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sabato 16 settembre 2017

La retorica dell'eccellenza

Il dibattito cui non avete potuto assistere a Maratea, per il quale ringrazio ancora la MADEurope Summer School e in particolare Riccardo Realfonzo, ha toccato in relativamente poco tempo (nonostante fosse quasi il doppio di quello inizialmente previsto: ma il pubblico non si è annoiato) una serie di temi cruciali. Io ho poca memoria, ma due osservazioni di Roberto Pizzuti mi sono rimaste particolarmente vivide in testa, se non altro perché le aveva già fatte in occasione della presentazione del mio primo libro a Roma.

La prima non merita una discussione molto ampia (anche se ovviamente sono disposto a confrontarmi con Roberto su questo laddove lui lo desideri): è l'idea che siccome "fuori" ci sono i mercatoni cattivi (per definizione), abbiamo bisogno di uno Statone buono che ci protegga, che li contenga, e questo Statone sarebbe l'Europa (in attesa di essere, si presume, il Mondo). In questo blog abbiamo dato spazio alle riflessioni di scienziati politici e ai dati di fatto. Il dato di fatto è che concentrare a Bruxelles poteri politici facilita i compiti delle lobby, e che nulla ci garantisce che lo "Statone" che creiamo operi nel nostro interesse, piuttosto che nell'interesse delle diverse decine di burocrati tedeschi che lo infestano. Il resto è wishful thinking. Poi ci sono le riflessioni degli scienziati politici sulle inefficienze del modello di integrazione che "abbiamo scelto" (traduzione: ci è stato imposto dalle potenze vincitrici dopo la Seconda Guerra Mondiale), ma queste le conoscete: vi rinvio al libro di Majone, che fa strame di certi argomenti.

La seconda osservazione invece merita un rapido commento, perché evidenzia come in effetti chi difende l'euro, che è una cosa storta, sia costretto a infilarsi in una serie di contraddizioni inestricabili (dalle quali non può uscire che con la retorica del "noi tireremo dritto", dell'"indietro non si torna", insomma: del "me ne frego" - dal che si intuisce che la legge Fiano potrà backfire...).

Ormai nessuno può negare che i paesi europei siano stati costretti dal legame monetario ad adottare la filosofia politica del più importante di loro, che data la sua massa li trascina con sè nell'abisso. Quale abisso? Quello che ti si apre davanti quando decidi di far concorrenza alla Cina sui prezzi, e a questo nobile scopo tagli i salari. L'idea diffusa in Italia è che la Germania debba il suo successo a una massiccia politica di investimenti: questo dicono gli euristi, sottolineando come agendo così, con oculatezza, la Germania abbia conquistato una superiorità tecnologica che le consente di raggiungere inarrivabili livelli di produttività ecc.

Poi, sempre nella stessa frase, i simpatici euristi ti dicono che se siamo in crisi è perché la Germania non fa sufficienti politiche espansive, con le quali sostenere la crescita dell'intera area. E tu chiedi: "Cioè?" E loro rispondono: "Cioè non fa sufficienti investimenti!"

Spettacolo!

Insomma: capita che, se non proprio nella stessa frase, quanto meno nello stesso articolo eurista, la Germania faccia e simultaneamente non faccia abbastanza investimenti!

Resta il dubbio di capire cosa faccia la Germania nei fatti, anziché nelle frasi, ma quel dubbio ce lo siamo tolto a suo tempo, e discende da una ovvia relazione contabile: S-I=X-M, anch'essa spiegata a suo tempo. Il dato è che la Germania soffre di carenza di investimenti e che la sua competitività non si articola quindi esclusivamente su una particolare superiorità etnico-tecnologica, ma beneficia largamente delle politiche di deflazione salariale, come ammettono ormai perfino i tedeschi, il che rende alquanto scandaloso che gli italiani si rifiutino di prenderne atto.

Ma non è questo che voglio farvi notare. Lenin diceva che i fatti hanno la testa dura, e Bagnai sommessamente aggiunge che gli euristi hanno la testa ancora più dura. Non c'è versi di contestare su base fattuale un argomento eurista: del resto, l'eurismo è una ideologia (in molti casi esplicitamente una ideologia di odio verso i paesi o gli individui "deboli") e sarebbe difficile aspettarsi una risposta razionale da chi argomenta sulla base di preconcetti. Voglio fare un'operazione logica diversa: seguire l'eurista nel suo ragionamento. E qui mi saldo all'intervento di Roberto, che, durante il dibattito, ha detto che noi (non ricordo se come Italia o come Europa) stiamo sbagliando con la politica di bassi salari, perché invece dovremmo investire in istruzione e ricerca, per competere sui prodotti ad alto valore aggiunto, dove partiamo da una posizione di vantaggio.

Ora, questa osservazione credo l'abbiate sentita spesso, e suona plausibile: "Basta con l'Italietta che produce solo ciabatte e tegamini! Abbiamo bisogno di un'economia 4.0 (NdCN: la 3.0 ve la ricordate voi? Io no!), tutta banda larga e innovazione, che ci mantenga sulla frontiera della tecnologia, dove eravamo stati messi da Leonardo da Vinci in un periodo in cui in Italia circolavano... no, aspè, questo non è importante...".

Ci siamo capiti, no?

Ecco, l'argomento è noto, ma ragioniamoci un po' su.

Che mondo hanno in mente gli euristi, quelli che ci dicono che in fondo il danno (visibile e ammesso dagli stessi industriali) che la valuta forte arreca alla nostra competitività è una mano santa per il nostro paese, perché "alzandoci l'asticella" (espressione che come "stampare moneta" è un marker significativo) ci condanna all'eccellenza? Al di là del discutibile darwinismo sociale implicito in questo modello (che poi è il darwinismo di tutti i modelli con agenti eterogenei: è un bene che gli inefficienti "muoiano", perché questo alza la produttività media del sistema), la domanda è: ma nel lungo periodo, poi, cosa succede?

Forse, per capire cosa intendo, può essere utile formulare la domanda in modo diverso: nella vostra vita di tutti i giorni, avete bisogno più spesso di una saponetta o di uno spettrometro di massa? Per raggiungere la vostra abitazione al quinto piano vi giovate di un ascensore o di un razzo vettore per satelliti geostazionari?

Sono due domande paradossali, ma non tanto quanto la retorica dell'eccellenza.

