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venerdì 15 settembre 2017

"Come sò ste riforme?" "Strutturali..."

Difficile immaginare due località più diverse di Halle e Maratea. Tanto orizzontale la prima, adagiata a 87 metri di altezza sull'Hallesches Ackerland, una delle tante pianure alluvionali lungo il basso corso della Saale, quanto verticale la seconda, aggrappata a 300 metri di altezza sul Monte S. Biagio, dirimpetto ai 1505 metri del Coccovello (che è sulla mia todo list da un due o tre anni). Lì barbabietole, e un glorioso passato, nel quale si annovera non solo il cicccione (who can be against us?), ma anche altro (das alte Jahr vergangen ist); qui pini, fichi d'india, bougainvillee, olivi, viti, palme, e un passato dal quale trarre, se non ispirazione, esempio. Lì un orizzonte che ti soffoca non per la sua angustia, ma per la sua insignificanza: la terra trascolora nel cielo, e sono due sfumature di grigio fuse dalla bruma del Nord, quella bruma che un tempo mi fu cara (ma erano altri tempi); qui, scorto da altezze vertiginose, incassato nel triangolo di valli scoscese, un Tirreno di cobalto, che la lontananza fa sembrare immoto come la campitura di uno stemma, ma del quale si intuisce il lavorio, la perenne ripresa: la mer toujours recommencée, che puoi guardare e ascoltare per ore, come guardi e ascolti per ore il fuoco del caminetto... ma non, appunto, la terra delle barbabietole...

Insomma: due mondi completamente diversi: orizzontale contro verticale, terra contro acqua, nebbia contro sole.

Eppure, per uno strano caso, la settimana scorsa mi è toccato dire, in questi due posti diversi, e a interlocutori completamente diversi, esattamente la stessa, stessissima cosa.

La prima volta venerdì, a Halle. Un seminario molto interessante all'IWH, su "Sfide e implicazioni della dinamica inflazionistica". Di cose da raccontarvene ne avrei tante, ma il tempo e la salute sono limitati, quindi vado al punto. Che meraviglia ascoltare tutti questi funzionari della Bce, della Buba, della Banque de France, preoccuparsi per l'inflazione... "Quale inflazione!?", direte voi. Appunto! Questa è la meraviglia! Per uno come me, che ha passato la maggior parte della propria esistenza a vedere economisti e opinionisti stracciarsi le vesti per il pericolo dell'elevata inflazione, che, si sa, rovina la vedova e l'orfano (che tanto stanno a cuore ai banchieri centrali, come anche si sa), quale Wunder osservare questo conciliabolo di tecnici, assolutamente ortodossi e molto preparati, in gramaglie perché l'inflazione è bassa, è below target: pensate, fra tre anni in Europa sarà ancora all'1.8%, anziché al 2%.

Ne hanno viste di cose questi occhi...

Che poi, alla fine, a me, che non sono cattivo (mi dipingo così), venivano quasi i lucciconi, e mi veniva da consolarli.

Avrei potuto dire loro: "Dai, su, non preoccupatevi. Alla fine i modelli che usate sono una cacata pazzesca poggiano su basi epistemologicamente discutibili, quindi magari fra tre anni saremo tornati al 2%: di previsioni ne avete sbagliate tante, se vi va bene sbagliate anche questa!" Ma sarebbe stato indelicato.

Forse avrei potuto dire: "Sì, vabbè, magari restiamo sotto al 2%, ma questo obiettivo che valore ha? Nessuno. La sua logica fasulla, descritta a p. 205 del Tramonto dell'euro, era un misto di wishful thinking (una crescita reale del 2.5% all'anno nell'Eurozona) e pessima teoria economica (la teoria quantitativa della moneta, quella secondo cui la moneta causa i prezzi). Ma prima della crisi la crescita reale è stata del 2.1% (uno scostamento di 0.4 punti che non preoccupava nessuno)! Se contiamo anche gli anni della crisi, si arriva all'1.3%... e questo nonostante che durante la crisi voi abbiate stampato 2000 miliardi di euro che non hanno causato alcuna inflazione! Quindi fatti e teoria sui quali l'obiettivo si basa sono risultati del tutto errati, e visto che l'obiettivo non è iscritto in alcun trattato, ma ve lo siete dati da soli, se proprio non vi riesce di raggiungerlo potete cambiarlo: dite che il mondo è cambiato, che oggi (per esempio) c'è la Cina, e che il nuovo obiettivo di inflazione è l'1.8%, così fra tre anni avrete risolto!". Ma sarei sembrato inopportuno.

Avrei anche potuto dire: "Sì, ma chi se ne frega se l'inflazione media dell'Eurozona è di 0.2 punti sotto al target! Il problema non è questo: il problema è che non ha senso parlare di inflazione dell'Eurozona! Quello che ci ha mandato per aria non è lo scostamento dell'inflazione dal suo obiettivo (scostamento che prima della crisi non c'è stato), ma lo scostamento dell'inflazione tedesca dall'obiettivo: quello che dicevo nel 2012, oggi lo dice anche Bofinger (che è un consigliere del capo). Quindi state sereni: il problema non è la mancata convergenza dell'inflazione media all'obiettivo, ma, caso mai, la mancata convergenze delle inflazioni dei paesi membri alla media. La crisi non ha migliorato le cose: lo scarto quadratico medio fra i tassi di inflazione nazionali non è molto diminuito dal 1999 (i dati sono qui), e magari dovreste preoccuparvene un po' di più...". Ma dire questo sarebbe sembrato un po' troppo corrosivo, perché questo argomento portava ad un'unica conclusione: che l'unica Bce buona è quella... bè, lo sapete!

Allora, per cercare di farli contenti, ho seguito un'altra strada: "Scusate! Ma, come vi ho fatto notare, io qui sono l'unico italiano, behind the enemy lines, e quindi posso darvi una prospettiva diversa sul mistero dell'inflazione scomparsa. Mi ricordo che nel 2011 l'allora governatore della Bce, Trichet, mandò al governo italiano una lettera che chiedeva riforme i cui effetti sarebbero stati sostanzialmente deflazionistici - in particolare attraverso la riforma del mercato del lavoro, che mirava a agevolare la flessibilità dei salari verso il basso rendendo i lavoratori più ricattabili. Il PD poi ha attuato quelle riforme. Ora, non capisco la vostra frustrazione! L'inflazione non c'è più perché avete consigliato delle riforme che la eliminassero, e queste riforme hanno funzionato. Quindi, perché essere mogi?"

Questa osservazione è stata trovata interessante, e il discorso si è spostato su altri temi: la colpa, signora mia, è delle aspettative: non sono ben ancorate, perché laggente non sono razionali (dopo anni passati a imporre politiche di tagli alla spesa pubblica giustificandoli col fatto che laggente sono razionali e quindi capischeno che se tagli la spesa oggi li tassi meno domani... Anche qui, quale Wunder!).

A Maratea, ancor meglio. Dibattito in piazza con Pizzuti, Ciccone e Dal Conte, che non conoscevo, ma era più importante di tutti gli altri messi insieme (compreso il vostro umilissimo) essendo che aveva scritto materialmente il jobs act, la più strutturale delle riforme strutturali. Persona civilissima e simpaticissima (amico di D'Antoni, che ha un passato bocconiano ma è tanto una brava persona), che ha poi sopportato sportivamente le mie punzecchiature: e questo va senz'altro a suo merito. Ma, anche qui, ascoltandolo provavo un certo senso di straniamento. "Le riforme, si sa, sono ardue da fare, soprattutto se strutturali: laggente non le vogliono, perché è più facile comprare consenso dando un reddito a chi è in difficoltà, anziché facendo politiche attive del lavoro, cioè insegnando a un barbiere di Catania come diventare piastrellista a Udine. Ma questo governo ha avuto il coraggio..." "Di riprendersi gli 80 euro coi quali aveva comprato il consenso?" direte voi che siete irriverenti, che non capite la solitudine e il travaglio (con la minuscola) del riformista.... No: il discorso di Dal Conte era più articolato: "Questo governo ha avuto il coraggio di fare riforme impopolari, anche sapendo che poteva mettere a rischio il proprio consenso".

E lì, di esitazioni su cosa dire, ne ho avute molto poche: sostanzialmente, quello che avevo detto a Halle. "Scusa: mi racconti ancora questa storia di Renzi che viene da te e ti dice: aiutami a perdere consenso! Perché io mi ricordo una cosa diversa: mi ricordo che a metà 2011 arrivò dalla Bce una ben precisa agenda di governo, che elencava, ex multis, alcuni provvedimenti specifici in ambito giuslavoristico, fra cui la riforma della contrattazione collettiva, la revisione delle norme che regolano il licenziamento dei dipendenti, e naturalmente, perché no, la vecchia, stantia solfa delle politiche attive che favoriscano la riallocazione del lavoro - una solfa che, peraltro, deriva a sua volta da un altro diktat, questa volta dell'OCSE. Ora, io non ho motivo di dubitare: Renzi, basta guardarlo in faccia e lo si capisce, è senz'altro uno statista disposto a mettersi in gioco per il bene del paese, quindi sicuramente sarà venuto a chiederti come perdere consenso all'uopo. Solo che... io lì non c'ero. La lettera della Bce, invece, l'hanno letta tutti, e tutti hanno visto in quale modo pedissequo il PD l'ha eseguita. Quindi, io, nel dubbio, preferisco pensare che questa ansia da riforma sia indotta, sia esogena, anziché essere spontanea, endogena...".

E ci siamo lasciati da buoni amici, perché, esattamente come non si può voler del male a chi, in Bce, preferisce che la Bce sopravviva, anche se questo distrugge l'Europa, a maggior ragione non si può volerne a un giurista di non aver presenti alcuni limiti intrinseci delle riforme strutturali, e questo soprattutto se frequenta economisti pre-keynesiani, quelli che voi, in modo irriverente, chiamate "bocconiani".

Certo, il giurista, a casa sua, non vive in un mondo pre-keynesiano! Se sta male, anziché farsi fare un salasso (quello che i suoi amici consigliano a noi) prende un antibiotico, e le notizie non le ascolta da una radio a valvole termoioniche, ma magari guardando la televisione. Post-keynesiano per sé, il giurista però diventa pre-keynesiano per gli altri, traducendo in leggi i precetti di un'economia logicamente fallace perché vetusta. Alla base delle riforme strutturali, e del loro fallimento, c'è infatti l'idea un po' bislacca che il cosiddetto mercato del lavoro funzioni come il mercato di Val Melaina, dove io spunto sempre prezzi bassi perché ci passo tornando dalla scuola der Palla, a tarda ora, quando l'eccesso di offerta sul bancone fa scendere i prezzi di qualsiasi bene.

Ma il lavoro non è un bene qualsiasi: il lavoro sono uomini, e questo chiunque dovrebbe percepirlo: indebolire le tutele del lavoro significa indebolire le tutele dell'umanità. Ma di questo uno potrebbe anche battersene. Resterebbe però un altro problema, un problema che negli altri mercati, caso strano, non si presenta. Sì: se a fine giornata la zucchina, o lo sgombro, o il moscato di Terracina, restano sul banco, il venditore può abbassarne il prezzo, per invogliare gli acquirenti. A parità di reddito degli acquirenti, la decisione del fruttarolo di deflazionare aumenta il potere di acquisto degli acquirenti stessi, e magari la frutta non finisce al cassonetto.

Ora, inutile girarci intorno: lo scopo del gioco delle riforme strutturali (tutte) è quello di rendere i salari flessibili al ribasso. Una ottima descrizione la trovate qui. Nel contesto dell'Eurozona sappiamo bene che questa è una scelta obbligata: abbiamo costruito un mondo nel quale viene impedito ai cambi di flettersi perché si flettano i salari. L'euro è lotta di classe, fatta, con efficacia, dal capitale contro il lavoro. Ma anche nel resto del mondo l'idea che i salari sopportino il peso dell'aggiustamento macroeconomico, che se c'è disoccupazione non sia lo Stato a dover investire di più, ma i lavoratori a chiedere di meno, ha ampio corso, come immaginate, visto che i ricchi e potenti, i capitalisti, pagano giornali e università (avendo i soldi per farlo).

