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domenica 8 marzo 2015

Ne vogliamo parlare?

(ad esempio con un esperto di teoria dei giochi? La storia, si sa, non ha niente da insegnarci...)


lunedì 11 febbraio 2013

Dixit Dominus: il trotzkista e il liberista

(donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum)




Vi ricordate il mio amico A.? Sì, proprio quello che aveva assistito con me al derby fra il trotzkista e il vandeano (uno a zero per il trotzkista), quello che si era appiccicato a casa di Erick con l’enarca delle zonzumides? Sì, lui, il mio compagno di sbronze normanne.

Poveraccio, capitano tutte a lui, ed è colpa mia. Questa volta Erick non c’entra proprio nulla.

Eh già, perché da Erick a cena c’ero io, insieme a Patrick, altro avanzo degli anni ’70, come me, ma dotato di una invidiabile coda di cavallo (cosa che non lo rende molto simpatico ad A., il quale “si è fatto la boccia” – come dicono a Roma, cioè ha adottato la pettinatura che ha reso immortale Yul Brinner. Del resto, a ciascuno secondo i suoi bisogni ecc.).

L’invito era nato così: avevo incontrato Erick al mercato del sabato mattina, e l’amico si era sentito in dovere di presentarmi al tempio: due ore durante le quali ho conosciuto la simpatica brocante corsa, l’arcigna pescivendola bretone, la bonaria macellaia normanna, ecc. Erick, perfettamente à l’aise, passava dietro ai banchi per tagliarsi una fetta di prosciutto, per scegliersi i manghi, per esaminare, a mo’ di CSI (in francese: Les experts), il cabillaud... Insomma: si vede che a Napoli hanno regnato i normanni: lo vedi quando conosci un normanno! Chiacchiere su chiacchiere, la mia produttività matta e disperatissima diluita fra i banchi dei bouquinistes e quelli dei vestiti usati... ma intanto ho capito come scegliere un tourteau (e da chi sceglierlo), come si distingue (la mi’ nonna avrebbe detto “si conosce”) il maschio dalla femmina, e quando è meglio comprare il maschio, e quando la femmina, ecc.

Ars longa, vita brevis.

Dice: “Ma questo è un blog di economia! Taglia neno, mica ce fai ‘n’antro post da quattro ore!”. Bboni! Sono economista, e credo nel mercato: nel mercato del samedi alla piazza s. Marco (di Rouen), con bistrot annesso. Perché, dice, fa tanto freddo, che non te lo fai un goccio di bianco?

Ma io quando sto a dieta ci sto sul serio, mica come quel satrapo del Guerani che se ne va a mangiare le tigelle col pesto (non genovese, attenzione) sui colli... Una vita ascetica, di stenti e privazioni.
Ora, io ero rientrato in sala parto, al cinquième de la fac, con dieci centimetri di dilatazione... Il grugno di Lampredotto già si stava affacciando al canale del parto, quando Eric mi telefona invitandomi a cena, e io che faccio? Non ci vado? Avendo visto il suo carrello della spesa, la tentazione era forte. Sacramentando come un portuale elbano (dell’Elba, non dell’Elba), indosso la giacca e vado, tanto più che A. era impegnato da certi suoi amici in campagna, dai quali nemmeno lui voleva andare (sì, siamo due animali sociali, infatti se non fosse per Erick non ci vedremmo mai la sera), ma dai quali gli toccava andare, per una serie di complesse alchimie sociali sulle quali non mi dilungo. L’uomo è un animale sociale. Io, se posso, preferisco essere un animale e basta (la maggior parte di voi lo sa bene).

Vi dico prima com’è andata a me.

En entrée, tourteau (avec sa salade d’avocat), suivi d’une épaule d’agneau grillée au feu de la cheminée (avec ses légumes cuits à l’eau), et en dessert les mangues. Niente pane, una cena dietetica, se non fosse per le due bottiglie a testa (rigorosamente): aperitivo con il Bordeaux blanc, seguito da un Sauvignon con il tourteau, seguito da un Bordeaux rosso cuocendo l’agnello, seguito da un côte de Thongue mangiando l’agnello (e lì ho goduto intensamente...), seguito da qualcosa che sapeva di aceto (e lì ho fatto penitenza), seguito da un Monbazillac. Ho capito tante cose. Ad esempio, che il tourteau in effetti si cuoce come l’aragosta (à la guerre comme à la guerre), e che quelli che avevo mangiato finora non sapevano di niente per un paio di motivi: perché i pescivendoli che te li vendono cotti cuociono quelli morti da un pezzo, e perché quelli che mangi al ristorante sono stati in frigo, e il frigo pialla i sapori (poi c’è anche quel discorso del court bouillon, ma questo non è un post tecnico). Poi ho capito cosa sono andati esattamente a fare i francesi in Mali, e altre cosucce che vi racconterò, se e quando...

Una serata riuscitissima, e ho preso solo un etto (considerando le due bottiglie, un successo)!

Meanwhile... Il povero A. si era ritrovato a una serata di piddini francesi!


Parentesi: la posizione di A., attualmente, è quella di molti di voi (anche mia, nei momenti di depressione): ha capito benissimo che le cose non vanno (il che lo pone nel primo percentile della professione), ma pensa che la leadership tedesca ogni tanto toglierà pressione al sistema, con qualche concessione ai Pigs (ai quali sa benissimo che anche la Francia appartiene), per assicurare la sopravvivenza dell’euro e della propria supremazia. Un ragionamento che secondo me ha solo il difetto di tornare troppo bene, perché si basa sull’ipotesi che la Germania sia una specie di figura allegorica giottesca, come quelle della Cappella degli Scrovegni, delle quali parla Marcel, che so, la Perfidia, la Slealtà, una sola persona, un singolo decisore perfettamente razionale. Insomma: l’idea sottostante è quella che gli apprendisti stregoni della politica alamanna o italiana possano smarcarsi elegantemente dalle menzogne che ci hanno propinato per tre decenni. Non ne sono così convinto. Chi ci ha venduto l’euro come il paese di Bengodi non può ora dire “abbiamo sbagliato”, soprattutto non ora che è perfettamente chiaro, e rivendicato dagli stessi autori del misfatto, che l’errore era quanto meno prevedibile, anzi, previsto (per questo Zingales parla di disegno criminale). Chi al Nord ha venduto la crisi come colpa dei Pigs, a sua volta, non può agevolmente proporre ai propri elettori soluzioni cooperative, semplicemente perché verrebbe scavalcato da chiunque volesse vincere le elezioni. Sapete, in Germania vincere è facile: basta dire che la colpa è degli altri.

