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giovedì 17 agosto 2017

Volevate essere gli U6?

Questa mattina è uscito sul Fatto Quotidiano un mio articolo legato alla discussione sorta in seguito a questo post. Come vi dicevo nel post, la metodologia usata per calcolare il grafico della disoccupazione corretta per scoraggiati e sottoccupati nello studio citato dal FT non mi era del tutto chiara (e tuttora non lo è, per me). In particolare, trovavo corretta l'osservazione fatta da Andrea. A me era chiaro che nel grafico non veniva usata la variabile indicata in didascalia (%working age population, percentuale della popolazione in età attiva), altrimenti tutti i valori sarebbero stati molto più bassi. D'altra parte, non aveva nemmeno senso utilizzare, come ho fatto io, le forze di lavoro (occupati più disoccupati), per il semplice motivo che nel momento in cui metto al numeratore del tasso (sopra) gli scoraggiati, devo considerarli almeno virtualmente come parte delle forze di lavoro e quindi contarli anche al denominatore del tasso (sotto).

Devo dirvi che ancora non sono riuscito a capire da dove saltino fuori quei numeri, ma questo non mi appassiona moltissimo. Preparando l'articolo, mi sono andato a rileggere le definizioni di disoccupazione del Bureau of Labor Statistics, i famigerati U1, U2,..., fino a U6, che sono familiari ai lettori di Mazzalai (diciamo che ne parla da almeno tre anni prima che questo blog aprisse) e di Orizzonte48, ma magari non a tutti gli altri. La logica di questi tassi è quella di considerare definizioni via via meno restrittive di labour market slack (lo slack sarebbe il lasco: le strane dislessie della glottologia!), cioè del "gioco", dello "scarto" fra domanda e offerta di lavoro: insomma: della disoccupazione. Il tasso "ufficiale" corrisponde a U3, e fino a U3 il denominatore sono le forze di lavoro. Poi in U4 si aggiungono gli scoraggiati, e il denominatore diventano forze di lavoro più scoraggiati. Poi in U6 si aggiungono i sottoccupati, di cui magna pars sono quelli in part-time "per motivi economici" (cioè perché il datore di lavoro non gli vuole pagare uno stipendio intero), e il denominatore diventano forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Insomma: da U3 in poi ogni tasso di disoccupazione è espresso in percentuale di una diversa (e progressivamente più ampia) popolazione di riferimento.

Per capirci, nel grafico che è stato pubblicato oggi dal FQ (che non è il FT, perché arriva prima), il denominatore è dato da forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Questo implica che la percentuale di disoccupati sia inferiore a quella data dal tasso di disoccupazione ufficiale (sotto 10 anzichè sopra 11), dato che il numero per il quale i disoccupati vengono divisi è più grande (non solo forze di lavoro ma anche le altre categorie ricordate):


Nel grafico del FT, invece, il tasso di disoccupazione coincide a occhio col dato ufficiale, il che mi fa pensare che i ricercatori abbiano sommato tre tassi calcolati con tre denominatori diversi. Questo significa che nel loro caso il tasso complessivo non corrisponde a U6, mentre nel nostro caso la percentuale di disoccupati non corrisponde a U3 (cioè alla disoccupazione ufficiale).

Se avete il mal di testa, mi spiace, anche perché non ne vale la pena: un terzo degli italiani non ha un lavoro o non ha un lavoro decente, il dato è questo, e non entro nelle classi di età e nelle suddivisioni territoriali altrimenti ci mettiamo paura. Uno o due punti in più o in meno non ci cambiano molto, anche se, come sempre, è importante essere rigorosi.

Sarebbe più facile se gli uffici di statistica ci aiutassero: il rigore (e farsi due palle sui dati) è il loro mestiere, non il nostro! Questa roba qui negli Usa si fa da anni, come ricordavo sul Fatto di questa mattina, specificando anche perché da noi invece non si fa: perché l'Eurozona ha un piccolo segreto: l'aggiustamento agli shock macroeconomici, qui da noi, si basa sulla disoccupazione competitiva (quella che i sapienti chiamano "svalutazione interna"). Che è così si sa e si dice (lo ha ammesso perfino De Grauwe), ma laggente certe cose è meglio che non le sanno, e quindi si preferisce utilizzare una misura sottostimata della disoccupazione, corrispondente più o meno a U3, in modo da glissare sul resto.

L'esigenza di offuscare quale sia il vero meccanismo di riequilibrio macroeconomico qui da noi (il taglio dei salari, e quindi, per forza di cose, l'incremento di disoccupazione), deve però contemperarsi con l'esigenza della Bce di scaricare su altri la responsabilità del suo fallimento nel rianimare l'inflazione. Non si tratta, attenzione, di un dato banale. Ammettere di non riuscire a far alzare l'inflazione perché la moneta non causa i prezzi significherebbe ammettere che viene meno la stessa ragion d'essere del principio di indipendenza della Banca centrale (cioè dell'attribuzione alla finanza privata di un potere di ricatto sui governi, privati della possibilità di finanziarsi con moneta laddove necessario). Questa indipendenza, infatti, veniva e viene motivata in base al presupposto che se si lasciasse ai politici "dipendenti" dagli elettori la possibilità di creare moneta, questi ne abuserebbero per farsi rieleggere, creando inflazione.

In realtà le cose non stanno esattamente così. Ho spiegato ne L'Italia può farcela che è altrettanto plausibile che siano i prezzi a causare la moneta. Immaginatevi, ad esempio, il caso di un imprenditore che, come negli anni '70, si trovi a fronteggiare un aumento improvviso del costo delle materie prime. L'imprenditore si reca quindi in banca a chiedere un prestito non volto a fare investimenti, ma semplicemente a pagare stipendi e materie prime a un costo superiore. La banca ha due possibilità: o non glielo concede, così l'imprenditore fallisce e non ripaga nemmeno i mutui già contratti, o glielo concede, e così facendo fa aumentare la massa monetaria (la moneta che circola è, come sapete, per solo un decimo moneta "stampata": gli altri nove decimi sono moneta bancaria, attestazioni di credito di varia natura).

Quindi, lo scopo del gioco dell'indipendenza della Banca centrale è e resta uno solo: condizionare la politica di bilancio del governo (non quella monetaria: quella di bilancio), subordinando al parere dei mercati (cioè ai grandi banchieri internazionali) la scelta di quali governi e quali politiche finanziare. L'idea che il problema sia la stabilità dei prezzi è del tutto fasulla e infondata, tant'è che, come vedete, nemmeno stampando decine di miliardi di euro al mese Draghi può fare molto (e lo sa).

Si torna così al punto dal quale siamo partiti: Draghi è impotente, il suo big bazooka non valeva un gran che (gli anni passano per tutti, anche per la teoria quantitativa della moneta), il suo flop era previsto (solo da me, ma comunque previsto), ma questo apre un problema politico. Bisogna mantenere viva l'idea che la moneta sia esogena e agisca comunque sui prezzi, e che se non ce la fa è perché ci sono forze ulteriori che cospirano a deprimere i prezzi. Sì, sto parlando di questa dichiarazione, il cui senso è chiaro: "La moneta sui prezzi agirebbe, quindi io (Draghi) sono utile e comunque sarebbe pericoloso mettere il mio potere monetario in mano altrui, ma purtroppissimo i governi non riescono a fare la loro parte e quindi anche se io ho uno strumento efficace e lo sto usando, se però le cose non funzionano la colpa non è mia".

In questa linea si iscrive uno studio che aveva attirato la nostra attenzione in primavera, ma del quale poi ci eravamo dimenticati un po' tutti: il Bollettino economico della Bce di maggio 2017. La notizia dirompente secondo cui la disoccupazione nell'Eurozona sarebbe il doppio di quella ufficiale in effetti veniva da lì (p. 33):

e in nota si fa esplicito riferimento (ma in caratteri piccolissimi, da contratto assicurativo) alla misura U6 e al fatto che Usa e Ocse la calcolano:


Caratteri piccoli, perché altrimenti tutti si chiederebbero: ma allora perché noi no? E così il fine apologetico di questa scoperta dell'acqua calda (scaricare sui governi incapaci di "creare buona occupazione" il fallimento delle politiche monetarie nel rianimare i prezzi) diventerebbe un boomerang, perché costringerebbe gli elettori a riflettere sul piccolo, sporco segreto che vi ho confidato sopra, cioè sul fatto che molta disoccupazione, possibilmente nascosta, è essenziale a un sistema che basa la propria ripresa sul ribasso dei salari. Peraltro, con buona pace di chi pensa il contrario, è proprio la Bce a essere responsabile della mancata creazione di "buona occupazione", perché è lei che, arrogandosi una funzione di indirizzo politico che non dovrebbe competere a chi pretende di essere legibus solutus, ha consigliato a tutti i governi di cui la Germania è nemica, fra cui il nostro, politiche di riforma del mercato del lavoro che hanno reso precari e sottopagati milioni di europei (il nostro caso è stato analizzato qui).

Insomma: Draghi quel poco di buono che pretendeva di poter fare non è riuscito a farlo, in parte anche perché ha fatto quel molto di cattivo che non avrebbe dovuto fare!

Povero Draghi...

Cammina su una fune, sospeso fra due grattacieli. Mi dà le vertigini, quell'uomo. Fra due anni gli taglieranno il cavo, come sapete, e questo è triste (anche perché magari ce lo ritroveremo al Quirinale o a Palazzo Chigi), ma soprattutto, e questo è ancora più triste, potrebbe arrivare una ventata! Un banale esempio: negli Stati Uniti le università "buone" costano così tanto che per andarci ci si indebita. Peccato che però oggi i lavori "buoni" non siano poi tantissimi nemmeno lì, e quindi... c'è chi si indebita per ripagare il debito che aveva contratto per diventare un "protagonista dell'economia della conoscenza"! Se vi ricorda i subprime non preoccupatevi: non è la stessa cosa: è la stessissima cosa. E non vi parlo dei mutui sugli immobili commerciali (i subprime erano sugli immobili residenziali), ecc. Anche lì hanno stampato tanta moneta, per farci cosa? Lo scopriremo alla prossima esplosione di bolla, quando, per sistemare le cose, Uj (j=1, 2, ...,6) dovrà aumentare di nuovo.

E voi, volevate essere gli U6?

giovedì 8 giugno 2017

Bordeaux n'est pas au bord de l'eau...


Nonostante le apparenze:


Bordeaux non si chiama così per il fatto di essere au bord de l'eau (come nella chanson per diversamente europeisti che apre il post), ma per il fatto di essere al confine (bordo) della Gallia: Burdigala.

Ecco, ho rovinato la serata a Norma Rangeri, nominando il confine, padre della nazione, madre di tutte le guerre. C'è un'altra madre che è sempre incinta, e chissà perché mi viene in mente proprio ora. Comunque, la povera Norma non sarà la sola a passare una notte insonne. Ho una revision piuttosto urgente, e così passerò la notte mettendo in fila numeri, sotto al clair de la lune triste et beau:


Ecco: questa per me è la vetta (o quasi). Non credo che nella storia della musica si sia mai avuto un poeta così grande musicato da un musicista tanto grande. Conosco invece diversi grandi musicisti che hanno musicato testi... come dire... "europeisti" (per usare un sinonimo)... e tanti poeti finiti in pessime mani...