Il fatto è che con la flessibilità dei salari verso il basso il problema non si risolve, ma anzi si aggrava. E a capirlo non ci vuole molto.

Con curve di domanda negativamente inclinate, la diminuzione del prezzo causa un aumento della quantità richiesta. Anche l'imprenditore, se scende il prezzo del lavoro, cioè il salario, aumenterà la quantità di occupati richiesti, e questi quindi non saranno più in eccesso di offerta (cioè disoccupati). Così ragionano i pre-keynesiani. Ma questo ragionamento è stupido: si basa su una premessa assurda, che essi rivendicano come suggello di scientificità, con una ingenuità (o una impudenza) che lasciano veramente senza parole! La premessa (assurda) è che valga per la collettività quello che vale per il singolo individuo. Loro, questa premesse demente, la chiamano "microfondazione". Noi la chiamiamo fallacia di composizione. Va la spieago con un paio di slides che ho mostrato ai giovini della scuola MADEurope di Maratea, dove sono stato invitato da un ospitalissimo ed efficientissimo Realfonzo.

Vedete, per gli economisti pre-keynesiani il mercato del lavoro replica esattamente la logica con la quale il singolo imprenditore sceglie quanti lavoratori assumere. Il grafico (se aiuta) è questo:


C'è una curva di domanda di lavoro, in rosso, che dipende negativamente dal salario reale (cioè dal rapporto fra salari e prezzi, insomma: dal potere d'acquisto erogato al lavoratore) e positivamente dal prodotto (perché se vuoi produrre di più ti occorrono più lavoratori). Poi c'è una curva di offerta di lavoro, in blu, che ho immaginato, per semplicità, verticale (anche se potremmo pensare a una sua inclinazione positiva, a indicare che più alto è il salario e più aumentano le persone disposte a lavorare: i salari bassi scoraggiano). Con un salario reale al livello (W/P)0 (misurato sull'asse verticale), le imprese assumono solo A lavoratori (misurati in orizzontale). Ma in A domanda (rossa) e offerta (blu) non si incontrano: c'è un gap, e quel gap sono i disoccupati: persone che vorrebbero lavorare a quel salario, ma che l'imprenditore non vuole assumere a quel salario.

Come si risolve il problema per il pre-keynesiani?

Ma è semplice: con le riforme strutturali! Indebolisco il potere contrattuale dei lavoratori introducendo forme di precariato, aumentando il potere di ricatto del datore d lavoro (ad esempio facilitando i licenziamenti), e vedrai che i salari scendono! Insomma, nel mondo pre-keynesiano le riforma strutturali servono a realizzare una cosa simile:


Basta poco, che cce vò? Il salario reale scende dal livello (W/P)0 al livello (W/P)1, ci si sposta da A a E ed ecco che, in E, domanda e offerta di lavoro si incontrano: a quel salario l'imprenditore è disposto a dare lavoro a tutti quelli che lo chiedono, dato il livello di produzione Y che massimizza il suo profitto.

Sì, tutto bello e tutto giusto, ma c'è un problema. Voi direte: "Certo! Il problema è che magari al nuovo livello di salario reale il lavoratore non sopravvive!". No, amici, siete fuori strada. Il problema non è biologico, ma logico (e quindi di ordine superiore).

Il fatto è che il singolo imprenditore, nel fare le sue scelte, può anche ragionare per un dato livello di produzione. In concorrenza perfetta, infatti, lui fronteggia una curva di domanda di beni infinitamente elastica, che poi significa che per definizione tutti i beni messi in vendita al prezzo che il mercato ritiene "giusto" (cioè di equilibrio) saranno venduti. Quindi, in qualche modo, a livello del singolo imprenditore ha senso ragionare come se il salario reale W/P non influenzasse la produzione ottimale Y, perché in effetti a livello del singolo imprenditore è così. Se il fruttarolo abbassa il prezzo del moscato, corre il rischio di guadagnare meno lui, ma la sua decisione non fa guadagnare di meno me, e siccome l'uva la compro io...

Il punto, però, è che i nostri amici pre-keynesiani menano vanto dall'applicare all'intero sistema economico (cioè su scala macroeconomica) quel grafico e quel ragionamento che funziona (se funziona) a livello del singolo imprenditore (cioè su scala microeconomica). Ma a scala macroeconomica, quando cioè consideri la decisione di tutti gli imprenditori di far riformare il mercato del lavoro in modo da distribuire meno potere di acquisto, ecco che le cose cambiano. Quello che va bene se lo fa uno solo (alzarsi in piedi allo stadio per vedere meglio, tagliare i salari ai propri dipendenti), non va più bene se lo fanno tutti: se tutti si alzano, vedono tutti come prima, e se tutti tagliano?

Se tutti tagliano succede questo:


Dato che se tutti tagliano, dall'altra parte tutti hanno meno soldi per comprare, le aspettative di domanda (cioè l'idea che il produttore si fa di quanti beni potrà vendere) calano, e quindi cala la domanda di lavoro (cioè il produttore assume di meno perché sa che venderà di meno). Insomma, non ci si sposta dal punto A, fuori dall'equilibrio, al punto E, dove le due curve si incontrano, ma al punto B, che è anche lui fuori dall'equilibrio, perché è su una nuova curva di (minor) domanda di lavoro da parte del sistema imprenditoriale. Chiaro, no?

Ed ecco anche spiegato perché le riforme, soprattutto se strutturali, non sono mai abbastanza! Di fatto, la deflazione logora chi la fa: soprattutto se ha successo, la flessibilità dei salari verso il basso allontana, anziché avvicinarlo, l'obiettivo di ridurre la disoccupazione. Tutto quello che si riesce a ottenere per questa via è una crisi di domanda (effettiva), ovvero una situazione in cui circolano talmente pochi soldi che il desiderio di acquistare beni non si traduce effettivamente in domanda per mancanza, appunto, di liquidi! Certo, sappiamo che a questo si può ovviare indebitandosi. Ma ora che le banche saltano una dietro l'altra, sappiamo anche dove questa storia porti: a una crisi finanziaria.

Questo, per voi, non è niente di nuovo, o almeno spero. Ve lo racconto oggi solo per ricordarvi che avete ancora 24 ore per votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione ai MIA17, cosa che potete fare seguendo le istruzioni su questa pagina (per favore non fate come il simpatico Nardelli, che mi ha scritto un paio di email assolutamente deliranti perché temo abbia confuso la pagina per la votazione - dove Goofynomics compare nella categoria 27, e dovete esprimere un voto in almeno 10 categorie - con la scheda per la nomination: strano che certe semplici logiche sfuggano proprio a voi che la televisione la guardate - per lamentarvene, ma la guardate...).

Dovreste farlo, perché non credo che abbiate trovato altrove spiegazioni del perché le riforme strutturali sono destinate a fallire (o meglio: del perché il loro scopo è fallire)! Se volete che altri leggano queste spiegazioni, anche votare ai MIA17 può essere un modo. Voi potrete pensare che sia cosa futile: in effetti, lo è. Ma attenzione, ricordatevi una cosa: le riforme le scrivono i giuristi, e i nostri giuristi sono affetti da quella piddinitas che tante volte abbiamo stigmatizzato. Facciamo finta che siano in buona fede: in questo caso, portare a loro, come a tanti altri, il semplice argomento di questo post forse qualcosa può cambiare. Voglio pensare che chi sembra una brava persona lo sia. Nel mercato delle patate ci si può spostare lungo la curva di domanda, da A a E. In quello del lavoro, la variazione del prezzo (del salario) sposta la curva di domanda (a salari bassi laggente non comprano e gli imprenditori quindi non assumono). La differenza fra pre-keynesiani e post-keynesiani è tutta qui: nel prendere atto di questo semplice dato contabile: i soldi che non circolano non si possono spendere, e alterare la distribuzione del reddito con riforme che danneggino i lavoratori alla fine fa crollare tutta la baracca, anche se a queste riforme viene appioppato il rassicurante epiteto di "strutturali". Si sa, le riforme sono strutturali, esattamente come le olive sono... Come sò ste olive?


E così le riforme: noi cominceremmo a essere un po' riluttanti, ma i tanto Mario Brega dei media e della politica insistono: sò strutturali!

E ce le spingono nel gozzo...

Mi faceva un po' tenerezza il giurista che diceva: "Ma sai, noi scontiamo una certa subalternità culturale, magari abbiamo fatto il classico perché non ci piaceva la matematica, poi arriva l'economista con le sue regressioni e ci dice che il mondo funziona così...". Ecco, Keynes non aveva bisogno di regressioni (pur essendo economista quantitativo) per spiegare come va il mondo, e così non ne ho avuto bisogno io. Aggiungo anche che quello che vi ho detto qui, cioè che le riforme strutturali non funzionano perché deflazionistiche, ormai se lo dicono anche i pre-keynesiani, con il loro linguaggio (non comprensibile ai giuristi, in questo caso) e con argomenti diversi (non tutti stupidi). Ma perché una persona dovrebbe dar retta a chi gli parla un linguaggio che non capisce, anziché a chi gli parla un linguaggio comprensibile? Alla fine, l'archetipo della professione giuridica è l'Azzeccagarbugli: ci vuole così tanto a intuire quando chi si ha di fronte usa le formule come il latinorum?

Insisto sul fatto che chi ha una formazione classica, se ce l'ha, dovrebbe diffidare instintivamente dai tentativi di proporre una scienza umana come scienza naturale. Se non diffida, avrebbe fatto meglio a far ragioneria: questa, almeno, gli sarebbe servita a capire che i soldi che non circolano non possono essere spesi, cioè a maneggiare con scioltezza la parte tecnica della fallacia pre-keynesiana. Ma è la parte etica ed epistemologica quella più grave in termini politici, e più apparente a chi abbia avuto un contatto non fugace con le humane lettere.

Il che ci ricorda che non amare la matematica è forse una condizione sufficiente per scegliere il classico, ma non per capire quanto ivi si insegna, e che se la scienza giuridica richiede ragionamento (cosa della qual i giuristi si gloriano, a ragione), non è per questo che la scienza economica possa o debba essere considerata come un sudoku per diversamente letterati privi di capacità logiche.

C'è un grande lavoro di mediazione culturale da fare (visto che la buona fede si presume). Ci stiamo attrezzando per farlo meglio. Intanto, votate Goofynomics ai MIA17. Poi, vi parlerò dei nostri prossimi appuntamenti...

lunedì 12 settembre 2016

#goofy5


La verità.

Scritta su un documento ufficiale della Commissione Europea, il rapporto Employment and Social Development in Europe 2013.

Correva l'anno 2014, e, come potete facilmente immaginare, non ho proprio idea di come il team di economisti coordinati da László Andor fosse giunto a simili conclusioni. Vi prego solo di apprezzare la differenza fra un post-Keynesiano e un neokeynesiano. Quello che il post-Keynesiano Andor affermava, anche se a noi può sembrare banale (e a molti di voi solo con il senno di poi, e solo perché mi avete incontrato), non era una cosa così ovvia da dire nel 2014, in piena campagna elettorale per le europee, rivestendo la posizione che Andor rivestiva (Commissario per l'Occupazione, gli Affari Sociali e l'Integrazione), e partendo dalle premesse ideologiche dalle quali Andor partiva: quelle della sostanziale giustezza del progetto politico cui egli ha convintamente partecipato. Nulla a che vedere con la tardiva resipiscenza del neokeynesiano Joe, che fra l'altro, come previsto, non mi pare stia dando un enorme impulso al dibattito: dal letame può nascere un fiore, ma dalle banalità può nascere solo altra banalità.

