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giovedì 17 agosto 2017

Volevate essere gli U6?

Questa mattina è uscito sul Fatto Quotidiano un mio articolo legato alla discussione sorta in seguito a questo post. Come vi dicevo nel post, la metodologia usata per calcolare il grafico della disoccupazione corretta per scoraggiati e sottoccupati nello studio citato dal FT non mi era del tutto chiara (e tuttora non lo è, per me). In particolare, trovavo corretta l'osservazione fatta da Andrea. A me era chiaro che nel grafico non veniva usata la variabile indicata in didascalia (%working age population, percentuale della popolazione in età attiva), altrimenti tutti i valori sarebbero stati molto più bassi. D'altra parte, non aveva nemmeno senso utilizzare, come ho fatto io, le forze di lavoro (occupati più disoccupati), per il semplice motivo che nel momento in cui metto al numeratore del tasso (sopra) gli scoraggiati, devo considerarli almeno virtualmente come parte delle forze di lavoro e quindi contarli anche al denominatore del tasso (sotto).

Devo dirvi che ancora non sono riuscito a capire da dove saltino fuori quei numeri, ma questo non mi appassiona moltissimo. Preparando l'articolo, mi sono andato a rileggere le definizioni di disoccupazione del Bureau of Labor Statistics, i famigerati U1, U2,..., fino a U6, che sono familiari ai lettori di Mazzalai (diciamo che ne parla da almeno tre anni prima che questo blog aprisse) e di Orizzonte48, ma magari non a tutti gli altri. La logica di questi tassi è quella di considerare definizioni via via meno restrittive di labour market slack (lo slack sarebbe il lasco: le strane dislessie della glottologia!), cioè del "gioco", dello "scarto" fra domanda e offerta di lavoro: insomma: della disoccupazione. Il tasso "ufficiale" corrisponde a U3, e fino a U3 il denominatore sono le forze di lavoro. Poi in U4 si aggiungono gli scoraggiati, e il denominatore diventano forze di lavoro più scoraggiati. Poi in U6 si aggiungono i sottoccupati, di cui magna pars sono quelli in part-time "per motivi economici" (cioè perché il datore di lavoro non gli vuole pagare uno stipendio intero), e il denominatore diventano forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Insomma: da U3 in poi ogni tasso di disoccupazione è espresso in percentuale di una diversa (e progressivamente più ampia) popolazione di riferimento.

Per capirci, nel grafico che è stato pubblicato oggi dal FQ (che non è il FT, perché arriva prima), il denominatore è dato da forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Questo implica che la percentuale di disoccupati sia inferiore a quella data dal tasso di disoccupazione ufficiale (sotto 10 anzichè sopra 11), dato che il numero per il quale i disoccupati vengono divisi è più grande (non solo forze di lavoro ma anche le altre categorie ricordate):


Nel grafico del FT, invece, il tasso di disoccupazione coincide a occhio col dato ufficiale, il che mi fa pensare che i ricercatori abbiano sommato tre tassi calcolati con tre denominatori diversi. Questo significa che nel loro caso il tasso complessivo non corrisponde a U6, mentre nel nostro caso la percentuale di disoccupati non corrisponde a U3 (cioè alla disoccupazione ufficiale).

Se avete il mal di testa, mi spiace, anche perché non ne vale la pena: un terzo degli italiani non ha un lavoro o non ha un lavoro decente, il dato è questo, e non entro nelle classi di età e nelle suddivisioni territoriali altrimenti ci mettiamo paura. Uno o due punti in più o in meno non ci cambiano molto, anche se, come sempre, è importante essere rigorosi.

Sarebbe più facile se gli uffici di statistica ci aiutassero: il rigore (e farsi due palle sui dati) è il loro mestiere, non il nostro! Questa roba qui negli Usa si fa da anni, come ricordavo sul Fatto di questa mattina, specificando anche perché da noi invece non si fa: perché l'Eurozona ha un piccolo segreto: l'aggiustamento agli shock macroeconomici, qui da noi, si basa sulla disoccupazione competitiva (quella che i sapienti chiamano "svalutazione interna"). Che è così si sa e si dice (lo ha ammesso perfino De Grauwe), ma laggente certe cose è meglio che non le sanno, e quindi si preferisce utilizzare una misura sottostimata della disoccupazione, corrispondente più o meno a U3, in modo da glissare sul resto.