Comunque, non sono solo a travagliarmi. Come spesso mi capita, in Francia, il mio dirimpettaio è una persona illustre. A Rouen Flaubert, a Parigi Baudelaire, e a Bordeaux:


Anche lui non dorme. Proprio non ci dorme la notte, con questa storia della separatezza fra i poteri esecutivo, legislativo e monetario. Lui l'aveva pensata in un modo diverso, e di essere travisato così, da un roturier, nel silenzio totale di quei simpatici babbalei dei costituzionalisti, proprio non gli è andata giù, ma veramente per niente.





(...uscendo dall'aereo non ho trovato la valigia - prima o poi doveva capitare - ma ho trovato quello che trovo qui e a Lisbona - e magari sarà anche da altre parti: il respiro dell'oceano. Quella luce, quella profondità, quell'energia... e ora: tabelle!...)

martedì 3 maggio 2016

La proprietà della Banca d'Italia

(...ovvero: moneta e dilettanti...)

Io non ce la faccio veramente più.

Per carità: se siete soggetti da trent'anni a una propaganda martellante, fatta anche di sapienti tentativi di depistaggio (ricordate Donald?), non è certo colpa vostra. Però, Dio santo, qui il problema è un altro: bisognerebbe sapersi collocare, stare al proprio posto. Invece no. Per convincermi ogni giorno di più del fatto che tentare di fare divulgazione corretta non è solo impossibile, ma anche inutile (cit.), ecco che vi mettete anche a farmi le lezzzzzioncine, tipo questa:

Gentile Professore,

Leggendo il suo articolo Politica monetaria, ecco l’Helicopter money: la mancia ai cittadini per non fare gli investimenti pubblici pubblicato il 27 aprile 2016 su "Il Fatto Quotidiano" mi per metto di farle notare che il monopolio dell'emissione monetaria veniva esercitato dalla Banca d'Italia le cui quote di partecipazione al capitale erano e sono in possesso, per la stragrande maggioranza, da soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.

​Prima dell'entrata dell'Italia nell'euro, e la conseguente cessione della completa sovranità monetaria alla BCE, l'ex Ministro G. Tremonti aveva provato a riappropriarsi quanto meno della Banca d'Italia tramite la L.262/05.
Art. 19, comma 10
Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
Purtroppo tale legge è rimasta inattuata.

Inoltre, il Ministro Tremonti prevedeva nella bozza della L.262/05 la trasparenza del’operato della Banca d’Italia.

La BCE rispose che tale passaggio di quote in mano pubblica avrebbe potuto esserci ma ricordò al governo italiano che il Trattato UE all’Art. 108 (ex Art.107 di Maastricht) sancisce la piena autonomia ed indipendenza del Sistema Bancario Centrale Europeo di cui fa parte la Banca d’Italia e, pertanto, pur avendo la proprietà pubblica della Banca d’Italia il governo non poteva comunque prendere decisioni di politica monetaria anche se l’Art. 3 dello Statuto della banca centrale italiana , scritto nel 1936, prevedeva che la maggioranza delle azioni fossero pubbliche. Inoltre, la BCE invitava il governo a modificare tale Art.3 dello Statuto della Banca d’Italia aggiornandolo alla effettiva composizione societaria della stessa.

Nella stessa risposta, la BCE puntualizzava che lo Statuto del S.E.B.C. prevede il segreto sulle operazioni di politica monetaria e finanziaria delle banche centrali (rif. Parere CON/2005/34).

Cordiali saluti


...e la domanda è sempre quella: ma perché quando si parla di moneta la gente sclera?

Il gentile amico, che ovviamente è stato mandato subito a stendere (e ora penserà: "Ma che villano questo Bagnai!"), oltre a non sapere l'ovvio, cioè quello che risulta dalla Figura 31 a p. 188 del Tramonto dell'euro:

ovvero che l'evidente cambiamento di politica monetaria, con inasprimento dei tassi di interesse reali, accade, in Italia, in coincidenza con il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, mentre il passaggio della Banca d'Italia in mano privata, avvenuto surrettiziamente a metà degli anni '90 con la privatizzazione del sistema bancario italiano (che ha indirettamente determinato anche la privatizzazione delle banche già pubbliche che detenevano una quota di maggioranza del capitale dell'istituto già di emissione), non ha determinato alcun a frattura visibile nell'atteggiamento della politica monetaria, oltre a non sapere questo, fa una cosa ancora più enorme: nel momento stesso in cui mi fa la lezioncina sulla proprietà della Banca centrale, mi dice anche, senza rendersene conto, i motivi per i quali essa è irrilevante (cosa che la figura qua sopra dimostrerebbe a sufficienza)!

Cosa dice riporta infatti il gentile amico? Che la Bce ha detto pari pari: "Di chi sia il proprietario della Banca d'Italia ce ne battiamo, tanto dovrà fare quello che diciamo noi, in virtù del principio di indipendenza dall'esecutivo del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali)".

Allora, lo capite, vero, perché c'è l'euro? Perché un volonteroso dilettante si sveglia e scrive a un docente universitario con qualche pubblicazione internazionale: "Guardi professore che lei è ingenuo, mentre io che la so luuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuunga  mi pregio di farle osservare che il vero problema è la proprietà della Banca centrale, con la quale mi pregio altresì di farle osservare che le istituzioni monetarie europee hanno sancito che ci si nettano le terga!"

Io non ho parole!

Io non sono uno psichiatra, ma l'amico ne avrebbe bisogno. Qui l'analista non basta, qui ci vuole l'elettroshock, ne sono ormai convinto. Ma dico: lo dici tu qual è il problema politico e operativo, quello che evidenziavo nel mio articolo: la dipendenza della Banca centrale italiana da un burocrate non eletto che sta a Francoforte (venduta, a noi, come "indipendenza" tout court)! Lo dici tu con tanto di dotte citazioni, che ho ragione, mentre mi scrivi per permetterti di farmi notare... che ho ragione!?

Il problema è sempre il solito, quello che uno di voi descrisse magistralmente quando, commentando uno dei tanti scleri sulla moneta, disse: "Perché in fondo il problema nasce quando da bambini chiesero alla mamma perché in cambio di un pezzo di carta sporca si poteva avere un gelato, e la mamma non seppe dare una risposta convincente...". Ecco: elaboratelo, sto cazzo di lutto. La risposta ve la do io: perché con quello stesso pezzo di carta sporca il gelataio può pagarci l'affitto di casa. Ci siamo?

Bene.

La proprietà dell'istituto di emissione di per sé è irrilevante. Mi spiace per i complottisti. D'altra parte, presupporre che il passaggio "in mano privata" avrebbe fatto sfracelli, significa essere così naïf da pensare che, per fare due nomi dell'oggi, Visco e Ghizzoni abbiano visioni radicalmente opposte sulla distribuzione del reddito. Invece no. Visco e Ghizzoni oggi, come, per dire, Ciampi e Ceccatelli allora (nomi presi assolutamente a caso fra i tanti), hanno, legittimamente, visioni largamente coincidenti circa la risoluzione (a loro legittimo vantaggio) del conflitto distributivo.

Non bisogna pensare che con la "privatizzazione" la Banca d'Italia sia passata dal Robin Hood pubblico allo Hood Robin privato. E bisognerebbe anche smetterla con questi tentativi di santificazione postuma del Berlu o di Tremonti. Certo, Berlu è stato deposto, e di questo un sincero democratico non avrebbe dovuto gioire (ne abbiamo parlato), o, se lo ha fatto, non dovrebbe poi lamentarsi del fatto che la democrazia è compressa e il paese commissariato. Ma Berlu, Bersy, e tutti gli altri, sono stati sostanzialmente acquiescenti ai poteri europei (Tremonti, in più, con l'aggravante di averci mandato in merda nel 2011 per tentare di sostituirsi al suo capo).

Nel momento in cui le nostre élite hanno optato per il divorzio, si sono schierate tutte, toto corde, per il progetto fascista di austerità (sound money, sound finance). Punto. Il resto sono dettagli da dare in pasto ai complottisti per non fargli capire cosa sta succedendo (quello che ho spiegato nel post precedente).

Sugli indirizzi di politica monetaria della Banca centrale non influisce la proprietà delle quote, ma la sua indipendenza.

Piuttosto, a me sembra strano che nel momento in cui assistiamo a quella che è in ogni caso una colossale débâcle della vigilanza bancaria, nessuno si ponga l'unica domanda che avrebbe eventualmente un remoto senso porsi: siamo tranquilli con un sistema bancario nel quale il controllante è posseduto dal controllato?

Anche questa domanda, secondo me, non è poi così rilevante come può sembrare. Ma almeno porsela ha un suo perché, visto che la "moralizzazione" del sistema che ci si aspettava conseguisse dalla sua "privatizzazione" è risultato in a un rosario di scandali infinito (tutti misteri dolorosi per i risparmiatori e gaudiosi per il management, purtroppo). Quindi, anche se il tema rilevante e prioritario è la recessione e non la malagestione (come ho spiegato), anche se la proprietà privata delle quote non implica necessariamente che il proprietario intervenga nell'operatività dell'organo di vigilanza (eventualmente, le connivenze sono di altro tipo), ora che il sistema si sta sfasciando, elementari norme di decenza imporrebbero di ragionare su questo assetto, che indubbiamente espone al sospetto (più o meno giustificato) di innominabili conflitti di interesse.

Lo stesso sospetto al quale espongono, secondo il nostro economista preferito, le reticenze del Tesoro sulla gestione dei derivati (con un #ciaone al compagno Galli, che vi esorto a non infastidire: non vedete che tenerezza che fa?).

Ma, per favore, cari amici signoraggiai: piantatela di piallarmi le gonadi con questa storia che la proprietà della Banca centrale è il problema. È tanto lei il problema quanto voi siete la soluzione: zero.

(...sed de hoc satis...)

(...invece no...)

Addendum del 4 maggio:

Dal nostro amico ricevo e pubblico:


La prossima volta, oltre al collegamento ipertestuale all'articolo su "Il Fatto Quotidiano", metta cortesemente l'immagine con il ritaglio evidenziato. Non mi dica che è uguale...


Mi scusi se ho contribuito a rafforzare l'idea dell'inutilità della divulgazione. Quanto meno, le ho dato l'ispirazione per il suo odierno articolo sul suo blog.

Cordiali saluti

Sì, l'idea dell'inutilità della divulgazione si conferma, ma non fa niente. Almeno il nostro amico è persona spiritosa e sportiva (non un vittimista paranoide come altri personaggi in cerca di pubblicità) e questo torna a suo onore e gli consente di fare un altro pezzo di strada con noi. Pezzo il cui primo passo dovrà necessariamente essere la risposta a questa domanda: "Gentile amico, lei conosce un'altra istituzione che sia in grado di pretendere che un certo foglietto di carta debba essere accettato come strumento liberatorio da obbligazione contratte ai sensi del codice civile?". Per quanto ne so io, i pagamenti con moneta elettronica o assegno possono essere legittimamente rifiutati. Un pagamento in contante no. Perché? Forse perché c'è bisogno del monopolio della forza per esercitare il monopolio della moneta, no?

Io sinceramente non la capisco, ma tranquillo: è un limite mio. E comunque, se lei mi dimostra che #sucuggino emette dei foglietti di carta che ai sensi del codice civile devono essere accettati dal creditore, allora mi avrà dimostrato che il monopolio in realtà era un duopolio. Poi vediamo se c'è qualcun altro che può farlo, e magari scopriremo che ognuno di noi può,  e quindi quello dell'emissione di moneta (a corso legale) è un mercato in concorrenza perfetta.