Dire l'ovvio in ritardo, sotto l'ombrello di un prestigioso riconoscimento ottenuto per altri meriti intellettuali (see below), senza rivestire alcuna carica politica (esplicita), non è un particolare segno di coraggio intellettuale, a mio avviso. Se posso capire le reticenze dei politici, non posso capire quelle dei miei colleghi, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di dire chiaro e forte, il più tempestivamente possibile, che questa cosa non poteva funzionare. L'ingegnere che aspetta il crollo per dire che i piloni sono di argilla va a processo.

Di ben altra caratura l'integrità e il coraggio intellettuale di Andor, che pur essendo "unionista" (ora come allora), non rifuggiva dal mettere in luce con estrema precisione le criticità del progetto in cui credeva e crede, nel quale era coinvolto, e che tuttora difende.

Forse questo enorme spread intellettuale dipende dal fatto che l'Europa non ha una sola grande isola, l'Inghilterra. Ne ha due, e la seconda, come sa chi ci abita o ha avuto comunque la fortuna di soggiornarci, è l'Ungheria. Un'isola, certo, non in senso geografico, ma culturale: da qui una certa indipendenza di giudizio dei suoi abitanti, che per questo vengono diffamati a man salva dai nostri media conformisti, come abbiamo avuto modo di deplorare in altre occasioni. Forse dipende dalla differenza fra post- e neokeynesiani, laddove i secondi sono, di fatto, economisti ortodossi la cui raison d'être è intrinsecamente disonesta, perché consiste nel giustificare, adottando i metodi del mainstream, la tesi del mainstream secondo cui la Teoria generale di Keynes sarebbe in realtà un caso particolare del modello "vero" del mondo, il modello di equilibrio economico generale: quel caso particolare in cui i prezzi sono rigidi (per una somma di motivi) e quindi purtroppissimo il sistema dei prezzi non può condurci verso un'allocazione delle risorse efficiente e di piena occupazione.

Il mattoncino messo dal partigiano Joe a questo muro di menzogne è quello per il quale è stato debitamente ricompensato (a pari merito):

cioè l'idea che purtroppissimissimo, signora mia, il problema della disoccupazione è che i salari non possono raggiungere il loro livello (basso) di equilibrio, quello al quale tutti sarebbero occupati, e non possono farlo perché ad alcuni imprenditori conviene pagare un po' di più i dipendenti fannulloni per incentivarli a lavorare bene, anziché sostenere costi di monitoraggio per individuarli (sarebbe l'ipotesi del cosiddetto salario di efficienza). "Asymmetric information", nel caso in specie, significa questo: che il dipendente sa se ha intenzione di lavorare sul serio, mentre il datore di lavoro (il master, per dirla con Smith) non conosce le intenzioni del proprio dipendente. Apprezzerete la finezza con la quale si dà per implicito che il dipendente sia un lazzarone: molto gianniniana, non trovate? Con queste premesse, la scelta individualmente razionale di usare un "extra-salario" (extra rispetto al livello di equilibrio economico generale walrasiano) per incentivare i propri lavoratori fa sì che a livello macroeconomico il salario sia troppo alto, il che, per Giannino come per Stiglitz, è la radice del problema. Insomma: per questi due intellettuali, il problema della disoccupazione sarebbe immediatamente risolto se gli uomini potessero leggere nel pensiero.

Peccato che in tal caso avremmo ben altri problemi (a partire da un'ondata di omicidi passionali...).

Ma questo, lo capite, non ha nulla a che vedere con Keynes.

Il ragionamento keynesiano è un altro, ed è quello che Andor ha avuto il coraggio di applicare (e, fra gli altri, Flassbeck vi ha illustrato con chiarezza ammirevole al precedente #goofy): il mercato del lavoro non è come quello delle patate, perché sul mercato del lavoro il prezzo, cioè il salario, è una componente della domanda aggregata, cioè della capacità di spesa complessiva dell'economia, e quindi è illusorio pensare, come Stiglitz o Giannino, che il problema della disoccupazione si risolva facendo scendere il salario (scivolando verso il basso lungo la curva di domanda, per gli alfabetizzati), perché questo scivolone ridurrà inevitablmente il fatturato delle imprese (dato che i dipendenti/clienti non avranno di che spendere), e quindi porterà a maggiore, non minore disoccupazione.

Questo significano le paroline: "the negative demand effects of wage containment precede the positive effects of improved exports performance", che poi sono anche le paroline che ci spiegano perché, pur avendo come paese un sostanzioso surplus di bilancia dei pagamenti, come individui non arriviamo alla fine del mese...

Il coraggio e l'onestà intellettuale di Andor si vedono anche nel fatto che lui, a differenza di altri, ha accolto il mio invito ad aprire i lavori della quinta edizione della conferenza internazionale Euro, mercati, democrazia, che si svolgerà a Montesilvano il 12 e 13 novembre prossimi, pur sapendo perfettamente che la mia opinione sul significato complessivo del progetto unionista diverge totalmente dalla sua. Non vi annoio su come un commissario europeo abbia contezza delle farneticazioni di un oscuro economista di provincia.

Vorrei ora tornare sulle parole dell'amico Claudio Borghi, quelle con le quali aprì, in modo dialetticamente molto efficace, il suo intervento all'ultimo nostro convegno annuale: parole che reputai e reputo appropriate, condizionatamente alla veste in cui Claudio interveniva nel dibattito, che era quella di uomo politico (anche lui, come me, ha una doppia o tripla vita...). Una cosa del tipo "siamo qui a celebrare il nostro fallimento". Ora, io posso anche essere d'accordo sul punto politico, che va però riferito a quali obiettivi uno si sia posto (more on this later). Fatto sta che come comunità e come associazione culturale, posto che sia importante dare un segno di apertura al dialogo (e entro certi limiti lo è), capite bene che poterlo fare con un personaggio della statura di Andor rappresenta comunque un momento di forte crescita, soprattutto se riandiamo col pensiero a certe deludenti esperienze del passato.

Spero quindi che questa notizia vi inorgoglisca, come deve.

Prima di annunciarvi il resto, torno su due punti politici: gli obiettivi, e il dialogo, per chiarire quali sono, a mio avviso, due cose inutili (e quindi dannose).

Circa gli obiettivi, credo che i fatti abbiano dimostrato a sufficienza quanto da sempre ho cercato di portare alla vostra attenzione. L'obiettivo "no euro" è un non obiettivo politico, non solo perché ogni messaggio negativo è intrinsecamente perdente, ma anche per il motivo implicitamente delineato da Claudio, e esplicitamente delineato da me in mille altre occasioni. Un movimento "trasversale" costruito con lo scopo di abbattere l'euro cesserebbe di esistere il giorno dopo l'inevitabile caduta dell'euro. Porsi questo obiettivo condanna alla morte politica (il che, ovviamente, è un problema non per me, ma per chi vuole avere una vita politica), esattamente come non porsi questo problema condanna Renzi a un prepensionamento molto anticipato ai giardinetti di Rignano. Il fatto è che l'obiettivo della mia divulgazione, e quello della mia attività di ricerca, e quello per il quale ho costituito e vi ho chiesto di sostenere a/simmetrie, è lievemente più ampio, e meno sterile. Non si tratta di abbattere un nemico di paglia come l'euro, che l'amico amerikano ha già deciso di togliersi di torno. Si tratta di riflettere su come mediare fra gli interessi delle tante forze sane del paese (dove per "sano" intendo "non completamente asservito al capitalismo estero"), su come proporre soluzioni costruttive per smussare le tante asimmetrie economiche, che non sono solo quelle sulle quali il partigiano Joe ha costruito il suo impero intellettuale, sul quale non tramontano mai le sòle. Si tratta di ripensare profondamente il rapporto fra Stato e Mercato, ma anche quello fra Democrazia e informazione. Si tratta di temi che possono forse sembrare astratti a chi non ci ha seguito nel corso degli anni, ma che voi, la mia comunità (lo dico con orgoglio), riuscite a seguire nelle loro articolazioni concrete.

Sì, anche questa è un'idea profondamente keynesiana: l'idea che "practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct economist".

E vorrei qui spendere una parola anche sul dialogo. Continuo a ritenere sostanzialmente inutile il dialogo fra tolemaici e copernicani nell'A.D. 2016 (come già lo ritenevo quando iniziai la mia battaglia, nell'A.D. 2010). A questo principio sono evidentemente ammesse delle eccezioni, che non sono di natura intellettuale (discutere sul fatto se la Terra sia piatta ascoltando tutte le opinioni per poi decidere con la propria testa è, come sappiamo, roba da insetti: forme di vita che personalmente ammiro, ma alle quali non affiderei il mio futuro politico), ma di natura etica e politica. Detta in termini molto crudi: dialogare con un disonesto che non conta nulla anche no. Farlo con una persona onesta che comunque ha rivestito ruoli di responsabilità, perché no?

Il programma del convegno vi riserva altre sorprese, spero piacevoli. Avremo con noi Kelly Greenhill, l'autrice di Armi di migrazione di massa, o meglio di Weapons of mass migration (visto che, con mio grande stupore, non sono riuscito a trovare tempestivamente un editore italiano per un libro che è già uscito in edizione tedesca e che si venderebbe come il pane, perché lo merita: ma io ora devo risolvere i problemi miei, che sono tanti, e ai problemi degli altri ci pensino un po' loro...). Kelly, che tengo costantemente aggiornata (grazie a voi) sugli sviluppi del simpatico gioco di ruolo fra Recep e Angela, ci parlerà del suo ultimo lavoro.


Il tema principale del convegno, comunque, è quello di come si possa far parte dell'Unione Europea gestendo una propria valuta nazionale. Caratteristica questa che accomuna tante esperienze di successo, a partire da quella della Repubblica Ceca, tutte rappresentate al convegno. Naturalmente la porta è aperta al prof. Reichlin, laddove voglia porre a qualche funzionario di banca centrale le domande francamente sconcertanti che gli ho visto articolare qualche tempo fa su un giornale che non nomino (fondate sull'idea veramente bislacca e drammaticamente sbriciolata dall'evidenza empirica secondo cui "se vuoi avere il diritto di esportare negli altri paesi europei devi anche accettare di entrare in un qualche accordo di cambio, anche se meno rigido di quello attuale"). Magari Mojmir Hampl (un liberista che non si nasconde dietro un dito) potrà spiegargli come fa un paese libero a gestirsi in coerenza col principio di autodeterminazione dei popoli, quel principio che qui da noi gli ex-comunisti e la loro progenie non condividono più nemmeno a chiacchiere...

Non è però questo solo un convegno di apertura, di dialogo.

È anche un convegno di chiusura, di protesta, e voglio rendere esplicita e condividere questa scelta che credo trasparirà dal programma. Abbiamo scelto di non invitare né politici né giornalisti italiani. Al netto del fatto che le generalizzazioni (cui loro ci hanno abituato) espongono al rischio di razzismo (che loro hanno praticato nei nostri confronti), credo di interpretare un sentimento diffuso se dico che i politici e i giornalisti italiani, come professione (o corporazione, o casta) ci hanno profondamente deluso (con le debite eccezioni). La loro subalternità assoluta e totale, la loro radicale incapacità di difendere i nostri interessi ce li rende, più che sgraditi, superflui. D'altra parte, la nostra dimensione è quella internazionale, non quella provinciale dei vari "oni", "ini" e "ino" (ma anche "ina"). E di questo, dopo cinque anni di tentativi, bisognerà pure rassegnarsi a prendere atto. Certo, questo comporta un costo aggiuntivo: il convegno si svolgerà quasi tutto nella lingua del padrone. Ma, come sempre, forniremo traduzione simultanea, e fra voi sarete liberi di parlare in italiano...

Bene.

Ora sta a voi dimostrare se gradite l'iniziativa, e se la sostenete. Siamo sempre di più, nonostante qualche dolorosa perdita, come quella di Felice, che chi ha conosciuto non può dimenticare, e il posto però è sempre quello: non me la sono sentita, in un periodo di deflazione, di imporvi un aumento dei costi.

La pricing policy è piuttosto chiara, quindi, come dire: datevi da fare...