Qual è l’unico esito nel quale le classi politiche europee non sarebbero costrette a rimangiarsi le loro sporche, infami, criminali, sordide, meschine, incoerenti, turpi e vituperevoli menzogne? (se ho dimenticato qualche aggettivo feel free, sotto c’è posto). Ma è elementare, Watson: l’uscita della Germania! E perché? Ma perché questo scenario è compatibile, appunto, con le menzogne dei politici del Nord, e di quelli del Sud.

Cominciamo da questi ultimi: da noi i Fassini e le Fassine potrebbero dire “signora mia, l’euro era tanto ‘na cosa bbella, ma ar monno c’è tanta cattiveria, sti tedeschi so’ pproprio egoisti, e chi se l’aspettava? D’artra parte, signora mia, bisogna pure capilli, certo, un po’ è pure corpa nostra che nun avemo fatto ‘e riforme, però, signora mia, si quelli nun ereno così egoisti forse quarcosa se poteva fa pe’ ‘a vedova e ppe ll’orfano. Vabbe’, mo comunque semo usciti, vedemo che sse po’ ffa”. Questo per i Fassini e le Fassine (ubi tu Fassinus, ego Fassina).

Al Nord, Joseph Merkel e Angela Goebbels potrebbero dire: “la colpa è di quei porci del Sud, sono proprio irrecuperabili, talmente irrecuperabili che alla fine ci conviene tirarci fuori, piuttosto che pagare con una iperinflazione al 5,2% il fio delle loro malefatte. Siamo forti, ce la faremo da soli, non ci servono partner pigri e sleali”.

Ecco: la quadratura del cerchio: ognuno rimarrebbe perfettamente coerente con le proprie menzogne e quindi forse (dico forse) potrebbe conservare la cadrèga.

Daje, Fassi’, che me stai simpatico, lo vedi che tte sto a aiuta’, t’ho preparato un piano B de lusso! Ma tu vai tranquillo, ancora devi continuare a dire in pubblico che l’euro è cosa buona e giusta, in privato che è una merda ma ora arriva la Focialdemocrazia europea e lo sistema, e nel tuo foro interiore quello che sse semo detti. Rimane fra me, te, e qualche centinaio di migliaia di elettori, ma stai tranquillo: non t’avrebbero votato comunque, quindi nun c’è probblema...

Ora, dovete sapere che A. inizialmente era Goofyscettico. Parlo dell’anno scorso. Avevamo e abbiamo altro da fare che parlare dell’euro, ma quando capitava, a causa della loro campagna elettorale, non era che i miei argomenti lo convincessero molto, soprattutto per via del fatto che lui si sentiva vicino al Fognatore francese, Mélénchon, e io, forte dell’esempio dei Fognatori nostrani, glielo smontavo un pezzetto alla volta. Sì, lo so, sono fastidioso. Sapete com’è, meglio perdere un amico che una buona risposta. E così, un giorno, avevo siglato una nostra fugace schermaglia con questa frase: “Ne t’en fais pas, mon chéri, sois content, car l’année prochaine la Petite Couronne va fermer, mais nous on va pouvoir se marier. Il est temps, puisqu’on ne fait que de se bagarrer...”.

As it happens, sono successe l’una cosa e l’altra, il che ha definitivamente depiddinizzato A., facendogli cogliere le dimensioni galattiche della presa per i fondelli di cui gli elettori della sinistra sono stati i non del tutto incolpevoli oggetti.

E non è bello andare a cena da un piddino se sei stato microchippato da Goofy...

Infatti...

Non era la prima volta che A. si recava dal brillante economista piddino (che ogni tanto scrive su Le Monde, è ricercatore in un prestigioso istituto, ecc.). Era però la prima volta che veniva accompagnato in macchina dal trotzkista. Una cosa pratica, se vuoi, perché così se ti rompi i maroni (come era successo regolarmente tutte le volte precedenti) puoi almeno svuotargli la cantina, al piddino, senza rischiare che facciano coriandoli della tua patente. Ma ubi commoda, ibi et incommoda (Goofylatino): se ti scassi veramente tanto, dipendi dalla macchina del trotzkista, che è amico dell’indugiare sulla porta, cosa della quale Gadda e (umilmente) io e A. siamo particolarmente nemici. Insomma: facilmente il trotzkista fa le quattro di mattina nel weekend.
Allora, la cena si svolge in un ameno milieu intellettuale, fatto di psicanalisti, avvocati, docenti universitari di tutte le materie tranne una (l’economia). Voi lo sapete, il piddino avrà tanti difetti, ma non quello di non leggere libri senza figure. Eventualmente ha il difetto di non capirli, ma questo non intacca la sua autostima, perché, come sapete, il piddino sa di sapere, e del resto tutti noi, nessuno escluso, avremo un giorno bisogno della misericordia divina (io più di voi in questo momento perché sono a diecimila piedi).

E a un certo punto il maschio alfa, cioè il piddino, alfa perché a casa sua (con la sua femmina alfa, e, chissà, magari anche un certo numero di femmine beta, gamma, delta nel branco dei beoti piddini radunati ad audiendum verbum), e alfa anche perché relativamente più prestigioso in termini accademici, parte per la tangente dell’autocompiacimento, quella pericolosissima china sulla quale scivola la maggior parte dei miei colleghi, quelli che affidano all’illusione di praticare una scienza “dura” (absit iniuria verbis) il compito di rafforzare la propria autostima.

Così, senza minimamente tener conto del fatto che chi lo ascoltava non potesse capire una beneamata fava, e anzi compiaciuto del proprio pontificare su un registro tecnico irraggiungibile ai più, con fare patronizing monopolizza la conversazione, scegliendo come sparring partner il povero A. (che avrebbe solo voluto prosciugare un certo numero di bottiglie), e col tono del “giovane collega, tu m’intendi” comincia a sproloquiare sul fatto che però la scienza economica sta facendo passi da gigante, e che ci sono dei progressi oggettivi, come il fatto che grazie a recenti ricerche econometriche finalmente si è raggiunto un consenso sulle dimensioni dell’elasticità dell’offerta di lavoro al salario reale, per la quale, dopo tanti anni, e dopo un lavoro costruttivo e progressivo, si ha ormai la certezza che cada in un intervallo fra 0.3 e 0.7, né sotto 0.3, né, tantomeno, sopra 0.7, si badi (le evidenze in tal senso sono cogenti, ô combien!), il che, come sicuramente non sfuggirà, a voi lettori, ha delle interessanti implicazioni per la politica economica, che il tronfio trombonaccio si accingeva a dettagliare...