Suggerirei, però, fino a quando non ne abbiamo la certezza, di evitare esperimenti, perché esiste l'art. 453 del codice penale. Io non sono un avvocato, ma...

domenica 1 maggio 2016

Terza globalizzazione e primo maggio: lavoro, capitale e Costituzione

Il 01/05/2016 07:25, R A ha scritto:
Salve Maestro,
Chiarisco subito perché le scrivo, per via di uno dei suoi vari articoli su goofynomics, "Eurodelitto ed Eurocastigo", ho pianto nelle ultime due ore. Le scrivo quindi per ringraziarla.
Sono uno studente di psicologia, appassionato di politica e di altre cose, seguo il suo blog da un anno in silenzio ma adesso, ritrovando quel vecchio articolo che avevo saltato per non so quale motivo, ho sentito questo desiderio di scriverle.
Prima era soltanto un professore, divertente, egomaniaco, paziente, colto, sensibile, severo e capace (quindi con tutte le qualità che un buon professore dovrebbe avere) ma un professore sostanzialmente, che stava tentando di inculcare nella testa vuota mia e di altri delle nozioni importanti per renderci anzitutto dei cittadini. Ora no, di qui l'incipit che non si riferisce solo al campo musicale.
Premessa: io a livello razionale non credo più nella sinistra Italiana da un bel po', tuttavia...
Quell'articolo su SEL (o su tutto il centrosinistra), ha provocato in me diverse cose: mi sono arrabbiato davvero anzitutto, mi sono chiesto come questi abbiano potuto svendere così tutto quello in cui credevano e considerazioni su questa linea. Poi è crollato tutto il discorso, ho capito finalmente che di quel discorso ne ero convinto col cuore e non con la testa, e ho iniziato a stare male.
Soprattutto, deve sapere che Dostoevskij è uno dei miei autori preferiti, se non il mio preferito in assoluto, e insomma, pensavo in breve che si riferisse agli altri con quel libro, non a me, a me non poteva succedere, io non ero come Raskolnikov, semmai assomigliavo al principe Miskin! (Idiota lo ero sicuramente, su questo non sbagliavo).
Io non avevo capito Dostoevskij, che parlava a tutti e soprattutto a me.
Mi sono chiesto se fossi sicuro che, se non fossi stato da sempre di base uno non in grado di uniformarsi per più di una settimana a qualsiasi pensiero di qualsiasi gruppo, oltre che un pigro, non avrei fatto la loro stessa fine. Perché anche se ero relativamente piccolo io ci credevo a Prodi, e ho creduto pure a Monti in età meno innocente credendo a giornali che sapevo mentissero su molte cose in maniera sistematica, per esempio. Solo per ideologia. E ho pure propagandato il falso, per anni, credendomi migliore di altri quando spesso anche il più semplice e "rozzo" ragazzo di destra della mia scuola diceva cose più sensate di me, e io lo trattavo da cretino. Mi sono creduto migliore di altri anche sapendo che fosse una idiozia, anche avendo tutti gli strumenti per dubitare che fosse così per un'illusione del cazzo che sceglievo di tenere in vita io credendo a contraddizioni e bugie! (E poi magari schernivo i cattolici, tzè...) 
Prima di questo articolo, ero convinto di dover mettere da parte certe cose del mio carattere e rimboccarmi le maniche, aiutare nel nuovo FSI (so dei vostri contrasti e se dovessi incontrarla vorrei chiederle anche una sua completa versione, anche se ho più di una teoria). È inutile dire che ormai questa prospettiva mi terrorizza. Non voglio diventare come loro. 
Soprattutto ora devo dirlo. Ho già cominciato, ma senza confessione, e gradualmente, se capisce. Un altro dei miei autori preferiti scrisse "l'orrore! L'orrore": di dover dire a tutti che ci hanno pugnalato, e l'hanno fatto perché ci siamo tutti girati di spalle. Ai miei amici, a mio padre e a mio fratello (entrambi m5s), ma soprattutto a mia madre. Che è un'insegnante pubblica, che andava al biliardo con due futuri (ormai passati) membri delle br, che da quando è single e cinquantenne in tre cose crede: il Cattolicesimo, i figli e il PD.
Insomma, è difficile. Spero di farcela.
La lettera è confusa e non si capisce bene anche se l'ho riletta e ricorretta, ma non vorrei tradirla più di quanto abbia già fatto. Il succo è che la ringrazio, ha tutto il mio supporto e spero di incontrarla quanto prima, anche perché deve spiegarmi davvero quale tecnica di meditazione usa per non esplodere in mezzo a tutto questo schifo. 

Con immensa stima,
(emphasis added)

Il mio primo maggio è iniziato così, nel modo giusto, direi: con un riconoscimento per il mio lavoro. A Riccardo voglio solo dire di non prendersela: l'ethos piddino ci impone di considerare e utilizzare i classici come un complesso apparato di segnalazione della nostra appartenenza culturale. Pochi di noi si emancipano fino a utilizzarli per quello che sono: uno strumento di analisi della realtà, la cui validità è confermata dall'aver resistito all'usura del tempo. L'analisi la detta la linea del partito: a quella devi obbedire, senza analizzarla, e Dostoevskij lo devi leggere, senza usarlo. Se alla fine ce l'hai fatta è perché, come dici tu, sei pigro e incapace di uniformarti. Sei arrivato tardi, ma sei arrivato, e per di più in un momento nel quale, come credo si capisca, i ponti levatoi di questa cittadella sono stati tirati su. Complimenti.

Capiti al momento giusto, perché volevo appunto parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo.

Anche secondo me è il post centrale di questo blog, perché evidenzia il nostro principale problema politico: quello causato da un'intera generazione di progressisti che hanno tradito se stessi perché si sentivano migliori degli altri. Pensare che un Fassina o un D'Attorre facciano l'operazione di verità di Raskolnikov è ovviamente utopistico né mi sentirei di consigliarglielo: il coraggio chi ce l'ha non lo può dare, e va anche detto che io rispetto le competenze altrui. I politici sono loro, loro sono stati eletti, loro sapranno come, e ovviamente se ritengono che dire la verità in questo momento li condannerebbe all'estinzione sono liberi di non farlo. Il momento non è semplice, mancano anche le occasioni, per farla, questa operazione, va riconosciuto. Di fatto, la sinistra, intesa come schieramento progressista organizzato a tutela dei diritti dei lavoratori, è spacciata. Fra internazionalisti da operetta come "er Fiatella" (leggetevi la sua tweetline per tirarvi su il morale), timidi praticanti delle mezze ammissioni (più liberi di dire la loro nel PD in contrapposizione a Renzi che dentro SEL in alleanza con il Fognatore Vendola), e superomisti in sedicesimo, tutti false certezze e disprezzo verso il popolo bue e bottegaio che cerca rappresentanza politica al di fuori della cerchia degli eletti, la sinistra è sconfitta.

Il capitale l'ha sconfitta, conquistando in modo tatticamente e strategicamente impeccabile una egemonia culturale inscalfibile. L'errore strategico fondamentale della sinistra credo che ormai ci sia chiaro: ci ho anche scritto un articolo, e lo evidenzio continuamente. L'errore è stato utilizzare le categorie del nemico, lasciare che fosse la destra, che fosse il liberismo, a circoscrivere il perimetro del dibattito.

L'esempio più sfolgorante in questo senso è quello der Nutella, nostro vecchio amico, che scrive libri sul debbitopubbblico tre anni dopo la confessione da parte della Bce che il debito pubblico non è un problema, e va in giro a presentarlo quando ormai perfino Giavazzi, per salvare la faccia, deve dire la verità (cosa per la quale l'ho ringraziato a modo mio sul Fatto Quotidiano). Ma anche gli stolti pinochettiani malgré eux del QE for people non scherzano, quelli che oggi non capiscono, o fanno finta di non capire, che dare una mancia (magari sotto forma di reddito della gleba), anziché un lavoro, è una strategia che rafforza il capitale (più esattamente, è un tassello di una strategia complessiva che l'OCSE aveva dettato in tempi non sospetti, e che Agénor ci ha descritto in modo meticoloso qui).

In entrambi i casi il suicidio politico deriva dall'aver accettato l'impostazione data al dibattito dall'avversario, contribuendo così a legittimarla nonostante fosse smentita dai fatti, infondata teoricamente, e distorta politicamente a vantaggio dell'avversario: il problema è il debbbitopubblico, l'unica politica è quella monetaria, ecc.

Lascio agli storici il discorso nel quale vi scongiuro, in nome di ciò che avete di più sacro (i vostri morti, i vostri figli, o la vostra squadra), di non entrare: se questo sia un errore o un disegno, se questi personaggi, e altri prima di loro, siano in buona o in cattiva fede. Chi si pone questo problema è un povero cretino, per motivi spiegati mille volte (il principale è che questi due atteggiamenti psicologici possono tranquillamente convivere, e quindi pretendere di trarre conseguenze politiche dalla loro discriminazione non ha alcun senso).

Non era per questo che volevo parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo, ma per un altro motivo. Quattro anni dopo quel post aleC, il lettore che mi poneva la domanda dalla quale il racconto prendeva le mosse (e che avevo conosciuto all'incontro descritto nel post), è diventato dottore di ricerca, dopo tre anni di lavoro con me, e qui trovate un capitolo della sua tesi, quello in cui si occupa, in modo ahimè un po' tecnico, del concetto di disoccupazione strutturale e della sua relazione col calcolo del saldi di bilancio utilizzati per verificare il rispetto delle regole europee. Vale comunque la pena di dare un'occhiata: è un altro modo, per me, di festeggiare il mio primo maggio (ringraziando Alessandro per il contributo che ha dato al nostro lavoro).

Una lieta ricorrenza, questa, che i lavoratori festeggiano un giorno all'anno, mentre negli altri 364 (o 365) è il capitale a festeggiare, a modo suo, il lavoro. Come faccia lo abbiamo visto in tante occasioni e sotto tante sfaccettature, ma l'essenza è in alcuni dei post più recenti - quello sulla Lettonia e quello sull'Irlanda (con il relativo aggiornamento statistico): utilizzando le crisi per guadagnare terreno sul lavoro.

È significativo in questo senso, ed è una vera chicca per intenditori quali voi siete, il discorZetto che la Bce faceva nell'ottobre 2011:







Vedete? Anche se io all'epoca non lo sapevo, la Bce nell'ottobre del 2011 aveva già detto tutto, perché bastava far parlare i dati, e i dati questo dicevano: erano stati gli squilibri nella finanza privata ad ampliare la dicotomia fra centro e periferia che si sarebbe poi dimostrata fatale all'arrivo della crisi. Il settore pubblico non c'entrava, ma... attenzione! Per la Bce una colpa questo settore ce l'aveva! E qual era? Ma è chiaro: quella di non aver risparmiato abbastanza (cioè depresso abbastanza la crescita) prima della crisi ("many governments failed to build up a surplus position substantial enough..."). Cosa avrebbero dovuto fare i governi, insomma, secondo la Bce? Rubare di più ai poveri prima della crisi (sotto forma di minori stipendi ai dipendenti pubblici, minori pensioni, minori prestazioni sociali e sanitarie, ecc.) per poter dare di più ai ricchi durante la crisi. Insomma: avrebbero dovuto comportarsi tutti come l'Irlanda. Portare al 40% del Pil il debito pubblico prima della crisi, per poterlo poi portare al 120% allo scopo di salvare le banche (e mandare assolti i simpatici banchieri), tutelando i profitti a danno dei salari.

Bello, no?