(...nota:contrariamente al solito, questo post contiene una menzogna...)

sabato 13 giugno 2015

Vincolo esterno e declino italiano (KPD10)

(... benvenuti alla decima puntata del ciclo "keynesianesimo per le dame". Allacciate le cinture, state decollando verso la frontiera della ricerca post-keynesiana...)



(...sono esausto. L’editore mi ha mandato un contratto e mi chiede che ne penso. E che ne devo pensare? Tu sei onesto, sei un professionista, sei pure simpatico: il contratto sarà fatto bene. Il problema non è il contratto: sono io. Vi avevo detto che sarebbe stato un anno lungo e a me non passa veramente più. Tante soddisfazioni, per carità, ma il mio corpo non mi segue. Sto anche entrando in un mood un po’ più buddista: cerco di seguirlo io, il mio corpo, solo che poi mi incazzo perché lui vuole stare fermo! Esempio: tre sere fa ho avuto il classico collasso da congestione. Divinibus preceptibus formato – la parola di Rockapasso – sono riuscito a non svenire. Dai, è andata bene. Qualcuno sopra ha commentato che posto alle 5:35. In effetti, se mi sveglio alle 4 con dolori abbbbominevoli, poi ci rimetto un po’ a prendere sonno. Alle 9 però il Bagnai prussiano ha prevalso sul buddista: corsa sotto il sole sulla pista ciclabile. Il Bagnai buddista non sarebbe andato in palestra. Prometto che stasera comincio a leggere Thich Nath Hanh – lui sa chi è ecc.

Non so però se mi darà la forza di non prendere altri impegni. Forse quest’anno per la prima volta da tre anni riesco a fare una vacanza!

Comunque, essendo esaurito, per sfogare la mia rabbia impotente esaurisco voi con un post “tecnico”. A me rilassa, a voi non so...)


Riprendo l’argomento del vincolo esterno così come viene espresso dalla legge di Thirlwall, cioè come vincolo sul tasso di crescita di lungo periodo:

Ricordo brevemente il senso. La premessa è che un aumento del tasso di crescita normalmente manda in deficit la bilancia dei pagamenti (o ne riduce il surplus), perché un maggior reddito implica una maggiore spesa, e una maggiore spesa implica maggiori importazioni. Di conseguenza la crescita compatibile nel lungo periodo con il mantenimento dell’equilibrio esterno è:

1) direttamente proporzionale alla crescita delle esportazioni (se le esportazioni crescono in fretta il paese ricava molta valuta estera e quindi può permettersi maggiore crescita perché ha di che pagare le maggiori importazioni che ne conseguono);

2) inversamente proporzionale alla elasticità delle importazioni al reddito, che misura la dipendenza strutturale del paese dai beni esteri (se il paese dipende molto dai beni esteri, un aumento del reddito provocherà un aumento relativamente più sostenuto delle importazioni rispetto a quello che si avrebbe in un paese che invece sovviene da sé alla maggior parte dei propri bisogni).

Quindi: [1] più crescono le tue esportazioni, più puoi permetterti di crescere senza rischio di crisi di bilancia dei pagamenti; [2] più dipendi dai beni esteri, meno puoi permetterti di crescere (senza rischio ecc.).

Semplice, no? E, come abbiamo visto, funziona (nel senso che spiega bene gli scarti nei tassi di crescita di lungo periodo fra le diverse economie mondiali).


(...parentesi: come sapete, questo è esattamente il punto che non viene colto dagli utili tsiprioti e in generale dagli appellisti: quelli che “tenemose l’euro ma famo ‘a politica fiscale espansiva a casa nostra”. Una politica fiscale espansiva in cambi rigidi ovviamente determina un immediato peggioramento dei conti esteri, e siccome noi siamo, come sapete bene (voi) in una crisi di bilancia dei pagamenti e non di bilancio pubblico, ecco che la soluzione proposta aggraverebbe il vero male. I colleghi lo sanno, sono in cattiva fede per lo più per motivi politici, ed è per questo che non sono in buoni rapporti con loro, e sapete anche questo, quindi è inutile ribadirlo. Chiunque di voi apra un manuale di economia mi capirà...)


Nel mio ultimo lavoro ho provato a vedere se il vincolo esterno funzionasse anche come spiegazione dell’evoluzione temporale della crescita di un singolo paese, il nostro. Prima di farvi vedere i risultati, vi do qualche altro approfondimento (scusandomi per le eventuali mancate risposte sotto al post precedente: eventualmente ripostatele qui).

Intanto, tenete presente che il vincolo per definizione si applica alla crescita di lungo periodo. Che vuol dire, cos’è il lungo periodo? Questa domanda non ha una risposta univoca in economia. Nel contesto dell’analisi che stiamo facendo, diciamo che il problema può essere posto in questi termini: per quanto riuscirà, un dato paese, a farsi finanziare dai mercati uno sbilancio esterno? Nei termini che qui ci sono consueti (anche se in questo contesto forse sono un po’ riduttivi) potremmo chiederci: quanto può durare un ciclo di Frenkel? Diciamo che se va avanti sei-sette anni è molto. Questo significa che se effettui un’analisi prendendo la crescita media su un periodo di una ventina d’anni, puoi immaginare, a grandi linee, di aver “livellato” il risultato economico di un paese su almeno due o tre cicli, cioè di avere una stima del tasso di crescita “di lungo periodo”, quello attorno al quale il paese ciclicamente oscilla. Normalmente quindi le analisi del vincolo esterno (compresa la mia precedente su Applied Economics) procedono così: prendono un campione di paesi (io ne consideravo 22) e un campione di osservazioni abbastanza lungo (il mio andava dal 1960 al 2006), lo usano per stimare l’elasticità delle importazioni, e poi applicano la legge usando le medie campionarie dei tassi di crescita delle esportazioni e del reddito sull’intero campione.

Per dire, io nel mio lavoro precedente facevo una cosa del genere:


Leggiamo il primo rigo, che riguarda l’Australia. Dal 1960 al 2006 la crescita media delle esportazioni è stata del 6.05%, a me veniva un’elasticità stimata pari a 1.45, quindi il tasso di crescita compatibile con l’equilibrio di bilancia dei pagamenti è 6.05/1.45=4.17, e la crescita media effettiva nei 46 anni considerati è al disotto di questo vincolo, al 3.64%. Non notate niente di strano? Pare che l'Australia rispetti il vincolo esterno. Sicuri?

Nel caso dell’Italia il modello funziona particolarmente male: il tasso di crescita vincolato è vicino al 5% (4.96), mentre la media storica della crescita sul campione considerato è di circa 2 punti inferiore: 2.98%. Questi risultati, presi così, indicherebbero che anche l’Italia non è stata vincolata dal lato della domanda (estera): con un tasso di crescita delle esportazioni superiore al 6% e un’elasticità delle importazioni al reddito relativamente bassa avremmo potuto crescere di più senza andare in crisi di bilancia dei pagamenti. L’interpretazione standard, se i risultati fossero statisticamente corretti, sarebbe: "Fateskifen! Se non siete riusciti a crescere non è per un vincolo di domanda estera, ma per un vincolo di offerta nazionale (corruzione, casta, cricca, tempi della giustizia, costi della politica, e via micugineggiando...)".

In realtà le cose non stanno come gli offertisti pensano. La crescita italiana è stata vincolata pesantemente dal vincolo esterno, ma nell’articolo del 2010 questo non risultava a causa di un problema statistico che affrontavo, ma non ero riuscito a risolvere nel caso dell’Italia: il problema dei cambiamenti di struttura.

Qui la domanda è: ma siamo sicuri che in 46 anni la dipendenza strutturale di un paese dai prodotti altrui rimanga invariata? E la risposta è: abbastanza no. Nell’articolo del 2010 andavo a vedere se c’erano cambiamenti in questo parametro strutturale, e la risposta era ovviamente sì. I risultati erano questi:


Anche qui, prendiamo il caso dell’Australia: una analisi statistica più accurata (sui cui dettagli non mi soffermo) mostra che c’è un cambiamento di struttura alla fine degli anni ’60. Se lo si prende in considerazione, si ottengono stime mediamente più alte dell’elasticità delle importazioni al reddito, che invece di essere pari a 1.45 (come risulta nelle stime su tutto il campione della Table 4), passa da 2.15 prima del 1969 a 1.71 dopo il 1969. Ovviamente con una elasticità delle importazioni più alta (se pure decrescente nel tempo) il vincolo esterno australiano risulta più stringente, e in effetti con questi calcoli si vede che l’Australia lo ha violato praticamente sempre (nel secondo sottoperiodo in effetti di pochissimo). Questo risultato è più coerente con quello che sappiamo dell’Australia, paese che è classificato come persistent net external debtor dai soliti Lane e Milesi Ferretti (1999). Certo: se un paese viola il vincolo esterno, ovviamente sarà un debitore estero (importa “troppo”, viva "al disopra dei suoi mezzi"), e altrettanto ovviamente, se lo fa è perché può farlo, cioè perché qualcuno ci mette i soldi (ad esempio gli USA?).

Notate che nella Table 5 (quella che considera possibili break strutturali) l’Italia manca. Perché? Perché in quel lavoro non ero riuscito a ottenere stime statisticamente valide dell’elasticità delle importazioni al reddito (dipendenza strutturale dell’Italia dai beni esteri) né su tutto il campione, né considerando cambiamenti di struttura (per i tecnici: la nulla di non cointegrazione non veniva respinta).

Nel mio ultimo lavoro ho ripreso in considerazione il nostro paese, apportando due o tre migliorie all’analisi. Intanto, ho considerato i flussi commerciali bilaterali (quindi non le importazioni complessive, ma quelle dai sette gruppi principali di partner: centro dell’Eurozona, periferia dell’Eurozona, altri paesi dell’Unione Europea, Stati Uniti, OPEC, BRICS e resto del mondo). Poi, ho preso in considerazione l’ipotesi che ci potesse essere, in ognuna di queste sette relazioni, più di un cambiamento di struttura. Con questi approfondimenti, ho ottenuto dei risultati statisticamente validi.

Il succo del discorso riassunto da questa figura, che riporta l’evoluzione di numeratore (tratteggiato) e denominatore (puntinato) della legge di Thirlwall, insieme al valore del tasso di crescita vincolato (rapporto fra numeratore e denominatore, linea continua, scala di sinistra).


Si notano alcune cose.

La prima è che il tasso vincolato è andato costantemente diminuendo nel tempo, con tre scalini abbastanza evidenti: uno intorno al 1975 (dopo il primo shock petrolifero); uno intorno al 1986 (SME credibile); uno intorno al 1996 (rivalutazione e aggancio all’ECU/EUR). L'Italia è stata progressivamente soffocata dal vincolo esterno. Per constatarlo, basta rappresentare insieme il vincolo esterno e la componente di lungo periodo del tasso di crescita italiano:


(estratta con un filtro di Hodrick-Prescott o di Christiano-Fitzgerald: qui si va sul relativamente complicato e non mi metto a spiegarvelo, anche se prometto che ci divertiremo con gli spettri abbastanza presto).

La componente di lungo periodo del tasso di crescita (indicata con HP o CF: in sostanza, una specie di media mobile del tasso di crescita, calcolata in modo da trascurare i movimenti di breve periodo, da un anno all'altro, cogliendo solo l'evoluzione "fondamentale" della crescita) presenta alcune oscillazioni, che seguono però la generale tendenza ribassista del vincolo esterno, con un accostamento abbastanza significativo.Notate anche che prima di crisi di bilancia dei pagamenti l'Italia cresce a tassi superiori al vincolo. I conti tornano.

La seconda è che la dipendenza dell’Italia dai prodotti altrui (l’elasticità alle importazioni, espressa dal parametro al denominatore della legge di Thirlwall) è andata sempre aumentando (è la linea a puntini), con un forte incremento in occasione della effettiva entrata nell’euro (cioè dal 1996 in poi). Notate che il precedente scalino verso il basso del tasso di crescita vincolato (linea continua) era stato determinato non da un aumento del denominatore, ma da una diminuzione del numeratore (cioè del tasso di crescita delle esportazioni, linea tratteggiata) dopo il 1986. In quel caso erano peggiorati i nostri mercati, in qualche modo (i nostri prodotti erano diventati meno appetibili? La domanda estera era diminuita?). Nel 1996 invece succede una cosa diversa: da lì in avanti aumenta la nostra dipendenza dai prodotti esteri.