Supponiamo di diventare tutti "eccellenti": tutti laureati (altrimenti l'OCSE ci rampogna), tutti impiegati in grandi aziende (altrimenti il Fmi ci rimbrotta), e tutti in settori ad elevata tecnologia (altrimenti la Banca Mondiale chi la sente?), e supponiamo anche di essere tutti molto produttivi (altrimenti la Commissione inarca il sopracciglio), e di aver purgato, in senso staliniano, l'Italia da tutti gli individui "sotto la media" che magari vendono frutta al mercato o costruiscono armadi o posano piastrelle, in modo tale da produrre al minor prezzo possibile i beni ipertecnologici che il resto del mondo tanto appetisce, riportando così in equilibrio la nostra bilancia dei pagamenti e "competendo in eccellenza come la Germania". Questa Italia di superuomini, che a me sembra un sinistro incubo distopico, ma che i nostri illuminati governanti del "cosa fatta capo ha" e i loro intellettuali ci additano come luminoso traguardo, avrebbe risolto tutti i problemi... tranne uno: quello di importare dal resto del mondo tutti i prodotti a basso valore aggiunto, come pane, patate, salame, saponette, acqua minerale, mutande, scarpe, mobili, verdura, ecc.

E l'eurista dirà: "Poco male! Tanto esportando un ciclosincrotrone a Vanuatu possiamo comprarci tutta la produzione di patate della Germania...".

Ecco, ma appunto forse sfugge un dettaglio, anzi due: il primo è che il ciclosincrotrone non si mangia (anche se fritto viene buono tutto...), la patata sì; il secondo, incidentalmente, è che la Germania, e in generale i paesi core dell'Europa, chissà perché, la loro agricoltura e i loro settori "maturi" (banche territoriali incluse) li difendono, anziché denigrarli e accusarli di essere la palla al piede del paese.

Sarà perché preferiscono mantenere dei minimi margini di autosufficienza (anche alimentare)?

Insomma: mi avete capito. Devo ancora cominciare a parlarvi di statistica, e prometto che lo farò. Intanto, voglio invitarvi a diffidare di due medie, che nella prassi politica si presentano a coppie, come i carabinieri e un'altra cosa che non mi ricordo: la media di Trilussa, che è quella secondo cui io mi mangio un pollo e tu digiuni, e la media di Pizzuti, quella che si raggiunge quando tutta una collettività nazionale è sopra la media! Ora, il dato è che una popolazione non può essere tutta sopra la propria media, e questo non solo perché logicamente è impossibile, ma anche perché, come ho cercato di farvi capire, economicamente è inopportuno. La retorica dell'eccellenza è semplicemente la veste presentabile della prassi mercantilista: devo essere più bravo di te perché così camperò vendendo i miei prodotti a te (che comprerai, a vita...). Ma il mondo non può funzionare così, e, fra l'altro, è la stessa teoria delle aree valutarie ottimali a sconsigliare una simile rincorsa dell'ottimo (o, se preferite, un simile eccidio degli inefficienti). Lo chiarì Kenen nel 1969 che una eccessiva specializzazione espone i membri di una unione monetaria a "shock idiosincratici": se l'Italia produce solo pizza, o solo ciclosincrotroni, uno shock che colpisca uno di questi due mercati la mette in ginocchio. Il problema non è il valore aggiunto del bene prodotto. Il problema è che un paese di dimensioni non banali (alcune decine di milioni di abitanti) già in condizioni normali dovrebbe attrezzarsi per avere una base produttiva diversificata, per non dipendere interamente dall'estero. Se poi entra in una unione monetaria, questa esigenza di parziale o totale autonomia, da mera considerazione di opportunità politica, diventa condizione necessaria per la sopravvivenza del sistema.

Nel meraviglioso mondo distopico degli euristi e degli eurocrati il nostro paese sarebbe più fragile economicamente: le cose ad alto valore aggiunto sono anche quelle che costano di più, cioè le prime alle quali si rinuncia in caso di crisi (con l'ovvia eccezione delle armi, che però sollevano un problema etico). Chiaro quindi il punto, no? "Fare sistema", e slogan simili, non significa diventare tutti Pico della Mirandola. Significa immaginare una società nella quale ci sia un posto anche per l'idraulico e il fruttivendolo.

Ma questo chi è accecato dall'ideologia non lo ammetterà mai, e a chi non è accecato forse è superfluo dirlo...

mercoledì 13 settembre 2017

Fiat vs VW: conosci la terra dove fiorisce il dumping?

(... la musica è di Robbertino:



il testo invece di Andrea. Segue breve commento, e suppongo che seguirà lunga discussione. Per inciso, vi faccio sommessamente notare che se non lo avete fatto dovete votare questo sito come miglior sito politico/d'opinione ai MIA17 seguendo le istruzioni riportate in questa pagina. Se non capite perché dovete farlo, forse lo capirete leggendo questo post. In alternativa, vi consegnerò alla prima legge della termodidattica, che poi altro non è che l'anticamera del caSSonetto della SStoria...)


Andrea ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il paradosso di Corvo": 

Con l'aiuto di google e dell'archivio storico di repubblica ho trovato questo

- 1983/1984
Fiat 12,7%(1983) 13,8%(1984) 
Ford 12,6%(1983) 12,8%(1984) 
VW 12,8%(1983) 12,2%(1984) 

"Nei primi sei mesi del 1984 la Fiat si è confermata la prima casa automobilistica in Europa per le vendite. Secondo dati non definitivi, infatti, la Fiat ha raggiunto una quota di mercato europeo (esclusa la Spagna) del 13,8 per cento, rispetto al 12,7 per cento dello stesso periodo dello scorso anno."

"In gennaio sono state vendute in Italia 174.820 autovetture contro le 161.721 del gennaio 1985. Le case italiane si sono assicurate il 60,6 per cento del mercato contro il 39,4 delle marche estere". 

- 1986:
12,6% (senza quota Alfa)
"In questo quadro Fiat ha incrementato la sua quota in Europa dal 12,3 al 12,6 per cento con il contributo di quasi tutti i mercati. Questi dati, riferiti come è ovvio al 1986, risulteranno profondamente modificati alla fine dell' esercizio in corso poiché nei conti delle vendite Fiat entreranno anche quelle dell' Alfa assicurando così al gruppo torinese la leadership europea."

- 1988:
Fiat 14,9% 
VW 14,6% 

"Continua il boom delle vendite di auto in Europa e la Fiat conferma il suo primato continentale.
Il primo posto nella graduatoria delle marche con più clienti è sempre del gruppo Fiat che ha una quota del 14,9 per cento del mercato e ha consegnato 113.685 vetture in più (con una crescita del 7,49 per cento). Al secondo posto il gruppo Volkswagen che ha una quota del 14,6 del mercato con 44.380 consegne in più (aumento del 2,86 per cento)."


- 1989: 
Fiat 16,2%
VW 13,5%
"Questo andamento contribuisce a definire le posizioni continentali che vedono ancora in testa la Fiat con un 16,2 per cento, seguita dalla Peugeot col 14, dalla Volkswagen con un 13,5".


- 1991: 14%
"il gruppo di Corso Marconi ha visto la propria quota di mercato erodersi nei primi due mesi dell'anno dal 54,6% al 47,4%. Il gruppo Fiat ha subito un calo del 12,3% nei primi due mesi del 1991, vedendo così ridotta la propria quota di mercato dal 15,5 al 14%."

