per i dettagli, come ha ricordato Claudio Borghi, dobbiamo aspettare le carte), confinando la Francia nel ruolo del cattivo. Se invece ci sarà procedura d'infrazione, si confermerà quell'atteggiamento bullistico del quale parlavo in dichiarazione di voto. Mi direte che non c'era bisogno di questa ulteriore dimostrazione, e potrei anche concordare con questa analisi: di Nein! è costellata la storia di questo blog. Mi direte che non esiste solidarietà europea, che abbiamo visto macellare nazioni nella totale indifferenza degli elettori (soprattutto progressisti) delle nazioni altrui, e vi potrei anche dare ragione. Tuttavia, sono stati quei macelli a far sorgere in molti di voi la consapevolezza che vi ha spinto a sostenere politicamente chi contrastava questo sistema iniquo, e ogni giorno si allarga sui media internazionali il fronte di chi critica il modus operandi della Commissione.

Onestamente, non sappiamo che cosa avrebbe fatto il PD se fosse rimasto al potere. Se dobbiamo imparare dal passato, forse avrebbe fatto uno 0.8+0.4=1.2 di deficit. Per scrupolo aggiungo che se il confronto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF ha un senso quest'anno (per il semplice motivo che noi il DEF l'abbiamo ereditato), l'entità della manovra va correttamente valutata confrontando il tendenziale NADEF (aggiornato rispetto a quello DEF) con il programmatico NADEF. Il confronto lo trovate qui:


Notate che nel 2013 (per il 2014) e nel 2014 (per il 2015) le manovre rispettivamente di Letta e Renzi prevedevano un deficit programmatico NADEF inferiore al tendenziale NADEF, cioè una stretta di bilancio rispetto al quadro a legislazione vigente. E così, nel 2014 la crescita del Pil fu dello 0.1%, e nel 2015 dello 0.9%. Poi, negli anni successivi, i saldi programmatici della NADEF divennero lievemente più espansivi di quelli tendenziali. In media, nel favoloso quinquennio del PD lo scarto fra programmatico e tendenziale NADEF fu di -0.2. Quest'anno, dopo la mediazione del governo, di -0.8 (da -1.2 a -2.0), cioè quattro (4) volte tanto. Diciamo che il sentiero stretto di Piercarlo "sparecchiavo" Padoan è diventato a quattro corsie: diminuisce il rischio di cadere di sotto.

Intrendiamoci: in squadra ci sono entrato io, non voi. Quindi io me ne sto zitto e lavoro, e voi, giustamente, dovete esprimere le vostre critiche. Tutti, me compreso, stiamo aspettando i risultati. Io devo anche concorrere ad essi per la mia parte. Il meraviglioso mondo dei social fa da lente di ingrandimento del nostro scontento, ma ci offre anche l'opportunità di condividere quello che avete trovato e vi ha trattenuto qui: i dati. Il mondo di prima, del quale vi parlai a suo tempo, era un mondo in cui l'IVA sarebbe aumentata, nessuno avrebbe usufruito di quota 100, nessuno avrebbe avuto né reddito né pensione di cittadinanza, non era stata rafforzata la detassazione dell'IMU sugli immobili strumentali, non era stato esteso il regime forfetario (sì, lo so, non è la "vera" flat tax: non ricordo di aver mai detto che avremmo fatto tutto il primo anno, e se l'ho detto lapidatemi pure), ecc.

Certo che dobbiamo volere di più!

Però, perdonatemi, una cosa devo dirvela: così come mi sembrano surreali le richieste "europee" di fare una politica meno espansiva all'inizio di un ciclo recessivo (richieste che si sbricioleranno quando la recessione globale colpirà i buoni come i cattivi), altrettanto surreali mi sembrano certe rampogne che vedo circolare sui social. Per giustificarle, per carità, le giustifico: i grafici di questo post sono una spiegazione sufficiente! Ma per capirle dovrei pensare che abbiate la memoria di un moscerino, o che siate atterrati oggi in Italia provenendo dall'iperuranio dei testi di macroeconomia keynesiana, dove, in effetti, è scritto che bisognerebbe fare ben altro (credo di saperlo, ma ringrazio comunque chi me lo ricorda).

Il fatto è che nel mondo reale non basta che capiamo noi qual è la cosa giusta. Devono capirlo anche loro. Alla fine lo capiranno, perché i fatti hanno la testa dura e qui avete imparato ad apprezzarlo. Cerchiamo di non dimenticarceli, questi fatti: altrimenti la testa ce la romperemo noi.

Con immutato affetto e riconoscenza.

lunedì 11 giugno 2018

...e quindi:



(...anche perché se non si fosse potuto fare, questo avrebbe significato che la cosiddetta Europa non esisteva, e in quel caso sarebbe stato giocoforza trarne le conseguenze fino in fondo. Invece esiste, ed è un luogo che coordina, ma la cui esistenza non abolisce, gli interessi nazionali. Questi ultimi devono continuare ad essere rappresentati e difesi dai governi nazionali, e meritano di essere rappresentati e difesi perché sono gli interessi dei grandi e dei piccoli appartenenti a una comunità. Tu chiamalo, se vuoi, fascismo...)

mercoledì 23 maggio 2018

Pilkington (S. Salvo, Europa).

(...l'ho presa benissimo...)


La storia è qui. Oggi siamo messi così:



Il mio commento è questo:


(la definizione di posizionamento sul mercato è qui: è semplicemente il rapporto fra saldo commerciale in un settore specifico, e volume del commercio mondiale nello stesso settore).

Ai lettori del blog non occorrerà altro.

Agli altri voglio dire una cosa.

L'esperienza della mia candidatura mi ha posto improvvisamente a confronto con un aspetto dell'impegno politico che mi era del tutto oscuro, per quanto nulla abbia di segreto o di arcano: la sua dimensione territoriale. Banalmente: si viene eletti in collegi, che sono porzioni di territorio. Io non ero un politico, quindi non ci avevo mai pensato.

Più volte ho espresso, ad esempio qui, il mio rispetto per gli attivisti che sul territorio da anni costruiscono quella struttura che mi ha consentito di avvicinarmi agli elettori e ai loro problemi. Il loro lavoro umile e tenace è stato il presupposto per l'affermazione delle mie idee. Ma ce n'era anche un altro di presupposto, perché le mie idee si affermassero: che queste idee ci fossero, e che io avessi il coraggio civile di esprimerle su questo blog. Il mio collegio, quindi, è in primis et ante omnia il web, e questo non lo dimentico, né dovrebbero dimenticarlo gli altri.

C'è anche una dimensione meno esaltante, per me che tendo a parlare di ciò che so, dell'impegno politico territoriale, soprattutto con una legge come il Rosatellum. Mi mette oggettivamente in difficoltà il fatto, peraltro comprensibile, e entro certi termini fisiologico, di essere visto nel "mio" collegio, quello in cui sono "scattato" perché ho preso meno (non più: meno) voti che altrove, come un taumaturgo, o, come oggi si direbbe, un tuttologo, che tutto deve sapere e che tutto deve risolvere (con o senza imposizione delle mani). Ripeto che se fossi stato chiamato a optare dalla legge elettorale avrei forse optato per l'Abruzzo, perché la mia attività professionale mi ha portato a conoscere le criticità di quella regione più di altre dove ero candidato (certo, sono affettivamente legato alla Toscana, e questa settimana sarò a Campi Bisenzio, Arezzo e Siena, ma se dovessi dire che conosco le criticità di quella regione come conosco quelle abruzzesi mentirei: comunque, sono disposto sempre ad ascoltare e imparare: e per questo vado a Campi Bisenzio, Arezzo, e Siena).

Il punto che vorrei sottolineare però non riguarda strettamente il rapporto con gli elettori. Loro hanno assolutamente il sacrosanto diritto di sentirsi rappresentati a Roma, e io ho il dovere imperativo di rappresentarli, tutti, inclusi quelli che avrebbero preferito essere rappresentati da politici con una visione discutibile dell'interesse del paese (vedi sotto). Tuttavia gli elettori dovrebbero capire, e senz'altro capiranno, che certo, io sono colui che sono, e soprattutto so quello che so, ma purtroppo sono ancora uno e non trino, il che mi impone di scegliere il campo di battaglia su cui schierarmi. Andare in giro a far promesse sperando che qualcuno le mantenga (more piddino) è senz'altro un'attività piacevole: poi si va a cena insieme, se si ha tempo (io non ne ho), l'Italia è un posto dove si mangia bene e l'Abruzzo un posto dove si mangia meglio (io sono perennemente a dieta), e domani è un altro giorno. Ma naturalmente se si fa questo, gli elettori lo capiranno, non si fanno altre cose: non si combatte a livello nazionale, non ci si occupa della legge di bilancio, non si gestisce il rapporto con l'Europa.

Volete sapere come gestisce questo rapporto il PD? Per darvene plastica rappresentazione, basterà che vi dica chi si sta occupando della redazione del bilancio dell'UE in questo momento. Sì, sto parlando di quel bilancio che nei sogni di Giove Macronio dovrebbe essere gestito dal Ministro delle Finanze Europeo per rilanciare lo sviluppo dell'Europa (che non esiste), con una quantità di soldi che è irrisoria se paragonata all'obiettivo dichiarato, e spropositata se paragonata all'obiettivo vero: integrare nei mercati del lavoro delle nazioni dove il lavoro c'è (Germania) lavoratori esteri a basso costo, per proseguire con la politica di dumping ai nostri danni (anziché consentire a noi una gestione razionale del processo migratorio, rimpatri compresi).

