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sabato 16 settembre 2017

La retorica dell'eccellenza

Il dibattito cui non avete potuto assistere a Maratea, per il quale ringrazio ancora la MADEurope Summer School e in particolare Riccardo Realfonzo, ha toccato in relativamente poco tempo (nonostante fosse quasi il doppio di quello inizialmente previsto: ma il pubblico non si è annoiato) una serie di temi cruciali. Io ho poca memoria, ma due osservazioni di Roberto Pizzuti mi sono rimaste particolarmente vivide in testa, se non altro perché le aveva già fatte in occasione della presentazione del mio primo libro a Roma.

La prima non merita una discussione molto ampia (anche se ovviamente sono disposto a confrontarmi con Roberto su questo laddove lui lo desideri): è l'idea che siccome "fuori" ci sono i mercatoni cattivi (per definizione), abbiamo bisogno di uno Statone buono che ci protegga, che li contenga, e questo Statone sarebbe l'Europa (in attesa di essere, si presume, il Mondo). In questo blog abbiamo dato spazio alle riflessioni di scienziati politici e ai dati di fatto. Il dato di fatto è che concentrare a Bruxelles poteri politici facilita i compiti delle lobby, e che nulla ci garantisce che lo "Statone" che creiamo operi nel nostro interesse, piuttosto che nell'interesse delle diverse decine di burocrati tedeschi che lo infestano. Il resto è wishful thinking. Poi ci sono le riflessioni degli scienziati politici sulle inefficienze del modello di integrazione che "abbiamo scelto" (traduzione: ci è stato imposto dalle potenze vincitrici dopo la Seconda Guerra Mondiale), ma queste le conoscete: vi rinvio al libro di Majone, che fa strame di certi argomenti.

La seconda osservazione invece merita un rapido commento, perché evidenzia come in effetti chi difende l'euro, che è una cosa storta, sia costretto a infilarsi in una serie di contraddizioni inestricabili (dalle quali non può uscire che con la retorica del "noi tireremo dritto", dell'"indietro non si torna", insomma: del "me ne frego" - dal che si intuisce che la legge Fiano potrà backfire...).

Ormai nessuno può negare che i paesi europei siano stati costretti dal legame monetario ad adottare la filosofia politica del più importante di loro, che data la sua massa li trascina con sè nell'abisso. Quale abisso? Quello che ti si apre davanti quando decidi di far concorrenza alla Cina sui prezzi, e a questo nobile scopo tagli i salari. L'idea diffusa in Italia è che la Germania debba il suo successo a una massiccia politica di investimenti: questo dicono gli euristi, sottolineando come agendo così, con oculatezza, la Germania abbia conquistato una superiorità tecnologica che le consente di raggiungere inarrivabili livelli di produttività ecc.

Poi, sempre nella stessa frase, i simpatici euristi ti dicono che se siamo in crisi è perché la Germania non fa sufficienti politiche espansive, con le quali sostenere la crescita dell'intera area. E tu chiedi: "Cioè?" E loro rispondono: "Cioè non fa sufficienti investimenti!"

Spettacolo!

Insomma: capita che, se non proprio nella stessa frase, quanto meno nello stesso articolo eurista, la Germania faccia e simultaneamente non faccia abbastanza investimenti!

Resta il dubbio di capire cosa faccia la Germania nei fatti, anziché nelle frasi, ma quel dubbio ce lo siamo tolto a suo tempo, e discende da una ovvia relazione contabile: S-I=X-M, anch'essa spiegata a suo tempo. Il dato è che la Germania soffre di carenza di investimenti e che la sua competitività non si articola quindi esclusivamente su una particolare superiorità etnico-tecnologica, ma beneficia largamente delle politiche di deflazione salariale, come ammettono ormai perfino i tedeschi, il che rende alquanto scandaloso che gli italiani si rifiutino di prenderne atto.

Ma non è questo che voglio farvi notare. Lenin diceva che i fatti hanno la testa dura, e Bagnai sommessamente aggiunge che gli euristi hanno la testa ancora più dura. Non c'è versi di contestare su base fattuale un argomento eurista: del resto, l'eurismo è una ideologia (in molti casi esplicitamente una ideologia di odio verso i paesi o gli individui "deboli") e sarebbe difficile aspettarsi una risposta razionale da chi argomenta sulla base di preconcetti. Voglio fare un'operazione logica diversa: seguire l'eurista nel suo ragionamento. E qui mi saldo all'intervento di Roberto, che, durante il dibattito, ha detto che noi (non ricordo se come Italia o come Europa) stiamo sbagliando con la politica di bassi salari, perché invece dovremmo investire in istruzione e ricerca, per competere sui prodotti ad alto valore aggiunto, dove partiamo da una posizione di vantaggio.

Ora, questa osservazione credo l'abbiate sentita spesso, e suona plausibile: "Basta con l'Italietta che produce solo ciabatte e tegamini! Abbiamo bisogno di un'economia 4.0 (NdCN: la 3.0 ve la ricordate voi? Io no!), tutta banda larga e innovazione, che ci mantenga sulla frontiera della tecnologia, dove eravamo stati messi da Leonardo da Vinci in un periodo in cui in Italia circolavano... no, aspè, questo non è importante...".