- 1992: 12,5%
"Esattamente alla vigilia del salone dell' auto di due anni fa le marche nazionali, già allora ampiamente monopolizzate dalla Fiat, controllavano una fetta del mercato italiano del 57,19%, lasciando alla concorrenza estera l' altro 42,81; il solo marchio Fiat era oltre la soglia del 40% e la Lancia totalizzava un bel 10% tondo collocandosi al secondo posto su scala nazionale. Oggi la situazione appare quasi rovesciata: gli stranieri sono a quota 55,70 mentre il blocco di Torino è a 44,30. Insomma nove punti in meno che pesano sulla Fiat e sui suoi satelliti. In campo europeo sempre a quell' epoca la Fiat contendeva il primato alla potente Volkswagen arrivando in qualche caso a superarla. Oggi tra la casa di Volfsburg e quella di Torino ci sono quattro punti a vantaggio dei tedeschi."


- 1993: 12,2%
"Se l' hanno scorso Torino aveva il 12,5 per cento del mercato europeo, nel 1993 essa ha appena il 12,2 per cento.
(interessante analisi sulla svalutazione della lira che non ha aiutato le vendite Fiat)."
- Fiat (1994) 10,8% / (1995) 13%
- VW 16% / 14,5%
"La parola d' ordine è vendere più automobili all' estero, in attesa che anche in Italia si possa fare altrettanto. I risultati degli ultimi mesi dicono che ce la può fare. La situazione della lira soffia a suo favore, ma non è soltanto questo. Con i risultati di giugno sono andati oltre. In Italia il gruppo ha superato l' 8 per cento contro una media del 7,09 di aumento delle vendite; in Europa a fronte di un aumento medio del 13, il gruppo ha più che triplicato. Appena un anno fa un risultato del genere sarebbe stato a dir poco inimmaginabile."

"Nel primo mese del ' 95 sono state consegnate infatti 64 mila Punto, più delle immediate concorrenti Volkswagen Golf e Ford Fiesta. Non accadeva da otto anni, esattamente dal marzo del 1987.
Nella graduatoria redatta dall' Associazione dei costruttori europei, la Fiat figura con una quota di mercato che a gennaio è stata del 13 per cento contro il 10,8 dello scorso anno. La Volkswagen, che pure conserva il primo posto, perde però quasi due punti rispetto al 16 per cento del gennaio ' 94."

"La svalutazione della lira deve avere avuto la sua parte, ma Corso Marconi preferisce pensare che la sua sia un' inversione di marcia, per la quale le vicende monetarie sono state una delle componenti, non la sola. Gli incrementi di fatturato del gruppo, dell' auto in particolare, sono stati tali - nei primi due mesi di quest' anno - da far pensare a un consolidamento della ripresa, che già s' era annunciata nel ' 94."


- 1996
"Tra alti e bassi generali, c' è comunque da segnalare il buon andamento delle marche Fiat, Alfa Romeo e Lancia, sia in Italia (+5,4%) che sui mercati europei, dove la crescita è stata del 32,9%."

- 1996 l'italia rientra nello sme ed inizia di fatto l'euro

Caro ing. Corvo, dove veda la rinascita della nostra industria dell'auto senza il bisogno della lira lo sa solo Lei.

PS.: interessante analisi del mercato auto Italia nel 1992 e relative trasformazioni industriali, con
profezia tedesca, e naturalmente Cofferati for president:
"A chi mi fa queste domande rispondo con un' altra domanda: si è valutato cosa significherebbe non entrare in Europa? Non arrivare a Maastricht può convenire alla Fiat ma sarebbe un danno gravissimo per gli impiegati e gli operai della Fiat". "Sulle pensioni prima bisogna dispiegare per intero la Riforma che ha come obiettivo quello di riportare ad un unico regime i 52 trattamenti previdenziali diversi che esistevano in Italia. E lì ci sono dei privilegi duri a morire".
 


Postato da Andrea in Goofynomics alle 13 settembre 2017 01:23



Oh!

Ma che bella cosa i dati!

Quante cose ci dicono!

Intanto, ci dicono che... c'erano! Non è una banalità: significa che chi non li fornisce o li fornisce in modo parziale, oggettivamente fornisce una visione artefatta e tendenziosa del problema che qui interessa (la relazione fra tasso di cambio e competitività di un paese).

Torniamo ai dati. Forse può essere utile rappresentarli, per avere un'idea delle loro dinamiche.


Ho rappresentato in azzurro la quota della Fiat sul mercato europeo, in arancione quella della VW, e con una spezzata grigia il rapporto fra i tassi di cambio reali di Italia e Germania, una misura di competitività relativa la cui logica è stata spiegata qui parlando della fine che Macron avrebbe fatto, prima che ne parlassero tutti: in sintesi, quando la spezzata sale l'Italia perde competitività rispetto alla Germania (cioè il suo cambio reale rispetto alla Germania si apprezza) e quando scende l'Italia guadagna competitività (il suo cambio reale si deprezza).

Emergono un paio di cosette.

Valutando il tasso di cambio come correttamente si dovrebbe fare, cioè in termini reali, per tutti gli anni '80 non si vede una "liretta" in caduta libera. Anzi: l'Italia, parafrasando uno dei tanti "espertoni" che ultimamente hanno dispensato hate speech nei riguardi del nostro martoriato paese, ha una tendenza piuttosto "rivalutazionista". Ciononostante fino al 1989 la quota di mercato della Fiat è su una tendenza crescente molto più marcata di quella della VW (ricordate che dal dato 1986, che sembra marcare un temporaneo arretramento, è scorporata la quota delle Alfa Romeo). Quindi non sembra che l'Italia abbia agito come sleale manipolatrice della propria valuta: sembra invece che il sistema monetario europeo, tramite i suoi riallineamenti, mantenesse un minimo di coerenza fra la quotazione nominale e i fondamentali, assicurando una sostanziale stabilità dei cambi reali (cioè del rapporto fra i prezzi dei beni dei diversi paesi espressi in una comune valuta).

Verso la fine degli anni '80 e fino al 1992 la situazione cambia: SME "credibile" e banda di oscillazione stretta determinano un rapido apprezzamento della lira in termini reali, e i risultati sulle quote di mercato si vedono. La Germania aveva trovato il modo di non rivalutare.

Poi ci fu il 1992, l'episodio della nostra storia recente più clamorosamente travisato dai media di regime, come abbiamo rilevato qui. L'aggiustamento del cambio reale è rapido. La risposta delle quote di mercato non altrettanto, ma un paio di anni dopo, fra 1994 e 1995, si vede chiaramente l'inversione di tendenza, quella che portò la Germania a entrare nell'euro come "malato d'Europa".