Bene, ve lo racconto. Il prossimo quadro finanziario pluriannuale (MFF), il budget post-2020, è già stato ipotecato, e rappresenta un caso lampante (forse il più lampante) dello strapotere tedesco e dell’inconsistenza italiana. A gennaio 2016, in un seminario per pochi eletti, Schaeuble ha dettato la linea, intimando ai presenti (fra cui il senior management della Commissione) di smetterla di blaterare di budget per la zona euro, di nuovi strumenti di bilancio (insomma, di lasciar parlare i francesi), e di concentrarsi invece sul taglio delle vecchie priorità del budget (agricoltura e coesione, cioè, se vogliamo, Francia e Italia) per finanziare le nuove (difesa, migrazione, sicurezza interna ed esterna). Priorità tedesche, da gestire alla tedesca, ovviamente. Da quel giorno tutta la Commissione ha iniziato a preparare la proposta del futuro budget in base a quella linea. A Roma non si sono mossi. Il tema non gli interessava (nonostante gli allarmi di alcuni nostri funzionari), e ovviamente i risultati si sono visti: nel corso del 2016-2017 tutta la scala gerarchica di chi si occupava del futuro budget è stata occupata da tedeschi, contravvenendo alle regole di funzionamento interno delle Commissione, che a chiacchiere esigono una rappresentanza equilibrata delle diverse nazionalità.

Vi ricordate chi era il Commissario al budget e alle risorse umane? Kristalina Georgieva, che con un tempestivo promoveatur ut amoveatur, determinato da conflitti con Selmayr (questo), se n’è andata alla World Bank, lasciando il posto di Commissario responsabile a Oettinger (tedesco, CDU). Scendendo per li rami, chi troviamo? La Direttrice Generale è Nadia Calviño, quota socialista spagnola: le apparenza bisogna pur salvarle. Sotto di lei il Vicedirettore Generale è un italiano: siamo in mano sua. Quindi tutto bene? Aspettate. Sotto l'italiano, il Direttore è Stefan Lehner, tedesco, un passato al Bundesministerium der Finanzen, caso unico in Commissione di un funzionario che pur occupandosi di fondi non è stato spostato dopo i fatidici cinque anni (qui trovate le sue variopinte e rassicuranti slides). Lui è lì da dodici, a gestire i soldi dell'intera Leuropa, e il 2021-2027 è il terzo quadro finanziario pluriannuale che decide, mentre, per fare solo un esempio, i segretari amministrativi dei nostri Dipartimenti universitari sono soggetti a rigida turnazione perché "ce lo chiede l'anticorruzione"! Sotto di lui, capo unità, Andreas Schwarz, ex watchdog tedesco nel gabinetto della Georgieva (liquidata come s'è detto). Sotto di lui, altro caso unico in Commissione, il vice capo unità è un altro tedesco, Claudius Schmitt-Faber, che è appena tornato un anno fa da un distacco di due anni al Bundesministerium der Finanzen. Sotto di lui, altri due tedeschi: uno (Michael Grams) era ad Ecfin nel Desk Germania, dove si occupava di dire che il surplus estero tedesco non è un problema e di ammorbidire le raccomandazioni della Commissione alla Germania; l'altro, Thilo Maurer, lavorava con un mio nuovo collega (indovinate quale)! Così si blinda la preparazione del bilancio settennale, nell'inerzia italiana.

E io devo stare ad ascoltare le lezioncine sbagliate di economia del rappresentante di un partito che ha permesso tutto questo? Non credo proprio, non funziona così: io posso anche accettarlo per cortesia, e l'ho fatto,ma quali elettori lo accetteranno, dopo aver letto i fatti che precedono? Perché è lì, in quei tavoli, che si decide l'allocazione dei fondi per il rilancio del nostro paese, e chi oggi fa il patriota vuoto a perdere quei tavoli li ha disertati, e quindi dovrebbe avere il pudore di tacere.

Sono stato io il primo a dire che entro certi limiti è opportuno che i parlamentari del territorio si uniscano e facciano fronte comune a Roma come i parlamentari tedeschi si uniscono e fanno fronte comune a Bruxelles (vedi sopra). Però vorrei anche che uscissimo una volta per tutte dalla retorica dall'embrassons nous generale, da questo buonismo assolutorio, dalla demagogia del "rimbocchiamoci le maniche insieme". Vorrei che capissimo che chi è stato parte del problema non potrà essere parte della soluzione, e se anche potesse entro certi limiti non sarebbe giusto coinvolgerlo: sarebbe invocare una politica senza responsabilità. Gli errori devono essere pagati. 

Gli amministratori, per carità, fanno bene ad assicurare il pluralismo, ci mancherebbe. Mi sembra senz'altro lecito dare l'ultima parola a chi è stato sconfitto dagli elettori e permettergli di dire le sue banalità senza assicurare diritto di replica a chi invece le elezioni le ha vinte perché aveva argomenti. Tuttavia, vorrei dire che per avere questo non devo sbattermi a tre ore di macchina da Roma: mi basta restare a casa mia e mettermi in collegamento telefonico con una trasmissione radiofonica del servizio pubblico. Devo anche rimarcare che ieri sera, in una diversa riunione, presieduta da uno che si è fatto sette legislature, è stato due volte ministro, ed è stato molto cortese con me, mi hanno detto che normalmente non si fa così, e che l'ultima parola spetta d'abitudine alla maggioranza (io ho obiettato che la maggioranza ancora non c'è, il che stava causando qualche problema procedurale). Però a me questo modus operandi sembra accettabilissimo, e anzi, incoraggio chiunque in futuro mi inviterà a fare così, a concepire il contraddittorio in questo modo, e sapete perché lo incoraggio? Perché così facendo il bisturi del voto inciderà definitivamente il bubbone. Non so se le elezioni politiche saranno fra due mesi o fra cinque anni: so solo che, dopo, non ci saranno giovani esponenti di un partito fallito e fallimentare ad alimentare il contraddittorio, perché il popolo li avrà mandati a stendere (e, con loro, chi continua a dargli tanta immeritata tribuna). Questa è la democrazia, e a me piace. Capisco che agli altri possa non piacere: strano come una meritata vittoria vista dal basso somigli a una immeritata sconfitta!

Bene.

Sia chiaro che io non tollererò più che in mia presenza venga fatta disinformazione (tradotto: la prossima volta mi alzo e me ne vado). Non è con la disinformazione, ma con l'informazione, che sono arrivato in Senato. Non tollererò più che politici che hanno perso, e che gli elettori raderanno definitivamente al suolo (la Valle d'Aosta è solo l'antipasto), si arroghino il diritto di scaricare in mia presenza sul paese, sugli italiani, la colpa di tre decenni di loro fallimenti e di loro umiliante subalternità (vedi sopra la catena di comando del prossimo budget UE). Nessuno mi obbliga a farlo. So che abbiamo vinto solo una battaglia e non la guerra, ma era la vostra Borodino, e il popolo è con noi. Sta cominciando l'estate. Se non vi ritirate ora, vi ritirerete d'inverno. Lascerete per strada ancora qualche Platon Karataev, ma lascerete anche tutti i vostri carri, tutti i vostri cavalli, tutte le vostre bandiere, e soprattutto tutta la vostra insopportabile e radicalmente immotivata spocchia.

E allora, per concludere: io ho il dovere di rappresentare il territorio, di rappresentare le mille esigenze particolari e di fare il possibile per assicurare che venga riparato il ponte tale o l'acquedotto talaltro, e ho già cominciato a fare quanto mi era possibile prima ancora che il governo venisse costituito (e con qualche minimo risultato). Ma chi è sul territorio, e non mi riferisco né agli elettori, né agli attivisti, ma agli amministratori, dovrebbe, nel suo interesse, lasciarmi spiegare (o, se lo desidera, spiegare lui) perché gli investimenti pubblici in Italia sono scesi dai 54 miliardi del 2009 ai 33 del 2017, e quelli in strade dai 10 miliardi del 2009 agli 8 del 2016 (il dato 2017 non è ancora pervenuto):




Questi tagli, di farli, ce l'ha chiesto l'Europa, e non credo che possiate nasconderlo, visto che per anni la solfa del "ce lo chiede l'Europa" l'avete cantata proprio voi. Quindi se si parla di crisi del vetro si parla di Europa, se si parla del fatto che far arrivare un container da Napoli costa poco meno che farlo arrivare dal Vietnam si parla di Europa, se si parla del fatto che le infrastrutture non solo non vengono fatte, ma soprattutto non vengono manutenute si parla di Europa, ecc. E il punto non è che l'Europa è cattiva, ma che chi ci si doveva confrontare non è stato molto intelligente (o è stato troppo furbo). Quindi, se mi chiamate, sappiate che parlerò di Europa: se non volete sentire, basterà non chiamarmi. Sappiate anche che non sarò, perché non penso di doverlo essere, tenero con chi ci ha messo in questa situazione. Io sto bene anche a casa mia, e forse da casa mia posso contribuire meglio a risolvere certi problemi, se non altro portandoli all'attenzione di un pubblico più ampio.