Ora, voi siete beati per i noti motivi, ma sicuramente anche lì le cose non è che stessero andando meglio. Gli astanti avrebbero avuto meno difficoltà a decifrare la stele di Rosetta, o magari a eseguire a prima vista la Missa prolationum dall’originale (quanti piddini ho visto estasiarsi per Ockeghem, e quanti per gli In Nomine, ovviamente senza sapere una beneamata fava di solfeggio né di setticlavio...), piuttosto che a seguire il tronfio piddino nella sua agglutinata supercazzola supply side, e ognuno reagiva a modo suo: le femmine dalla beta in giù con sguardo adorante (del tipo: “Eh, tanto l’economia è fuori dalla mia portata – io sono piddina, quindi sono per definizione acculturata e intelligente, ma questa è materia tecnica e quindi sono dispensata dal capirla – ma lui parla così bene...” (insomma, un po’ come avrebbero reagito molte di voi quindici mesi or sono, prima dell’incontro che ha cambiato in peggio la vostra vita, diciamocelo...). E la femmina alfa? Be’, quella lo regge tutti i giorni, quindi, come dire, era assente giustificata. I maschi dal beta in giù con un sorriso di circostanza (del tipo: “Putain de merde ce qu’il me gonfle ce mec, heureusement que son vin est buvable, et que c’est A. qu’il a choisi pour le chapitrer”).

(ma perché la donna seduta dietro di me, che ha una fiatella che nemmeno Lampredotto, deve stare incollata allo schienale del mio sedile e funestare il mio viaggio col suo fetore? E tossisce pure...)

Ma A. era stato microchippato: superata la soglia degli 0.5 grammi di alcol per litro, il Goofychip entra in azione: sobrio (si fa per dire), metodico, incisivo, tagliente, il buon A. comincia a dire che in effetti la scienza economica non esce benissimo dalle vicende recenti, e questo più per colpa degli economisti contemporanei che di quelli che li hanno preceduti, dato che questi almeno avevano chiarito perfettamente natura e dinamiche della crisi in corso, e che in effetti era veramente sorprendente come intellettuali di sinistra potessero farsi portavoce e cassa di risonanza di ideologie così visibilmente reazionarie, ecc.

Tutte quelle cose che mi avete sentito dire tante volte, e che chi vuole vedere vede e chi vuol sapere sa.

E accadeva, al buon A., quello che accade a me quasi sempre quando parlo, e abbastanza spesso (ma meno spesso) quando suono. Perché se quando parli, o quando suoni, ti capita (e può capitare) di entrare in contatto con la verità, allora scopri l’immenso potere comunicativo e persuasivo che la verità, la semplice verità di una melodia, o di un ragionamento, esercita sugli astanti, e li senti con te. Non c’è sensazione più appagante di questo senso di comunione con persone che non hai mai visto né conosciuto, alle quali ti lega, per un istante più o meno breve, quella cosa che è il principio di tutto, il logos, alle quali senti di star regalando quella cosa tanto preziosa che è uno sguardo diverso sul mondo, e dalle quali senti di essere ripagato con quella moneta impalpabile e preziosa, quell’IOU che nessuna stampante del “genio rinascimentale” potrà mai stampare: la semplice e vera riconoscenza. Per averla, questa ricompensa, ci vuole poco: essere intonati, andare a tempo, e mettersi al servizio della melodia, o della teoria delle aree valutarie ottimali, senza pertanto dimenticare se stessi.

Pare poco...

Così, la serata virava all’ammutinamento.

Perché mentre il piddino, anzi, le piddin, cercava di tenere il punto e di difendere le meravigliose sorti e progressive dell’euro, arrampicandosi su uno specchio sapientemente insaponato da A. (in mancanza di altro), le semplici parole di A., deducendo uguale da uguale (come dice un ingegnere meno privo di dubbi della media), promuovevano negli astanti quella sensazione che anche voi avete provato: il semplice ragionamento sul cui prodest, la semplice scienza del prima e del dopo, ricomponevano in un quadro intrinsecamente persuasivo una serie di fatti e di dichiarazioni (come questa) delle quali altrimenti sarebbe stato difficile comprendere la criminale coerenza. Ed era tutto un “c’est vrai, mais oui, en effet, tiens, c’est ce que je pensais...”. Quelli che fino a pochi istanti prima erano ancora rassegnati a non capire, e se ne accontentavano, ariconsolandose co’ l’ajetto del saper di sapere qualcos’altro, improvvisamente scoprivano, con loro sorpresa, di aver da sempre capito benissimo, scoprivano che la risposta che era dentro di loro era quella giusta, e che potevano tranquillamente esternarla senza passare per folli, o peggio per populisti (quelle horreur!), essendo questa risposta avallata da alcuni Tir di paper scientifici; scoprivano che i loro politici gli stavano mentendo, scoprivano di essere entrati, inseguendo il Fogno della Focialdemocrazia europea, nella camera della morte di una tonnara alamanna. Il che, se permettete, per un francese non è che sia proprio il massimo. Veniva, quindi, dai più arditi, dai maschi gamma, delta, epsilon, che non stavano nella pelle dalla soddisfazione di poter finalmente canalizzare sul maschio alfa le loro pulsioni finora irrisolte, veniva, disais-je, chiamata in causa la dimensione politica della costruzione europea. Perché è vero che in Francia non sta bene parlare di politica quando ci si ritrova, ma è anche vero che proprio per questo infallibilmente si finisce a parlarne.

Smarrito, braccato dalla muta dei suoi ci-devant follower, ecco che le piddin commette un errore, perché all’n-esima osservazione sul carattere non esattamente socialiste delle politiche di Hollande, l’amico sbotta, per rivendicare, nello scatafascio generale, almeno la propria coerenza di pensiero: “Mais de toute façon moi j’ai toujours été libéral...”.

Oooooops!

Come come come?

Su una delle tante femmine, non so più dirvi quale, se la zeta, la eta, la teta, questa tanto più veridica quanto involontaria confessione si abbatte con lo scroscio di una secchiata di acqua gelida, estinguendone istantaneamente il calore (in senso strettamente zoologico). Sorpresa, la femmina adorante reagisce allo sbalzo di estrogeni con un: “Mais voyons, Armand, tu nous avais toujours dit que tu étais keynésien!”.

L’infallibile memoria delle donne...