Pochi giorni fa, andando ad Halle per assistere a un simpatico seminario sul mistero dell'inflazione scomparsa (di cui vi parlerò a breve), osservavo il paesaggio, quel paesaggio sassone che Bach aveva percorso prima di me a piedi (e forse gli era andata meglio che a me, considerando la qualità dei treni tedeschi...). Una sterminata pianura frustata dal vento, con lievi ondulazioni. Non è esattamente come andare da Norcia a Castelluccio, diciamo... Parchi su parchi di pale eoliche si avvicendavano, e io non potevo non pensare che certo, per la Germania, dopo averci inquinato con il suo carbone, era piuttosto facile installare pale ovunque: certo non correvano il rischio, i cari sàssoni, di rovinare un paesaggio fondamentalmente inesistente. Dopo anni di dumping ambientale (usare una risorsa a basso costo rovinando l'ambiente proprio ma soprattutto altrui), anni di dumping paesaggistico (convertirsi alle rinnovabili con costo sostanzialmente nullo in termini di impatto paesaggistico, cosa che in molti paesi concorrenti non sarebbe possibile).

Io ho amici anche lì. Tuttavia, sono un po' restio a divinizzarli. L'evidenza dimostra che la Germania vince se e solo se trucca le carte. Il resto sono chiacchiere dei loro volenterosi ascari, che temo presto cambieranno musica...

venerdì 1 settembre 2017

Archeologia intellettuale (Etarcos alla riscossa)...

Al risveglio, nella coda dei commenti, trovo questo:

Michele Corvo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ...": 

Mi è stato consigliato di recente (agosto 2017)questo sito, come un luogo dove vengono espresse liberamente idee valide nel campo economico, mi sono collegato ed ho letto questo articolo sull'Euro. Chi lo ha scritto non capisce nulla, a mio parere, di economia reale, non sa cosa voglia dire avere una moneta che vada al di là dell'Italia, perché non ha mai lavorato con l'estero, forse ha cambiato le lire per qualche viaggio di piacere. Non sa cosa voglia dire interessi al 2%, perché non ha mai avuto un'azienda, a cui erano applicati interessi del 15-20%, fino al 30% annui, non sa cosa voglia dire avere una stabilità dei prezzi, perché il suo stipendio era legato all'inflazione, non sa cosa ha significato per l'Italia ricorrere continuamente alla svalutazione per sostenere un'economia non competitiva, etc.. Il fatto che l'Euro imponga una forte competizione con paesi all'interno dell'area più forti di noi, è un dato di fatto e doveva essere una sfida da accettare a viso aperto, ma l'Italia, come al solito, quando c'è da andare in guerra pensa che tutto sia uno scherzo e che gli altri ci aiutino perché siamo simpatici e da noi si mangia bene. Michele 


Postato da Michele Corvo in Goofynomics alle 31 agosto 2017 21:58
 


...e il pensiero vola qui!

Caro Michele, tu sei molto, ma molto fuori strada. La supponenza con la quale ti presenti, dall'alto del tuo sapere di sapere, per presentarci degli argomenti vetusti, archeologici, che potevano essere scusati sei anni fa, certo non oggi, fa molto ingengngniere. Sì, una di quelle personcine che, per il fatto di aver studiato cose che la loro mamma o la loro fidanzata trovavano difficili, si reputano in grado di esprimere la propria disinformata opinione in campi dei quali una certa ristrettezza di orizzonti culturali impedisce loro di scorgere le difficoltà. Te lo dico a viso aperto, con molta franchezza: tu vieni qui a dire a un economista che non capisce niente, e io ti dico che non capisci niente tu, con la differenza che io, oltre a tutte le cose che tu credi di capire (esperienza lavorativa all'estero, conoscenza profonda della storia economica di questo paese - non della caricatura propagandistica che ne fai tu, coraggio...), per avvalorare la mia tesi ho anche qualche cosa che tu certamente non capisci: pubblicazioni scientifiche in ambito economico.

Ora, non ci sarebbe nulla di male in questa tua limitata capacità di comprensione, come ritengo non ce ne sia nella mia limitatissima capacità di comprensione di questo articolo (per fare un esempio: peraltro, credo che anche tu non lo capisca molto, ma se mi sbagliassi e tu volessi spiegarcelo te ne saremmo tutti grati...).

Non ci sarebbe, lo avrai notato, è un condizionale.

In realtà qualcosa di male c'è. Intanto, a differenza di te, io non pretendo di esprimermi in campi di cui non so niente, e questa mia scelta, anche se non te ne rendi conto, e indipendentemente dalla mia volontà, mette in risalto la tua scelta uguale e contraria, e ti costringe a schierarti risolutamente dalla parte del ridicolo. Poi, mentre in ingengngnieria un errore può costare la vita ad alcune centinaia di persone (se va proprio male), le idee economiche delle quali sei impastato hanno già fatto parecchie migliaia di vittime e ben più ne faranno in futuro, se non si corre ai ripari.

Comunque, io guardo sempre il bicchiere mezzo pieno. I tuoi argomenti sono ridicoli, anche perché, per quanto tu non te ne renda conto, non sono tuoi, ma della propaganda dalla quale non hai sufficiente spirito critico per distanziarti. Ma va bene così! Non sei certo il solo, non sei certo l'unico.

Ora noi, che siamo una comunità aperta e inclusiva, con grande serenità ti dimostreremo che hai detto una sequela di lievi imprecisioni. Lo faremo con garbo, con pazienza, con carineria, con coccolosità, e con intelligenza. Tutte cose delle quali tu non hai dato prova, insieme a molte altre.

Bene: chi vuole cominciare? Io devo fare slides per Maratea, e poi ho un nuovo amico di NYU a cena. Mi raccomando: il nostro amico non sta molto bene, a economia, ha bisogno di aiuto. Siate buoni Samaritani... anche se forse questa metafora, negli ultimi giorni, si è un po' usurata!

lunedì 8 maggio 2017

Cinque anni dopo: Macron e gli squilibri francesi

A distanza di cinque anni, potrei riscrivervi lo stesso post: stesso sospiro di sollievo, stessa esultanza dei piddini, stessa retorica dell'"adesso si cambia sul serio"... Non lo scrivo perché questa volta lo ha fatto Marcello Foa (qui), e non credo ci sia moltissimo da aggiungere alla sua analisi.