Inutile dire che a questa analisi manca un tassello fondamentale, che a voi non sfugge, ovvero il fatto che per i governi della periferia questa strategia era resa impraticabile da una serie di problemi: il fatto che i tassi troppo bassi allentassero il loro vincolo di bilancio (cioè il fatto che se il denaro è troppo a buon mercato, elementari regole economiche suggeriscono che si tenderà a sprecarlo), il fatto che il cambio rigido e sopravvalutato metteva in difficoltà l'economia e determinava (insieme ai tassi troppo bassi) una riallocazione del capitale verso settori a bassa produttività e a basso valore aggiunto, ecc. ecc.

Ma oggi volevo farvi un altro discorso.

Vedete?

Tutto era già scritto.

Nel mio ultimo libro, e in innumerevoli post, abbiamo delineato una analisi articolata della fase storica nella quale ci è toccato di vivere. All'inizio degli anni '80 la fine dell'epoca della repressione finanziaria approfondisce il divario fra salari e profitti. A partire da quel momento il capitalismo affida la propria sopravvivenza al finanziamento della domanda tramite debito, prima pubblico, poi, perso ogni residuo freno inibitorio col crollo del muro di Berlino, privato. La montagna di debito periodicamente frana, e le crisi vengono utilizzate, con la logica del "fate presto", per penalizzare ulteriormente il lavoro, ponendo le basi per una ulteriore finanziarizzazione (cioè fragilizzazione) del sistema. Sono tendenze mondiali, che però in Europa incontravano una maggiore resistenza, perché gli stati europei erano usciti dalla loro ultima guerra civile (la Seconda guerra mondiale) con costituzioni socialdemocratiche che presidiavano i diritti economici dei lavoratori. Per frantumare questo presidio era necessario adottare la logica politica del vincolo esterno, cioè la possibilità di giustificare politiche fortemente regressive (ovvero: di impoverimento dei poveri) con necessità superiori e oggettive (ce lo chiede l'Europa), scaricando la responsabilità dello schiacciamento del lavoro dai capitalismi locali verso le istituzioni sovranazionali, quelle che chiedono le famigerate riforme.

L'euro era necessario qui, perché qui c'erano delle istituzioni che avrebbero reso più complesso il lavoro che il capitale stava comunque svolgendo a livello planetario. Ecco, vedete:


È scritto a p. 230 de L'Italia può farcela, dove esplicitamente si riconosce la dimensione globale del fenomeno (per non parlare di quello che viene dopo, nel testo).

Ma allora, si chiedeva qualche post fa Fabrizio Laria, come è possibile che i miei colleghi ancora mi facciano la lezioncina "Bagnai la fai facile, il problema è più ampio, non è solo colpa dell'euro ma soprattutto della globalizzazione?"

Sono vicinissimo alle parole di Fabrizio:

Fabrizio Laria ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Some unpleasant democratic arithmetic":

Addendum - A distanza di qualche ora, la mente continua a portarmi sulla figura che più mi ha colpito stamattina: quella del prof. Franzini. Non lo conosco professionalmente e l'ho mai visto prima, ma l'impressione a caldo è stata di una persona di valore. Una persona che, per strumenti concettuali/culturali, libertà di giudizio (CEPR permettendo) e sensibilità sociale, certe evidenze dovrebbe coglierle prima degli altri. E per il quale, quindi, il problema di arrendersi alle stesse quando qualcun altro gliele fa notare non dovrebbe neppure porsi. Eppure si percepiva nettamente che nessuna evidenza, neppure quella, palese, della contraddittorietà insanabile delle sue affermazioni rispetto alle premesse condivise con Bagnai e Tancioni, avrebbe potuto smuoverlo dal suo schema mentale di fondo: ANDARE AVANTI, COSTI QUEL CHE COSTI.



Per quanto possa valere la mia opinione, Maurizio è esattamente come lo descrive Fabrizio: persona di valore, di elevata sensibilità sociale, libera di giudizio (e anche convinta, purtroppo e nonostante tutto, che si debba andare avanti costi quel che costi - agli altri, ovviamente!).

Questo ci riporta in qualche modo al punto di partenza, alla domanda iniziale di questo post, e di Eurodelitto ed eurocastigo. Perché persone così giuste difendono cose così sbagliate? Perché colleghi migliori e più preparati di me si appiattiscono, nella prassi, sulle posizioni di un Oscar Giannino senza che questo faccia suonare un campanellino di allarme nella loro testa?

Un pezzo della risposta è in Eurodelitto ed eurocastigo: è stata la consapevolezza della loro superiorità (scientifica? Sociale? Etica?) a condurli al tradimento di quanto di migliore c'era in loro. Hanno tradito se stessi perché si ritenevano migliori degli altri: ripeto questa formula nella quale secondo me c'è tutto. E questo è il pezzo che, naturalmente, non potrà esser loro perdonato (soprattutto non potrebbe esserlo da loro stessi, ed è per questo che preferiscono "andare avanti" anziché riflettere sull'enorme errore fatto).

Poi però c'è un altro pezzo. Ricordate quando sopra vi ho detto che a novembre 2011, scrivendo I salvataggi che non ci salveranno, non ero consapevole del fatto che la Bce avesse detto praticamente le stesse cose un mese prima? Ora, ascoltate questa obiezione di Franzini: "non condivido questa idea che tutto quello che succede ai salari dipende dall'Europa".

Molti hanno osservato, in particolare su Twitter: "ma i tuoi colleghi il tuo libro l'hanno letto?". La risposta, ovviamente, è no. Risulta immediatamente chiaro se si mette a sistema la domanda di Maurizio con la citazione del mio ultimo libro. So che voi avete una certa tendenza a non perdonare questo tipo di atteggiamento, sul quale io invece sono piuttosto indulgente e scherzoso: "io il libro non l'ho letto ma...", alla fine, mi fa meno alterare di "io non sono un economista ma...". Dovrebbe esservi chiaro perché: perché nemmeno io ho letto tutto quello che avrei dovuto leggere, perché nessuno può riuscire a farlo.

Ora, se da un lato (tanto per fare un esempio) l'aver intuito più o meno in contemporanea alla Bce, ma indipendentemente da essa, quale fosse la natura del problema mi fa onore, considerando, fra l'altro, che le basi statistiche delle quali disponevo io erano senz'altro meno raffinate e dettagliate di quelle delle quali dispongono i suoi uffici, dall'altro, però, scoprire l'acqua calda, o, come si dice in inglese, reinventare la ruota, non è motivo di vanto per uno scienziato, il quale avrebbe il dovere di conoscere tutto quanto è stato fatto, per fare un pezzo di strada in più partendo da dove sono arrivati gli altri. Aggiungo che nel dibattito sarebbe stato molto meglio poter dire già dal 2011 "guardate che la Bce dice una cosa diversa da quella che dite voi austeriani!".

Questo è il motivo per il quale anche se i miei colleghi, non solo i rinnegati che hanno tradito i principi primi della loro scienza per motivi di opportunità politica (gli esempi sono noti), ma anche quelli integri come Maurizio, non hanno letto il mio libro, in fondo non me la sento di biasimarli. Peraltro, è un libro (l'ultimo) che chiama pesantemente in causa l'etica professionale della nostra professione, e quindi, come dire, se non lo leggono sono assenti giustificati: quello che ho da dire, per loro, non è piacevole. Ma, soprattutto, più vado avanti con lo studio e più mi rendo conto di non aver detto in fondo nulla di particolarmente originale. Ecco, magari ho unito i puntini, quello sì. Ma i puntini c'erano tutti, e da tempo.

Me lo ha confermato il lavoro fatto preparando il piccolo corso che ho tenuto, e che penso di ripetere prima o poi, allo Spaziottagoni di Roma per la Mameli Onlus. Un'occasione per sistematizzare e formalizzare un minimo il discorso portato avanti nel blog in modo rapsodico, e nel libro in modo... inutile (perché nessuno lo legge)!

La domanda che mi sono posto nell'ultima lezione, dopo aver scherzato un po' su quelli che "oggi c'è la Cina" mostrando qualche dato che credo vi sia noto:


(l'elaborazione è tratta da questo sito, e la fonte dei dati è il sito di Angus Maddison, che ci ha lasciato sei anni fa ma vive nella sua opera), la domanda, dicevo, era questa: cosa sappiamo noi della terza globalizzazione?

Per capirci: la prima è quella situata storicamente nel periodo classico del gold standard (diciamo dal 1870 al 1914) ed è ben descritta in questo utile lavoro di Violaine Faubert; la seconda è quella che accompagna il mondo durante le Trente glorieuses, che hanno visto una ripresa del commercio internazionale, e la terza è quella che inizia quando succede questo:


cioè quando i salari si fermano dappertutto (sì, Maurizio, tranquo: lo so), mentre la produttività resta sul suo trend di crescita del 3% l'anno, con l'ovvia conseguenza che la quota salari scende, e la disuguaglianza aumenta.

Ecco: cosa sappiamo noi di questa fase storica ed economica, della terza globalizzazione e del suo elettrosalariogramma piatto? Quello che sappiamo l'ho riassunto in questo grafico:


Cerchiamo di descriverlo in una serie di proposizioni.

[1] Il calo della quota salari è innescato dalla fine della repressione finanziaria
La "repressione" finanziaria, cioè il controllo dei movimenti internazionali di capitale, e il controllo da parte dello Stato del circuito del risparmio, in particolare attraverso la cooperazione fra banche centrali e ministeri del Tesoro, è descritta per filo e per segno da Reinhardt e Sbrancia (2011) in un lavoro che vi ho citato più volte.

Nel discorso su globalizzazione e salari c'è un punto che normalmente sfugge (ed è lo stesso che sfugge nel discorso su Italia ed euro). Esattamente come nel caso dell'Italia il problema è localizzato in un punto ben preciso, che dai dati risulta in modo inequivocabile, cioè l'aggancio all'ECU nel 1997 dopo la forte rivalutazione fra 1995 e 1996:


allo stesso modo l'appiattimento dei salari reali (e quindi il calo della quota salari) inizia in un intervallo di tempo ben preciso e sincrono in tutti i paesi del mondo (lo sa, Maurizio, come vedi: lo so, lo so, tranquo: lo so). Ce lo documenta in particolare questo lavoro di Diwan (2001), che mostra l'andamento della quota salari non solo nei paesi avanzati (cosa della quale mi sono occupato spesso anch'io), ma anche in quelli emergenti:



le uniche eccezioni essendo i paesi asiatici e i paesi OCSE non anglosassoni e non colpiti da crisi finanziarie:



Ora, fatte salve queste eccezioni, il turning point della quota salari si vede dov'è: come nota Diwan, e come ci siamo già detti diverse volte, esso si situa fra il 1975 e il 1980 praticamente ovunque.

Ciò pone un evidente problema: se vogliamo spiegare una cosa che accade in quel periodo, dobbiamo farlo usando qualcosa che accade nel medesimo periodo (o magari un po' prima).