Tanto dovevo agli elettori del Vastese.



(...ah, nel caso qualcuno di quelli che erano lì ieri sera volesse sapere di cosa avrei parlato: avrei parlato anche di questo, per farvi capire che i vostri dossier sono sui nostri tavoli da tempo. Questo fa paura: che anche se il nostro programma fosse identico al vostro, noi riusciremmo a realizzarlo meglio di voi, ed è per questo che giù al Nord sono tanto in apprensione...)

(...avrei l'assemblea Confindustria, ma, alla luce del discorso precedente, piuttosto che andare a sentirmi dire le solite invereconde baggianate, preferisco andare in palestra. Il mio istruttore è un leghista, ma ha anche dei difetti...)

giovedì 21 dicembre 2017

L'intervista


Era il 6 luglio del 2012. Millenovecentonovantaquattro giorni dopo, il 21 dicembre 2017:


La situazione, non dobbiamo nascondercelo, non è migliorata.


In questo grafico del Pil italiano trimestrale ho segnato in rosso l'ultimo trimestre del 2011, quello in cui aprii il blog, e in giallo il terzo trimestre del 2012, quello in cui rilasciai la prima di queste due interviste. Dopo di essa il Pil continuò a precipitare, e ci vollero tre anni interi per recuperare questa ulteriore perdita. Ci sono invece voluti sei anni per tornare al livello del Pil registrato nel trimestre di apertura del blog (autunno 2011): ci siamo tornati (a malapena) nel trimestre scorso (estate 2017).

Siamo ovviamente a distanze siderali dai livelli di Pil pre-crisi, come il grafico dimostra, e vi risparmio il resto.

Eppure, nonostante sia ormai evidente che un simile shock al nostro tenore di vita non verrà probabilmente mai recuperato, soprattutto se si prosegue nell'applicazione delle stesse terapie (cioè, se si continua ad aderire supinamente al cosiddetto "progetto" europeo), mi sembra chiaro che siamo ancora lontani dalla rottura rivoluzionaria della quale abbiamo bisogno. Credo sia molto vero quanto dice Porcaro nel suo saggio sull'etica di Lenin:

"il proletariato non è affatto naturalmente rivoluzionario, e [...] non è quindi sufficiente dimostrare la natura moderata della socialdemocrazia, dato che questa corrisponde alla natura moderata delle masse stesse. [...] Perché l’aspetto rivoluzionario del proletariato possa emergere sono necessari almeno due fattori: una crisi generale della società, dell’economia e dello stato, ed una mobilitazione che aggiunga alle motivazioni economiche (che da sole potrebbero giustificare anche comportamenti opportunistici) la motivazione della difesa del proprio mondo vitale: della vita contro la guerra, della casa contro la miseria e l’invasione, del lavoro contro lo sfruttatore, della libertà contro l’oppressione. Soltanto le identità vissute come non negoziabili conducono alla rivoluzione, e quindi solo il formarsi progressivo di queste identità (e non la ripetizione di rivendicazioni economiche) prepara le condizioni soggettive di un rivolgimento."

Ci sarebbe, insomma, quel dettaglio che magari trascuriamo, ovvero che il movimento che iniziò un secolo fa, creando un sistema antagonista a quello capitalistico, e regalandoci, a noi happy few europei, le Trentes glorieuses, poté sorgere perché in Europa c'era la guerra: un processo sociale che mette in prima linea (in tutti i sensi) la meno negoziabile delle identità vissute come non negoziabili: la propria sopravvivenza fisica. Quindi, per una vera svolta, ci manca ancora un elemento determinante.

Ma, tranquilli: l'attesa non sarà lunga. Stiamo invadendo la Polonia, e il resto seguirà.

Ah, a proposito: buon Natale!

martedì 21 novembre 2017

Cartoline dall'Europa

(...lavoro come una bestia, giorno e notte. Mi sveglio ogni mattina alle quattro. Va bene, capisco che dovrei concentrarmi solo sulle cose essenziali, ma ogni tanto vorrete pur concedermi qualche distrazione!...)



Rzeszów (Podcarpazia), 16 novembre 2017

(didascalia)


 Pescara (Abruzzo), 16 novembre 2017


(didascalia)







(...caro Giampiero,

qualche anno fa, molti anni fa, mi trovavo sulle prealpi friburghesi, salendo dal Lac Noir allo Schopfenspitz - so che tu, che sai tante cose, sapresti anche ubicarlo su una cartina, e non è quindi a uso tuo, ma dei miei pochi lettori, di quei poverini che (a sentir te) si sono lasciati abbindolare da uno sciamano scientificamente inconsistente, che ricordo di cosa si tratta:


A quel tempo, essendo più giovane, ero anche meno saggio, e più pigro. Ricordo ancora la fatica fatta nell'accesso alla valle, per una strada di servizio alle malghe ripida e tortuosa. Ma ricordo soprattutto l'ultima parte del percorso, la breve salita finale verso la cima. Io ero andato, come al solito, da solo, ma essendo una bella giornata mi ero ritrovato in compagnia. Il sentiero, come sai e come si vede in questa foto:



sale da est verso una crestina orientata da nord-ovest a sud-est, e percorre il ciglio di un prato fortemente inclinato verso ovest, al bordo occidentale del quale comincia un dirupo (nella foto, vedi le prime frane in basso a destra). A sinistra (nella foto, la zona in ombra) la montagna scende a picco, per qualche decina di metri, verso una valletta. Certamente vedi anche, col tuo occhio esperto, che poco dopo aver guadagnato il ciglio ed aver piegato a sud-est, dal sentiero si dipartono delle tracce che invece di seguire il ciglio orientale del prato, passano in mezzo ad esso. Io, un po' timoroso e molto inesperto, invece di tenermi sul ciglio orientale (con connesso dirupetto a sinistra), mi lasciai tentare proprio da quelle tracce, e quindi percorsi il centro del prato (con relativo dirupone a destra). Ero già a metà strada, più o meno in mezzo alla foto, quando qualcuno, dalla vetta, rivolgendosi a dei suoi amici che, dietro di me, invece di tenersi sulla sinistra - cosa in quel caso consigliabile - avevano optato per il centro, gridò: "Tenetevi a sinistra, evitate il prato! Ha piovuto, è scivoloso, e a destra avete l'Abgrund!" Inutile dire che le mie ginocchia subirono una immediata trasformazione, facendosi in un istante di pastafrolla. Mi resi immediatamente conto del fatto che, per evitare un pericolo, mi ero messo in un pericolo peggiore. D'altra parte, ormai ero a metà strada, e correvo tanti rischi a tornare indietro quanti ad andare avanti: anzi, tornando indietro ne correvo uno in più: quello della brutta figura, che il mio giovanile orgoglio proprio non poteva concedermi. Con grande attenzione ripresi quota, e ora sono qui a raccontarti questo aneddoto (l'Abgrund non mi ha avuto).

Da questa esperienza ho tratto due lezioni, che non sempre seguo: in montagna non si va da soli (ma allora che ci si va a fare?); se si è in compagnia di esperti conviene fare quello che fanno loro.

Ora, forse non ci avrai fatto caso, perché magari nei corridoi della facoltà, quando io sono altrove, non è così (non lo so e non mi interessa): tuttavia, nessuno dei miei colleghi economisti in tanti anni ha mai avuto l'idea di avventurarsi in una critica pubblica delle tesi che sostengo nelle mie pubblicazioni, e questo per due motivi. Il primo, di mera cortesia e senso dell'opportunità accademici: i panni sporchi si lavano in famiglia, e questo non per omertà, ma semplicemente perché è inutile creare ulteriori tensioni in un ambiente in cui, essendo la competizione un dato fisiologico (quello che noi facciamo non è un lavoro: è una carriera...), tensioni ce ne sono già più che a sufficienza, soprattutto in un periodo di risorse artificialmente limitate. Il secondo un po' più sostanziale: come quei quattro sprovveduti che mi seguono ormai sanno bene, le cosiddette "tesi di Bagnai" in realtà sono semplicemente le conclusioni della letteratura scientifica più autorevole in materia. Ovviamente tu sei assente giustificato dal dibattito, dal momento che ti occupi di altro (se dovessi dire di cosa sarei in difficoltà, appunto perché... apparteniamo a settori diversi!). Tuttavia, proprio come se io fossi sul Sirente, dai cui canaloni orientali tu ti lanci sci ai piedi (perché di coraggio ne hai, da vendere!) tenderei a darti retta (o magari a restare a casa), riconoscendoti una superiore capacità di orientamento e di decisione in un contesto a me sostanzialmente estraneo (per quanto mi affascini), così mi sembrerebbe normale che tu, nel momento in cui ti affacci al contesto a te estraneo dell'economia e più specificamente della politica economica, ti lasciassi guidare da chi ne sa di più.

Invece, guarda cosa mi segnala uno dei tanti amici che ti vuole bene (non ne ho solo io: ne hai anche tu. Cose che capitano a chi ha una personalità forte...)! Una pagina che io non avrei mai letto - in effetti, non l'ha letta quasi nessuno (e un motivo ci sarà...) - e che non posso non trovare alquanto sorprendente!