Ci siamo capiti, no?

Ecco, l'argomento è noto, ma ragioniamoci un po' su.

Che mondo hanno in mente gli euristi, quelli che ci dicono che in fondo il danno (visibile e ammesso dagli stessi industriali) che la valuta forte arreca alla nostra competitività è una mano santa per il nostro paese, perché "alzandoci l'asticella" (espressione che come "stampare moneta" è un marker significativo) ci condanna all'eccellenza? Al di là del discutibile darwinismo sociale implicito in questo modello (che poi è il darwinismo di tutti i modelli con agenti eterogenei: è un bene che gli inefficienti "muoiano", perché questo alza la produttività media del sistema), la domanda è: ma nel lungo periodo, poi, cosa succede?

Forse, per capire cosa intendo, può essere utile formulare la domanda in modo diverso: nella vostra vita di tutti i giorni, avete bisogno più spesso di una saponetta o di uno spettrometro di massa? Per raggiungere la vostra abitazione al quinto piano vi giovate di un ascensore o di un razzo vettore per satelliti geostazionari?

Sono due domande paradossali, ma non tanto quanto la retorica dell'eccellenza.

Supponiamo di diventare tutti "eccellenti": tutti laureati (altrimenti l'OCSE ci rampogna), tutti impiegati in grandi aziende (altrimenti il Fmi ci rimbrotta), e tutti in settori ad elevata tecnologia (altrimenti la Banca Mondiale chi la sente?), e supponiamo anche di essere tutti molto produttivi (altrimenti la Commissione inarca il sopracciglio), e di aver purgato, in senso staliniano, l'Italia da tutti gli individui "sotto la media" che magari vendono frutta al mercato o costruiscono armadi o posano piastrelle, in modo tale da produrre al minor prezzo possibile i beni ipertecnologici che il resto del mondo tanto appetisce, riportando così in equilibrio la nostra bilancia dei pagamenti e "competendo in eccellenza come la Germania". Questa Italia di superuomini, che a me sembra un sinistro incubo distopico, ma che i nostri illuminati governanti del "cosa fatta capo ha" e i loro intellettuali ci additano come luminoso traguardo, avrebbe risolto tutti i problemi... tranne uno: quello di importare dal resto del mondo tutti i prodotti a basso valore aggiunto, come pane, patate, salame, saponette, acqua minerale, mutande, scarpe, mobili, verdura, ecc.

E l'eurista dirà: "Poco male! Tanto esportando un ciclosincrotrone a Vanuatu possiamo comprarci tutta la produzione di patate della Germania...".

Ecco, ma appunto forse sfugge un dettaglio, anzi due: il primo è che il ciclosincrotrone non si mangia (anche se fritto viene buono tutto...), la patata sì; il secondo, incidentalmente, è che la Germania, e in generale i paesi core dell'Europa, chissà perché, la loro agricoltura e i loro settori "maturi" (banche territoriali incluse) li difendono, anziché denigrarli e accusarli di essere la palla al piede del paese.

Sarà perché preferiscono mantenere dei minimi margini di autosufficienza (anche alimentare)?

Insomma: mi avete capito. Devo ancora cominciare a parlarvi di statistica, e prometto che lo farò. Intanto, voglio invitarvi a diffidare di due medie, che nella prassi politica si presentano a coppie, come i carabinieri e un'altra cosa che non mi ricordo: la media di Trilussa, che è quella secondo cui io mi mangio un pollo e tu digiuni, e la media di Pizzuti, quella che si raggiunge quando tutta una collettività nazionale è sopra la media! Ora, il dato è che una popolazione non può essere tutta sopra la propria media, e questo non solo perché logicamente è impossibile, ma anche perché, come ho cercato di farvi capire, economicamente è inopportuno. La retorica dell'eccellenza è semplicemente la veste presentabile della prassi mercantilista: devo essere più bravo di te perché così camperò vendendo i miei prodotti a te (che comprerai, a vita...). Ma il mondo non può funzionare così, e, fra l'altro, è la stessa teoria delle aree valutarie ottimali a sconsigliare una simile rincorsa dell'ottimo (o, se preferite, un simile eccidio degli inefficienti). Lo chiarì Kenen nel 1969 che una eccessiva specializzazione espone i membri di una unione monetaria a "shock idiosincratici": se l'Italia produce solo pizza, o solo ciclosincrotroni, uno shock che colpisca uno di questi due mercati la mette in ginocchio. Il problema non è il valore aggiunto del bene prodotto. Il problema è che un paese di dimensioni non banali (alcune decine di milioni di abitanti) già in condizioni normali dovrebbe attrezzarsi per avere una base produttiva diversificata, per non dipendere interamente dall'estero. Se poi entra in una unione monetaria, questa esigenza di parziale o totale autonomia, da mera considerazione di opportunità politica, diventa condizione necessaria per la sopravvivenza del sistema.