Esasperato dalla spiacevole, frustrante sensazione del “stasera non si scopa” (qui mi rivolgo, ovviamente, ai congeneri), le piddin raddoppia di sforzi dialettici e di fumogeni controintuitivi per dimostrare che comunque la Scienza, e la Ragione, e la Politica, che, per inciso, non son roba da femminucce (di qualunque sesso), sono dalla sua parte. Per nulla intimorito da tante maiuscole, anzi, majuscules, A. tiene botta, e sgretola colpo su colpo i paralogismi piddini, pur intuendo che l’atmosfera si sta riscaldando un po’ troppo, e che insomma si sta arrivando ai limiti dei margini di manovra che la sua situazione di ospite gli consente. Finché il piddino, che sente sfaldarsi il piedistallo della sua statua di stronzo, pardon, di bronzo, accecato dal furore nel constatare che la semplice dialettica di Ugo (ricordate, vero...) prevale senza confronti sul suo contorto e bizantino garbuglio, nel comprendere che non c’è partita, nel vedere quella platea di femmine tifare per la boccia di A., anziché per la sua folta chevelure, reagisce con un lapidario: “Tu te tais maintenant!”.

Che, come ognuno vede, non è esattamente il massimo della politesse, e, per dirla tutta, nemmeno dell’obligeance (per la precisione).

...

Silenzio tombale.

...

Interrotto dopo una pausa eterna dall’improvvida constatazione dello chauffeur. Quale? Ma sì, ricordate? Il trotzkista, che in guisa di riconciliazione emette questa remarque: “Mais voyons, A., en effet tu es un peu trop virulent avec ces histoires d’euro!".

Remarque abbastanza improvvida, considerando che per riequilibrare (ove mai) la situazione, in effetti il trotzkista tradiva A., sottraendogli il proprio sostegno. Ma lo sapete come sono i marZiani, compreso questo spiritosone. Loro dicono: il capitale è unito, è transnazionale. Quindi noi per combatterlo dobbiamo unirci, diventare transnazionali. Quindi ben venga l’euro, che uccide la democrazia, ci mette in mano ai mercati, ci condanna alla deflazione salariale, alla mobilità forzata e presto ai lavori forzati, ma ci permette di viaggiare per l’Europa senza sapere le tabelline: fra duecento anni saremo tutti fratelli, noi proletari, e potremo tutti insieme andare a casa del capitale transnazionale e dirgli: “Amico, adesso discutiamo di distribuzione del reddito”. Un ragionamento chiaro, semplice, e realistico.

Colto di sorpresa (immagino un repentino “Ah, putain!” recitato in petto), A. si gira verso l’ex amico e condensa questo ragionamento con un disgustato: “Ben oui, j’oubliais que pour les marxistes tels que toi l’euro est le meilleur ami du prolétaire!”.

Colpo di scena!

Perché le piddin, a sua volta, si gira verso il trotzkista e, frappé de stupeur, inquisisce: “Toi, marxiste!?”. Sorpresa, delusione, orrore... Tale la madre del futuro Reggente, Elisabetta Carlotta di Baviera, quando apprese che il figlio aveva accettato di sposare una bastarda del Re Sole (da cui il noto ceffone in piena corte di Versailles del quale ci parla Saint Simon, ovviamente non il socialista, ma il duca – un equivoco che, come sapete, stava per costar caro a Victor Hugo... altri tempi, altre madri... e quella poi era tedesca... e aveva fatto anche lei il suo matrimonio omosessuale, nel senso che suo marito... ma non entriamo in questo commérage).

Eh già...

Capito? Dai, su, ne abbiamo visti tanti anche su questo blog (Marco Basilisco, per non far nomi): il marZiano francese andava a casa dell’intello liberal-piddino, e nei lunghi anni nel corso dei quali questa frequentazione si era dipanata, e durante i quali chissà quante volte avevano parlato di economia, di ricchezza, di povertà, o anche semplicemente di fica (mi si dice che gli intellettuali talora affrontino l’argomento), o magari di elasticità dell’offerta di lavoro al salario reale (argomento questo che non mi ricordo di aver mai affrontato con Marco Basilisco), il nostro buon marZiano mai e poi mai aveva lasciato trapelare la propria fiducia nel sol dell’avvenire.

Insomma: paese che vai, marZiano che trovi, ma è sempre dello stesso tipo: pronto a partire all’assalto del Palazzo d’Inverno con il volto coperto dalla maschera di Nonna Papera. Del resto, anche voi, se aveste aspettato che certe semplici cose ve le raccontassero i marZiani, sareste ancora attivisti convinti del PUDE (il cui account Twitter è stato censurato per la seconda volta in una settimana).

Questa seconda agnizione (dopo un preteso keynesiano che si scopre liberale, un preteso liberale che si scopre marxista) è seguita da un’altra pausa di attonito silenzio della quale A., con perfetta intelligenza scenica, approfitta per uscire a fumare una sigaretta. E inizia il pellegrinaggio di tutti quelli che, per esprimergli solidarietà, escono a fumare con lui. Situazione quasi imbarazzante, anche perché la temperatura (intorno a -5° con una decina di nodi di tramontana, anzi, di bise, tanto per gradire) rendeva perfettamente chiaro che quello che si andava costituendo nel portico della villa era in effetti un piccolo Aventino.

Nel frattempo, io mi godevo il côtes de Thongue davanti al caminetto, ascoltando la Musique pour le souper du Roi di Delalande, in un boudoir reso particolarmente Louis XIV dall’illuminazione à l’ancienne: solo candele. Ma vedete com’è, il mondo è in equilibrio: quando uno si rilassa da una parte, ce ne dev’essere uno che si incazza da un’altra parte. Per rassicurarvi, vi ricorderò che, come è noto, io sono sempre incazzato: quindi rilassatevi.

Comunque, insomma, siamo fra persone civili (sono del resto così rappresentati, come persone civili, di ottime letture, estremamente educate, e di squisito gusto musicale, anche i criminali nazisti in qualsiasi film di guerra, come credo avrete notato), siamo fra gente progredita e progressista, e quindi occorre che si ricompongano le fratture. Fumata una stecca di Gauloises, A. rientra, e il clima si è decisamente rasserenato. 
Si parla di altro.

Bonario, verso la fine della serata, al momento del commiato,  le piddin offre a A. un libro, un oggetto fatto di tante pagine con le quali A. avrebbe ben saputo cosa fare (pur non essendo particolarmente interessato alla letteratura francese), e lo postilla con una dedica spiritosa: “Al mio avversario preferito” (o qualcosa del genere). A. accetta deferente, compito e cordiale. Siamo alle strette di mano, la lacerazione pare ricomposta, fa parte di un passato da dimenticare, anzi, già dimenticato, quando sul passo della porta si sente uno degli astanti esclamare: “Però è una bella cosa vedere che ci sono dei giovani economisti capaci di rifiutare il pensiero unico e di esporre con coraggio le proprie convinzioni”. Lo sguardo du piddin diventa tagliente come una lama di Toledo, e A. pensa bene di defilarsi rapidamente, sgattaiolando nella voiture del trotzkista. Cosa si siano detti lo ignoro. Una cosa è certa: se fossi nel trotzkista, cercherei di diventare professeur prima di A...