La terza è che data la sua struttura e quella del commercio internazionale in cui è inserita, allo stato attuale l’Italia non può sostenere un tasso di crescita superiore allo 0.75% senza che i suoi conti esteri ricomincino a deteriorarsi. Ho appena ricevuto un report di Oxford Economic Forecasting che per quest’anno prevede 0.5% (quindi i conti esteri non peggioreranno, o non di molto), e per l’anno prossimo prevede 1%. Notate anche come la mettono:


("la crescita è stata frenata dal saldo commerciale ma la crescita delle importazioni riflette il miglioramento dell'economia interna", dove vanno apprezzate due cose: (1) la prima è la solita, ovvero che tutti sanno che una accelerazione della crescita peggiora il saldo estero; gli appellisti non lo sanno perché non vogliono saperlo e infatti nel mio libro scrivo che con loro l'economia ha perso la propria dignità; (2) la seconda cosa è il meccanismo keynesiano di stabilizzazione del saldo estero... ma se non lo vedete non preoccupatevi: intanto, Monti lo vedeva benissimo, e poi comunque se riparleremo...)

La quarta è che la mia analisi pubblicata nel 2015 (uscirà in autunno) utilizza dati solo fino al 2010 (l’avevo fatta nel 2013 e sottoposta all’editore nel 2014). Nel frattempo il mondo è andato avanti, e ovviamente non in meglio, per noi.

Qui la domanda è: la deindustrializzazione determinata anche dal crollo della domanda interna (austerità), oltre che dalla penalizzazione sui mercati esteri (apprezzamento del cambio reale determinato dall’euro), che effetti ha sul vincolo esterno? E la risposta è abbastanza ovvia. Meno cose riusciamo a fare da noi, e più dovremo comprarne all’estero. In altre parole, l’elasticità delle importazioni al reddito, se prosegue il processo di sfaldamento dell’industria italiana, non potrà che aumentare, rendendo ancora più stringente il vincolo, e ancora meno sostenibile per noi una crescita sostenuta che non sia finanziata dai capitali esteri (i quali, per  definizione, dopo un po’ si stancano e se ne vanno, lasciando dietro di sé macerie, come abbiamo visto accadere tante volte dal 1980 in poi).

Ovviamente questo rimane qui fra noi (e per i lettori della International Review of Applied Economics).

I nostri politici o sono traditori, o non ci arrivano, ma per noi cambia poco: l’interesse del paese è in ogni caso leso, e in ogni caso loro non sono disposti nemmeno a far finta di prendere in considerazione il problema, che poi è sempre il solito, e non è quello di uscire dall’euro (perché tanto dall’euro usciremo), quanto quello di uscirne in fretta, per limitare i danni.

Si apra la discussione (ma io dormo, o almeno ci provo: il monaco buddista mi terrà sveglio?).





(...per leggere un monaco buddista devo stare parecchio male, e in effetti sto parecchio male, non nel senso di provare dolore, ma spossatezza sì. Che dite, sarà il caldo?...)

domenica 31 maggio 2015

Il vincolo esterno (KPD9)

(...benvenuti alla nona lezione del ciclo "Keynesianesimo Per le Dame": oggi parleremo di robba postkeynesiana buonisssssima...)




Sappiamo che uno dei pretesi vantaggi dell’unione monetaria era, nelle intenzioni dei suoi proponenti, quello di rimuovere sostanzialmente il vincolo esterno per i paesi partecipanti (lo abbiamo visto, ad esempio, anche qui, nel paragrafo “and the winner is...”).

Ma sappiamo anche cos’è il vincolo esterno?

Mi riferisco qui non al vincolo inteso nella sua political economy, come ce lo descrive Featherstone, cioè al modo in cui le varie élite europee usarono il vincolo dell’appartenenza alla moneta unica per regolare i conti in casa propria. Presupposto di questo ragionamento è che si comprenda cosa sia il vincolo esterno nel suo semplice ma inesorabile aspetto economico e contabile, ed è a questo che qui mi riferisco.

Questa semplice nozione sfugge ai più. Me ne sono accorto assistendo al seminario di Giorgio Rodano per la presentazione di un suo lavoro, del quale vi parlavo tempo addietro, e del quale vi devo una peer review. Sconcerta come Rodano ignori la natura del vincolo esterno (guardate il punto iv a pagina 7 del suo lavoro). Mi ha allietato molto, date le premesse, il tono patronizing col quale mi si è rivolto durante la discussione, quello dello “scienziato” che parla all’“economista da talk show”, profferendo un apodittico: “Dai, Alberto, lo sai che nella moneta unica il vincolo esterno non c’è”. Una affermazione doppiamente fuori luogo (e non mi riferisco al tono). In effetti, oggi l’idea un po’ bislacca che il mondo sia un free lunch, o possa essere reso tale con un particolare arrangiamento monetario, è coltivata ormai solo da Rodano e dai memmetari.

Rodano crede ancora che in una unione monetaria questo vincolo non ci sia, quando perfino chi aveva messo in gioco su questa affermazione azzardata il destino di un continente ha fatto (prudentemente) abiura (sempre in base al solito principio “what have we learned from the crisis”, atteggiamento che mi fa un po’ girare le palle, perché se questi emeriti colleghi avevano bisogno di veder tanti morti per capire certe cose forse non erano così emeriti, o per lo meno non così colleghi).

I memmetari non ho capito bene cosa credano: parlano di un mondo che dopo il Nixon shock (la decisione presa da Nixon nel 1971 di sospendere la convertibilità del dollaro in oro) è a moneta fiat e quindi... Il ragionamento, lo capite, già parte male: il corso forzoso (cioè quello che loro chiamano moneta fiat per ignoranza della lingua italiana – ma a noi piace ricordarli così, come un americano a Roma...) c’era anche nel XIX secolo (e pure prima), il Nixon shock non è quindi un particolare snodo epocale (che il dollaro non fosse di fatto convertibile lo si sapeva da anni), e comunque cosa vorrebbe dimostrare questo ragionamento? Che se non paghi in oro o in altra moneta merce non sei vincolato? Bè, allora accomodatevi: stampatevi i vostri greenback e andate da Auchan: vediamo che vi dicono...

Comunque, siccome tanti personaggi, autorevoli (come Rodano) e non, continuano a parlare di vincolo esterno in modo sfuocato, mi viene il dubbio che forse anche voi possiate non avere le idee chiare. Se è così, mi avrete seguito fin qui sulla fiducia, guidati dal ritmo della prosa, ma senza capire una beneamata fava, cosa che suppongo accada spesso (se non accadesse, cioè se acquisiste una conoscenza intima e vissuta di quanto qui si spiega, forse subireste meno frustrazioni). Oggi purtroppo è giornata di post tecnico, quindi preparatevi. All’inizio fa un po’ male, ma poi ci si abitua, e, fatto lo sforzo, si crepa dalle risate quando si sentono certe affermazioni dei latecomers nel dibattito. Preciso che questo essendo appunto un post tecnico, fa riferimento a post precedenti, e se siete arrivati da poco vi consiglio di seguire (e leggervi) tutti i link ai quali il post fa riferimento. L’ipertestualità c’è: usiamola. Non è possibile portare avanti il discorso se ogni volta devo spiegare cos’è il PIL.

Il vincolo esterno
Mi stupisce che il concetto di vincolo esterno sia così difficile da capire, perché ognuno di noi ha un vincolo esterno. Non possiamo spendere se prima non guadagniamo, o non ci facciamo prestare dei soldi. Il vincolo esterno è questo: l’impossibilità di produrre da noi mezzi di pagamento che vengano generalmente accettati (possiamo provarci, ma è reato), da cui consegue la necessità di acquisire risorse finanziarie vendendo qualcosa (ad esempio, il nostro lavoro), se poi vogliamo acquistare qualcosa per campare.

Possiamo, certo, ricorrere al credito, cioè al debito: ma nel lungo periodo i debiti vanno comunque ripagati, ed è quindi buona norma cercare di ricorrere al credito a ragion veduta, ovvero se si ha una ragionevole certezza di produrre in futuro redditi sufficienti. Non è una cosa così complicata da capire.
Quello che vale per ognuno di noi nel suo mercato di riferimento, vale anche per l’insieme di tutti noi, cioè per la nazione, nel suo mercato di riferimento, che sono i mercati internazionali.

Un paese che non possieda tutte le risorse delle quali ha necessità (comprese le risorse umane), e che non produca un mezzo di liquidità internazionale di generale accettazione (in sintesi: un paese che non possa stampare dollari americani, cioè che non sia gli USA), deve esportare.

“Come esportare? Ma se non ha le risorse dovrà importarle! Bagnai, a forza di fare post politici ti sei arrugginito.”

No, caro lettore, io sono sempre cromato: sei tu, come altri menzionati qua sopra, a non capire. Certo, le risorse vanno importate. Ma con cosa le paghi se prima non hai esportato?

Esempio: il petrolio si paga in dollari, siamo d’accordo? Ma i dollari non li stampiamo noi, né come stato né tanto meno come singoli. Come possiamo procurarceli? Come se li procura l’importatore? Esportando. Lui? No, non è necessario che sia proprio chi vuole importare ad esportare! Basta però che il paese nell’aggregato esporti abbastanza. Esportando il nostro paese acquisisce, direttamente o indirettamente, valuta estera. Il caso di scuola è quello in cui l’esportatore (nazionale) viene pagato in valuta estera (dollari). Se vuole pagare i suoi operai e i suoi fornitori nazionali, deve evidentemente cedere i dollari alla banca centrale in cambio di valuta nazionale. Se invece deve pagare dei fornitori esteri, cioè importare, ecco che ha già il dollaretto pronto: ma normalmente chi esporta poi spende qualcosa sul mercato nazionale, e quindi necessariamente deve cedere la valuta estera che ha ottenuto, per ottenere in cambio della valuta nazionale.

Di converso, quando dico che per acquistare una Audi una volta si dovevano acquistare marchi, qualche (finto?) tonto non capisce e: “Ma come, Bagnai! Io la mia Audi la pagai in lire, ma cosa dici, buffone, economista da strapazzo, non è vero che l’acquisto di un’auto tedesca comportasse l’acquisto di valuta tedesca, la quale quindi, essendo richiesta, si apprezzava, tenendo fisiologicamente sotto controllo il surplus strutturale tedesco”. Eh, i tonti hanno un enorme problema: se stessi. Il mondo comincia e finisce con loro. Si saranno mai chiesti come facesse il signor Audi a pagare i suoi operai in Germania, se le sue macchine venivano pagate in lirette? Certo l’operaio tedesco la liretta non l’avrebbe voluta, primo perché secondo gli imbecilli faceva schifo, e secondo, per un motivo più serio: in Germania non circolava, e quindi non sarebbe stato possibile per l’operaio o il fornitore tedesco né accettarla né, se l’avesse accettata, spenderla! E allora? E allora quello che il tonto non sa è che le lire che lui dava al concessionario venivano convertite in marchi dal signor Audi (e infatti il prezzo della macchina tedesca teneva anche conto di quanto il marco costasse in lire). Il marco, materialmente, lo comprava l’esportatore tedesco (per pagare i suoi virtuosi operai): ma la domanda di marchi da lui espressa sul mercato valutario traeva origine dal nostro amico tonto e dal suo desiderio (legittimo) di avere un Audi.

È chiaro? È così strano? Voi veramente pensavate che gli operai tedeschi venissero pagati in lire? E allora perché gli operai italiani non venivano pagati in franchi francesi, o magari in pesetas? Lo capite, no, che c’è un mercato dei cambi, giusto?