Proprio come le tesi sul declino italiano dei dilettanti, quelle basate sul "nanismo delle imprese", o magari sul "familismo amorale", sulla "corruzione", e su altra sociologia spicciola da bar, mostrano la corda perché nulla dimostra che questi fenomeni siano coincisi con l'inizio del declino stesso (cioè si siano presentati o rafforzati fra 1995 e 1997: ne parlammo esattamente tre anni or sono e ora è un articolo scientifico), allo stesso modo le spiegazioni del crollo della quota salari globale basate sullo sviluppo del commercio (come quella, molto affascinate e articolata, di Helpman et al (2012)) non sono particolarmente convincenti, per il semplice motivo che dal 1945 ad oggi il commercio si è andato sviluppando in modo pressoché costante, sia in termini quantitativi che in termini normativi. La soluzione di continuità, se vogliamo vederla, potrebbe essere eventualmente l'avvio del WTO. Fra 1973 e 1979 (cioè nel periodo in cui i salari cominciano a cedere) si svolge l'unico round del GATT che nessuno ricorda, il Tokyo round, e se di questi negoziati ce ne siamo dimenticati forse un motivo ci sarà, ed è probabilmente che non sono stati determinanti nell'impartire una spinta alla globalizzazione degli scambi, che quindi non può essere presa come spiegazione del massiccio e globale arretramento dei salari verificatosi in quel periodo.

Anche perché un'alternativa plausibile c'è. Se leggiamo Reinhardt e Sbrancia, vediamo che il maggior numero di misure di liberalizzazione dei mercati finanziari interni e dei movimenti internazionali dei capitali si situa appunto nel periodo che va dal 1975 al 1984 (Table 2).

Correlazione, certo, non vuol dire causazione: le due cose potrebbero essere accadute insieme per caso, o perché Saturno era entrato nel Sagittario. Vai a sapere... Ma il punto è che abbiamo precise evidenze teoriche ed empiriche del fatto che la liberalizzazione dei mercati finanziari, cioè la fine della repressione finanziaria, schiaccia i salari. Che la liberalizzazione dei movimenti di capitali abbia effetti avversi sui redditi da lavoro oggi lo dice il Fmi (Furceri e Loungani, 2015, Capital Account Liberalization and Inequality). Questo è l'abstract, per vostra edificazione:

Chiaro? Gli autori giungono a questa conclusione (che è quella sottostante al nostro lavoro) analizzando i dati forniti da due basi dati interessanti:

1) il KAOPEN di Chinn e Ito (misura di liberalizzazione degli scambi finanziari), e
2) lo Standardized World Income Inequality Database (SWIID) di Solt (che si capisce cosa misuri...)

I risultati sono statisticamente robusti: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali (capital account liberalization) ha un impatto positivo sulla disuguaglianza, cioè la aumenta. Qui il disegnino di cosa succede nel corso degli anni all'indice di Gini quando aumenta l'indice KAOPEN:

Per inciso: impatto positivo vuol dire che se aumenta la liberalizzazione dei movimenti di capitali, aumenta la disuguaglianza, cioè chi è povero diventa più povero. Quindi, come dire: l'impatto è positivo per i ricchi ma  negativo per i poveri...

Ovviamente anche questa è solo una (raffinata) regolarità statistica, ma ci sono ben precisi motivi, elencati da Furceri e Loungani, che ci consentono di argomentare che la terza globalizzazione (liberalizzazione finanziaria) deprime la quota salari:

1) in teoria, l'apertura dei mercati finanziari dovrebbe consentire di ripartire meglio il rischio (diversificando), per cui, ad esempio, se il povero risparmiatore italiano che ha un governo corotto co' du ere vuole mettere al sicuro i suoi risparmi, invece di "metterli ai bbotte" (investirli in Bot), con potenziale rischio di default, può investirli anche in titoli statunitensi, giapponesi, ecc. Insomma: la globalizzazione finanziaria dovrebbe permettere una mutualizzazione del rischio finanziario fra risparmiatori di paesi diversi, minimizzando l'impatto avverso delle crisi sui loro portafogli. Purtroppissimo però sappiamo fin da Kose et al (2009) che le cose non stanno esattamente così:

Eh già: "in theory"!

I paesi meno avanzati non hanno beneficiato di questa condivisione del rischio, e, aggiungo, anche all'interno dei paesi avanzati l'accesso al credito è segmentato e la qualità delle istituzioni tale da rendere un pericoloso boomerang (per i poveri) l'aprirsi dei mercati. Esempio: il bond argentino rifilato alla vecchietta. Chi è ricco, è anche ben consigliato, e mediamente evita le sòle. Chi è povero è terreno di caccia dei simpatici promotori (ai quali va il mio abbraccio, e presto andrà anche quello del mercato). Quindi, come dire: il teorico risk sharing si traduce in pratica in una situazione nella quale il rischio viene assorbito dai meno ricchi (e più inconsapevoli). Il che, ovviamente, fa aumentare la disuguaglianza.

2) la liberalizzazione dei movimenti di capitale aumenta la disuguaglianza anche per due effetti legati alla dinamica degli IDE. Il primo è quello della "complementarità fra capitale e lavoro specializzato". Cosa significa? Significa che se non sei abbastanza istruito da saperlo usare, con un macchinario evoluto (prendo ad esempio un PC, ma altri se ne potrebbero fare) al massimo ci schiacci le noci (che non è l'uso più produttivo). Quando un'azienda si sposta in un paese più povero per profittare del basso costo del lavoro, nel paese di accoglienza aumenta quindi a domanda di lavoro specializzato, il che acuisce il divario salariale fra lavoratori specializzati e non (e quindi la disuguaglianza). D'altra parte, quello che è avanzato per un paese arretrato, spesso è arretrato per un paese avanzato. Quindi, la macchina che si sposta dal paese ricco a quello povero fa salire i salari del ricco nel paese povero, e fa scendere i salari del povero nel paese ricco (pensate alla delocalizzazione del tessile o del calzaturiero: da noi sono attività relativamente low-skilled - non è meccanica di precisione, per dire - mentre in Laos sono relativamente high-skilled). Chiaro quello che succede?

3) se non fosse chiaro, c'è il secondo effetto legato alla dinamica degli IDE, un effetto che qui abbiamo invece ricordato spesso. La possibilità di delocalizzare aumenta il potere contrattuale dell'imprenditore: o accetti quello che ti offro, o me ne vado (ricordate l'Electrolux)? Non è mica una novità! Ne parlava Rodrik già nel 1997, e poi ad esempio Harrison (2002) (che nel suo abstract ci ricorda come il controllo dei movimenti internazionali di capitali e la spesa pubblica tornino a vantaggio della quota salari...). Un po' più sorprendente trovarlo scritto oggi in pubblicazioni del Fmi, come appunto il già citato Furceri e Loungani:

"Una minaccia credibile di riallocare la produzione all'estero può portare a un incremento del rapporto fra profitti e salari e a una diminuzione della quota dei salari sul reddito". Lo dice il Fmi, non la Camusso (fra una risata e l'altra).

4) c'è poi un ultimo punto che invece a Furceri e Longani per ora sfugge, mentre a noi è chiaro fin dal Tramonto dell'euro, e riguarda la liberalizzazione dei mercati finanziari interni (e quindi non gli investimenti internazionali, siano essi di portafoglio o diretti). Come si evince da Reinhardt e Sbrancia (2011), la fine della repressione finanziaria, cioè, in sintesi, del periodo in cui i governi mantengono il diritto di decidere a quale prezzo finanziare il proprio debito, si traduce, ovviamente, in un innalzamento dei tassi di interesse (determinati dal mercato a proprio beneficio). Qui c'è il disegnino, se occorre:


Ora, è evidente che un cambiamento istituzionale che incrementa la retribuzione del capitale finanziario va, in re ipsa, a discapito dei salari. E infatti i maggiori interessi corrisposti ai detentori dei titoli sono naturalmente stati conseguiti riducendo progressivamente la spesa pubblica in investimenti, prestazioni sociali, ecc. Lo scopo era "affamare la bestia", cioè ridurre il ruolo dello Stato nel circuito di gestione del risparmio, per devolvere risorse alla finanza privata. Scopo raggiunto.

Siamo pronti per la seconda proposizione.

[2] La stagnazione dei salari causa la finanziarizzazione dell'economia
Non è una novità. Ce lo siamo detti molte volte: se il lavoro non viene retribuito correttamente, la domanda di beni può essere sostenuta solo finanziandola col credito, cioè col debito, che in una prima fase è debito pubblico (come ricordava Graziani) e poi diventa debito privato. Una cosa, in fondo, banale, che solo cretini ancorati alla logica di "IO" possono non intuire. Peraltri, gli imbecilli che adottando le categorie del nemico ancora parlano di "debitopubblico" fanno un errore tattico micidiale. Infatti, se si parte dal presupposto che il debito "pericoloso" è quello pubblico, allora poi diventa facile impostare il dibattito in termini di "castacriccacoruzzione" e quindi di una ontologica nocività e superfluità del debito. Ma le cose non stanno assolutamente così. Il debito esplode durante la terza globalizzazione perché esso diventa necessario per finanziare la domanda in un momento in cui la liberalizzazione dei movimenti di capitali e dei mercati finanziari interni permette al capitale di schiacciare i salari. In altre parole, chi, a sinistra, insiste ancora a parlare di spesa pubblica (magari per dire che bisogna farne di più), porta comunque l'acqua al mulino della destra, offuscando il fatto che gli squilibri finanziari di cui siamo vittime nascono dal conflitto distributivo (più esattamente: dall'averlo perso).

Anche qui, tornerà utile il disegnino:


In questa slide, che ho fatto per l'Ecole Centrale di Parigi, si vede che la ripartenza del debito pubblico coincide con il momento in cui l'elettrosalariogramma diventa piatto. Non ci sono santi, è così e basta. Ma la nostra sinistra "critica" (er Nutella) preferisce addentrarsi in fregnacce alla Lannutti sulla "truffa del debito pubblico" (le solite minchiate sul fatto che una parte è dovuta al pagamento di interessi, scemenze da digiuni di matematiche), mentre, dall'altra parte, economisti nel circolo del Fmi ci dicono che la spesa pubblica va a favore dei salari e che il problema è la mobilità del capitale privato!

Lo capite, ora, cosa vuol dire vivere in una provincia (culturale) dell'Impero?

Ma passiamo alla terza proposizione.

[3] La disuguaglianza causa crisi finanziarie
E qui, come dire, ci soccorre la dottoressa Grazia Arcazzo (non credo sia parente di Graziani). L'aumento della disuguaglianza rende necessario a chi è sempre più povero di indebitarsi sempre di più. Alla fine arriva il botto (che è amplificato dall'apertura internazionale dei mercati per quel discorso sul risk sharing che non c'è, del quale vi ho parlato sopra). Questa è una cosa che a noi è sempre stata ben chiara, ed è oggetto di recenti analisi econometriche.

Ma:

[4] Le crisi finanziarie causano disuguaglianza
Ecco: lo snodo cruciale è questo, e ne abbiamo parlato spesso. La logica del "FATE PRESTO"! Crisi previste, anche se verosimilmente non causate (come era senz'altro prevista, ma certamente non causata dalla Merkel la crisi migratoria) vengono sfruttate per portare a termine il disegno di oppressione del lavoro, giustificando in termini politici delle misure nocive per gli interessi economici della maggioranza con la logica dell'emergenza. Pensate alla crisi del 1992, con lo smantellamento degli ultimi brandelli di scala mobile, e poi la riforma del meccanismo di contrattazione. Pensate all'ultimo "FATE PRESTO", quello del 2011, quando in nome di una crisi finanziaria dello Stato del tutto inesistente e smentita dagli stessi organi dell'Unione Europea sono state riformate le pensioni, sono aumentate le imposte, ecc. Tutte misure fortemente regressive (le accise sulla benzina non sono un esempio di equità sociale, per dire, eppure tutti quelli che ululano contro la flat tax le hanno accolte con grande favore, perché ci salvavano da una cosa che non c'era: il default. Ragionare per appartenenza è sempre sbagliato).