Nel meraviglioso mondo distopico degli euristi e degli eurocrati il nostro paese sarebbe più fragile economicamente: le cose ad alto valore aggiunto sono anche quelle che costano di più, cioè le prime alle quali si rinuncia in caso di crisi (con l'ovvia eccezione delle armi, che però sollevano un problema etico). Chiaro quindi il punto, no? "Fare sistema", e slogan simili, non significa diventare tutti Pico della Mirandola. Significa immaginare una società nella quale ci sia un posto anche per l'idraulico e il fruttivendolo.

Ma questo chi è accecato dall'ideologia non lo ammetterà mai, e a chi non è accecato forse è superfluo dirlo...

domenica 12 marzo 2017

Gli olandesi sono contenti?

Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.

Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).

Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.

Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.

(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)

La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?

Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.

Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.

Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.

Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.

Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:

Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.

Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:


(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).


Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.

Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).

Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:

ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.

Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.

Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).

Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):


Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:

Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.

Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:


Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:


Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).

Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:

Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.

Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:


E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.

Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.

Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.

Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:

Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.

Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.

Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.

Che conclusioni trarre da tutta questa storia?

Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.

Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.

Si apra la discussione...

domenica 6 novembre 2016

La madre dei piddini, ovvero l'economia del dr. Livore

Allora: prima di iniziare devo darvi alcune safety instruction. Per la lettura di questo post è necessario un paio di mollette, o un sacchetto di carta.

Li avete in casa?

Siete pronti?

Bene: applicate le mollette alle narici, e godetevi questi capolavori:

Giorgio T. ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il ritorno delle SS":

Negli ultimi dieci anni la sinistra ha finalmente dato a tutta la classe media dei dipendenti e dirigenti statali, un status sociale ed economico a cui per anni agognava.In mezzo all'orda di barboni ex imprenditori falliti, di operai cassaintegrati ex Mr faccio tanti straordinari, di bancari senza più cravatte, e mercanti senza più BME, svettano i dorati cedolini dei loro celestiali contratti a tempo indeterminato dei dipendenti pubblici,con le loro mega tredicesime, ferie garantite e squilli di tromba all'ingresso negli oblò bancari. Loro, che tanto si erano sacrificati per le opere di spirito è di servizio, quando tutti cercavano il mero lucro, finalmente eccoli nella top ten delle sicurezze ambite. Grazie sinistra, grazie per aver ristabilito il più desiderabile degli ordini sociali e a lasciare che sia qualcun altro, certamente ben più saggio, ad occuparsi delle rogne dell'economia.

Postato da Giorgio T. in Goofynomics alle 6 novembre 2016



a.masotti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il ritorno delle SS":

La perdita di salario subita dai dipendenti pubblici e quelli delle aziende private, artigianato , piccola industria e piccoli imprenditori in generale non e' stata uguale.
Nel 2013 lo stipendio medio dei dipendenti pubblici e' stato di 35.000 euro , quello dei dipendenti privati 25.000 (circa) .
I dipendenti pubblici hanno avuto i contratti bloccati ma non hanno perso il lavoro per poi troverne un'altro ad un importo della meta' o visto ridurre i fatturati del 50% con le banche che chiedono il rientro .
Facendo due conti brutali :
Costo dipendenti pubblici (dato 2013) 159 miliardi di euro
PIL italiano 2013 1362 miliardi di euro
Percentuale spesa per pubblici dipendenti su PIL 11,67%
Costo dipendenti pubblici se prendessero come privati 113,57 miliardi di euro
Differenza 45,43 miliardi di euro
In % di pil 3,34%
Le imposte sulla casa ed altro patrimonio sono in % di PIL nel 2013 il 2,7
Conclusione:
il governo Monti ha massacrato la classe media per mantenere costante il reddito (incomprimibile e base elettorale del PD ) del pubblico impiego .
Se la compressione dei salari fosse andata tutta a favore del capitale avremmo la fila di gente che fa investimenti e nuove aziende.
Io non vedo nulla del genere: vedo invece dipendenti pubblici sempre piu' grassi e sempre piu' dediti alla difesa di "diritti acquisiti" che sono privilegi.
Non vi puo' essere solidarieta' con chi ti ruba nel portafoglio per mangiare anche la tua meta' del pollo di Trilussa .

Postato da a.masotti in Goofynomics alle 5 novembre 2016 19:02  




Bene...

Ora toglietevi le mollette, vi porto a respirare aria più pura, quella dei  "chiari e veri e istruttivi numeri della statistica". Sollevandovi alla loro altezza potrete liberarvi dai soffocanti miasmi dei piccoli dottor Livore (la famosa puzza di fritto della suocera abruzzese, come ricorderete...).