Vi ricordo che dopo la "svolta" di Hollande, da noi prontamente inquadrata come fasulla, all'Economist occorsero sei mesi per capire che aria tirava (la famosa copertina), e due anni dopo erano tutti d'accordo con noi: il compagno Hollande l'Europa non l'aveva cambiata (ci facemmo un altro QED, il 27°). È un po' desolante constatare quanto sia vero che la storia insegna ma non ha allievi. Di lezioni, da quanto è successo, se ne potrebbero trarre molte. L'elemento più interessante dal punto di vista politico è il suicidio della Le Pen in diretta televisiva nel corso del secondo dibattito. Io non so che dibattito abbiano visto molti di voi. Io ho visto quello in francese, nel quale fin dalle prime battute la Le Pen ha percorso una strada chiaramente inefficace. Non ho idea del perché l'abbia fatto. Temo però che la risposta sia sempre la solita: fare l'opposizione al proprio governo nazionale è un mestiere molto più comodo che non opporsi allo Zeitgeist. Sicuramente ha giocato un ruolo la scarsa preparazione nel campo determinante per orientare il voto (o la scarsa volontà di entrarci, magari determinata da una errata percezione delle priorità). L'analisi di Agénor sul blog di a/simmetrie mostra che le determinanti socioeconomiche erano state fondamentali al primo turno (e tali si poteva presumere che restassero al secondo). L'incapacità della Le Pen di spiegare cosa volesse effettivamente fare dell'euro, la sua incredibile inefficacia di approfittare delle tante palle "alzate" da Macron (quando questi ha ammesso l'esistenza di disoccupazione di massa, ci voleva tanto a chiarire che questa è funzionale al progetto europeo?), hanno determinato un risultato peggiore del prevedibile.

Riusciranno i nostri leader, di qualsiasi colore, a capire che quello economico non è un tema residuale? Anche in Italia abbiamo evidenze analoghe a quelle raccolte da Agénor. Riusciranno a capire che dall'estero non arriverà la cavalleria a salvarli, ma, come ci ammonisce regolarmente Andrea Mazzalai, una nuova crisi alla quale, in queste condizioni, saremo costretti a rispondere con altri cinque punti di disoccupazione in più? Indipendentemente da questo, riusciranno a capire che le divergenze fra paesi membri e dentro i paesi membri sono destinate comunque a crescere, rendendo al tempo stesso più costosa (e quindi meno proponibile e sostenibile politicamente) un'Europa federale, e più probabile una disgregazione violenta, quando la polarizzazione dei redditi diventerà a sua volta politicamente insostenibile?

Quello che qui non si può dire, Dani Rodrik a Harvard può permettersi di dirlo: "Gli economisti sanno da tempo che un tasso di cambio gestito male può essere disastroso per la crescita economica". Il suo contributo, suo di lui, di Rodrik, sarebbe quello di dimostrare che non solo un cambio sopravvalutato deprime la crescita, ma (udite, udite!) un cambio sottovalutato la stimola! Che novità! Qual è la conseguenza pratica, qui e ora, di questo brillante risultato teorico dimostrato utilizzando dati dell'universo mondo? Semplice! Siccome la moneta unica ha, per definizione, un valore intermedio fra quello delle economie più forti e di quelle più deboli, essa è debole per le forti (stimolandone la crescita) e forte per le deboli (ostacolandone la crescita). Questo ci spiegano i migliori ad Harvard: che la tendenza alla disgregazione reale dell'Eurozona, cioè alla divergenza delle sue economie (le migliori staranno meglio e le peggiori peggio), è oggettiva, e che non c'è nulla che possa renderla politicamente sostenibile, tranne la volontà dei paesi deboli di assoggettarsi in qualità di colonie alla potenza egemone (come è successo alla Grecia).

Questo esito è politicamente proponibile? In particolare, agli USA farà comodo confrontarsi con un IV Reich?

Io ho posto la domanda, e non sta a me dare la risposta. Lasciamone parlare i politologi. "A me col dolcificante, grazie!".

Quanto a noi, vorrei solo riportare qui, brevemente, un cruscotto della situazione macroeconomica francese, per valutare se le tensioni che Macron si trova a dover gestire sono di un ordine di grandezza analogo a quelle che Hollande fronteggiava.

Che Francia eredita Macron da Hollande?

Partiamo dal solito grafico, quello dei saldi settoriali (spiegato mille volte a partire da qui), che nel caso francese avevamo considerato qui e qui (il secondo link è utile perché dà una presentazione succinta dello strumento e delle fonti dei dati). All'epoca dell'elezione di Hollande (maggio 2012) la situazione era abbastanza maiala (ma non nel senso di majalis), come ricorderete. Vi fornisco qui il grafico dei saldi settoriali tratto dalla versione aprile 2012 del WEO, con le previsioni a cinque anni (cioè ad oggi):


Che capolavoro di wishful thinking! Per il Fmi, Hollande, facendo cambiare verso all'Europa, nel suo mandato avrebbe riportato tutti i saldi settoriali all'equilibrio: una correzione di circa 4 punti di Pil avrebbe riportato in equilibrio il deficit pubblico (risparmio netto negativo del settore pubblico, la linea arancione), mentre il risparmio netto del settore privato sarebbe anche lui diminuito (per effetto, si suppone, di una ripresa dei consumi e degli investimenti: è la linea blu), con una correzione di circa -2.5 punti di Pil, e così, essendo i settori interni in equilibrio finanziario, la Francia avrebbe smesso di importare capitali (la linea verde sarebbe scesa verso lo zero, con una correzione di -1.5 punti di Pil).

I dati di oggi ci dicono che le cose non sono andate esattamente così. Prima di riproporvi il grafico a oggi (con il disegnino di quello che ci aspetta nel futuro) confronto con voi le correzioni dei saldi che il Fmi si attendeva nel 2012, con quelle che ci riporta nel 2017.

La correzione del saldo pubblico è stata meno della metà di quella attesa, e la correzione del saldo estero pressoché inesistente, il che significa che la Francia continua a essere una importatrice netta di capitali dall'estero.

Ma naturalmente cosa si aspetta il Fmi dal quinquennato di Macron? Questo:


Ne traiamo due conclusioni. La prima è che lavorare al Fmi è una pacchia (soprattutto considerando che non è chiaro dove si paghino le tasse): quando devi fare una previsione, tiri una linea che va da dove sei arrivato allo zero, e fine lì! Altro che stimare equazioni, modelli, rompersi il capo sugli scenari politici...

La seconda è quella del grafico precedente: Hollande ha lasciato la Francia (e in particolare il suo saldo estero) più o meno dove l'ha trovata. Non poteva fare diversamente, d'altra parte: le tendenze sono oggettive. Senza riallineamento del cambio, la competitività non migliora: e in assenza di miglioramento della competitività, la domanda estera manca, e bisogna supplire con l'altra fonte di domanda autonoma, il deficit pubblico. I due studi più recenti sul tema, quello di El-Shagi et al. (2016), che abbiamo visto qui, e quello di Durand e Villemot (2016), che trovate qui, stimano che l'euro per la Francia sia sopravvalutato dal 3.6% all'11% (a seconda dei metodi di calcolo). In entrambi i casi, più di quanto non lo sia per l'Italia.