Anche su questo, come dire, io credevo di essere stato originale, ma non era così. Che le crisi fossero il meccanismo attraverso il quale il capitale si avvantaggia in modo persistente sul lavoro lo aveva detto Diwan, nel 2001, nel lavoro che vi ho citato sopra. Questa la sintesi:


Ecco, il dato essenziale è questo, quello evidenziato in fondo: nel mondo della terza globalizzazione la battaglia fra capitale e lavoro non è costante, ma concentrata in brevi periodi di lotta, che coincidono con le crisi finanziarie, durante i quali il lavoro sistematicamente perde: sono le "cicatrici distribuzionali" delle quali parla Diwan. Perché durante le crisi il lavoro perda ce lo immaginiamo. Se anche i sindacalisti non fossero quei perfetti (utili) idioti che il Signore ci ha dato in sorte, capite bene che durante la crisi la crescita della disoccupazione li indebolirebbe comunque (la disoccupazione toglie al sindacato potere contrattuale), e poi la logica dell'emergenza giustifica tante cose!

Ripeto: è il FATE PRESTO. Ma le conseguenze del FATE PRESTO non svaniscono presto: al contrario, durano per sempre.

Ovviamente, se la disuguaglianza porta alle crisi, e le crisi portano alla disuguaglianza, capirete bene che siamo in un meccanismo tendenzialmente instabile, dove i due effetti si rinforzano, potenzialmente senza che se ne veda la fine. Capite anche che il risultato di questi effetti è una polarizzazione estrema del reddito, cioè lo svuotamento della classe media, cioè un neofeudalesimo dove l'aristocrazia finanziaria domina sui servi della globalizzazione mediante un efficiente sistema di valvassini "de sinistra" che possono aggredire i diritti economici dei lavoratori, trincerandosi dietro l'appartenenza, che tranquillizzerà le loro vittime (vedi la lettera dalla quale siamo partiti).

Ora, vedete, se le cose stanno così, e purtroppo, se lo ammette anche il Fmi, stanno così, dopo aver tranquillizzato Maurizio (che peraltro, lo ribadisco, è la persona che Fabrizio ha dipinto: corretta, animata da passione civile, aperta al dialogo, ecc.) che un po' di quello che lui sa lo so anch'io, possiamo adesso far notare a Maurizio qualcosa che lui ha perso di vista. Perché se ha ragione (e ha ragione, almeno per quanto la nostra esperienza ci dimostra) Diwan nell'affermare che il conflitto distributivo si concentra in episodi di crisi, allora tutto quello che contribuisce a innescare questi episodi di crisi (cioè, in buona sostanza, i cicli di Frenkel), va nell'interesse del capitale.

Il cambio fisso (e quindi, a fortiori, le unioni monetarie) rientrano in questa categoria.

Non solo Frenkel e Rapetti (2009), ma oggi anche il Fondo Monetario Internazionale per bocca di Ghosh et al. (2014) ci ricordano che tutte le crisi finanziarie dei paesi emergenti sono state precedute da una qualche forma di fissazione del cambio. Inoltre, Bohl et al. (2016) ci chiariscono l'ovvio, cioè che non solo il cambio fisso rende meno facile l'aggiustamento degli squilibri esterni (cosa confermata da Ghosh et al 2014), ma anche che aggrava le conseguenze delle crisi (e quindi, deprimendo crescita e occupazione più a lungo, rende più vulnerabili i lavoratori alle aggressioni del capitale).

Chiaro?

Chiaro a cosa serve l'euro qui da noi?

Serve a fare il lavoro che, com'è noto, è stato auspicato da JP Morgan: liberarsi delle costituzioni antifasciste, che sono un ostacolo sulla via del progresso (quello dei profitti, ovviamente). E non è mica da oggi che lo sappiamo: noi, che siamo un po' sempliciotti, che la facciamo facile, ci siamo però letti Kevin Featherstone (al quale io, se non avessi aperto questo blog, non sarei mai arrivato da solo), che chiarisce per filo e per segno quale sia la political economy della moneta unica e in cosa essa minacci(asse) il modello sociale europeo. Quello delle costituzioni keyesiane, per capirci.

E qui si arriva al punto.

Perché, naturalmente, dire che il problema è globale, che la colpa non è (o non è solo) dell'euro, per i miei colleghi anche di ottima volontà, come Franzini, è un ovvio espediente autoassolutorio: l'equivalente "alto", "colto" (non dimentichiamoci che siamo partiti dalla fottuta spocchia dei miei colleghi intellettuali di sinistra) della versione di Oscar, del "dove andremmo con la nostra liretta" che riecheggia in tanti portierati e in qualche radio. A sinistra: "eh, ma il problema è il grande capitale internazionale, che possiamo fare, l'euro non c'entra...".

Questo fatalismo non fa molto onore a chi lo pratica, se non altro perché non c'è onore nel voler combattere solo le battaglie (che si credono) vinte. In realtà, da quanto precede emerge abbastanza chi è il nemico da combattere, e come combatterlo. Il nostro nemico politico (se viviamo di redditi da lavoro) è la liberalizzazione finanziaria, sui mercati interni e su quelli esteri. Sui mercati interni, il nemico è l'indipendenza della Banca centrale (e questo ormai ci è chiaro). Su quelli esteri, la totale liberalizzazione degli IDE (che poi è sempre asimmetrica: tutti sapete che quando il nostro capitalismo ha voluto comprare all'estero, gli sono state opposte barriere invalicabili, e tutti ormai vedete che invece il nostro paese è in svendita...). Dobbiamo combatterlo in primo luogo difendendo quello che lui ci vuole togliere: la tutela dei nostri diritti incarnata dalla Costituzione del 1948.


Oggi abbiamo un'occasione per farlo: l'occasione è il referendum sulla riforma costituzionale. A voi che, invece di impegnarvi a cambiare voi stessi capendo bene cosa sta succedendo, per poi cambiare il prossimo vostro (cosa impossibile senza aver raggiunto consapevolezza), preferite avere un cazzo di foglietto di carta sul quale tirare un frego per mettervi a posto al coscienza, bene: a voi dico: quel cazzo di foglietto di carta, cari amici qualcosisti, è la scheda del referendum costituzionale, e il frego va tirato sul NO. Sarà un miglioramento paretiano: dopo, voi, vi sentirete più utili, penserete di aver fatto "qualcosa" (perché capire, e far maturare una coscienza di classe negli oppressi del neofeudalesimo, ovviamente, quello non è qualcosa: io faccio solo chiacchiere, come diceva un povera scipita ieri su Twitter). E in effetti avrete anche fatto qualcosa: avrete dato al signor Capitale Internazionale un segno di dissenso dal suo progetto di compressione dei vostri diritti, progetto che ci era stato recapitato, come ricorderete, con lettera riservata personale a firma dei signori Trichet e Draghi.

Vi ricordate?

Questa battaglia politica, per chi vorrà combatterla, sarà durissima, e la vittoria non è assicurata. Non solo: è largamente una battaglia di retroguardia. La battaglia, come ho argomentato svariate volte, la si sarebbe dovuta fare sul jobs act, un provvedimento fallimentare in termini di occupazione (come dissi prima e tutti vedono poi), ma che avrà certamente effetti sulla distribuzione funzionale del reddito (li vedremo fra un annetto o due). Sarà una battaglia durissima perché una sterminata legione di cretini di sinistra ha fatto l'errore tattico cruciale del quale vi parlavo sopra: accettare le categorie analitiche dell'avversario, interpretare la crisi come una crisi di debito pubblico, magari anche nel momento in cui si contestavano le politiche di austerity. Ma la cosa giusta va fatta nel modo giusto. Non puoi dire: "Sì, è una crisi di debito pubblico, però c'è stata troppa austerità". Devi dire: "È una crisi di finanza privata - perché lo dice la Bce - quindi non va fatta alcuna austerità".

Ma i nostri ottimati di sinistra sono dei poveracci, degli incolti, delle persone opportuniste, vigliacche, che hanno consentito al peggiore di loro (Renzi) di regnare incontrastato sulla base di una menzogna: quella che lo Stato fosse il male da risanare. Nessuno contesta che ci siano abusi: ma ci sono stati anche quando crescevamo al 3.5% l'anno. Schiacciandosi sulla retorica liberale, invece di rifiutarsi di considerarla come categoria dialetticva, i politici e gli economisti "de sinistra" rendono facile far passare per un progresso una riforma che riduce da 350 a 100 i senatori (si risparmia!), che abolisce le Province (come chiesto dalla Bce) e il CNEL: finalmente qualcuno riduce i costi della politica!

Ma quanto sono questi costi?

Bò...

E delle altre misure? Del rapporto fra Stato e autonomie? del fatto che con questa riforma si cristallizza una situazione nella quale il governo centrale rimane dominus incontrastato (nonostante la creazione di una fasulla "camera delle autonomie") e può così procedere a mani libere sulla strada delle privatizzazioni (soprattutto di quella della sanità) praticando un doppio scaricabarile, cioè gettando la responsabilità delle sue scelte classiste e a favore della finanza internazionale (quella che ci offrirà tante belle assicurazioni private) dicendo da una parte che "glielo chiede l'Europa", e dall'altra che "le Regioni non sono in grado di assicurare i servizi"? Ne vogliamo parlare, di questo?

Naturalmente, per equilibrio, mi sembra opportuno fornirvi le ragioni particolarmente penetranti esposte dal comitato per il Sì. Dopo di che, sempre per equilibrio, vi segnalo che è sorto anche un comitato per il No: lo hanno costituito alcuni amici di questo blog, a voi noti, fra i quali mi piace ricordare Ugo Boghetta (le cui analisi potete trovare qui, qui, e qui), e Pier Paolo Dal Monte, al quale dobbiamo una icastica disamina della sociopatia liberista (la trovate nel suo blog sul Fatto Quotidiano), oltre a Andrea Magoni e Roberto Buffagni, che tante volte avete letto qui con commenti sempre molto argomentati.

Il comitato si chiama Indipendenza e costituzione, e pone un problema che a noi dovrebbe essere chiaro. Il problema non è fare un plebiscito sul simpatico giostraio di Rignano (quello che vuole a tutti i costi metterla così è lui, forse perché, come già Trippas, sente di aver bisogno di rinsaldare il proprio consenso...). Il problema è approfittare di questa occasione per portare all'attenzione dei nostri concittadini il tema centrale, quello qui che abbiamo imparato ad analizzare grazie ai libri di Giacché e Barra Caracciolo: l'incompatibilità fra Costituzione Italiana e Trattati Europei. Le ragioni di questa incompatibilità evidentemente sfuggono ai promotori di altri comitati per il No, tutti Europa e distintivo (dalla "a" di ANPI alla "z" di Zagrebelski). Questo è uno dei tanti motivi per i quali a me, in particolare, oggi interessa meno che mai "scendere in campo". Perché per vincere bisognerà (bisognerebbe) parlare con persone ed entità che sono oggettivamente state il Male, che hanno creato oggi, difendendo l'euro, i presupposti di quell'austerità che, come sappiamo, era già stata, nella nostra storia, il frutto avvelenato del fascismo, persone che hanno inneggiato ad Efialte Trippas, persone che viaggiano col santino ingiallito di Spinelli sul cruscotto. Insomma: la sentina del dibattito e la fiera del paralogismo: l'Europa che ci salva dalla guerra, la grande moneta per la grande competitività, questa paccottiglia cialtrona e stantia.