Oh, attenzione! Non sto dicendo che ogni calzaturiere marchigiano, ogni carpentiere lombardo, ogni tessitore toscano, dopo aver esportato qualcosa, si metta a cavallo di un asinello con il suo cestino di dollari e vada a fare la coda di fronte all’ufficio di Ignazione nostro a palazzo Koch per farsi dare gli euro. Questo causerebbe enormi problemi al traffico romano, con via Nazionale perennemente bloccata, e non è necessario: è evidente che queste transazioni sono mediate dal sistema bancario. Che è poi quel sistema al quale si rivolgerà l’importatore quando vuole il dollaretto per comprare il petroliuccio (ma anche la bentonite, per dire, visto che a Ponza è finita). Il punto però è che al sistema bancario italiano (e in definitiva alla banca centrale, nelle sue riserve valutarie) la valuta estera deve arrivare in qualche modo. Quando finisce, il paese non ha più i mezzi per importare.

Prova ne sia, cari amici, che le riserve ufficiali di un paese si misurano, oltre che in dollari, anche in mesi di importazioni, come potrete constatare sul sito dei World Development Indicators. Come si fa il calcolo? Ma è semplice: vedi qual è il flusso medio di importazioni che un paese sostiene per tirare avanti, e quante sono le riserve che ha in cassa. Se le importazioni medie sono 20 milioni di dollari e le riserve valutarie sono 40 milioni di dollari, il paese ha 40/20=2 mesi di importazioni coperti, ovvero: se anche non esportasse più nulla (acquisendo così altra valuta pregiata) potrebbe comunque tirare avanti per altri due mesi pagando cash. Poi, ovviamente, per tirare avanti, se non ricomincia a esportare può sempre far debiti, certo. Ma non per sempre. Tanto per, date un po’ un’occhiata a quanti mesi di importazioni ha la Grecia. E la Cina? Eh, sì, la Cina sta messa un pochino meglio. Ma c’è anche chi sta peggio, tipo il Sudan.

Bella l’economia vera, eh, spiegata dai professionisti, ve’? Quante cose interessanti si imparano o si ripassano. Abbiamo appena imparato che se non vuole fare debiti esteri, un paese è opportuno che abbia i conti esteri bilanciati. Più esattamente, è opportuno che sia in sostanziale equilibrio di lungo periodo il saldo delle partite correnti, cioè la differenza fra esportazioni di merci e servizi e redditi e trasferimenti attivi da un lato, e importazioni di merci e servizi e redditi e trasferimenti passivi dall’altro. Lo abbiamo descritto in dettaglio qui, se interessa.

Formalizziamo
Oggi dobbiamo essere tecnici, quindi passiamo a un modello, semplice semplice, che ci aiuterà a fissare le idee sul ruolo del vincolo esterno. Nel suo articolo del 1979 sul vincolo esterno come determinante dei differenziali di crescita fra paesi, Tony Thirlwall parte da una relazione estremamente semplice. Se chiamiamo X le esportazioni, e M le importazioni, di fatto un paese nel lungo periodo avrà una situazione finanziariamente sostenibile, cioè non accumulerà debito estero insostenibile, se:

X = M

(cioè se il saldo commerciale, preso come proxy del saldo delle partite correnti, è in media bilanciato nel lungo periodo).

Possiamo considerare questa condizione la traduzione formale del vincolo esterno. Aggiungo subito tre cose:

1) noterete che in questa relazione quale sia la moneta di riferimento, se sia unica, a cambio fisso, a cambio flessibile, merce, a corso forzoso, ecc., non rileva. Anche in un’economia di baratto, per dire, se vuoi un cammello devi dare tre donne (è il mio tasso di cambio, e aggiungo subito che non saprei cosa fare né con l’uno né con le altre, quindi l’esempio è puramente speculativo). Semplicemente, X = M significa che non esiste un mondo nel quale qualcuno ti dà qualcosa per niente. Quale sia il mezzo tecnico del trasferimento di valore fra i soggetti coinvolti (baratto, clic del mouse, promesse, ecc.) semplicemente non è rilevante, cioè non rileva, cioè non ha alcuna importanza, cioè non influisce sul principio di fondo, a meno che non siate memmetari. Ma io non faccio lo psichiatra. Faccio l’economista, e quindi ribadisco: se tu non X, allora tu non M, a meno che tu non accumuli del debito, nel qual caso nel lungo periodo tu esplodi. Certo, se sei gli Stati Uniti rinvii il momento del botto, perché la tua carta la vogliono un po’ tutti. Ma il botto alla fine arriva anche per te (devo fare esempi?).

2) a cosa ci serve formalizzare una cosa così semplice, cioè il fatto che nessuno dà niente per niente? Ci serve eccome! Ci permetterà infatti di vedere in che modo il vincolo esterno condiziona la crescita di un paese (il contributo di Thirlwall è tutto lì).

3) per contentare i “maestraaaaa...”, dico subito che X = M è una condizione sufficiente ma non necessaria per la sostenibilità dei conti esteri. Per il momento ce la teniamo così, poi, se ci sono molti ingengngnieri che fanno domande tecniche, faccio rapidamente un post tecnicissimo per loro così chiarisco il punto. Ma anche questo punto non è enormemente rilevante ai fini dell’argomento.

Con queste tre annotazioni, vorrei spiegarvi cosa fa Tony nel suo articolo del 1979. Dice: se partiamo da una situazione bilanciata, e vogliamo che resti tale, bisognerà che importazioni e esportazioni si sviluppino allo stesso tasso di crescita. Dopo di che, siccome il tasso di crescita delle importazioni dipende da quello del reddito, è chiaro che allora il vincolo esterno vincola la crescita del reddito.

Sviluppiamo il ragionamento in tre passi.

Passo 1: il mantenimento dell’equilibrio richiede che esportazioni ed importazioni crescano alla stessa velocità (tasso di crescita)

Qui invoco la mia musa ispiratrice, ma siccome so che siete de coccio (detto con affetto), fornisco esempio numerico. Supponiamo che le importazioni inizialmente siano 100. Se X = M, saranno 100 anche le esportazioni. Ora, se le importazioni crescessero del 3% e le esportazioni solo del 2% all’anno, l’anno dopo il paese andrebbe in deficit:

X – M = 102 – 103 = - 1

L’equilibrio si mantiene solo se import e export crescono allo stesso ritmo, cioè se:

dove il puntino indica appunto il tasso di crescita delle rispettive variabili.

Passo 2: la crescita delle importazioni dipende da quella del reddito
Ora, vi ricordate come funziona la domanda di importazioni? Dipende dal reddito con una relazione normalmente ad elasticità costante e maggiore di uno. Del concetto di elasticità (rapporto fra due variazioni percentuali) abbiamo parlato diffusamente qui, e della sua misura nella funzione delle importazioni ad esempio qui. Nel presentare il moltiplicatore del modello di a/simmetrie, vi ho fatto vedere che una funzione a elasticità costante è una cosa del tipo:



(se vi leggete il post troverete un esempio con m = 0.004 e p = 2). Se prendiamo i tassi di variazione delle due variabili M e Y, questa relazione diventa semplicemente:

(la costante m scompare, se ne prendi la variazione). Questa, se ci fate caso, non è altro che la definizione di elasticità come rapporto fra variazioni percentuali:

Insomma: se Y aumenta del 2%, M aumenta del 2% moltiplicato per il parametro p greco. Occhio! Tony usa (e dopo di lui in questa letteratura normalmente si usa) p greco come parametro, cioè non come il rapporto che tutti conosciamo dalle medie in poi. Insomma, qui p greco non è 3.14, ma un segnaposto (parametro) che indica un valore da definire caso per caso. Nei modelli econometrici è uso utilizzare le lettere latine per indicare le variabili (reddito, consumo, importazioni...) e quelle greche per indicare i parametri (elasticità delle importazioni al reddito, elasticità delle esportazioni ai prezzi, ecc.). Quanto vale l’elasticità dipende dal paese, ma come abbiamo visto i valori si aggirano intorno a due, dal che consegue che se il reddito cresce del 2%, le importazioni cresceranno del 4%.

Passo 3: quindi il vincolo esterno vincola il tasso di crescita dell’economia
Per vederlo facciamo un passo indietro, e sostituiamo nella condizione di equilibrio della bilancia dei pagamenti presa in tassi di variazione, la funzione delle importazioni in tassi di variazione:

Chiaro il passaggio? Siccome la variazione delle importazioni è p greco per la variazione del PIL, metto quest’ultima nella condizione che uguaglia la variazione delle importazioni a quella delle esportazioni.

Risultato?

Il risultato è che posso risolvere rispetto al tasso di crescita del PIL, ottenendo questa formula:

Che cosa mi fornisce questa formula? Per costruzione, visto che l’abbiamo ottenuta da una condizione di equilibrio di bilancia dei pagamenti, mi fornisce il tasso di crescita compatibile con il vincolo esterno. Cosa intendiamo per compatibile con il vincolo esterno? Che se il tasso effettivo di crescita è superiore a quello definito dalla formula, il paese andrà in deficit estero: il suo reddito “correrà” troppo, ma allora correranno troppo anche le sue importazioni, più di quanto sarebbe necessario per tenerle in equilibrio con le esportazioni, e il paese comincerà ad accumulare debito estero. Naturalmente se il tasso è inferiore a quello definito dalla formula il paese tenderà al surplus: reprimendo la domanda interna, tenderà a diventare creditore netto (vi ricorda qualcuno)?

Può un paese scostarsi a lungo dal tasso di crescita compatibile con l’equilibrio esterno?

No.

Se si scosta verso l’alto (e potrebbe farlo ad esempio nelle fasi iniziali del ciclo di Frenkel) si indebita, ma poi alla fine va in crisi, entra in recessione, e la crescita eccessiva iniziale fa media con la recessione finale, restituendo qualcosa di vicino in media al tasso di crescita compatibile con l’equilibrio esterno.

Va un po’ meglio a chi si scosta verso il basso, perché diventa creditore netto, situazione più comoda. C’è un’asimmetria. Il discorso ovviamente è complicato (e la letteratura sulla “legge di Thirlwall”, come viene definita la relazione che vi ho mostrato, sterminata). Diciamo che il tasso “compatibile con l’equilibrio esterno”, ovvero “vincolato dalla bilancia dei pagamenti”, è quanto meno un limite superiore per il tasso di crescita effettivo.

Verifichiamo
Ma il vincolo esterno è effettivamente tale? In altre parole: la necessità di non importare troppo per evitare di incorrere in sbilanci esteri, e quindi la necessità di non crescere troppo in fretta, vincola effettivamente la crescita dei paesi?

La risposta è sì, e lo si vede se si confrontano i tassi di crescita di lungo periodo dei vari paesi con il vincolo esterno definito dalla legge di Thirlwall (cioè con il loro tasso di crescita vincolato).

Esiste una letteratura sterminata in proposito, ma possiamo fare anche noi una rapida verifica alla boia d’un Giuda prendendo i soliti dati del Fmi e calcolando l’elasticità al reddito delle importazioni come abbiamo fatto in questo post, cioè come rapporto fra il tasso di crescita delle importazioni e quello del reddito. Tenete presente che la versione del modello che stiamo considerando è ipersemplificata (non tiene conto della dipendenza di esportazioni e importazioni dal tasso di cambio reale), e che le stime sono fatte veramente con la mano sinistra. Ciononostante, prendendo tutti i paesi per i quali il World Economic Outlook presenta i dati, il calcolo sommario che vi ho descritto fornisce una cosa di questo tipo




Ci sarebbero lunghi commenti da fare. Per gli espertoni: la retta a 45° è quella lungo la quale tasso vincolato ed effettivo coincidono. Noterete che ci sono molti punti al disotto (tasso effettivo inferiore a quello vincolato). Ci sono anche punti che danno valori francamente assurdi (tassi di crescita vincolati a due cifre, oltre il 40% l’anno). Ma questi outlier (paesi che giacciono fuori – lie out – dalla retta) sono tutti paesi molto particolari: tutti piccolissimi (quindi con una certa volatilità dei flussi commerciali), alcuni con petrolio, alcuni con guerre, molti con entrambe:  Bahrain, Bosnia and Herzegovina, Cambodia, Dominican Republic, Equatorial Guinea, The Gambia, Guinea-Bissau, Kosovo, Myanmar. In questi 9 paesi il tasso di crescita vincolato risulta superiore a 10 punti percentuali (e in alcuni di questi lo è stato anche quello effettivo: penso in particolare alla Guinea Equatoriale, la cui performance spettacolare però è ben poco significativa, come sicuramente alcuni di voi sapranno – e lo diranno agli altri!). Se togliamo questi 9 paesi decisamente anomali e ci teniamo gli altri, dove comunque c’è di tutto, dalla Danimarca all’Iran, dall’India all’Ecuador, dalla Nuova Zelanda alla Romania), la capacità esplicativa del modello praticamente raddoppia: ora il tasso vincolato spiega il 56% della variabilità fra paesi dei tassi di crescita.