Vi fornisco due elaborazioni: i redditi da lavoro dipendente pro capite, ottenuti dividendo i redditi interni da lavoro dipendente per gli occupati di fonte Istat, e espressi in euro, e come numero indice. Vediamo se questi numeri confermano il dato dal quale partono i nostri estemporanei analisti:



A occhio e croce direi di no. In effetti, sia le retribuzioni del manifatturiero che quelle della PA erano sopra la media nel 1999. Ma è evidente come a partire dal 2010 la dinamica delle retribuzioni della PA si sia avviata su un percorso discendente (e per quanto mi riguarda credo di avere gli scatti bloccati dal 2007 o dal 2008, forse qualcuno di voi lo sa meglio di me: io purtroppo ho il difetto opposto a quello dei piccoli dr Livore tutti astio e risentimento sociale...). Ciò smentisce la fantasiosa idea che Monti abbia mantenuto costante il reddito dei pubblici dipendenti, base elettorale del PD. Monti ha mantenuto le retribuzioni pro capite dei dipendenti pubblici sulla traiettoria discendente sulla quale erano state poste da Berlusconi, come risulta dalla lettura dei dati:


Quali siano stati i provvedimenti legislativi sottostanti a questa tendenza non lo so, perché non sono né uno statale avido, né un economista del lavoro. So quale ne era la logica macroeconomica: reperire risorse a beneficio dei creditori esteri (non necessariamente quelli del nostro paese).

Per completezza di informazione, vi segnalo che se consideriamo le retribuzioni, invece dei redditi (togliendo cioè di mezzo il cuneo fiscale), la dinamica è sostanzialmente identica (solo, ovviamente, tutta trasposta verso il basso, perché vengono sottratti i contributi sociali):


Da dove vengano i conti di Masotti non lo so. Sarebbe bello che chi interviene qui citasse le sue fonti, così, mica per niente: per farci capire che certe esternazioni non si basano esclusivamente sul proprio astio, ma hanno una base non dico più solida (che l'astio di certi figuri è inscalfibile più del diaspro), ma almeno meno soggettiva. Invece no: lui fa "calcoli brutali", il che lo qualifica come bruto, ma non ci fa andare avanti da nessuna parte.

Se essere pagato è un privilegio, allora faccio notare che sono privilegiati anche i dipendenti del manifatturiero: anche loro hanno una retribuzione sopra la media (ottenuta dividendo il totale delle retribuzioni in tutti i settori per il totale dei dipendenti). Sorpresona, vero? Direi di no. In un'economia occidentale il 70% del valore aggiunto (a spanna) lo fanno i servizi, e di questi non sono tanti quelli a alto valore aggiunto. Forse, quando facciamo calcoli brutali, dovremmo anche chiederci chi è pagato per fare cosa. Il signor Masotti, forse, vuole che un chirurgo di una clinica universitaria sia pagato quanto un portalettere. E io gli auguro, ove mai (Dio non voglia!) l'eventualità dovesse presentarsi, di vedere soddisfatte le proprie ambuzioni, e di essere affidato alle cure di un simile chirurgo, o anche, perché no: di un portalettere!

La madre dei "calcolatori brutali" è sempre incinta, ma se darwinismo sociale deve essere, allora darwinismo sociale sia! Lasciamo che ognuno viva nel mondo che prefigura per gli altri: vivremo tutti meglio, se non altro perché lo spazio a disposizione aumenterà rapidamente.

Il blocco dei contratti e del turnover porterà le retribuzioni medie del pubblico impiego sotto quelle del manifatturiero abbastanza in fretta. Avremo così placato Giorgio T. e a.masotti (manca sempre qualcosa, avete notato)?

Dopo di che, tanto per prevenire le obiezioni dei dilettanti, faccio notare che fra il 1999 e il 2015 il monte salari totale è aumentato del 36%, quello del manifatturiero del 48%, e quello del settore pubblico del 38% (perché, come mostrano tutti i grafici, in una prima fase la dinamica delle sue retribuzioni è stata più sostenuta: ma questa fase si è conclusa sei anni fa, durante i quali i calcolatori brutali hanno dormito); tuttavia, nello stesso periodo, il Pil nominale del paese (cioè la somma di tutti i redditi, da lavoro e da capitale) è aumentato del 40%, il che significa che i dipendenti pubblici (e la media dei lavoratori dipendenti) hanno visto erosa la propria quota di reddito da lavoro dipendente sul totale dei redditi.

Ai dipendenti del manifatturiero è andata meglio, almeno da questi "calcoli brutali", il che, accettando la logica neoclassica del ragionamento di Masotti, è coerente con quanto lui osserva: non sono scesi abbastanza lungo la curva di domanda...

(...ovviamente voi avete letto l'ultimo libro di Sergio, giusto?...)

Questo per i dati, che se non siete in grado di scaricare da qui, potete verificare comodamente qui (il foglio è un po' disordinato, magari mi aiutate a trovare eventuali errori).

E ora vi lascio, che è arrivato un amico. Sono dai Busto Garolfo Cops a parlare di Brexit, e mi diverto un mondo. A proposito: io sono Sugar, e Claudio Borghi è Dexter. E nel caso non vi ricordaste di cosa sto parlando, questo è un aiutino per la vostra memoria...



(...sì, va bene, io non sto tanto attento ai soldi, ma non venitemi a dire che navigo nell'oro, perché altrimenti c'è il rischio che nonostante il mio carattere notoriamente mite e remissivo mi possano anche girare i coglioni...)

(...Bagnaileghistaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!...)

giovedì 20 febbraio 2014

QED 31: la Peugeot et les Boccara.