Questo, a me, non potete chiederlo. Ma voi, se volete fare qualcosa, dovete dialogare anche con questa roba qui.

Personalmente non mi faccio molte illusioni sul senso strategico di questa battaglia. Come ci siamo detti fin dall'inizio di questo post: abbiamo un problema culturale (quello di chi ha tradito se stesso perché si sentiva migliore degli altri) e un problema politico, quello di un capitalismo assoluto che non conosce freni inibitori perché non conosce, in questa epoca, un modello alternativo. Questi problemi il referendum non ce li risolve. Quando Jacques mi dice: "Sai, in Russia tutti sapevano due cose: che il sistema era fallimentare, e che sarebbe durato per sempre", queste parole suonano consolanti, ma poi, però, riflettendoci, penso che il sistema fallimentare sovietico aveva un'alternativa, militarmente e tecnologicamente ben attrezzata. Dov'è, oggi, l'alternativa al sistema disuguaglianza-debito-crisi-disuguaglianza che vi ho descritto nei miei libri e in questo post? L'unica cosa che possiamo fare è cercare di respingere l'assalto a quei presidi che, in caso di crisi, permettono al capitali di lacerare con cicatrici profonde i diritti del lavoro. Ma possiamo invertire la tendenza?

Su questo ho molti dubbi, ma di una cosa sono certo: diffondere consapevolezza un senso lo ha, sempre. Aiutare il dibattito a uscire dal pantano dello sterile battibecco su Renzi (da lui facilmente derubricabile a una ripicca di rosiconi) per portarci con calma, con pazienza, con tenacia, il tema europeo, è importante. Credo possa contribuire a evitare che venga sottratto troppo terreno al lavoro prima di una ipotetica svolta, che potrebbe essere determinata dalla consapevolezza del capitalismo dominante del fatto che tenere insieme l'Europa nel modo sbagliato non è solo inefficiente (o efficiente, se vuoi dividerla), ma anche molto costoso. Di questo abbiamo parlato più volte, e ogni tanto mi arriva qualche refolo da ovest che induce a una certa speranza. Negli Usa qualcuno sa che il problema esiste. Questo non vuol dire né che voglia risolverlo, né che la soluzione contemplata sia favorevole ai nostri interessi di classe. Ma vuol dire che non dobbiamo arrenderci.

Bene: questo volevo dirvi, nel mio primo maggio. Chi vuole fare qualcosa, ora ha qualcosa da fare: raccogliere firme, organizzare dibattiti, diffondere consapevolezza. Gli servirà a tenersi occupato, e anche, perché no, a capire quanti siamo veramente a pensarla in un certo modo (dato non banale).

Io, per me, ora mi riposo: sto scrivendo e cucinando da questa mattina, e incombe su di me l'incubo di fare i compiti col riottoso Palla.

Un primo maggio cominciato bene, ma finito decisamente male!


(...bè, non è ancora finito: poi ci beviamo tre bottiglie di Amarone con un giornalista e Marco Basilisco, alla faccia vostra...)

martedì 15 dicembre 2015

Stampare moneta: l'esperienza italiana

Sottotitolo: requiem per due espertoni

(...uno vuole essere gentile, ma...)


Lorenzo Marchetti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

In America hanno stampato tanto, non mi risulta che abbiano risolto nulla, in questi anni. Hanno "galleggiato"un po'di piú rispetto ad altri, e ricordiamoci che hanno l'enorme vantaggio che il commercio tra paesi esteri é in dollari. Semplicemente aspettarsi che la gente, a fronte di prestiti facili, e denaro facile, si metta in testa di investire nella ricerca contro il cancro, inventare nuovi fonti energetiche, é utopistico. Non é mai successo. E'buono solo sulla carta. Quello che la gente fa, o meglio, i governi fanno, a fronte di credito facile, é creare bolle. Ora in America sta per riesplodere la bolla del credito (Shale oil companies, prestiti di oltre un trilione a studenti, automobili con interessi fino al 20% a gente cui le banche non facevano credito).

Creare credito dal nulla ha sicuramente contribuito a deindustrializzare gli Stati Uniti, agevolando per 30 anni le economie dell'est asiatico. La deregolamentazione finanziaria ha fatto il resto, facendo esplodere le disparitá sociali, in tutti i paesi occidentali, a moneta sovrana e non.
 

Il fatto che l'euro sia un disastro non lo nega nessuno: ma qua stiamo davanti ad un cambiamento epocale. L'euro é un fenomeno europeo locale, che ha riproposto su scala minore quello che succede fra Cina e USA: la prima crolla perché tutta votata all'export che pero'rimane invenduto perché gli USA stanno facendo austerity.
 

Il target inflazionistico del 2% é irraggiungibile, semplicemente perché la globalizzazione ha schiacciato i salari e ha spostato le fonti produttive all'estero. E finché trovi popolazioni che vivono con 2 euro al giorno, di manodopera a basso costo ce ne é in abbondanza per decenni. Lo sviluppo di robotica e soprattutto telematica non erano previste ai tempi di Keynes.
 

Ci sarebbe anche da aggiungere come viene calcolata l'inflazione: ogni Paese ha i suoi parametri. Per esempio se teniamo conto dell'aumento dei costi di affitto in America l'inflazione é alta, se mettiamo in gioco gli stock borsistici, l'inflazione é schizzata alle stelle.
 

Ancora, prendiamo UK. Londra sta vivendo una bolla immobiliare spaventosa. Hanno creato miliardi di sterline dal nulla. Stanno meglio? i ricchi che affittano sicuramente.

Eppure battono moneta. E hanno saputo gestirsela? non mi pare, non per la "classe media", sicuramente.

Postato da Lorenzo Marchetti in Goofynomics alle 14 dicembre 2015 23:03 



Domenico D'Amico ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

Ma, che sia scritto nei libri di economia, non vuol dire che la stampa di moneta sia mai stata un'opzione praticabile. E infatti non lo è (quasi) mai stato. Un tempo si studiava pure Marx, o Schumpeter (quello bono), figuriamoci; e comunque sempre male e sempre come fosse poesia. Gesell mai, neanche a parlarne; magari solo la versione storpiata da Lord Keynes, lo speculatore di borsa che non ne prendeva una, se non copiava. Poi fece poesia anche lui a Bretton Woods, ma era scena e lui da delegato del governo di sua maestà lo sapeva benissimo. Ma vanesio, ci teneva ad apparir giusto, alle posterità. Adesso queste cose non si studiano neanche più come poesia, e le pagine qui scannerizzate le fanno saltare a piè pari o al limite recitar in concisa prosa, tanto per...
La verità è che le manovre dei banchieri centrali, quelle raffinate di cui pochi economisti sanno, o capiscono le implicazioni politiche e storiche, nelle università e nei testi di economia semplicemente non ci sono, quindi non si studiano. Non si studia Schacht, né Montagu Norman, non si studia Burns, non si studiano i report della Banca d'Italia, le loro raffinatezze, né quelli della Bis, o i Survey of Current Businnes della Bea; ancor meno si studia la storia monetaria bancaria nel suo concreto dispiegarsi, quella degli yankees di Boston, l'Haute Finance evocata da Polanyi, o raccontata da Alexander del Mar. Piuttosto si fa modellistica su commissione (bancaria quasi sempre), si fanno mappe di una realtà incontenibile, se non da decisioni di chi gestisce le vere leve, quello politico-monetarie-militari-lobbistiche che plasmano e decidono senza alcun ritegno.
E allora non si comprende la realtà, se si studia l'economia in quel modo, questa è l'amara verità che si capisce dopo aver fatto quel percorso, e poi rifatto alla rovescia; ma solo se si tengono occhi ed orecchie aperte.
E in ogni caso, certe cose(la stampa di moneta da parte del tesoro come soluzione) on line vengono dette - magari all'amatriciana e senza offesa per la ridente Amatrice - da anni, da dilettanti e molto meglio di sedicenti esperti del nulla, noiosi quanto il mondo a due dimensioni delle loro matrici.
E tutto questo petulante rivendicare primigenie, avanguardismo, è quanto meno inadeguato e infine semplicemente non corrispondente al vero: come sempre, alla fine, la realtà s'incaricherà di dare a chi spetta cosa.

Postato da Domenico D'Amico in Goofynomics alle 15 dicembre 2015 17:57 



Ma perché? Perché? Perché appena si parla di moneta la gente sclera? Qui mi sembra di essere tornato indietro di quattro anni, all'inizio del nostro percorso, quando il nostro lavoro di divulgazione non aveva ancora contribuito ad alzare il livello del dibattito, costringendo i nostri avversari a battersi su un terreno sul quale non potevano che perdere: quello dei dati.

Forse aveva ragione uno di voi, particolarmente arguto, ma non ricordo chi fosse (e mi pare che commentasse sullo sbilifesto), il quale sconsolato mi diceva: "Sa, laggente si portano dietro il trauma infantile di quando, richiesta la mamma del perché in cambio di un foglietto di carta si potesse avere un gelato, non si videro dare una risposta coerente...". Certo, la prima non risposta della mamma, capisco sia un trauma, e un lutto da elaborare.

Allora vedo di aiutarvi, cari amici...

Non entro nel delirio di Lorenzo, assolutamente irrecuperabile (e me ne spiace per lui). Mi limito a farvi notare un simpatico dettaglio del suo saccente profluvio di luoghi comuni (peraltro, del tutto fuori luogo dati gli intenti del mio post, ben chiari alla maggior parte dei lettori): la sua esilarante teoria secondo la quale saremmo in deflazione "perché oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiiiina!". Come dice lui, "Il target inflazionistico del 2% é irraggiungibile, semplicemente perché la globalizzazione ha schiacciato i salari e ha spostato le fonti produttive all'estero." Cosa c'è che non va con questo argomento? Un paio di cose. Il primo è che è in contrasto logico con la maschia e virile (e fasulla) etica che impronta tutto il "ragionamento": quella secondo cui "stampare moneta" (ovvero, procedere al finanziamento monetario del deficit), sarebbe fare "credito facile" che "crea bolle" e distoglie le persone dalle loro responsabilità, impedendo loro di impegnarsi seriamente nell'"inventare nuove fonti energetiche" o nella "ricerca contro il cancro" (tutte attività notoriamente portate a termine da un settore privato debitamente disciplinato dal gold standard, come saprete...). Bene: se il problema è che la "moneta facile" (checché ciò voglia dire) rende irresponsabili, è tanto più vero che rende irresponsabili dare la colpa agli altri (la Cina)! I quali altri, va detto, sono sempre esistiti, e si sono sempre fatti pagare meno di noi, perché noi, finché abbiamo saputo gestirci nel rispetto delle nostre diversità, siamo sempre stati davanti a loro. E qui si vede la seconda cosa che non va! Da che mondo e mondo conviviamo con espertoni che la sanno luuuuuunga e che elargiscono insegnamenti etici (non essendo filosofi ma...), sempre scaricando la colpa sui soliti noti! Guardate ad esempio Alessandro Rossi, segnalato dal geniale Gondrano. Lui è un imprenditore, e quindi, giustamente, vuole pagare poco gli operai. E allora che si inventa? Che gli economisti sono tutti coglioni e lui l'unico furbo, e, naturalmente, che "oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiina!":


Tanto per capirci, se le cose stessero come dice il Rossi, o il Marchetti, non avremmo avuto negli anni '70 inflazione a due cifre, semplicemente perché a quell'epoca la Ciiiiiiiiiiiiiina aveva un reddito medio pro capite da Africa subsahariana! La Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiiina c'è sempre stata, ma la deflazione no, ed è un po' riduttivo attribuire la deflazione alla Ciiiiiiiiiiiiiiiiiina oggi, che i suoi salari stanno crescendo a tassi da noi dimenticati. Uno potrebbe dire: "Bè, ma negli anni '70 la Ciiiiiiiiiiiiiiiina con noi non commerciava, il suo mercato era isolato....". Ah sì? Peccato che Rossi ci faccia notare che già a fine '800 i suoi lavoratori erano in concorrenza coi nostri! Quindi forse le cose non stanno come dice il nostro amico, e se non bastasse la sua sicumera, a dimostrarlo varrà questo semplice esercizio di logica, assistito da una illustre testimonianza storica.