L'esigenza di offuscare quale sia il vero meccanismo di riequilibrio macroeconomico qui da noi (il taglio dei salari, e quindi, per forza di cose, l'incremento di disoccupazione), deve però contemperarsi con l'esigenza della Bce di scaricare su altri la responsabilità del suo fallimento nel rianimare l'inflazione. Non si tratta, attenzione, di un dato banale. Ammettere di non riuscire a far alzare l'inflazione perché la moneta non causa i prezzi significherebbe ammettere che viene meno la stessa ragion d'essere del principio di indipendenza della Banca centrale (cioè dell'attribuzione alla finanza privata di un potere di ricatto sui governi, privati della possibilità di finanziarsi con moneta laddove necessario). Questa indipendenza, infatti, veniva e viene motivata in base al presupposto che se si lasciasse ai politici "dipendenti" dagli elettori la possibilità di creare moneta, questi ne abuserebbero per farsi rieleggere, creando inflazione.

In realtà le cose non stanno esattamente così. Ho spiegato ne L'Italia può farcela che è altrettanto plausibile che siano i prezzi a causare la moneta. Immaginatevi, ad esempio, il caso di un imprenditore che, come negli anni '70, si trovi a fronteggiare un aumento improvviso del costo delle materie prime. L'imprenditore si reca quindi in banca a chiedere un prestito non volto a fare investimenti, ma semplicemente a pagare stipendi e materie prime a un costo superiore. La banca ha due possibilità: o non glielo concede, così l'imprenditore fallisce e non ripaga nemmeno i mutui già contratti, o glielo concede, e così facendo fa aumentare la massa monetaria (la moneta che circola è, come sapete, per solo un decimo moneta "stampata": gli altri nove decimi sono moneta bancaria, attestazioni di credito di varia natura).

Quindi, lo scopo del gioco dell'indipendenza della Banca centrale è e resta uno solo: condizionare la politica di bilancio del governo (non quella monetaria: quella di bilancio), subordinando al parere dei mercati (cioè ai grandi banchieri internazionali) la scelta di quali governi e quali politiche finanziare. L'idea che il problema sia la stabilità dei prezzi è del tutto fasulla e infondata, tant'è che, come vedete, nemmeno stampando decine di miliardi di euro al mese Draghi può fare molto (e lo sa).

Si torna così al punto dal quale siamo partiti: Draghi è impotente, il suo big bazooka non valeva un gran che (gli anni passano per tutti, anche per la teoria quantitativa della moneta), il suo flop era previsto (solo da me, ma comunque previsto), ma questo apre un problema politico. Bisogna mantenere viva l'idea che la moneta sia esogena e agisca comunque sui prezzi, e che se non ce la fa è perché ci sono forze ulteriori che cospirano a deprimere i prezzi. Sì, sto parlando di questa dichiarazione, il cui senso è chiaro: "La moneta sui prezzi agirebbe, quindi io (Draghi) sono utile e comunque sarebbe pericoloso mettere il mio potere monetario in mano altrui, ma purtroppissimo i governi non riescono a fare la loro parte e quindi anche se io ho uno strumento efficace e lo sto usando, se però le cose non funzionano la colpa non è mia".

In questa linea si iscrive uno studio che aveva attirato la nostra attenzione in primavera, ma del quale poi ci eravamo dimenticati un po' tutti: il Bollettino economico della Bce di maggio 2017. La notizia dirompente secondo cui la disoccupazione nell'Eurozona sarebbe il doppio di quella ufficiale in effetti veniva da lì (p. 33):

e in nota si fa esplicito riferimento (ma in caratteri piccolissimi, da contratto assicurativo) alla misura U6 e al fatto che Usa e Ocse la calcolano:


Caratteri piccoli, perché altrimenti tutti si chiederebbero: ma allora perché noi no? E così il fine apologetico di questa scoperta dell'acqua calda (scaricare sui governi incapaci di "creare buona occupazione" il fallimento delle politiche monetarie nel rianimare i prezzi) diventerebbe un boomerang, perché costringerebbe gli elettori a riflettere sul piccolo, sporco segreto che vi ho confidato sopra, cioè sul fatto che molta disoccupazione, possibilmente nascosta, è essenziale a un sistema che basa la propria ripresa sul ribasso dei salari. Peraltro, con buona pace di chi pensa il contrario, è proprio la Bce a essere responsabile della mancata creazione di "buona occupazione", perché è lei che, arrogandosi una funzione di indirizzo politico che non dovrebbe competere a chi pretende di essere legibus solutus, ha consigliato a tutti i governi di cui la Germania è nemica, fra cui il nostro, politiche di riforma del mercato del lavoro che hanno reso precari e sottopagati milioni di europei (il nostro caso è stato analizzato qui).