(...je me crève le cul du matin au soir, sans arrêt. Je ne sors de la fac que pour m’acheter un sachet de salade, je n’ai même pas eu le temps d’aller une seule fois au marché de la place St Marc : vous me permettrez bien de m’amuser un tout petit peu, avec mon amabilité qui est passée en proverbe, n’est-ce pas ? Soyez indulgent avec un pauvre vieux à qui aucun plaisir ne reste, si ce n’est celui de boire du rouge, et de répéter :  « Je vous l’avais bien dit... »)

J’aime la France. Ceci est bien évident à qui me lit, c’est à dire à qui me connait. C’est dans sa littérature que je puise, avec plus ou moins de succès, la force de ma prose, et c’est sa littérature qui me donne les mots quand je n’en ai pas ; c’est ici, en France, que vous me voyez – ou mieux, que vous me lisez – heureux et productif ; c’est ici, en France, que Roberta m’a vu enfin rire, oublier mon fardeau, chez Erick, ce qui en Italie ne peut se passer que dans des circonstances très exceptionnelles, telles que la conjonction de deux astres de ce blog, les deux Marco (Basilisco et P.).

Mais ici je me sens à l’aise, parce que je me sens ailleurs, quoique cette sensation ne soit pas si justifiée, comme vous le verrez par la suite...

J’aime la France, mais, en homme cultivé et respectueux, je ne me leurre pas de la comprendre.

Mais je l’aime toute, même dans ce que mes compatriotes, les Italiens (en supposant qu’ils existent) trouvent détestable.

Je vous fais un exemple : certains d’entre vous ont trouvé écœurants « le risatine, gli ammiccamenti, le offese velate e quelle manifeste che pensavo fossero appannaggio dei vari Boldrin o Bisin di passaggio e invece, hélas, scopro che sono nel DNA dei comunisti francesi coi baffi all'insù », qui ont aimablement agrémenté mon séminaire à Paris XIII, où une moitié de l’audience était de mes lecteurs, et l’autre était composée par la famille Boccara au grand complet. Vous avez loué ma patience, qui passe généralement inaperçue (hélas, ce que le monde est injuste !), la patience du crotale, comme vous le savez bien, mais il ne fallait pas. Car si la France est digne d’amour, c’est surtout parce qu’elle nous offre des bons modèles, et mon modèle, vous le savez bien, reste Palamède :

« Pensez-vous qu’il soit à votre portée de m’offenser ? Vous ne savez donc pas à qui vous parlez ? Croyez-vous que la salive envenimée de cinq cents petits bonshommes de vos amis, juches les uns sur les autres, arriverait à baver seulement jusqu’à mes augustes orteils ? »

Cher Palamède, ce que je te comprends...

Et ce sont plus ou moins tes mots que j’ai dit au fils, celui qui sait exactement comme la courbe en J de la France est faite (c’est surprenant, vous verrez cela sur Youtube), lorsqu’après le débat il m’a approché en me disant une chose de ce genre : « Je suis étonné de la valeur thaumaturgique que vous attribuez au taux de change ». Et moi de répondre : « Ecoutez, cher monsieur, je suis bien habitué à cela, ça c’est de la dialectique qui ne vaut rien du tout ». Et lui : « Je trouve ça insultant ». Et moi : « Faite comme vous voulez. Cela fait maintenant deux heures que vous essayez de m’insulter ». Aurait-il compris ? Je n’en sais rien. Il ne m’avait pas l’air d’avoir lit Proust, ni Marx non plus, d’ailleurs.

Mais, vous voyez, en revenant au point de départ, j’aime aussi ce petit air gonflé, cet air de supériorité, cette obtuse fermeture au dialogue, cela me plait. Ils ne connaissent pas trop bien leur histoire, certains français, car autrement il sauraient bien que « qui s’y frotte s’y pique ». Gare à qui rencontre Taquin le superbe !

Et pourtant le fils avait bien eu l’exemple du père. Car lorsque celui interrompait sans cesse ma réplique à son discours extrêmement creux, tout fait d’appels rhétoriques (« il ne faut pas se résigner, il faut lutter pour changer les choses ! »  - c’est à dire pour rester dans l’euro... Et c’était à moi qu’il le disait, de lutter ! Vous comprenez ? A moi ! C’est à dire à la personne sans laquelle il n’y aurait pas de débat en Italie, on est d’accord ?), lorsque ce monsieur, disais-je, m’interrompait en franchissant les bornes pourtant bien visibles de la politesse (car les frontières, il faut qu’on se le dise, ont leur raison d’être), il m’a été simple de l’inviter à se taire en lui posant une question laquelle lui il n’avait pas de réponse : « Puisque vous vous posez tellement de questions, il faudra bien que vous vous demandiez aussi pourquoi un parti qui faisait plus que 20% maintenant il fait moins que 2% ».

...

Là on nous a gracieusement octroyé un peu de silence pour développer nos arguments, auxquels il n’y a pas eu de véritable réplique.

...

Car il faudra quand-même qu’on se le dise : si vous ne comptez rien, après avoir compté beaucoup, et moi je compte quelque chose, après n’avoir compté rien, c’est que vous n’avez rien compris, et moi j’ai compris quelque chose.