Ora... cosa vuoi che ti dica? Su quanto il Regno Unito si penta, su quanto l'Esercito europeo sia una buona idea, su quanto la Bce abbia servito i nostri interessi, preferisco non pronunciarmi. Sarebbe crudele, da parte mia, voler infrangere le tue illusioni, visto che questa settimana ti ha già riservato due recise risposte negative dalla storia, anzi, dalla SStoria: a pochi giorni dal tuo appassionato esercizio di wishful thinking, l'Europa dimostra tutta la sua impotenza decisionale (o la sua natura truffaldina) assegnando per sorteggio, al cospetto di un'Italia crocefissa dall'ignavia dei suoi governanti, due importanti agenzie, così come i legionari si giocarono la tunica del Cristo crocefisso. Mi pare di capire che questi siano i tuoi governanti di riferimento, e ti sono vicino nel tuo dolore per la loro prossima dipartita. D'altro canto, la Germania, che mi pare di capire sia il tuo modello economico/sociale di riferimento, si arena, dopo le elezioni, in uno stallo diretta conseguenza di quelle tensioni sociali, che io descrivevo nel mio testo del 2012, figlie della sleale svalutazione competitiva dei salari la cui natura disfunzionale oggi è ammessa dagli stessi economisti tedeschi. Le famose "riforme", tanto decantate da chi non sa cosa siano, non potevano non portare al potere partiti di destra più o meno nazionalista, con conseguenze che a me erano e sono piuttosto chiare, e con le quali rinuncio a tediarti.

Questa è quella che tu chiami "l'abbondante rielezione della Merkel", con un umorismo certamente involontario, dal momento che, in tutta evidenza, di abbondante c'è solo la Merkel: la rielezione no, tant'è che probabilmente si andrà a rivotare, con esiti che in questo caso non riesco a prefigurarmi, ma che già da ora delineano una sconfitta del "modello" (?) tedesco.

E questa (la tua) sarebbe un'analisi non ideologica della realtà?


Caro Giampiero, mi sia consentito dubitarne. Ma, attenzione: se i dati sono in disaccordo con te su tutta la linea, io sono in disaccordo con te su un unico punto, un punto di metodo: nonostante tu sia di avviso contrario (che io certamente rispetto), tuttavia mi chiedo cosa mai dovrebbe fare un intellettuale se non intervenire nel dibattito, per tentare di incidere sulla realtà mettendo a disposizione della comunità che lo mantiene il proprio bagaglio di esperienze e risultati scientifici? Se quello che io faccio sia scienza, lascialo decidere ai comitati editoriali delle riviste internazionali su cui pubblico: sai, noi economisti siamo affezionati al principio della divisione del lavoro... Qui il punto è un altro: possibile mai che tu, un giurista, ti faccia abbindolare dalla retorica liberista che vorrebbe ricondurre le scienze sociali a un astratto e irrealistico paradigma naturalistico? Bisogna essersi dimenticati Galileo, tanto per dirne una, per ignorare che la distinzione fra scienze sociali e scienze naturali (hard sciences), proposta, guarda caso, dagli americani, è, appunto, un'americanata! (Detto con affetto per gli americani e per i loro burger). La falsa dicotomia fra hard sciences tanto affidabili quanto asettiche, e scienze sociali da cui diffidare perché non matematizzabili, questo pitagorismo dell'Illinois, fa sorridere chiunque abbia letto un testo di storia della scienza. Qui sappiamo che anche Euclide, anche Newton, erano ideologici, e tentavano di "incidere sulle cose" influendo sul procedimento analitico. E sappiamo anche - ma questo dovresti insegnarcelo tu, che sai la lingua - che "all'ùteme s'arecònde le pècure". Questa scienza "ideologica" ci ha permesso - anche troppo! - di incidere sulle cose! Perché, vedi, pare che gli scienziati, guarda un po', in effetti tentino di incidere sulla realtà, di essere utili, e questa tutto è tranne che una cosa nuova: a quale scopo mai si vorrebbe conoscere la realtà se non per incidere su di essa? Chi sa che un certo assetto di regole è disfunzionale, e lo sa perché ha compiuto un percorso di studi specialistici, che gli permettono di appoggiarsi su una dottrina che si è stratificata lungo i decenni, e su riscontri empirici provenienti da una messe di casi precedenti, cosa mai dovrebbe fare, se non dirlo (finché gli viene concesso) per mettere in guardia i propri concittadini? Sei proprio sicuro che per uno scienziato sociale sia una buona idea auspicare l'irrilevanza sociale dei propri studi?

Aspetto suggerimenti...

Caro Giampiero, la tua carriera, più rapida e brillante della mia, ti ha dato tante soddisfazioni. Hai combattuto tante battaglie, e ne hai anche vinte alcune. Oggi, considerande le due smentite che il tuo sogno irenico europeo ha incassato in meno di una settimana, consentimi, in serenità e amicizia, di apporre al tuo intervento su Facebook, in guisa di commento, la lapide che ricorda altri italiani, quelli che combatterono in una compagnia che si sarebbe dovuto evitare (sempre la solita) una battaglia che si sarebbe potuto evitare:




Valoroso tu, certo, lo sei. Ma in questo caso sei stato un po' sfortunato.

Questo, ovviamente, per chi crede alla sfortuna.

Io non ci credo: sono uno scienziato.

Affettuosità.

Alberto)


(...nonostante qualche volta se ne dimentichi, Giampiero è un amico e quindi esigo ancor più rispetto del consueto...)

mercoledì 15 novembre 2017

Populisti

Google è il mio pastore, non manco di nulla: così, scendo dal quarantunesimo piano e mi avvio, fra una chiesa barocca e un grattacielo, verso il centro storico.

La città ha un suo perché, e ce l'avrà avuto ancor più prima di essere piallata dalla guerra.

Seguo il mio percorso sul touchscreen, ogni tanto scatto una foto, poi a un certo punto la suadente voce di Langley mi annuncia che "La tua destinazione è sulla destra". Io mi volto a destra, e non c'è niente. Estraggo l'oggetto per fare un punto nave, e in quella mi sento apostrofare da un signore che stava telefonando, a tre metri da me: "Excuse me, do you need any help?" E io: "Indeed... apparently, yes... I am looking for Bistrot Warsaw..." E lui: "It's on the opposite side of the square". E io: "Thanks".

Ora, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

La prima è che non ci sono free lunch: Google è il mio pastore, ma siccome ti fa stare con gli occhi adesi al touchscreen, capita anche che ti impedisca di vedere che stai passando esattamente accanto alla tua destinazione. Insomma: un caso di overshooting (parola ultimamente cara ai bischeri).

La seconda è che se anche mi comporto come una bella fica, in realtà non lo sono, o almeno non in questa vita: ora, voi ce lo vedete un italiano aiutare un turisto? Io non tanto, o comunque non a Roma, dove siamo sufficientemente pressati gli uni sugli altri da odiare l'uomo (e in fondo anche la donna) all'ingrosso e al dettaglio. Eppure, qui, invece, un pericoloso populisto xenofobo (lui, secondo i merdia) ha aiutato un turisto (io) indicandogli il locale dove doveva incontrare dei nazionalisti.

Non la faccio lunga: domani ho la sveglia alle 5, e soprattutto mi sveglierò alle 4, come sempre. Ma credo che mi abbiate capito...

mercoledì 23 novembre 2016

Austeri e no

Sto lavorando con un nostro amico (Claudio Borghi) per impostare un indicatore sintetico di incentivo all'uscita dall'Unione. Qualcosa di simile a un altro lavoro che conoscete bene, ma fatto con un po' più di criterio. Mi ha fatto notare un altro amico (Sergio Cesaratto) che in Germania stanno sclerando. Ora, fra le varie storielle che ci raccontano, una che (come sappiamo) non è tanto supportata dalle esperienze storiche è quella che in caso di uscita i "mercati" ci punirebbero, condannandoci all'autarchia finanziaria. Il paper segnalato da Sergio indica che la Germania sta in effetti preparando la sua Strafexpedition, ma come vadano simili spedizioni lo sappiamo: alla fine, male per chi ci si imbarca (il che non significa che non ci si debba premunire).

In effetti, le posizioni di intransigenza e di minaccia teutonica sono, come sempre, indicatrici di una certa fragilità, e il nostro governo bene farebbe ad esserne consapevole.

Nel Tramonto dell'euro apponevo un categorico "chi se ne frega" all'ipotesi che "i mercati non ci avrebbero finanziato", sulla base del fatto che l'Italia aveva uno dei surplus primari di bilancio pubblico più rilevanti, per cui, se anche il debito pubblico fosse stato il problema (come non era, ma a quell'epoca lo dicevo solo io), noi avremmo avuto meno difficoltà di altri a rifinanziarcelo. Il Tramonto, però, era stato scritto nel 2012, quando erano disponibili i dati consolidati fino al 2011. Quattro anni dopo la situazione come si presenta?

Così.