Insomma: Draghi quel poco di buono che pretendeva di poter fare non è riuscito a farlo, in parte anche perché ha fatto quel molto di cattivo che non avrebbe dovuto fare!

Povero Draghi...

Cammina su una fune, sospeso fra due grattacieli. Mi dà le vertigini, quell'uomo. Fra due anni gli taglieranno il cavo, come sapete, e questo è triste (anche perché magari ce lo ritroveremo al Quirinale o a Palazzo Chigi), ma soprattutto, e questo è ancora più triste, potrebbe arrivare una ventata! Un banale esempio: negli Stati Uniti le università "buone" costano così tanto che per andarci ci si indebita. Peccato che però oggi i lavori "buoni" non siano poi tantissimi nemmeno lì, e quindi... c'è chi si indebita per ripagare il debito che aveva contratto per diventare un "protagonista dell'economia della conoscenza"! Se vi ricorda i subprime non preoccupatevi: non è la stessa cosa: è la stessissima cosa. E non vi parlo dei mutui sugli immobili commerciali (i subprime erano sugli immobili residenziali), ecc. Anche lì hanno stampato tanta moneta, per farci cosa? Lo scopriremo alla prossima esplosione di bolla, quando, per sistemare le cose, Uj (j=1, 2, ...,6) dovrà aumentare di nuovo.

E voi, volevate essere gli U6?

martedì 5 luglio 2016

La parabola della Brexit

(...carissimi, mi spiace se state a ròta. Capite bene che l'accelerazione degli avvenimenti mi impone altre priorità rispetto a quelle di gratificare il vostro io. Se volete leggere, da leggere ne avete tanto. Se lo aveste fatto, non vorreste farlo più, perché vi annoiereste, come mi annoio io, a registrare nei fatti un monotono, eterno 2+2=4. Almeno fosse ancora rivoluzionario! Macché! Siamo diventati mainstream, come lamentava non so più quale gazzettiere tempo addietro. Non c'è più nemmeno la soddisfazione di distinguersi dalla massa - fatti salvi alcuni casi patologici che chi frequenta Twitter conosce e che non vale la pena di segnalare a chi non lo frequenta. Non annoto più nemmeno i QED: sapete farlo da voi. Voglio però parlarvi della parabola della Brexit. Non è una storia molto lunga...)




La parabola della Brexit: e(t) = -0.0007 t2 + 0.0266 t + 1.1212.





(...chi l'ha capita è ingegnere. Per chi non l'ha capita, domani c'è la spiegazione sul Fatto Quotidiano...)

(... sentire Draghi dire roba simile! Lui! Lui inserito dal Tesoro americano nella lista dei manipolatori di moneta per aver attaccato l'euro dove voleva la Merkel! Lui che svalutando la valuta di una zona in surplus - l'eurozona - ha compiuto un gesto scorretto e aggressivo al quale tutti i maggiori partner mondiali hanno dovuto in qualche modo reagire, a partire dalla Cina! Lui che, non eletto da nessuno, si permette di dire "Temiamo le reazioni dei paesi che provino a correggere ciò che loro vedono come un tasso di cambio errato"! E perché mai un paese non dovrebbe desiderare di correggere una propria variabile macroeconomica, se la ritiene errata? Cosa vuoi fare, Mario? Vuoi decidere tu, che so, quale deve essere il salario reale dell'Indonesia? Quale deve essere il saldo delle partite correnti dell'Iran? Quale dev'essere il tasso di inflazione della Nigeria? E allora vai, caro, vai: prendi una piroga, un brigantino, una caravella, e vai a dirgli cosa ne pensi. Ma si può parlare così? Il più colossale manipolatore di valute della storia economica recente che se la prende con chi sta semplicemente reagendo alla sua sleale provocazione! Basta, devo smettere di scrivere: se uso troppi punti esclamativi Rockapasso mi cazzia. Ma dico: come si fa a mantenere la calma di fronte ad amenità simili? Veramente: il bue - castrato dalla Merkel - che dice cornuto al purosangue inglese - che in realtà è canadese...)

domenica 15 maggio 2016

Keynes, Draghi, Gollum, e i tassi negativi



(...scritto a 30000 piedi, da dove si vede più lontano...)