Io, nel frattempo, alla luce delle candele, ignaro di tanto conflitto, ascoltavo questa bella canzone, perché Erick mi vizia con i miei autori preferiti, canzone della quale è opportuno e salutare che vi traduca il testo:

“Disse il Signore al mio signore:
siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.”

Ecco. Teniamocelo per detto. Verbum Domini.


(ho girato tanto, ma alla fine per avere il tiro che ci vuole m’è toccato prendere la versione dei coreani. Sentite questo quanto è moscio. Capito cosa vuol dire “emerging economy”?... Vabbò, poi ce so' questi, so' amici... However, amicus Plato sed magis amica veritas... Nun ce se po fida' manco de Gardiner... Senti com'è solfeggiato... Ma il lato Charlus di Haendel sfugge, a questi illustri colleghi, la volizione sottilmente isterica del Gaddus... No? Niente? Cazzo, l'ha detto il Signore: metterò i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. Non è che ha detto "domenica annamo a magna' a Fiumicino", capisci? Sta parlando dei piddini, il salmo 110! Sta parlando di quelli che ti hanno umiliato, sta parlando del muro di gomma sul quale hai rimbalzato per venti anni, ma ora arriva il Signore, e ce penZa lui. Per Dio, non lo puoi dirigere contando uno, due, tre, quattro... Niente: so' mejo i coreani. No, aspetta, forse questo si salva, e si salvava pure quello di Erick, che infatti era... un tedesco! Fermo: anche questo è abbastanza esplosivo, forse possiamo fare a meno di importarlo dai fottuti Charlie).


giovedì 24 gennaio 2013

Bucce di economisti che la Merkel ha sputato...

(un po' di letteratura)

Wer sind diese Leute? Was wollen sie von mir? Warten sie auf mich? Woran erkennen sie mich? Es ist wahr, mein Bart sieht etwas vernachlässigt aus, ein ganz, ganz klein wenig erinnert er an ihre kranken, alten, verblichenen Bärte, die mir immer Eindruck gemacht haben. Aber habe ich nicht das Recht, meinen Bart zu vernachlässigen? Viele beschäftigte Menschen tun das, und es fällt doch niemandem ein, sie deshalb gleich zu den Fortgeworfenen zu zählen. Denn das ist mir klar, daß das die Fortgeworfenen sind, nicht nur Bettler; nein, es sind eigentlich keine Bettler, man muß Unterschiede machen. Es sind Abfälle, Schalen von Menschen, die das Schicksalausgespieen hat. Feucht vom Speichel des Schicksals kleben sie an einer Mauer, an einer Laterne, an einer Plakatsäule, oder sie rinnen langsam die Gasse herunter mit einer dunklen, schmutzigen Spur hinter sich her.


(se vi interessa sapere il resto, lo trovate qui. Mi riferisco a Rilke, naturalmente. Gli economisti piddini sono poco interessanti, ne convengo. Ci sentiamo più tardi per parlare di cose serie.)

(attendo fiducioso le lamentele di quelli che ecc... Che poi sono gli stessi che dicono "decade" invece di decennio e daunlodare invece di scaricare. Non vi preoccupate, appena se ne accorge Correttore di bozzi avrete la traduzione. Ma non è così importante...)




P.s. delle 20:57: il documento linkato è stato eliminato. Vuol dire che gli autori se ne vergognano, e fanno bene. A scanso di equivoci, segnalo che il documento era nel pubblico dominio e mi è stato segnalato da questo twit. Se poi scompare anche il twit, vuol dire che il mondo è pieno di gente che lancia il sasso e nasconde la mano. Ne ho conservata una copia, non essendovi alcuna evidenza del fatto che il documento fosse riservato, e me la tengo a futura memoria, ma ovviamente per delicatezza e correttezza non la diffonderò, visto che questa sembra essere la volontà degli autori. Registriamo il fatto che gli economisti democratici non desiderano che il popolo sappia quello che si dicono quando si incontrano. Nihil sub sole novum. Ma certo, il modello di società del PD è superiore... Basterebbe capire a cosa!

mercoledì 16 gennaio 2013

Segare il ramo

(l'ho detto miliardi di volte, ma siccome evidentemente non viene capito, e non saprei dirlo meglio, ve lo dico come lo dice porter)


Osserva Silco

Silco15 gennaio 2013 17:47
Se alle elezioni tedesche vincera di nuovo la culona allora saremo veramente nella Merkel fino al collo.

Risponde Porter

porter  ha lasciato un nuovo commento sul tuo post

Lei o gli altri non farà differenza. Dopo avere raccontato per anni ai tedeschi che:
- ogni colpa della crisi è altrui
- che i tedeschi sono "virtuosi"
- che gli altri paesi "cicale"hanno vissuto "al di sopra delle loro possibilità" alle spalle della Germania
- che gli altri paesi devono diventare "virtuosi" come la Germania per risolvere i loro problemi
- che non chiederanno mai ai tedeschi di "pagare" per i paesi "cicala"

nessuno può più cambiare la traiettoria della "locomotiva" che hanno lanciato in corsa, a maggior ragione perchè dovrebbero raccontare verità scomode. Il lavaggio del cervello non ha funzionato solo da noi, anzi, per le virtù teutoniche che ci raccontano forse ha funzionato meglio proprio da loro... meglio continuare a mentire... e noi lo sappiamo bene, solo il debito è una colpa, per i tedeschi.

Del resto c'è una certa dimestichezza con lo scaricare le colpe sugli "altri", la storia della "pugnalata alle spalle" insegna....... e piuttosto che riconoscere i propri errori, meglio la mistica del Götterdämmerung.

Concludo io

Ecco: se non lo avete capito finché ve lo dicevo io, va anche bene. Ma mi sembra che come lo ha detto porter non si possa non capirlo. E questo lo dedico a tutti quegli imbecilli, o incoscienti, o conniventi, di "sinistra" che si aspettano mirabilia dall'alba della socialdemocrazia europea. I nomi non li faccio, non per carità di patria, ma perché li sapete. In Inferno nulla est redemptio. Non esiste un euro politicamente sostenibile, e non esiste perché gli apprendisti stregoni del Nord hanno mentito ai loro elettori, che stavano sfruttando. Storia vecchia, sempre la stessa, impossibile da capire per alcuni, e vorrei tanto sapere perché (ma anche no).



domenica 30 dicembre 2012

Da quell'arida zolla...