Il grafico riporta le medie del rapporto fra saldo primario e Pil dal 1999 al 2015 (in verde scuro), e poi quella dalla crisi dei debiti "sovrani" in poi (cioè sul periodo 2010-2015, in verde chiaro).

I paesi sono ordinati sul primo dei valori, cioè sulla media dell'intero campione 1999-2015. Il meno virtuoso risulta quindi essere la Slovacchia (in alto), e il più virtuoso il Belgio (in basso), anche se poi, da quando c'è la crisi (barre in verde chiaro), vediamo che il deficit primario slovacco è stato superato da quello di tanti paesi: Irlanda, Spagna, Regno Unito (tutti paesi che secondo i gazzettieri hanno fatto austerità, come credo abbiate avuto modo di constatare), e il surplus del virtuoso Belgio è diventato, per non sbagliare, un moderato deficit.

Ora, vi esorto a considerare un dato: escludendo il Lussemburgo, che è un paese dalle dinamiche molto particolari (un simpatico paradiso fiscale per le potenze egemoni), due soli paesi sono rimasti in surplus primario di bilancio durante la crisi: Germania e Italia. Il surplus tedesco è aumentato, quello italiano leggermente diminuito, ma resta più grande di quello tedesco. Svezia, Finlandia, Danimarca, Belgio, erano tutti partiti bene, e sono tutti arrivati male (posto che avere un deficit primario sia un male)! Poi ci sono gli altri, quelli che un surplus primario non l'hanno mai avuto e la cui situazione con la crisi è peggiorata, come l'Olanda e la Francia. E poi ce ne sono altri che durante la crisi sono riusciti a diventare "virtuosi": l'Ungheria e Malta.

Bene: questo grafico credo la dica lunga su chi ha fatto austerità e su quanto la nostra economia sia, per usare un termine caro agli economisti, "resiliente". I nostri nemici questo lo sanno benissimo, ed è per questo che cercano di fiaccarci il morale. Loro, dalla crisi, ci hanno guadagnato 100 miliardi di euro solo in conto interessi, e lo sanno benissimo. Resta da capire da che parte stia il nostro governo, se sappia come la pensano a Francoforte, e se abbia mai dato un'occhiata a queste cifre, uno dei tanti argomenti che un governo degli italiani dovrebbe usare per difendere gli interessi degli italiani in Europa.

Posto, naturalmente, che volesse farlo.

Noi cittadini siamo stati austeri.

Adesso sta a loro, ai governanti, essere uomini.


(...commenti sempre sospesi, sorry...)

domenica 19 giugno 2016

Sechiular staghgnieiscion (the unpleasant Keynesian arithmetic of secular stagnation)

Oggi desidero parlarvi di un tema che si intreccia per vari fili alle vicende della cronaca recente, nonostante il nome con il quale è stato introdotto nel dibattito alluda a dinamiche di lunghissimo periodo, remote dalle contingenze del quotidiano.

Mi riferisco alla cosiddetta stagnazione cosiddetta secolare.

Non mi interessa in questa sede affrontare il merito o il demerito teorico delle argomentazioni di chi propone questa tesi (noto solo che visibilmente si sta arrampicando sugli specchi), quanto descrivere i dati, fare qualche semplice esercizio aritmetico, e soprattutto evidenziare due punti politicamente rilevanti.

Il primo è facilmente desumibile dal post precedente. Dopo aver avallato, in totale subalternità alla Bce, un programma economico il cui fondamento era sconfessato dalla stessa Bce ancor prima che Monti cominciasse ad applicarlo (spettacolo!), un programma cioè che era destinato a fallire rispetto all'obiettivo dichiarato (la crescita) secondo le stesse analisi di chi ce lo imponeva, ecco che a Melisenda Mascetti, attonita nel contemplare il desolante spettacolo del campo di macerie che questo programma inevitabilmente ha prodotto, non resta altro che appellarsi a un fatto esogeno: l'arrivo (da dietro) del sottohoho Giovannone, aka secular stagnation.

Il secondo punto ha a che vedere con l'argomento secondo il quale "sì, l'euro è stata una scelta sbagliata, ma non possiamo correggerla perché ci sarebbero conseguenze sistemiche". Insomma: l'euro sarebbe TBTF (too big too fail). Con la "f" di fuck, ovviamente. Argomento prediletto dai piddini di fascia "alta" (quelli informati, come il nostro amico dombas), il quale, come tutti i loro argomenti, è una spada a doppio taglio (che loro, per non sbagliare, impugnano dalla lama).

I dati
Allora, cominciamo dai dati, che vengono da qui (per chi vuole divertirsi).

Questo è l'andamento del Pil mondiale per grandi paesi o macroregioni:



e queste sono le quote dei paesi/macroregioni sul Pil mondiale:


Solo su questi due grafici ci sarebbero da fare altri 1400 post, ma non voglio abusare della vostra pazienza. Notate alcune cose che sapete: la stagnazione del Giappone a partire dalla fine degli anni '80, dopo gli accordi del Plaza (che poi è il motivo per il quale Krugman preconizzò che l'Eurozona sarebbe diventata giapponese); molto evidente (anche perché in giallo: scelta di Excel!) l'espansione della Cina; molto evidente anche la stagnazione dell'Eurozona dall'inizio della crisi e la relativa compressione della sua quota di mercato.

Nota bene: vi esorterei a rifuggire da interpretazioni causali affrettate, del tipo "l'Eurozona s'è ristretta perché la Cina si è allargata". Sarebbe così, come ci siamo detti mille volte, se il mondo fosse una torta di formato predefinito, dove chi allarga la propria fetta lo fa necessariamente a scapito di quella altrui. Ma la fetta cinese si è allargata perché hanno prodotto di più, non perché ci hanno "rubato" quanto producevamo, e così, forse, anche la nostra fetta potrebbe essersi ristretta perché potremmo (uso il condizionale) esserci dati delle regole che ci strangolano. Sono solo ipotesi, per ora, e, come vedremo, non è facile valutarle nemmeno partendo dai dati (mentre è facilissimo farlo partendo dalle ideologie: ma per questo ci sono i demagoghi dalle mille verità in tasca, quelli per i quali l'euro ci protegge).

Possiamo analizzare in dettaglio l'andamento delle quote dei due attori principali: Stati Uniti ed Eurozona:


Se vi conosco, credo che vi aspettaste un tuffo catastrofico in seguito alla crisi. Ma ovviamente non può essere così, e perché? Ma per il semplice motivo che se un'area che è fra un quinto e un quarto dell'economia mondiale va a picco, il totale mondiale si restringe anche lui, o comunque cresce di meno, e quindi il rapporto fra il Pil dell'area considerata e quello globale non va drammaticamente a fondo (perché si riducono sia numeratore che denominatore). Qui una cosa è chiara: la tendenza per noi è decrescente (il che significa che cresciamo meno della media mondiale), e lo è più o meno dalla fine degli anni '70 (diciamo, dall'inizio della terza globalizzazione). Altro dettaglio: si vede che negli ultimi tempi le cose progressicamente peggiorano, e che dopo un periodo di relativa stabilità, fra 1997 e 2001, in cui la quota del Pil dell'eurozona sul totale mondiale è stabile, dal 2002 inizia un declino piuttosto marcato, che precede la crisi, e che non accelera con essa (contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare).

Qui ci sarebbe, certo, molto da studiare, ma i primi due elementi salienti che mi vengono in mente rispetto a quel periodo sono le riforme Hartz (cioè la sterzata deflazionistica impressa dalla Germania a proprio beneficio), e, per altri versi, l'entrata della Cina nel WTO. Quest'ultima però non sembra affliggere particolarmente gli Usa, che erano più interconnessi di noi alla Cina. Credo quindi che anche con noi c'entri meno di quanto comunemente si vuol far credere.

In ogni caso, andiamo a vedere come si è evoluto nel tempo il contributo dell'Eurozona alla crescita dell'economia mondiale. Il metodo lo abbiamo descritto qui, parlando del contributo (inesistente) della Germania alla crescita europea.

Vi fornisco intanto qualche statistica descrittiva, partendo dai tassi di crescita reale:


Cominciando dall'ultima colonna, negli anni '60 il mondo cresceva al 5.5%, con Giappone, Europa (qui rappresentata dai paesi che poi sarebbero entrati nell'Eurozona, quindi esclusa in particolare la Gran Bretagna), e resto del mondo (ROW) più veloci degli Usa: rispettivamente, 10.4%, 5.8%, 4.8% e 4.7%. Come sapete, non c'è nulla di strano: è la convergenza, bellezza! Sì, proprio quella cosa ignorata dai cialtroni che pubblicano grafici come questi!

La crescita mondiale poi si smorza in modo più o meno monotòno (altra cosa che "er modello" tutto sommato prevede). La Cina, quando può (cioè dalla fine degli anni '70) comincia a convergere pure lei, con una fiammata di crescita al 10% che naturalmente compensa il rallentamento dei paesi "avanzati".