Come forse starete vedendo, sui media di regime è tutta una scoperta dell’acqua calda. Il Sole 24 Ore, il Corriere, la Stampa, scoprono quello che qui da sempre ci siamo detti: che il surplus tedesco più che dimostrazione di virtù è causa di problemi; che il debito privato, non quello pubblico, è origine della crisi; che curare il debito pubblico con l’austerity trasforma una situazione fisiologica in una patologica. Insomma: tutto quello da cui siamo partiti, parola per parola, viene oggi dato come assodato, come “mainstream”, da persone che spesse volte ci hanno denigrato, singolarmente o collettivamente, per averlo detto quando c’era ancora qualcosa da salvare.

Naturalmente nessuno è disposto a fare per primo l’ultimo passo, vale a dire che siccome solo la crescita potrebbe risolvere i nostri problemi, e siccome l’euro è nemico della crescita, perché la svalutazione interna (taglio dei salari) imposta dalla rigidità del cambio condanna alla deflazione, condizione necessaria per uscire dall’impasse è superare il sogno di una moneta imperiale ed evolvere verso un sistema monetario più flessibile.

Faranno questo ultimo passo quando sarà loro chiesto di farlo.

Noi, intanto, possiamo guardare avanti.

Per rendervi più agevole questo compito, e aiutarvi a perdonare chi con le sue menzogne ha distrutto un paese, vorrei oggi con voi allargare le prospettive, facendovi leggere qui quello che fra un anno leggerete sul Financial Times.

Avrete visto le polemiche fra un certo establishment tedesco e Draghi, accusato di fare politiche troppo espansive, di praticare tassi di interessi troppo bassi. Certo, al creditore tedesco i tassi di interesse troppo bassi danno fastidio, anzi, fanno paura, e questo per due motivi. Il primo è che tassi nulli o negativi compromettono la redditività del sistema bancario. Se le banche devono pagare la Bce quando depositano presso di essa liquidità in eccesso, e al contempo devono pagare i propri clienti affinché questi accettino prestiti (cioè si indebitino), capite bene che fare il banchiere non conviene più molto. Il secondo è che il sistema previdenziale tedesco ha un secondo pilastro basato sulla capitalizzazione. Con tassi di interesse bassi, se non negativi, i fondi non sono in grado di assicurare le prestazioni promesse ai risparmiatori/pensionati. Questa cosa, in un paese dalla demografia non florida, rischia di essere devastante, e, come qui sappiamo da tempo, a livello di istituzioni europee (cioè tedesche) la consapevolezza di queste dinamiche è piena.

Draghi ha risposto una cosa molto giusta: i tassi di interesse sono bassi perché non c'è crescita e la produttività langue. Tradotto: se non crei valore, non puoi distribuirlo né come reddito da lavoro, né come reddito da capitale (interessi). Naturalmente Draghi omette un passaggio, anzi due: il primo è che il valore non si riesce più a crearlo perché con cambi intraeuropei rigidi a una situazione di crisi non si può rispondere che creando disoccupazione (se le imprese del Sud non abbassano i prezzi chiudono, ma per abbassare i prezzi devono tagliare il “costo del lavoro”, e per convincere i lavoratori ad accettare questo passaggio normalmente occorre licenziarne un po’: motivo per il quale ovunque si fanno riforme che precarizzano il lavoro). Il valore si crea lavorando, l’euro impone la disoccupazione come risposta alle crisi, l’euro distrugge valore, e quindi i creditori in euro non devono lamentarsi.

Tanto più che (e questo è il secondo passaggio) le élite tedesche questo sistema lo hanno voluto nel loro interesse, e proprio per tutelare il valore del loro risparmio. La rigidità del cambio intraeuropeo aveva diverse dimensioni (da quella simbolica a quella commerciale a quella politica), ma la più importante era certamente la dimensione finanziaria: il cambio fisso serviva a rendere “credibili” i paesi del Sud, cioè a evitare che in caso di crisi la loro valuta fisiologicamente cedesse, ledendo l’interesse dei creditori. Insomma: il cambio rigido verso il Sud, e sottovalutato per il Nord, è servito al Nord non solo ad accumulare crediti verso il Sud, ma anche e soprattutto a difenderne il valore. L’euro non solo ha causato, come ormai è evidente, gli squilibri intraeuropei, ma è servito anche e soprattutto a difendere la posizione patrimoniale di chi ne aveva beneficiato, il quale ora, però, dato che il gioco si è spinto troppo in là, comincia a patirne anche lui le conseguenze.