Il 30/12/2012 13:34, Massimo Rocca ha scritto:
Non so se ti piace la Dickinson, comunque qualche "minimo" dubbio l'hai seminato perfino in Rose rosse per lui....

L’agenda Monti appare quindi come l’ultima versione della teoria “dell’austerità espansiva”, fastidioso ossimoro ormai criticato persino dal Fondo monetario internazionale. Se si vuole andare al sodo, il documento montiano può ridursi ai pochi e lapidari punti del secondo capitolo che si aprono con l’affermazione “che non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti”. In base a questa indimostrabile affermazione, Monti trae la conseguenza che bisogna attuare in modo rigoroso il pareggio di bilancio, seguire pedissequamente la road map tracciata dal fiscal compact, dismettere il patrimonio pubblico destinando i proventi “integralmente” alla riduzione dello stock del debito pubblico.
Qui il punto di incrocio, almeno sulle prime due decisive questioni, con la Carta d’intenti è evidente. Quest’ultima nelle battute finali (quelle che contano di più, come più volte ha detto anche esplicitamente il segretario Bersani) ribadisce la necessità di “assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi”, senza però assumersi l’impegno di promuovere o sollecitare quest’ultima. Infatti Bersani in una recente intervista al Financial Times afferma di non avere alcuna intenzione di rinegoziare il fiscal compact, anzi di essere d’accordo con il ministro delle Finanze tedesco nel rafforzarlo ulteriormente costruendo un organo di controllori autorizzati a mettere il naso nella formazione del bilancio di ogni singolo paese membro della Ue.
Che la si guardi da una parte o dall’altra la situazione ci appare quindi bloccata. A decidere sono le nuove normative europee qualunque sia il governo in carica. Monti con la sua agenda non fa altro che metterlo in evidenza. Come ricordava qualche settimana Carlo Bastasin editorialista del Sole 24 Ore “un governo post-Monti dovrebbe comportarsi più o meno allo stesso modo del governo attuale”. Anzi “qualsiasi sarà il prossimo governo rischia di avere ancora meno margine di manovra” di quello appena defunto. La pubblicazione dell’agenda Monti fa dunque ulteriore chiarezza su un punto, per chi non l’avesse ancora compreso o facesse finta: la ricusazione del fiscal compact – su cui costruire da subito alleanze concrete con i paesi mediterranei e tutti quelli in difficoltà nella Ue – è la vera discriminante programmatica su cui si giocano le prossime elezioni. E’ l’unica possibilità per ridare un senso alla politica, che consiste nello scegliere fra strade diverse e possibili. Altrimenti ce ne è una sola, quella già decisa a Bruxelles.

Il 30/12/2012 18:13, Alberto Bagnai ha scritto:
Caro Massimo,
io ti ho sempre voluto bene, e continuo a volertene (anzi, ce la facciamo a fare uno stravizio insieme sotto le feste?). Qui però mi pare che non ci siamo. Quello che Gianni non vuole capire, e anzi, ora ci faccio un post (se ho tempo) è che il Fiscal compact si ricusa da solo, perché è semplicemente inapplicabile. Forse mi vuoi dire che per un politico questa giravolta può essere un modo abile di giocare sul sicuro? Forse lo è. Ma il problema è che a queste persone manca SEMPRE la forza morale o intellettuale di capire perché il Fiscal compact è una necessaria conseguenza dell'euro. Il che non significa urlare "no euro". Ma da un politico di sinistra, se anche per motivi di opportunità la verità non vuole dirla, mi aspetto almeno che collochi i puntini al posto giusto. E questo Gianni non lo faceva né nella sua sfumatura "lavatura di carne", né nell'attuale sfumatura "cipria". Il rosa diventa un po' più carico, ma non è così che si eviterà di vedere il rosso del sangue.
Se mi dai il permesso, il post sarà questo nostro scambio, più eventuale replica, perché io del mio istinto politico mi fido poco e non sono sicuro di essermi espresso bene, né di aver capito bene!
Un abbraccio e buon anno.
A.

Il 30/12/2012 19:46, Massimo Rocca ha scritto:
Figurati, certo che va bene. Io sono un ottimista e quindi cerco di cogliere i movimenti del ghiacciaio. Del resto gente che era comunista, nel senso del socialismo reale, quarant'anni dopo la morte di Stalin, la si misura "geologicamente". E la sinistra è come l'Austria ai tempi di Napoleone,  Ils sont toujours en retard d'une armée, d'une année et d'une idée.
Ora la messa in discussione della consecutio Euro, Unione Europea, Europa, diciamo alla Breznev, l'europeismo reale, non può che costare una immensa fatica a chi era, forse è, convinto, che il fiume scendesse dalla parte opposta Europa, Unione, moneta. E ancora la sinistra è sempre stata per forza di cose intrisa nella retorica del vincolo esterno. Dai tempi di Napoleone terzo, il legno storto poteva essere raddrizzato solo con l'aiuto degli zuavi, delle navi inglesi a Marsala, dei Prussiani a Sadowa, e dei Cosacchi in marcia verso le fontane del Bernini. Per cui anche re Giorgio poteva strologare sui danni dello SME, al riparo degli SS20, e una volta spazzati via quelli, e dovendo fare da soli, si/ci siam trovati un'altra stella polare. L'Europa, più politically correct di così. Ah se ci governassero i tedeschi di Brandt e di Schmidt, o gli Svedesi di Palme, i francesi di Mitterand o di 35ore Jospin, perfino gli spagnoli GonzaloZapateristi, hai visto che gli hanno fatto ai preti!
Poi naturalmente va a finire che sposi Blair e Schroeder con vent'anni di ritardo. Tu parli dell'internazionalismo del Samoiedo e dell'Algonchino, ma in realtà è  solo Guicciardini, se fiderai negli italiani sempre avrai delusione. E come ti sei ritrovato a fare i salti mortali davanti ai carri armati di Budapest mo' ti tocca fare lo Juri Chechi di fronte alla Merkel. Per cui siam sempre qui, a farci prendere dai frisson per il mi sento più al sicuro sotto l'ombrello della BCE e l'esaurimento della spinta propulsiva dell'europeismo. È la battaglia tra la lunga durata di Braudel e il lungo periodo di Keynes. Io sono storico di formazione, tu economista.

Il 30/12/2012 20:08, Alberto Bagnai ha scritto:
Allora dopo ti pubblico. Ammetterai che anche se di formazione sono economista (in realtà flautista), sto cercando di smettere. Proprio per avere il conforto di intuizioni come questa ho aperto il blog.