Poveri libberisti...
Apro e chiudo una parentesi per segnalare che questo risultato non solo è molto robusto, ma è anche dirompente per il modello di crescita preferito dai nostri amici libberisti. In quel modello la differenza fra i tassi di crescita dei paesi è spiegata dal livello iniziale del reddito (in base all’ipotesi che in paesi più arretrati il capitale è più produttivo e quindi la crescita sarà più rapida: è il famoso catch-up, che non è il ketchup). La relazione quindi dovrebbe essere negativa: a condizioni iniziali pietose dovrebbe corrispondere crescita folgorante, e viceversa. Tuttavia questo modello, basato sul modello di Solow, non sempre funziona bene come quello di Thirlwall. Se prendiamo gli stessi dati che abbiamo utilizzato per verificare la legge di Thirlwall, viene fuori sullo stesso campione una cosa simile:



Attenzione: in questo caso la relazione è negativa e deve esserlo: i paesi più a sinistra (con reddito iniziale minore) in teoria devono essere più in alto (crescita media nel lungo periodo superiore). Tuttavia qui, dopo aver tolto una quarantina di paesi anomali (i 9 sopra, più altri per i quali per qualche motivo mancava il livello iniziale di reddito) il massimo che si riesce a ottenere è che il modello spieghi l’11% della variabilità internazionale dei tassi di crescita.

Consci di questo fatto, neoclassici e neokeynesiani il modello di Thirlwall preferiscono ignorarlo. I neoclassici, per migliorare le cose, a partire dagli studi di Barro e di Mankiw et al. inseriscono una serie di altre variabili che “condizionano” la crescita e quindi spiegano la differenza nei percorsi di recupero dei vari paesi: il capitale umano, il livello degli investimenti, la spesa pubblica (messa in tutte le salse fino a quando non esce con coefficiente negativo), l’accesso al mare, il frazionamento etnico, lo scontrino della lavanderia, qualsiasi cosa, insomma, pur di non mettere il commercio estero. Se viene messo, il commercio viene messo come “grado di apertura” (openness): la somma di export e import, il tutto diviso per il Pil. Sì, proprio così: quindi un paese che esporta 50 e importa zero, con un Pil di 100, conta come un paese che esporta zero e importa 50 (se il Pil è 100 anche in questo caso). Ovviamente il primo paese non salterà per aria e il secondo sì, ma questo ai neoclassici non sembra interessare molto. Il fatto è che se si inserisce questa variabile insensata, essa normalmente ha un segno positivo (“ah, vedi, allora liberalizzare il commercio aiuta la crescita: orsù, si liberalizzi, libberismo, libberismo!”), ma lascia più o meno invariata la significatività statistica delle altre variabili “offertiste” (investimenti, spesapubblicabrutto, ecc.), per cui il modello non salta.

Ma se provi a metterci il tasso di crescita vincolato, come esplicativa, regolarmente quello si “mangia” completamente le altre variabili, il cui contributo alla spiegazione della crescita effettiva piomba a zero. 

Divertente, ma non per i neoclassici...

E nota: se spieghi la crescita del prodotto con la crescita delle esportazioni sic et simpliciter, anziché con il vincolo esterno (cioè se non dividi la crescita delle esportazioni per l’elasticità delle importazioni al reddito), la relazione che ottieni è molto meno forte:


Insomma, non basta considerare quanto si esporta. Bisogna anche considerare quanto si dipende dall’estero.

Approfondiamo questo punto.

Significato economico
La relazione c’è, i dati la supportano. Proviamo a interpretarla. Intanto abbiamo visto che il tipo di arrangiamento monetario sottostante ha poco a che vedere con il vincolo. Il vincolo ha natura reale (da res, rei), non monetaria: dipende dalla necessità, se vuoi una cosa, di darne via un’altra (fosse anche la tua forza lavoro). Ripeto: come questo scambio venga mediato non ha particolare rilevanza. Può anche essere mediato dal credito: ma il credito non fa che spostare nel tempo la necessità di reperire le risorse per effettuare un pagamento. È il suo bello (se le risorse riesci a reperirle) ma anche il suo brutto (se non riesci a reperirle: citofonare Trippas). Viceversa, i parametri chiave del vincolo esterno sono due, e sono entrambi “reali” (riferiti a grandezze non monetaria) e “strutturali”: il tasso di crescita delle esportazioni in termini reali (cioè la crescita del volume di beni venduti all’estero), e l’elasticità delle importazioni al reddito.

La crescita delle esportazioni è al numeratore (sta “sopra”: proporzionalità diretta), il che significa che più esporti, e più puoi permetterti di crescere. Non è detto che tu lo faccia. Potresti farlo senza fallire (per colpa del debito estero). Ma potresti non volerlo fare perché vuoi far fallire gli altri (citofonare Merkel): in questo caso, reprimerai la domanda interna, cioè non distribuirai la giusta mercede ai tuoi operai, Dio si incazzerà un pochino, ma tanto a pagare gli operai e a morire c’è sempre tempo, e nel frattempo la tua crescita sarà inferiore al massimo potenziale. Questa cosa è importante da capire (ed è anche fonte di infinite disquisizioni teologiche che vi risparmio, e che in effetti sarebbero il mio vero lavoro, fra gli economisti post-keynesiani). Il modello di Thirlwall non è, come qualcuno tende a banalizzarlo, un modello di crescita export-led (guidata dalle esportazioni). Non dice esattamente che le esportazioni causano la crescita. Dice che le esportazioni vincolano la crescita. Non dice che se esporti molti crescerai molti. Dice che se esporti poco e cresci molto poi fallisci (perché hai anche importato molto, ma esportando poco non avevi le risorse per farlo). In questo senso il modello è asimmetrico. Se volete, si può usare la classica metafora della corda, quella che si usa per la politica monetaria: anche le esportazioni sono una corda, nel senso che secondo la logica del modello non puoi usarle per “spingere” la crescita, ma se non ne hai abbastanza ti tengono la crescita col guinzaglio a strozzo (e gli strozzini si sa chi sono: i famosi mercati).

Al denominatore (cioè sotto: proporzionalità inversa) c’è invece l’elasticità delle importazioni al reddito. Cosa esprime p greco? Esprime la dipendenza strutturale di un paese dai beni e servizi prodotti all’estero. Se l’elasticità è alta, questo significa che quando i residenti si trovano qualche soldino in tasca, le importazioni del paese crescono in modo più che proporzionale. Ricordate? È un fatto stilizzato che questa elasticità sia in media intorno a due. Nel campione di 177 paesi che abbiamo considerato l’elasticità media (calcolata alla boia d’un Giuda come v’ho detto) è pari a 1.68 e la mediana a 1.73. Se arrotondi all’intero più vicino ti dà 2. Diciamo quindi che se il reddito aumenta dell’1%, le importazioni aumentano di una cosa che potrebbe essere 1.5%, 2%, 3%... Insomma, normalmente in questo ordine di grandezza.  Bene: una elasticità più alta significa che quando il reddito aumenta ci si rivolge in misura proporzionalmente maggiore a prodotti esteri, cioè che l’economia considerata è particolarmente dipendente dall’estero, perché non è in grado di produrre quei beni (di consumo o strumentali) o quei servizi (ad esempio di trasporto, finanziari, ecc.) dei quali ha bisogno per sostenere la sua maggiore crescita. Ma se le cose stanno così, allora è evidente che questa economia, proprio in quanto dipende più di altre dai prodotti esteri, a parità di esportazioni potrà permettersi meno delle altre di crescere (perché la maggior crescita le alza proporzionalmente di più il conto da pagare per saldare le importazioni).

Il significato economico quindi è piuttosto ovvio. Il modello può essere complicato ad libitum. La versione che sviluppo nell’ultimo lavoro è questa:



ma ne parliamo un’altra volta.

Perché laggente non capiscono il vincolo esterno?
Se siete arrivati fin qui con le ossa sane, vi porrete anche voi la domanda che mi pongo io. Se compri qualcosa, o prima, o poi, o cash, o a credito, l’hai da paga’, altrimenti passi un guaio. Questo è il vincolo esterno. Nasce con l’uomo, e con l’uomo morirà (quindi è eterno, stante la nostra simpatica abitudine di erigerci a metro del cosmo)! Non si capisce proprio come qualcuno possa pensare che un qualche regime monetario, e in particolare l’adozione della moneta unica, avrebbe mai potuto abolirlo, questo vincolo esterno. Quando qualcuno pensa e dice una cosa così strampalata porto la mano alla fondina (e faccio anche un paio di altre cosette), perché se, di fatto, teorizzi la sòla (la fregatura, il comprare senza pagare), allora è molto probabile che tu sia un sòla, o almeno un Solone.

Se permettete, mi risparmio i memmetari, e insisto invece su due versioni “ortodosse” di questa simpatica fola, della storia dell’albero della cuccagna: quella dei tre porcellini, di cui abbiamo già parlato, e quella del prof. Rodano. Vorrei farne con voi un’analisi semantica per capire dov’è che si nasconde la magagna.
I tre porcellini (Pisani-Ferry, Gros e Emerson), da economisti di grande rango e visibilità internazionale, sono dovuti venire a patti con la realtà. Quando erano pagati per dire che la moneta unica avrebbe funzionato, il loro studio elencava ben 16 meccanismi attraverso i quali questo sarebbe successo (è difficile capire una cosa se il tuo stipendio dipende dal non capirla, ma è anche semplice dimostrare una cosa se il tuo stipendio dipende dal dimostrarla). Quello che ci riguarda qui, e che ha a che fare con il vincolo esterno,  è il 14, esposto a pag. 24 dello studio, nel paragrafetto intitolato (traduco): “Saranno disponibili flussi finanziari per assorbire gli shock (meccanismo 14)”, paragrafetto il quale recita: “Fra gli effetti principali dell’Unione Monetaria ci sarà quello di far scomparire il vincolo della bilancia dei pagamenti nel modo in cui viene sperimentato nelle relazioni internazionali”. Voi, che ormai siete esperti di vincolo, avrete capito che questo significa: potrete comprare a credito senza avere problemi. E infatti il paragrafetto prosegue: “i mercati privati finanzieranno qualsiasi debitore affidabile e il saldi fra risparmio e investimento non saranno più vincolati a livello nazionale”. E qui, se vi ricordate il post sulla Grecia, capirete che i nostri amichetti ci stavano dicendo che sarebbe stato possibile indebitarsi con l’estero senza limiti. In termini analitici (leggetevi il post sulla Grecia se non lo avete fatto: leggetelo, e rileggetelo) è infatti contabilmente sempre vero che:

X – M = S – I

Quindi dire che il saldo fra risparmio e investimento “non sarebbe stato vincolato a livello nazionale”, cioè che un paese non sarebbe più stato tenuto a finanziare i propri investimenti con il proprio risparmio, equivale a dire che il vincolo esterno non avrebbe più vincolato le singole economie nazionali, cioè che non sarebbe più stato necessario finanziare le proprie importazioni con le proprie esportazioni.