Vedete, qui il discorso merita di essere ampliato un po’. Quando si parla di “leggi” economiche lo si fa (o lo si dovrebbe fare) con la consapevolezza che l’economia è una scienza sociale, non una scienza naturale. La legge di gravità non ammette eccezioni ed agisce in modo piuttosto cogente: se all’aereo che mi trasporta si stacca un’ala, è certo che voi questo post non lo leggerete. L’energia potenziale si trasforma in energia cinetica appena le viene consentito di farlo, portando un corpo verso una nuova situazione di equilibrio, mentre gli equilibri economici, come ad esempio quello negli scambi fra paesi, possono essere alterati a lungo da decisioni politiche, che possono trovare consenso, nonostante siano contro la “natura” economica, per diversi e complessi motivi sociali, culturali, antropologici. Solo che poi, alla fine, la razionalità individuale fatalmente deve sottostare alle regolarità empiriche collettive, che immancabilmente frustrano i tentativi individuali di violentare la natura economica.

Vi ricordate la proposta di Keynes a Bretton Woods?

Era una proposta molto razionale: i paesi creditori (cioè detentori di posizioni nette sull’estero positive) avrebbero dovuto pagare, anziché percepire, un interesse sui propri crediti. Una proposta che, come vi ho spiegato in due libri e innumerevoli post, e come meglio di me hanno chiarito Fantacci e Amato, aveva una razionalità economica intrinseca. Lo scambio avviene nell’interesse delle due parti. Il paese esportatore trae beneficio dal fatto che il paese importatore acquisti, e quindi nel momento in cui finanzia quest’ultimo non fa un favore solo a lui: fa un favore anche a se stesso. Dato che la finanza internazionale fa comodo a entrambi, è giusto che entrambi la paghino. Non solo: tesaurizzando i propri crediti internazionali per percepire su di essi un interesse positivo, il paese esportatore esporta anche disoccupazione e deflazione (Draghi rimprovera anche questo ai tedeschi: se il denaro costa poco, dice lui, è perché la Germania risparmia troppo). Se il creditore internazionale pagasse un interesse negativo sui suoi crediti, sarebbe invogliato a spenderli per l’acquisto di merci altrui, favorendo un riequilibrio degli scambi esteri. In tal modo, promuoverebbe la crescita dei paesi più deboli.

Una finanza più equilibrata per un mondo più equilibrato richiede una simmetrica penalizzazione degli squilibri finanziari internazionali.

Questa idea così semplice, purtroppo, non fa comodo a chi sa di essere destinato al ruolo di esportatore, cioè di creditore, il quale quindi naturalmente si oppone. Al tempo di Bretton Woods gli Stati Uniti si opposero alla proposta di Keynes, e oggi, qui da noi, la Germania si oppone a spendere il suo surplus per rianimare il circuito economico europeo.

Vedete però il paradosso? Alla fine l’economia si vendica.

I creditori esteri si sono rifiutati di costruire un sistema in cui, per prevenire gli squilibri, fosse loro chiesto di pagare un tasso di interesse negativo, e ora, a valle della creazione di enormi squilibri, la situazione qual è? Ma semplicemente quella che i creditori hanno disperatamente cercato di evitare: si ritrovano a percepire tassi di interesse nulli o negativi sul loro “tessssoro”. La ZIRP (zero interest rate policy) è l’unica possibilità per tenere insieme un sistema nel quale si sono accumulati squilibri finanziari enormi. Se la si abbandonasse, le posizioni debitorie a fronte del “tesssssoro” diventerebbero insostenibili, e i simpatici Gollum transalpini si troverebbero comunque con un pugno di mosche in mano. Loro se la prendono con Draghi, ma, oggettivamente, Draghi non può fare altro (se non andarsene, cosa che legittimamente non vuole fare).

Spettacolare, no? Keynes, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra!