(e voi sapreste dire con parole vostre al compagno Gianni per quale motivo il Fiscal compact è una conseguenza necessaria dell’euro? Gli sapreste spiegare perché un altro euro non è possibile? Suggerimento: usate la teoria dei saldi settoriali...)

lunedì 26 novembre 2012

Fuggi, dolente core...

(0, 1... Accipicchia, questa volta a contare ci ho messo veramente poco...)

Quanti cambiamenti in così poco tempo!

Mi hanno detto che il prof. Boldrin, da qualche parte, ha riferito di una possibile svalutazione al 20% in caso di uscita dall'Eurozona. Ma come, proprio lui, uno di quelli che "l'Italia è come la Grecia e se esce finisce come lo Zimbabwe!", uno dei profeti dell'iperinflazione... Non ci son più i liberisti di una volta, quelli che la moneta è una merce, ma il suo prezzo deve essere fisso! Ci piace ricordarlo così...

E ho visto con i miei occhi, in quel blog il cui nome suona come l'invito ad alleggerirsi di un dolce peso, un articolo che, mirabile visu, si pone il vero problema, quello che qui ci poniamo da sempre, insofferenti, e ce ne scusiamo, verso gli stolti che da sinistra e da destra cercano di farci capire che in fondo è solo un problema di dimensioni delle imprese e di elasticità delle esportazioni (lorde) al prezzo.

Per carità, noi poi avremo anche torto, sicuramente i fatti ci smentiranno, ma avremo la soddisfazione intanto di essere smentiti in buona compagnia (Meade, Mundell, Fleming, Kaldor, ecc.), e poi di aver assistito all'esilarante spettacolo dei topolini che abbandonano la nave che affonda. Spettacolo che diventerebbe ancor più esilarante, lo capite bene, se alla fine si capisse (Dio non voglia) che i topolini semplicemente credevano che la nave affondasse...

E prima delle classiche navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, quale spettacolo che noi umani non avremmo mai potuto immaginare ci viene oggi offerto dalla stampa italiana? Non lo sapete? Ve lo dico io: Rossana Rossanda abbandona il Manifesto, rifugiandosi dentro Sbilanciamoci. Dobbiamo quindi supporre che si sia infranto il glorioso Sbilifesto, che tante soddisfazioni ci ha dato, e che Sbilanciamoci abbia deciso di fare un passettino a sinistra (ma il goniometro l'ho perso in quarto ginnasio, non son sicuro di saper misurare centesimi di radiante a occhio, quindi lasciamo perdere). Un altro studio di caso per la nuova branca della scienza politica, la politica delle particelle: la scissione di Fermare il declino, la scissione del Manifesto... il bosone Boldrin (attenzione alle vocali), il muone Rossanda...

Vi ricordate quando parlai dei piccoli bandwagoner che crescono? Il riferimento era, evidentemente, alla redazione del Manifesto. Questa, nel pubblicare l'articolo di Cavallaro, sembrava aprirsi a una ricostruzione più equilibrata della storia economica recente, ma restava ancora lordata dalla vergogna di aver propugnato sull'attualità un dibattito spacciato come aperto, ma poi orientato, per ammissione della direttrice stessa, in senso eurista. Incredibile, no? Che un quotidiano comunista si fosse schierato a favore di un regime nel quale a pagare sono strutturalmente sempre i lavoratori, come all'estero comunemente si ammette, era decisamente più sorprendente del balenare dei raggi B di fronte alle porte di Tannhäuser. Tanto più che gli amici "comunisti" non potevano non saperlo. Mi ero, umilmente, permesso di farglielo notare due anni prima, quando illustri colleghi ancora si baloccavano con gli accorati appelli dei quali la Merkel fa l'uso gargantuesco che sapete, e che oggi mi si rimprovera di non aver firmato (non considerando che avevo di meglio da fare).

Eh, ma che volete, io non ero autorevole, giustamente non mi si ascoltava. "Ma chi è questo Bagnai, da dove salta fuori? Nei nostri tinelli non si è mai visto. E poi non è marZiano, la sua militanza dov'è? Orsù, venga negletto, e si ascoltino invece i nostri padri nobili, ci si abbeveri alle verità che essi defecano notte e dì, e ci si rafforzi così nel nostro senso di appartenenza".

Povera R.R.!

La tua trista parabola ci è di ammonimento, ci rammenta quanto breve sia la strada che separa un padre nobile da un vecchio malvissuto. Per varcare questo guado non c'è bisogno di prendere la rincorsa.  Con la tua memorabile intervista a Giuliano Amato, capolavoro di ipocrita piaggeria, lo hai varcato d'un sol balzo, e a noi (dis)piace ricordarti così. La tua tardiva presa di distanza temo non laverà l'onta di essere stata collaborazionista di questo regime di fascismo finanziario. Di autocritica, lo so, a sinistra nemmeno se ne parla, e poi, chissà, forse l'autocritica è come l'età: non sta bene chiederla a una signora...

Fuggi, dolente core...


Troppo tardi per imparare la differenza fra collaboratore e collaborazionista. Quella differenza, sai, ci devi nascere, e forse ha ragione il mio amico Guerani quando mi fa notare che se appartieni a una parte che in Italia ha da sempre tifato per una potenza straniera, non sei esattamente nelle migliori condizioni per apprezzare certe sottigliezze. Dai carrarmati russi a Budapest, ai capitali tedeschi ad Atene: cinquanta anni di ininterrotto peana a celebrare il più prepotente. Una tradizione da rispettare, sperando che siano tempi di memoria corta. Ma purtroppo non lo sono.

Ah, e già che ci siamo, facciamo chiarezza su un altro punto. Sì, perché voi non lo sapete, ma dopo il post sui bandwagoner, cosa mi arriva per interposto collega "de sinistra"? Questo:




Ti rubo due minuti per una quaestiuncula che concerne il tuo collega Alberto Bagnai.

Premetto di non conoscerlo personalmente, ma frequento - ancorché saltuariamente - il suo blog, di cui ho spesso apprezzato l'intelligenza delle analisi e la salacia dei giudizi. Proprio per ciò, mi ha francamente stupito vedermi ridotto al rango di "bandwagoner" a causa di un mio articolo pubblicato sabato sul manifesto (vedi qui: http://goofynomics.blogspot.it/2012/10/piccoli-bandwagoner-crescono.html).

Come sai, collaboro con il manifesto dal 1999 e almeno da allora ho sempre sostenuto coerentemente le stesse posizioni sulla crisi, sull'euro, sul cosiddetto intervento pubblico nell'economia ecc.,[omissis...]. Naturalmente Bagnai non è tenuto a saperlo, così come non è tenuto a sapere che negli ultimi undici ho scritto alcuni libri e diverse decine di articoli e papers per provare a reinterpretare in chiave marxista il problema del rapporto stato-mercato. Ma prima di dar retta a chi - un po' incautamente - mi addita a bandwagoner suo (e anche tuo), magari un piccolo sforzo d'informarsi su chi sia il sottoscritto lo potrebbe fare, non credi?