La tabella vi propone anche due scomposizioni per sottoperiodi. La prima considera il periodo precedente alla terza globalizzazione (1960-79), poi quello precedente all'avvio dell'unione monetaria (1980-1997), e infine il periodo dell'unione monetaria (1997-2014; do per scontato che voi sappiate perché scelgo il 1997 come anno d'inizio). La seconda suddivide ulteriormente la storia dell'Unione Economica e Monetaria, dal 1997 al 2001, dal 2002 (riforme Hartz) al 2008 (inizio della crisi), e poi dal 2009 all'ultimo dato disponibile (crisi). Non entro nel commento di ogni dato, se non per notare che nel periodo della crisi l'unica zona afflitta da crescita negativa è quella che ha adottato la moneta che porta la pace e la prosperità (l'euro). I motivi vi sono noti, quindi sorvolo.

Naturalmente, a questi scarti fra tassi di crescita corrispondono evoluzioni delle quote di mercato delle singole aree sul Pil globale, che vedete riassunte qui:


Qui parto, col vostro permesso, dal basso: nell'ultima sezione si vede come l'Eurozona sia quella che ha subito la perdita più pesante di quota di mercato: meno cinque punti fra 1997 e 2014, a un tasso sostanzialmente costante (quello che avevamo visto nell'ultimo grafico). Negli anni '90 l'Eurozona era ancora un quarto dell'economia mondiale (il 25%), mentre ora è un quinto (il 20%). Gli Stati Uniti hanno tenuto botta (dal 27% al 26% in media di decennio).

Ora vorrei analizzare con voi il contributo della crescita dell'Eurozona alla crescita mondiale. Il contributo di una parte alla crescita (o alla recessione) del tutto dipende da due elementi: quanto è rapida la crescita (o la decrescita) della parte, e qual è la sua quota rispetto al totale.

Vi è mai capitato di sentirvi dire da una donna (o da me): "Mi sono messa a dieta ma mi sono dimagriti solo i lobi delle orecchie?" Capite bene che siccome i lobi dell'orecchio, se va bene, saranno uno 0.01% del peso totale, il fatto che essi si riducano poniamo del 30% non fornisce un risultato apprezzabile...

Ora, con l'Eurozona le cose stanno esattamente all'opposto. L'Eurozona è un pezzo piuttosto grosso dell'economia mondiale: era un quarto, resta comunque un quinto nonostante un paio di decenni di supremazia germanica. Quindi quello che le succede influisce sulla crescita totale. Vi propongo prima di esaminare cosa è successo, e poi di studiare un paio di controfattuali (cioè: cosa sarebbe potuto succedere se fossimo stati meno autolesionisti). I dati sono incontrovertibili. Le simulazioni hanno i loro limiti: evidenzierò quelli di cui sono consapevole, e ovviamente chi sapesse fare di meglio è bene accetto.

Partiamo dai dati, che sono questi:


Spiegazione: negli anni '60 il mondo cresceva in media di cinque punti percentuali all'anno, dei quali uno attribuibile agli Usa, due all'Eurozona, uno al Giappone, e due al resto del mondo (il contributo della Cina era virtualmente nullo). A beneficio dei sadici anali feticisti del decimale, in fondo al post riporto la tabella senza arrotondare all'intero più vicino: è meno leggibile, ma perché privare di questa innocente perversione i nostri cortesi lettori?

Notate un paio di cosette: il contributo dell'Eurozona alla crescita mondiale va a zero sostanzialmente in questo secolo (era ancora pari a un punto nel periodo 1997-2001, quindi prima facie dovremmo concludere che il cambio fisso da solo non è bastato a castrarci); il contributo del Giappone va a zero prima, negli anni '70, ma anche questo non ci stupisce, perché nonostante una dinamica di crescita a quei tempi pari alla nostra (il 4.1% in media annuale), la quota del Giappone era circa la metà di quella dell'Eurozona: insomma, il contributo a livello mondiale del Giappone appare solo se cresce almeno a due cifre, come succedeva negli anni '60; la Cina invece all'inizio era talmente piccola, in termini di valore aggiunto, da non contribuire significativamente nemmeno quando cresceva a due cifre, come ha fatto sostanzialmente dagli anni '80 in poi (negli anni '80 la media è solo 9.8%, ma ci siamo capiti...).

La cosa più interessante è però analizzare il contributo percentuale delle singole aree alla crescita totale. Ovvero: fatta 100 la crescita del mondo, le singole aree per quanto hanno contribuito?

La risposta è qui:


Negli anni '60 e '70 l'Eurozona (capiamoci: l'area che poi sarebbe diventata l'Eurozona: se lo fosse già stata le cose sarebbero state diverse!), l'Eurozona, dicevo, dava un contributo alla crescita mondiale superiore a quello di Stati Uniti e Giappone. Circa il 28% della crescita economica del mondo era spiegato dalla futura Eurozona (un terzo, per capirci). Questo contributo crolla dall'inizio di questo secolo (passando al 12% nel primo decennio e al 5% nel decennio attuale). Più precisamente, l'Eurozona, che aveva contribuito per il 28% alla crescita mondiale fra 1960 e 1979, contribuisce per solo il 19% fra 1980 e 1997, e poi per il 12% fra 1997 e 2014. Tuttavia, questo 12% è il risultato di andamenti piuttosto diversificati nel tempo. Fra 1997 e 2001 l'Eurozona ha una performance non così disprezzabile, e vicina ai risultato storici, contribuendo al 22% della crescita mondiale (contro il 20% registrato negli anni '80). Poi, fra le riforme Hartz e lo scoppio della crisi, il contributo scende di quasi 10 punti, al 13%. Dallo scoppio della crisi, diventa negativo: -2%.

Questo è quello che intendevo quando dicevo che l'Europa stava diventando il buco nero della domanda mondiale (un paio di anni fa). Come avrebbe detto Berlusconi: noi stiamo remando contro.

Le tesi sulla sechiular staghgnieiscion vanno valutate against this backdrop, cioè tenendo conto di questo fatto statistico (il suicidio dell'Eurozona), e considerando il dato politico che questo suicidio non è dovuto a una grande moria delle vacche (la tesi preferita dalla stampa di regime, e da Melisenda Mascetti), ma al fatto di esserci dati delle regole economiche per cui l'unico meccanismo di aggiustamento che ci rimane rispetto a shock macroeconomici globali è tagliarci i redditi (che quindi calano), come abbiamo spiegato e rispiegato (qui una spiegazione a prova di idiota, almeno nelle intenzioni). Detto in altre parole, non ha alcun senso invocare la secular stagnation come spiegazione di quanto ci sta accadendo se prima non teniamo conto dell'impatto che la deliberata distruzione di domanda (cioè di redditi da spendere) da parte dei politici dell'Eurozona ha avuto sull'economia globale. Se, al netto di questa distruzione di domanda, assistessimo a un effettivo rallentamento del mondo, allora potremmo parlare di "secular stagnation" (o di grande moria delle vacche, o whatever...). Ma se non teniamo conto di (i fighi dicono: controlliamo per) questo evento, allora dobbiamo applicare il rasoio di Occam. Dichiarare che il reddito del mondo cala per motivi esoterici quando un quarto del mondo si è amputato per propria decisione il reddito in effetti è moltiplicare le spiegazioni praeter necessitatem.

Chiaro?

Questa valutazione può essere effettuata in diversi modi, più o meno sofisticati, e necessita comunque di un modello, con tutti i limiti metodologici del caso. D'altra parte, anche ignorare l'esistenza del problema che l'Eurozona pone al mondo presenta dei limiti, e non solo astrattamente metodologici: anche concretamente politici.

Vi propongo due esercizietti fatti al volo (o più esattamente: in volo. Il primo l'ho fatto andando a Parigi e il secondo tornando da Barcellona).

Il primo controfattuale
Nel primo controfattuale verifico dove saremmo oggi se l'Eurozona avesse reagito dopo la crisi del 2008 come reagì dopo la crisi del 1992. Vi ricordo che anche in quelle circostanze ci fu una crisi a settembre (nel 1992 la crisi dello Sme, nel 2008 la crisi Lehman), seguita da un anno di recessione (nel 1993 fu il -0.6%, nel 2009 il -4.5%). Nei cinque anni successivi al 1994, però, l'Eurozona crebbe al 2.45%. Viceversa, fra 2010 e 2014 la crescita media è stata dello 0.6%. Il perché lo sappiamo: a causa delle politiche di austerità rese necessarie dall'euro. La simulazione che vi propongo è meramente aritmetica, e risponde alla domanda: dove saremmo oggi (noi, e il mondo), se l'Eurozona avesse reagito alla crisi del 2008 come reagì a quella del 1992? Cioè: se nei cinque anni successivi all'ultima recessione la crescita dell'Eurozona fosse stata pari a quella sperimentata dopo la penultima?

Va da sé che questo esperimento ha degli ovvi limiti metodologici: intanto, anche nel 1992 era partito un impulso recessivo dagli Stati Uniti, ma era stato di proporzioni molto inferiori rispetto allo shock del 2009 ((-0.1% nel 1991 contro -2.7% nel 2009). Non c'era stata una crisi finanziaria globale, i mercati erano meno interconnessi, viceversa c'era uno stress finanziario locale determinato dalla necessità di finanziare la felice riunificazione tedesca, ecc. Questo significa che ipotizzare una ripresa con valori del tasso di crescita simili a quelli sperimentati storicamente è probabilmente esagerato: anche senza le politiche suicide di austerità, probabilmente oggi saremmo cresciuti un po' di meno. D'altra parte, se questa ipotesi distorce i risultati al rialzo (nel senso che esagera l'impatto recessivo sull'economia mondiale della nostra mancata crescita), il fatto di condurre un esperimento puramente aritmetico, in cui si modifica solo il sentiero di crescita europeo, senza tener conto del fatto che l'economia europea è un volano per l'economia mondiale (perché una nostra maggiore crescita avrebbe significato maggior domanda di beni, e quindi maggiori redditi, nel resto del mondo), distorce i risultati al ribasso.