Il y aura le temps de vous expliquer pourquoi vous n’avez rien compris. Ce sera d’autant plus facile que vous le savez très bien. Je suis de l’avis de M. Sapir : dans vos raisonnements il n’y a pas seulement de la mauvaise économie (et d’ailleurs vous avez tout de suite compris qu’avec moi cette route était barrée) : il y a surtout de la mauvaise foi. Votre jeu est clair : vous approprier avec un message faussement critique (lutte au capitalisme) et faussement positif (pas de résignation) d’une partie du marché de l’opposition, du mécontentement, pour vous assurer une petite réussie personnelle dans la vie politique de votre pays. Vous échouerez, parce que c’est la Bible qui le dit : « Ecris à l’ange de l’Eglise de Laodicée : Voici ce que dit l’Amen, le témoin fidèle et véritable, le principe de la création de Dieu. Je connais tes œuvres. Je sais que tu n’es ni froid ni bouillant. Puisses-tu être froid ou bouillant! Ainsi, parce que tu es tiède, et que tu n’es ni froid ni bouillant, je te vomirai de ma bouche. »

Et en effet vous serez vomi de la bouche de l’histoire, mais ce ne sera pas trop douloureux : vous y êtes bien habitués.

Il est donc plus intéressants de rappeler, aujourd’hui, les peux de choses que moi j’ai compris sur la France (sans me leurrer, je me répète, de la comprendre toute : mais vous verrez que j’avais pourtant saisi quelques détails...).

Ah, vous me dites qu’un tel Généreux vient de faire une révélation époustouflante, notamment que M. Mélénchon n’a pas prôné la sortie de l’euro car les communistes s’y seraient opposés !? En êtes-vous bien sûrs ? Il aurait donc renoncé à faire 20% pour écouter le 2% ? Voilà ce qui en effet est bien généreux, de la part d’un politicien. Moi je me suis permis de voir la chose autrement, en 2012, et les faits ne m’ont pas démenti jusqu’à présent. M. Mélénchon était en 2012 ce que M. Tsipras est aujourd’hui : un leurre. Leur raison d’être est (et était) très évidente : neutraliser une partie de l’opposition, en la ramenant au discours néolibéral, après avoir donné aux électeurs la fausse illusion de pouvoir changer quelque chose. Mais les électeurs, en France comme en Italie, ne sont pas si bêtes que vous les faites, mes chers. Et en effet aux législatives le parti qui était crédité par les sondages d’un score au-delà de 17% avant les présidentielles, fit un maigre 7%. Et, comme prévu, Marine la blonde poursuivit sa résistible montée, car la gauche avait fait une erreur majeure : lui avait permis, à elle, à la blonde, de définir par défaut l’agenda politique de la gauche.


« La blonde parle de l’euro ? Donc il ne faut pas en parler. Et si quelqu’un s’avise d’en parler, il suffira de lui dire qu’il est un fasciste ».

Et non, mes chers, ça ne suffit plus, et voilà la première chose que j’ai comprise : que votre stratégie (pourvu qu’elle existe) est suicidaire, et que le niveau de votre débat est vraiment très en retard par rapport à celui du débat italien, ou la gauche néolibérale commence à se poser des questions (et si ceci arrive, c’est parce-que quelqu’un l’a forcée à se les poser).

Ah, vous me dites, en frissonnant d’horreur, que M. Hollande a trahi vos attentes, en adoptant une politique néolibérale, alors que vous aviez vu en lui un espoir de rachat pour les classes ouvrières non seulement de la France, mais de toute l’Europe ? Mais, mes chers messieurs, ceci est aussi triste que prévisible, si fait que je l’avais prévu le 6 mai 2012, lorsque vous étiez tous contents ! 

Il n’est pas méchant, il n’est pas un traitre, M. Allemagne, pardon : M. Hollande. Simplement, il n’avait pas d’autre choix, et les solde sectorielles le montraient d’une façon tellement claire ! Quoi ? Marx n’en parle pas, des soldes sectorielles ? Je n’en serais pas si sûr, et, quoi qu’il en soit, j’imagine qu’il y a plein de choses dont Marx n’a pas parlé : de l’accord de septième de dominante, de la nébuleuse d’Andromède, du cassoulet, du boson de Higgs, des chansons de Pétrarque... Plein de choses... Mais le fait qu’il n’ait pas daigné en parler, chers camarades, n’entraine pas forcement que ces choses n’existent pas, vous êtes d’accord ?  Ores, il s’avère que la trajectoire des soldes sectorielles français était formelle : la France ne pouvait pas se permettre l’euro. Lorsque le solde des partie courantes fléchit inexorablement, comme il le faisait en France et en Italie, il n’y a qu’une solution : soit on laisse agir les prix, donc, on réaligne le taux de change, soit on applique l’austérité, qui coupe les importations et, après, peut-être, relance les exportations (par le biais du chômage, qui force les ouvriers à « se modérer »). Voilà le système que vous défendez: un système qui prevoit la déflation des salaires comme issue obligée.