Scusa il piccolo sfogo. Lascio a te la scelta se dire a Bagnai di questa mia sommessa doglianza (eventualmente anche girandogli questa mia) o meno. Attizzare polemica con un commento sul suo blog non è nelle mie corde.



Caro Cavallaro,

Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram (attenti alla patrimoniale, però...).

Detto questo, mi permetta di scusarmi con un intellettuale di sinistra che può esibire un curriculum di tutto rispetto (detto senza alcuna ironia), e di fare ammenda per la mia ignoranza. Sa, come dice mia suocera, paga il giusto per il peccatore, e io da molti anni, diciamo da qualche anno prima del 1999, ho smesso di interessarmi ai giornali italiani e a chi ci scrive per i motivi che dovrebbero essere chiari leggendo questo post. Evidentemente l'ho coinvolta nel mio giudizio un po' sommario e superficiale verso una categoria che tante soddisfazioni ci ha dato e ci sta dando, alla quale lei magari nemmeno appartiene, e ovviamente me ne scuso.

Devo però chiarire che il bandwagoner non si riferiva strettamente a lei. Anzi, come la discussione in quel post chiarisce, sulla sua analisi nessuno ha quasi nulla da obiettare. Mi riferivo più strettamente alla redazione, quella redazione dalla quale credo di non essere il solo ad aspettare in gesto di autocritica per lo scandaloso e squallido atteggiamento tenuto un anno e mezzo fa. Basterebbe dire: è stata una goffaggine e un errore spiattellare che a sinistra si tengono dibattiti orientati (in qualsiasi senso). In un quotidiano comunista il minimo che ci si aspetterebbe sarebbe che la redazione cacciasse a male parole un direttore che si esprime in tal senso. Ma io di giornali italiani so poco, e voglio sapere di meno, quindi passons. Dovremo pur lasciar qualcosa alla pattumiera della Storia.

Il "quasi" sopra si riferisce al fatto che, per motivi che forse sono negli omissis, stranamente nel suo articolo mi pare non si citasse lo Sme. Pareva, ad alcuni miei lettori, che lei non volesse infrangere certi tabù. Che il divorzio fosse conseguenza dello Sme, che l'ademocraticità del fascismo finanziario nel quale viviamo fosse diretta conseguenza dell'adozione di un cambio rigido, lo diceva perfino Andreatta nel 1991 (certo, con parole diverse: ma il nesso di causalità era ben esplicitato). E allora perché non unire i puntini? Per non parlar male del cambio fisso in un giornale eurista?

Ecco, chiariamoci: io ovviamente non ho nulla contro di lei, però c'è un problemino: siamo in guerra, sa? E allora, vede, mi ripeto: in guerra chi lavora per chi è dall'altra parte non è un collaboratore: è un collaborazionista. Questo è il mio forte motivo di dissenso da lei e dal comune amico che ha fatto da tramite. Mi sembra sfugga, sicuramente in buona fede, che chi ha credibilità (come lei ha, tant'è che le credo sulla parola) e autorevolezza scientifica, deve smettere di legittimare con la propria presenza gli organi di disinformazione di regime. Come questo blog dimostra, se si ha coraggio e tenacia c'è modo di farsi ascoltare senza venire a compromessi, senza patire ostracismi. E infatti l'amica direttrice cosa diceva, sarcastica, nella sua sdegnata lettera di dimissioni: "che mille blog fioriscano!" Certo: mille blog fioriranno, e verranno su proprio bene, sul letame delle vostre menzogne, cari compagni del Manifesto!

Prevengo due obiezioni: l'unità della sinistra, e la foglia di fico.

"Ma Alberto, noi dobbiamo rivolgerci al nostro popolo, quello resta un giornale di riferimento". No, non è vero: quello è un giornale di destra e se ne sono accorti tutti. Perfino la Rossanda! Capisce? La Rossanda! Quindi la storia dell'unità della sinistra e del parlare al nostro popolo non attacca. Anzi: proprio ora è giunto il momento di dare un segnale di forte dissenso da questi organi, di isolare e di attaccare chi uccide la democrazia facendo disinformazione di regime.

"Ma Alberto, anche tu ti esprimi su organi più o meno di regime, vai in televisione, scrivi sul Fatto Quotidiano". Certo! Anch'io quindi mi offro, come dire, nel ruolo di foglia di fico, di piano B, se vogliamo, o per lo meno questo mi è stato rimproverato all'inizio: "perdi purezza, ti comprometti...". Mettiamo sia così. Ma ci sono due problemini. Il primo non potete verificarlo, ma ve lo dico io: né in televisione né sul Fatto né da nessuna parte nessuno si è mai permesso di dirmi quello che dovevo dire, e chi lo ha fatto è stato mandato in un certo posto subito (ed è successo solo due volte, e solo a sinistra estrema: una ve l'ho raccontata, l'altra ve la racconterò fra un anno come promesso). Il secondo problemino, invece, potete verificarlo: quando scrivo sul Fatto sarò anche una foglia di fico, ma almeno parlo a decine di migliaia di persone e promuovo dibattiti ampi. Forse mi "prostituisco" (intellettualmente, perché nessuno mi paga), ma non me ne accorgo (perché nessuno mi censura), e certo non è per parlare a quei quattro gatti confusi che ancora si fanno abbindolare dal titolo di "quotidiano comunista". Anche così ho aumentato la visibilità del mio messaggio.

Io non mi permetto di darle alcun consiglio.Veda lei il da farsi, e mi scusi: non volevo urtare la sua sensibilità. Rimane il fatto che, fino all'improbabile autocritica, o al più probabile, meritato, collasso, per me chi si affaccia da quelle colonne lavora per il nemico. Certe cose le accetto se le dice il Sole 24 Ore, non le accetto se le dice il Manifesto. E a quest'ultima frase applico la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate.

Son certo che lei mi capisce senza bisogno che io mi spieghi. Come capirà che se parlo di nemico, e non semplicemente di avversario, è perché a causa di certe scelte economiche abbiamo già visto i primi morti.





(Ultimo sassolino: G., tu sei piddino dentro, però in fondo ti voglio bene perché suoni. Detto questo, hai contezza del fatto che da un paio d'anni c'è un tuo archetto sul mio pianoforte? Che faccio, lo regalo ar Palla, che vuole seguire le tue orme? O ti serve?)