In ogni caso, il risultato sarebbe stato questo (espresso come scarto del controfattuale dallo scenario storico):


Vi presento i risultati "tagliati" per decenni, perché lo "shock" (la maggior crescita europea rispetto allo scenario storico) viene analizzato a partire dal 2010 (primo anno dopo la recessione). Ovviamente in tutti i decenni precedenti lo scostamento del controfattuale dallo storico è nullo. Nel decennio in cui viene applicato lo shock, cioè, rectius, nel quinquennio fra il 2010 e il 2014 (fino a dove arrivano i dati), risulta che se l'Eurozona fosse cresciuta allo stesso ritmo sperimentato nel quinquennio 1994-1998 avrebbe avuto 1.8 punti percentuali di crescita in più, e il mondo 0.4 punti di crescita in più (arrivando a una crescita del 3.2%, pari a quella degli anni '80, o del periodo 2002-2008). Tutto questo senza considerare gli spillover (come dicono i fichi) sulle altre economie.

Già! Questo 0.4, come vedete, riporterebbe le lancette della crescita indietro di un trentennio, cioè a un periodo nel quale né a Melisenda, né tantomeno a Larry, sarebbe mai venuto in mente di parlare di sechiular staghgnieiscion.

Chiaro, no, perché mi girano?

Altri due controfattuali (col modello globale)
Bene: ora facciamo un altro esperimento. In questo caso, utilizzo il modello dell'economia mondiale che ho costruito per il mio studio sugli squilibri globali. Sì, mi rendo conto che fa pensare a questa cosa qui:


ma in realtà è una cosa molto meno seria: è solo il risultato di un percorso di ricerca iniziato con il modello dell'Unione Europea, proseguito aggiungendo un modello degli Stati Uniti, e infine un modello della Cina.

#cosedilavoro, come dice quello.

Il modello attualmente è dormiente, per un motivo molto semplice: non abbiamo abbastanza risorse per tenerlo aggiornato, cioè per fare con un minimo di criterio quelle ricerche che nessuno vuole fare (perché "nun se pubblicheno bbene" o semplicemente perché sono contrarie ai desiderata della dominant social force behind the authority), ovvero per rispondere a quelle domande alle quali nessuno vuole rispondere e che quindi nessuno si pone, come ad esempio: "Ma siamo veramente sicuri che sia un problema di stagnazione "secolare", e non il risultato di una scelta politica a caso (l'euro)?". Sul discorso delle risorse però torniamo un'altra volta, se volete: tanto per dire, ho anche un modello dell'India nel cassetto (veramente, ce l'ha Christian), ma se passo le giornate a spiegarvi che 2+2=4 chiaramente anche lui fa la muffa. Eppure sarebbe interessante utilizzarlo...

In ogni caso, il database è aggiornato fino al 2006, e quindi me ne son potuto servire per simulare l'impatto sul tasso di crescita globale di un taglio della spesa nell'Unione Europea considerando un orizzonte di sei anni, dal 2001 al 2006, che corrisponde come durata a quello lungo il quale abbiamo sperimentato l'austerità (dal 2011 al 2016).

Il problema, qui, come in ogni scenario di simulazione (compreso il precedente), è quello di quantificare lo shock. Nel primo controfattuale ho agito direttamente sul tasso di crescita dell'economia europea. Avendo a disposizione un modello che prevede fra le variabili la spesa pubblica europea (diverse voci di spesa, in effetti), posso simulare direttamente l'austerità europea (cioè il taglio della spesa) per vedere come agisce sul tasso di crescita dell'economia europea, e poi, a valle, su quello dell'economia mondiale.

A questo scopo, ho fatto due ipotesi: una, standard, di riduzione della spesa pubblica nominale in proporzione pari all'1% del Pil nominale, e una più ambiziosa, applicando al modello lo scostamento dal trend della spesa pubblica nominale durante gli anni dell'austerità (ve lo spiego meglio dopo). Negli esperimenti di simulazione ho tagliato solo la componente "consumi intermedi" dei consumi collettivi, ovvero gli acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche. Non è una scelta ideologica: è semplicemente che Barcellona e Roma sono piuttosto vicine, quindi non avevo tempo per implementare scenari più complessi e realistici (ad esempio: taglio della spesa per beni e servizi più blocco dei salari pubblici più...).

Veniamo alla prima simulazione (shock standard, riduzione dell'1% della spesa pubblica nominale). L'impatto sul mondo è riassunto da questo grafico:

Nota bene: questi sono scostamenti percentuali delle variabili dal loro livello "non perturbato". Il grafico ci dice quindi che un taglio alla spesa pubblica nominale dell'Unione Europea parì all'1% del Pil europeo riduce il Pil mondiale (linea blu) di circa lo 0.2% (dato compatibile col fatto che l'Europa, nel periodo campionario utilizzato per la simulazione, è pari a circa il 20% del mondo). Per confronto con il discorso fatto finora, vi faccio vedere anche cosa succede in termini di tassi di variazione delle variabili (cioè del Pil reale: GDPV indica il Pil, in inglese GDP, in volume, V, cioè a prezzi costanti, cioè in termini reali):


Per capire come interpretare questi risultati, che sono espressi, appunto, in tassi di variazione, facciamo riferimento al dato mondiale (variabile WLDGDPV, quella tracciata in blu nel grafico), e ricordiamoci due cose, che potrebbero sono normalmente di ostacolo alla comprensione dei risultati anche per i colleghi più esperti (o espertoni):

1) la differenza fra livelli e variazioni;
2) il fatto che i prezzi esistono (e si muovono per riportare il mondo in equilibrio).

Se:

a) abbasso dell'1% la spesa pubblica in Europa,
b) il moltiplicatore non è lontano da uno (per cui anche il Pil europeo scende più o meno dello stesso ammontare)
c) l'Europa è il 20% dell'economia mondiale,

allora il Pil mondiale scenderà dello 0.2%. Ai livelli delle variabili succederà cioè questa cosa qui:


dove la riga "% deviation" è appunto quella rappresentata nella figura "Percent deviation" (non è che ci volesse molto...). Vedete quindi che nell'anno dello shock (qui il 2001) il Pil europeo si contrae dello 0.91%, quello mondiale dello 0.18%, ecc. Questa riduzione dello 0.18% nel primo anno corrisponde a una minore crescita di pari importo (la tabella precedente ha qualche sfasamento dovuto a minimi errori di arrotondamento, e vi indica 0.19% di minore crescita per il mondo). Nel secondo anno (il 2002) lo scostamento in europa tende impercettibilmente a chiudersi: 0.90 invece di 0.91, mentre si propaga alle altre parti del globo (Usa, Cina), e quindi a livello mondiale lo scostamento rispetto al livello aumenta (in valore assoluto) da -0.18 a -0.19. Questo significa una ulteriore minore crescita, ma solo di -0.01 (come vedete dalla tabella precedente).

Ora, con riferimento alla tabella dei tassi di crescita, vedete che dopo sei anni l'impatto complessivo del taglio di un punto di Pil della spesa pubblica europea è negativo per tutte le aree mondiali, con la possibile eccezione degli Stati Uniti, dove la cumulata degli scarti della crescita è 0.04 (e infatti dal grafico si vede che gli Usa "rimbalzano" sopra l'asse orizzontale, che indica il punto in cui il sentiero controfattuale è uguale - scostamento zero - a quello simulato). In termini di crescita complessiva però non è un bagno di sangue: solo uno 0.07% in meno, pari (nel 2006) a circa 27.3 miliardi di dollari ai prezzi del 2000 su un Pil mondiale di 37777.3 miliardi di dollari. Il risultato teorico c'è (le scelte politiche dell'Eurozona influenzano l'economia mondiale con moltiplicatore positivo, per cui se noi tagliamo, il mondo cala anziché crescere), ma la rilevanza pratica no.

Solo che questo non è quello che è successo.

Quello che è successo è più simile a quanto vediamo in questo grafico:


Spiegazione: in azzurro la spesa pubblica complessiva dell'Eurozona, tratta dalla solita fonte (sono miliardi di euro). In rosso, la stessa variabile, se dal 2010 in poi fosse rimasta sul trend sperimentato nel decennio precedente, con una crescita del 4% all'anno (per gli ingengngnieri: 3.93%). Naturalmente fino al 2010 si vede solo la linea rossa, perché ricopre esattamente quella azzurra. Poi la storia è quella azzurra (la spesa pubblica si ferma), e in rosso c'è il controfattuale (cosa sarebbe successo se la spesa non si fosse fermata, se non si fosse "distrutta domanda"). In nero lo scostamento fra storico e controfattuale. Dopo sei anni, nel 2015, la spesa pubblica effettiva a livello di Eurozona è di circa 1000 miliardi inferiore a quanto si sarebbe avuto in caso di mantenimento della tendenza storica.