Rientrato, ma, aggiungo, non in ottima forma. La differenza fra quello che voleva lui e quello che si sta verificando dovrebbe essere chiara. Lui voleva che i paesi forti, penalizzati da un tasso di interesse negativo sui loro crediti, venissero incentivati a spendere nei paesi deboli. I tassi negativi odierni invece si applicano a tutti: ai forti e ai deboli. Alla fine quindi essi servono per lo più a incentivare i paesi (e in generale gli agenti economici) deboli ad assumere nuovi debiti per rilanciare l’economia. Stiamo trasformando l’Eurozona in un posto in cui la banca ti paga perché tu ti indebiti: è così che è nata la crisi dei subprimes (come saprete), ed è così che stiamo risolvendo la crisi europea. Se il pensionato tedesco si preoccupa non ha torto. Peccato che questo sia il sistema che la Bild gli ha insegnato ad appoggiare politicamente! Tu l’as voulu, Hans Maier...

Quanto sarebbe meglio evolvere verso un sistema monetario maggiormente flessibile, come del resto sta facendo il resto del mondo, e come chiede il chief economist del Fondo Monetario Internazionale? Certo, nelle condizioni attuali ci sarebbe qualche mal di pancia da gestire: chi per tanti anni ha beneficiato del sistema, sarà riluttante a pagare la sua parte del conto, sotto forma di svalutazione dei propri crediti esteri. Succede sempre così: l’economia, alla fine, penalizza chi si è indebitamente avvantaggiato. Ricordate i mutui in ECU? Costavano poco, i tassi erano bassi, la rata era stabile perché eravamo agganciati allo SME... Ma quell’aggancio, che faceva bene al debitore, faceva male ad altri: le imprese esportatrici, ad esempio. Il debitore di questo non era consapevole, e se lo era se ne infischiava. Alla fine il mercato pareggiò i conti: chi aveva pagato tassi bassi si ritrovo una rata alta, e chi aveva accettato tassi alti (indebitandosi in lire) non subì perdite in conto capitale. Il pensionato tedesco che oggi si lamenta è, ahimè, nella stessa situazione, e i suoi mal di pancia li capisco. Ma tanto lì dobbiamo andare a parare, allo smantellamento del sistema, perché, come la storia che vi ho raccontato dimostra, alle leggi dell’economia si può sfuggire per un certo tempo, ma non per sempre. E più il tempo passa, più il contesto politico si degrada, e l’acredine si accumula, rendendo più arduo il componimento pacifico degli squilibri.


(...e naturalmente il componimento pacifico degli squilibri è impedito anche da un'altra cosa, ma inutile insistere: come vi ho detto, quello della menzogna è un problema che si risolverà da sé, come vi avevo preannunciato, e come state vedendo...)

venerdì 6 maggio 2016

Pensioni, interessi, e la giravolta di Draghi

(...copio e incollo: la risposta quindi precede la domanda...)

Carissimo,

il problema principale attualmente non mi sembra quello dell'inflazione futura. Se arrivasse, arriverebbe probabilmente anche un innalzamento dei tassi di interesse nominali, e quindi i sistemi a capitalizzazione sarebbero in grado di erogare prestazioni nominali più alte; quelli a ripartizione, a loro volta, potrebbero adeguarsi all'inflazione (potendo raccogliere contributi più alti in termini nominali). Non sto dicendo che il sistema previdenziale sia neutrale rispetto all'inflazione (non saprei nemmeno indirizzarti su lavori scientifici in merito, questo non è il mio campo, ma quello di Boeri, e naturalmente la neutralità dipende in questo caso da scelte politiche, e ancora una volta questo non è il mio campo, ma quello di Boeri). Ti sto dicendo una cosa diversa: se non si crea valore, non si è in grado né di pagare interessi su un capitale, né di prelevare contributi sui redditi da lavoro. E siccome il valore lo si crea lavorando, in un sistema come quello europeo, che deve usare la disoccupazione come meccanismo di aggiustamento macroeconomico, capisci bene che le pensioni non hanno futuro in ogni caso.

Il vero problema oggi è questo. Del resto, ci sarà pure un motivo se Maurice Obstfeld, intervenendo a questa conferenza, ha messo al primo punto della sua proposta di riforma del sistema finanziario mondiale la flessibilità dei tassi di cambio!