Naturalmente se accennate questa cosa agli esperti che frequentano certi blog, la risposta sarà una scrollata di spalle. "Ma come!" vi diranno: "Non vedete che i REER sono perfettamente allineati?" E vi mostreranno un grafico di questo tipo:



nel quale gli errori principali sono tre. Il primo è che non ha senso includere lo zero nell'asse delle ordinate, perché in questo modo si "schiaccia" la dinamica delle variabili, che è esattamente quello che un indice deve mostrare. Il secondo è che la scelta della base crea una illusione ottica: se come base di un indice si prende l'ultimo anno del campione (o un anno vicino alla fine del campione), gli indici per forza di cose appariranno convergenti verso il valore 100 che arbitrariamente si dà loro nell'anno base (e che ovviamente non è - essendo arbitrario - un valore di "equilibrio").

Basta però cambiare base (prendendola all'inizio del campione), e le cose si presentano in modo lievemente diverso:


Qui risulta una persistente divergenza fra tassi di cambio effettivi reali, che vede quello italiano apprezzato rispetto a quello medio dell'Eurozona (RBXM), e quello tedesco deprezzato rispetto alla media e rispetto alla Francia, che nel quinquennato di Hollande non riesce a raggiungere (verso il basso) il proprio fratello coltello (la Germania). Nota che in entrambi i casi i dati dicono la stessa cosa: che dal 1994 al 2017 il cambio effettivo reale francese si è deprezzato del 14% e quello tedesco del 17% (cioè di più). Tuttavia la prima presentazione dei dati è involontariamente disonesta perché mira a suggerire una convergenza verso l'equilibrio che nel caso in questione è un mero artefatto grafico: non esiste infatti alcun motivo per il quale 100 possa essere considerato un valore di equilibrio (la disonestà è certamente involontaria perché, come i fatti dimostrano, normalmente chi parla di REER non sa di cosa stia parlando, non ha una preparazione specifica in economia, non ha esperienza di ricerca in economia internazionale, non ha idea di come funzionino i numeri indici e ignora in generale i rudimenti della statistica economica: quindi non può nemmeno essere disonesto, lui, mentre eventualmente si può pensare che ci sia un po' di slealtà intellettuale in chi gli dà un pulpito: ma questo è il mercato, che, come sapete, nel lungo periodo sa curare le sue storture!)

Il terzo motivo per il quale il grafico degli esperti da bar in realtà dice poco è che se si parla di tensioni interne all'Eurozona non ha molto senso osservare il REER (real effective exchange rate), dato che questo esprime la competitività del paese rispetto a tutti i partner commerciali, e quindi risente anche di eventi "esterni" all'Eurozona, come la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro (che non altera il rapporto valutario fra Francia e Germania). Sarebbe più utile osservare un RER bilaterale fra Francia e Germania (dove, appunto, manca la e di effective, perché quello che ci interessa non è l'effettivo - erga omnes - ma il bilaterale).

Dati disponibili non ce ne sono, ma un'idea la si può ricavare rapidamente in due modi. Il primo è prendere il rapporto fra i cambi effettivi. Dato che il REER francese è Pf/Pw (prezzi Francia su prezzi mondo) e il tedesco è Pg/Pw (prezzi Germania su prezzi mondo), prendendo il rapporto di queste due grandezze Pw si semplifica e restiamo con Pf/Pg (i limiti di questo approccio ve li dico dopo). Se operiamo così, otteniamo un grafico di questo tipo:


ed emerge chiara la tendenza "rivalutazionista" (per usare il termine introdotto nel dibattito da un brillante civil servant) della Francia, cioè la sua progressiva perdita di competitività rispetto alla Germania. Questa tendenza si interrompe nel 2012, in effetti (quindi Hollande qualcosa ha fatto: e in effetti in caso contrario non sarebbe stato tanto detestato!), ma probabilmente non abbastanza. Va anche detto che questo modo di calcolare il RER bilaterale ha qualche difettuccio. Ad esempio, siccome i REER sono calcolati in base ai prezzi al consumo, confondono prezzi di beni tradable (le automobili) e non tradable (il parrucchiere). In Germania i servizi (non tradable) hanno una produttività deplorevole, come qui sappiamo da tempo, quindi questo tipo di analisi rischia di far sembrare la Francia relativamente più competitiva di quanto non sia (cioè di sottostimare la sua perdita di competitività, sottostimando la competitività tedesca). Inoltre, per la Francia la Germania è un importante pezzo del "mondo" (e viceversa), per cui la semplificazione che vi ho proposto in realtà è un po' grossolana.

Forse si può fare di meglio rapportando gli indici dei deflatori delle esportazioni di Francia e Germania. In questo modo si rapportano direttamente i prezzi che i due paesi praticano sui mercati esteri. Li possiamo ricavare dai World Development Indicators (nota tecnica: ho rapportato export in dollari correnti a export in dollari 2010 e poi preso il rapporto di questi due deflatori impliciti). In questo caso la storia si presenta così:


Misurandolo meglio il quadro non cambia molto. Appare molto più evidente però da quando (e quindi perché) la Francia ha perso competitività. L'indice si impenna (cioè la competitività si deteriora) a partire dal 2003, cioè in buona sostanza, dall'entrata in vigore delle riforme Hartz, delle quali una volta solo noi sottolineavamo il potenziale distruttivo per gli equilibri europei (qui), mentre oggi ci assistono nel compito perfino gli esperti della Merkel! Anche qui si vede una correzione verso la fine, ma è difficile dire se si tratti o meno di una vera inversione di tendenza (i dati WDI disponibili arrivano solo fino al 2015).

Il problema di competitività quindi esiste: lo mette in evidenza la letteratura scientifica, che può stimare il cambio di equilibrio analizzando i fondamentali, ma lo si intuisce anche da un'analisi informale dei dati, secondo la quale lo scarto fra cambio reale francese e tedesco si è allargato dalle riforme tedesche in poi. Se questa è la causa, quale potrà essere la cura? In teoria, sarebbe quella che propone Macron: riformare di più anche il mercato del lavoro francese.

Esorterei però tutti quelli che si stanno riconzolando co l'ajetto della Schadenfreude a non farsi troppe illusioni. Macron difficilmente farà un bagno di sangue. Credo che abbia ragione il mio coautore francese preferito. Siamo in una pentola a pressione, e ora qualcuno ha aperto la valvola. Il vapore esce perché il cuoco tedesco non vuole saltare per aria. Prima della Brexit una Le Pen al secondo turno sarebbe stata salutata dal panico sui mercati. Dopo la Brexit il potere è diventato più furbo di così: evita di provocare un elettorato che ha imparato a ribellarsi (e che quindi viene vilipeso come ignorante e populista da Mariucce Antoniette di varia estrazione e professione).

La mia valutazione, a oggi, non può che essere quella della scienza economica: le tendenze alla disgregazione sono lì, oggettive, e continuano a agire. Ma contare sul fatto che Macron dia una mano ad accelerarle potrebbe rivelarsi un errore. In altre parole, penso che, esattamente come nel precedente giro di valzer, occorreranno sei mesi all'Economist per capire che c'è qualcosa che non va, e due anni al resto del mondo per prenderne atto.