Uno shock non indifferente, che corrisponde a uno scarto dal sentiero storico che va da -0.8% del Pil nominale nel primo anno (entità non dissimile al -1% che abbiamo simulato prima) fino a -8.9% nel sesto anno. E qui la differenza è abbastanza notevole, come notevole è l'impatto sula crescita.

Vi fornisco la tabella in termini di tassi di crescita:


Gli impatti, come vedete, sono meno trascurabili.

A livello europeo, dato che ogni anno ci si scosta un po' di più dal valore tendenziale, ogni anno si ha un po' meno crescita aggiuntiva. L'impatto massimo è nel secondo anno, in cui si hanno addirittura 2.01 punti di crescita in meno. La cumulata della mancata crescita sui sei anni della simulazione è -6.35 punti, che diviso sei fa -1.06. Un risultato quasi uguale e contrario rispetto a quello della prima simulazione, quella senza modello, dalla quale risultava che se l'Europa fosse cresciuta dopo lo shock del 2008 allo stesso tasso sperimentato dopo la crisi del 1992 la crescita media nei cinque anni dopo la crisi sarebbe stata superiore di 1.8 punti. Più sotto discuto in dettaglio i pro e i contro dei due metodi, fornendo elementi per valutare se i metodi adottati sottostimano o sovrastimano l'impatto dell'austerità. Intanto, il fatto è che fra 2009 e 2014 la crescita cumulata dell'Eurozona è stata di circa -0.1%. Se in questi sei anni l'Eurozona fosse cresciuta alla media del periodo 1993-2008 (cioè al 2%), avremmo avuto una crescita cumulata di oltre 12 punti percentuali. In altre parole, rispetto al risultato ottenuto il modello fornisce un impatto sulla crescita pari a circa la metà di quello effettivamente sperimentato, il che in parte dipende dal non considerare le altre fonti di stress macroeconomico che si sono presentate (la crisi globale), e in parte da una probabile sottostima degli effetti dell'austerità.
Il messaggio, comunque, non cambia di molto: buona parte della mancata crescita (cioè dell'appiattimento della linea arancione nel primissimo grafico di questo post) è senz'altro un male che ci siamo fatti da soli, rispondendo con l'austerità, cioè in modo prociclico, a una crisi esogena.

Al mondo questa nostra bella idea di tagliarci le palle per far contenta la Merkel costa un -1.28% di crescita cumulata, cioè, in termini di media annuale, circa un -0.2%. Anche qui gli ordini di grandezza sono simili a quelli visti nella prima simulazione (quella "aritmetica"). Diciamo che senza austerità saremmo cresciuti al 3% tondo, nonostante lo shock "epocale".

Sechiular staghgnieiscion?
Le simulazioni del modello sono più sofisticate di quelle condotte col primo controfattuale, ma hanno anch'esse una serie di limiti, che evidenzio solo per far capire ai cretini che ne sono consapevole (rinuncio a sperare che qualche persona intelligente voglia contribuire in modo costruttivo: dopo cinque anni so cosa aspettarmi dalla mia professione: qualche furtiva stretta di mano nei corridoi di dipartimento, qualche cenno clandestino di solidarietà, e poi il vuoto pneumatico - o qualche simpatica coltellata alla schiena: sì, insomma, è una professione come le altre, come la vostra!):

1) una parte consistente del mondo (circa il 47%, quasi la metà) è considerata esogena, il che smorza gli effetti di retroazione del moltiplicatore (cioè non considera il fatto che l'Europa faccia da volano alla crescita altrui, con retroazioni sull'economia europea quando gli altri crescono di più). Verosimilmente, questo distorce verso il basso l'entità dei risultati, anche considerando che consideriamo esogeni mercati per noi importanti, come molti emergenti;

2) sono esogene anche le quote di mercato dei diversi paesi/blocchi considerati (anche se nel medio periodo è difficile che queste varino drammaticamente);

3) il campione considerato non è quello storico, ma, come vi ho detto, è anticipato di circa 10 anni (la simulazione inizia nel 2001 anziché nel 2010). Dato che il modello è nonlineare, ciò può condizionare i risultati (per capire cosa intendo, potreste rileggervi questo post);

4) l'entità dello scostamento rispetto al trend potrebbe non essere una misura sensata dell'austerità intesa come "taglio", come "manovra": una parte della riduzione di spesa rispetto al trend potrebbe essere determinata da dinamiche endogene (ad esempio, visto che la spesa è quella nominale, dalla riduzione dell'inflazione). In questo senso la misura che sto considerando potrebbe sopravvalutare l'entità effettiva dello shock. Va però detto che la spesa pubblica è naturaliter anticiclica: in condizioni di recessione gli stabilizzatori automatici tendono a farla crescere (sussidi di disoccupazione, misure di integrazione dei redditi, politiche attive sul mercato del lavoro), e quindi l'ipotesi di mantenimento del trend storico è un'ipotesi di per sé prudente;

5) l'austerità non è stata implementata solo riducendo le spese per l'acquisto di beni e servizi, ma anche e soprattutto le spese per stipendi, e inasprendo la pressione fiscale (non considerata dalle mie simulazioni): nelle simulazioni non si considerano quindi effetti di composizione che potrebbero amplificare gli effetti sistemici delle scellerate manovre piddine.

6) varie ed eventuali.

Se avessi abbastanza risorse, farei un lavoro più accurato. Direi che l'ordine di grandezza dell'impatto dell'eurodelirio sulla crescita mondiale, alla luce di quanto abbiamo visto e considerati i vari caveat, potrebbe non essere molto lontano dal mezzo punto (il risultato del controfattuale "semplice"), ma se anche fosse lievemente inferiore la cosa non cambierebbe molto: in effetti, quello che questi risultati mostrano è che le politiche deflazionistiche europee esercitano un significativo impatto globale, e che prima di formulare astruse congetture sarebbe opportuno dedicarsi a calcolare con maggiore precisione qual è il conto che il complesso finanziario-industriale alemanno sta facendo pagare all'economia mondiale. Se aspettiamo che lo capiscano i nostri alleati, poi potrebbe essere Dresda, e sarebbe un vero peccato.

Too big to what?
Concludo con una nota di attualità. Avrete tutti visto i cialtroneschi scenari catastrofisti sul Brexit. Scenari per lo più basati sul nulla, come abbiamo avuto modo di apprezzare in alcuni post precedenti, e animati solo dalla smania ideologica di dimostrare che l'esperimento nel quale ci hanno coinvolto non può essere arrestato: dobbiamo morire tutti, uno dopo l'altro, con certezza, per l'ottima ragione che fermare questa macchina forse ci ucciderebbe! Oh, quanto avversi al rischio sono (dopo) i governanti che con tanto sprezzo del pericolo ci hanno messo (prima) in questo pasticcio! Non è strana questa brusca virata?

Il fatto è che, a prescindere dal csao Brexit, l'argomento secondo cui "non si può rimettere il tubetto nel dentifricio" (espressione particolarmente cretina), cioè non si può smontare l'Unione Europea (e prima l'Eurozona) perché ci sarebbero effetti sistemici, perché l'Unione Europea è troppo grande perché il mondo possa sostenerne il fallimento, è del tutto illogico. Il punto è un altro: l'Unione Europea sta già fallendo, ed è troppo grande perché il mondo possa sostenerne il fallimento, per cui dobbiamo smantellarla! Da quando è iniziata la stagione dell'austerità abbiamo sottratto al resto del mondo qualcosa come un po' meno di mezzo punto di crescita reale all'anno (stimato per difetto nel modo che abbiamo visto).

Quanto pensiamo di poter continuare così?

Peraltro, il piddinissimo argomento del tubetto e del dentifricio offre una sponda razionale a chi voglia prospettare costruttivamente un mondo più stabile dal punto di vista politico e finanziario. Semplicemente, il fatto che l'Unione Europea sia percepita come "too big to fail" sta creando il tipico problema che la letteratura scientifica evidenzia in questi casi: un problema di moral hazard. I governanti europei, invece di perseguire la crescita nell'interesse della comunità internazionale, perseguono obiettivi propri, riferiti alle dinamiche politiche interne, confidando nel fatto che il loro giocattolo (l'Unione Europea), che tanto li ha aiutati a risolvere a casa loro il conflitto di classe (schiacciando i salari) non si potrà rompere, perché gli americani non lo vorranno, dato che "sarebbe una catastrofe".

Creare "superstati" (esattamente come creare megabanche) rende la classe politica (il management) meno responsabile, non più responsabile. E i risultati si vedono, sono sotto i nostri occhi. A contrario, questo potrebbe essere il motivo, o uno dei motivi, per cui da Hume a Jones a Diamond a Majone tanti studiosi ci ricordano come il frazionamento della sovranità politica sia stato (ma temo dovrò dire: fu) fra le cause del passato splendore europeo.

Questo dicono i numeri, questo dice la logica.

Gli stolti dicono "più Europa contro la sechiular staghgnieiscion".


Non praevalebunt.




Appendice
La tabella dei contributi alla crescita con millemila decimali (dedicata agli ingengngnieri):