Et vous, qui êtes si politiciens, qui êtes si clairvoyants, comment pouvez-vous ne pas comprendre que lorsqu’il faut faire ce sale travail, lorsque il faut abattre les revenus des classes subalternes, le capital choisit toujours un boucher au tablier rouge, car sur le tablier rouge les éclaboussures de sang sont moins saillantes ? Qui a massacré les travailleurs allemands ? Schroeder. Qui a massacré les travailleurs italiens ? Le Parti démocratique, par le biais des gouvernements soi-disant « techniques ». Qui est en train de massacrer les français ? M. Allemagne, pardon, Hollande, avec son joli tablier rouge, ou plutôt rose (ce qui fait que les éclaboussures, en effet, commencent à paraitre, et la blonde s’en donne à cœur joie...).

Est-ce une surprise ? Pour vous, peut-être (ce qui explique le rien% auquel vous vous êtes réduits), mais pas pour moi. Désolé, ce n’est pas très élégant de le faire remarquer, mais moi je l’avais compris bien avant que cela se produise : la France est le grand malade d’Europe, et pour cela son gouvernement n’aurait pas eu d’autre choix que celui de trahir ses électeurs.

Et on en vient ici à la troisième chose que j’avais compris (et elle était pourtant bien simple, et sous les yeux de tout le monde), et que ni vous, ni votre allié dans le projet euriste-néolibéral, M. Moscovici, semblez avoir compris, même si entre temps, avec un peu de retard, l’Economist et Newsweek ont daigné s’en apercevoir. Là, je vous assure, je m’en veux, parce-que, comme je vous l’ai dit dès le début, j’aime la France, et c’est très cruel, très impoli, et en tout cas très embarrassant, de devoir dire une vérité désagréable à quelqu’un qu’on aime. Mais il me faut pourtant le faire. J’en souffre (et je crois que cela soit bien visible, pardon, lisible), j’en souffre, mais amicus Plato, sed magis amica veritas.

Vous n’êtes pas en si bon état que vous le croyez, chers amis, et, hélas, je m’étais permis de prévoir cela non seulement dans mon blog et dans mon livre en 2012 (ici la traduction en anglais, faite en 2014 guise de « ce qu’il fallait démontrer »), mais aussi dans des publications scientifiques (si vous voyez ce que c’est...). Vous vous leurrez d’être de la même taille que nos frères, les Allemands, mais il n’en est rien, et M. Feldstein vous en avait bien prévenu en 1997 : « What is clear is that a French aspiration for equality and a German expectation of hegemony are not consistent » (“EMU and international conflict”, Foreign Affairs, vol. 76, n. 6, 1997).

Pauvre M. Moscovici ! Dans la même émission dans laquelle il liquidait M. Sapir comme « économiste d’extrême droite », il s’était aussi avisé de dire que la France n’était pas comme l’Italie. Eh bien, en effet il y a des différences. On pourrait leur donner un coup d’œil, si vous le voulez bien ? Je vous en donne une synthèse dans ce graphique, dans cette joli rosace, ou j’ai choisi le bleu, le rouge, et le noir, qui, comme j’ai récemment appris en visitant la Sainte Chapelle, étaient les couleurs préférés dans les verrières du XIII siècle, c’est à dire d'un âge où les théologiens en savaient d’économie bien plus que les martiens d’aujourd’hui (ce n'est pas une faute de frappe : c'est qu'ils viennent d'une autre planète).


Je vous donne quelques explications, dans le sens de l’aiguille de la montre :

PC c’est la variation du déficit des partie courantes entre 1999 et 2007 (en rapport au Pib);

SP c’est la variation du déficit budgétaire primaire (en rapport au Pib);

SS c’est la variation du déficit budgétaire structurel  (en rapport au Pib);

DP c’est la variation du rapport dette publique/PIB

CH c’est la variation du taux de chômage ;

IN c’est le taux d’inflation moyen ;

CR c’est le taux de croissance moyen ;

...et on a fait le tour ! Il va de soi que vous êtes les bleus, et nous les rouges, et la ligne pointillé représente le zéro. Petite remarque sur les unités de mesure : j’ai choisi la variation lorsque les variables sont des rapports (au Pib, ou aux forces de travail), et j’ai choisi la moyenne lorsque les variables sont des taux de variation. Un choix bien naturel, car en économie ce qui compte est surtout la trajectoire, comme vous le savez bien.

Donc, voyons, en quoi l’économie française aurait-t-elle été tellement meilleure que l’italienne avant la crise, donc sur la période 1999-2007 ?

La rosace, vous le voyez, est construite de telle façon que celui qui est à l’intérieur est le meilleur, sauf sur l’axe de la croissance. En effet, si l’on part d’ici, c’est à dire de CR, on voit que la performance de la France a toujours été meilleure. Par exemple, de 1999 à 2007 la croissance moyenne de la France se situait à 2.2%, 0.5 points plus haut que celle de l’Italie, qui n’était qu’à 1.7%. Un résultat d’autant plus remarquable que sur l’axe de l’inflation (IN), où, d’après les pères de nos patries, il serait mieux de se situer à l’intérieur (c’est à dire, d’avoir un taux de croissance des prix plus petit), la situation est renversée : nous les italiens étions les méchants, avec un taux d’inflation moyen à 2.3%, alors que vous aviez un rassurant 1.8%.