L'unico elemento che potrebbe cambiare le carte in tavola (in un modo che personalmente non so valutare) sono le elezioni parlamentari (come ammonisce da tempo Mazzalai). Hollande poteva contare su una maggioranza parlamentare. Macron deve in qualche modo inventarsela, e fronteggia un'opposizione che almeno sulla carta dovrebbe essere agguerrita (nonostante il risultato molto meno brillante del previsto). Ma avere la mano meno libera nel redigere i compiti a casa è, almeno in prima battuta, una cosa che ostacola, anziché accelerare, l'acquisizione da parte dell'elettorato francese di una consapevolezza profonda su quale sia la condizione oggettiva della Francia e su cosa sarebbe necessario per ovviare a questa deprimente situazione.

Non c'è che dire: l'anno è nato interessante, e interessante resta... purtroppo!

sabato 25 giugno 2016

La semplice macroeconomia del Brexit

(...l'affetto degli umili. L'orgoglio del loro riscatto. "Professore, io lo dicevo che questa cosa non funzionava, ma tutti me pijavano pe' mmatto. Io je dicevo: 'Ma vieni a véde, ce sta uno in televisione che queste cose te le spiega, guarda qui!' Ma nun me staveno a sentì. Grazie, professore". Questo ai corpi di guardia, al trucco, in taxi, in studio. Con loro mi sono fatto la famosa #fotocolguru, perché loro lo meritavano. Poi, naturalmente, ci sono gli illustri colleghi di storia. Ma a che ti serve studiare storia, se poi ti metti dalla parte sbagliata della storia? Del resto sia Fisher che Keynes insegnavano economia, ma uno solo divenne ricco. Non è un problema di settore scientifico-disciplinare. E ci sarebbe anche quel piccolo problemino: la storia la insegnano in pochi, e la fanno in pochissimi. Tutti gli altri votano. #ciaone!...)

(...anche in ambito accademico sono sempre meno i gggiovani che hanno paura di stringermi la mano. E questo è un segno...)

(...questa è la settimana dei QED, ma li celebreremo nel giorno del Signore. Ora vi dico due cosette al volo: 15 minuti per mettere a fuoco un punto semplice, ma essenziale...)

Sto leggendo lo studio di Matthes e Busch del quale vi parlo oggi sul Fatto Quotidiano. Nascondo, per innata pudicizia, l'inverecondo orgasmo intellettuale (altro che i tassi che schizzano!) che provo nel vedere i volenterosi carnefici degli scenari disapprovare i modelli mainstream (GGE, DSGE, VAR) e forward-looking solo perché non dicono quello che secondo loro dovrebbero dire. Potranno condividerlo con me, dopo essersi procurati un megarotolo di Scottex intellettuale, solo i colleghi del SEX, pardon: SECS-P/05.

(...anzi: potrebbero. Purtroppo loro sono i più ideologizzati, quelli che "Bagnai non fa scienza quindi l'aula per il seminario non te la do", ma lasciamo perdere...)

Peraltro, la loro linea di attacco nel ritrattare la modellistica in cui hanno sempre creduto è, a grandi linee, che ci sarebbero problemi politici dei quali i modelli non tengono conto, la lunghezza dei negoziati, le ritorsioni della Germagna. Nel pezzo di oggi parlo anche di questo. Potrei evocare il concetto di minaccia non credibile e di subgame perfect equilibrium, così, per rassicurare il povero Ricchiardo (una prece). Mi limito a dire che da chiacchierate fatte con amici di Bruxelles sono emerse cose che la lettura di Majone lasciava comunque intuire. In pratica, da quando l'iniziativa Brexit è partita (di fatto, dal termine del negoziato con Cameron), la DG-ECFIN ha sospeso qualsiasi analisi di scenario, qualsiasi studio di un possibile piano B. La retorica è sempre la solita: "abbiamo solo un piano A, and this is it". In realtà, questa retorica non risponde solo all'esigenza (pure vitale) di convincere se stessi che quanto si sta facendo è la cosa giusta (e quindi chi se ne frega se la gente muore). Oltre a questo problema esistenziale c'è un problema organizzativo: in una organizzazione mastodontica, la probabilità che un piano B rimanga segreto (cioè la probabilità che tutti stiano zitti) si calcola applicando il teorema delle probabilità composte: moltiplica che ti moltiplica, da funzionario a ricercatore, da ricercatore a caposervizio, da caposervizio a vicedirettore, ecc., ti avvicini di molto a zero. Ora, siccome il semplice sapere che un piano B ci fosse (indipendentemente da quale fosse) avrebbe dato un segnale politico, l'unico modo per non far sapere che un piano c'era, in questa come in altre circostanze, era non prepararlo.

E questa storia contiene una lezione cruciale, che chiarisce perché il progetto di megastato europeo è delirante e antistorico. Dato che i contingency plans (vedete oggi come parlo forbito?), cioè, appunto, i piani B, hanno un ovvio valore politico e devono essere tenuti segreti, perché svelarli creerebbe problemi di time consistency (oh, come godo a perculare i miei cosiddetti colleghi...), e dato che la probabilità di mantenerli segreti è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'organizzazione che li produce, ne consegue che solo organizzazioni sufficientemente piccole potranno dotarsi di contingency plans. Di converso, organizzazioni mastodontiche sono condannate ad arrivare impreparate agli appuntamenti con la SStoria. Questa osservazione fa il paio con quella di Alesina, secondo cui gli stati piccoli sono dotati di maggiore capacità decisionale perché è più facile per loro costruire un consenso politico. Ne consegue che nel mondo della globalizzazione, dove un piano B in tasca fa sempre comodo (la Brexit lo dimostra), e dove è opportuno decidere in fretta, stati piccoli sopravvivono meglio di imperi giganteschi.

Mettiamola così: se sei una preda e arriva un predatore, un buon contingency plan è nascondersi. Secondo voi, ci riesce meglio un topo o uno gnu? Chi si fa gnu il leone se lo mangia, e questa è la storia dell'UE.

A pagina 6 dello studio di Matthes e Busch trovo la perla della quale volevo parlarvi. Gli autori sostengono che "the country would lose free access to the Internal Market of the EU if no other agreement were concluded". Intanto li rassicuro: da Bruxelles mi dicono che la Commissione non intende avere un atteggiamento confrontational. Faranno ponti d'oro alla Gran Bretagna, in particolare ponti d'oro nero, proponendole una soluzione "norvegese": accesso allo Spazio Economico Europeo, e via andare. In parte questo è il risultato della mancanza di piano B, e in parte della permanenza di un residuo di buon senso.