Sed de hoc satis.

Procediamo con la new entry, la quale, del tutto ignara di netiquette, viene a spiegarci che lui la sa luuuuuunga, e che il finanziamento monetario non è mai stato una concreta possibilità, perché [supercazzola austriano-signoraggiaia a piacere a base di Gesell e Del Mar, o in mancanza di meglio di Auriiiiiiiiiiiiiiiiiiiti].

Faccio una premessa.

Ci sono molti modi per dimostrare di non essere un fulmine di guerra, e naturalmente non c'è alcun problema a non esserlo: il mondo è bello perché è vario. Tuttavia, anche senza essere un fulmine di guerra, bisognerebbe essere in grado di afferrare la differenza fra non demonizzare uno strumento lecito di politica economica (quello che esortavo a fare nel mio post), e considerarlo una panacea (intento che i due dilettanti concordemente mi attribuiscono, senza alcun fondamento: preciso che li definisco dilettanti perché non ho trovato una singola pubblicazione scientifica a loro nome, e che dilettarsi non è un'attività disprezzabile, anzi! Ognuno si diverte come vuole e come può...).


Ma Dio santo, collocatevi!

Se non siete economisti, datevi una vernice di umiltà!

Si scrosta subito, ma sempre meglio quella dell'asfalto, che poi non vi scrostate più!

Non è possibile intervenire ex cathedra con tanta sicumera su cose delle quali si sa tanto poco!

La supercazzola su Gesell, se la cercate, vedete che il nostro nuovo amico la ripropone identica urbi et orbi: sa solo quello, mentre qui abbiamo fatto un discorso più articolato. Vorrei chiarire una cosa: non è perché avete dei dischetti di metallo in tasca che potete parlare di economia, come non è perché avete un cervello in testa (forse) che potete fare i neurologi.

Segue dimostrazione.

La "stampa di moneta" non è mai stata un'opzione praticabile? Parliamone. Ci saranno i dati, no?

Allora: io purtroppo dilettante non sono. In effetti, mi diletto sempre meno, e credo si veda. Fa parte del mio percorso di professionista anche una tesi di dottorato sul debito pubblico italiano, incluso, guarda un po', il debito monetario, cioè quello detenuto dalla Banca centrale: di fatto, la contropartita dell'emissione di moneta. Precisazione (restando sul semplice): la Banca centrale può intervenire acquistando titoli di Stato o all'emissione (sul cosiddetto mercato primario), o dopo l'emissione (sul cosiddetto mercato secondario). Le operazioni sul mercato secondario sono dette operazioni di mercato aperto, servono a regolare la liquidità del sistema, e non sono quindi di per sé assimilabili a monetizzazione del fabbisogno (dettagliuccio che a Munchau sfugge, ma passons). Sono monetizzazione del fabbisogno gli acquisti sul mercato primario, oltre, ovviamente, all'eventuale stampa di biglietti del Tesoro (che, questi sì, sono sempre stati una componente trascurabile del finanziamento) e all'uso dello scoperto di conto corrente di tesoreria.

Vi prego di notare la differenza fra le due operazioni, che poi è una differenza fra stock (quello di debito esistente) e flussi (quello di nuovo debito collocato in un'asta). Si potrebbe dire che un'operazione di acquisto sul mercato aperto monetizza il debito (perché la Banca centrale rastrella titoli pubblici dal mercato, riducendo lo stock di debito pubblico e convertendolo in moneta), mentre gli acquisti sul primario monetizzano il deficit (perché di fatto "coprono" con emissione di moneta una parte del fabbisogno da finanziare). In entrambi i casi la Banca centrale retrocede al Tesoro gli interessi sui titoli acquistati e quindi queste operazioni, nel bilancio consolidato del settore pubblico (in cui, una volta, confluivano Tesoro e Banca centrale), non hanno un costo in termini di tasso di interesse (altra fissa incomprensibile dei signoraggiai, di cui ci occupammo a suo tempo).

Per farvi capire quanto sia stato trascurabile il fenomeno dell'emissione monetaria in Italia, vi fornisco prima la composizione del debito pubblico. Quello detenuto dalla Banca centrale è quello "monetizzato". Questo è il disegnino:

tratto dalla mia tesi di dottorato (aka pieiccdì), da cui si desumono alcune cose interessanti.

Primo, che la monetizzazione del debito non è stata del tutto trascurabile! Nel 1976 il 40% del debito, pari a 40994 miliardi di lire, ovvero a 21 miliardi di euro (al cambio irreversibile, e su un debito totale di 52 miliardi) erano detenuti dalla Banca centrale!

Secondo, che il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia ha ovviamente influito sulla monetizzazione del debito, riducendola, ma non ne è stato condizione necessaria: la percentuale di debito detenuto da BI aveva cominciato a ridursi già dal 1977, il che significa che anche in un contesto di cooperazione, anziché di intralcio, della Banca centrale col Tesoro è possibile scegliere un mix di finanziamento (e più in generale di politica economica) che non necessariamente porti alle carriole di Weimar!

Questo per quanto riguarda il totale dello stock, cioè l'atteggiamento complessivo di politica monetaria dell'epoca. Ma per quel che riguarda la monetizzazione del deficit, cioè la creazione di base monetaria per esigenze di finanziamento del deficit, prevalentemente via acquisti sul primario (cioè alle aste), le cifre quali sono? Era veramente un fenomeno così trascurabile? Era veramente così insostenibile?

La risposta in questo caso ce la dà Spaventa, L. (1984) "La crescita del debito pubblico in Italia: evoluzione, prospettive e problemi di politica economica", Moneta e credito (uno dei tanti articoli letti e riletti mentre preparavo la tesi).

A pag. 256 Spaventa definisce le variabili che poi utilizza nella sua analisi (alla quale io mi rifeci per il mio articolo del 1996 sulla sostenibilità del debito pubblico, articolo che, se interessa, trovate qui, ma che naturalmente vi sconsiglio di leggere: tutta roba teorica, da economisti cialtroni che nulla sanno, tant'è che Antonio Pedone - uno de passaggio - incontrandomi in ascensore mi disse: 'Sa che il suo articolo è interessante? L'ho adottato fra i testi del corso avanzato di Scienza delle finanze'. Capirete che per uno che aveva appena preso servizio come ricercatore erano soddisfazzzzioni. Ho rivisto Pedone alla premiazione del Tramonto dell'euro, e anche quelle son soddisfazzzzioni: secondo me sa, come e più di noi. Gli piacque molto il mio riferimento a Meade e mi segnalò un suo testo, probabilmente la Theory of international economic policy, nel quale Meade descrive in lungo e in largo le diverse modalità di controllo dei movimenti di capitali. Ma capisco anche che alla fine uno si stanchi...):


Il coefficiente di monetizzazione del debito, la lettera greca "mi" (per gli ingiengngngnieri: "mu"), è il rapporto fra la variazione della base monetaria del Tesoro (base monetaria creata a fronte di operazioni di finanziamento del fabbisogno) e il fabbisogno. Sarebbe quella "u" con una zampetta lunga a sinistra (lo dico per i diversamente grecisti...).

Siccome sono cose che si misurano, poi Spaventa ci spiega come si è sviluppata nel tempo questa variabile "trascurabile". Lo fa nella Tabella 4 a p. 268:

Una fonte di finanziamento trascurabbbilissima! Dal 1961 al divorzio il finanziamento monetario ha contato in media per il 37% della copertura del deficit (sto considerando la misura che esclude i BOT messi dalle banche a riserva obbligatoria - possibilità offerta fino al 1976). Ci siamo? Si intuisce la differenza fra un dilettante e un professionista?

Ora, voi direte: "Ma il finanziamento con base monetaria era insostenibbbbile, creava inflazzzzzzione!" Lo direte se fate rima con voi stessi, cioè se siete espertoni. Se invece guarderete i dati (lo so, è faticoso: ho rovinato una famiglia, e una famiglia piuttosto solida, in quattro anni, per metterli insieme e farveli vedere), se guarderete i dati vedrete questo:


Ora, non vi chiedo di essere dei computer umani, ma basta poco a vedere che fra le due serie non c'è tantissima relazione: spesso si muovono insieme, e spesso in senso opposto. Morale della favola: la loro correlazione è debole e negativa: -0.18.

Tornando alla Tabella 4, e con buona pace degli espertoni che " Eh, ma c'era il conto corrente di tesoreria!", due cose sono chiare:

1) che per avere un coefficiente di monetizzazione negativo (come nel 1977) o basso (come nel 1979) il divorzio non era necessario;

2) che per portare rapidamente a zero (dal 1983 e al netto di alcune porcate fatte all'epoca, spiegate in nota) il coefficiente di monetizzazione, il divorzio è stato sufficiente.

Riassumendo:

1) il finanziamento con base monetaria del deficit è stato un fenomeno importante, in media pari a oltre un terzo del deficit per almeno due decenni,

2) esso non sembra particolarmente correlato all'emergenza del fenomeno inflattivo (e chi ha letto IPF sa perché),

3) il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, preso con le modalità e le motivazioni che qui e su Orizzonte48 sono state analizzate in lungo e in largo, ha precluso questa possibilità.

Perché?

Perché sì.

Questi sono dati, questa è letteratura scientifica. Per tutto il resto, c'è il plastico commento del giovine Baroni:

Nicola Baroni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

Ecco, io non sono un economista, ma secondo me sulla questione Duncan ci aveva visto giusto MacDuff. Le prove erano ovunque. Poi mi sta bene il discorso sui BRICS, però in tema di pericoli vedo più il bosco di Birnan a dirla tutta. Oggi c'è il bosco di Birnan!

Posso avere altri due corretti per favore?
Postato da Nicola Baroni in Goofynomics alle 15 dicembre 2015 20:14



(...state giocando con la pelle delle persone, cazzo! Deponete la vostra sicumera. Qui si parla della vita di vostri simili! Non avete un minimo di empatia? Pensate veramente, nella savana della globalizzazione, di essere leoni? Non lo sembrate, ma anche se lo foste, ricordatevi che chi è leone per la gazzella, è bersaglio per il Jarrett. Non Keith: 375... Quindi non conviene, forse, mettersi d'accordo, anziché vagheggiare un mondo a misura di superuomo, pensando di essere tali, col grave rischio di essere deluso dai fatti? Ho compassione di voi, signoraggiai austro-auritiani, e della vostra ignoranza dei fatti e delle cose. La guerra del Vietnam! Ma cazzo, il dilemma di Triffin allora? Eh, quella è teoria... Per favore, rientrate in voi. State al vostro posto. Fatevi questo regalo, qui, e nella vita. Vi ringrazio per avermi offerto la possibilità di mostrare dei dati che, per quanto banali, pochi conoscono, ma ora andate con Dio...)