Nel mondo in cui S<I (il risparmio nazionale è minore degli investimenti, che quindi sono finanziati ricorrendo al capitale estero), necessariamente è anche X<M (le esportazioni sono minori delle importazioni, che quindi sono finanziate con credito estero). Guardate che le due cose possono largamente coincidere, non solo in termini contabili. Pensate ad esempio a un imprenditore che compra un bene strumentale all’estero facendo un mutuo con una banca estera o collocando un bond all’estero: avete un investimento (acquisto di bene strumentale), una importazione (perché il bene viene dall’estero) e naturalmente un incremento del debito estero. In questo caso le tre cose coincidono, ma non è necessario che la relazione sia immediata e coincidente: può anche essere mediata dall’azione di più operatori (l’imprenditore compra il bene strumentale in Italia ma il produttore compra componenti o materie prime all’estero, ecc.).

E come sarebbe stato possibile svincolare S da I o X da M? Ma ve l’ho detto tante volte (al mid-term goofy dell’anno scorso, in L’Italia può farcela, ecc.): perché S. Mercato Privato avrebbe dato i soldi a tutti e soli quelli che ne avrebbero avuto bisogno ed erano in condizioni di restituirli.

Purtroppissimo non è andata così, però.

Peccato, ve’?

Chi se lo sarebbe aspettato.

Mannaggia, che sfiga. Però più Europa, eh, mi raccomando, sennò chi li sente i Wu Minkià, che di questa Europa sono degni aedi!

Ora, chi ha scritto queste parole leggere non poteva non giustificarsi, soprattutto considerando che lo aveva evidentemente fatto per motivi venali e in palese conflitto di interessi. La toppa però è peggiore del buco, come capita quando la scemenza detta è troppo grossa:

In particolare, l’atteggiamento “non potevamo sapere” (nel paper c’è anche “eseguivamo gli ordini”) fa un po’ specie, perché che l’Unione Monetaria non avrebbe abolito il vincolo esterno era stato detto sul Financial Times indovinate un po’ da chi? Ma certo! Da Tony nel 1991, come noi sappiamo dal 2012 grazie a me (e a Tony che mi ha mandato il ritaglio del Financial Times), e Pisani-Ferry, guarda un po’, non sapeva nel 1991 (perché quell’anno l’abbonamento gli era scaduto e non lo aveva rinnovato, sai com’è, a Bruxelles la vita costa cara, devi pur fare qualche sacrificio per essere economista della Commissione...).  L’articolo di Tony era già cristallino senza passare per l’apparato analitico (che Tony aveva pubblicato 12 anni prima), ma suppongo che dopo la lezzioncina di oggi vi sarà ancora più perspicuo. Del resto, può essere interessante sapere che la legge di Thirlwall nasce in economia regionale: la prima applicazione è l’articolo di Dixon e Thirlwall  (1975) sui differenziali di crescita fra regioni di un medesimo Stato. Vi sto dicendo quello che avete capito: cioè che Pisani-Ferry nel 1991 diceva che con la moneta unica gli stati membri sarebbero diventati come regioni di un singolo Stato, e che Dixon e Thirlwall 16 anni prima avevano dimostrato sugli Oxford Economic Papers che il vincolo esterno vale anche fra regioni di un medesimo Stato (non sul rotolo della carta del cesso, Dio santo! Su una rivista che piace perfino al comitato politico di FARE, l’ANVUR!). Quindi dire che gli Stati sarebbero diventati regioni equivaleva a dire che un ammalato di cancro sarebbe diventato un ammalato di tumore. Il nulla vestito da diagnosi.

Non è poi strano che il vincolo esterno condizioni anche la crescita regionale, in fondo. Il motivo è il solito: non importa il mezzo di pagamento, in qualche modo se importi “troppo” pagherai. Il Sud dell’Italia, ad esempio, ha pagato in uomini, no? Cos’è l’emigrazione massiccia sperimentata dal Sud se non la risposta a una elevata dipendenza strutturale dal resto del paese? (Dipendenza alla quale non siamo ancora riusciti ad ovviare, peraltro, o comunque non con i trasferimenti pubblici). Succede così: il recupero di competitività passa per la deflazione salariale (le “gabbie”, qui da noi), con tutto quello che ne consegue (crollo della domanda regionale, disoccupazione, emigrazione). E non vediamo oggi lo stesso meccanismo all’opera in Spagna e Grecia (ma anche Lettonia o Bulgaria)?

Bene: Pisani-Ferry lo vede nel 2015. Tony nel 1975. Solo quarant’anni prima, ma Pisani-Ferry appartiene al mondo di quelli che hanno tempo, come i Wu Minkià o er Barbetta o il Fognatore o er Nutella ecc.

Quanti ne abbiamo visti passare...

Peraltro, prima di intonare la litania “mercatobbrutto”, sarebbe bene che l’intellettuale sentimentaloide di sinistra, che tifando euro tifa mercati, capisse che i mercati per i quali lui tifa senza rendersene conto non sono “cattivi”, come lui li dipinge nelle sue stucchevoli oleografie buoniste. Semplicemente, i mercati finanziari non sono (e non sono tenuti ad essere) la soluzione di problemi di dipendenza strutturale da beni esteri. Non sono lì per quello. La loro ottica, fra l’altro, è quella di breve periodo propria di tutti gli operatori privati (e anche di molti governi, va detto). Ne abbiamo parlato a lungo qui (un esempio). Quindi come si fa a pensare di devolvere ad essi, nella loro comprovata fallibilità, la soluzione di problemi di dipendenza strutturale? (Il vincolo esterno, lo abbiamo visto, è un vincolo reale e strutturale, non un vincolo temporaneo e di liquidità). Fra il sentimentalismo “de sinistra” e “l’ottimismo della sragione” dei bruxellocrati, chi c’è andato di mezzo lo sapete.

Addavenì Caligola...

Ma occupiamoci di Rodano, il quale, avendo minori responsabilità e considerandosi (ce lo ha detto lui con una certa civetteria) un pensionato, per hobby scrive cose come queste:


Che devi dire se non: “Vabbè...”. Ma insomma, Giorgio caro: non solo questa cosa non funziona, perché non è vero, in tutta evidenza, quello che dici in nota:


No, non è solo questo! Il vero problema è che tu, da pensionato e quindi scusabile se poco al corrente dei recenti sviluppi, per pura sfiga (e me ne spiaccio per te) vieni a dire una cosa simile proprio nel momento in cui, come ho appena fatto vedere, i colleghi poco scrupolosi e molto venali che l’hanno affermata per farci imboccare nella simpatica trappola nella quale siamo ritrattano, dicono che “non potevano sapere”, cioè preferiscono passare per degli incompetenti che non leggevano né il Financial Times né gli Oxford Economic Papers, pur di non prendersi la responsabilità di quella affermazione che tu, così, a cuor leggero, e con un tuo tutto particolare senso dell’opportunità, vieni a proporci oggi, quando essa si manifesta palesemente falsa!

Ussignùr...

Spectacularly ill-timed: cosa altro dire?

L’argomento secondo il quale siccome paghi Eurozona su Eurozona non esaurisci le riserve di dollari è un argomento fasullo, per il semplice motivo (che anche l’ultimo dei miei lettori capisce e potrà spiegarti if needed) che se in Italia non c’è la rotativa dei dollari, bè, non c’è nemmeno quella degli euro. Lo ha spiegato De Grauwe. Quindi il fatto che apparentemente non ci sia un drenaggio di risorse (la valuta pregiata) a fronte di un eccesso di importazioni intra-zona è ingannevole. Il problema esiste: è una tonnellata di polvere sotto il tappeto: prende la forma di quei crediti privati dei quali qui tante volte e prima di tanti abbiamo parlato, e che, come l’ultimo dei miei lettori sa, sono la vera causa dei nostri squilibri.

La verità è un’altra: magari dovessimo ancora pagare le importazioni dalla Germania in valuta forte! Questo avrebbe messo un ovvio meccanismo di stop loss alla crisi: a riserve finite, si svaluta, come in 177 altri paesi al mondo, e c’è un fresh start, dopo che i creditori hanno assorbito la perdita causata loro dal loro comportamento imprudente (ma non ci commuoviamo troppo: sanno loro perché l’hanno fatto, e vedrai che gli è convenuto...).

Concludendo
Dai, che fra un po’ ci sono gli exit poll...

Era molto tempo che volevo spiegarvi questa cosa, dalla quale discendono una marea di altre cosucce interessanti (ad esempio, l’impatto sulla crescita del tasso di cambio reale, ecc.). La carne al fuoco era tanta, ma vi lascerò il tempo per digerirla. Devo chiudere un altro lavoro. Voi intanto se avete dubbi chiedete, e io, se avrò tempo, risponderò. Ma non fate domande delle quali la risposta p nei link. Se siamo qui pochi ma ottimi è perché non siamo qui per divertirci: capire è sempre faticoso, e di questi tempi, poi, è anche sgradevole. Scendere di un altro girone nell’orrore di One market, one money, pensare quanti morti ha causato quello studio, e su quali premesse analitiche inconsistenti era fondato (tanto che chi lo ha fatto sente oggi il bisogno di scusarsi: vi rendete conto?), è cosa che dà le vertigini.

Ma come voi condividete con me lo spossamento e l’orrore, così io li condivido con voi.




(...solo una cosa ai colleghi che arrivano adesso nel dibattito: se finora avete preferito ignorarlo, sapete voi perché lo avete fatto. Ma se ora, per motivi che ignoro, volete entrarci, studiate! Lascio valutare a chi ha letto questo post se una persona che nel suo articolo sull'euro non cita lavori fondamentali come Dixon e Thirlwall (1975), Pisani-Ferri (2013), Fernandez-Villaverde et al. (2013), Constancio (2013), e tanti altri, possa permettersi, senza suscitare un franco scoppio di ilarità, questo genere di affermazioni:





E questo elogio delle proprie competenze prima di presentare una rassegna della teoria delle aree valutarie ottimali che sarebbe andata forse bene negli anni '80!... Il testo, queste competenze, non le dimostra, e ovviamente ne parlerò in dettaglio e nelle sedi competenti, quindi prima di dare del semplificatore o dell'incompetente ad altri (sempre senza avere il coraggio di farlo in faccia, va da sé: avreste dovuto vedere la faccia di Rodano quando s'è accorto che ero fra il pubblico del suo seminario!), buon senso vorrebbe che ci si interrogasse su se stessi, che si facesse, che so, almeno una ricerca bibliografica elementare...

Forse non vi è chiaro: da qui dovete passare, cari tromboni pensionati!

La sinistra "intellettuale" che vuole rifarsi una verginità intervenendo con il consueto tono da "padre nobile" lascia francamente sconcertati. Avete appoggiato senza se (e anche senza sé) e senza ma un progetto di deflazione salariale perché ritenevate che avrebbe tutelato il valore delle vostre pensioncine. Questa è la vostra political economy (ho detto political economy, non mi sono pronunciato sulla correttezza e coscienziosità professionale), e pensate che non si veda? Il lavoro di Rodano cita quattro fonti: Bagnai, Biasco, Bootle e Sapir, delle quali le ultime due sono citazioni di seconda mano dal mio libro (è evidente che Rodano non ha letto Bootle, tutta la sua discussione dei costi dell'uscita lo dimostra), e quello di Biasco è il lamento di un altro pensionato, con zero - 0 - fonti scientifiche. Discorsi da bar fatti da personaggi che bastano a se stessi, che ritengono di essere giganti al cospetto di nani, che probabilmente tratterebbero con lo stesso tono patronising Stiglitz o Meade o Kaldor o Thirlwall. E questi qui, questa roba qui, si permette di parlare delle "semplificazioni" dei social media, nel presentare un loro paper su un problema così complesso, dove di fatto viene citato un solo lavoro scientifico: il mio?

Capite bene che la sinistra dovrà fare scelte dolorose, perché con un supporto intellettuale di questo genere non va da nessuna parte...)