Il motivo è ovvio: se l'aggiustamento invece che col cambio lo fai coi salari, devi necessariamente frenare la crescita per creare disoccupazione (allo scopo di convincere i lavoratori a farsi tagliare i salari), e questa è una strategia miope. Va bene ai gestori di fondi, che ragionano con un'ottica di breve periodo, e ai media collusi con questo blocco di miopi interessi finanziari (risparmio esempi), ma nel lungo periodo non può andare bene per la società (capitalisti inclusi)!

E poi, lo ha detto anche Draghi, rispondendo ai pensionati tedeschi, che i tassi di interesse sono a zero perché non c'è crescita (rovesciando quindi sulla loro leadership miope e autodistruttiva la responsabilità della performance deludente del sistema pensionistico tedesco).

In questo senso Draghi ha dato pienamente ragione a Gennaro Zezza che qualche tempo fa aveva scritto sul suo blog che secondo lui i fanatici della capitalizzazione (cioè, in buona sostanza, del mettere ancora più risparmi in mano al sistema finanziario privato) ragionano come se esistesse l'albero degli zecchini d'oro di Pinocchio.

E se Draghi dà ragione a Zezza, bisogna proprio pensare che Gennaro di ragione ne abbia da vendere (cosa della quale, come immaginate, sarei stato certo anche senza questa autorevole conferma)!

Peraltro, la prova del nove è che:

1) dopo che tutti ci avevano sfrantecato le gonadi per anni col discorso che l'euro ci avrebbe aiutato a fare investimenti perché avrebbe portato bassi tassi di interesse, discorso che io confutavo già nel 1997 alle pagine 6 e seguenti (mentre ora sappiamo che i bassi tassi di interesse in effetti portano bassa produttività);

2) dopo che Draghi ci aveva promesso che il QE avrebbe rilanciato l'economia tramite il canale degli investimenti, cosa che io confutavo fin dal 2012, cioè fin da prima che Draghi fosse costretto ad attenersi al suo bluff del whatever it takes;

ecco che ora il buon Mario ci dice che i tassi sono troppo bassi perché non ci sono investimenti, che guarda caso, sono quella cosa che i bassi tassi dovevano portare (senza riuscirci, par di capire).

Spettacolare questa giravolta, vero? Neanche una ballerina del Bol'šoj!

Ovviamente Draghi così scarica la responsabilità del suo fallimento (da noi annunciato) sui governi che non fanno le "riforme strutturali" (parola per tutte le stagioni). Ma l'unico che governa nell'Eurozona è lui, perché lui tiene i cordoni della borsa. E così, dopo aver per anni fatto il poliziotto cattivo a beneficio del sistema finanziario (sappiamo dove sono finiti i soldi del "salvataggio" della Grecia), ecco che improvvisamente la sua gang si accorge che, ops, purtroppissimo le riforme che lei aveva chiesto abbassano i salari, e quindi riveste i panni del poliziotto buono: fate la deflazione, ma non abbassate i salari!

Ma che bella questa Banca centrale che improvvisamente, ora che la mia spiegazione della crisi dell'Eurozona è diventata mainstream, e ora che mi fanno dire sui media chi è il nemico politico della nostra prosperità e della nostra pace, scopre questa vocazione da Robin Hood: vuole lanciare soldi dagli elicotteri, si preoccupa del calo dei salari...

Ma cazzo! E allora a cosa servivano le riforme che volevate, se non a favorire la svalutazione interna (cioè una maggiore competitività, cioè il taglio dei salari, cioè la deflazione), come avete detto peraltro voi!?


Spero sia più chiaro ora di cosa devi preoccuparti...

A.


Il 05/05/2016 21:19, Leonardo ha scritto:
Gentile professore,
sono un suo lettore da circa tre anni a questa parte, Le scrivo poiché non mi sono chiare le ripercussioni che avrá il sistema contributivo per i superstiti che avranno la fortuna (o sventura) di ricevere (forse) una pensione.

(Lo so, Lei non è un jukebox e Le chiedo di scusarmi dell'intrusione e di cestinare la mail all'istante qualora dovesse ritenerlo opportuno)

Arrivo al punto: nell'ipotetico caso che un futuro più o meno lontano dovessimo rivedere (per svariate ragioni) tassi d'inflazione al 7 - 8% se non a due cifre e dovesse permanere l'attuale sistema contributivo, i contributi versati oggi temo rischino di valere (ai fini del calcolo pensionistico) assai poco o quantomeno molto meno rispetto al valore attuale. Sbaglio? 
Ennesimo atto per decretare un esito infausto a chi di lavoro campa?