Que c’est beau !

Mais c’est fini les bonnes nouvelles, parce que sur toutes les autres coordonnées, où il faudrait être à l’intérieur, la France, hélas, se trouvait dans une très mauvaise position. Le déficit des parties courantes (PC) a augmenté en France et en Italie, mais en France l’augmentation a été presque double. Le solde budgétaire primaire (SP) a augmenté dans les deux pays dans la même mesure, mais le solde budgétaire structurels (SS) a augmenté en France plus qu’en Italie, ce qui montre que la France aurait pu mieux profiter de sa croissance. Il s’ensuit que la France, où la croissance a été plus rapide, a vu son rapport dette publique/Pib augmenter de 5 points, alors qu’en Italie il diminuait de 10. Et comment cela se fait qu’une économie où l’endettement augmente n’ait pas été capable de faire diminuer d’une façon plus significative le chômage ? En Italie il avait diminué de 5 points, alors qu’en France seulement de 2.

Comment cela se fait qu’avec un état moins austère, avec une augmentation de l’endettement net extérieur, et donc avec plus de ressources mises à disposition de l’économie (ou moins de ressources soustraites), le chômage n’ait pas diminué plus ? C’est à vous de me le dire. Ce que je peux vous dire c’est qu’après cela il ne faut pas se plaindre si la blonde dépasse 30%. Ce n’est même pas politique : c’est purement économique.

Mais... Comment nos pays ont-ils réagi à la crise ? Faisons-en un autre, de tour : voilà la même rosace, pour la période 2008-2013 :



Si l’on regarde la dette publique (DP), bien, la réacion a été exactement la même : une augmentation d’environ 25 points de Pib. Pas mal, n’est-ce pas ?


Mais, encore une fois, cette performance nous montre en réalité la France dans une position plutôt défavorable, car en Italie le Pib (CR) a chuté, avec une croissance moyenne de -1.5%, alors qu’en France la croissance moyenne a été quasiment nulle. Donc, puisque les taux d’inflation (IN) ont été très proches, le fait que la dette publique ait eu la même augmentation dans les deux pays indique une chose : que la politique budgétaire française a été moins rigoureuse. En effet, en France le déficit primaire a augmenté, et le déficit structurel a diminué, mais moins qu’en Italie. Bien sûr, en tant que keynésien je n’ai rien contre une politique fiscale anticyclique, cela va de soi. Mais il y a un petit pépin. Est-ce que vous pouvez bien vous la permettre, cette politique ? La réponse est clairement négative : non. C’est le solde des parties courantes qui le montre (PC) : en Italie il a diminué, en France non. La politique de destruction de la demande intérieure, avouée par M. Monti dans une célèbre interview, a fonctionné. Et ceux qui n’ont pas (encore) détruit leur demande intérieure, qu’est-ce qu’ils font ? Ils continuent à s’endetter avec le reste du monde.

Ceci était bien prévisible. Ce n’est pas par hasard que vous avez besoin des chinois pour faire survivre Peugeot. Je vous explique comment ça marche, c’est très simple. Vous êtes en train de vendre l’usine Peugeot à l’étranger car vous ne réussissez plus à vendre ses produits à l’étranger. C’est simple : vous vendez la Peugeot car vous ne vendez plus assez de Peugeot. Si on a un problème de compétitivité, on s’endette avec l’étranger, et lorsqu’on est endetté il faut vendre les bijoux de famille. Ce n’est pas nouveau. Il y a un autre pays européen qui a beaucoup d’analogies avec la France, vous le savez ? Son nom commence par F, ses habitants se croyaient meilleurs que les autres, et j’avais prévu sa chute dans mon livre (à p. 29). Ah, vous avez compris, maintenant: c'est la Finlande.

Nous sommes donc dans la même situation, mais avec une différence, ou peut-être deux. La première est qu’en effet nos finances publiques, compte tenu de leur trajectoire avant la crise, et de leur état après le stress auxquelles elles ont été soumises par les politiques d’austérité, sont dans un état relativement plus solide que les françaises. La deuxième est que nous, de nos problèmes, nous nous en rendons compte, et nous commençons à en parler. Ce n'est pas la politique de l'autruche, des rencontres à huis clos. C'est fini chez nous.

A ma rentrée, le 7 mars, je serai avec d’autres économistes pour en parler dans une rencontre organisé par le Parti Démocratique. Imaginez-vous un colloque organisé par M. Moscovici sous le titre « Titanic Europe » ! Ce n’est pas imaginable, n’est-ce pas ? En Italie oui. Et, si vous le voulez bien, mais même si vous ne le voulez pas, ceci dépends aussi du fait que les trois choses que je sais m'ont aidé à vendre à peu près 20000 copies de mon livre.


Amicalement.

Un économiste qui ne connait pas la courbe en J de son pays (mais connait bien la littérature du vôtre).



(...e fra le righe si legge?...)