Il downside (per loro) è che ora sappiamo che pitbull che abbaia non morde.






















































HAI CAPITO, PIER CARLO?



























































Bene.

Ma supponiamo invece che la Gran Bretagna venga isolata dalla Germagna, che le proporrebbe faticose trattative lunghe ben cinque anni (dicono i bene informati, i quali evidentemente non hanno mai sentito parlare di Doha Round...). I poveri inglesi dovrebbero quindi elaborare il lutto di non essere più legati all'Eurozona (che è magna pars di quel che resta dell'UE).

Ora, facciamo un ragionamento semplicissimo, da Econ102 (settore disciplinare SECS-P/01 o P/02), partendo dalla solita premessa: che l'economia del Brexit è banale e poco interessante (molto più interessante la politica, come la prima parte di questo post spero dimostri). Ragioniamo cioè in termini di commercio internazionale. Mi dite voi che interesse può avere un paese come la Gran Bretagna a stringere legami commerciali con un'area che appena arriva una crisi:

1) è costretta a tagliare la propria domanda interna (praticando politiche di austerità, cioè di svalutazione interna) per ripristinare i rapporti di competitività interni, e così facendo però si priva nell'aggregato di risorse per comprare i beni altrui (e quindi anche quelli tedeschi);

2) grazie a questa politica delirante manda regolarmente in dissesto le proprie finanze, il che rende la valuta del proprio vicino (la sterlina) un bene rifugio, costringendola ad apprezzarsi (perché tutti comprano gilt) nel momento in cui avrebbe magari bisogno di cedere anche lei (perché dollaro, euro e yen hanno ingaggiato una race to the bottom), compromettendo ulteriormente l'equilibrio esterno inglese?

Sì, avete capito bene: quando arriva una crisi, sia l'effetto reddito (distruzione della domanda dell'Eurozona) che l'effetto prezzo relativo (apprezzamento del cambio reale inglese, dovuto all'apprezzamento del cambio nominale della sterlina e alla inevitabile deflazione nell'area euro) penalizzano il commercio britannico, che accusa pesantemente il colpo. Ai gazzettieri propagandisti mostro questo disegnino, che tanto non capiscono (tranquilli, Upton Sinclair non aveva capito nulla: la maggior parte di essi non lo capisce aggratise...):


Chiaro il concetto?

Ah, sì, per quelli che si sono svegliati adesso, ovviamente questo è il rapporto saldo partite correnti/Pil della Gran Bretagna (studiate prima di aprire bocca, cazzo, altrimenti diventate complici dei delinquenti che vi stanno massacrando: ogni minuto che mi sottraete per rispiegarvi l'ovvio è un minuto che regalate a quei criminali e ai loro corifei...). Il punto in evidenza è il 2011, inizio delle politiche di austerità, che, come vedete, inverte la tendenza provocata dalla svalutazione fra 2008 e 2009 (descritta nel Tramonto dell'euro, presto in edizione economica), e condanna la Gran Bretagna e un pesantissimo deficit, cioè a essere acquirente di ultima istanza delle nostre merci.

Se la sterlina è ai minimi storici (cosa che non è vera rispetto all'euro, peraltro: ma su questo i gazzettieri equivocano, perché gli pesa tanto scrivere gli undici caratteri: "sul dollaro"), questo dipende dal fatto che il saldo delle partite correnti britannico è ai minimi storici. Questo minimo storico è sempre legato alle deliranti dinamiche monetarie del resto dell'Europa (guardate un po' dov'è l'altro minimo?).

E se la Germania non farà ritorsioni, è per il motivo che potrete vedere alla figura 2.3 dello studio di Matthes e Busch, i quali, evidentemente, nei loro studi mettono disegnini dei quali però non sono esattamente in grado di cogliere la portata politica.

Bene: ribadito che questo non è il motivo principale per il quale è stata votata la Brexit, confermo anche che in termini puramente razionali questo avrebbe dovuto essere il motivo per il quale la Gran Bretagna si sarebbe dovuta sganciare. Nel mare della globalizzazione non ha alcun senso legarsi mani e piedi a un peso morto simile. Anzi! La scelta razionale sarebbe starsene fuori, e invocare la clausola della valuta scarsa del Fmi, o l'ordinamento del Wto, per applicare dazi difensivi contro la Germania (visto che comunque la sterlina rimarrebbe, come rimarrà, un bene rifugio, soggetto pertanto a apprezzamento in caso di crisi, cioè a un andamento prociclico del cambio).

Ma queste cose, in tutto questo porco mondo di cialtroni, di colleghi che credono ai propri modelli solo se dicono quello che gli è stato detto di dire, di gazzettieri che non hanno capito che è finita la pacchia, queste cose, in tutto il globo, potete leggerle solo qui. Sono troppo semplici perché i miei colleghi ci si sporchino le mani, e troppo complesse perché i gazzettieri le capiscano. Ma questi ultimi, lo abbiamo visto per tutta lagiornata di ieri, sono colti, hanno fatto er classico, mica sono straccioni come gli incauti elettori britannici. Saranno quindi in grado di leggere queste parole:


πρῶτον οὖν τοῦτο θεωρητέον, ὅτι τὰ τοιαῦτα πέφυκεν ὑπ᾽ ἐνδείας καὶ ὑπερβολῆς φθείρεσθαι, δεῖ γὰρ ὑπὲρ τῶν ἀφανῶν τοῖς φανεροῖς μαρτυρίοις χρῆσθαι ὥσπερ ἐπὶ τῆς ἰσχύος καὶ τῆς ὑγιείας ὁρῶμεν: τά τε γὰρ ὑπερβάλλοντα γυμνάσια καὶ τὰ ἐλλείποντα φθείρει τὴν ἰσχύν, ὁμοίως δὲ καὶ τὰ ποτὰ καὶ τὰ σιτία πλείω καὶ ἐλάττω γινόμενα φθείρει τὴν ὑγίειαν, τὰ δὲ σύμμετρα καὶ ποιεῖ καὶ αὔξει καὶ σῴζει. οὕτως οὖν καὶ ἐπὶ σωφροσύνης καὶ ἀνδρείας ἔχει καὶ τῶν ἄλλων ἀρετῶν.

(...ma non di capirle, e questa sarà la loro fine...)

(...questo è il momento di spingere. Due cose: [1] estrema cautela nel linguaggio; [2] contribuite ad a/simmetrie. Se qui trovate queste semplici verità, è perché c'è uno staff che mi sostiene. Se non ci fosse, voi sareste al buio, prede inconsapevoli del cetriolo globale. Inutile scrivermi lettere lacrimevoli se poi non vi frugate le vostre cazzo di tasche. Non è vero che non avete un euro al giorno da darmi: lo date a chi vi mente perché la verità ve l'offro gratis. Non fatemi pensare che questo sia un errore: un secondo dopo spegnerei la luce, e il cetriolo globale troverebbe la sua strada dentro di voi...)