Mi scuso per eventuali, imprecisioni e/o stronzate espresse, "non sono un economista" "e" mi permetto di chiedere a chi di dovere, sperando che l'argomento possa suscitare interesse.

La ringrazio e mi scuso per il tempo che le sto rubando

Saluti

Leonardo



(...se uno mi fa una domanda interessante, io rispondo...)

mercoledì 27 aprile 2016

Sim sala BIN! (il fallimento di Atlante...)

(...da Charlie Brown, che... sì, ecco, bravi, che non sono io, perché è lui, cioè uno al quale per non so quale cazzo di motivo - forse perché sta perdendo lavoro? - l'economia interessa molto, mentre a me interessa sempre meno, chissà, forse perché mi sono rotto i coglioni di parlare di euro, e anche di sentire colleghi che, essendo stati alla cappa per anni, ai convegni poi interloquiscono dicendo: "Forse dovremmo smettere di parlare di euro!" [dovremmo? E tu quando mai ne avresti parlato?...] insomma: da Charlie Brown, che appunto non sono io anche perché è lui, come del resto lui non è me - in questo caso la relazione è simmetrica - ricevo un pezzo che rapidamente pubblico. Io mi sto interessando di altro, in altra lingua, e per altra pubblicazione: ma il tema del giorno è questo, e sentite cosa ha da dirvi Charlie Brown che...)




Anche la verità sui "salvataggi" bancari è subito venuta a galla.

Dopo due settimane di balle Olimpiche, il Sole 24 Ore , la voce dell'establishment eurista, viene allo scoperto: Atlante è in realtà un Atlantino: serve un Atlantone, un revival delle Banche di Interesse Nazionale (B.I.N.) .

Naturalmente, per essere sempre più furbi, per fare i bravi Balilla euristi mente sotto sotto si caca sul fascio stellato, occorre che tale massiccio aiuto di stato venga spacciato per una operazione "di sistema", aperta alla partecipazione maggioritaria dei "privati", e questa volta "privati globali". Ca va sans dire, si pensa ai soliti cinesi (datemi un cinese e smuoverò il mondo!).

La tecnica è abbastanza ovvia: anziché trasferire poste patrimoniali sopravvalutate delle banche (le sofferenze) si trasferiranno le stesse banche decotte al valore del loro patrimonio netto (che grazie alle sullodate sofferenze tende allo zero se non addirittura negativo). Il nuovo Atlantone comprerà tanto a poco, anziché poco a tanto come il tapino Atlantino. Ed il bello è che comprando banche marce anziché crediti marci lo Stato investe, anziché spendere! E quindi niente valchiria Vestager! Furbissimi!

Che genî gli euristi: da un sistema bancario decotto a causa dell'euro ad una nuova brillante mega-operazione "di sistema" nell'euro.

Sim-Sala-BIN!

Naturalmente, vale sempre la stessa banale realtà: spostare da qui a là barili di scorie tossiche non rende meno tossiche le scorie, che prima o poi vanno smaltite con tutti i relativi costi. E quei costi non pensiamo per un istante che saranno gli "investitori privati globali " a sopportarli. A sopportarli saremo noi e solo noi: gli italiani.

I cari tedeschi, che saranno beceri ma i conti li fanno e per tempo, hanno capito dove si va a parare e si stanno premurando di assicurare che domani il conto lo paghi, appunto, il contribuente italiano e non quello "europeo" (leggi: "tedesco"). Per questo hanno preso di mira il QE di Draghi  e proposto - tramite i loro lacchè olandesi - di introdurre limiti all'acquisto di debito pubblico da parte delle banche. QE infatti da noi equivale ad una monetizzazione coatta del debito pubblico da parte di uno stato che, grazie all'euro ed alla correlata austerity salva-euro, non ha strumenti fiscali e valutari per rientrare su un sentiero di crescita. Naturalmente, della garanzia all'80% da parte di Banca d'Italia  i tedeschi sanno cosa farsene: pulirsi il parafanghi del Mercedès.

Ovvio? Sì.

Scontato? Sì, sì.

Già detto? Sì, sì, sì.

Banale? Sì, sì, sì, sì.

Dunque usciamo da 'sto cazzo di Euro?

Noooooooooooooooooooooooooo!







(...non sono io. Però in questo caso mi farebbe piacere...)